Erich Priebke e il diritto al lutto: perchè sono solidale con chi ha sputato su una bara

di Marco Reggio

Oghje tù ti ne vai a l'ultimu riposu
Ghjè l'esempiu chè tù ci dai fratellu generosu
Purtatu da li toi sin'à l'altu pratu
Palatini è Eroi caminanu à u to latu
 
Ma la to risa canta e schiatta cum'un fiore
Chì u dulore pianti e sbucci l'amore
Chì u furore pianti e sbucci l' amore

 

Il lutto è una cosa seria, non c’è dubbio. Come sostiene Judith Butler[1], è anzi un fatto centrale nella società e nella costituzione della sfera politica: da sempre, la contesa su chi o cosa sia degno di essere compianto è un elemento sensibile delle lotte per il riconoscimento dei diritti, per la liberazione, per il superamento del binarismo di genere, del razzismo (e – aggiungiamo – dell’antropocentrismo: è possibile essere in lutto per gli animali?[2]). Chi può essere compianto e chi no: un gioco di inclusione/esclusione nella sfera del sociale che viene incessantemente riprodotto, rimodellato, rinegoziato. Non essere degni di lutto, infatti, significa non essere intelligibili, in un certo senso quasi non possedere un’esistenza. E’ per questo che la rivendicazione del diritto al lutto si fa sentire con forza in alcune occasioni: penso alla tragedia di Lampedusa[3], in cui parte del conflitto – tutto biopolitico- si gioca sul dove seppellire i corpi dei migranti eritrei.

Non troppi giorni dopo, muore Erich Priebke, il “boia delle Fosse Ardeatine”, mai pentito delle atrocità commesse. Muore in Italia, per motivi che non hanno un nesso con il suo ruolo nella storia (cioè di vecchiaia), e la storia del braccio di ferro sul suo funerale è cosa nota. L’esito parziale è quello di una contrapposizione di piazza fra fascisti e popolazione locale, una contrapposizione che si esprime – anche – su un “oggetto” carico di simbologia e di forze emotive contrastanti, ossia la bara con il cadavere. Qualcuno ha gridato allo scandalo di fronte agli sputi antifascisti sulla salma[4], chiamando in causa nientemeno che la pietas, e, quel che è peggio, strumentalizzando persino Fabrizio De Andrè che viene arruolato, postumo, fra i difensori di uno stragista nazista, mostrando così un culto del cadavere e una propensione a trafugare le salme piuttosto fastidiosa per chi sente una vicinanza politica con il poeta. Addirittura:

“E tutti voi che avete sputato sul carro funebre, o avete plaudito a chi l’ha fatto, o avete lasciato che si creassero le condizioni per poterlo fare, o sornionamente avete fatto finta di nulla perché la cosa non vi riguardava (ma ‘per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti’, come avrebbe detto il Faber) — tutti voi, nessuno escluso, mi fate profondamente schifo”.

Parole utilizzate in tutt’altro contesto vengono cannibalizzate ad uso e consumo della difesa di un simbolo della violenza del potere nella sua massima espressione: oltre al culto del cadavere, anche una certa passione per gli xenotrapianti.

Confesso che, nel vedere le immagini di Albano Laziale, ho provato un senso di smarrimento: qualcosa non mi piaceva dell’assalto ad un feretro. Vedevo comunque nel passaggio del carro funebre un fatto privato, ma che privato non era. In effetti, è il carattere pubblico del lutto a farne un fatto politico. Il rispetto per il lutto privato può essere infatti riaffermato, ma anche eletto a terreno di contesa simbolica, anche in situazioni in cui lo scontro tocca livelli più alti.


Selvaggi

Nel gennaio 1996 il governo di Parigi nomina prefetto per la Corsica Claude Erignac, con l’obiettivo di domare la lotta del popolo còrso per l’autodeterminazione, ed in particolare per spegnere il fenomeno della lotta armata che resiste tributo ai patrioti - corsicada decenni (gli attentati avvengono con frequenza impressionate, ma sempre ai danni di obiettivi simbolici, politici o economici e solo raramente di persone: una pratica di resistenza a bassa intensità che si affianca ad un contropotere dall’iconografia militarista che sfoggia arsenali di alto livello). Nel febbraio del 1998, Erignac verrà ucciso in un agguato, rivendicato poi dai gruppi indipendentisti come atto politico premeditato[5]. Poco dopo, la targa commemorativa viene danneggiata[6]. L’azione viene condannata da molte forze politiche còrse, con qualche critica anche da parte di quelle che non avevano condannato l’omicidio politico. Anche se la “profanazione della memoria” del massimo rappresentante dello stato centrale sull’isola è oggettivamente terreno di contesa politica (proprio perchè l’atto di dedicare una targa ad un proprio funzionario, da parte di un apparato statale, è un fatto politico in sè), si percepisce che questo atto appare meno giustificabile dell’omicidio stesso. Oltre alla semplice retorica del “rispetto dei morti”, non c’è in questo nè una contraddizione, nè un atavico senso del rispetto, pseudo-religioso: sarebbe comodo gettare su una forma di (legittima) resistenza l’ombra dell’etica primitiva: questi selvaggi isolani hanno un profondo senso della morte...

In realtà, credo si tratti del riconoscimento del diritto al lutto come fatto privato, e, in una certa misura, persino come fatto pubblico.

Ma voglio riprendere il filo un po’ disordinato dei pensieri che mi ha suscitato la vicenda. 


Mostri

Nella sua saga sugli zombie, George Romero ha messo in scena magistralmente due elementi fondamentali della politica del lutto: la demarcazione fra chi è piangibile e chi non lo è informa e investe la segmentazione della società in classi sociali, in gruppi razziali(zzati); l’esistenza delle persone non finisce con la morte, nè quando il lutto è un fatto ammissibile, organizzato e codificato, nè quando è negato. Nel primo caso, ovviamente, il compianto vive nel ricordo altrui, nelle tracce fantasmatiche delle relazioni che ha intrattenuto, nella celebrazione. Nel secondo caso, riaffiora inevitabilmente nell’ambito del patologico (il classico esempio è quello della malinconia omosessuale[7]). Nel secondo film della “serie”[8], l’epidemia di morti che ritornano in vita si scatena in un contesto di scontro fra il potere bianco, incarnato dalle forze speciali di polizia, e le minoranze ispaniche e nere. Lo Stato americano ha approvato leggi speciali che regolamentano la sepoltura dei cadaveri, che vengono resi inoffensivi. Gli abitanti dei ghetti si oppongono, nascondendo i propri morti, e rivendicando proprio il diritto al lutto. La negazione di questo diritto è, in questo gioco di forze sociali contrapposte, la causa del diffondersi dell’epidemia, cioè il secondo elemento di cui sopra, il patologico. Un patologico mostruoso, al confine fra umano e animale, fra la vita e la morte.zombie

Il doppio regime cui sono sottoposti gli zombie (tutelati e protetti dai parenti che vedono in loro le persone vive che conoscevano, ricercati e trucidati dalla polizia che vi vede “soltanto” dei morti ribelli) parla della loro “natura” liminare, appunto. Che i morti viventi siano esseri situati sul crinale fra la vita e la morte è in fondo una tautologia. Quello che mi pare interessante è piuttosto il fatto che vengano collocati, da parte del regista, nella zona di indistinzione fra il piangibile e l’impiangibile. Anzi, non è la morte fisica il punto di passaggio, il punto di contesa decisivo fra soggetti ammessi al discorso politico, alla legittimazione sociale, allo status di reale, in definitiva allo status di umano. Uno dei punti nodali è l’accesso al lutto. Le classi subalterne dell’america razzista di Romero, rimosse dal discorso dominante, tornano dunque sottoforma di mostri che puntano dritto ad uno dei centri nevralgici della produzione di senso della società statunitense (il centro commerciale).

