Segnaliamo il seguente articolo di Agnese Pignataro, comparso sulla rivista XXD (maggio 2012)

Gli animalisti e il corpo erotizzato

Di Agnese Pignataro - Le pubblicità dell’associazione animalista PETA sono spesso criticate in quanto sessiste per il fatto di veicolare i propri messaggi attraverso corpi nudi di belle donne. In realtà la PETA produce anche pubblicità con corpi nudi di uomini, ma è proprio tenendo conto di queste che il sessismo può essere pienamente colto. Difatti questi uomini, oltre che belli, sono rappresentati impegnati in diverse attività (in genere sportive, trattandosi di atleti), mentre le donne esibiscono esclusivamente la propria bellezza (anche quando sono atlete, come la nuotatrice Amanda Beard). Gli uomini della PETA sono cioè rappresentati come aventi un corpo che serve loro per fare varie cose, mentre le donne della PETA sono dei corpi, così come gli animali nella nostra società; l’uomo pubblicizza il veganismo come scelta alimentare che gli permette di eccellere nelle sue attività, mentre alla donna esso consente “solo” di essere bella e sana.

Se ci si ferma però a queste considerazioni si rischia di trasformare la PETA nel capro espiatorio del movimento di liberazione animale, esso stesso attraversato dalla problematica dell’uso del corpo e della genderizzazione dei ruoli militanti. Per esempio, un’azione come quella di mettere persone in vaschette incellophanate e insanguinate – in cui la vendita immaginaria di “carne umana” intende denunciare la riduzione delle vite animali a materia commestibile – può essere decifrata in modo diverso se i corpi nelle vaschette sono maschili o femminili. Di fatto, le militanti sono molto più disponibili dei loro colleghi maschi a mettere a disposizione il loro corpo per questo tipo di messa in scena; questo processo autoselettivo si concatena con la comodità dell’uso del corpo femminile: da un lato, esso attira di più lo sguardo del pubblico, dall’altro la sua esibizione è vissuta come meno problematica in virtù della sua sovraesposizione globale (in particolare nella società italiana).

Ovviamente, se gli animalisti si scandalizzano nel caso della PETA e non in quello delle vaschette è per via dell’erotizzazione del corpo femminile, evidente nel primo caso (ma non è detto che sia assente nel secondo). È chiaro che l’immagine femminile proposta dalla PETA, consistendo esclusivamente in immagini ammiccanti di donne giovani e belle, propaganda una stereotipizzazione della donna, della bellezza e dell’erotismo. Ma non sono neanche accettabili le critiche basate sull’idea che tali immagini offendano la “dignità della donna”, come spesso dicono gli animalisti: queste critiche sottintendono una certa repulsione della sfera sessuale, una lettura inconscia della corporeità erotica come degradazione della persona. Nell’appello Se non ora quando il concetto di “dignità della donna” associava la dignità a figure femminili “rispettabili” (la brava studentessa, la madre di famiglia che lavora…), ovvero che vivono la sessualità rispettando i confini delle norme patriarcali, limitandola a relazioni eterosessuali stabili e legandola obbligatoriamente a una dimensione affettiva. In questo schema, la donna che scavalca tali confini vivendo la propria sessualità e corporeità in modo libero, decidendo eventualmente di usarla come mezzo per raggiungere un fine, perde la propria dignità. Le donne che si spogliano per la PETA non sfuggono alla condanna: sono donne che cercano soldi e/o pubblicità, si sente spesso dire. Ecco allora che la riprovazione per la PETA nasconde anche l’antica avversione per la prostituta e che l’“antisessismo” animalista si rivela venato di misoginia patriarcale.

Link alla fonte originale
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Martedì, 24 Aprile 2012 15:54

Solidarietà alle Pussy Riot!

Segnaliamo il seguente resoconto di un'iniziativa di solidarietà nei confronti del gruppo di attiviste femministe Pussy Riot, arrestate dal governo russo.

Vai all'articolo

Video dell'iniziativa di Roma

Antispecismo.net esprime solidarietà alle attiviste colpite dalla repressione

Segnaliamo inoltre il sito di sostegno alle Pussy Riot
Pubblicato in Attualità - Notizie
Riportiamo l'articolo, di questi giorni, che presenta  l'intervista alla vegfemminista israeliana protagonista della vicenda in questione; di particolare rilievo a nostro avviso, poichè vi si intrecciano differenti tematiche e poichè mette in luce una profonda riflessione sul dominio e su ciò che questo comporta.

Fonte: link articolo in italiano - traduzione a cura di Emma Mancini (Alternative Information Center)

Originariamente pubblicato su Electronic Intifada: http://electronicintifada.net/content/i-cant-take-part-these-crimes-israeli-refusenik-interviewed/11057



Non sarò parte di questi crimini": parla una refusenik

Qualche giorno fa, la 18enne israeliana Noam Gur ha pubblicamente annunciato la sua intenzione di rifiutare l’obbligo al servizio militare.

