L'articolo di Molly Jane, redattrice di Earth First!, apparso nel numero di giugno del 2013, che qui presentiamo tradotto in italiano, descrive la minaccia a cui sono sottoposti la Terra e tutti suoi abitanti.

Semplici e chiare immagini identificano il collasso che in tempi rapidi sta portando alla rovina, ma Molly Jane oltre ad individuare i temi politici che possono incidere nell'inversione di rotta della collisione epocale, e cioè il biocentrismo, l'ecologia profonda, le lotte antioppressive, la solidarietà, sollecita a una riflessione in grado di connettere le resistenze, le lotte e i movimenti.

Ancora una volta il tema delle connessioni diviene il banco di prova dell'evoluzione politica dei movimenti radicali e antagonisti che oramai dovrebbero avere la consapevolezza che la parcellizzazione degli obiettivi, e delle azioni non consente risultati di grande rilevanza.

Come pattrice jones ha sottolineato nelle recenti conversazioni durante il suo tour italiano del marzo 2014, non solo sono essenziali le unioni, le connessioni, le alleanze, ma devono essere ben chiari gli elementi della prassi politica radicale. Vale a dire che si devono individuare le tattiche in grado di avanzare richieste utili alla sopravvivenza e alla resistenza al sistema androantropocentrico, e al contempo attivare le strategie, che hanno una gittata medio lunga, utili al raggiungimento degli scopi ultimi: il sovvertimento del sistema di dominio e oppressione della Terra, degli altro-da-umani e degli umani.

Molly Jane sottolinea come la prassi rivoluzionaria sia quella dell'azione diretta, che congiunga gli aspetti teorici e pratici delle lotte che quindi non possono più essere singole rivendicazioni, ma che devono abbracciare ogni ambito oppressivo.

Tra i suoi ispiratori Molly Jane indica anche l'EZLN (l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e cita una frase paradigmatica del subcomandante Marcos, in cui si afferma che le idee sono strumenti potenti che possono essere usate per mutare radicalmente le condizioni attuali.

Un altro spunto importante per la riflessione e la prassi ecoliberazionista, viene dall'ecologia sociale e dall'ecovegfemminismo, che non sono direttamente citate nell'articolo di Molly Jane.

Come afferma Janet Biehl, pensatrice ecosociale, in queste fasi di peggioramento delle condizioni ambientali e di devastazione della natura gli Stati avanzano processo autoritari per reprimere la ribellione e per questo si deve essere pront* a non lasciarsi sopraffare. Si devono alzare le proprie voci per realizzare le sacche di resistenza, le aree di azione cooperativa, le comunità socio-ecologiche. Biehl considera tutto questo non una precondizione per una società liberata, ma la precondizione per la sopravvivenza, necessario per debellare il capitalismo nelle sue varie forme. Infatti il capitalismo ci spinge a credere di ottenere benefici emancipatori in forma di concessioni di pseudolibertà che hanno solo lo scopo di preservare se stesso e non di liberare le persone, la natura e gli animali.

È fondamentale, quindi. che si possano esprimere e diffondere i modi di realizzazione di un diverso rapporto tra umani, tra gli umani e la natura e gli animali. Ciò è possibile con prassi e teorie politiche, ma anche con scelte quotidiane in grado di rivoluzione la propria labile sicurezza ecologica.

Marti Kheel, suggerisce di rovesciare il patriarcato con una “forchetta” simbolo dello stravolgimento della logica fallologocarnea, Carol Adams e Melanie Bujok spingono affinché si riconoscano i legami tra gli sfruttamenti ambivalenti dei corpi delle donne e degli altro-da-umani. Josephine Donovan e Lisa Kammerer individuano l'alleanza tra femminismo e animalismo, invocando la sororanza tra specie. E ancora, Greta Gaard evoca ai movimenti una serie di elementi di giustizia sociale ineludibili per poter integrare le rivendicazioni politiche ed ecologiche alla luce di una critica serrata all'economia imperialista, al colonialismo culturale ed ecologico, e all'oppressione di genere e di specie. Alicia Puleo ricorda l'importanza della critica ecofemminista alla visione ecologista prevalente che è maschiocentrica. Così come Maria Mies, Claudia von Werlhof, Veronika Bennholdt-Thomsen, che denunciano la logica della colonizzazione delle donne da parte del potere maschile, auspicano una modalità sostenibile di convivenza sulla Terra, tra la natura e tra le specie, grazie a un'”economia” di sussistenza, che deve ripristinare i meccanismi arcaici e modernissimi del rispetto e della solidarietà.

Abili mani, umane e nonumane, stanno tessendo le sottili resistenze quotidiane, che corollano la vita di ognun*, in connessione reciproca, mutua, solidale, rifiutando l'egocentrismo individualista che ha danneggiato e danneggia la Terra e i suoi abitanti. Dobbiamo rileggere e riformulare le ipotesi evoluzioniste in una chiave ecolibertaria, per sfrondarle della vittoriana ed imperialista convinzione che tutto avviene per mera sopravvivenza, per semplice adattamento, per la legge della forza. Dobbiamo invece pensare e agire perché la nostra presenza qui ed ora sia la testimonianza delle moltitudini di vite che ci hanno preceduto e di quelle che ci succederanno, non vivendo nella prefigurazione del passaggio di testimone alle generazioni future, ma aderendo al rispetto della preziosità dell'esistente.

Sherilyn MacGregor sottolinea come lo stesso ecofemminismo debba riformulare le sue credenziali passando da un essenzialismo vitalista ad una politicizzazione orientata verso una “ecocittadinanza” che tenga conto della collettivizzazione delle necessità quotidiane, in cui non solo siano ripartiti ruoli e funzioni di genere, ma sia fortemente mantenuto il motto “il personale è politico” in cui ognun* si renda responsabile delle proprie azioni in termini di condizionamento della collettività, in cui la “cura” non è semplicemente una pratica etica, ma è l'insieme di tempo e risorse utilizzate per la sopravvivenza. Politicizzare quindi le pratiche della “cura” significa sia degenderizzarle, cioè farle agire concretamente da tutt* le persone, sia individuando le similitudini tra lo sfruttamento delle donne, della natura, degli animali altro-da-umani che il processo di “naturalizzazione” dei ruoli e delle discriminazioni che il capitalismo avanzato ha così ben incarnato, per debellarli e realizzare sempre più ampi spazi liberati.

 

Introduzione e traduzione di annalisa zabonati

 

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Biocentrismo, ecologia profonda, antioppressione, solidarietà = Eco-Liberazione!

Siamo sull'orlo del baratro tra esistenza e annientamento e il cataclisma dell'estinzione generale all'orizzonte, il tempo per le creature terrestri. Gli echi del collasso delle biodiversità causano una reazione a catena per ogni specie. Siamo coinvolti nell'ultimo anelito di un impero morente, scavando disperatamente per ottenere le ultime gocce di combustibile fossile, dragando, infustando e bruciando, celebrando la veglia funebre della distruzione che ha attanagliato la storia del mondo senza precedenti. L'acqua, la nostra fonte vitale, sta per essere completamente privatizzata. Le pipeline serpeggiano lungo tutti i continenti, gli impianti nucleari si fondono, le raffinerie esplodono, le cime delle montagne sono rimosse, il genocidio è il mezzo e la schiavitù globale è il fine.

Mentre un tempo i cieli si oscuravano per giorni al passaggio degli uccelli migratori, ora sono oscurati da colonne di fumo di miasmi ed estrazioni pericolose. La brutale militarizzazione delle multinazionali realizzata dal neoliberismo ci ha imprigionati a questo pianeta morente sotto la minaccia delle armi. Anche le nostre informazioni alternative non ci hanno salvato dal collasso inevitabile perpetrato dall'industrializzazione, mentre metà delle lingue del mondo muoiono sotto i nostri occhi. Il prodotto finale della nostra civiltà moderna è perciò il silenzio tombale.

Ma c'è speranza per le voci resilienti della nostra lotta, usando le parole del subcomandante Marcos: “Non dimentichiamo che anche le idee sono armi”.

Ed è tempo di affilare le nostre armi.

La radice greca della parola eco, significa casa e un ecosistema è definito come il complesso di relazioni tra gli esseri viventi. L'antico termine greco per libero è elitheros. La radice lither divenne liber in latino. Perciò, eco-liberazione è il processo di liberazione della nostra casa.

Il biocentrismo è un principio fondamentale di Earth First!, suddiviso in quattro colonne portanti:

1. gli umani e tutte le altre specie sono componenti della stessa comunità sulla Terra

2. tutte le specie sono parte di un sistema interdipendente

3. tutti gli organismi viventi perseguono il loro “benessere” con modi propri

4. gli esseri umani non sono superiori agli altri esseri viventi.

 

L'ecologia profonda è il corpus della teoria o della filosofia che emerge dal pensiero biocentrico, dato che tutti gli esseri viventi e gli ecosistemi hanno un valore intrinseco indipendentemente dalla loro utilità per i bisogni umani. Questa teoria afferma che il mondo naturale ha un equilibrio delicato basato su complesse interrelazioni in cui l'esistenza degli organismi dipende dall'esistenza di altri organismi presenti nell'ecosistema, e pertanto l'interferenza umana e la distruzione della natura sono una minaccia non solo per gli umani, ma per tutti gli esseri che costituiscono l'ordine naturale.

L'antioppressione è la prospettiva per coloro che cercano di riconoscere e decostruire le forme sistemiche, istituzionali e personali di privazione dell'autonomia, usate per condizionare gli/le altr*. Per esempio, la pratica antioppressiva nel campo del lavoro sociale è vista come un tentativo di conoscere gli elementi autoritari della società, dell'economia e della cultura, e rimuovere o rifiutare l'influenza di quell'oppressione è un tentativo per realizzare servizi e politiche gestite direttamente dalla gente che le usa. Allo stesso modo, esaminando i modelli di dominio all'interno del movimento possiamo iniziare a agire per ribilanciare gli squilibri di potere nelle nostre comunità di militant*. Utilizziamo la forza di ognun* riconoscendo le interconnessioni delle nostre lotte e al contempo approfondiamo la comprensione dei nostri ruoli, del potere e dei privilegi all'interno della società.

 La solidarietà per mettere a frutto l'incapacità a tollerare l'oltraggio violento alla nostra integrità nei ruoli di collaborator* passiv* o attiv* nell'oppressione degli altri esseri. Non è un atto di umiliazione, di carità dall'alto, ma un atto di unione tra alleati che combattono su terreni differenti per gli stessi obiettivi.

Come esseri senzienti della Terra, non siamo meri osservator* dei processi naturali, ma parte integrante di tutto ciò.

Siamo primati, siamo mammiferi, siamo animali.

Gli altri animali, le piante e le forze della natura ci forniscono informazioni su noi stess* e sul nostro posto, sulla nostra responsabilità e identità in relazione a loro. Nella costruzione sociale imperante basata sulla separazione e la supremazia, non riusciamo a riconoscerci in relazione agli altri esseri, e perciò non conosciamo noi stess*. Le popolazioni sono state derubata dei loro semi, delle loro terre, delle loro storie, dei loro sistemi.

 La nostra società industrializzata funziona sulla base del concetto di processo ricorsivo infinito. Le cose in cui ci imbattiamo e ci attraggono nel nostro mondo “civilizzato” sono:

1. gli altri umani, oppure

2. cose create dagli umani (come ad esempio costruzioni, città, culture popolari, filosofie, lingue moderne, scienze, etc.).

Immaginiamoci davanti a uno specchio, con un secondo specchio alle nostre spalle. Vedremo il riflesso di un riflesso di un riflesso di un riflesso, fino al limite della nostra capacità percettiva. E accadono molte cose strane in questi ricorsi infiniti...piccoli cambiamenti, micro-movimenti che si amplificano in questa sequenza circolare.

In natura, dal livello molecolare alla galassia, le piccole interazioni tra molti esseri danno vita a una complessità e ad una forza emergenti, a un caos espansivo e vitale, ad una rete di sempre più complicate e intrecciate serie di relazioni interconnesse: 4,6 miliardi di anni di evoluzione. La vita.

 Piccoli cambiamenti in strutture infinite ed eternamente riflettenti creano una complessità similare, ma su scala sempre più ineffabile. La mutazione equivale al processo cancerogeno delle cellule del corpo. Omogeneità. Odio per noi stessi. Uccisione di ciò che ci dà la vita.

La considerazione misantropica dell'umanità come patologia infestante della Terra, sfortunatamente comune anche nel dialogo ambientalista radicale, non è la posizione visionaria del biocentrismo o dell'ecologia profonda, ma è una posizione reazionaria di un sistema di indottrinamento di una concezione “noi/loro” della nostra realtà verso gli altri esseri. Allo stesso modo dobbiamo demolire gli steccati, i confini e i muri per politicizzare la sacralità del luogo, così da rompere lo specchio dietro di noi in infiniti circuiti di realtà supposte.

Dobbiamo amare quello per cui combattiamo. Dobbiamo amare noi stess* per amare qualsiasi cosa, e per amarci dobbiamo conoscerci. Inoltre, per vincere dobbiamo vedere noi stessi nelle vite altrui, e vedere le loro in noi.

 Dobbiamo anche pensare che le ineguaglianze sociali sono una forma di squilibrio ecologico. Lo sfruttamento è sempre lo sfruttamento di una risorsa. Potenzialmente la prima risorsa che si dovrebbe rimuovere dalla catena del mercato imperialista per ridarla alla rete della vita e fermare l'industrialismo, è il lavoro umano. Uno degli esempi storici più dolorosi ed eclatanti è la tratta transatlantica degli schiavi, che strappava industrialmente la gente dalla loro terra, dalla loro cultura, dalla loro lingua per distruggere l'ecosistema più velocemente.

 La decolonizzazione non è una metafora. L'antioppressione, la solidarietà indigena e la liberazione collettiva non sono i temi principali di questo numero del giornale (Earth First! - NdT), ma sono il cardine da cui far evolvere la strategia del movimento.

 Ma lo dobbiamo fare consapevolmente, perché l'industrializzazione e la colonizzazione sono state realizzate in un intreccio pernicioso di coloni-nativi-schiavi. Persino i desideri di decolonizzazione dei bianchi, dei non-bianchi, degli immigrati, delle persone postcoloniali e oppresse, possono essere connesse nella rioccupazione, riabitazione e ristabilimento che rinforzano il maledetto sistema fascista in cui siamo coinvolti tutt*!

 Bruceremo le flebili illusioni di questo assurdo gioco o continueremo a giocare e a perdere?

 La prassi si definisce come teoria, o idea, in azione. Dato che la nostra teoria è l'azione diretta, dobbiamo continuare a muoverci verso alleanze e fusioni potenzialmente significative dati gli sforzi comuni. Dobbiamo usare la forza che sappiamo avere nei nostri cuori e nelle nostre menti per fermare la macchina che ci sta distruggendo, connettendo i punti tra la guerra alla dignità umana e il collasso ecologico, per attaccare i comuni oppressori. Non abbiamo scelta. Tutta la Terra e i suoi abitanti sono in pericolo se non potremo o non vorremo prendere questa decisione.

 Sfidiamo tutto! Decolonizziamo tutto! Il tempo dell'orologio del mondo ci dice di unire gli scopi di tutti gli esseri viventi del pianeta, e di fermare la fine della storia! Affiliamo le armi del biocentrismo, dell'antioppressione, dell'ecologia profonda e della solidarietà. Eco-Liberazione! Earth First!

 

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 L'autrice (Molly Jane) riconosce idee, saperi e ispirazioni per la stesura di questo articolo a* seguenti pensator*/movimenti: Movement Generation, Catalyst Poject, EZLN - Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Critical resistance, Grace Lee Boggs, Idle No More, Communities for a Better Environment e molt* altr* nella lotta di classe.

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fonte originale

http://earthfirstjournal.org/journal/brigid-2013/eco-liberation-the-renewal-of-radical-environmentalism/


Pubblicato in Articoli

Il 24 maggio 2014 si terrà a Verona l’incontro di LiberAzione Gener-ale 2, promosso dal Collettivo Anguane, dal Circolo Pink, dal SAT-Pink, da Intersexioni, da Liberazioni – Rivista di Critica Antispecista, Anet.

Per svolgere la giornata in modo collettivo e trasversale proponiamo una Call for Papers che ha lo scopo di raccogliere le idee, le proposte, le bibliografie, i testi utili per la condivisione e la discussione nella giornata di LiberAzione Gener-ale 2. Questo per favorire le attività che si svolgeranno nei gruppi di lavoro e nelle plenarie previste, auspicando la redazione di progetti comuni di lotta, riflessione e diffusione.

Il testo della convocazione è indicato di seguito e potete scaricare il pdf in calce.

Buon lavoro a tutt*!

 

LiberAzione Gener-ale 2
Giornata di studio e di lotta
Il sessismo nelle sue declinazioni
contro le donne, gli/le lgbtqi, gli/le altro-da-umani
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Different tendencies of sexism
against women, lgbtqi, other-than-humans

Il Collettivo Anguane, Anet, Circolo Pink, SAT – Sportello Accoglienza Trans, Liberazioni-Rivista di Critica Antispecista, OLS – Oltre La Specie, il Collettivo Intersexioni propongono la 2^ edizione di “LiberAzione Gener-ale”, giornata di studio e di lotta, che si svolgerà sabato 24 maggio 2014 a Verona. Il tema di questa giornata sarà il sessismo nelle varie coniugazioni che assume. Le prassi e le riflessioni che contraddistinguono i gruppi che organizzano l’evento si basano sui paradigmi dell’intersezionalità delle oppressioni e sulle connessioni tra le lotte. In quest’ottica proponiamo un confronto aperto e collettivo che produca un sapere condiviso e che getti le basi di azioni politiche in grado di contrastare le insidie del patriarcato capitalista eteronormativo e specista.

 *****

Il sessismo è l’insieme dei pregiudizi e delle credenze che attribuiscono caratteristiche innate in base al genere e/o al sesso. Questi tratti “naturalizzati” si basano sul principio della gerarchizzazione delle relazioni e sulla costruzione sociale, economica, psicologica, politica, storica di valori e norme che contraddistinguono i vari gruppi umani. Questi pregiudizi collettivi sono trasmessi e interiorizzati tali da divenire un patrimonio condiviso e personale che permea la vita di ognun*.

I rapporti di dominio e sfruttamento che ne conseguono divengono gli universali attraverso cui si esplicita il controllo sui corpi e sulle menti di donne, lgbtqi, altro-da-umani. Tutti questi soggetti, e tutte le altre “marginalità”, ricadono nel cono d’ombra in cui li relega il sistema di dominio prevalente che si avvale del potente meccanismo della discriminazione, dell’esclusione, dell’aggressione, dell’eliminazione.

Ognuno di questi ambiti non è una monade isolata, ma si intreccia inestricabilmente con le altre, che divengono così i vari banchi di prova per l’espressione dell’egemonia: ci si esercita sulle une per sfruttare gli/le altr* e si controllano quest* per dominare gli/le altr*. Le generazioni di dominanti ereditano i principi del mantenimento dei privilegi e rinsaldano le alleanze per detenerli inalterati, creando una cosmogonia centrata sull’unico essere superiore, a cui immagine persino la divinità è declinata: il maschio bianco occidentale borghese carnivoro.

Le resistenze sono da sempre stigmatizzate ed eliminate innalzando roghi, creando luoghi di concentramento, forzando i corpi ad essere meri strumenti in balia delle esigenze dell’unico essere predominante.

Per superare l’impasse in cui versano oramai i movimenti di base e le prassi politiche radicali e antagoniste si deve operare da un lato il riconoscimento delle intersezioni degli abusi e delle emarginazioni, raccogliendo l’eredità delle lotte che hanno determinato tutte le forme di ribellione, eversione e resistenza finora espresse, in ogni latitudine e in ogni tempo, e dall’altro è tempo oramai di unire i singoli sforzi e creare alleanze, solidarietà e mutualismo di pratiche, di teorie e di azioni politiche in grado di sovvertire il sistema dominante.

 

Le aree che proponiamo di affrontare ed indagare in questa giornata sono il sessismo come forma di dominio e controllo:

1. sulle donne attraverso il patriarcato e l’androcentrismo

2. su* lgbtqi attraverso il binarismo sessuale e l’eteronormatività

3. su* altro-da-uman* attraverso lo specismo e il carnivorismo

I lavori della giornata si struttureranno nel seguente modo:

- avvio dei lavori in plenaria

- proseguimento dei lavori in gruppi di discussione

- presentazione delle proposte in plenaria

- chiusura dei lavori.

Durante la giornata saranno disponibili un buffet vegan per pranzo e uno per cena ad un prezzo accessibile, e dopo la fine dei lavori è prevista una serata di intrattenimento solidale.

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 Le proposte di elaborazione dei temi indicati (max 2000 caratteri) dovranno riportare: un titolo provvisorio; una descrizione del tema che si intende affrontare; l’indicazione delle fonti cui si fa riferimento; i recapiti del proponente (gruppo o singol*). Devono essere inviate in formato elettronico a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro il 20 aprile 2014, a cui sarà data una risposta da parte del gruppo organizzatore entro il 30 aprile 2014.

 Tutte le proposte potranno essere inserite negli “atti di LiberAzione Gener-ale 2”.