La differenziazione dell’accesso al lutto, naturalmente, può essere più sottile. Può potenziare rapporti di forza storici e contingenti, come mostra Butler:

Uno statunitense di origine palestinese che di recente ha presentato al ‘San Francisco Chronicle’ i necrologi per due famiglie palestinesisterminate dalle truppe israeliane, si è sentito rispondere che non possono essere accettati necrologi senza che ci sia una prova certa dell’avvenuta morte. La redazione del ‘Chronicle’ ha poi aggiunto, tuttavia, che poteva essere accettata la formula in memoriam, e che quindi i necrologi dovevano essere riscritti e ripresentati nella forma di memoriali. Anche questi memoriali sono stati rifiutati, con la motivazione che il giornale non intendeva offendere nessuno. Dobbiamo chiederci: a quali condizioni il pubblico cordoglio rappresenta un’’offesa’ per il pubblico stesso?  [...] Forse queste morti non sono considerate delle vere morti, e queste vite non sono ritenute degne di lutto, perchè si tratta di palestinesi o di vittime di guerra? Che relazione c’è tra la violenza che ha distrutto queste vite, indegne di lutto, e il divieto posto al loro pubblico cordoglio? La violenza e il divieto non sono due facce della stessa medaglia?”[9]


Cavie

Questo percorso tocca, per ora in modo distratto, il tema della piangibilità degli animali, e quello della distinzione fra umano e non umano. Mi torna alla mente un fatto di alcuni anni fa, che ha cortocircuitato – al di là delle intenzioni dei protagonisti – la sacralità del corpo umano, il diritto al lutto, e la vulnerabilità dei corpi animali sottoposti a sperimentazione scientifica.

A Newchurch, in Inghilterra, nell’ambito di una campagna di pressione animalista contro un allevamento di cavie per la vivisezione, avviene un fatto insolito. Nell’ottobre 2004 viene trafugato il corpo di una parente dei proprietari dell’allevamento[10]. Che cosa hanno fatto gli animalisti, al di là delle loro intenzioni? Credo abbiano sollevato una contraddizione sul valore dei corpi a seconda della specie di appartenenza: il corpo umano, specie se di un dirigente di industria o di un (parente di) proprienewchurchtario di allevamento, è inviolabile ben oltre quanto suggerito dalla sua sensibilità, dal suo essere senziente, dalla sua capacità di provare piacere o dolore; il corpo animale è violabile nonostante la sua sensibilità. Prendo per buona questa distinzione, in realtà un po’ fuorviante, fra umani e non, poichè dovremmo parlare di corpi sperimentabili e corpi sperimentanti, di chi può e chi non può fungere da cavia. Ad ogni modo, il corpo del manager o dell’allevatore è un centro di aggregazione di simboli, di potere, di tutela anche quando è inerte, anche in quanto semplice spettro di relazioni terminate con la morte; il corpo delle cavie che in quel momento erano segregate – vive – negli stabulari o nell’allevamento non erano degne di un dibattito sulla legittimità del loro utilizzo. Gli animalisti hanno opposto, alla violenza scientifica, un paradigma laico che suscita in me assonanze, affinità. Vedete? Un oggetto senza vita è più importante di migliaia di vite in gioco, solo perchè il primo è umano, e le altre sono animali (e che animali: perlopiù topi, ratti e porcellini d’india...). Di nuovo, una questione di lutto e di chi ne è degno.

Eppure, questa storia è laica, troppo laica: è possibile davvero confrontare fino in fondo il valore simbolico di questi corpi? L’azione animalista è efficace nella misura in cui rileva la contraddizione. Ma sembra suggerire anche uno scambio: vivi contro morti. Questo scambio, implicitamente indicato, sembra costruito sulla messa in discussione di un lutto privato, un lutto che non ha chiesto di essere pubblico (questo spiega forse perchè da una parte l’azione fu efficace, mentre dall’altra attirò le accuse di “terrorismo” sull’animalismo radicale e la conseguente repressione). Dopotutto, nessuno ha voluto, fino a quel momento fare della salma di una parente di un allevatore una bandiera della pratica vivisettoria. Contrariamente a quanto è stato fatto con Erich Priebke.

 

Di ritorno ad Albano Laziale

Ecco, torna continuamente questo “caso Priebke”, su cui voglio prendere posizione per dire che, in fondo, se si sceglie di esibire un dolore privato come lutto pubblico, esso diventa un fatto politico, e con ciò diventa legittimo terreno di scontro. E allora se ne devono accettare le conseguenze, senza strumentalizzare il diritto al lutto. Fra queste conseguenze, credo che insulti e sputi siano il minimo per l’ideologia nazi-fascista.

C’è di peggio, però. Il tentativo di stigmatizzare gli sputi è il tentativo di spingerli fuori dell’agibilità politica. Facendosi schermo della pietas, i fascisti possono quindi non solo ripetere la propria litania qualunquista per cui gli opposti estremismi godono di un medesimo status o degli stessi diritti (fascismo e antifascismo come facce della stessa medaglia...). Essi possono affermare, agitando uno spettro nella pubblica piazza, che se non c’è spazio per l’apologia dell’orrore nazista, non ci deve essere neppure per l’antifascismo.



[1]  Cfr. Judith Butler, Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo, Meltemi, Roma 2004, tr. it. a cura di O. Guaraldo; e J. Butler, La rivendicazione di Antigone. La parentela tra la vita e la morte, Bollati Boringhieri, Torino 2003, tr. it. I. Negri.

[2] Cfr. James Stanescu, Species Trouble: Judith Butler, Mourning, and the Precarious Lives of Animals, in “Hypatia”, vol. 27-2, agosto 2012, pp. 567-582. Traduzione italiana in corso di pubblicazione per la rivista “Liberazioni” (www.liberazioni.org).

[3] Che, come dice un mio amico, non è un tragedia, ma un crimine di guerra (http://asinusnovus.net/2013/10/06/il-naufragio-di-lampedusa-una-tragedia-no-un-crimine-di-guerra/).

[4] Alessandra Colla, Pietas l’è morta, 16 ottobre 2013.

[7] “Finchè i legami omosessuali non vengono riconosciuto all’interno dell’eterosessualità normativa, essi non si costituiscono soltanto come desideri che affiorano e in seguito diventano proibiti. Si tratta, al contrario, di desideri banditi fin dall’inizio. E quando emergono lontani dalla censura, possono portare con sè il marchio dell’impossibilità, rappresentando il come se, l’impossibile nel campo del possibile. Come tali questi legami non possono essere pianti apertamente. Si tratta, allora, non tanto del rifiuto di piangere (una formulazione che afferma la presenza di una scelta), ma di una negazione del lutto resa possibile dalla mancanza di convenzioni culturali per dichiarare la perdita dell’amore omosessuale” (J. Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”, trad. it. S. Capelli, Feltrinelli, Milano 1993, p. 178).

[8] George A. Romero, Dawn of the dead, 1978.

[9] J. Butler, Vite precarie, pp. 56-57.

[10] Si veda per es.: http://www.zenit.org/it/articles/gli-animalisti-ottengono-successi-nella-loro-battaglia-intimidatoria. Un atto analogo, che qui non viene discusso, è quello della profanazione della tomba di famiglia dei Vasella in Svizzera nell’ambito della campagna mondiale antivivisezionista SHAC. In entrambi i casi, l’intento è sostanzialmente “intimidatorio”, mirato cioè ad aumentare la pressione sulle attività economiche correlate agli obiettive delle campagne.

Pubblicato in Articoli
Lunedì, 28 Gennaio 2013 12:57

La giornata della memoria: qualche spunto

In occasione della Giornata della Memoria, vi segnaliamo alcune riflessioni sul tema tratte da fonti diverse:

- "Dove stiamo con i diritti", di Egon Botteghi, da anguane.noblogs.org

- "Il barbaro assassinio del mio amore", Pierre Seel, da triangles-roses-photos.blogspot.it

- "Progetto T4: lo sterminio dei disabili", Michele Pacciano (a cura di), da storiaxxisecolo.it/

persecuzione delle lesbiche sotto il nazismo
(foto: olokaustos.org)
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Pubblichiamo questo articolo della storica Elizabeth Hardouin-Fugier (autrice di numerosi libri sul rapporto fra umani e non umani), per fare chiarezza nel dibattito, assai viziato da pregiudizi storici e storiografici, che non cessa di imperversare fra attivisti attorno al ruolo che il regime nazista avrebbe avuto nella protezione per via giuridica dei non umani  e sui presunti fondamenti ideologici di tale azione.