Nella lettera aperta, Gur comincia dicendo: "Rifiuto di entrare nell’esercito israeliano perché non intendo far parte di un esercito che, fin dalla sua creazione, è stato impegnato nel dominio di un’altra nazione, nel saccheggio e il terrorismo contro una popolazione civile sotto il suo controllo". ("I refuse to join an army that has, since it was established, been engaged in dominating another nation: An interview with Israeli refuser Noam Gur," Mondoweiss, 12 March 2012).

La corrispondente di Electronic Intifada, Jillian Kestler-D’Amours, ha parlato con Gur sulle ragioni che l’hanno portata alla decisione di rifiutare il servizio militare, su quali reazioni abbia finora ricevuto e su quello che vuole che altri giovani israeliani sappiano in merito alla realtà dell’esercito israeliano.

JKD: Perché hai deciso di rifiutare il tuo servizio militare?

NG: Israele, dal giorno della sua creazione, sta commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dalla Nabka (il trasferimento forzato di 750mila palestinesi tra il 1947 e il 1948) ad oggi. Lo vediamo nell’ultimo massacro a Gaza, lo vediamo nella vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione nella Striscia e in Cisgiordania, lo vediamo nella vita dei palestinesi in Israele, il modo in cui vengono trattati. Non credo di appartenere a questo posto. Non credo di poter personalmente prendere parte a tali crimini e penso che abbiamo il dovere di criticare l’istituzione militare e i crimini che compie e uscire allo scoperto per dire che non serviremo in un esercito che occupa un altro popolo.

JKD: Questo porta ad un’altra domanda: perché hai deciso di rendere pubblico il tuo rifiuto, invece di – come in genere fanno altri israeliani che non svolgono il servizio militare – usare una scusa?

NG: Dieci anni fa ci fu un imponente movimento di refusenik e negli ultimi due o tre anni è quasi scomparso. Sono la sola refusenik quest’anno, per me è un modo per far sapere alla gente che ancora esistiamo, prima di tutto. In secondo luogo, non voglio restare in silenzio. Sento che fin dalle scuole superiori, siamo sempre rimasti in silenzio. Lasciamo sempre che le nostre critiche escano fuori in piccoli circoli. Il mondo non lo sa, i palestinesi non lo sanno. Non so se cambierà qualcosa, ma io posso solo provare. Mi sento meglio con me stessa, sapere che ho provato a compiere anche solo il più piccolo cambiamento.

JKD: La tua famiglia ha avuto un’influenza nella tua decisione di rifiutare il servizio militare?

NG: I miei genitori non sono politicizzati. Entrambi hanno servito nell’esercito. Mio padre ha preso parte alla prima guerra in Libano ed è stato ferito. Mia madre, la stessa cosa. La mia sorella maggiore era nella polizia di frontiera. Il mio destino era terminare gli studi e entrare nell’esercito. Era il mio percorso naturale. Da quando ho 15 anni, ho iniziato ad interessarmi alla Nakba del 1948. Ho cominciato a leggere e a comprendere il quadro completo. Non so esattamente perché, ma è successo. Più tardi, ho letto le testimonianze e le storie di palestinesi della Cisgiordania e di ex soldati, ho conosciuto amici palestinesi e partecipato a manifestazioni di protesta in Cisgiordania, vedendo cosa sta avvenendo con i miei occhi. A 16 anni, ho deciso di non servire nell’esercito.

JKD: Quale reazione c’è stata dopo il tuo annuncio pubblico?

NG: I miei genitori non mi hanno sostenuto. Credo che mia madre e mio padre sappiano che non hanno possibilità di fermarmi perché è la mia decisione e ho 18 anni. Non sono più in contatto con la maggior parte dei miei compagni di scuola, molti di loro sono nell’esercito. Ho ricevuto tante positive risposte negli ultimi giorni, ma anche commenti poco amichevoli.

JKD: Come ti hanno fatto sentire simili commenti?

NG: Mi hanno fatto capire che devo andare avanti con quello che sto facendo. Molti commenti mi hanno fatto sentire…anche se erano crudeli, mi hanno fatto capire che sto facendo la cosa giusta perché sto seguendo i miei ideali. È quello che penso sia giusto e non mi importa di quello che la gente dice.

JKD: Cosa accadrà quando formalmente rifiuterai il servizio militare?

NG: Il 16 aprile devo presentarmi al centro di reclutamento di Ramat Gan. Andrò lì e dichiarerò che rifiuto. Starò lì qualche ora e poi sarò giudicata e condannata alla prigione, da una settimana ad un mese. passerò il mio tempo in un carcere femminile e poi sarò rilasciata. Quando sarò fuori, andrò di nuovo a Ramat Gan e di nuovo sarò condannata, da una settimana ad un mese. Continuerà così fino a quando l’esercito deciderà di smettere.