Scarica call for papers (pdf)

locandina liberazione generale 2

Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi

Le ambiguità di un "non-manifesto": Michela Brambilla e l'animalismo

di Aldo Sottofattori

da: "Liberazioni", n.15, anno IV, inverno 2013

Sono note le capacità del sistema di inglobare le istanze politiche, sociali o culturali che nascono come elementi perturbatori dell’ordine costituito al fine di spegnerne il potenziale di cambiamento. In questo modo, sono state assorbite concezioni importanti come il pacifismo con le guerre umanitarie, l’ecologia con la green economy, il movimento operaio con l’insistenza sui comuni interessi dei lavoratori e degli imprenditori, il femminismo con la cooptazione nel nuovo ordine liberista di temi, discorsi e parole d’ordine tipici di quel pensiero. Cosicché, svuotati del necessario consenso, questi movimenti si sono ridotti ad “ambienti” la cui carica destabilizzante si è fortemente ridotta. Anche il movimento per la liberazione animale, l’ultimo arrivato nella lista dei movimenti di contestazione dell’esistente, corre questo pericolo? Secondo un’interpretazione che a prima vista appare ragionevole, la teoria della liberazione animale dovrebbe essere al riparo da questo destino. La sua prospettiva appare talmente lontana dai fini dichiarati e perseguiti da tutte le istituzioni della società contemporanea da indurre a pensare che una qualsiasi forma di cooptazione sia impossibile. Ma è davvero così?

Fornisce materiale di riflessione il Manifesto animalista di Michela Vittoria Brambilla[1], parlamentare del PdL e ex-ministro del Turismo nell’ultimo governo Berlusconi, un testo strutturato in 10 capitoli in onore a quella tradizione di origine mosaica che tende a dilatare fino a questo numero qualunque prescrizione venga data rispetto a qualsiasi cosa. Intorno al personaggio girano molte voci che tenderebbero a screditare il suo sincero interesse per la condizione degli animali. Che si tratti di leggende, di realtà o di realtà condite con leggende poco interessa. Il documento qui preso in esame è, invece, sufficiente per inquadrare un certo tipo di mentalità circolante che si autocelebra come fortemente impegnata sulla questione animale e di cui l’ex-ministra si fa insistente portabandiera.

Una prima doverosa domanda è questa: il documento costituisce un autentico manifesto o ne richiama malamente e indebitamente le pretese?
...

Scarica l'articolo completo



[1] Michela Vittoria Brambilla, Manifesto animalista, Mondadori, Milano 2012.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

Pubblicato in Attualità - Notizie
Lunedì, 18 Febbraio 2013 15:45

Riformismo e abolizionismo - di Martin Balluch

Riformismo e abolizionismo 
Quale tipo di campagna per i diritti animali? 
di Martin Balluch

da: "Liberazioni", anno II, n.6, autunno 2011

traduzione dall'inglese di Eva Melodia


Benessere animale e diritti animali

Diritti animali e benessere animale sono fondamentalmente diversi. Il benessere animale compare per la prima volta nella storia moderna in scritti della metà del diciottesimo secolo. Il primo gruppo per il benessere animale, l’inglese RSPCA[1], è stato fondato nel 1824; il primo in Austria, il WTV[2], a Vienna nel 1846. La prima legge austriaca sugli animali è stata introdotta nello stesso anno. Il benessere animale è motivato dalla compassione e dall’empatia. Il suo obiettivo è quello di ridurre la sofferenza degli animali al minimo “necessario”. I primi gruppi animalisti lavorarono soprattutto sul come aiutare gli animali bisognosi, specialmente a favore dei cosiddetti animali domestici, cioè di quegli animali che vivono in famiglie umane come animali da compagnia. L’uccisione degli animali non è considerata un problema da chi si batte per il loro benessere[3]. Se l’uccisione avviene in modo indolore, la questione non assume alcuna rilevanza etica. Il paradigma secondo cui gli animali esistono per essere utilizzati dagli esseri umani non è qui messo in discussione. Fintanto che lo sfruttamento è messo in atto “umanamente”, non è sbagliato. Chi lotta per il benessere animale non mette in discussione il rapporto uomo-animale nel suo complesso; intende alleviare la sofferenza senza cambiare la società: ha, cioè, un obiettivo sociale e non politico. Il welfarismo chiede agli umani di essere buoni, di essere gentili con gli animali, di mostrare empatia e compassione.

L’ideologia dei diritti animali è molto diversa. I diritti animali esigono che tutti gli esseri umani riconoscano pari diritti agli animali non umani e che li rispettino. Il valore degli animali non è determinato dall’uso che l’uomo può farne, dalla loro utilità. Il singolo animale da oggetto diventa soggetto, da cosa  persona. Le prime idee in questa direzione sono state sviluppate da Lewis Gompertz nel XIX secolo. Alla fine dello stesso secolo, Henry S. Salt fondò la prima organizzazione per i diritti animali, la Humanitarian League. L’ideologia dei diritti animali non vuole ridurre al minimo “necessario” la sofferenza, quantopromuovere i diritti fondamentali di tutti gli animali,  garantire la loro autonomia, affinché possano determinare da soli la loro vita. L'uccisione di animali diventa così un tema centrale. Nessun atto limita l'autonomia di un animale più dell’ucciderlo specialmente se in modo violento. L’ideologia dei diritti animali cambiare intende modificare il rapporto uomo-animale alle radici. Il movimento corrispondente è soprattutto politico. La sua richiesta è la giustizia e la sua motivazione è combattere l'ingiustizia di questo mondo.

 

Dal benessere animale ai diritti animali

 

Da questa analisi possiamo concludere che il movimento per i diritti animali differisce così tanto da quello per il benessere animale che il percorso che porta verso l’uno sia fin dall’inizio altrettanto diverso da quello che conduce all’altro. Come potrebbe mai condurre ai diritti animali pensare in termini di benessere animale, senza che sia messo in discussione il paradigma fondante secondo cui gli animali non umani esistono per i bisogni umani? E, ancora, non sono proprio le buone pratiche del benessere animale, dell’allevamento “etico” e dell’uccisione “umanitaria”, ciò che di fatto soffoca ogni ulteriore riflessione critica sull’argomento?

Tuttavia, la questione non è così semplice. Un indizio in questo senso viene dal fatto che il primo teorico dei diritti animali, Lewis Gompertz, il quale auspicava che il veganismo (pur senza dargli tale nome) si estendesse a tutta l’umanità, fu anche co-fondatore della prima associazione per il benessere animale, la RSPCA. Ma senza andare troppo lontano: la prima ragione per cui vi siete trovati a riflettere su questi argomenti non è stata innescata proprio da empatia e compassione, quella che avete provato quando avete assistito all’abuso nei confronti degli animali? Non è proprio il potere di quei sentimenti a spingere verso una riflessione più profonda e, infine, a condurre ai diritti animali? Ad oggi, gli attivisti per i diritti animali non sono forse quasi tutti ancora influenzati da tali sentimenti, quando aiutano gli animali in difficoltà,fanno volontariato nei rifugi e non riescono a divertirsi e a rilassarsi nel tempo libero perché assillati dal  pensiero che gli animali soffrono per mano nostra? Sarebbe possibile, psicologicamente, sacrificare tutta la vita alla causa dei diritti animali se la compassione e l’empatia non ci spingessero a farlo? Non è un dato di fatto che quasi tutte le persone che diventano vegane iniziano riducendo la carne o attraverso un periodo di transizione durante il quale consumano tutta la gamma di prodotti derivati da animali liberi, o rimanendo per un po’ vegetariani (dieta ancora basata sull’uso di animali)? Tutto ciò non significa forse che la differenza filosofica fondamentale tra benessere animale e diritti animali ci fa immaginare un divario ideologico che di fatto non esiste nella realtà psicologica?

Un’altra osservazione spinge anch’essa in questa direzione. Ad oggi, le leggi austriache sugli animali si sono già lasciate alle spalle gli ideali del benessere animale di cui abbiamo parlato. Vediamo alcuni esempi di leggi che vietano in certi ambiti anche l’ utilizzo più “umano” degli animali non umani:

 

• § 6 (2) Legge sugli Animali: Cani e gatti non possono essere utilizzati per la produzione di qualsiasi prodotto animale come pellicce o carne.

• § 25 (5) Legge sugli Animali: È vietato detenere un animale ai fini della produzione di pellicce.

• § 27 (1) Legge sugli Animali: È vietato detenere o utilizzare qualsiasi animale in qualsiasi modo, fatta eccezione per gli animali domestici, in un circo, anche se tali animali non vengono utilizzati a fini di lucro.

•          § 3 (6) Legge sulla sperimentazione animale: È vietato utilizzare qualsiasi specie di primate non umano, cioè scimpanzé, bonobo, gorilla, orangutan e gibbone, in qualsiasi esperimento se questo non nell'interesse del singolo animale. Altre leggi inoltre modificano effettivamente il rapporto uomo-animale nella società e minano il paradigma secondo cui gli animali esistono affinché gli esseri umani possano utilizzarli a loro piacimento:

• § Legge 285 bis del codice civile: Gli animali non sono cose.

• Costituzione: Lo Stato protegge la vita e il benessere degli animali quali coabitanti degli umani.

•          § 41 Legge sugli animali: In ogni Provincia devono essere istituite avvocature per gli animali finanziate dalla Provincia stessa, che possano essere coinvolte in tutti i casi legali in materia di diritto degli animali (ad esempio, tali avvocature possono accedere a tutti i documenti del tribunale, possono convocare testimoni, presentare dichiarazioni di esperti e procedere a ricorsi contro le sentenze in nome degli animali coinvolti).E in Austria ci sono già leggi che vietano esplicitamente l'uccisione di animali, anche qualora venga attuata in modo indolore e “umanamente”:

 

• § Legge 6 (1) sugli animali: È proibito uccidere qualsiasi animale senza motivo.

• § Legge 222 (3) del diritto penale: È vietato uccidere vertebrati senza motivo.

• Costituzione: Lo Stato protegge la vita degli animali quali coabitanti degli umani.

 

Da un punto di vista politico, assistiamo ad una continua transizione da leggi che non limitano in alcun modo l'utilizzo degli animali a leggi completamente animaliste basate sul valore egualitario della vita di ciascun individuo, che è schematizzabile come segue:

 

Nessuna restrizione dell'uso di animali;

 -> Protezione indiretta (il divieto di abusare degli animali quando ciò turba gli esseri umani);

  -> Minima protezione diretta (il divieto di fare soffrire gli animali "eccessivamente");

   -> Protezione rilevante di animali economicamente irrilevanti ("animali da compagnia");

    -> Restrizione rilevante sull’utilizzo economico degli animali (ad esempio, divieto dell’uso di gabbie);

     -> Misure radicali di restrizione sull’utilizzo economico di animali (ad esempio, solo all'aperto);

      -> Divieto di uccidere;

       -> "Diritti deboli" (secondo la definizione di Mary Midgley);

        -> Diritto semplice: fare in modo che la legislazione sugli animali venga applicata;

          -> Diritti fondamentali per alcuni animali (ad esempio, il Great Ape Project);

           -> Diritti fondamentali per tutti gli animali;

            -> Pari valore della vita e della sofferenza di tutti gli animali (incluso l'uomo).

 

Da ciò deriva che, mentre vi è un profondo abisso filosofico tra welfarismo e diritti animali, psicologicamente e politicamente è riscontrabile invece una continuità. Questo significa da un lato che è almeno possibile, se non probabile, che una persona si sviluppi psicologicamente emancipandosi dall’utilizzo di animali, passando per il welfare, per abbracciare i diritti animali. E, dall’altro, si dimostra che è perlomeno possibile – anche se ancora non abbiamo a disposizione dati che rendano tale conclusione probabile – che la società si sviluppi politicamente emancipandosi dall’uso degli animali a partire dal benessere animale per sancire i diritti animali. Il minimo che in questa fase storica possiamo affermare è che un tale sviluppo non  può essere escluso a priori.

 

Il modo più semplice per vivere: consumare prodotti di animali da allevamento

 

L’esperienza di decenni di campagne di sensibilizzazione al veganesimo ci mostra quanto sia difficile raggiungere la persona media attraverso messaggi incentrati sui diritti animali. Il modo più semplice per condurre qualcuno alla scelta vegana è quello di esporlo ad un ambiente sociale vegano. I gruppi di animalisti sanno bene, infatti, che spesso i nuovi attivisti non sono vegani quando si avvicinano all’attivismo. In generale, però, anche senza fornire argomenti razionali, le persone attive all'interno di un gruppo vegano inizieranno presto a vivere da vegani senza necessità di un innesco esterno. Per animali sociali come gli esseri umani l'ambiente sociale ha una influenza molto forte sul loro comportamento. Questo significa che in una società strettamente specista come la nostra quasi tutti coloro che vi crescono e vivono saranno specisti nel loro modo di pensare e di agire e sarà molto difficile cambiare tale dato di fatto, soprattutto ricorrendo esclusivamente ad argomenti razionali.

Immaginate che tali persone speciste siano improvvisamente influenzate da un servizio sui media, o ad una Summerfest vegan visitata di passaggio, o da una lunga chiacchierata in una fattoria vegana, ecc., diventando consapevoli del problema e quindi disposte ad una svolta vegana. Ciò che frequentemente accade è che questo effetto non dura a lungo e che, non importa quanto siano state convinte della scelta vegana, prima o poi ricominciano a cibarsi di prodotti di origine animale. Perché?

In una società strettamente specista come la nostra serve molta energia per essere vegani. C'è la pressione psicologica esercitata dal non essere più considerati “normali”, dallo spiccare all’interno della società. Improvvisamente ci si ritrova ad essere in conflitto con il proprio gruppo di appartenenza e con la propria famiglia: da un lato, quando improvvisamente inizierete a prestare attenzione a ciò che mangiate o comprate, o a leggere ogni dettaglio sull’etichetta di un prodotto, vi considereranno complicati o anche fondamentalisti; dall’altro, potrebbero semplicemente sentirsi criticati dal vostro comportamento: dopo tutto, vi rifiutate di mangiare, per motivi etici, la stessa cosa che mangiano loro.

Ma i problemi non finiscono qui. Sul posto di lavoro, nel tempo libero, durante la spesa quotidiana, nei ristoranti, ecc., per tutto il tempo la scelta vegana richiede una considerevole quantità di energia per giustificare quello che si fa, per porre domande scomode, per fare innervosire gli altri, per non comprare qualcosa come invece si avrebbe voluto e non acquistare ciò che è più economico e semplice da reperire. Continuamente si disperde più tempo ed energia di quella altrimenti necessaria e questo finisce per logorare la motivazione originale anche nella persona più determinata. In aggiunta, anche se si investe così tanto, non sembra di ottenere niente in cambio! Il numero di animali macellati non diminuisce e la società non sembra cambiare di una virgola. Lentamente, la motivazione originale si spegne fino ad appiattirsi sul livello del mainstream e ci si lascia nel trasportare dal flusso. L’esperienza vegana ha così termine e rimane in attesa di giorni migliori. Questo accadrà soprattutto in tempi di crisi, o quando si verificano grandi cambiamenti nella vita, ad esempio quando si cambia il lavoro o il partner, quando si mette su famiglia o si trasloca. Lo stress aggiuntivo e il fatto che improvvisamente alcuni altri importanti aspetti della vita richiedono tutta l’attenzione possono allontanare dal veganismo; on si ha più la motivazione per investirvi così tanto tempo ed energia.

 

Tali osservazioni possono essere rese più chiare immagine dal seguente schema:

 

Ipotesi della stabilità

 

Il sistema (politico, economico) determina la struttura della curva

 

Vivere fuori dall’avvallamento della curva costa energia, si “rotola indietro” se non si investe ->

È necessaria una notevole dose di motivazione; non è sostenibile e stabile a lungo termine

-> il sistema deve cambiare: atteggiamenti sociali, disponibilità di prodotti vegan, leggi…!

 

 

Il modo in cui la società è organizzata, il sistema, modifica la continuità lineare da un uso illimitato degli animali attraverso il benessere animale fino ai diritti animali (sopra) in una superficie strutturata (sotto). I singoli esseri umani possono essere considerati come sfere su tale superficie. Senza apporto di energia supplementare, le sfere finiscono rapidamente nell’avvallamento. Nella nostra società ciò significa consumare prodotti industriali di animali da allevamento. Prendiamo, ad esempio, qualcuno che voglia divertirsi assistendo a combattimenti clandestini o alla tortura di animali. In tal caso costui o costei si muove verso il picco in alto a sinistra. Poiché tali attività sono illegali e reputazione sono sanzionate socialmente, ci vuole molta energia per resistere in quella posizione e,infatti, il picco è molto ripido. C’è bisogno di essere fortemente motivati per rimanere in quel punto. Se si perdesse interesse, presto si tornerebbe nell’avvallamento.

D'altra parte, se una persona  intende muoversi verso l'utilizzo di prodotti organici di origine animale di tipo free-range, o anche verso il vegetarianismo o il veganismo, significa che si sposta sulla curva verso destra. Ma si muove anche verso l'alto e, se intende rimanere lì o spostarsi ulteriormente verso destra, allora necessita di una quantità sempre maggiore di energia. Coloro che non possono sostenere un simile dispendio di energia, che perdono la determinazione ad investire così tanto e a nuotare continuamente contro corrente, semplicemente rotoleranno indietro. Se ci si muove con la massa, si finisce per conformarsi e consumare prodotti di origine animale derivati dallallevamento industriale,, di che è gran lunga il modo di vivere più semplice e il meno dispendioso in termini di tempo.

 

Verso una società vegana attraverso il cambiamento di sistema

 

Perché abbia un effetto politico sulla società, un evento singolare come quello di una persona che diventa vegana dovrebbe avvenire in massa. In Austria, ogni anno 80.000 persone muoiono e sempre circa 80.000 persone nascono o vi si trasferiscono. Pertanto per cambiare la società in questo modo, ci dovrebbe essere un tasso annuo di persone che diventano vegane molto superiore al numero indicato. In realtà, siamo ben lontani da questo. Il primo ristorante vegetariano etico è stato inaugurato in Austria nel 1878. Da allora, e soprattutto intorno al 1900, ci sono stati molti individui e gruppi che hanno cercato di convincere altre persone ad optare per una dieta a base vegetale, ma con tutti i loro sforzi, non ci sono ancora riusciti. Centotrenta anni di campagne affinché gli umani diveissero vegetariani o vegani non hanno avuto alcun impatto significativo sulla società. Sembrerebbe che la pressione della nostra società specista impedisca che un numero sufficiente grande di persone diventi vegano e lo rimanga abbastanza a lungo per poterla cambiare. Dopo 130 anni di tentativi, nessuna rivoluzione vegana è in vista. E non vi sono segnali di un imminente cambiamento in tal senso.

Uno studio commissionato nel 2004 all’IFES[4] in Austria conferma questa osservazione. Quando agli intervistati è stato chiesto se erano d'accordo con il divieto di mettere in gabbia le galline ovaiole, l'86% ha risposto che avrebbe voluto che questa pratica fosse vietata, ma allo stesso tempo l'80% delle uova che vengono acquistate in Austria provengono da aziende agricole che allevano in batteria. Evidentemente, nonostante la maggior parte delle persone fosse già convinta che l'ingabbiamento delle galline costituisca una fattispecie di maltrattamento e quindi non sia etico, ha continuato a comprare proprio quei prodotti che apparentemente disapprovava. Tutto ciò non perché non fossero consapevoli. Al contrario lo erano, ad esempio quando venivano intervistati nei supermercati. Di fatto, le uova provenienti da allevamento in gabbia sono chiaramente etichettate, sull'uovo e sulla confezione. La spiegazione risiede semplicemente nel fatto che le uova provenienti da allevamento in batteria erano facilmente disponibili, più economiche, presenti in tutti i prodotti come pasta e dolci, e puntualmente servite in ristoranti e alberghi. Evitare le uova provenienti da sistemi in batteria avrebbe richiesto molta energia e il pubblico non era preparato ad investirla, soprattutto perché molti di quelli che lo hanno fatto non hanno poi riscontrato alcun cambiamento significativo nella società e ben presto, anche solo per questo motivo, hanno rinunciato abbandonato la loro precedente scelta. Se si decide di optare per il modo più semplice di vivere e si decide di muoversi con la massa, si devono consumare uova di batteria, i senza tener conto  delle proprie opinioni né se tale comportamento sia etico o se vada vietato.

Il movimento animalista, però, può anche utilizzare a proprio vantaggio questa tendenza maggioritaria quella di muoversi con la massa e di vivere lo stile di vita più semplice. Abbiamo già osservato come il modo più diretto per convincere le persone alla scelta vegana è quello di esporle ad un ambiente sociale vegano. Le sette religiose utilizzano questa caratteristica degli animali sociali per formare gruppi affiatati, separati dal mondo esterno, e all’interno dei quali la setta è in grado di  mantenere uno stile di vita considerato bizzarro dal resto della società. Se i membri della setta rimanessero inseriti nella società normale, non sarebbero in grado di sostenere le loro scelte. Il movimento animalista, tuttavia, non ha la propria ragione di esistere nella sola creazione di alcune piccole comunità vegane all'interno di grandi società. Il movimento vuole cambiare la società nella sua interezza. Come realizzare tale obiettivo?

Consieriamo i dati. Nel 1996, il movimento austriaco per i diritti animali decise di avviare una campagna contro i circhi con animali selvatici. A quel tempo, la maggior parte delle persone probabilmente non si interessava dell’argomento; per quanto riguarda la restante minoranza, la maggioranza era sicuramente a favore dei circhi con animali selvatici e non vedeva alcun motivo per cui condannare eticamente questa tradizione. Allo stesso modo anche i media circhi erano favorevoli. Nel 2005 è stato introdotto il divieto di circhi con animali selvatici e, come conseguenza, in Austria scomparvero i circhi con animali selvatici, né fu permesso che ne arrivassero dall’estero. Da quell'anno, nessuno in Austria può più assistere ad uno show circense con animali selvatici.