Fonte Liberazioni




La protezione legislativa degli animali sotto il nazismo 

di Elizabeth Hardouin-Fugier
  


Il fantasma di Goebbels avrà di che rallegrarsi: nel terzo millennio si trovano ancora degli autori che utilizzano la sua propaganda e, meglio ancora, che la diffondono! Riversandosi nel vuoto lasciato dagli storici del nazismo in materia di legislazione sugli animali, si può scrivere e proclamare a gran voce in Francia, ma anche in Svizzera, in Italia in America o in Germania, una evidente falsità: che Hitler abbia soppresso la vivisezione, affermazione derivata direttamente dalla propaganda nazista, e che occorre demistificare. 

Le Nouvel Ordre écologique di Luc Ferry è apparso nel 1992,[1] lo stesso anno del Summit mondiale sullo stato del pianeta di Rio, da cui presero avvio le polemiche sull'ecologia. In Svizzera le argomentazioni di Ferry sulla questione animale arrivarono tempestivamente per il referendum concernente l'abolizione della vivisezione che fu messo ai voti il 7 marzo 1993. Il "Corriere della Sera" del 19 ottobre 1992, molto letto nel cantone Ticino, espose le conclusioni del libro di Ferry sui supposti legami fra protezione degli animali e nazismo, argomento che fu largamente ripreso dalla campagna di stampa che precedette il voto. 

Ciò che porta Ferry a trovare un nesso fra nazismo e compassione verso gli animali è la legislazione a protezione degli animali approvata dal governo di Hitler, e particolarmente la legge del 24 novembre 1933 ( Tierschutgesetz). La breve sezione I di questa legge (9 righe in 2 capoversi) intitolata Tierquälerai (tortura o maltrattamento inflitto agli animali) introduce un nuovo criterio di valutazione della sofferenza animale: "è vietato tormentareinutilmente un animale o maltrattarlo brutalmente"[2] (sottolineato dall'a.). Il secondo capoverso definisce "l'utilità" dei maltrattamenti. La seconda sezione (Prescrizioni per la protezione degli animali) è un catalogo di 14 maltrattamenti inflitti agli animali, per esempio l'asportazione delle cosce delle rane ancora vive (linea 12). La sezione più lunga (III, Sperimentazione su animali vivi), concerne una delle più importanti polemiche del XIX secolo, quella sulla "vivisezione". Le sezioni IV e V, meramente giuridiche, precisano le modalità di applicazione della legge, che qui designeremo come "legge 24 nov. '33". 

È facile dimostrare che il regime di Hitler si impadronì dal 1933 della questione della tutela legislativa degli animali, così come dell'insieme delle istituzioni civili, intellettuali e culturali tedesche al fine di presentarsi come un fautore dell'umanesimo (cfr. infra, Cap. I). Non si tratterebbe in questo caso che di un artificio propagandistico fra molti altri, se esso non avesse conosciuto a tutt'oggi un seguito inaspettato. Molti autori francesi fanno riferimento in particolare a Des Animaux et des Hommes, pubblicato da Ferry nel 1994 in collaborazione con Claudine Germé, prendendo per oro colato il mito di una presunta zoofilia nazista, incaricandosi di amplificarla e di trarne le dovute conclusioni: è ciò che vedremo nel cap. II. 

I "IL NOSTRO FÜHRER AMA GLI ANIMALI" 

1. Dalla teoria alla pratica 


Nel momento della presa del potere (1933), i nazisti si impegnano a costruirsi un'immagine virtuosa. Sin dal 2 febbraio del 1933 Hitler proclama: "possa Dio onnipotente prendere il nostro lavoro sotto la sua protezione, orientare la nostra volontà, benedire la nostra intelligenza e concederci la fiducia del popolo perché noi vogliamo combattere non per noi stessi, ma per la Germania".[3] Joseph Goebbels, ministro della propaganda, riferisce nel suo Diario come si adoperò, dal marzo del '33, per dare un' immagine positiva di Hitler come uomo privato, conosciuto sino ad allora solo come uomo politico. Hitler è un uomo "tanto semplice quanto buono", "che pensa solo al suo lavoro e ai suoi doveri", "alla mano, amante dei bambini". Da un lato l'amore per la natura, molto diffuso in Germania, particolarmente fra i vecchi membri dei Wandervoegel (Uccelli Migratori, movimento giovanile molto popolare), dall'altro l'amore per gli animali, sembravano essere le caratteristiche di ogni brava persona. Nelle sue Conversazioni a tavola Hitler si proclama Tierliebhaber (di solito tradotto come "amico degli animali"[4] ma, più propriamente, amante unicamente dei pastori tedeschi. Un Führer non accetterebbe di farsi fotografare, sia pure da Hofmann (divenuto il fotografo ufficiale di Hitler), in compagnia dei maltesi di Eva Braun, buoni solo per una donna. In una serie di cartoline postali molto popolari, il fotografo "sorprende" Hitler che esce credendosi inosservato da una chiesa – una croce si profila al di sopra del suo capo scoperto- mentre accarezza dei bambini o che medita, immerso nella natura, in compagnia della sua cagna Blondie. 

I testi di Hitler sugli animali sono pochi. In Mein Kampf , alcuni riferimenti servono, tramite l'esempio della natura, a giustificare la teoria razzista, la selezione naturale e la violenza. C'è anche qualche storia di cani, al fronte, per esempio, talvolta riportate da Baldur von Schirach, in cui il cane, regalato da Hitler, saltava su chiunque facesse il saluto nazista! Si sa inoltre, tramite Albert Speer, che il Führer era solito annoiare i suoi ospiti nello chalet di Obersalzberg con le sue interminabili tirate sui cani-lupo. Nelle citate "Conversazioni a tavola" meticolosamente raccolte in 500 pagine per gli anni 1941 e 1942, la parola "animale" ricorre 18 volte; oltre ad alcune rudimentali giustificazioni del neodarwinismo ("i gatti non hanno pietà per i topi"), due passaggi più lunghi (pp. 241/2 e 431/2) espongono la dieta vegetariana come regola igienica, poi viene l'inevitabile elogio di Blondie. 

"Nel nuovo Reich non dovrà più esserci posto per la crudeltà verso gli animali".[5] Se questa è la teoria, la realtà è ben altra: "felicità per Blondie-Hitler, dolore per 'Minet' Klemperer, che ha un padrone ebreo! " Victor Klemperer, cugino del celebre direttore d'orchestra, che poté restare in Germania in quanto coniugato con una Ariana, testimonia un fatto poco conosciuto: "mi fu tolto il diritto di versare una quota per i gatti alla Società per la Protezione degli Animali visto che, nella 'Istituzione tedesca dei gatti' (come ormai si chiamava il bollettino della Società, divenuta organo del Partito) non c'era posto per le creature 'perdute per la specie' (Artvergessen) che vivevano con gli ebrei. In seguito del resto i nostri animali domestici, gatti cani e finanche canarini, ci sono stati tolti e uccisi: non si trattò di casi isolati, di sporadiche crudeltà, ma di interventi ufficiali e sistematici; è una delle crudeltà di cui nessun processo di Norimberga ha mai reso conto... ".[6]

2. La legge sulla protezione degli animali 

Le leggi e i decreti successivi sugli animali rientrano nel quadro di allineamento - Indoktrinierung[7] – di tutte le strutture della società civile all'ottica nazista, il cui esempio più celebre è il rogo dei libri proibiti, chiamato autodafé. È curioso che la legge del 24 nov. '33 sulla difesa degli animali non sia mai stata citata dagli storici come un perfetto esempio di irregimentazione tramite una iniziale persuasione fino a che, l'11 agosto del 1938, le associazioni animaliste furono unificate in una struttura ispirata ai principi nazisti, la cui branca felina è ricordata da Klemperer. 