JKD: Cosa deve cambiare dentro la società israeliana perché sempre più giovani decidano di rifiutare il servizio militare?

NG: Non sono sicura ch questo possa accadere. Credo che siamo ad un punto di non ritorno. Se davvero vogliamo cambiare qualcosa nella società israeliana, la pressione deve essere davvero forte, da fuori. È per questo che sostengo la campagna Boicottaggio Disinvestimento & Sanzioni. È davvero difficile cambiare qualcosa dall’interno. Quasi impossibile.

JKD: Cosa vorresti dire agli altri diciottenni israeliani che stanno per cominciare il servizio militare?

NG: Credo sia importante che ognuno guardi a cosa sta facendo. Penso che molti diciottenni, per mia esperienza personale, non sappiano cosa stanno per fare. Non sanno quello che accade a Gaza e in Cisgiordania. Il solo modo in cui vedranno i palestinesi per la prima volta sarà da soldati. Sarebbe intelligente per cominciare, prima di entrare nell’esercito, capire qual è la realtà. Cercare di realizzare, parlare con la gente. Non è così spaventoso. Cercare di leggere quello che la gente dice. Penso sia veramente importante capire quello che sta avvenendo.

Jillian Kestler-D’Amours è una reporter e regista di documentari a Gerusalemme. Potete trovare il suo lavoro su http://jkdamours.com

 

 

Pubblicato in Attualità - Notizie
Venerdì, 06 Aprile 2012 09:46

Veganismo: necessario, ma non sufficiente

Riportiamo di seguito la traduzione di un articolo che pone l'accento sulla scelta vegana e sulla sua valenza nell'ambito della lotta per la liberazione degli animali tutti.
Fonte: link fonte originale
Traduzione a cura di Annalisa Zabonati

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Veganismo: necessario, ma non sufficiente 

Il veganismo è una condizione necessaria per la liberazione animale. A livello sistemico c'è la possibilità che numeri “gonfiati” di vegani ci permettano di avere una massa critica per cambiare la cultura e la politica A livello individuale è il modo in cui la gente realizza la responsabilità personale rifiutandosi di far parte della violenza generalizzata. È un modo per rendere singolare la catena alimentare e la sua fondazione sulla prassi della liberazione animale. E per molti è anche l'ingresso nell'attivismo. Il veganismo è un dovere, ma non è sufficiente se l'obiettivo finale è solo salvare animali.

Alcuni individuano il veganismo come la soluzione e la fine della sofferenza di massa degli animali nonumani. Dicono cose quali: “Il mondo è vegan se vuoi che lo sia.” ma non è vero. Il mondo è vegan solo se attivamente, sistematicamente, ostinatamente e costantemente lottiamo per realizzarlo. Se vuoi fare qualcosa per salvare vite animali, devi per forza agire. Il veganismo è un'astensione non è un'azione. I pochi tra noi che sono vegan non sostengono la produzione della carne e non reinventano la cultura, noi semplicemente agiamo in accordo con il nostro codice morale di base e ci asteniamo da una pratica che sappiamo essere errata.

Sì, essere vegan è importante, così come il principio vegan deve essere usato per la sensibilizzazione e la salvaguardia. È una parte vitale del nostro movimento. Ma la scelta di essere vegan in sé e per sé è solo un cardine e un passaggio sul percorso della liberazione animale.

Alcune celebrità veg*an come Oprah Winfrey e abili cuochi e pasticceri come Isa Chandra Moskowotz, hanno aiutato a diffondere il veganismo e ne hanno realizzato un'impresa alla moda. Il veganismo come tendenza avvicina molte persone, e questo è meraviglioso. Comunque dobbiamo ricordare che la moda non è il fine. Nonostante sia positivo avere qualcuno che diventa veg per un certo periodo di tempo, il veganismo come industria ha il potere di sminuire e farci dimenticare il veganismo come etica. Ovviamente non succede sempre, ma gli esempio abbondano.

Nella costa occidentale degli Stai Uniti, Veggie Grill è una catena di ristorazione vegan popolare e in veloce espansione. Ma non vi si trova nessun accenno ai diritti animali o letteratura vegan, né vi trovate la parola vegan menzionata in qualche parte (eccetto che nel menù come per la “maionese vegan”). La pagina Facebook di Dommie, un popolare ristorante vegetariano di Los Angeles, mostra una foto di qualche anno del proprietario, mentre si fa ritrarre sorridente con  un pesce morto in mano dopo una battuta di pesca. Chiaramente non è interessato a ciò che promuove, e non vede il collegamento tra questa foto pubblicata e la conduzione di un ristorante vegetariano. Apparentemente il messaggio si perde nella ricerca di una nicchia di mercato (gli ho scritto una email una settimana fa per contestare questa sua foto, ma ad oggi non ho ricevuto nessuna risposta).