E nessuno ne sente la mancanza! La campagna ha avuto un successo del 100% per quanto riguarda il cambio di comportamento degli austriaci. Tuttavia, durante la campagna  nessuno ha cercato di cambiare la mente delle persone. La strategia non è mai stata questa. La campagna ha semplicemente rimosso i circhi dall’Austria. Pur non avendo cambiato le menti delle persone, ciò ne ha comunque cambiato il comportamento. Invece di andare al circo, la gente ha cominciato a passare il tempo libero con i propri figli in modo modi differenti. Il cambiamento di sistema – nessun circo con animali selvatici – ha portato ad un cambiamento del 100% nel comportamento. Nello schema precedente, ciò significa spostare l’avvallamento più a destra verso il benessere animale. Il modo più semplice di vivere diventa quello con circhi senza animali selvatici. Se ancora qualcuno ci volesse andare, dovrebbe  andare all’estero. Sostenere questo modo di vita, cioè assistere a spettacoli circensi con animali selvatici, significherebbe un enorme investimento in termini di energia, che quasi nessuno è disposto a fare.

Ma gli effetti del cambiamento di sistema vanno oltre. Già oggi, i media hanno cominciato a esprimersi negativamente sui circhi stranieri con animali selvatici. Le regole della socializzazione, come delineato in precedenza, implicano che dopo una o due generazioni cresciute in una società in cui i circhi con animali selvatici sono stati vietati per motivi etici, anche gli atteggiamenti cambiano. I circhi con animali selvatici sono considerati come forme di abuso da risalenti ad un tempo ormai passato, quando meno minore era il rispetto per gli animali. In Austria questa posizione è sempre più frequente.

Ecco un altro esempio a sostegno di questa tesi. Diamo un'occhiata alla campagna contro le uova provenienti da allevamenti in batteria. Nel 2005 il movimento animalista ha deciso di lanciare una campagna per bandire le uova provenienti da tali allevamenti dagli scaffali di tutti i supermercati austriaci. All’epoca l'86% della popolazione considerava l'allevamento in batteria come immorale, ma solo il 20% agiva di conseguenza non acquistando queste uova. La campagna, di nuovo, non aveva lo scopo di cambiare la mente delle persone. Sarebbe stato inutile, poiché, dopo tutto, molte persone erano già contrarie all’allevamento in batteria. Così, la campagna ha attaccato supermercati e negozi che vendevano uova prodotte in batteria. Ed ha avuto successo. Dal 2007 in Austria è diventato impossibile acquistare qualsiasi tipo di uova provenienti da batteria, incluse quelle prodotte in sistemi con gabbie “arricchite”[5].

Cosa è accaduto ai consumatori? Si sono adattati rapidamente. Nessuno ha sentito la mancanza delle uova prodotte in batteria. A quel punto, il modo più semplice di vivere era non acquistare tali uova. Ed è esattamente quello che è successo. La campagna, di nuovo, non ha cambiato il modo di pensare di nessuno, ma il cambiamento del sistema ha avuto un successo del 100% nel modificare il comportamento delle persone: nessuno ha più acquistato le uova prodotte in batteria.

I dati riportati forniscono chiari elementi di prova: mentre il tentativo di cambiare la mente delle persone ha un successo limitato e poca influenza sul loro comportamento, cambiare il sistema porta a un successo del 100% nel modificare i comportamenti. Applicando questi risultati al veganismo, dobbiamo concludere che gli attivisti politici del movimento per i diritti animali dovrebbero in primo luogo cercare di cambiare il sistema e non le menti delle persone. Quest'ultima strategia è semplicemente senza speranza. Se si persegue tale obiettivo in maniera esclusiva, non si otterrà alcun effetto sulla società nel suo insieme.

un Consideriamo il seguente esempio. Supponiamo di voler sottrarre un pezzo di terra al mare, per creare un nuovo spazio abitabile. Cercare di modificare la mente delle persone è come cercare di rimuovere l'acqua del mare con un cucchiaio. Si potrebbe arrivare a una qualche riduzione del livello dell’acqua, ma il quadro generale non cambierebbe. Non si raggiungerebbe mai un numero sufficiente di persone che, rimuuovendo l’acqua con i cucchiai, potesse far emergere la terraferma. In questo caso, si potrebbe ottenere un cambiamento di sistema, ad esempio, ricorrendo ad un escavatore per costruire una diga. A questo punto l'acqua sulla terra si troverebbe isolata da quella del mare. Il sistema è cambiato. Non dobbiamo più rimuovere l’acqua, dobbiamo solo lasciare che la natura faccia il suo corso e aspettare il tempo necessario perché l'acqua si asciughi così da poter utilizzare la terra. Il cambiamento di sistema non è avvenuto rimuovendo le singole gocce, ma attuando un cambiamento duraturo dell’insieme.

Nello schema precedente della superficie strutturata, un cambiamento del sistema significa spostare l’avvallamento a destra. Se ci riusciamo, allora le persone seguiranno il cambiamento, rotoleranno verso il nuovo avvallamento, comportandosi in modo diverso, senza che si debba convincerle una dopo l’altra. Che le uova in batteria non siano più disponibili è, ad esempio, uno spostamento dell’avvallamento verso destra nella direzione in cui le uova da fienile diventando la norma, le quali rappresentano un miglioramento del benessere degli animali. In definitiva, dobbiamo puntare allo spostamento dell’avvallamento a destra verso i diritti animali e il veganismo. Quando non ci saranno più prodotti non-vegani disponibili, allora la gente diventerà automaticamente vegana e in poche generazioni questo sarà l'atteggiamento accettato dalla società nel suo complesso.

 

Cambiare il sistema indebolendo le industrie animali

 

Come si può spingere l’intero sistema verso il veganismo? In una democrazia parlamentare, in linea di principio la popolazione può decidere in che direzione il sistema debba muoversi. In realtà, e tanto più dal momento che la nostra società è basata su una democrazia rappresentativa e non diretta, la cosa non è così facile. La gente può votare ogni cinque anni e solo scegliendo alcuni rappresentati manciata tra un numero limitato di persone o partiti. Vale a dire che votando essi vanno a sostenere un intero complesso di idee e non soltanto una.

Una volta mandati al governo, i nostri rappresentanti possono non comportarsi esattamente  come avremmo voluto, e, se le loro decisioni si discostano parecchio dal nostro punto di vista, può scatenarsi uno scandalo. Maggiore è lo scandalo, maggiore è l'insoddisfazione della gente e più è probabile che il partito al governo non venga rieletto. Quindi i governi sono molto cauti nello scatenare conflitti con la società. Vogliono evitarli. Se ne scoppia uno, cercano di risolvere il problema. D'altra parte, se non ci sono conflitti, se tutto è tranquillo, se la critica ha assunto toni tolleranti e amichevoli, significa che non ci può essere molta insoddisfazione, quindi il governo non promuove  alcun cambiamento per garantirsi la rielezione.

Di conseguenza, i cambiamenti nel sistema avvengono soltanto attraverso conflitti sociali. Tutto inizia con un solo segmento della società che, decisamente insoddisfatto dello status quo in un determinato ambito, quindi inizia a sollevare un polverone. Se il polverone cresce fino a diventare un conflitto vero e proprio, il governo dovrà reagire. Il governo infatti ha bisogno di tenere il conflitto sotto controllo in modo da non rischiare una degenerazione e, alla fine, essere rimosso dall'incarico. In un conflitto tra due parti ciò significa che il governo sarà dalla parte di coloro che sono maggiormente in grado di esasperare il conflitto, di scatenare più scalpore, di esercitare la maggiore pressione politica. Ovviamente può essere di vitale importanza che l’opinione pubblica si schieri per una o per l'altra parte. L’agitazione mossa da uno degli schieramenti crea molta più pressione politica se agli occhi dell’opinione pubblica la loro è una causa giusta. Nella questione animale, il conflitto è tra il movimento animalista e coloro che sfruttano gli animali. Chiamiamo questa fazione  industria animale. Il conflitto sociale per un cambiamento di sistema che contempli la fine dello sfruttamento degli animali, vale a dire il veganismo, è un conflitto diretto tra il movimento animalista e l’industria animale. La parte che è in grado di produrre più pressione politica sarà quella che alla fine vincerà. All’inizio l’opinione pubblica risulta indifferente ed è il bersaglio della guerra di propaganda tra le due fazioni. Ognuno cerca di tirare il pubblico dalla propria parte. Dal momento che l’industria animale è molto potente e politicamente influente, realizzare cambiamenti del sistema contro la sua volontà è molto difficile, anche se non impossibile. È molto importante distinguere a questo punto tra l’industria animale che è nemica del cambiamento, l’opinione pubblica in veste di osservatore per la cui simpatia entrambe le fazioni si battono, e il governo, il giudice per così dire, che entrambe le parti cercano di condizionare con la pressione politica che sono in grado di esercitare.

Quando si riflette sulla teoria politica, è di vitale importanza basare le proprie idee sui dati e sull'esperienza diretta per stabilire se stiamo ancora parlando della realtà piuttosto che di sogno o finzione. La politica è l'arte di cambiare la società. La politica è puramente consequenzialista, cioè il suo valore deve essere valutato esclusivamente sulla base delle conseguenze che determina. La buona politica conduce ad una società migliore, la cattiva politica ad una peggiore. Quando si parla di un cambiamento politico ci sono molti parametri che possono non essere considerati ma che possono influenzare il risultato. Quindi un pensiero rigorosamente teorico può molto facilmente portare fuori strada. Come faccio a stabilire se un dato fattore che punta in una certa direzione avrà più o meno effetto rispetto ad un altro che punta altrove? Solo attraverso l'esperienza pratica. Che tipo di esperienza può  essere utile in questo caso? Che cosa dicono i dati a proposito della teoria qui presentata?

La campagna contro i circhi con animali selvatici in Austria era diretta contro i circhi e solo marginalmente nei confronti del pubblico. La tattica era quella di protestare in modo permanente di fronte ad ogni luogo  dove si svolgeva uno spettacolo con animali selvatici, al fine di rovinare il divertimento dei visitatori. Questo approccio conflittuale ben presto ha portato ad una escalation del conflitto. I circensi sono ricorsi alla violenza e hanno aggredito fisicamente molti attivisti in diverse occasioni, a volte molto seriamente e premeditatamente. Il movimento ha reagito con tre attacchi incendiari. Inoltre, i circensi hanno avviato una serie di cause legali contro la campagna, mentre gli attivisti segnalavano le violazioni dei regolamenti alle autorità. Dopo sei anni, ogni singolo circo con animali selvatici aveva dichiarato fallimento. Il governo fino a quel momento non aveva reagito, dato che il conflitto non aveva mai raggiunto una soglia rilevante in termini di gravità, né l’opinione pubblica o i media avevano prestato molta attenzione alla questione.

Alla fine i circi con animali selvatici sono stati banditi. Senza alcuna opposizione è stato facile introdurre un divieto. In questo conflitto, indebolendo e, infine, abolendo completamente le industrie animali, sono stati conquistati un divieto e un cambiamento permanente del sistema.

Un altro esempio da considerare è la campagna contro gli allevamenti di galline in batteria. In questo settore le industrie animali erano molto potenti e non potevano essere affrontate direttamente. Con la minaccia di un disastro economico, di incrementare la disoccupazione, di chiudere importanti industrie a livello locale e di scatenare una drastica riduzione nel pagamento delle imposte, la loro influenza sui governi locali, regionali e federali era enorme e il movimento non sufficientemente forte per scontrarsi con loro. Per ciò che concerneva l’opinione pubblica, però, il movimento non doveva ripartire da zero. Per decenni questa era informata che gli allevamenti in batteria sono esempi perfetti di maltrattamento di animali. Anche i libri per bambini ne parlavano e in tutte le scuole l’allevamento in batteria è stato un argomento di discussione. Per questo motivo, nel 2004, già l’86% dell’opinione pubblica era favorevole a vietare l’allevamento in batteria.

Tutto ciò da solo, però, non avrebbe cambiato nulla. Come detto in precedenza, l'80% delle persone continuavano ad acquistare uova prodotte in batteria ed il governo non aveva alcun motivo di agire, poiché apparentemente non vi era alcun conflitto. In questa situazione, il movimento animalista ha deciso di iniziare una campagna per abolire le gabbie da batteria, ossia per promuovere il divieto di  ogni forma di questo tipo di ingabbiamento, tra cui le cosiddette gabbie “arricchite”. In Parlamento la situazione era favorevole visto che i socialisti ed i verdi all’opposizione raggiungevano insieme quasi il 50% dei parlamentari. Contro questa coalizione solo i conservatori al governo si sarebbero opposti, spinti dalla pressione politica della potente industria dell’allevamento in batteria.

È per questo che il movimento si concentrò sui conservatori e li boicottò in tre elezioni successive (due provinciali e una presidenziale). Molti manifesti di propaganda elettorale dei conservatori vennero rimossi o resi illeggibili mentre quelli anti-conservatori  venivano lasciati ovunque. L’operazione risultò così efficace che i conservatori pagarono agenzie di sicurezza notturna per salvaguardare i propri manifesti e in effetti si verificarono una serie di scontri con gli attivisti. Inoltre, gli attivisti iniziarono a disturbare tutti i comizi elettorali conservatori ed organizzarono una campagna anti-conservatori caratterizzata da un messaggio inequivocabile: coloro che votano per i conservatori votano a favore dell’allevamento in batteria. Al culmine di questo conflitto, il giorno prima delle elezioni in una provincia, il leader del partito conservatore saltò giù dal palco dove stava tenendo il suo ultimo discorso elettorale e se la prese con l’attivista più vicino, prendendolo a pugni in faccia e strappandogli la bandiera. Il giorno dopo capeggiava la notizia nelle prime pagine di tutti i giornali: il leader del partito conservatore prende a pugni gli attivisti per i diritti animali! Ed il partito conservatore perse il 50% dei voti in quelle elezioni!

In un’altra provincia in cui erano al governo, i conservatori persero la maggioranza e furono scavalcati dai socialisti. Nelle elezioni presidenziali la pressione crescente divenne così forte che il candidato presidenziale dei conservatori si sentì in dovere di sostenere nella sua ultima conferenza stampa di essere personalmente favorevole al divieto di allevare in batteria. Quando persero anche queste elezioni, i conservatori cedettero. La pressione politica del movimento animalista aveva superato l'influenza politica delle industrie animali. Nel 2005, il divieto assoluto dell’uso di qualsiasi gabbia per le galline ovaiole, tra cui anche le gabbie “arricchite”, venne varata in Parlamento e divenne effettiva nel 2009. Tutti coloro che presero parte in prima persona a questa campagna elettorale ritengono che sia stata l’entità della pressione politica esercitata a portare a questa decisione. In un conflitto aperto, con l'aiuto della simpatia e di un ampio consenso dell’opinione pubblica, il movimento ha sconfitto l’industria animale costringendo la potente lobby avicola alla resa. Ciò ha aperto la strada ad un cambiamento di sistema. Oggi in Austria,come detto, nessuno può più acquistare uova di galline allevate in batteria.

Si potrebbero fornire numerosi altri esempi a sostegno di queste affermazioni, come la campagna contro le gabbie dei conigli grazie alla quale il governo è stato costretto a ritirare il compromesso sulle raggiunto sulle gabbie “arricchite” e ad accettare di promulgare un divieto totale entro la fine del 2012. Vi è, però, un altro esempio che vale la pena descrivere più in dettaglio. In una regione nella provincia dell’Alta Austria, la cattura di uccelli canori è una tradizione profondamente radicata, pertanto derubricata dal divieto generale di cattura di animali. Quando in Austria la legge per gli animali questione divenne legge federale, il divieto di cattura di animali fu esteso anche all’Alta Austria. Il governo aveva trascurato il fatto che il divieto di tale pratica in questa regione andava a  rappresentava scontrarsi con una tradizione radicata e contro la potente ed influente lobby dei cacciatori è capace di intimidire tutti i partiti politici. Tuttavia, la sua influenza si estende sì a tutta la provincia, ma non al governo federale. D'altra parte, il movimento animalista è in grado di esercitare molta più pressione politica a livello federale che a quello provinciale delle zone rurali dell'Alta Austria.

Ora, quando il governatore dell'Alta Austria si rese conto che la nuova legge avrebbe vietato la cattura di uccelli anche nella sua provincia, intervenne cercando di indurre il Ministero per le politiche sugli animali ad introdurre nella legge una deroga riguardante la cattura di uccelli canori nell’Alta Austria. Senza alcun’altra influenza, il ministro si decise in tal senso propose la deroga. Al che, il movimento animalista si oppose iniziando una campagna molto conflittuale contro il ministro, che per mesi proseguì con dimostrazioni giornaliere di fronte al suo ufficio e con il boicottaggio di tutte le sue apparizioni pubbliche. Egli infine dovette cedere a queste pressioni rinunciando alla deroga. Il governo provinciale, però, che è tenuto a far sì che le leggi siano rispettate localmente, sotto l’influenza dei cacciatori di uccelli, decise semplicemente di non dare corso alle sue prerogative.

Riassumendo, solo il conflitto politico all'interno della società tra il movimento animalista e l’industria animale può portare alla promulgazione di nuove leggi e controllare che siano effettivamente applicate. La fazione che riesce a raccogliere più favore e ad esercitare maggiore pressione politica, vince. La legge risultante dal conflitto determina il sistema sociale che definisce di fatto come le persone si debbano comportare e come gli animali vengano trattati.

L’opinione dei singoli o della maggioranza della società è di importanza secondaria. Non è stata l’opinione larga costituita dalla schiacciante maggioranza di persone contrarie alle uova prodotte in batteria a proibire questa forma di allevamento o a fermarne la vendita dei prodotti, bensì la pressione politica ed il conseguente cambiamento di sistema hanno mutato la società e la condizione degli animali.


Un cambiamento incrementale di sistema conduce all’affermazione dei diritti animali?


I dati presentati fino ad ora indicano che un cambiamento di sistema può essere ottenuto attraverso un conflitto politico con l’industria animale. Se il sistema cambia, però, è per condurre al veganismo alla fine dell’intera industria animale. Può l’industria animale scomparire completamente grazie ad un processo di vittorie “passo dopo passo” che conducano a riforme incrementali? Da un punto di vista puramente teorico, la continuità psico-politica che va dall’utilizzo degli animali, passando dal benessere animale, fino ai diritti animali suggerisce che ciò è possibile.

Una società senza alcuna restrizione sull’utilizzo di animali considera i non umani come beni, ad uso e consumo degli umani, senza riconoscere loro alcun valore etico. Questo tipo di società non può provare alcuna empatia o compassione per gli animali. Un ottimo esempio è la situazione in austriaca antecedente alla promulgazione della prima legge sugli animali. Storicamente, da quel momento iniziale, si svilupparono gradualmente la compassione verso gli animali e leggi a favore del loro benessere. In questa fase, il vegetarismo etico poté ottenere supporto già a partire dalla fine del XIX secolo. Lentamente, le prime idee sui diritti animali presero forma e, a partire dal 1980, sorse un vivace e fiorente movimento animalista. L'ideologia e il movimento dei diritti animali hanno, dunque, le loro radici politiche e psicologiche nel protezionismo.

Analogamente, il cambiamento persone dei singoli procede in genere dalla compassione e da sentimenti di protezione – che possono anche condurre a un minore consumo di prodotti animali (o, più facilmente, al solo consumo di prodotti derivanti da animali allevati in modo non intensivo) – fino al vegetarismo, ed infine ad una visione pienamente animalista e al veganismo. Psicologicamente, la compassione e il protezionismo sono alla base dell’animalismo.

È possibile fornire dati ulteriori a sostegno di questa tesi. Nel 1998, dopo una lunga e dura campagna di protesta, l'Austria introdusse il divieto di allevare “animali da pelliccia” in sei province. Nelle restanti tre una nuova legge sugli animali limitò l'utilizzo di “questi animali. Era legale solo allevare volpi sul terreno e visoni in luoghi con piscine dove potessero nuotare; le gabbie furono vietate. Tuttavia, questa classica normativa sul benessere animale basata sul concetto di sfruttamento “umano" condusse sette anni più tardi al divieto assoluto di tutti gli allevamenti di “animali da pelliccia”,. Questa legge va ovviamente ben oltre il benessere animale e si spinge in direzione dei diritti animali. Essa afferma che gli animali non umani non esistono per essere sfruttati dagli umani, in quanto il vantaggio di produrre pellicce non giustifica la loro prigionia e uccisione neppure se condotte in modo più “umano”. Anche considerando il divieto di usare gabbie, questa legge è molto più vicina ai diritti animali nel continuum che va dal welfare ai diritti. Eppure, essa nacque sulla base di una vecchia legge sul benessere animale.

Il divieto di allevamento di “animali da pelliccia” mostra che l'industria pellicce basata su questa forma di sfruttamento è indebolita, visto che, almeno in Austria, questo settore produttivo è stato completamente eliminato. D'altra parte, questa legge non ha ridotto la quantità di pellicce vendute in Austria, poiché i pellicciai si sono rivolti al mercato di importazione. Questo significa che il divieto di allevamento di “animali da pelliccia” non può essere interpretato come un progresso nella direzione dei diritti animali?