La legge 24 nov. 1933 si inserisce in un "torrente legislativo", esteso a tutti i campi, che dilaga dalle strutture amministrative naziste a partire dal 1933. Durante undici mesi di attività il solo gabinetto di Hitler produsse cinque tomi per 2839 pagine. Nell'aprile del 1933 il Bollettino Ufficiale del Reich ha pubblicato circa trenta leggi sugli argomenti più disparati. Il giurista tedesco Hubert Schorn[8] ha dimostrato come la frenesia legislativa nazista non è che un artificio al fine di impadronirsi del potere politico: quei testi, spesso anodini, talvolta apprezzabili (classi sovraccariche, tutela della maternità), sono la maschera di una ben diversa realtà. Schorn ritiene che a partire dal 1934 si installò un sistema di illegalità nascosto dietro un giuridismo esasperato: Ulrich Linse si riferisce allo stesso fenomeno per quanto riguarda le leggi per la protezione di una natura la cui distruzione era in pieno corso.[9] Per quanto riguarda gli animali, i regolamenti sui mattatoi del 21 aprile 1933 (quattro paragrafi) e la modificazione del vecchio codice penale (16 maggio 1933) precedono, oltre ad altri testi, la legge 24 nov. '33, che Ferry presenta con insistenza come creazione personale di Hitler. 

È chiaro che una dichiarazione di Hitler a favore della protezione degli animali sarebbe stata propagandata infaticabilmente dal coro dei suoi adulatori e posta come criterio di riferimento obbligato per i giuristi, a cominciare da quelli del suo gabinetto. Ma non fu così. Il primo commentatore della legge del 24 nov. 1933[10] fornisce come sua unica "giustificazione" (Begrundung) la volontà del popolo di proteggere gli animali. Parimenti le tesi di diritto sulla legislazione animale scritte sotto il nazismo, si limitano a far riferimento, raramente, ad alcuni passaggi del Mein Kampf per giustificarne la concezione del mondo. Non vi viene menzionato alcun testo di Hitler sulla difesa degli animali, nonostante la riverenza ossequiosa e doverosa che viene tributata al Führer; né alcun riferimento compare nel lungo Kommentar di Giese e Kahler sulla legge del 24 nov. 1933, intriso di giustificazioni, secondo la tradizione del diritto tedesco. I discorsi di Hitler, che sono stati pubblicati integralmente, non sembrano contenere il termine "animale".[11] Tanto meno l'argomento compare nelle raccolte più importanti di sentenze e pensieri del Führer, pubblicate dalla propaganda nazista, e che abbracciano tutti i possibili domini, etici, religiosi e culturali. Ci sia permesso pertanto di imitare san Tommaso e credere solo ai documenti visibili, aspettando la rivelazione degli invisibili. È possibile che Hitler abbia speso due parole per approvare la legge da lui firmata il 24 nov. '33, ma dalle nostre ricerche non è possibile credere alle ripetute affermazioni di Ferry, che non riporta mai i riferimenti specifici, sul ruolo personale svolto da Hitler nella questione della protezione degli animali; per esempio:

Hitler ne faceva un fatto personale; 

... evitare la crudeltà verso gli animali. È in nome di questa volontà che stava a cuore ad Hitler in persona [che sono state promulgate le leggi di protezione]; 

... non è un caso, in tal senso, che noi dobbiamo ancora oggi al regime nazista ed alla volontà personale di Hitler, le due legislazioni più elaborate che l'umanità abbia conosciuto in materia di protezione della natura e degli animali; 

Hitler terrà personalmente a seguire l'elaborazione di questa gigantesca legge (più di 180 pagine!).[12]

Del resto è noto da molte testimonianze quale orrore manifestasse il Führer per l'amministrazione e il lavoro legislativo: "Nel quadro di un procedimento tanto farraginoso quanto inefficace, [Hitler] imponeva un viavai fra i ministeri, finché non si trovasse un accordo sulle proposte. Solo a questo stadio, e sempre con la riserva che egli ne approvasse lo spirito come gli era stato brevemente riassunto, Hitler firmava il testo, normalmente senza darsi la pena di leggerlo, e lo trasformava in legge".[13]

La legge del 24 nov. 1933 è in realtà il risultato di una lunga concertazione fra i vari sostenitori della protezione degli animali, la quale giunse ad un testo comune redatto verso il 1927, sotto la direzione del giurista Fritz Korn.[14] Da quel momento tale proposta di legge venne più volte rinviata tra le assemblee regionali e il parlamento del Reich, ognuno dei quali si dichiarava incompetente. Nel 1933, ancora una volta e sembra molto rapidamente, il progetto viene inviato al nuovo governo e arriva nel gabinetto di Hitler. Le commissioni giuridiche, sovraccariche di lavoro, trovarono il testo "già pronto nel cassetto", secondo una testimonianza, raccolta nel 1970, del prof. A. Ketz, che aveva preso parte ai lavori preparatori della proposta prima del 1933.[15] I giuristi nazisti utilizzarono evidentemente questo lavoro legislativo, considerevole nonostante la sua brevità, che sarebbe stato impossibile da elaborare in così breve tempo. Nella sezione II (catalogo dei divieti) sono recepite le richieste di numerosi autori di molto precedenti. I nazisti colgono evidentemente l'occasione per centralizzare sotto il loro comando le associazioni per la protezione degli animali. Comunque la legge del 24 nov. 1933 realizzò finalmente l'unificazione giuridica e il raggruppamento dei dati in un unico testo di riferimento, cosa che da tempo era auspicata dai giudici; la redazione fu precisa e le sanzioni vennero aggravate: la lista dei divieti, ormai resi penali, verrà percepita come una vittoria senza precedenti. Di fatto però la giurisprudenza del periodo nazista non sembra mostrare alcun cambiamento nel trattamento degli animali; tuttavia la legge del 24 nov. 1933 strombazzata oltre le frontiere, ricevette in Francia un accoglienza favorevole. Il ministero nazista della propaganda fece tesoro di questo successo internazionale, alcuni alti capi di partito, come Himmler, proclamarono questa legislazione come una prova dell'alto grado di civiltà della Germania nazista e anche se non sembra che Goebbels sia intervenuto personalmente nel testo della legge, l'obiettivo esplicito della sua propaganda dal 1933 – dare un volto umano al Führer – era perfettamente raggiunto. Più di mezzo secolo dopo, questo "volto umano" si arricchisce ancora, grazie a Ferry, " di una volontà di evitare la crudeltà contro gli animali, che gli stava personalmente a cuore".[16] Göring ha fatto di meglio. Il suo scoop: "i nazisti hanno eliminato la vivisezione", lo ritroviamo nella Francia del 1999 a la firma di Paul Ariès: "I nazisti, proprio loro, erano antivivisezionisti".[17]

II NASCITA E CRESCITA DI UN MITO 

1. Le incredibili mistificazioni di Luc Ferry 


Nel suo libro del 1994, Des Animaux et des Hommes, Ferry pubblica (p. 513) un frammento dell'edizione del 1939 delKommentar traducendo le prime nove righe (e mezzo) della pagina 19. Ferry intitola tale estratto "Articolo I della legge del 24 novembre 1933 sulla protezione degli animali: crudeltà verso gli animali, Berlino, 24 novembre 1933". Ferry pone sotto questo frammento la firma di Hitler, "del ministro della giustizia dott. Gurtner, del ministero dell'interno e del ministero per la sicurezza Göring". È evidente che tali firme non figurano sotto questo frammento del Kommentar, scritto da Giese e Khaler. Per di più, Göring non ha affatto firmato la legge del 24 nov. '33, come appare dalla Gazzetta Ufficiale tedesca del 25 novembre 1933. Attribuendogli un tale titolo e tali firme Ferry fa passare il commentario come se fosse la legge. Un passaggio del suo libro del 1992[18] riporta la stessa imprecisione, confusione o mistificazione. Insomma Ferry confonde il commento con la legge di cui non cita né analizza alcuna parte. Certo un commento esplica una legge più diffusamente delle circolari applicative, ma non può essere spacciato come la legge, la quale del resto è pubblicata in extenso alle pagine da 262 a 268 del Kommentar che proprio alla pagina 19, citata da Ferry, rinvia alla Gazzetta Ufficiale tedesca (RGBL, S. 987); sorprendentemente numerosi rimandi alla Gazzetta sono estratti da Ferry e spostati in note a piè di pagina.[19] A prima vista questa pseudo-erudizione impressiona i lettori. Io stessa ne sono stata così colpita che ho consultato i Reichsgesetzblatt, reperibili a Parigi! 