Quando il veganismo diviene l'obiettivo finale, il focus si concentra sul cibo e non sugli animali. Per i gruppi di protezione animale e per i vegan è una tentazione promuovere il veganismo come un tipo di “cucina”, piuttosto che come scelta etica. Facendo così è più facile diffondere il veganismo, ma non si promuove la liberazione animale. La gente dimentica gli animali perché non sono presenti nel cibo vegan, così come dimentica gli animali che sono presenti nelle altre cucine. Il veganismo diviene qualcosa verso cui la gente si orienta, piuttosto che una pratica o una scelta etica di giustizia. Questo tipo di pensiero promuove concetti quali “flexitarianismo”[1] e “semi-vegetarianismo”, diete per cui gli animali sono uccisi. Ogni dieta che comprenda la morte di animali non è una dieta da promuovere per chi ha a cuore la sorte degli animali.

Il veganismo, così come oggigiorno è promosso, è pesantemente investito dal potere capitalista che produce direttamente lo sfruttamento animale. Promuove le imprese agro-alimentari capitaliste, inclusa quelle di produzione della carne. Il veganismo presenta sul mercato Tofurkey, Gardein e Tofutti, ma non ne fa uscire la carne.
Le imprese di sfruttamento animale hanno imparato ad espandere i loro profitti rivolgendosi anche ai vegani. Il sistema industriale agro-alimentare intensivo è largamente diretto dall'economia del fast food. Aziende come Chipotle e Kentucky Fried Chicken[2] hanno nel tempo proposto delle opzioni vegane e così agendo hanno catturato gli elogi e i soldi dei vegani. Come nella foto sopra illustrata, esempio desolante di questa moda, due sposi vegan utilizzano il loro matrimonio come promozione per la Kentucky Fried Chicken, esaltando le opzioni vegane del menù, mentre il KFC canadese sottoscrive un accordo in cui promette di controllare le emissioni atmosferiche velenose nei processi di macellazione. I vegani stanno gettando il loro denaro in mano a molte aziende che sfruttano gli animali, in virtù della gratitudine per le convenienti opzioni vegane e per il modo più “gentile” di uccidere gli animali.

E sì, ho capito. Promuovere il veganismo come qualcosa che anche gli onnivori possono fare è più approcciabile. Avendo più opzioni vegane, il veganismo diviene più accessibile. Ciò significa che ora possiamo onestamente dire alla gente che essere vegani è facile e conveniente. Ma questo non dovrebbe essere il punto nodale di ciò che vogliamo e non può essere il nostro obiettivo finale. Non conosco nessun vegan impegnato nell'attivismo che sia divenuto vegan perché ha ritenuto il cibo vegan saporito, o che abbia rinunciato al veganismo perché non ha trovato sostituti del formaggio in bar e ristoranti. La gente che diventa vegan perché è facile diventarlo non rimane vegan, e certamente non contribuirà alla lotta di liberazione animale.

Alla gente piace sciorinare numeri di vite salvate con la scelta vegan. Alcune persone fanno dei lunghi elenchi di questo tipo. E questi numeri hanno un senso, quello di sollecitare altra gente a diventare vegan. Possono forzare la gente a riflettere sulle proprie abitudini alimentari in relazione alle vite negate. Ma è solo uno strumento e un simbolo. I vegani hanno bisogno di sapere che questi numeri sono figurativi, non vite reali realmente salvate. I pochi di noi che sono vegan non stanno diminuendo il numero di animali uccisi.

Così come il numero di vegetariani e vegani in U.S. è lentamente avanzato, altrettanto la domanda di produzione di carne è aumentata, nonostante il consumo di carne pro capite sia diminuito. C'è un dibattito in corso su quale sia la misura migliore da adottare, ma alla fine ciò che importa per me è che il numero di animali macellati si è ridotto. Ma perché per me non è abbastanza evidente che il veganismo sia la risposta alla liberazione animale? Primo, il consumo di carne è largamente collegato alla finanza e la crisi attuale in U.S. attanaglia famiglie e singoli. Poiché la domanda di carne è elevata, il numero di animali uccisi aumenterà ulteriormente per far fronte a tale richiesta. Secondo, sono oltre 9 miliardi gli animali uccisi ogni anno nei soli U.S.. questo è uno stato di emergenza, deve essere fatto di più e il veganismo da solo non è sufficiente.

Quando la gente dichiara di essere attivista per i diritti animali facendolo solo sulla base della scelta vegana, esprime la retorica dell'autoassoluzione dalle responsabilità che realmente ha verso gli animali. Dire che si è un attivista animalista perché si rifiuta di uccidere animali è come dire che si è un attivista anti-stupro perché si rifiuta di stuprare. Non dico che tutti debbano essere degli attivisti, mi preoccupo solo quando la gente equivoca l'atto del non mangiare animali – una scelta moralmente necessaria per rifiutare l'uccisione inutile – come un'azione di attivismo che può portare alla liberazione degli animali.