Il movimento animalista austriaco può indurre un cambiamento diretto solo in Austria, ma la legge austriaca contro le pellicce è diventata un esempio da seguire per diversi altri paesi e ora una qualche forma di divieto al proposito è stata promulgata almeno in Gran Bretagna, Scozia, Galles, Italia, Croazia, Olanda e Svezia. Se un tale divieto è stato introdotto in un numero sempre crescente di paesi e un giorno magari lo sarà in tutta l'Unione Europea, a quel punto potrà essere introdotto anche un divieto di importazione, come quello già esistente che vieta l’importazione di prodotti di cane e gatto, e probabilmente in un futuro ormai prossimo di prodotti di foca. Ciò rappresenterebbe un cambiamento di sistema tale da spingere tutti i cittadini dell'UE a far più uso di pellicce. Non vi è poi alcun motivo per cui altri continenti non possano seguire l'esempio se i rispettivi movimenti per i diritti animali fossero capaci di sufficiente pressione politica da ottenere divieti leggi simili. Alla fine la produzione di pellicce potrebbe cessare in tutto il mondo. In questo senso, la legge austriaca che vieta l’allevamento di “animali da pelliccia” è senza dubbio un primo passo verso la scomparsa della pelliccia come prodotto di consumo, cioè verso la fine dello sfruttamento di qualsiasi animale per la sua pelliccia.

Prendiamo ora in esame il divieto dell’allevamento di galline in batteria. A differenza di quello sugli “animali dapellicce pelliccia”, questo non comporta la cessazione  della produzione di uova in Austria. Tuttavia, tale divieto ha portato comunque ad una riduzione del numero di uova prodotte (e il numero di galline sfruttate) del 35%! Dalla suaintroduzione , infatti, il numero di galline ovaiole in Austria è diminuito proprio del 35%. La ragione di ciò è duplice. In primo luogo, un allevamento estensivo per la produzione di uova può contenere solo circa la metà delle galline allevate in un allevamento in batteria delle stesse dimensioni. Questo perché nell’allevamento estensivo le galline hanno molto più spazio a disposizione e il numero di piani di gabbie impilati l’uno sopra l'altro è minore. Inoltre, poiché le galline possono muoversi liberamente all'interno del capannone, usano molta più energia ottenuta dal cibo per il movimento e la produzione di calore. Quindi, una gallina in un allevamento estensivo ha bisogno di una quantità di cibo doppia rispetto ad una gallina in batteria per produrre la stessa quantità di uova! Ciò implica che la produzione di uova con questo sistema è diventata almeno due volte più costosa.

Il divieto di allevamento in batteria ha avuto come conseguenza una drastica riduzione della quantità di galline coinvolte e un drastico aumento dei costi di produzione. Finora l’industria avicola non ha avuto il coraggio di caricare tale aumento dei costi direttamente sul prezzo delle uova, conspaevole che per i consumatori il fattore più importante per determinare quali prodotti acquistare è il prezzo. Tanto più i prodotti diventano costosi, tanti meno ne verranno acquistati.

Eppure è proprio questo l’effetto che il movimento animalista potrebbe sfruttare a proprio vantaggio. Se il movimento riuscisse, contro la resistenza dell’industria animale, ad introdurre leggi più rigide in materia di animali, leggi che riducano la capacità di produzione ed aumentino i costi di produzione, ciò indebolirebbe fortemente l’industria animale. I consumatori comprerebbero meno i prodotti divenuti più costosi, cambiato senza bisogno che cambi la loro opinione loro circa la giustificabilità etica di un tale acquisto. Carne e uova molto costose diventerebbero beni di lusso da consumare meno frequentemente. L'industria animale sopravvissuta sarebbe così enormemente ridotta e indebolita, e ciò potrebbe risultare, in un successivo conflitto con il movimento animalista, in una minore capacità di influenza e di opposizione ad ulteriori riforme ed all’inasprimento delle restrizioni sulla produzione animale. In questo modo le alternative vegane acquisirebbero una maggiore possibilità di prevalere sul libero mercato eliminare conducendo alla fine dei prodotti di derivazione animale. Per quanto riguarda la carne, la più grande speranza di alternative vegane sta nei sostituti vegetali e nelle colture di cellule muscolari in vitro[6].

Se questo cibo del futuro potesse affermarsi sul mercato, ntrerebbe in concorrenza diretta con la carne animale. Qualora leggi severe sul benessere animale rendessero la produzione di carne animale ancora più costosa, la situazione propizia diventerebbe favorevole e potrebbe permettere alla carne proveniente dall’ingegneria tessutale di vincere la sfida. Ciò accelererebbe ulteriormente il processo di abolizione della produzione animale, dal momento che l’indebolimento delle industrie del settore renderebbe più facile l’approvazione di leggi ancora più restrittive. Se la carne in vitro riuscisse a sradicare completamente i prodotti a base di carne animale, il divieto di ogni forma di allevamento arriverebbe sorgerebbe spontaneamente e così saremmo riusciti a raggiungere quanto prefisso senza che le persone siano prima diventate vegane. In realtà, molte persone potrebbero continuare a mangiare la stessa  quantità di carne, delle fatta con le medesime cellule, ma è prevedibile che la continuità psicologica tra il benessere animale e i diritti animali condurrà ad una modificazione dell’atteggiamento dell’opinione pubblica verso i diritti animali e il veganismo. Quando ogni utilizzo degli animali sarà vietato, i diritti animali saranno immediatamente applicati.


Le riforme sul benessere animale favoriscono il convincimento secondo cui gli animali esistono per gli umani?


Grazie al lavoro del movimento animalista, l’idea di benessere animale ha assunto una valenza positiva che viene utilizzata per scopi pubblicitari. Le industrie animali hanno iniziato a e farne uso per commercializzare i propri prodotti, spesso senza che il loro modo di trattare gli animali abbia effettivamente nulla a che vedere con il benessere di questi ultimi. Di conseguenza, le deboli leggi per il benessere animale, come quelle che garantiscono un po’ più di spazio per le galline in batteria, potrebbero diventare un trampolino di lancio per tale pubblicità senza che le industrie siano danneggiate, dal momento che i cambiamenti che quelle leggi impongono non influenzano in modo significativo i costi di produzione. Tuttavia, questo effetto non va sopravvalutato, poiché le industrie animali farebbero pubblicità comunque e gli effetti della pubblicità di solito non sono duraturi.

È invece un altro aspetto ad essere spesso citato quale argomento contro il riformismo per il benessere animale. Se alcuni prodotti sono venduti come “animal friendly”, soprattutto quando le organizzazioni protezioniste e animaliste li promuovono, in qualche modo i consumatori che si interessano alle questioni degli animali e avrebbero potuto essere convinti da argomenti animalisti  più radicali potrebbero acquietare la loro coscienza e consumare questi prodotti senza pensarci due volte. In questo modo, tali riforme potrebbero ostacolare la diffusione di un messaggio sui diritti animali e sul fatto che lo sfruttamento di animali non umani vada messo in discussione senza sconti.

Se  ciò sia vero, e quanto sia importante, è puramente una questione di psicologia e la questione deve essere risolta da studi sugli effetti dei messaggi pubblicitari. È un dato di fatto che al momento non ci sono dati a supporto di questo convincimento. Non ci sono indicazioni empiriche che questo effetto abbia realmente un impatto significativo sulla società. In effetti, sembrerebbe esserci un effetto opposto, che potrebbe anche avere conseguenze più profonde. Un’immagine positiva del benessere animale, dopo tutto, significa che la compassione e l'empatia per gli animali hanno un valore maggiore, implicando un favore più ampio per ulteriori riforme sul benessere animale. E se le persone si aprono ad un’idea di benessere animale ed alle sue motivazioni di fondo, l'esperienza mostra che hanno probabilità maggiori di pronte cominciare a pensare in termini di diritti animali. Dunque, welfare ed empatia costituiscono la base psicologica per i diritti animali.

Ma analizziamo i dati. In Austria, ogni anno vengono approvate nuove leggi sugli animali. La velocità con cui vengono promulgate queste riforme e il grado con cui aumentano le limitazioni sull’utilizzo degli animali hanno continuato a crescere negli ultimi anni. Certamente, negli ultimi 10 anni sono state introdotte nuove leggi sugli animali che ne limitano l'uso ad un livello impensato. Ricordiamo le restrizioni sugli animali da pelliccia nel 1998, a cui fece seguito il divieto totale nel 2005; ad una legge piuttosto debole sull’utilizzo e la detenzione degli animali selvatici nei circhi ha fatto seguito, 15 anni più tardi, il divieto assoluto; la legge che dal 1988 disciplina la sperimentazione animale è stata aggiornata nel 2006 per includere un divieto totale di tutti gli esperimenti scimmie sui primati non umani; regolamenti su come tenere i conigli per la produzione di carne sono stati introdotti nel 2005, imponendo il divieto dell’utilizzo di gabbie a partire dal 2008, con entrata in vigore entro il 2012; la normativa in materia di allevamento di galline è stata rafforzata nel 1999, di nuovo nel 2003 fino al divieto dell’utilizzo di gabbie nel 2005, reso effettivo nel 2009. Chiaramente, lo sviluppo delle normativa in materia di animali mostra come essa venga promulgata regolarmente e severamente con caratteristiche di sempre maggiore severità. Ciò  conferma la precedente affermazione secondo cui esiste una continuità politica dall’utilizzo degli animali, al benessere animale e, infine, ai diritti animali e che il divieto di alcuni aspetti particolarmente odiosi dello sfruttamento animale porta ad ulteriori restrizioni e ad un incrementato benessere animale che può terminare anche nell’affermazione dei diritti animali, quando una certa pratica viene abolita (come è stato il caso per gli “animali da pelliccia”) o quando la maggior parte delle uccisioni “umane” viene vietata. Una legge sugli animali più restrittiva in un certo settore può anche innescare restrizioni provvedimenti simili in altri settori, come ad esempio nel caso del divieto di uso delle gabbie per le galline ovaiole del 2005 che ha favorito l'introduzione di un divieto analogo per conigli nel 2008.

È possibile che quando sia stato raggiunto un certo standard di benessere questo processo si arresti improvvisamente e che quindi un ulteriore inasprimento delle leggi sugli animali  diventi improbabile? È possibile, cioè, che il fine ultimo, i diritti animali, non possa essere  raggiunto seguendo questa strada?

Non ci sono indicazioni che questo sia vero. Dopo il divieto di uso delle gabbie per le galline ovaiole in Austria, la metà delle aziende più grandi chiuse i battenti e l'altra metà cambiò la produzione convertendosi all’allevamento a terra. Questo è, comunque, ancora un allevamento classico con nove galline per mq (anche se erano 16 le galline per mq stipate nelle gabbie in batteria). Poiché non esistono più gli allevamenti in batteria, si è iniziato ad osteggiare il nuovo e più costoso sistema . Gruppi animalisti di recente formazione, che non hanno mai visto le gabbie in batteria, si sono già introdotti in allevamenti estensivi e hanno consegnato materiale video scioccante ai media che a lor volta lo hanno trasmesso. Nel 2008, il gruppo per i diritti animali più attivo usare per l’abolizione delle gabbie da batteria ha pubblicato un nuovo opuscolo di 40 pagine dove critica esplicitamente, con immagini molto forti, il nuovo sistema di produzione delle uova, ponendolo accanto alle altre forme di sfruttamento e chiedendo cambiamenti legislativi coerenti con il veganismo. Il manager di una grande catena di supermercati, che 14 anni prima aveva  tolto le uova prodotte in batteria dagli scaffali della sua impresa, ha già contattato i gruppi animalisti dicendo loro di voler bandire in futuro anche le uova provenienti dall’allevamento estensivo. L'esperienza ci mostra pertanto che la campagna contro il sistema appena costituito di produzione estensiva delle uova è iniziata molto prima del previsto. Anche se politicamente non vi è molto spazio per introdurre un nuovo divieto nel breve periodo, questo argomento potrebbe diventare materia di serio dibattito entro 10 anni. Se poi l'intero processo si ripetesse, se cioè invece del divieto di utilizzo di gabbie, si  ottenesse il divieto di produzione estensiva e di conseguenza le uova così prodotte scomparissero dagli scaffali dei supermercati, cosa potrebbe fermare il movimento dal continuare fino a quando l’intero allevamento di galline ovaiole sia bandito? Potrebbe ripetersi quanto già successo con animali da pelliccia?

Se sviluppare una coscienza critica rispetto ad alcuni aspetti dello sfruttamento degli animali nella zootecnia e sostenere il benessere animale di per sé sono incentivi psicologici per gli individui a muoversi verso i diritti animali, è prevedibile che le società con standard più elevati di benessere animale avranno più movimenti per i diritti animali, una maggior prevalenza di chi pensa in termini di diritti animali e quindi più opzioni vegane saranno disponibili. Le società con standard di benessere animale molto ridotto dovrebbero mostrare la tendenza opposta ed in effetti le cose stanno proprio così. Paesi europei come Gran Bretagna, Svezia e Austria hanno un elevato standard di benessere animale e un fiorente movimento animalista, mentre paesi con scarso welfare per gli animali, come la Cina, sembrano disinteressati animali alla questione animale e il veganismo come scelta etica è  praticamente inesistente.

Se si considerano tutti gli aspetti, i dati suggeriscono che riforme restrittive non sono affatto un ostacolo per i diritti animali, al contrario promuovono un’evoluzione della società in questa direzione.

 

Ulteriori aspetti del processo di riforma incrementale

  • La questione su quali norme siano da considerare abolizioniste e quali riformiste pare dipendere da opinioni arbitrarie e relative ad una particolare ideologia. Nel libro Rain without Thunder[7], Gary Francione definisce cinque criteri attraverso cui valutare se una legge è da considerare abolizionista. Il divieto totale di utilizzare gabbie è citato come un esempio di legge abolizionista in contrasto con quelle che si limitano ad aumentare lo spazio gabbia delle gabbie medesime. Egli osserva che il divieto di ingabbiare comporta che la volontà delle galline di muoversi liberamente sia rispettata senza che ciò arrechi vantaggio alle industrie che le sfruttano. Francione, tuttavia, argomenta in maniera puramente teorica. Egli non offre dati a supporto delle proprie idee e la sua definizione di abolizionismo sembra essere deontologica e non consequenziale. Tuttavia è difficile comprendere come una teoria che pretende di indicarci la via dell’azione politica possa fare a meno di domandarsi se le conseguenze dell’azione intrapresa promuovano effettivamente il fine politico che ci si è prefissati.
  • Ancora più estreme sono le tesi di Lee Hall sostenute nel libro Capers in the Churchyard[8]. Secondo l’autrice, ogni legge, indipendentemente da ciò che afferma, finché non garantisce eguali diritti a tutti gli animali è una legge riformista e, come tale, deve essere respinta. La motivazione che adduce a sostegno di questa tesi è che ogni legge di questo tipo in qualche modo avalla implicitamente l’utilizzo di animali. Il divieto di allevamento degli “animali da pellicce pelliccia”, ad esempio, legittima la produzione di pelle, i diritti per i primati non umani giustifica l’idea che tutti gli altri animali non debbano avere diritti e così via. La Hall sostiene addirittura che ogni campagna che non ha come unico obbiettivo i diritti animali nella loro interezza ed il veganismo per tutti è da considerarsi riformista in quanto affermerebbe implicitamente che tutte le forme di sfruttamento che non rientrano nei suoi obbiettivi sono valide. Perfino l’attività dell’ALF[9] viene classificata come riformista, poiché la Hall sostiene che solo una diffusione pacifica del veganismo  favorisce l’avvento dei diritti animali e pertanto che solo questa vada considerata come l’unica attività abolizionista autentica. Tuttavia, la Hall non offre dati a sostegno delle proprie idee né nel libro né nell’inchiesta condotta, e senza dati empirici a supporto la sua tesi resta opinabile.
  • Le riforme legislative nei confronti degli animali generalmente migliorano la qualità della vita dei singoli animali che vengono protetti. Un gallina stipata sul fondo di una gabbia sicuramente ha una vita peggiore di una gallina in un fienile o in un sistema a scorrazzamento libero. Tale aspetto, comunque, per quanto possa essere centrale rispetto all’interesse dell’animale stesso, non gioca alcun ruolo nella valutazione politica se una campagna possa o meno condurre ai diritti animali.
  • Nel mondo, più di 2.000 attivisti sono stati imprigionati per le loro azioni animaliste poiché hanno violato leggi speciste. Da un punto di vista etico, la loro incarcerazione è ingiusta ed è una violazione del loro diritto alla libertà. Numerosi gruppi si sono formati a sostegno di questi prigionieri, non solo a livello di singoli individui, ma anche sottoforma di campagne politiche. All’opinione pubblica viene chiesto di firmare petizioni per migliorare la loro condizione carceraria, vietandone l’isolamento e garantire garantendo loro pasti vegani. Questi gruppi, sebbene disapprovino in toto l’arresto degli attivisti animalisti, hanno deciso di perseguire una campagna per raggiungere obiettivi realistici e in grado di migliorare la condizione dei prigionieri. Tali campagne dovrebbero essere considerate riformiste e non abolizioniste secondo gli standard indicati, ma gli abolizionisti non le disapproverebbero mai. Sorprendentemente nessuno si domanda se tali campagne non legittimino l’incarcerazione degli attivisti animalisti nella mente dell’opinione pubblica o se il successo nell’ottenere migliori condizioni per i prigionieri non serva a rafforzare il meccanismo che porta all’incarcerazione degli attivisti che hanno liberato animali.
  • Le campagne in corso per ottenere leggi realistiche in favore degli animali hanno prodotto un numero rilevante di associazioni protezioniste e animaliste che sono diventate potenti e influenti politicamente. Più ampia è un’associazione di questo tipo, più diventerà popolare e capace di esercitare pressione. In Austria, comunque, vi è una chiara tendenza da parte di un gran numero di associazioni a diventare sempre più radicali e pro vegetarismo. Tutti questi gruppi insieme comportano un giro d’affari di 30 milioni di euro all’anno solo per quanto attiene alle donazioni e, sebbene solo una piccola parte di questo denaro venga spesa per favorire la compassione e l’empatia per gli animali nell’opinione pubblica, ciò serve comunque a creare un terreno fertile per i diritti animali. Effettivamente, alcune di queste associazioni promuovono in maniera esplicita il veganismo nelle loro pubblicazioni. Se tutti i gruppi dovessero orientarsi verso campagne genuinamente abolizioniste, precipiterebbero drasticamente alla dimensione delle associazioni vegane e perderebbero tutta la loro influenza e capacità di promuovere nei fatti il veganismo.
  • In linea di principio, utilizzare materiale video che mostra abusi particolarmente scioccanti sugli animali dovrebbe essere classificato come propaganda riformista. Dopo tutto, queste immagini suggeriscono che detenere animali senza usar loro crudeltà è lecito, ossia queste immagini non criticano l’uso di animali bensì l’abuso. Rifiutando questo tipo di filmati, comunque, il movimento rinuncerebbe ad una delle sue armi più potenti sul terreno della propaganda. In realtà, poiché esiste un collegamento psicologico tra welfarismo e i diritti animali, questi filmati effettivamente incrementano il numero di attivisti vegan e animalisti, e, ancora una volta, dimostrano come gli argomenti abolizionisti siano fallaci.
  • Le campagne riformiste portano a successi. Gli ultimi 10 anni di campagne riformiste in Austria sono risultati in una lista formidabile di successi e hanno fatto sì che la legislazione austriaca in tema di animali sia indicata come la migliore del mondo. Il successo è la linfa vitale dell’attivismo poiché esso richiede energia e per sostenerlo a lungo bisogna essere fortemente motivati. Se l’attivismo riesce effettivamente a determinare dei cambiamenti nella società, il morale e le motivazioni degli attivisti crescono; per l’attivismo vegano, però, non esiste un simile sentimento positivo. Molte persone che diventano vegane tornano prima o poi a consumare prodotti animali. E la società nel suo complesso non sembra essere cambiata affatto – dopo 130 anni in cui campagne di questo tipo  sono state condotte. È molto triste che un numero significativo di attivisti possa sostenere campagne sul veganismo per molto tempo senza alcun successo che sia percepibile.

 

Conclusioni

 

L’analisi dell’attivismo politico a favore degli animali congiuntamente ai dati derivati dall’esperienza suggeriscono il seguente approccio al fine di raggiungere i diritti animali nel lungo periodo.

Il primo scopo del movimento per i diritti animali dovrebbe essere l’esercizio di una pressione politica per ottenere riforme incrementali verso i diritti animali. Una riforma è un passo verso i diritti animali se danneggia significativamente l’industria animale, ad esempio indebolendola e/o obbligandola a far ricorso a sistemi di produzione economicamente più costosi. L’unico nemico del conflitto politico teso a raggiungere i diritti animali è infatti l’industria animale. In sua assenza, i diritti animali sarebbero già una realtà. L’indebolimento dell’industria animale attraverso leggi severe serve a tale scopo in due modi. Innanzitutto indebolisce l’avversario di future leggi a favore degli animali e, in secondo luogo, rende i prodotti animali più costosi: se meno persone li comprano, le alternative vegane avranno maggiori chance nella competizione sul libero mercato. Leggi più restrittive non ostacolano che le persone diventino consapevoli delle questioni relative ai diritti animali; al contrario promuovono tale cambiamento poiché il benessere animale è la base psicologica dei diritti animali.