Abbiamo visto come a partire dal 1992, Ferry attribuisca alla legge del 1933, che egli non conosce, "un'ampiezza non paragonabile a nessun'altra";[201] nel 1998 e in una pubblicazione dell'UNESCO, ne precisa la lunghezza: "Hitler ci terrà a seguire personalmente questa gigantesca legge (più di 180 pagine)".[21] La palese inverosimiglianza di una simile informazione non ha scoraggiato i suoi seguaci.[22] Jean-Pierre Digard,[23] fra gli altri, consiglia ai suoi lettori di riandare "ai testi legislativi del III Reich riuniti da Ferry e Germé". 

Ancora più spettacolare è il risalto che viene dato alla firma di Hitler in calce alla (pretesa) legge del 24 nov. 1933 (al posto della firma degli autori effettivi del Kommentar!). Il fatto che Hitler firmasse le leggi è una semplice conseguenza giuridica della presa del potere del 30 gennaio 1933, la quale diede ad Hitler un potere legislativo anche più ampio a partire dall'aprile dello stesso anno; si tratta di un fatto meramente politico, che non denota affatto un interesse particolare del Führer per la questione animale. Questa messa in scena di un'ovvietà giuridica serve evidentemente a collegare un testo con un personaggio la cui memoria suscita orrore. È quasi incredibile che una tale mistificazione abbia potuto impressionare chicchessia, ma così è stato per esempio nel caso di Djénane Kareh Tagier che, ne L'Actualité religeuse (15/7/1996, p. 24) scrive: "l'esergo della legge è firmato da Hitler"; il termine esergo, che non appartiene al linguaggio legislativo, tradisce il passaggio dal campo della realtà giuridica a quello dell'immaginario. 

L'unico riferimento di Luc Ferry al preteso interessamento personale di Hitler verso gli animali è costituito da un testo tardivo (1938) che apre l'edizione del 1939 del Kommentar. Krebs, capo del raggruppamento nazista di tutte le associazioni per la protezione degli animali, lo presenta come una "direttiva del nostro Führer", commentando così: "nel nuovo Reich non deve più esserci il minimo spazio per la crudeltà contro gli animali". A partire da questo riferimento unico e frutto della propaganda nel momento in cui furono abolite tutte le associazioni animaliste, Ferry ne fa una "formula di Hitler (sic) che inaugura la Tierschutzgesetz".[24] Secondo Le Point,[25] la frase sarebbe presa da un "discorso di Hitler" (sic!) ma non si da alcun riferimento. Secondo Ferry, Hitler avrebbe fatto di questa legge "una questione personale" o ancora: "Hitler ci terrà a seguire personalmente l'elaborazione di questa gigantesca legge". L'immaginazione di Ferry non è da meno per quanto riguarda la vivisezione. 

2. L'animale nell'universo nazista 

A partire dalla fine dell'agosto 1933, Göring lancia lo scoop di una pretesa soppressione della vivisezione, ben presto confermata dalla circolare provvisoria del 13 settembre '33, valevole per qualche settimana, fino alla promulgazione della legge del 24 nov. 1933, di cui prefigura la III sezione. Si sopprime il nome (vivisezione) ma non la cosa (sperimentazione su animali vivi). Lo scoop della soppressione della vivisezione è presentato abilmente come se si trattasse di un testo legislativo, o quantomeno ufficiale, che prevede pene severe per i trasgressori, passibili di campo di concentramento – sanzione che ha permesso senza dubbio la chiusura di alcuni laboratori e di sciogliere le turbolente associazioni contro la vivisezione che si definivano con questo termine. La novità fece immediatamente il giro del mondo, rilanciata dalle reti radiofoniche tedesche molto diffuse in America, e dalle associazioni animaliste. Nei fatti la legge del 24 nov. si rifà a disposizioni precedenti: l'obbligo di una autorizzazione per i ricercatori al fine di sorvegliarne strettamente la ricerca sperimentale, la raccomandazione ad impiegare l'anestesia ove possibile, la rapida eliminazione degli animali oggetto di esperimento, la limitazione degli esperimenti a scopo pedagogico, la pubblicazione dei risultati nelle sole riviste scientifiche, ecc. Ferry ritiene che l'attenzione dei nazisti verso gli animali da laboratorio sia "più di cinquant'anni avanti rispetto al suo tempo". Bisognerebbe scrivere piuttosto che è in ritardo di cinquantasette anni visto che la prima regolamentazione della materia, in Inghilterra, risale al 1876 seguita da due atti della Prussia del 22 febbraio 1885 e del 20 aprile 1930 e da parecchie altre legislazioni dei paesi europei. Luc Ferry allude con più prudenza riguardo all'accusa secondo la quale gli animalisti avrebbero plaudito alla sostituzione degli animali da laboratorio con gli uomini, in particolare nei campi di concentramento. Egli si accontenta di scrivere "l'assenso della più sincera zoofilia non si è limitata alle parole ma si è incarnato nei fatti",[26] e riserva alle sue numerose interviste la chiave di questa ultima terrificante conseguenza della protezione degli animali. La lettura dei processi di Norimberga in particolare quelli contro i medici, riportata da F. Bayle, rende giustizia di questa abominevole allusione: ci sono le prove di almeno tre laboratori di sperimentazione sugli animali istituiti all'interno dei campi e una cinquantina di testimonianze riportano come gli orribili esperimenti sui "soggetti umani" siano stati preceduti da molti esperimenti, spesso pubblicati, sugli animali.[27]

Ferry crede di vedere nella legge del '33 la fine dell'antropocentrismo: "Il fondamento non è più l'interesse dell'uomo: si riconosce che l'animale deve essere difeso in quanto tale (wegen seiner selbst)". Quest'ultima formula è effettivamente usata nel Kommentar. Si è detto come la legge del '33 derivi dall'intento delle associazioni animaliste di aprire una breccia nella vecchia concezione, l'unica accettabile ed accettata all'inizio del '900, il cui intento era solo quello di limitare le ripercussioni del maltrattamento degli animali sulla moralità umana. Tuttavia e in modo contraddittorio, il Kommentar mette immediatamente (p. 15) in guardia il suo lettore: la legge nazista, nell'assicurare una difesa dell'animale più efficace che nel passato, 

pone il problema di sapere se l'animale possa essere considerato suscettibile di avere una personalità giuridica tale per cui egli avrebbe un diritto soggettivo alla protezione... a questa domanda, bisogna rispondere di no, il portatore del diritto non può che essere l'uomo come singolo o come comunità, mai un animale... giuridicamente parlando, l'animale dovrà essere considerato come una cosa (als Sache gewertet)". 

Il danno arrecato ad un animale di proprietà di un terzo è preso in considerazione solo in quanto è oggetto del § 303 del codice penale, se l'atto non costituisce inoltre una forma di tortura. Dunque l'animale continua ad essere considerato come qualsiasi altro bene. Questa idea è sviluppata in seguito dai giuristi nazisti, i quali dimostrano la sottomissione giuridica dell'animale all'uomo (evidentemente ariano). È sufficiente qui citare l'opinione di Albert Lorz,[28] diventato lo specialista dei manuali di legislazione tedesca sugli animali fino ad oggi. Lorz scrive che è un'ovvietà morale il fatto che l'uomo possa usare ed abusare degli animali per i suoi propri fini. Per tradurre più esattamente, si dovrebbe usare l'espressione corrente nel diritto di proprietà: usare e abusare, che si esprime in un paio di coppie di verbi tedeschi: benutzen und abnutzen ebrauchen und verbrauchen, dove il secondo termine designa una ulteriore degradazione dell'"oggetto" che può arrivare fino al suo annientamento, cioè alla morte dell'animale, ma che paradossalmente esclude il missbrauchen, il maltrattare. Questa concezione dell'animale come mero oggetto di proprietà è vicina a quella del diritto romano: il che porterebbe, in una discussione più lunga, a rivedere una opposizione troppo semplicistica fra una tradizione nordica, che si pretende favorevole all'animale, ed una regione tanto illuminata quanto presuntamene cartesiana, che esalterebbe l'uomo. 