Non dico questo per confondere le persone. Lo dico per spingere la nostra comunità ad essere maggiormente critica su quali siano i nostri obiettivi e su come possiamo raggiungerli. Qualcuno può essere vegan e fermarsi lì, che va bene e sono felice di avere un assassino in meno che gira per le strade. Ma allo stesso tempo è importante ricordare che il veganismo è un esercizio passivo di astinenza e non un impegno attivo.

Se vogliamo aiutare gli animali dobbiamo essere più lungimiranti e andare oltre all'idea di apparire dei vegani gentili ed energici, così che la gente possa imparare dal nostro esempio a non uccidere animali. Abbiamo bisogno di superare l'espediente che non uccidere attivamente un animale sia immediatamente salvarlo. Se vogliamo aiutare gli animali abbiamo bisogno di sfidare l'oppressione, forzare la gente a confrontarsi con il proprio comportamento, ed essere inesorabili nella nostra ricerca di giustizia. E questo richiede più del veganismo. Questo necessita di una rivoluzione, mentre ciò che scegliamo o non scegliamo di mangiare può essere una dichiarazione etica e politica, ma non è una rivoluzione.

 



[1]    Termine coniato da Dawn Jackson Blatner, che ha scritto un libro sulla sua esperienza di “vegetariana pigra”, come lei stessa si definisce, cioè una persona che ogni tanto introduce carne e pesce nella dieta vegetariana, divenendo tale dieta “vegetariana casual” (NdT)

[2]    Catene di fast food in cui si consuma carne (NdT).

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Intervista a Breeze Harper che racconta la propria visione di intersezioni tra lo sfruttamento degli animali e quello delle donne nere.

Fonte: Femminismo a Sud

Testo integrale:

Buona sera, sono Breeze Harper del progetto Sister Vegan. E oggi voglio parlarvi dei punti di contatto esistenti tra la storia delle donne nere - l'uso dei corpi delle donne nere per esperimenti medici - e come credo che questa pratica sia legata alla liberazione animale e al bisogno di riflettere criticamente sull'utilizzo degli animali non umani in Occidente. Ho iniziato a pensare ad un articolo scritto da Petra Kuppers sulle donne nere nella metà del diciannovesimo secolo che subirono gli esperimenti di un uomo, Marions Sims, considerato nelle scuole di medicina ginecologica il padre della ginecologia in occidente. E nell'articolo sul progetto Anarcha potreste leggere di come Marion Sims sperimentò su diverse schiave afroamericane. Sperimentò su di loro a beneficio delle donne bianche del ceto medio che avrebbero chiesto i suoi servizi - le sue competenze ginecologiche e quello che fece fu davvero disgustoso e crudele. Sperimentò su queste donne chiaramente senza il loro consenso, ma quando sei uno "schiavo" sei una proprietà, perciò non hai assolutamente voce in capitolo riguardo a ciò che i bianchi ti fanno. Quello che Sims cercava di fare era di risolvere il problema delle fistole nelle donne bianche di ceto medio. Una fistola è un problema medico che implica una lacerazione della vescica che a volta ha luogo in caso di travaglio prolungato tramite un uso non corretto del forcipe nel corso del parto che nelle donne provoca una perdita costante di urina. Così Sims decise di usare i corpi delle donne nere per risolvere questo problema. Eseguiva i suoi esperimenti senza anestesia, e su una donna sperimentò più di trenta volte. Voglio dire, ha aperto le loro vagine, gli uteri, senza anestesia. Potete immaginare cosa significhi? E' veramente disgustoso, ma è il "padre della ginecologia".
E tutti sappiamo - quasi tutti qui in occidente - se si affronta la questione criticamente quando si tratta di conoscere la storia della sofferenza e dell'oppressione, che il caso di queste donne nere non era "unico". La sperimentazione su esseri viventi - animali umani, animali non umani - è stato un problema ricorrente. E penso che negli anni ci sia stata una grossa spinta per abolire la sperimentazione animale, la vivisezione, sperimentare sugli animali mentre sono vivi e coscienti, per il "progresso" della medicina. E' molto, molto, molto crudele e molto doloroso.
Al giorno d'oggi molte persone mi domandano come mai io unisca la teoria femminista nera e l'attivismo con la cura degli animali non umani, l'etica animalista, la liberazione animale e il veganismo.
Sono consapevole del fatto che ogni persona ha la propria opinione personale derivante dai propri interessi e desideri, e chiaramente gli interessi e i desideri non sono mai "apolitici", ma le persone dovrebbero davvero scandagliare le proprie motivazioni per capire perché desiderino certe cose anche quando quelle stesse cose fanno del male ad altri esseri viventi.
Una delle ragioni per le quali integro la teoria femminista nera e l'attivismo con gli studi relativi alla liberazione animale e al veganismo è che reputo che la stessa mentalità che considera fattibile condurre esperimenti crudeli sulle donne nere "curate" dal dr. Sims (ricordate il "padre" della ginecologia!) è la stessa mentalità che continua a permettere che gli animali non umani debbano sperimentare un inferno inimmaginabile - dagli animali d'allevamento agli animali utilizzati per i test cosmetici - a quelli usati per la vivisezione. E allora penso a quello che è successo a queste donne nere, ...semplicemente non c'è scusa per questo, non si può razionalizzare.