Per produrre sufficiente pressione politica, può essere vantaggioso avere un grande numero di attivisti e un numero altrettanto ampio di simpatizzanti nell’opinione pubblica , ma entrambi questi obiettivi sono secondari, poiché servono solo a rafforzare lo scopo primario di indebolire l’industria animale. Cercare di convincere le persone una alla volt, è una tattica fallimentare, almeno fino a quando il sistema non cambierà. Ciò perché è il sistema a determinare il comportamento sociale delle persone. In una società fortemente specista, essere vegani comporta un dispendio enorme di energie, così che solo una piccola minoranza avrà motivazioni e determinazione sufficienti per poter sostenere a lungo questa scelta. D’altro canto, un sistema sociale che non produce derivati animali induce automaticamente le persone a condurre una vita vegana e, al più tardi dopo una o due generazioni cresciutei in una società vegana, la consapevolezza dei diritti animali sarebbe un’ovvia conseguenza.

Facendo ricorso ad argomenti puramente razionali, possiamo sostenere in maniera convincente che i diritti animali costituiscono un ideale etico. In questo senso,  i dati empirici sulla psicologia umana o l’interesse per la politica sono poco utili. Un ideale etico è infatti fondato su considerazioni deontologiche e non consequenzialistiche.

Ma se davvero vogliamo mettere in pratica quell’ideale etico e cambiare la società, dipendiamo interamente dagli input psicologici. L’azione politica è utile, se cambia con successo la società adeguandola all’ideale etico. Ciò significa che, rispetto alla situazione che precede l’azione il valore dell’impegno politico si misura solamente in maniera consequenzialistica, cioè sulla base delle sue conseguenze. Non ci sono politiche giuste o sbagliate di per sé, come ad esempio sosteneva Kant in merito al mentire che considerava un atto non etico in se stesso, anche qualora avesse potuto, in certe circostanze, salvare delle vite o spingere la società verso un ideale etico.

È la conoscenza approfondita della psicologia umana a mostrarci che gli umani sono molto più animali sociali che animali razionali. Se gli umani fossero animali puramente razionali potremmo ignorare la psicologia all’interno delle politiche e teorizzare solo razionalmente, senza considerare i dati empirici. Teoria e prassi sarebbero la stessa cosa. Gli umani sono invece molto più sociali che razionali e ciò, per il movimento animalista, significa che:

  • Elementi sociali quali compassione, empatia e sofferenza sono fattori molto importanti per motivare gli umani a cambiare il proprio comportamento. Al contrario, elementi astratti-razionali, come i concetti di persona e di diritto, non lo sono altrettanto;
  • Uno degli aspetti più importanti nel determinare il comportamento umano è l’ambiente sociale. Gli umani amano essere ben integrati nella società e vivere in armonia con essa;
  • Gli umani provano un forte bisogno di sicurezza sociale, solitamente vogliono che le cose restino immutate e che i cambiamenti avvengano lentamente e in maniera controllata.

Di conseguenza, il movimento animalista dovrebbe adattare le proprie strategie politiche a questi dati di fatto psicologici. Ciò significa che le campagne politiche dovrebbero tenere conto dei seguenti aspetti:

 

  • Le campagne vanno centrate  su materiale che mostri la sofferenza degli animali e stimoli le persone alla compassione e all’empatia. Slogan astratti o razionali che usino termini come “persona” e “diritti” non dovrebbero giocare un ruolo significativo;
  • L’obiettivo delle campagne dovrebbe essere presentato al pubblico in modo da mostrare che il suo conseguimento comporterebbe il totale alleviamento di un aspetto, chiaramente distinguibile, della sofferenza degli animali;
  • Lo scopo delle campagne dovrebbe essere il cambiamento della società, del sistema in cui le persone vivono e non del modo di pensare delle singole persone;
  • Le campagne non dovrebbero prefissarsi cambiamenti  sociali imponenti. L’obiettivo dovrebbe essere realistico e non astratto. L’evoluzione della società  dovrebbe essere lenta e continua.

Da ciò deriva che è di vitale importanza distinguere tra la filosofia astratta-razionale che poggiando su fondamenti deontologici serve a giustificare dal punto di vista teorico gli ideali etici e la psicologia sociale applicata che riferendosi ad una prassi consequenzialistica serve a legittimare le campagne politiche.

 



[1] [Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, N.d.T.]

[2] [Wiener Tierschutzverein (Vienna Animal Protection Society), N.d.T.]

[3] [Con l’espressione “welfare” Balluch indica sinteticamente il movimento riformista per il benessere degli animali sfruttati a fini economici. Nella traduzione il termine verrà reso con “benessere”, con “protezionismo” o con “welfarismo” a seconda del contesto in cui appare, N.d.T.]

[4] [Istituto per la ricerca sociale empirica, N.d.T.]

[5] [Enriched cages: si tratta di gabbie più ampie e attrezzate di quelle tradizionalmente in uso negli allevamenti intensivi, N.d.T.]

[6] Per un approfondimento su tali prodotti cfr.: http://en.wikipedia.org/wiki/In_vitro_meat e http://futurefood.org.

[7] Gary L. Francione, Rain without Thunder : The Ideology of the Animal Rights Movement, Temple University Press, Philadelphia 1996.

[8] Lee Hall, Capers in the Churchyard: Animal Advocacy in the Age of Terror, Nectar Bat Press, Darien 2006.

[9] [Animal Liberation Front, sigla usata da gruppi informali e autonomi di persone che si avvalgono dell’azione diretta come prassi di lotta contro lo sfruttamento animale, N. d. T.]

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Segnaliamo un recente articolo sul caso Green Hill

L'articolo è stato pubblicato sulla rivista Liberazioni, nr. 10 (autunno 2012)
(può essere scaricato in formato pdf dal sito della rivista)


Green Hill: un caso su cui riflettere

di Marco Reggio
 

Scopo del presente articolo è quello di suggerire alcuni elementi di riflessione sulla mobilitazione contro Green Hill, l’allevamento di cani beagle per la vivisezione[1]. L’incalzante susseguirsi degli eventi, in questi due anni, ha ostacolato l’apertura di un dibattito che invece sarebbe stato utile per lo sviluppo di strategie di lotta antispecista, a maggior ragione adesso che la chiusura dell’allevamento sembra a portata di mano.

La mobilitazione contro uno dei più grandi allevamenti italiani di animali per la vivisezione inizia nella primavera del 2010 con l’inaugurazione della campagna «Salviamo i Cani di Green Hill», nata nell’ambiente dell’animalismo radicale sull’onda della chiusura dell’allevamento “Morini”[2] e promossa dal «Coordinamento Fermare Green Hill» (FGH). Se il riscontro in termini di partecipazione è stato fin da subito incoraggiante e ha coinvolto – seppur in posizione defilata – anche molte associazioni protezioniste, la risonanza mediatica, almeno in questa prima fase, è stata invece modesta. Dopo due mobilitazioni nazionali, FGH promuove una manifestazione nazionale a Roma (25 settembre 2010), in cui le rivendicazioni per la chiusura dell’allevamento si uniscono alle proteste contro la nuova Direttiva Europea sulla vivisezione, giudicata, dai più, deludente se non peggiorativa: partecipano circa 10.000 manifestanti.

Nei mesi successivi, si susseguono mobilitazioni di vario genere – dai presidi, alle iniziative di tipo legale, alle raccolte firme – che, pur non riuscendo a conseguire risultati significativi, contribuiscono a mantenere viva, sebbene a fasi alterne, una discreta attenzione sul caso Green Hill e sulla sperimentazione animale in Italia. In seguito, la pressione si sposta progressivamente verso obiettivi diversi: dal Comune di Montichiari, che concede i permessi per l’allevamento, alla ASL, alla Regione, che promette di promulgare leggi contro gli allevamenti per la vivisezione in Lombardia, fino al Parlamento, cui viene di fatto demandata la responsabilità di agire a livello normativo per chiudere Green Hill. Quest’ultimo passaggio è incoraggiato, in particolare, dalla presentazione da parte dell’On. Michela Vittoria Brambilla – Ministro al Turismo del governo Berlusconi dal maggio 2009 al novembre 2011, – di un emendamento alla legge comunitaria di recepimento della Direttiva Europea 63/2010 per la regolamentazione dell’uso di animali a fini scientifici ed educativi. L’emendamento, secondo la Ministra, vietando l’allevamento di cani, gatti e primati per laboratori, permetterebbe «di voltar pagina con la sperimentazione animale dopo decenni di orrori». L’on. Brambilla, nel frattempo, partecipa con crescente assiduità alle mobilitazioni, dando così grande rilievo mediatico alla protesta.

La presenza di un’importante figura del governo, insieme all’interessamento di alcuni media scandalistici,  funge da cassa di risonanza e attrae grandi consensi nella parte (maggioritaria) del movimento animalista convinta della trasversalità della lotta e dell’utilità dell’intervento dell’on. Brambilla. In questa fase, nasce il gruppo «Occupy Green Hill» (OGH) che accetta e ricerca la collaborazione della Ministra. Le mobilitazioni promosse da questo gruppo sono spesso distinte da quelle di FGH, in quanto quest’ultimo non accetta il rapporto con la parlamentare, anche se stenta ad esplicitare chiaramente questa scelta. La maggior parte degli attivisti sembra non comprendere i motivi della divisione e partecipa pertanto alle iniziative di entrambi i gruppi. L’idea dominante è che la mobilitazione contro la vivisezione non sia un fatto “politico”, e che, quindi, chiunque aiuti a dare visibilità e incisività alla lotta debba essere ben accetto , indipendentemente da come o in nome di che cosa lo faccia.

Oltre che dalla presenza dell’on. Brambilla e dalle proteste di massa (cortei e presidi), l’attenzione viene tenuta alta da alcune azioni eclatanti di FGH: l’occupazione per alcune ore del tetto dell’allevamento da parte di 5 attivisti e l’incatenamento (sempre per alcune ore) ai cancelli degli uffici amministrativi dello stesso. Per tutta la durata della campagna contro Green Hill, almeno fino all’aprile del 2012, non avvengono liberazioni o danneggiamenti rilevanti, né scontri di piazza, come accaduto invece in passato per altre mobilitazioni.

In attesa della discussione parlamentare dell’emendamento dell’on. Brambilla, si concretizzano da parte del fronte pro-vivisezione varie prese di posizione in difesa della ricerca con animali, segno della necessità di controbattere ad un’ondata emotiva antivivisezionista che rischia di puntare i riflettori sul mondo della sperimentazione animale. La diatriba finisce per qualche giorno sulle prime pagine dei quotidiani e il 28 aprile 2012, durante un corteo indetto da OGH, diversi manifestanti, non riconducibili ad alcun gruppo specifico, scavalcano le recinzioni ed entrano nell’allevamento. Sotto gli occhi di pochi rappresentanti delle forze dell’ordine presenti sul posto, i manifestanti liberano “illegalmente” decine di beagle. Alcuni di questi vengono ripresi, altri vengono portati via dai manifestanti. Dodici attivisti vengono arrestati.

Le proteste prendono slancio e, tra maggio e giugno, sia le giornate di mobilitazione internazionali indette da FGH che quelle organizzate da OGH trovano grande seguito. Il dibattito parlamentare, nel frattempo, viene rinviato. Al momento, dopo un altro corteo indetto da FGH, che ha visto la partecipazione di circa 3.000 persone, e dopo l’improvviso quanto inaspettato sequestro giudiziario dell’allevamento e l’affido temporaneo a LAV e Lega Ambiente dei 2.500 beagle ivi rinchiusi, non è stata ancora definitivamente discussa la Legge comunitaria 2001 e, soprattutto, non si sa se verrà approvata e se sì con quali modifiche[3].

 

UNA TURISTA PER CASO?

Uno dei punti meno dibattuti – se si eccettuano le polemiche di basso profilo che tipicamente animano i social network – è il ruolo giocato dall’on. Brambilla nella campagna contro Green Hill. L’onorevole del PdL inizia il suo impegno pubblico nella campagna con la manifestazione nazionale di Roma, ma la sua presenza si fa più assidua e plateale a partire dall’autunno 2011. Ritengo si possa affermare che sia soprattutto suo il “merito” della risonanza mediatica della protesta contro l’allevamento, protesta che – nonostante i numeri significativi ed alcune azioni eclatanti di FGH – stenta ad affermarsi sui maggiori organi di stampa e sui canali televisivi nazionali. In realtà, quella che a tratti potrebbe sembrare una presenza episodica, dettata dalla volontà di racimolare qualche voto, va inquadrata in una strategia di creazione del consenso cominciata in precedenza. L’on. Brambilla, infatti, è notoriamente un’animalista già nel momento in cui si affaccia alla politica nazionale tra le fila del partito di Silvio Berlusconi. Nella primavera del 2010 aveva lanciato il manifesto «La Coscienza degli Animali», insieme a Umberto Veronesi e ad altre personalità del mondo dello spettacolo, della politica e della cultura. I principi enunciati sono improntati ad una visione zoofila e protezionista della questione animale, con dichiarazioni di intenti abolizionisti in alcuni campi limitati (caccia e circhi), visione questa che ben si concilia con la trasversalità politica dei suoi promotori e che non viene contestata neppure negli ambienti animalisti radicali, che evidentemente ne sottovalutano la portata[4].

Il tipo di animalismo che l’on. Brambilla incarna si sposa con alcuni aspetti che caratterizzano fin dall’inizio la campagna contro Green Hill. In particolare, il fatto che l’obiettivo scelto sia un allevamento di cani beagle ha permesso di coinvolgere nella protesta molte persone legate al mondo dei canili e della zoofilia, e nella maggior parte dei casi con scarsa preparazione politica e con scarsa propensione alla stessa. Tale area è già politicamente trasversale e, quindi, accoglie con favore la dichiarazione d’ingresso nella mobilitazione da parte dell’on. Brambilla: «Non faccio politica» (un’evidente assurdità, soprattutto per una Ministra!). In secondo luogo, anche la volontà di concentrarsi su un singolo e specifico obiettivo presenta implicitamente la questione della tortura degli animali come un fatto “tecnico”, risolvibile estirpando uno ad uno gli allevamenti. Questo aspetto, insieme al diffuso uso nell’ambiente animalista sia radicale che protezionista di argomenti antivivisezionisti di tipo “scientifico”, ha forse favorito il prevalere di un approccio “apolitico”.

Dopo un anno di visibilità mediatica grazie alla campagna contro Green Hill e dopo i mutamenti nello scenario politico nazionale, l’on. Brambilla è ora accreditata come personaggio “emergente”, portatrice di un cospicuo consenso per il PdL: la stampa prevede, fra le altre possibilità, che fondi una lista civica nazionale per le prossime elezioni.

Parallelamente, in campo animalista, ha rafforzato la sua piccola associazione, la «Lega italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente» (LeIDAA), fino a fondare un soggetto nazionale, «Nel Cuore - Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente», che si pone come interlocutore delle istituzioni, grazie all’adesione delle più grandi associazioni ambientaliste e animaliste italiane: OIPA, ENPA, LAV, LNDC, LeIDAA, LIPU, Marevivo e WWF.

Il dibattito nel mondo antispecista sulla presenza dell’on. Brambilla rimane scarso; la maggioranza dei militanti (anche “di sinistra”) ne accettano e ne difendono l’operato. Il suo emendamento alla Legge comunitaria 2011 è considerato come qualcosa da sostenere comunque, benché prenda in considerazione unicamente cani, gatti e primati, e non sia chiaro se contenga reali miglioramenti sul fronte delle limitazioni alla vivisezione. Altrettanto poco chiaro è se la sua approvazione porterebbe alla chiusura di Green Hill, come da lei sostenuto.

 

PET, CAVIE, MALTRATTAMENTI

Nonostante alcuni cambiamenti di rotta rispetto alle precedenti campagne, la percezione dell’opinione pubblica animalista è quella di un movimento che prende di mira una singola azienda, per determinarne la chiusura, con l’intento implicito, una volta ottenuto il successo sperato, di concentrarsi su un’altra azienda, e poi sulla successiva, e così via. La visione sottesa a tale operare è quella di un sistema – il sistema vivisezione – che crollerebbe per progressiva mancanza di fornitori. Infatti, come nel caso della campagna «Chiudere Morini», il conflitto generato dal basso non è diretto ai laboratori, ma agli allevatori. Da un lato, questo richiamo all’obiettivo immediato (chiudere il posto x) è uno dei motivi del successo numerico della mobilitazione, poiché il conseguimento di un risultato raggiungibile è allettante per chi si muove in un ambito difficile, come quello della lotta allo sfruttamento animale. Dall’altro, incentiva (forse non ineluttabilmente) un approccio squisitamente strumentale, quasi “tecnico” alla questione. In virtù di tale approccio, qualunque strategia comunicativa così come qualunque cavillo burocratico vanno bene, purché “funzionino” per determinare la chiusura, in questo caso, di Green Hill. Probabilmente non è una coincidenza che la vittoria che in questi giorni si prospetta sembra essere stata innescata da un esposto legale sulle irregolarità evidenziate nella gestione della struttura; irregolarità, tra l’altro, per lungo tempo eluse dagli stessi enti pubblici preposti ai controlli e al rilascio delle autorizzazioni. L’“affaire Green Hill”, insomma, mostra di essere un caso di mala-gestione (privata e pubblica). Proprio per questo riesce a spostare l’attenzione dalla questione etica più complessa (l’uso degli animali nella ricerca e la chiusura degli allevamenti) a quella contingente (il problema del benessere degli animali all’interno degli allevamenti), mostrando dunque, almeno da questo punto di vista, la debolezza di una campagna, che si vorrebbe abolizionista, impostata però sul principio emergenziale del “tutto fa brodo”.

Allo stesso modo può essere interpretato anche il nome della campagna: «Salviamo i cani di Green Hill». Il modo di percepire la lotta da parte delle migliaia di animalisti accorsi alle varie proteste sembra improntato dal desiderio di salvare quel gruppo di cani, il cui valore simbolico è stato ingigantito in questi due anni dagli slogan dei vari gruppi di pressione; slogan che hanno trovato terreno fertile in una zoofilia abituata a considerare il problema dei pet e del randagismo in un’ottica emergenziale più che strutturale. Una maggiore consapevolezza e, soprattutto, una maggiore riflessione collettiva sul carattere sistemico della vivisezione (e della produzione in serie delle cavie animali) avrebbe forse permesso di evidenziare la sostituibilità[5] di quei cani e degli animali da laboratorio più in generale. Si tratta di un elemento di cui tenere conto, a maggior ragione, alla luce dei recenti sviluppi del caso[6].

Accanto a questo aspetto, va considerata la scelta di impostare la protesta sull’empatia nei confronti di una particolare specie (i cani) di una particolare razza (i beagle). Infatti, il doppio status di cui godono gli animali detenuti dentro i capannoni di Green Hill ha implicazioni su diversi piani: l’ambivalenza del loro status morale sul piano giuridico, contemporaneamente da pet e da cavia, si riflette anche, sul piano emotivo e simbolico. I proclami di lotta in favore delle cavie di ogni specie sono stati perlopiù vanificati, proprio a causa di questa ambiguità. Non solo: alcune strategie specifiche della campagna hanno avuto l’effetto collaterale di rafforzare lo iato fra cavie-pet e cavie-tout-court. In particolare, la scelta di fare leva sull’applicazione della legge sui canili e sugli allevamenti di cani per mettere in difficoltà l’allevamento ha incentivato implicitamente proprio  la mobilitazione (emotiva e fisica) a favore dei “cani”. Paradossalmente, il fallimento nell’uso di tale leva giuridica ha sancito la vera natura della questione: a Green Hill si applica la legge sulla sperimentazione animale, poiché i suoi detenuti non sono randagi – potenziali animali d’affezione –, ma materiali da esperimento scientifico[7].

Con queste premesse, lo scivolamento del movimento verso parole d’ordine e strategie ambigue è sembrato quasi inarrestabile. Infatti, come detto, l’enfasi sul maltrattamento dei cani rinchiusi nelle strutture della Marshall ha finito per oscurare rapidamente la denuncia della detenzione in sé e della finalità di tale pratica (rifornire i laboratori): le percosse, le soppressioni motivate da ragioni economiche e perfino le irregolarità formali hanno costituito – a tratti – potenti leve per suscitare indignazione e mobilitazione, con il rischio, però, di promuovere la classica logica delle “mele marce”.

 

DAGLI ALLEVAMENTI AI LABORATORI

Un altro aspetto, tipico delle campagne di pressione animaliste, dalla campagna SHAC (Stop Huntingdon Animal Cruelty) in poi, è quello di concentrarsi sulla vivisezione come impresa, più che come sistema. Che cosa significa che la vivisezione è un’impresa (perché, in effetti, è anche questo)? Significa che, sia nel pubblico che nel privato, è un’attività produttiva sostenuta da altre attività produttive, tra cui la fornitura di animali da esperimenti. L’approccio delle campagne mira a togliere ossigeno all’“impresa vivisezione”, colpendone i fornitori. Quest’ottica, dal punto di vista strategico, non tiene conto dei più elementari meccanismi del capitalismo nell’era della globalizzazione, cioè di un mondo in cui alla chiusura di un allevamento in Italia si può rispondere con l’importazione di cavie da Paesi in cui regole, costi e impatto del dissenso sono minori. In tal senso, questa strategia si riduce ad un semplice escamotage per parlare, genericamente, di vivisezione. Soprattutto, però, denota una visione ancora non sufficientemente matura per la costituzione di un movimento contro l’uso di cavie nella ricerca scientifica, poiché non individua nel paradigma della sperimentazione animale (privata e, soprattutto, universitaria) il bandolo della matassa. La scelta di individuare gli allevamenti di cavie, anziché i laboratori, come possibili obiettivi di una campagna è densa di implicazioni che vanno ben al di là della sola questione economica; implicazioni che dovremmo iniziare ad indagare prima possibile: altrimenti, i proclami abolizionisti dei settori più radicali della protesta rischiano di restare semplici dichiarazioni di intenti.