Quanto alla pretesa nazista di difendere tutti gli animali, compresi quelli selvaggi, nella quale Ferry vede un pericolo per l'umanesimo e l'umanità, è solo una fanfaronata della legge del 24 nov. '33 che, nella pratica così come nell'espressione, in effetti concerne i soli animali domestici, ad esclusione delle rane e dei pesci. Una rapida occhiata alla lista degli animali "nocivi" che si possono combattere in ogni caso, o alle "specie inferiori" che si devono privilegiare nella sperimentazione animale, basta a smentire la pretesa uguaglianza istituita dai nazisti fra tutti gli animali. 

Come si è visto, sin dall'inizio del testo del 1933, il criterio che rende accettabile per la legge la sofferenza è l'utilità. Questo elemento di soggettività, anche detto interesse dell'uomo, autorizza di fatto la sperimentazione animale che, senza questa clausola, non avrebbe potuto essere oggetto della terza sezione della legge. Il criterio dell'utilità finisce per rendere obsoleto il concetto di "pubblicità" del vecchio codice penale e lo rimpiazza: la crudeltà esercitata sugli animali era condannabile solo nel caso in cui si fosse perpetrata in pubblico, poiché allora la si considera come lesiva della sensibilità dei testimoni. Per torturare un animale senza essere sanzionati, bastava farlo di nascosto. 

La soppressione di un tale criterio è certo una vittoria pratica della difesa dell'animale, ma non una vittoria teorica. Infatti il criterio dell'utilità della sofferenza inflitta è stabilito in funzione dell'uomo e molto raramente dell'animale (per esempio una preoccupazione veterinaria), e la legge del 24 nov. '33 non è in realtà che una nuova sfaccettatura dell'antropocentrismo. Al criterio della pubblicità che, almeno, rifletteva una certa sensibilità nonché l'importanza accordata all'opinione pubblica, è sostituito quello di una valutazione del tutto arbitraria: chi giudicherà se il blocco di pietra con cui si carica un cavallo da soma è troppo pesante o se la corrida è indispensabile alla salute mentale dei suoi spettatori? Quali sono i criteri che stabiliscono l'utilità? Lungi dall'essere eliminato dai nazisti, come proclama Ferry, l'antropocentrismo trae un riconoscimento ufficiale dalla legge del 24 nov. del '33: ormai è l'utilità dell'uomo che supera ogni altra considerazione. Del resto è a questo partito giuridico che aderisce pienamente lo stesso Ferry, per quanto a sua insaputa, quando raccomanda, nel 1998, di evitare "inutili sofferenze"[29] agli animali. 

3. I seguaci di Luc Ferry 

Dalla pubblicazione del Nouvel ordre écologique numerosi autori hanno rilanciato le affermazioni di Ferry, in genere senza citare la loro fonte. François Reynaert enfatizza il vocabolario di Ferry scrivendo nel Nouvel Observateur che il Führer ha "imposto" la legge sulla difesa degli animali.[30] Nella sua tesi di giurisprudenza, sostenuta all'università di Nantes, Martine Leguille-Balloy arriva a scrivere: "non sarà il caso di ricordare che Hitler fu il più grande protagonista della protezione animale del nostro secolo?".[31] Nel 1993, Janine Chanteur nella sua difesa dell'antropocentrismo riprende l'argomentazione di Ferry: "la propensione [del nazionalsocialismo] è riconoscere un diritto agli animali piuttosto che agli uomini" esprime un pericoloso rovesciamento di posizioni. L'autrice non si chiede nemmeno se la sua affermazione sia verosimile: l'ammette come una evidenza; ancora più chiaramente Jean-Pierre Digard si esprime in questi termini: "con Hitler, spesso fotografato in compagnia dei suoi pastori tedeschi preferiti, e con la legislazione del terzo Reich, che fu più favorevole di ogni altra agli animali, lasciamo la finzione per la storia". Altri autori, in particolare cattolici,[32] mettono in guardia contro una legislazione a difesa dell'animale in nome della stessa falsità: così come Ferry, non si rendono conto che il Catechismo della chiesa cattolica (§ 2418) riprende il criterio della legge del 24 nov. '33, l'utilità della sofferenza inflitta agli animali, e ne estende la portata. 

L'ampollosità tipica del mito già presente in Ferry (una legge di 180 pagine, una bibliografia sugli animali di 600 pagine![31]) si amplifica in vario modo nei suoi imitatori. Janine Chanteur[34] l'attribuisce alla memoria collettiva tramite la formula: "ci si ricorderà" indicando che il fatto di cui si parla ("la propensione del nazionalsocialismo a riconoscere un diritto agli animali piuttosto che agli uomini") è un dato della memoria collettiva che è parte integrante di un patrimonio di conoscenze riconosciute da tutti, ammesso come evidenza cui non servono dimostrazioni, dunque diventato un assioma. L'amplificazione degli argomenti può raggiungere l'assurdo. Si legge, per esempio: "le legislazioni del 1933 e del 1934 nella Germania nazista erano le prime disposizioni legali di difesa dei diritti degli animali e di protezione della natura"; meglio ancora: "il nazionalsocialismo – il primo regime al mondo che abbia codificato la salvaguardia degli animale e della natura". Si potrebbe credere che queste affermazioni siano il frutto del ministero di Goebbels, ma in realtà queste righe provengono da articoli presentati come informativi, pubblicati nel 1999 nella stampa francese di grande diffusione da una giornalista e da uno dei genetisti francesi considerato una autorità in materia di etica.[35]

In questo saggio troppo breve abbiamo cercato di seguire le tappe di un tortuoso periplo di disinformazione. Partito da una base fittizia, la propaganda nazista, appoggiandosi su fondamentali confusioni e affermazioni senza fondamento, la dimostrazione accoglie premurosamente, da una ripetizione all'altra, delle esagerazioni mitiche, dei fatti improbabili. Il discorso diviene stereotipo, non dimostrabile poiché assiomatico. Bisognerà chiedersi per quali motivi si tenda a demonizzare il movimento per la protezione animale accostandolo ad un personaggio quale Hitler. Per ora ci basti constatare come la maggior parte degli autori impegnati in questo tentativo, che si tratti di stimati professori universitari, di giuristi, di filosofi, di religiosi cattolici, di scienziati, di giornalisti di quotidiani influenti, professionisti del pensiero e dell'informazione, tutti, senza la minima esitazione seguano la marcia di un processo di disinformazione che meriterebbe di diventare un caso da manuale.