Sono sicura che nel corso del tempo diverse persone abbiano tratto beneficio da questi esperimenti, come le donne bianche del ceto medio e i dottori bianchi maschi che davvero credevano che queste donne nere e questi corpi di donne nere fossero sacrificabili per una causa più grande. E non è buffo che le persone che affermano questo, che parlano di come un essere vivente dovrà essere sacrificato, per la causa più grande dell'umanità - non è interessante che si tratti sempre di coloro che hanno il potere o sono nella posizione di non essere mai loro quell'essere o quella persona?

E allo stesso modo al giorno d’oggi sentirai lo stesso tipo di razionalizzazioni del perché centinaia di migliaia di animali non umani sono sezionati e torturati per il “bene” dell’umanità e della medicina. E sentirai le persone dire “Beh, è per il bene dell’umanità. Purtroppo devono essere sacrificati”, e io penso che al giorno d’oggi, perlomeno in Occidente, la maggior parte delle persone direbbe “No, sarebbe molto sbagliato sperimentare sugli esseri umani!”. Però, quando le persone di colore non erano considerate esseri in grado di soffrire, era normale avere quella stessa mentalità, dire “Non c’è niente di male. Non sentono nulla, non provano veramente dolore”. E il Dr. Sims diceva – e credeva, come altre persone che hanno contribuito a concettualizzare questo “razzismo scientifico” – che le persone di discendenza Africana avessero una soglia del dolore molto più alta delle persone di razza Bianca. Ed oggi, senti lo stesso tipo di razionalizzazioni, quando si parla di sperimentazione animale, abusi e crudeltà, quando si parla di animali non umani usati nei laboratori per i test medici o cosmetici. E sto davvero cercando di capire perché sia così difficile per me comunicare con persone – persone molto coinvolte negli abusi e nello sfruttamento degli animali non umani negli Stati Uniti – perché sia così difficile far loro vedere il disegno più ampio, la storia, e come lo stesso tipo di mentalità, la stessa logica sia stata usata sui nativi americani, sugli schiavi africani, sugli afroamericani liberati – come non ricordare l’esperimento di Tuskegee, nel quale persone malate di sifilide, a cui venne fatto credere di seguire una terapia, non vennero curate affatto per decenni…Esperimenti su persone considerate non adatte ad essere produttive a livello intellettuale per la società come i malati psichiatrici. E non possiamo dimenticare gli esperimenti, le crudeltà, e le torture d milioni di ebrei e non solo di ebrei, ma tutti coloro che non erano d’accordo con i nazisti e che furono rinchiusi nei campi di concentramento – anche su di loro venne sperimentato e sfortunatamente molte persone oggi nel mondo beneficiano di queste conoscenze mediche ottenute attraverso questi esperimenti crudeli. Così quando parlo alle persone del perché iso sia così interessata alla correlazione tra il pensiero femminista nero e la comprensione delle relazioni tra animali umani e non umani, al concetto di veganismo a ciò che consumiamo, penso che la risposta sia chiara: Se non vuoi che qualcuno abbia il diritto di legarti e vivisezionarti se sei disgustato da quello che succedeva nell’anteguerra in America, quando le persone come il Dr. Sims legavano queste donne e sezionavano loro le vagine ripetutamente, senza anestesia, senza alcun rimorso . se ciò ti disgusta, devo capire come non ti disgusti sapere che la stessa cosa succede agli animali non umani, come tu non riesca a metterti nei loro panni e chiederti “credo davvero che gli animali non umani meritino di essere trattati così perché sono stati “creati per uso umano”?” O forse paro così per il semplice fatto che ho il potere e il privilegio di decidere come gli animali non umani debbano essere trattati, così che io possa sfogare il mio desiderio di mangiarli, perché mi piace il sapore, o il mio desiderio di utilizzare un cosmetico particolarmente conosciuto che dovrebbe farmi apparire molto bell*?
E devo davvero capire come questo possa esser il diritto di qualcun*. E come sia possibile che così tante persone possano essere disgustate dall’idea di sperimentare (torturare) un umano odi rendere una persona schiava?= vorrei capire questa difesa, dal momento, dal moemnto che socì tante persone come me, non necessariamente paragonano la schiavitù africana o la Germania nazista e l’olocausto degli ebrei alla odierna sofferenza degli animali non umani, non sono la stessa identica cosa, ma chiedono alle persone di capire come tutto questo si inserisca in una enorme matrice di oppressione nella quale tutti questi pezzi sono interdipendenti e si influenzano vicendevolmente. Una persona non può capire pienamente come queste donne africane siano state oppresse per via del sessismo, razzismo e coloniali se non comprende come gli animali non umani sono trattata in occidente – maltrattati. E necessario comprender che il colonialismo e il razzismo sono stati realizzati da chi era al comando allora, e in una certa misura anche da quelle alte sfere di oggi, sull’assioma per il quale coloro che sono veramente e totalmente umani, sono maschi bianchi proprietari, capaci di pensiero razionale. E poi c’è l’altro, l’Altro che può esser colonizzato e dominato - l’Altro che di volta in volta è rappresentato dalle donne, dalle persone non bianche, senza proprietà o terreni, e che tutti questi “altri” si inseriscono perfettamente nella concezione dell’elité riguardo al capitalismo, all’imperialismo, al colonialismo. Così quando comincio a parlare di persone di colore, e del maltrattamento degli animali nel contesto di come il concetto di Altro è stato costruito, dall’interno della percezione del maschio bianco che ha avuto accesso all’istruzione, di classe privilegiata, proprietario, inizia a capire che questa alterità, questa distanza, questo spegnere la propria capacità di provare empatia, e simpatizzare, sia incredibilmente importante quando vuoi creare un mondo basato sull’imperialismo e sul capitalismo e vuoi reificare, vuoi colonizzare, vuoi dominare l’altro come risorsa, come bene, così da continuare a beneficiare, di quella particolare condizione di potere. Questo non si riferisce esclusivamente allo status di persona di razza bianca in particolare – è solo un esempio – ma quando chiedo alle persone di prendere seriamente in considerazione perché liquidino così in fretta la sofferenza degli animali non umani quando si va a toccare le abitudini di consumo… Li rendono ‘altro’, non riconoscono la loro sofferenza, non riconoscono il fatto che gli altri animali provino dolore e sofferenza e che non esistono soltanto per il proprio desiderio e divertimento. E mi lascia sempre, sempre perplessa incontrare minoranze non bianche che realmente lottano contro il razzismo istituzionalizzato, provano intimamente l’esperienza di essere resi l’Altro’, di vedere il loro dolore e la loro sofferenza mai presi seriamente – e vedo alzare si muri dell’indifferenza quando chiedo loro “Be, come credi si sentano gli animali non umani ad essere resi l’Altro, a non vere presi seriamente il loro dolore e la loro sofferenza?” Mi lascia molto, molto perplessa. E vi chiedo… non è un giudizio, è più curiosità: come, se siete stati onnivori, o se siete onnivori, come razionalizzate che per alcuni esseri sia giustificato subire dolore e sofferenza e per altri invece no? Come riuscite a separarli così bene e a convincervi che non è necessario che riconosciute e ammettiate il dolore e la sofferenza degli animali non umani? E questo vale anche per molte persone che non vogliono riconoscere il dolore e la sofferenza delle persone che hanno reso ‘Altri’ – Che cosa vi passa per la mente?