              


[1] L’allevamento Green Hill, sito a Montichiari (BS), è di proprietà della multinazionale britannica Marshall Farm (http:// www.marshallbio.com). Dal 23 luglio 2012 è stato posto sotto sequestro probatorio dal Tribunale di Brescia.

[2] L’allevamento di topi, cavie e cani per la sperimentazione, sito a S. Polo d’Enza (RE), di proprietà della ditta Stefano Morini Sas, ha chiuso alla fine del 2009, dopo una campagna di pressione avviata nell’ottobre del 2002 dal «Coordinamento Chiudere Morini» (http://www.chiuderemorini.net).

[3] I fatti riportati sono desunti dalle agenzie di stampa e dai documenti ufficiali diffusi tramite internet (siti web, newsletter, comunicati, ecc.) dei principali gruppi che hanno organizzato e partecipato alla mobilitazione contro Green Hill (http://fermaregreenhill.net, http://occupygrenhill.it,  http://www.michelavittoriabrambilla.it). Una cronologia degli eventi è reperibile in ANet: http.//www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=193:ghdueanni, dove è anche pubblicata una raccolta di commenti e comunicati riguardo all’“emendamento Brambilla” e al relativo dibattito: http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=6:su-green-hill-e-labolizione-della-vivisezione-in-italia. Le successive considerazioni sulle caratteristiche della campagna contro l’allevamento Green Hill si basano essenzialmente su queste fonti. Va precisato, per completezza, che chi scrive non ha partecipato alle mobilitazioni: le osservazioni espresse sono dunque basate sulle prese di posizioni pubbliche dei vari attori in gioco, il che, inevitabilmente, costituisce al tempo stesso un limite e una ricchezza del presente saggio. Alcuni elementi di analisi della campagna contro Green Hill sono contenuti, inoltre, nel mio «Antispecisti neri? Parliamone…», in http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=186:antispeneri).

[4] Unica eccezione è l’articolo di Aldo Sottofattori, La coscienza degli animalisti, http://www.liberazioni.org/ra/ra/t30.htm.

[5] Il salvataggio dei 2.500 beagle detenuti nell’allevamento di Montichiari è letteralmente il salvataggio di quei beagle, che vengono rimpiazzati (replacement) da altrettanti cani, probabilmente allevati in altri stabilimenti della stessa multinazionale, poiché gli esperimenti cui sono destinati e il business che ne deriva, naturalmente non cessano.

[6] Nei giorni in cui questo articolo veniva scritto, la Procura di Brescia ha ordinato il sequestro della struttura e l’affidamento temporaneo dei beagle tramite LAV e Legambiente. Ovviamente, l’affido di 2.500 cani alle strutture legate al volontariato animalista pone problemi rilevanti con notevoli implicazioni politiche, di cui sarà necessario discutere, non appena il quadro diverrà più chiaro. Per ora, credo sia utile rilevare che la gestione delle vittime è stata scaricata in modo dichiarato, da parte delle stesse istituzioni colpevoli dei maltrattamenti, sul buon cuore degli animalisti: «La procura ha nominato i nuovi custodi per non fare pesare su Comune e ASL un compito oneroso sotto molti punti di vista, benché con il sequestro del mangime presente nell'allevamento il cibo ai beagle è garantito per i prossimi due mesi. Ma secondo la procura c'era pure il “concreto pericolo che la Green Hill 2001, realizzando l'impossibilità di riprendere l'attività, possa non corrispondere più lo stipendio al personale deputato al nutrimento dei cani, i quali potrebbero cessare il servizio”», Wilma Petenzi, «La società ricorre: “Dissequestrate”», in «Corriere della Sera», 25 luglio 2012, http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/12_ luglio_25/20120725BRE02_11-2011163467643.shtml.

[7] La legge invocata in un primo tempo da FGH è la Legge Regionale 33/2009, che obbliga tutti i canili e gli allevatori di cani ad un numero limite di 200 cani e a metrature e spazi all’aperto che Green Hill non potrebbe permettersi. La legge applicata all’allevamento è invece la Legge 116/92, che norma i laboratori e – sommariamente – i loro fornitori.

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Pubblichiamo questo articolo della storica Elizabeth Hardouin-Fugier (autrice di numerosi libri sul rapporto fra umani e non umani), per fare chiarezza nel dibattito, assai viziato da pregiudizi storici e storiografici, che non cessa di imperversare fra attivisti attorno al ruolo che il regime nazista avrebbe avuto nella protezione per via giuridica dei non umani  e sui presunti fondamenti ideologici di tale azione.

Fonte Liberazioni




La protezione legislativa degli animali sotto il nazismo 

di Elizabeth Hardouin-Fugier
  


Il fantasma di Goebbels avrà di che rallegrarsi: nel terzo millennio si trovano ancora degli autori che utilizzano la sua propaganda e, meglio ancora, che la diffondono! Riversandosi nel vuoto lasciato dagli storici del nazismo in materia di legislazione sugli animali, si può scrivere e proclamare a gran voce in Francia, ma anche in Svizzera, in Italia in America o in Germania, una evidente falsità: che Hitler abbia soppresso la vivisezione, affermazione derivata direttamente dalla propaganda nazista, e che occorre demistificare. 

Le Nouvel Ordre écologique di Luc Ferry è apparso nel 1992,[1] lo stesso anno del Summit mondiale sullo stato del pianeta di Rio, da cui presero avvio le polemiche sull'ecologia. In Svizzera le argomentazioni di Ferry sulla questione animale arrivarono tempestivamente per il referendum concernente l'abolizione della vivisezione che fu messo ai voti il 7 marzo 1993. Il "Corriere della Sera" del 19 ottobre 1992, molto letto nel cantone Ticino, espose le conclusioni del libro di Ferry sui supposti legami fra protezione degli animali e nazismo, argomento che fu largamente ripreso dalla campagna di stampa che precedette il voto. 

Ciò che porta Ferry a trovare un nesso fra nazismo e compassione verso gli animali è la legislazione a protezione degli animali approvata dal governo di Hitler, e particolarmente la legge del 24 novembre 1933 ( Tierschutgesetz). La breve sezione I di questa legge (9 righe in 2 capoversi) intitolata Tierquälerai (tortura o maltrattamento inflitto agli animali) introduce un nuovo criterio di valutazione della sofferenza animale: "è vietato tormentareinutilmente un animale o maltrattarlo brutalmente"[2] (sottolineato dall'a.). Il secondo capoverso definisce "l'utilità" dei maltrattamenti. La seconda sezione (Prescrizioni per la protezione degli animali) è un catalogo di 14 maltrattamenti inflitti agli animali, per esempio l'asportazione delle cosce delle rane ancora vive (linea 12). La sezione più lunga (III, Sperimentazione su animali vivi), concerne una delle più importanti polemiche del XIX secolo, quella sulla "vivisezione". Le sezioni IV e V, meramente giuridiche, precisano le modalità di applicazione della legge, che qui designeremo come "legge 24 nov. '33". 

È facile dimostrare che il regime di Hitler si impadronì dal 1933 della questione della tutela legislativa degli animali, così come dell'insieme delle istituzioni civili, intellettuali e culturali tedesche al fine di presentarsi come un fautore dell'umanesimo (cfr. infra, Cap. I). Non si tratterebbe in questo caso che di un artificio propagandistico fra molti altri, se esso non avesse conosciuto a tutt'oggi un seguito inaspettato. Molti autori francesi fanno riferimento in particolare a Des Animaux et des Hommes, pubblicato da Ferry nel 1994 in collaborazione con Claudine Germé, prendendo per oro colato il mito di una presunta zoofilia nazista, incaricandosi di amplificarla e di trarne le dovute conclusioni: è ciò che vedremo nel cap. II. 

I "IL NOSTRO FÜHRER AMA GLI ANIMALI" 

1. Dalla teoria alla pratica 


Nel momento della presa del potere (1933), i nazisti si impegnano a costruirsi un'immagine virtuosa. Sin dal 2 febbraio del 1933 Hitler proclama: "possa Dio onnipotente prendere il nostro lavoro sotto la sua protezione, orientare la nostra volontà, benedire la nostra intelligenza e concederci la fiducia del popolo perché noi vogliamo combattere non per noi stessi, ma per la Germania".[3] Joseph Goebbels, ministro della propaganda, riferisce nel suo Diario come si adoperò, dal marzo del '33, per dare un' immagine positiva di Hitler come uomo privato, conosciuto sino ad allora solo come uomo politico. Hitler è un uomo "tanto semplice quanto buono", "che pensa solo al suo lavoro e ai suoi doveri", "alla mano, amante dei bambini". Da un lato l'amore per la natura, molto diffuso in Germania, particolarmente fra i vecchi membri dei Wandervoegel (Uccelli Migratori, movimento giovanile molto popolare), dall'altro l'amore per gli animali, sembravano essere le caratteristiche di ogni brava persona. Nelle sue Conversazioni a tavola Hitler si proclama Tierliebhaber (di solito tradotto come "amico degli animali"[4] ma, più propriamente, amante unicamente dei pastori tedeschi. Un Führer non accetterebbe di farsi fotografare, sia pure da Hofmann (divenuto il fotografo ufficiale di Hitler), in compagnia dei maltesi di Eva Braun, buoni solo per una donna. In una serie di cartoline postali molto popolari, il fotografo "sorprende" Hitler che esce credendosi inosservato da una chiesa – una croce si profila al di sopra del suo capo scoperto- mentre accarezza dei bambini o che medita, immerso nella natura, in compagnia della sua cagna Blondie. 

I testi di Hitler sugli animali sono pochi. In Mein Kampf , alcuni riferimenti servono, tramite l'esempio della natura, a giustificare la teoria razzista, la selezione naturale e la violenza. C'è anche qualche storia di cani, al fronte, per esempio, talvolta riportate da Baldur von Schirach, in cui il cane, regalato da Hitler, saltava su chiunque facesse il saluto nazista! Si sa inoltre, tramite Albert Speer, che il Führer era solito annoiare i suoi ospiti nello chalet di Obersalzberg con le sue interminabili tirate sui cani-lupo. Nelle citate "Conversazioni a tavola" meticolosamente raccolte in 500 pagine per gli anni 1941 e 1942, la parola "animale" ricorre 18 volte; oltre ad alcune rudimentali giustificazioni del neodarwinismo ("i gatti non hanno pietà per i topi"), due passaggi più lunghi (pp. 241/2 e 431/2) espongono la dieta vegetariana come regola igienica, poi viene l'inevitabile elogio di Blondie. 

"Nel nuovo Reich non dovrà più esserci posto per la crudeltà verso gli animali".[5] Se questa è la teoria, la realtà è ben altra: "felicità per Blondie-Hitler, dolore per 'Minet' Klemperer, che ha un padrone ebreo! " Victor Klemperer, cugino del celebre direttore d'orchestra, che poté restare in Germania in quanto coniugato con una Ariana, testimonia un fatto poco conosciuto: "mi fu tolto il diritto di versare una quota per i gatti alla Società per la Protezione degli Animali visto che, nella 'Istituzione tedesca dei gatti' (come ormai si chiamava il bollettino della Società, divenuta organo del Partito) non c'era posto per le creature 'perdute per la specie' (Artvergessen) che vivevano con gli ebrei. In seguito del resto i nostri animali domestici, gatti cani e finanche canarini, ci sono stati tolti e uccisi: non si trattò di casi isolati, di sporadiche crudeltà, ma di interventi ufficiali e sistematici; è una delle crudeltà di cui nessun processo di Norimberga ha mai reso conto... ".[6]

2. La legge sulla protezione degli animali 

Le leggi e i decreti successivi sugli animali rientrano nel quadro di allineamento - Indoktrinierung[7] – di tutte le strutture della società civile all'ottica nazista, il cui esempio più celebre è il rogo dei libri proibiti, chiamato autodafé. È curioso che la legge del 24 nov. '33 sulla difesa degli animali non sia mai stata citata dagli storici come un perfetto esempio di irregimentazione tramite una iniziale persuasione fino a che, l'11 agosto del 1938, le associazioni animaliste furono unificate in una struttura ispirata ai principi nazisti, la cui branca felina è ricordata da Klemperer. 

La legge 24 nov. 1933 si inserisce in un "torrente legislativo", esteso a tutti i campi, che dilaga dalle strutture amministrative naziste a partire dal 1933. Durante undici mesi di attività il solo gabinetto di Hitler produsse cinque tomi per 2839 pagine. Nell'aprile del 1933 il Bollettino Ufficiale del Reich ha pubblicato circa trenta leggi sugli argomenti più disparati. Il giurista tedesco Hubert Schorn[8] ha dimostrato come la frenesia legislativa nazista non è che un artificio al fine di impadronirsi del potere politico: quei testi, spesso anodini, talvolta apprezzabili (classi sovraccariche, tutela della maternità), sono la maschera di una ben diversa realtà. Schorn ritiene che a partire dal 1934 si installò un sistema di illegalità nascosto dietro un giuridismo esasperato: Ulrich Linse si riferisce allo stesso fenomeno per quanto riguarda le leggi per la protezione di una natura la cui distruzione era in pieno corso.[9] Per quanto riguarda gli animali, i regolamenti sui mattatoi del 21 aprile 1933 (quattro paragrafi) e la modificazione del vecchio codice penale (16 maggio 1933) precedono, oltre ad altri testi, la legge 24 nov. '33, che Ferry presenta con insistenza come creazione personale di Hitler. 

È chiaro che una dichiarazione di Hitler a favore della protezione degli animali sarebbe stata propagandata infaticabilmente dal coro dei suoi adulatori e posta come criterio di riferimento obbligato per i giuristi, a cominciare da quelli del suo gabinetto. Ma non fu così. Il primo commentatore della legge del 24 nov. 1933[10] fornisce come sua unica "giustificazione" (Begrundung) la volontà del popolo di proteggere gli animali. Parimenti le tesi di diritto sulla legislazione animale scritte sotto il nazismo, si limitano a far riferimento, raramente, ad alcuni passaggi del Mein Kampf per giustificarne la concezione del mondo. Non vi viene menzionato alcun testo di Hitler sulla difesa degli animali, nonostante la riverenza ossequiosa e doverosa che viene tributata al Führer; né alcun riferimento compare nel lungo Kommentar di Giese e Kahler sulla legge del 24 nov. 1933, intriso di giustificazioni, secondo la tradizione del diritto tedesco. I discorsi di Hitler, che sono stati pubblicati integralmente, non sembrano contenere il termine "animale".[11] Tanto meno l'argomento compare nelle raccolte più importanti di sentenze e pensieri del Führer, pubblicate dalla propaganda nazista, e che abbracciano tutti i possibili domini, etici, religiosi e culturali. Ci sia permesso pertanto di imitare san Tommaso e credere solo ai documenti visibili, aspettando la rivelazione degli invisibili. È possibile che Hitler abbia speso due parole per approvare la legge da lui firmata il 24 nov. '33, ma dalle nostre ricerche non è possibile credere alle ripetute affermazioni di Ferry, che non riporta mai i riferimenti specifici, sul ruolo personale svolto da Hitler nella questione della protezione degli animali; per esempio:

Hitler ne faceva un fatto personale; 

... evitare la crudeltà verso gli animali. È in nome di questa volontà che stava a cuore ad Hitler in persona [che sono state promulgate le leggi di protezione]; 

... non è un caso, in tal senso, che noi dobbiamo ancora oggi al regime nazista ed alla volontà personale di Hitler, le due legislazioni più elaborate che l'umanità abbia conosciuto in materia di protezione della natura e degli animali; 

Hitler terrà personalmente a seguire l'elaborazione di questa gigantesca legge (più di 180 pagine!).[12]

Del resto è noto da molte testimonianze quale orrore manifestasse il Führer per l'amministrazione e il lavoro legislativo: "Nel quadro di un procedimento tanto farraginoso quanto inefficace, [Hitler] imponeva un viavai fra i ministeri, finché non si trovasse un accordo sulle proposte. Solo a questo stadio, e sempre con la riserva che egli ne approvasse lo spirito come gli era stato brevemente riassunto, Hitler firmava il testo, normalmente senza darsi la pena di leggerlo, e lo trasformava in legge".[13]

La legge del 24 nov. 1933 è in realtà il risultato di una lunga concertazione fra i vari sostenitori della protezione degli animali, la quale giunse ad un testo comune redatto verso il 1927, sotto la direzione del giurista Fritz Korn.[14] Da quel momento tale proposta di legge venne più volte rinviata tra le assemblee regionali e il parlamento del Reich, ognuno dei quali si dichiarava incompetente. Nel 1933, ancora una volta e sembra molto rapidamente, il progetto viene inviato al nuovo governo e arriva nel gabinetto di Hitler. Le commissioni giuridiche, sovraccariche di lavoro, trovarono il testo "già pronto nel cassetto", secondo una testimonianza, raccolta nel 1970, del prof. A. Ketz, che aveva preso parte ai lavori preparatori della proposta prima del 1933.[15] I giuristi nazisti utilizzarono evidentemente questo lavoro legislativo, considerevole nonostante la sua brevità, che sarebbe stato impossibile da elaborare in così breve tempo. Nella sezione II (catalogo dei divieti) sono recepite le richieste di numerosi autori di molto precedenti. I nazisti colgono evidentemente l'occasione per centralizzare sotto il loro comando le associazioni per la protezione degli animali. Comunque la legge del 24 nov. 1933 realizzò finalmente l'unificazione giuridica e il raggruppamento dei dati in un unico testo di riferimento, cosa che da tempo era auspicata dai giudici; la redazione fu precisa e le sanzioni vennero aggravate: la lista dei divieti, ormai resi penali, verrà percepita come una vittoria senza precedenti. Di fatto però la giurisprudenza del periodo nazista non sembra mostrare alcun cambiamento nel trattamento degli animali; tuttavia la legge del 24 nov. 1933 strombazzata oltre le frontiere, ricevette in Francia un accoglienza favorevole. Il ministero nazista della propaganda fece tesoro di questo successo internazionale, alcuni alti capi di partito, come Himmler, proclamarono questa legislazione come una prova dell'alto grado di civiltà della Germania nazista e anche se non sembra che Goebbels sia intervenuto personalmente nel testo della legge, l'obiettivo esplicito della sua propaganda dal 1933 – dare un volto umano al Führer – era perfettamente raggiunto. Più di mezzo secolo dopo, questo "volto umano" si arricchisce ancora, grazie a Ferry, " di una volontà di evitare la crudeltà contro gli animali, che gli stava personalmente a cuore".[16] Göring ha fatto di meglio. Il suo scoop: "i nazisti hanno eliminato la vivisezione", lo ritroviamo nella Francia del 1999 a la firma di Paul Ariès: "I nazisti, proprio loro, erano antivivisezionisti".[17]

II NASCITA E CRESCITA DI UN MITO 

1. Le incredibili mistificazioni di Luc Ferry 


Nel suo libro del 1994, Des Animaux et des Hommes, Ferry pubblica (p. 513) un frammento dell'edizione del 1939 delKommentar traducendo le prime nove righe (e mezzo) della pagina 19. Ferry intitola tale estratto "Articolo I della legge del 24 novembre 1933 sulla protezione degli animali: crudeltà verso gli animali, Berlino, 24 novembre 1933". Ferry pone sotto questo frammento la firma di Hitler, "del ministro della giustizia dott. Gurtner, del ministero dell'interno e del ministero per la sicurezza Göring". È evidente che tali firme non figurano sotto questo frammento del Kommentar, scritto da Giese e Khaler. Per di più, Göring non ha affatto firmato la legge del 24 nov. '33, come appare dalla Gazzetta Ufficiale tedesca del 25 novembre 1933. Attribuendogli un tale titolo e tali firme Ferry fa passare il commentario come se fosse la legge. Un passaggio del suo libro del 1992[18] riporta la stessa imprecisione, confusione o mistificazione. Insomma Ferry confonde il commento con la legge di cui non cita né analizza alcuna parte. Certo un commento esplica una legge più diffusamente delle circolari applicative, ma non può essere spacciato come la legge, la quale del resto è pubblicata in extenso alle pagine da 262 a 268 del Kommentar che proprio alla pagina 19, citata da Ferry, rinvia alla Gazzetta Ufficiale tedesca (RGBL, S. 987); sorprendentemente numerosi rimandi alla Gazzetta sono estratti da Ferry e spostati in note a piè di pagina.[19] A prima vista questa pseudo-erudizione impressiona i lettori. Io stessa ne sono stata così colpita che ho consultato i Reichsgesetzblatt, reperibili a Parigi! 

Abbiamo visto come a partire dal 1992, Ferry attribuisca alla legge del 1933, che egli non conosce, "un'ampiezza non paragonabile a nessun'altra";[201] nel 1998 e in una pubblicazione dell'UNESCO, ne precisa la lunghezza: "Hitler ci terrà a seguire personalmente questa gigantesca legge (più di 180 pagine)".[21] La palese inverosimiglianza di una simile informazione non ha scoraggiato i suoi seguaci.[22] Jean-Pierre Digard,[23] fra gli altri, consiglia ai suoi lettori di riandare "ai testi legislativi del III Reich riuniti da Ferry e Germé". 