Note
1. Luc Ferry Grasset, 1992 (da qui abbreviato in Ferry 1992)
2. Testo ufficiale nel Reichgesetzblatt , Gazzetta Ufficiale del Reich, n. ° 132 del 25/11/1933, pp. 987-988 e una colonna di p. 189. La traduzione del termine Tierquälerei può sembrare debole, l'uso comune, riportato dai dizionari più accreditati, è quello di tradurreQuälerei con tortura. 
3. Discorso radiofonico di Hitler del 1/2/1933, citato da Alfred Grosser, Hitler, la presse et la naissance d'une dictature , Paris, A. Colin, 1954, p. 134. 
4. Henry Picker, Hitlers Tischgespräche in Führerhauptquartier , 1941-1942, Stuttgart, Seewald Verlag, 1976; si propone anche la traduzione "amante degli animali". 
5."Prefazione" in Cl. Giese e W. Kahler, Das Deutsche Tierschutzrecht , Berlino, Freiburg, Otto Walter, 1939 (da ora abbreviato inKommentar ), citato da Ferry e Germé, Des Animaux et des Hommes , Paris, Librairie Générale francaise, 1994, in particolare pp. 506, 507, 513 e 514 (da ora abbreviato in Ferry 1994). Un altro scritto di Luc Ferry: "L'Europa delle nazioni di fronte ai diritti animali" inL'Etique du vivant , Denis Noble e J. -D. Vincent, UNESCO, 1998, sarà da ora citato come Ferry 1998. 
6. Victor Klemperer, La langue du III Reich , Paris, Albin Michel, 1996, Lipsia, 1995, p. 140. 
7. Si trova più spesso Gleichschaltung ("sincronizzazione"). 
8. H. Schorn, Die Gesetzgegung des National Sozialismus als Mittel des Machtpolitik , Frankfurt aM., Vittorio Klostermann, 1963, p. 19. 
9. Ulrich Linse, Okopax und Anarchie , Deutsche Taschenbuc Verlag, 1986, p. 50. 
10. Werner Hoche, Die Gesetzgebung..., op. cit . Heft I, p 702, 712; commenti ristampati nel Deutscher Reichsanzeiger und Preussischer Staatsanzeiger n. °28, 1/12/1933, poi nelle successive introduzioni di Giese, Reichsgesetzblatt , teil I, 25/11/1933, n° 132, p. 989. 
11. Max Domarus, Hitler Reden und Proklamationen , 1932-1945, Neustadt Schmid, 1962. 
12. Ferry 1992, p. 182; 1992, p. 206 e 1994 p. 514; 1992, p. 29; 1998, p. 73, nell'ordine delle citazioni. Questo tipo di dichiarazioni si ripete spesso, con delle varianti, per esempio in Le Point , "les animaux ont-ils des droits" 1/4/1995, pp. 85-90. 
13. Ian Kershaw, Hitler, essai sur le charisme en politique , Paris, Gallimard essais, 1995, p. 753. 
14. Fritz Korn, Die strafrechtliche Behandlung der Tierquälerai , Meissen, Bohlmann, 1928, e "Die Tierquaelerei in der Reichsprechung" in Archiv fur Rechtspflege in Sachsen, VI, 1929, pp. 331-340; anche F. Korn, Kommentar zur Reichs-Tierschtzgesetz vom 24 November 1933 . Meissen, Matthaus Hohlmann, senza data (forse dei primi mesi del 1934). 
15. Barbara Schröder, Das Tierschtzgesetz vom 24. 11. 1933 zur Dokumentation der Vorgeschichte und der Änderungvorschläge , Inaugural Dissertation zur Erlangung des Grades eines Doktors der Veterinaermedizin an der Freien Universität Berlin, 1970, pp. 9-11. 
16. 1992, p. 206
17. Golias , novembre-dicembre 1996, "les amis des bêtes", p. 36. 
18. Ferry 1992: "si trovano riunite, in circa trecento pagine, tutte le disposizioni giuridiche relative alla nuova legge, così come un'introduzione che espone i motivi 'psicologici' e politici di un progetto che, da allora, non ha trovato eguali" (p. 181). " Queste tre leggi, oltre a quella del Cancelliere, portano la firma dei ministri principalmente interessati: Göring, Gürtner, Darré, Frick e Rust" (p. 182). 
19. Ferry 1994, 6 rimandi p 512.
20. 1992, pp. 181-182.
21. 1998, p. 73. Ricordiamo che essa occupa 2 pagine e un terzo della Gazzetta Ufficiale tedesca.
22. Jean-François Six, " Existe-t-il un droit de l'animal? " in Pour une éthique du transport et de l'abatage des animaux de boucherie , 24/10/1995 paris, INRA, Interbev, pp. 3- 44; "L'animal est-il un sujet de droit? " in L'Homme et l'animal, un débat de societé , Paris, INRA editions, 1999, pp. 41-59. 
23. J. -P. Digard, Les Français et leurs animaux , Paris, Fayard, nota 73, p. 247. "Il nazionalsocialismo tedesco ebbe la legislazione più favorevole agli animali" afferma anche in "La compagnie de l'animal" in Si les lions pouvaient parler , a c. di Boris Cyrulnik, Paris, Gallimard Folio, p. 1054. 
24. 1992, p. 183.
25. Le Point 1/4/1995, p. 89.
26. 1992, p. 184.
27. Elisabeth Hardouin- Fugier, "L'Animal de laboratoire sous le nazisme", CD Rom Recueil Dalloz 19/2002 e sito internet Dalloz; François Bayle, Croix gammé contre caducée, les experiences humaines en Allemagne pendant la Deuxième guerre mondiale , L'auteur, 1950. 
28. Albert Lorz, Die Tiermisshandlund in Reichstierschutzgesetz , Gunsburg, Karl Mayer 1936, p. 39. 
29. 1998, p. 75.
30. Le Nouvel Observateur, n° 1460, 1992, p. 18. 
31. Evolution de la réglementation de protection des animaux dans les élevages en Europe . 2 aprile 1999. 
32. Tra gli autori che sottolineano il legame fra nazismo e difesa degli animali: Jean-François Six, op. cit., 1995, pp. 3-44; L'homme et l'animal, un débat de societé , 1999, pp. 41-59; Jean-Pierre Digard, op. cit., 1999, p. 215; René Coste , Dieu et l'écologie , éditions ouvrières, Paris, 1994, p. 33. 
33. 1992, p. 80 nota 9.
34. Janine Chanteur, Du Droit des bétes à disposer d'elles-memes , Paris, Le Seuil, 1993, p. 11. 
35. Sophie Gherardi "La Deep Ecology comme anti-humanisme" Le Monde des Débats , maggio 1999, p. 15; Axel Kahn, "Haro sur l'humanisme", L'Humanité , 30 dicembre, 1999, p. 12-13.

Nota

Questo studio di Elizabeth Hardouin-Fugier è tratto dal volume Luc Ferry ou le rétablissement de l'ordre, ou l'humanisme contre l'égalité di E. Hardouin-Fugier, E. Reus e D. Olivier, pubblicato dalle Edizioni tahin party (sul cui sito se ne può scaricare gratuitamente la versione integrale).
Il libro analizza severamente il personaggio e i metodi argomentativi di Luc Ferry, filosofo francese noto per i suoi interventi sui mass media contro l'ecologismo e i movimenti per l'uguaglianza animale, e campione dell'umanismo "alla francese".
In particolare, lo studio di Hardouin-Fugier mostra come la propaganda nazista sia stata oggi riciclata da filosofi, studiosi, giornalisti, con l'intento di difendere il dominio umano sul resto della realtà e diffamare coloro che invece lo contestano, operando un accostamento della questione ecologica ed animale alla dottrina nazista attraverso una alterazione e mistificazione vera e propria delle fonti storico-giuridiche. Questa pseudo erudizione è stata magistralmente smontata da Hardouin-Fugier. 

Traduzione: Brunella Bucciarelli
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Integralismo o solo coerenza e un po’ di logica
di Eva Melodia


A certe sparate (che direttamente o indirettamente ci chiamano in causa) potremmo certo non rispondere. Affermazioni viscose nel loro pressapochismo, che diciamocelo, ci scivolano addosso.
Giochi di parole - come in questo articolo dal titolo Il Nuovo Integralismo Vegetariano - dove il termine “integralismo” - da tempo strumentalizzato per delegittimare gli argomenti di tutti gli oppositori allo status quo - si mescola e rimescola in una nebulosa di non-materia argomentativa, perdendo senso e significato.

Per qualcuno, il privarsi ad esempio delle “prelibatezze” studiate ad arte nei laboratori di Mc Donald’s, non per vezzo, ma per ragioni di etica, ed esprimersi pubblicamente giudicando ingiusto un comportamento, sarebbe integralismo. Costoro associano tale denigrante etichetta anche all’intenzione di manifestarsi all’interno della società non come sudditi passivi, ma come persone intenzionate a migliorarla. Alla fine del panegirico scopriremmo che gli integralisti sono coloro che si espongono in prima persona per indurre un cambiamento in quei contesti dove si verificano gravi ed inaccettabili violazioni proprio di quegli stessi valori con cui l’umanità si riempie la bocca quando vuol far di sé la creatura più splendente della terra: senso di giustizia, pietà, compassione, solidarietà, e così via.

A rigor di logica però, tutto questo è semplice coerenza, sia come mezzo che come fine. Il sopracitato tentativo di disprezzare gli intenti e le istanze che stanno alla base della scelta vegan - visto che il veganesimo a differenza di tante altre cose, non comporta alcuna strage di innocenti, né malattie pandemiche, non induce nessuno in schiavitù, né causa la povertà sistemica di intere popolazioni - risulta quindi più che altro noioso da leggere e prendere in considerazione.
Eppure, in questo testo compaiono domande interessanti per definire e criticare proprio le stesse equazioni e asserzioni su cui si basano. Forse sono il frutto di un tentativo sbrigativo di dare una spiegazione a ragioni che sfuggono la mente media, sintonizzata di norma su tematiche quali risorse e consumo, talmente fossilizzate da farci immaginare sinapsi strette come in metrò all’orario di punta: impossibile scendere, impensabile fare un altro percorso.
Pur consapevoli del fatto che gli autori di tali domande non perdono certo il sonno in attesa di palusibili risposte, è doveroso ed interessante provare a rispondere.