Pubblicato in Materiali
Martedì, 06 Marzo 2012 12:02

L'Espresso e la carne di donna

Fonte: L'Espresso ri-confeziona la donna-oggetto

Segnaliamo questo articolo apparso su Comunicazione di Genere.

L’ESPRESSO RI-CONFEZIONA LA DONNA-OGGETTO

Mentre in italia imperversa un vero e proprio femminicidio (una donna ogni due giorni viene uccisa in famiglia), i media da una parte continuano a fornire giustificazioni ai violenti, definendo questi atti come “passionali” e giustificando perfino stupri efferati, dall’altra abbiamo la continua reiterazione di immagini offensive, discriminanti e sessiste che riassumono in una sola chiappa un messaggio secco e esaustivo : “donna, di te ho poca considerazione sei solo merce in vendita”.

Su questa linea ci torna l’Espresso che nel 2003 aveva abolito l’uso del corpo femminile per attirare vendite. Ma la cosa che indigna di più è che alcune donne  che hanno scritto per protestare sono state letteralmente invitate dal direttore a sfogliare tutto il giornale (quindi a comprarlo) anzichè fermarsi alla copertina. Ci rendiamo conto che non si può giustificare una copertina che “frammenta” un corpo femminile (quindi anche le nostre identità), ci sessualizza anche quando si parla di cose serie come le malattie, come solo un giornale di serie B può fare?