Ancora più spettacolare è il risalto che viene dato alla firma di Hitler in calce alla (pretesa) legge del 24 nov. 1933 (al posto della firma degli autori effettivi del Kommentar!). Il fatto che Hitler firmasse le leggi è una semplice conseguenza giuridica della presa del potere del 30 gennaio 1933, la quale diede ad Hitler un potere legislativo anche più ampio a partire dall'aprile dello stesso anno; si tratta di un fatto meramente politico, che non denota affatto un interesse particolare del Führer per la questione animale. Questa messa in scena di un'ovvietà giuridica serve evidentemente a collegare un testo con un personaggio la cui memoria suscita orrore. È quasi incredibile che una tale mistificazione abbia potuto impressionare chicchessia, ma così è stato per esempio nel caso di Djénane Kareh Tagier che, ne L'Actualité religeuse (15/7/1996, p. 24) scrive: "l'esergo della legge è firmato da Hitler"; il termine esergo, che non appartiene al linguaggio legislativo, tradisce il passaggio dal campo della realtà giuridica a quello dell'immaginario. 

L'unico riferimento di Luc Ferry al preteso interessamento personale di Hitler verso gli animali è costituito da un testo tardivo (1938) che apre l'edizione del 1939 del Kommentar. Krebs, capo del raggruppamento nazista di tutte le associazioni per la protezione degli animali, lo presenta come una "direttiva del nostro Führer", commentando così: "nel nuovo Reich non deve più esserci il minimo spazio per la crudeltà contro gli animali". A partire da questo riferimento unico e frutto della propaganda nel momento in cui furono abolite tutte le associazioni animaliste, Ferry ne fa una "formula di Hitler (sic) che inaugura la Tierschutzgesetz".[24] Secondo Le Point,[25] la frase sarebbe presa da un "discorso di Hitler" (sic!) ma non si da alcun riferimento. Secondo Ferry, Hitler avrebbe fatto di questa legge "una questione personale" o ancora: "Hitler ci terrà a seguire personalmente l'elaborazione di questa gigantesca legge". L'immaginazione di Ferry non è da meno per quanto riguarda la vivisezione. 

2. L'animale nell'universo nazista 

A partire dalla fine dell'agosto 1933, Göring lancia lo scoop di una pretesa soppressione della vivisezione, ben presto confermata dalla circolare provvisoria del 13 settembre '33, valevole per qualche settimana, fino alla promulgazione della legge del 24 nov. 1933, di cui prefigura la III sezione. Si sopprime il nome (vivisezione) ma non la cosa (sperimentazione su animali vivi). Lo scoop della soppressione della vivisezione è presentato abilmente come se si trattasse di un testo legislativo, o quantomeno ufficiale, che prevede pene severe per i trasgressori, passibili di campo di concentramento – sanzione che ha permesso senza dubbio la chiusura di alcuni laboratori e di sciogliere le turbolente associazioni contro la vivisezione che si definivano con questo termine. La novità fece immediatamente il giro del mondo, rilanciata dalle reti radiofoniche tedesche molto diffuse in America, e dalle associazioni animaliste. Nei fatti la legge del 24 nov. si rifà a disposizioni precedenti: l'obbligo di una autorizzazione per i ricercatori al fine di sorvegliarne strettamente la ricerca sperimentale, la raccomandazione ad impiegare l'anestesia ove possibile, la rapida eliminazione degli animali oggetto di esperimento, la limitazione degli esperimenti a scopo pedagogico, la pubblicazione dei risultati nelle sole riviste scientifiche, ecc. Ferry ritiene che l'attenzione dei nazisti verso gli animali da laboratorio sia "più di cinquant'anni avanti rispetto al suo tempo". Bisognerebbe scrivere piuttosto che è in ritardo di cinquantasette anni visto che la prima regolamentazione della materia, in Inghilterra, risale al 1876 seguita da due atti della Prussia del 22 febbraio 1885 e del 20 aprile 1930 e da parecchie altre legislazioni dei paesi europei. Luc Ferry allude con più prudenza riguardo all'accusa secondo la quale gli animalisti avrebbero plaudito alla sostituzione degli animali da laboratorio con gli uomini, in particolare nei campi di concentramento. Egli si accontenta di scrivere "l'assenso della più sincera zoofilia non si è limitata alle parole ma si è incarnato nei fatti",[26] e riserva alle sue numerose interviste la chiave di questa ultima terrificante conseguenza della protezione degli animali. La lettura dei processi di Norimberga in particolare quelli contro i medici, riportata da F. Bayle, rende giustizia di questa abominevole allusione: ci sono le prove di almeno tre laboratori di sperimentazione sugli animali istituiti all'interno dei campi e una cinquantina di testimonianze riportano come gli orribili esperimenti sui "soggetti umani" siano stati preceduti da molti esperimenti, spesso pubblicati, sugli animali.[27]

Ferry crede di vedere nella legge del '33 la fine dell'antropocentrismo: "Il fondamento non è più l'interesse dell'uomo: si riconosce che l'animale deve essere difeso in quanto tale (wegen seiner selbst)". Quest'ultima formula è effettivamente usata nel Kommentar. Si è detto come la legge del '33 derivi dall'intento delle associazioni animaliste di aprire una breccia nella vecchia concezione, l'unica accettabile ed accettata all'inizio del '900, il cui intento era solo quello di limitare le ripercussioni del maltrattamento degli animali sulla moralità umana. Tuttavia e in modo contraddittorio, il Kommentar mette immediatamente (p. 15) in guardia il suo lettore: la legge nazista, nell'assicurare una difesa dell'animale più efficace che nel passato, 

pone il problema di sapere se l'animale possa essere considerato suscettibile di avere una personalità giuridica tale per cui egli avrebbe un diritto soggettivo alla protezione... a questa domanda, bisogna rispondere di no, il portatore del diritto non può che essere l'uomo come singolo o come comunità, mai un animale... giuridicamente parlando, l'animale dovrà essere considerato come una cosa (als Sache gewertet)". 

Il danno arrecato ad un animale di proprietà di un terzo è preso in considerazione solo in quanto è oggetto del § 303 del codice penale, se l'atto non costituisce inoltre una forma di tortura. Dunque l'animale continua ad essere considerato come qualsiasi altro bene. Questa idea è sviluppata in seguito dai giuristi nazisti, i quali dimostrano la sottomissione giuridica dell'animale all'uomo (evidentemente ariano). È sufficiente qui citare l'opinione di Albert Lorz,[28] diventato lo specialista dei manuali di legislazione tedesca sugli animali fino ad oggi. Lorz scrive che è un'ovvietà morale il fatto che l'uomo possa usare ed abusare degli animali per i suoi propri fini. Per tradurre più esattamente, si dovrebbe usare l'espressione corrente nel diritto di proprietà: usare e abusare, che si esprime in un paio di coppie di verbi tedeschi: benutzen und abnutzen ebrauchen und verbrauchen, dove il secondo termine designa una ulteriore degradazione dell'"oggetto" che può arrivare fino al suo annientamento, cioè alla morte dell'animale, ma che paradossalmente esclude il missbrauchen, il maltrattare. Questa concezione dell'animale come mero oggetto di proprietà è vicina a quella del diritto romano: il che porterebbe, in una discussione più lunga, a rivedere una opposizione troppo semplicistica fra una tradizione nordica, che si pretende favorevole all'animale, ed una regione tanto illuminata quanto presuntamene cartesiana, che esalterebbe l'uomo. 

Quanto alla pretesa nazista di difendere tutti gli animali, compresi quelli selvaggi, nella quale Ferry vede un pericolo per l'umanesimo e l'umanità, è solo una fanfaronata della legge del 24 nov. '33 che, nella pratica così come nell'espressione, in effetti concerne i soli animali domestici, ad esclusione delle rane e dei pesci. Una rapida occhiata alla lista degli animali "nocivi" che si possono combattere in ogni caso, o alle "specie inferiori" che si devono privilegiare nella sperimentazione animale, basta a smentire la pretesa uguaglianza istituita dai nazisti fra tutti gli animali. 

Come si è visto, sin dall'inizio del testo del 1933, il criterio che rende accettabile per la legge la sofferenza è l'utilità. Questo elemento di soggettività, anche detto interesse dell'uomo, autorizza di fatto la sperimentazione animale che, senza questa clausola, non avrebbe potuto essere oggetto della terza sezione della legge. Il criterio dell'utilità finisce per rendere obsoleto il concetto di "pubblicità" del vecchio codice penale e lo rimpiazza: la crudeltà esercitata sugli animali era condannabile solo nel caso in cui si fosse perpetrata in pubblico, poiché allora la si considera come lesiva della sensibilità dei testimoni. Per torturare un animale senza essere sanzionati, bastava farlo di nascosto. 

La soppressione di un tale criterio è certo una vittoria pratica della difesa dell'animale, ma non una vittoria teorica. Infatti il criterio dell'utilità della sofferenza inflitta è stabilito in funzione dell'uomo e molto raramente dell'animale (per esempio una preoccupazione veterinaria), e la legge del 24 nov. '33 non è in realtà che una nuova sfaccettatura dell'antropocentrismo. Al criterio della pubblicità che, almeno, rifletteva una certa sensibilità nonché l'importanza accordata all'opinione pubblica, è sostituito quello di una valutazione del tutto arbitraria: chi giudicherà se il blocco di pietra con cui si carica un cavallo da soma è troppo pesante o se la corrida è indispensabile alla salute mentale dei suoi spettatori? Quali sono i criteri che stabiliscono l'utilità? Lungi dall'essere eliminato dai nazisti, come proclama Ferry, l'antropocentrismo trae un riconoscimento ufficiale dalla legge del 24 nov. del '33: ormai è l'utilità dell'uomo che supera ogni altra considerazione. Del resto è a questo partito giuridico che aderisce pienamente lo stesso Ferry, per quanto a sua insaputa, quando raccomanda, nel 1998, di evitare "inutili sofferenze"[29] agli animali. 

3. I seguaci di Luc Ferry 

Dalla pubblicazione del Nouvel ordre écologique numerosi autori hanno rilanciato le affermazioni di Ferry, in genere senza citare la loro fonte. François Reynaert enfatizza il vocabolario di Ferry scrivendo nel Nouvel Observateur che il Führer ha "imposto" la legge sulla difesa degli animali.[30] Nella sua tesi di giurisprudenza, sostenuta all'università di Nantes, Martine Leguille-Balloy arriva a scrivere: "non sarà il caso di ricordare che Hitler fu il più grande protagonista della protezione animale del nostro secolo?".[31] Nel 1993, Janine Chanteur nella sua difesa dell'antropocentrismo riprende l'argomentazione di Ferry: "la propensione [del nazionalsocialismo] è riconoscere un diritto agli animali piuttosto che agli uomini" esprime un pericoloso rovesciamento di posizioni. L'autrice non si chiede nemmeno se la sua affermazione sia verosimile: l'ammette come una evidenza; ancora più chiaramente Jean-Pierre Digard si esprime in questi termini: "con Hitler, spesso fotografato in compagnia dei suoi pastori tedeschi preferiti, e con la legislazione del terzo Reich, che fu più favorevole di ogni altra agli animali, lasciamo la finzione per la storia". Altri autori, in particolare cattolici,[32] mettono in guardia contro una legislazione a difesa dell'animale in nome della stessa falsità: così come Ferry, non si rendono conto che il Catechismo della chiesa cattolica (§ 2418) riprende il criterio della legge del 24 nov. '33, l'utilità della sofferenza inflitta agli animali, e ne estende la portata. 

L'ampollosità tipica del mito già presente in Ferry (una legge di 180 pagine, una bibliografia sugli animali di 600 pagine![31]) si amplifica in vario modo nei suoi imitatori. Janine Chanteur[34] l'attribuisce alla memoria collettiva tramite la formula: "ci si ricorderà" indicando che il fatto di cui si parla ("la propensione del nazionalsocialismo a riconoscere un diritto agli animali piuttosto che agli uomini") è un dato della memoria collettiva che è parte integrante di un patrimonio di conoscenze riconosciute da tutti, ammesso come evidenza cui non servono dimostrazioni, dunque diventato un assioma. L'amplificazione degli argomenti può raggiungere l'assurdo. Si legge, per esempio: "le legislazioni del 1933 e del 1934 nella Germania nazista erano le prime disposizioni legali di difesa dei diritti degli animali e di protezione della natura"; meglio ancora: "il nazionalsocialismo – il primo regime al mondo che abbia codificato la salvaguardia degli animale e della natura". Si potrebbe credere che queste affermazioni siano il frutto del ministero di Goebbels, ma in realtà queste righe provengono da articoli presentati come informativi, pubblicati nel 1999 nella stampa francese di grande diffusione da una giornalista e da uno dei genetisti francesi considerato una autorità in materia di etica.[35]

In questo saggio troppo breve abbiamo cercato di seguire le tappe di un tortuoso periplo di disinformazione. Partito da una base fittizia, la propaganda nazista, appoggiandosi su fondamentali confusioni e affermazioni senza fondamento, la dimostrazione accoglie premurosamente, da una ripetizione all'altra, delle esagerazioni mitiche, dei fatti improbabili. Il discorso diviene stereotipo, non dimostrabile poiché assiomatico. Bisognerà chiedersi per quali motivi si tenda a demonizzare il movimento per la protezione animale accostandolo ad un personaggio quale Hitler. Per ora ci basti constatare come la maggior parte degli autori impegnati in questo tentativo, che si tratti di stimati professori universitari, di giuristi, di filosofi, di religiosi cattolici, di scienziati, di giornalisti di quotidiani influenti, professionisti del pensiero e dell'informazione, tutti, senza la minima esitazione seguano la marcia di un processo di disinformazione che meriterebbe di diventare un caso da manuale.


Note
1. Luc Ferry Grasset, 1992 (da qui abbreviato in Ferry 1992)
2. Testo ufficiale nel Reichgesetzblatt , Gazzetta Ufficiale del Reich, n. ° 132 del 25/11/1933, pp. 987-988 e una colonna di p. 189. La traduzione del termine Tierquälerei può sembrare debole, l'uso comune, riportato dai dizionari più accreditati, è quello di tradurreQuälerei con tortura. 
3. Discorso radiofonico di Hitler del 1/2/1933, citato da Alfred Grosser, Hitler, la presse et la naissance d'une dictature , Paris, A. Colin, 1954, p. 134. 
4. Henry Picker, Hitlers Tischgespräche in Führerhauptquartier , 1941-1942, Stuttgart, Seewald Verlag, 1976; si propone anche la traduzione "amante degli animali". 
5."Prefazione" in Cl. Giese e W. Kahler, Das Deutsche Tierschutzrecht , Berlino, Freiburg, Otto Walter, 1939 (da ora abbreviato inKommentar ), citato da Ferry e Germé, Des Animaux et des Hommes , Paris, Librairie Générale francaise, 1994, in particolare pp. 506, 507, 513 e 514 (da ora abbreviato in Ferry 1994). Un altro scritto di Luc Ferry: "L'Europa delle nazioni di fronte ai diritti animali" inL'Etique du vivant , Denis Noble e J. -D. Vincent, UNESCO, 1998, sarà da ora citato come Ferry 1998. 
6. Victor Klemperer, La langue du III Reich , Paris, Albin Michel, 1996, Lipsia, 1995, p. 140. 
7. Si trova più spesso Gleichschaltung ("sincronizzazione"). 
8. H. Schorn, Die Gesetzgegung des National Sozialismus als Mittel des Machtpolitik , Frankfurt aM., Vittorio Klostermann, 1963, p. 19. 
9. Ulrich Linse, Okopax und Anarchie , Deutsche Taschenbuc Verlag, 1986, p. 50. 
10. Werner Hoche, Die Gesetzgebung..., op. cit . Heft I, p 702, 712; commenti ristampati nel Deutscher Reichsanzeiger und Preussischer Staatsanzeiger n. °28, 1/12/1933, poi nelle successive introduzioni di Giese, Reichsgesetzblatt , teil I, 25/11/1933, n° 132, p. 989. 
11. Max Domarus, Hitler Reden und Proklamationen , 1932-1945, Neustadt Schmid, 1962. 
12. Ferry 1992, p. 182; 1992, p. 206 e 1994 p. 514; 1992, p. 29; 1998, p. 73, nell'ordine delle citazioni. Questo tipo di dichiarazioni si ripete spesso, con delle varianti, per esempio in Le Point , "les animaux ont-ils des droits" 1/4/1995, pp. 85-90. 
13. Ian Kershaw, Hitler, essai sur le charisme en politique , Paris, Gallimard essais, 1995, p. 753. 
14. Fritz Korn, Die strafrechtliche Behandlung der Tierquälerai , Meissen, Bohlmann, 1928, e "Die Tierquaelerei in der Reichsprechung" in Archiv fur Rechtspflege in Sachsen, VI, 1929, pp. 331-340; anche F. Korn, Kommentar zur Reichs-Tierschtzgesetz vom 24 November 1933 . Meissen, Matthaus Hohlmann, senza data (forse dei primi mesi del 1934). 
15. Barbara Schröder, Das Tierschtzgesetz vom 24. 11. 1933 zur Dokumentation der Vorgeschichte und der Änderungvorschläge , Inaugural Dissertation zur Erlangung des Grades eines Doktors der Veterinaermedizin an der Freien Universität Berlin, 1970, pp. 9-11. 
16. 1992, p. 206
17. Golias , novembre-dicembre 1996, "les amis des bêtes", p. 36. 
18. Ferry 1992: "si trovano riunite, in circa trecento pagine, tutte le disposizioni giuridiche relative alla nuova legge, così come un'introduzione che espone i motivi 'psicologici' e politici di un progetto che, da allora, non ha trovato eguali" (p. 181). " Queste tre leggi, oltre a quella del Cancelliere, portano la firma dei ministri principalmente interessati: Göring, Gürtner, Darré, Frick e Rust" (p. 182). 
19. Ferry 1994, 6 rimandi p 512.
20. 1992, pp. 181-182.
21. 1998, p. 73. Ricordiamo che essa occupa 2 pagine e un terzo della Gazzetta Ufficiale tedesca.
22. Jean-François Six, " Existe-t-il un droit de l'animal? " in Pour une éthique du transport et de l'abatage des animaux de boucherie , 24/10/1995 paris, INRA, Interbev, pp. 3- 44; "L'animal est-il un sujet de droit? " in L'Homme et l'animal, un débat de societé , Paris, INRA editions, 1999, pp. 41-59. 
23. J. -P. Digard, Les Français et leurs animaux , Paris, Fayard, nota 73, p. 247. "Il nazionalsocialismo tedesco ebbe la legislazione più favorevole agli animali" afferma anche in "La compagnie de l'animal" in Si les lions pouvaient parler , a c. di Boris Cyrulnik, Paris, Gallimard Folio, p. 1054. 
24. 1992, p. 183.
25. Le Point 1/4/1995, p. 89.
26. 1992, p. 184.
27. Elisabeth Hardouin- Fugier, "L'Animal de laboratoire sous le nazisme", CD Rom Recueil Dalloz 19/2002 e sito internet Dalloz; François Bayle, Croix gammé contre caducée, les experiences humaines en Allemagne pendant la Deuxième guerre mondiale , L'auteur, 1950. 
28. Albert Lorz, Die Tiermisshandlund in Reichstierschutzgesetz , Gunsburg, Karl Mayer 1936, p. 39. 
29. 1998, p. 75.
30. Le Nouvel Observateur, n° 1460, 1992, p. 18. 
31. Evolution de la réglementation de protection des animaux dans les élevages en Europe . 2 aprile 1999. 
32. Tra gli autori che sottolineano il legame fra nazismo e difesa degli animali: Jean-François Six, op. cit., 1995, pp. 3-44; L'homme et l'animal, un débat de societé , 1999, pp. 41-59; Jean-Pierre Digard, op. cit., 1999, p. 215; René Coste , Dieu et l'écologie , éditions ouvrières, Paris, 1994, p. 33. 
33. 1992, p. 80 nota 9.
34. Janine Chanteur, Du Droit des bétes à disposer d'elles-memes , Paris, Le Seuil, 1993, p. 11. 
35. Sophie Gherardi "La Deep Ecology comme anti-humanisme" Le Monde des Débats , maggio 1999, p. 15; Axel Kahn, "Haro sur l'humanisme", L'Humanité , 30 dicembre, 1999, p. 12-13.

Nota

Questo studio di Elizabeth Hardouin-Fugier è tratto dal volume Luc Ferry ou le rétablissement de l'ordre, ou l'humanisme contre l'égalité di E. Hardouin-Fugier, E. Reus e D. Olivier, pubblicato dalle Edizioni tahin party (sul cui sito se ne può scaricare gratuitamente la versione integrale).
Il libro analizza severamente il personaggio e i metodi argomentativi di Luc Ferry, filosofo francese noto per i suoi interventi sui mass media contro l'ecologismo e i movimenti per l'uguaglianza animale, e campione dell'umanismo "alla francese".
In particolare, lo studio di Hardouin-Fugier mostra come la propaganda nazista sia stata oggi riciclata da filosofi, studiosi, giornalisti, con l'intento di difendere il dominio umano sul resto della realtà e diffamare coloro che invece lo contestano, operando un accostamento della questione ecologica ed animale alla dottrina nazista attraverso una alterazione e mistificazione vera e propria delle fonti storico-giuridiche. Questa pseudo erudizione è stata magistralmente smontata da Hardouin-Fugier. 

Traduzione: Brunella Bucciarelli
Testo originale (PDF) 

Pubblicato in Documenti

da: Progetto Vivere Vegan

(segue l'elenco dei contributi ai circhi erogati in Italia nel 2012, fonte: Ministero per i Beni e le Attività Culturali)

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La morte della giraffa di Imola ha fatto notizia, ha straziato i cuori, ha smosso gli animi assopiti. Ma la sua sofferenza vissuta giorno dopo giorno per la reclusione aveva interessato quasi nessuno. 