"E allora ognuno è libero di tracciare la propria linea dove crede, ma senza pretendere di essere seguito dagli altri. «Lei non si aspetta troppo dall’umanità quando ci chiede di vivere senza lo sfruttamento delle specie, senza crudeltà? Non è forse più umano accettare la nostra umanità —anche se significa abbracciare il carnivoro Yahoo dentro di noi?». Elizabeth Costello se lo sente chiedere a una delle sue conferenze. Bella domanda, appunta Herzog: lo Yahoo è il bruto umanoide dei Viaggi di Gulliver, ma ha anche altri nomi. «Freud lo ha chiamato Es. Gli psicologi evoluzionisti ne rintracciano le origini nel Pleistocene, e i neuroscienziati sostengono che divide il suo tempo tra i lobi frontali e il sistema limbico»"

Facciamo finta che si tratti di un missunderstanding, un attimo di annebbiamento e rispondiamo molto semplicemente che l’umanità - intesa qui come l’essere (esseri di specie) umani non implichi in alcun modo essere portatori sani di un “carnivoro” (1) - ormai è nozione diffusa, non si spiega facilmente perché provare a resuscitare idee morte di vecchiaia e stenti!- e che se vivere senza crudeltà fosse una aspettativa eccessiva davvero in conflitto con la specie umana in quanto tale, anche pretendere società solidali e non oppressive sarebbe semplicemente ridicolo. Sarebbe ridicolo - diciamolo, sciocco - chiedere ai nazisti di non sfruttare ed essere crudeli rispetto ad etnie e popoli che hanno deciso di sottomettere, perché tale oppressione e crudeltà sarebbe di fatto un bisogno fisiologico, come insistono a dire tutti coloro che le oppressioni in qualche modo le vogliono giustificare se non addirittura finalizzare alla riuscita di loro abbietti intenti.

Lo abbiamo già suggerito più volte: sarebbe come chiedere a un bambino di smettere di fare la cacca.

Invece, gli umani non sono carnivori né - tanto meno -, appartengono ad un gruppo biologico vagamente assimilabile ai veri predatori. Non ne hanno le potenzialità anatomiche e fisiologiche, se lo raccontano e basta.
La crudeltà poi, che qui viene citata quale sorella eterozigota dell’ipotetico carnivorismo innato, è mal chiamata in causa. La predazione non è in assoluto crudele se non agli occhi degli animali empatici, capaci di codificare il concetto di crudeltà, di astrarre i termini della sofferenza, di giudicarne negativamente gli effetti, di identificare presenza e assenza di pietà: insomma, gli umani.
Essa quindi non è patrimonio genetico degli umani - che appunto non sono predatori -, ma patrimonio culturale dell’”umanità culturale” (negando completamente la competenza dell’ES, povero Freud) la quale pare avere storicamente indotto l’individuo umano alla carriera di predatore seriale instupidito, ma che lo stesso, è invece per sua natura potenzialmente capace di riconoscere e aberrare l’assenza di pietà e compassione negli atti che compie. La domanda corretta allora da porsi è un’altra: perché mai dovremmo accettare una identità falsa ed adeguarci attraverso una integrazione sociale e culturale ispirata a millenni di falsità? Che interesse abbiamo ad abbracciare una cultura fondata su menzogne e che implica ciò che noi, in quanto umani, giudichiamo crudele? Ai meno ingenui la risposta risulta scontata.

Andando oltre e sorvolando completamente su come e quanto Hitler fosse vegetariano e/o animalista, troviamo una altra domanda più che lecita se le sue fondamenta fossero esatte:

"come si fa, ad esempio, a sostenere che il rispetto per gli animali misuri il grado di una civiltà, dopo quel che è accaduto col Terzo Reich?"

Forse grazie alla diffusione delle informazioni e delle immagini, non lo sappiamo con certezza, i parallelismi tra questione animale e nazismo si fanno oggigiorno via via più facili e frequenti. Infatti, così come qualche riga fa suggerivamo noi l’inconsistenza del ritenere che sia “chiedere troppo all’umanità” in relazione al nazismo, così l’autrice dell’articolo richiama in causa l’olocausto degli ebrei. Normalmente si scadrebbe nel cercare di negare che il Terzo Reich (e corollario vario) avesse il minimo interesse verso gli animali, ma grazie al cielo lo sviluppo delle tematiche antispeciste si è fatto più audace e capace di sottolineare senza timori che lo sfruttamento e la predazione - possiamo assolutamente chiamarla così - che i nazisti misero in atto nei confronti del popolo ebraico, non era in alcuna maniera un atto legato ad un bisogno di natura fisiologica. Non si trattò affatto e in nessun modo di una espressione massima della crudeltà innata umana. L’oppressione finalizzata al dominio del nazifascismo fu definita da prassi politica, fu quindi un atto politico cui seguì l’innesco di una macchina militare della morte; fu il frutto di una decisione razionale, argomentata e motivata tanto bene da ricevere l’adesione ideologica di decine di migliaia - come minimo - di persone. Bisogna capire e accettare che tutto nacque “a tavolino” per innescare, alimentare e accrescere lo sfruttamento dei corpi e delle risorse accumulate dagli ebrei. La culla dell’olocausto fu dunque un ambito dell’esperienza umana dove pietà ed eventuale crudeltà non sono emotivamente stimolate (né dunque davvero implicate se non come lontane astrazioni), cioè l’analisi di un problema e la ricerca di una soluzione. Crudeltà e pietà vennero chiamate in causa solo quando la predazione fu fattivamente messa in atto, ma l’innesco fu puramente politico. 

Dobbiamo allora considerare che l’utilizzo del termine “animali” ha sostanzialmente due intenzioni comunicative principali.

La prima, denota una categoria biologica che deve distinguere genericamente gli individui viventi dai vegetali, mentre la seconda, ad uso comune, identifica tutti gli individui viventi che non sono di specie umana, e proprio perché questa seconda accezione non ha precisa intenzione di categorizzazione biologica, essa ha necessariamente intenzione di altra categorizzazione, cioè  (e pressoché sempre) porre il confine tra noi e loro, tra la nostra identità umana e l’identità altra, (in fin dei conti e nei fatti) quella che potremmo chiamare l’identità morale/politica definendone il peso e la misura.
Quello che la domanda nell’articolo sembra non cogliere, e che naturalmente rispecchia l’atteggiamento diffuso, è che quando si parla di “civiltà” rispetto al “trattamento degli animali”, il termine “animali” è usato nella sua seconda possibile accezione sopra menzionata, (se così non fosse, implicherebbe anche gli umani), quella con cui si traccia il confine tra il Noi e il Loro morale, a supporto e giustificazione della distinzione tra il Noi e il Loro politico.

Ecco spiegato come la domanda dell’autrice non sia pertinente: il Terzo Raich e il trattamento dedicato agli ebrei dipendeva ESATTAMENTE da come la civiltà nazista stava “trattando” gli animali, cioè loro, cioè gli altri. La civiltà nazista aveva escluso gli ebrei dalla categorizzazione "Noi" (umani), declassandoli a quell’identità morale chiamata “animale” che tutti - da millenni ed in ogni parte del globo -  destinano alla legittimazione dello sfruttamento.

Una azione politica. Una azione culturale. Una pianificazione minuziosa di una prassi di predazione.

Gli ebrei finirono per essere considerati gli animali più redditizzi nel panorama della Germania nazista e coerentemente, per farla breve, soggetti a misoteria (l’odio per gli animali) così che l’empatia o la “pietà” non interferissero con la catena di smontaggio chiamata in quel caso “deportazione”. Gli argomenti morali che dovevano dare credito a tutto questo non erano certo logicamente sostenibili, eppure, hanno retto per qualche anno determinando uno sterminio abominevole con strascichi fino ai giorni nostri: esattamente come succede da infinito tempo per gli animali altro-da-umani, con l’unica rilevante differenza che questi ultimi non hanno eserciti ed atomiche a rivendicare i loro interessi fino alla liberazione, ma solo la voce di chi comprende queste dinamiche e vi si oppone.

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