Deve sempre accadere qualcosa di clamoroso per riuscire a parlare delle crudelta' che giorno dopo giorno di altri animali devono subire, nei circhi, ma anche negli allevamenti, negli stabulari...

La sua fuga, la sua corsa, la sua paura, si sono concluse con un atto di tragica "liberazione", l'unico che la nostra societa' poteva offrirle: la morte.

Attiviamoci ogni giorno per tutti gli animali schiavi, rinchiusi e sfruttati, per essere la loro voce.

Dora Grieco

www.romagnanoi.it/news/News/736529/Morta-la-giraffa-scappata-dal-circo.html

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Progetto Vivere Vegan Onlus

www.viverevegan.org

Anno 2012 – Attività circense in Italia – art. 9 D.M. 20 novembre 2007:

Esercente

Regione

Pr.

Comune

Contributo

1

ADAMI ATHOS

Campania

SA

Salerno

10.000,00

2

BELLUCCI EMIDIO

Puglia

LE

Maglie

63.000,00

3

BELLUCCI LOREDANA

Puglia

LE

Maglie

30.000,00

4

C.D.O. S.R.L.

Veneto

VR

Castagnaro

85.000,00

5

CANESTRELLI ARMANDO

Campania

NA

S. Giorgio a Cremano

37.000,00

6

CIRCO NEL MONDO S.A.S

Lombardia

BS

Brescia

245.000,00

7

CIRCO TRIBERTI S.N.C.

Friuli Venezia G.

PN

Brugnera

10.000,00

8

CIRILLO VINCENZO

Campania

NA

Boscoreale

5.000,00

9

CODANTI PAOLO

Emilia Romagna

FE

Vigarano Pieve

21.000,00

10

CODA PRIM PIETRO

Toscana

PT

Pistoia

27.000,00

11

CRISTIANI DARVIN MATTEO

Emilia Romagna

RN

Miramare di Rimini

15.000,00

12

DELL’ACQUA LORIS MICHELE

Lazio

RM

Roma

70.000,00

13

DELL’ACQUA MARCELLO SILVIO

Lazio

LT

Aprilia

12.000,00

14

DENJI RONNY

Campania

BN

Limatola

15.000,00

15

EMBELL RIVA S.R.L.

Veneto

VR

Legnago

40.000,00

16

EROS DI A. CASARTELLI S.A.S.

Lazio

RM

Roma

200.000,00

17

FERRANDINO NICOLA

Marche

AP

Montefiore dell’Aso

15.000,00

18

FOLLONI ROLANDO

Emilia Romagna

MO

Concordia sulla

Secchia

5.000,00

19

GERARDI ROBERTO

Lazio

FR

Anagni

15.000,00

20

GIANNUZZI DANILO

Puglia

BA

Monopoli

5.000,00

21

GRANDE CIRCO ITALIANO S.A.S. di E. WEBER

Puglia

LE

Maglie

30.000,00

22

LA VEGLIA PASQUALE

Campania

NA

Brusciano

32.000,00

23

LIDIA TOGNI NEL MONDO SOCIETA’ COOPERATIVA

Campania

SA

Pagani

130.000,00

24

MARTINI ALDO

Lazio

RM

Roma

22.000,00

25

MARTINI DARIS LEONE AMEDEO

Campania

SA

Salerno

80.000,00

26

MARTINI ROMOLO

Campania

SA

Salerno

38.000,00

27

MARTINO EUSANIO

Campania

BN

Pesco Sannita

18.000,00

28

MEDINI PIERINO

Lombardia

MI

Lainate

5.000,00

29

NIEMEN GUIDO

Toscana

LI

Livorno

42.000,00

30

NUOVO CIRCUS WEGLIAMS S.R.L.

Campania

NA

Ercolano

10.000,00

31

ORFEI LINO

Emilia Romagna

FE

Argenta

33.000,00

32

PICARD ELVIRA

Campania

SA

Salerno

20.000,00

33

RIVA RENATO

Emilia Romagna

RN

Rimini

10.000,00

34

ROSSI DAVIDE

Campania

NA

Portici

5.000,00

35

SENSAZIONI S.r.l.

Veneto

VR

Legnago

350.000,00

36

VASSALLO ALBERTO

Lazio

LT

Formia

25.000,00

37

VASSALLO EUGENIO

Campania

SA

Salerno

35.000,00

 

Anno 2012 - Acquisto di nuovi impianti, macchinari, attrezzature e beni strumentali - Esercenti circensi

Art. 14 D.M. 20 novembre 2007:

 

nr.

Esercente

Regione

Pr.

Comune

Contributo

1

CIRCO NEL MONDO S.A.S. DI ENNIO TOGNI

Lombardia

BR

Brescia

55.676,00

2

EROS SAS DI ALBERTINO CASARTELLI & C.

Lazio

RM

Roma

56.000,00

3

DENJI RONNY

Campania

BN

Limatola

27.154,00

4

LIDIA TOGNI NEL MONDO SOCIETA' COOPERATIVA

Campania

SA

Pagani

50.960,00

5

MARTINI DARIS LEONE AMEDEO

Campania

SA

Salerno

35.000,00

6

VASSALLO EUGENIO

Campania

SA

Salerno

16.339,00

 

Anno 2012 - iniziative promozionali, assistenziali, educative, dei settori circense e di spettacolo viaggiante

Art. 15 D.M. 20 novembre 2007:

 

Nr.

Richiedente

Regione

Comune/Pr.

Contributo euro

Iniziative assistenziali

Circensi

1

A.A.S.V.C.E. - Associazione Assistenza Spettacolo Viaggiante e Circhi Equestri

Casa di riposo di Scandicci

TOSCANA

Scandicci

(FI)

230.000,00

Iniziative Educative

Circensi

2

ACCADEMIA D'ARTE CIRCENSE

Corsi di formazione per artisti di circo

VENETO

Verona

(VR)

475.000,00

3

ASSOCIAZIONE CULTURALE FEDERAZIONE NAZIONALE DELL'ARTE DI STRADA

Iniziativa educativa Formazione alle arti di strada e di pista.

LAZIO

Roma

(RM)

15.000,00

4

ASSOCIAZIONE CULTURALE SPORTIVA DILETTANTISTICA GIOCOLIERI E DINTORNI

Formazione per insegnanti di Arti circensi per bambini e ragazzi

LAZIO

Civitavecchia

(RM)

15.000,00

5

ASSOCIAZIONE NAZIONALE SVILUPPO ARTI CIRCENSI - ANSAC

Cedac - Centro Educativo di Documentazione delle Arti Circensi

VENETO

Verona

(VR)

150.000,00

6

FOORCOOP CONSORZIO SOCIALE SOC. COOP. SOCIALE

"Scuola di Cirko" Vertigo

PIEMONTE

Torino

(TO)

55.000,00

7

PICCOLO CIRCO DEI SOGNI ASSOCIAZIONE SPORTIVA

Corsi di discipline circensi

LOMBARDIA

Peschiera Borromeo – (MI)

10.000,00

8

SOCIETA’ GINNASTICA DI TORINO ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA

Progetto FLIC – Formazione professionale per l’artista di circo contemporaneo

PIEMONTE

Torino

(TO)

15.000,00

 

9

UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI MILANO - DIP. DI STORIA DELLE ARTI, DELLA MUSICA E DELLO SPETTACOLO (Milano) - Giornate di studio sul Circo

LOMBARDIA

Milano

(MI)

10.000,00

Promozionali

Circensi

10

ASSOCIAZIONE CULTURALE IDEAGORA'

Festival Internazionale di Circo e Teatro Urbano Mirabilia

PIEMONTE

Fossano

(CN)

5.000,00

11

ASSOCIAZIONE CULTURALE MONTICO GIULIO (LATINA)

XIII Festival Internazionale del Circo "Città di Latina"

LAZIO

Latina

(LT)

125.000,00

12

ASSOCIAZIONE MEDUSA

XVII Premio Internazionale clown d’oro

SICILIA

Siracusa

(SR)

5.000,00

13

GIDUBA RECORDING EDIZIONI MUSICALI S.R.L.

XXVII Festival Internazionale del Circo “Golden Circus”

LAZIO

Roma

(RM)

80.000,00

Editoriali

Circensi

14

ASSOCIAZIONE CULTURALE FEDERAZIONE NAZIONALE DELL'ARTE DI STRADA

Kermesse - annuario dello spettacolo di strada e di pista

LAZIO

Roma

(RM)

10.000,00

15

ASSOCIAZIONE CIRCUSFANS ITALIA Circusfan Magazine: il nuovo cammino del circo

PIEMONTE

Torino (TO)

12.000,00

16

ASSOCIAZIONE CULTURALE SPORTIVA DILETTANTISTICA GIOCOLIERI E DINTORNI

Rivista "Juggling Magazine"

LAZIO

Civitavecchia

(RM)

10.000,00

17

ENTE NAZIONALE CIRCHI

Rivista "Circo"

LAZIO

Roma

(RM)

60.000,00

Promozionali

spett. viagg.

18

ASSOCIAZIONE "ENTE CLOWN E CLOWN"

Clown e Clown festival

MARCHE

Macerata (MC)

5.000,00

 

19

COMUNE DI GRUGLIASCO

X Ed. internazionale di circo contemporaneo "Sul filo del circo"

PIEMONTE

Grugliasco

(TO)

30.000,00

Editoriali

spett. viagg.

20

A.N.E.S.V. - Associazione Nazionale Esercenti Spettacolo Viaggiante

Rivista "Lo spettacolo viaggiante"

LAZIO

Roma

(RM)

30.000,00

 

Pubblicato in Attualità - Notizie

Alienazione animale: de-animalizzazione - Barbara Noske

Traduzione: Massimo Filippi

Fonte: Liberazioni - rivista di critica antispecista

 

[…], Marx individua quattro aspetti interrelati dell’alienazione: l’alienazione dal prodotto, dall’attività produttiva, dalla natura e dai propri simili. È possibile guardare agli animali inseriti nella catena produttiva da una prospettiva analoga.

Alienazione dal prodotto
Gli animali sono alienati da quanto producono che consiste o della loro stessa progenie o di (parti del) loro corpo. Nella catena produttiva, gli animali sono forzati ad avere quanti più piccoli possibili, che vengono loro sottratti immediatamente dopo la nascita. Sia la madre che il cucciolo possono quindi essere definiti come individui socialmente deprivati. Nel caso dei vitelli, i piccoli sono relegati in sistemi di reclusione che li isolano quasi completamente, deprivandoli così anche dai contatti sociali tra loro stessi. La relazione tra gli animali da reddito e da laboratorio e il loro corpo è diventata grottesca. Il corpo medesimo dell’animale è la causa più profonda della sua stessa sofferenza. Non possiamo forse parlare del corpo come di “un potere alieno ed ostile che si contrappone all’animale”? Il corpo, che costituisce una parte importante del “sé” animale e che è governato in larga parte dall’animale stesso, è stato trasformato in una macchina nelle mani di chi lo gestisce e di fatto lavora contro gli interessi dell’animale stesso.

Alienazione dall’attività produttiva
Il sistema industriale si è appropriato del corpo e delle funzioni corporee che sono stati messi al lavoro sulla base di una sola delle loro caratteristiche. Tipicamente, l’enfasi su una sola delle abilità che possiede determina una disabilitazione dell’animale che investe quasi tutte le altre caratteristiche sue proprie. I vitelli, ad esempio, sono considerati solo come abilità-ad-ingrassare in gabbie individuali o su pavimenti di assicelle metalliche. Il fatto che i vitelli confinati nelle gabbie perdano completamente la capacità di stare in piedi o che i pavimenti di assicelle metalliche li rendano zoppi non preoccupano gli allevatori fintanto che non interferiscono con il processo di ingrassamento, cioè con il compito che è stato assegnato al vitello. Non solo l’animale è stato defraudato della sua attività produttiva, ma addirittura l’intero animale è stato subordinato a questa specifica attività. Questa “caratteristica” corporea in cui l’animale è costretto a specializzarsi, implica l’estorsione di una singola parte da quella totalità che è l’animale stesso. L’animale è deanimalizzato dal processo di suddivisione denunciato da Braverman[2].

Alienazione dai propri simili
La produzione industriale capitalista rimuove gli animali dalle loro stesse società o, quantomeno, ha profondamente distorto tali società ammassando insieme un gran numero di animali. Non ci si dovrebbe dimenticare che gli animali non sono solo degli organismi biologici – la gran parte delle specie addomesticate sono specie altamente sociali per le quali sia l’ambiente che la loro stessa organizzazione sociale sono essenziali. L’importanza della comunicazione, del contatto corporeo, del gioco e dell’apprendimento è ormai nota[3]. In assenza di membri della loro specie, gli animali sono in grado di entrare facilmente in rapporto con gli umani e questa è la ragione principale per cui abbiamo potuto addomesticarli. Negli allevamenti industriali e nei laboratori, però, il lavoro umano è progressivamente sostituito e controllato dalle macchine. Dove ciò non si è verificato, il rapporto uomo-animale è comunque diventato estremamente impersonale come conseguenza del numero di animali coinvolti e dell’organizzazione tecnica.

Alienazione dall’ambiente
Mentre in precedenza si interferiva semplicemente con l’ecosistema dell’animale, la domesticazione capitalistica è andata ben oltre rimuovendo l’animale in toto dal suo ecosistema. Oggi gli animali sono costretti a vivere in ambienti che non permettono loro alcun contatto con l’ambiente circostante. La relazione dell’animale con quella parte della natura che rappresenta il suo cibo dimostra chiaramente il livello dell’alienazione raggiunta. Il cibo industriale è per la maggior parte alieno e non adatto al sistema digestivo dell’animale. I bovini, che possiedono apparati digerenti selezionati per cibarsi di erba, steli e fibre, vengono invece alimentati con cereali ad elevato contenuto energetico con conseguenti danni alla salute. I vitelli sono alimentati esclusivamente con latte ad elevato contenuto proteico e privo di ferro, venendo così costretti a vivere in uno stato di anemia cronica.
L’ambiente artificiale e standardizzato degli allevamenti e dei laboratori offre scarsissimi stimoli visivi e uditivi e possibilità di esplorazione e di apprendimento altrettanto ridotte. Gli animali non hanno sollievo dalla monotonia e dalla noia e così i loro sensi si intorpidiscono. Ciò, a sua volta, li rende incapaci di fronteggiare situazione inattese o mai sperimentate in precedenza. Molti animali muoiono per lo stress conseguente all’esposizione alla luce naturale. I maiali sono soggetti ad una sorta di reazione da shock nota nell’industria suina come “sindrome da ipertermia maligna” [Porcine Stress Syndrome]. I maiali possono letteralmente cadere stecchiti quando vengono spostati dal loro recinto o se trasportati al mercato. I polli da carne possono soffrire della cosiddetta “sindrome della morte improvvisa” o “del rovesciarsi” [flip-over syndrome] a causa della quale l’uccello balza in aria e cade morto dopo aver emesso un aspro lamento. Le superfici artificiali sulle quali gli animali vengono tenuti causano squilibri articolari, tendinei e muscolari da iper- o da ipo-lavoro. Dal che consegue che la complessa struttura delle zampe si altera cusando dolori permanenti e zoppia.

Alienazione dalla natura
L’alienzione animale equivale all’alienazione dalla natura. La vita di specie dell’animale comprende pressoché qualunque altro aspetto: il prodotto, l’attività produttiva e la relazione dell’animale con l’ambiente e con la sua stessa società.

La domesticazione animale, che è iniziata introducendo modifiche al ciclo di sussistenza, sembra ora essere stata portata all’estremo. Mentre in precedenza il ciclo di sussistenza dell’animale veniva lasciato sostanzialmente immodificato, oggi si è raggiunto lo stadio in cui l’animale è quasi totalmente incorporato nella tecnologia umana. Con questo non si intende suggerire che in passato l’animale non veniva sfruttato, ad esempio sotto il feudalesimo, ma che il capitalismo odierno tende ad eliminare tutto ciò che dell’animale non può essere reso produttivo. L’animale è modificato per essere adattato al sistema di produzione con la conseguenza che le sue parti “illegittime” vengono semplicemente rimosse. L’animale viene inoltre deprivato dei suoi aspetti sociali che non sono in alcun modo sostituiti. Nelle prime fasi della domesticazione (vista dalla prospettiva animale) gli umani invadevano e diventavano parte dei loro sistemi sociali, sostituendosi spesso ai leader naturali. Al contempo, però, continuavano a sopravvivere un sistema sociale ed un ecosistema con i quali gli animali potevano relazionarsi. Al contrario, con il capitalismo industrializzato, tali sistemi non sono più integri e, quindi, gli animali sono stati trasformati in mere appendici di computer e di macchine.

Spero di aver mostrato che il confronto tra la condizione umana e quella animale nell’ambito del processo produttivo non è un’assurda bizzarria. È ovvio che umani e animali non sono identici, ma che esistono aspetti comuni e aspetti differenti. Per quanto sappiamo, gli animali non sono in grado di concettualizzare il loro ruolo all’interno della produzione umana nei termini di un conflitto di classe. È altrettanto certo, però, che essi possiedono una coscienza (collettiva) e possono persino sviluppare delle concettualizzazioni […]. La loro coscienza appartiene molto probabilmente alle loro società di cui gli umani possono anche non essere parte.


Note
1.Tratto da Barbara Noske, Beyond Boundaries: Humans and Animals, Black Rose Books, Montreal, Buffalo e Londra 1997, pp. 18-21 [N.d.T.].
2. Barbara Noske si riferisce qui a Harry Braverman, «Labor and Monopoly Capital: The Degradation of Work in the Twentieth Century», Monthly Review Press, New York e Londra 1974, laddove sostiene che la razionalizzazione del lavoro ha trasformato i lavoratori in macchine tramite la suddivisione delle abilità degli individui e la successiva valorizzazione di una sola su tutte le altre [N.d.T.].
3. Cfr. Konrad Lorenz, «The Functional Limits of Morality», in Arthur L. Kaplan (a cura di), The Sociobiology Debate: Readings on the Ethical and Scientific Issues Concerning Sociobiology, Harper & Row, New York 1978.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Mercoledì, 02 Maggio 2012 13:14

Solidarietà senza SE e senza MA

Riceviamo e pubblichiamo i seguenti attestati di solidarietà alle/gli arrestat* di Montichiari, aderendo completamente alla dichiarazione di solidarietà verso gli attivisti soggetti a repressione per le loro iniziative ispirate solo alla libertà e per tutte le vittime di questo inaccettabile sistema di dominio.


 
Sabato 28 è avvenuta la liberazione di decine di cani dall'allevamento di beagle Green Hill.
Alla fine del corteo alcuni attivisti hanno compiuto un'azione spontanea che li ha condotti fin dentro il lager in questione:
sono stati sottratti a tortura e morte certa alcuni animali lì detenuti dalla nascita.
 
Animali che, ridotti alla condizione di cavia, ora potranno vedersi maggiormente riconosciuto il loro interesse alla libertà e all'autodeterminazione.
 
12 persone sono state tratte in arresto e dopo una notte in questura sono state portate nel carcere di Verziano a Brescia.
 
Da parte nostra esprimiamo la più viva solidarietà nei confronti dei fermati, una soliderietà senza 'se' e senza 'ma' che proviene da quello che è anche il nostro desiderio di liberazione degli animali che patiscono in molteplici campi di loro sfruttamento.
Infatti per fini non solo scientifici, ma anche alimentari, vestiari e ludici, miliardi di animali di tutte le specie nel mondo soffrono a causa della considerazione di inferiorità che le società umane riservano loro.
 
Una liberazione diretta di alcuni individui funge, in questo caso come sempre, da messaggio simbolico ed inequivocabile a rappresentanza della volontà di chi considera gli animali dei compagni oppressi che devono essere, senza eccezione alcuna, liberati.
Una liberazione concreta che non solo ha salvato decine di esistenze ma che, per di più, sentiamo essere parte integrante di un'idea di cambiamento sociale di carattere antispecista.
Individuando nello specismo l'ostacolo ideologico da superare, gli attivisti per la liberazione animale mettono in atto una vera e propria lotta politica dal sapore rivoluzionario. 
 
LIVERTA' PER GLI ANIMALI - SOLIDARIETA' PER CHI SI ADOPERA PER LA LORO LIBERAZIONE
LIBERTA' PER TUTTI GLI OPPRESSI - SOLIDARIETA' PER CHI LOTTA AFFINCHE' LA LIBERTA' DI UNO SIA LA LIBERTA' DI TUTTI  
 
-Casa Di Reclusione Di Brescia - Verziano
Via Flero 157 - 25125 Brescia (BS)
tel: 030 3580386

DA: OLTRE LA SPECIE

Oltre la specie esprime piena solidarietà alle attiviste e agli attivisti arrestati il 28 aprile a Montichiari per aver liberato alcuni beagles.

Ci auguriamo che questa azione non venga strumentalizzata da nessuno (soprattutto da alcuni politici mai visti prima nel movimento) e che possa, per il suo valore simbolico, oltre quello sottinteso di affrancare alcuni fortunati individui da schiavitu' e tortura, insegnare a tutti noi che la determinazione e la solidarietà sono elementi fondamentali per il successo di una protesta.

Libertà per gli antivivisezionisti arrestati. Libertà per gli animali umani e non umani sfruttati in ogni modo e in ogni dove.


 

Pubblicato in Attualità - Notizie
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