Abbiamo sempre detto che il “femminicidio” non è solo fisico, ovvero non avviene solo con l’uccisione di una donna per motivi legati al genere di appartenenza, ma anche attraverso l’uso di stereotipi umilianti che uccidono la dignità delle donne fino ad indurci a sentirci delle merde perchè non abbiamo una fisico sensuale e a portare gli uomini a ritenerci inferiori perchè viste come corpo da consumare, perchè è chiaro che chi consuma si pone in una posizione di dominio (non solo economico) rispetto alla “consumata”. Si tratta della logica del rapporto cliente-prostituta: “io ho i soldi quindi basta acquistarti e posso farti quello che vuoi perchè diventi mia”.

Sono tanti quelli nati consumando immagini stereotipate umilianti ad aver sviluppato comportamenti violenti o di tolleranza verso i violenti che ogni giorno le cronache riportano sui giornali. Mi sono sempre chiesta di quei nove milioni di clienti che vanno con prostitute, non curandosi del fatto che esse sono costrette a vendere il loro corpo e che spesso minorenni, se non appartengano ad uno di quei tanti che assistono alla mercificazione delle donne e che non l’avessero talmente assorbita da “normalizzare” quella condizione a cui tantissime ragazze/donne sono costrette a subire da chi ormai ha l’idea della donna come merce.

Penso a quelle donne che non solo sono vittime della crisi o per il  fatto di essere donne (e quindi  licenziate ogni volta che restano incinte) che le rende disoccupate ma sono costrette a subire ricatti e richieste da datori di lavoro che le discriminano pure per l’aspetto estetico e per la loro scarsa taglia di seno. Non sono forse anche questi figli di un “sistema” lanciato dalle tv commerciali e dalla stampa?

Non è forse a causa di quest’immagine femminile perpretata dai media e legata all’idea di donna-oggetto che le molestie sessuali sono in aumento così come la giustificazioni a tali fenomeni?

Non è forse a causa di questo che l’Italia resta ferma al 74° posto nel mondo per quanto riguarda la condizione femminile e che le discriminazioni sono in aumento?

Da cosa sono legatele discriminazioni di genere? da un’idea femminile stereotipata che è ancora presente nell’immaginario collettivo del nostro Paese. Liberiamo i nostri corpi, la nostra immagine e le nostre vite. Riapropriamoci la libertà di essere noi stesse!

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Segnaliamo un articolo pubblicato dalla rivista XXD (numero di febbraio/marzo 2012):

Sperimentazione animale stereotipi di genere, di Agnese Pignataro
(link originale)

Nel XIX secolo i sostenitori della sperimentazione animale vedevano le cose in modo molto netto: essendo frutto di ignoranza e sentimentalismo, le proteste contro la vivisezione non potevano essere che una cosa di donne. Nel 1883, il fisiologo russo-francese Élie de Cyon ribadiva con disprezzo che le donne rappresentavano la compagine più numerosa degli avversari della ricerca sugli animali, precisando malevolmente che tra esse non si sarebbe potuto trovare neanche “una ragazza ricca, bella e amata, oppure una giovane moglie che abbia trovato a casa la piena soddisfazione degli affetti”; nel 1885, un anonimo poeta definiva le militanti antivivisezioniste “sciocche donne traviate”, “uno sciame di scansafatiche ronzanti” che trascuravano i loro doveri domestici a causa di eccessivo sentimentalismo (entrambi gli esempi sono in Tom Regan, Defending Animal Rights). La difesa degli animali era vista come capriccio per persone ipersensibili che in fondo non hanno niente di meglio da fare, laddove nel caso delle donne il «meglio» mancante, ovviamente, era identificato con la relazione col maschio suggellata dal patto familiare.

Del resto anche il discorso delle militanti antivivisezioniste dell’epoca si basava su uno stereotipo, quello delle donne “naturalmente” dotate di maggiore bontà e tenerezza degli uomini e contrapposte a una scienza violenta e devastatrice saldamente in mano maschile. La tesi era confortata da una realtà di fatto: poiché l’accesso alla medicina era negato alle donne, i medici impegnati nelle crudeli vivisezioni erano tutti uomini.

Quando però le rivendicazioni di parità cominciarono a estendersi alle facoltà di medicina, ai vivisettori uomini si affiancarono via via delle donne. La retorica antivivisezionista prese dunque a denunciare il pervertimento della “naturale” sensibilità femminile che la pratica della vivisezione determinava nelle donne medico. I sostenitori della sperimentazione animale si misero allora a usare l’argomento secondo cui la ricerca è un’attività adatta alle donne perché la messa a punto di farmaci è opera altrettanto “umanitaria” della cura dei malati (in Lynda Birke, Feminism, Animals an Science). Secondo questo ragionamento, essere una ricercatrice non è che una variazione sul tema della donna che si prende cura degli altri spinta dalla sua spontanea dedizione.

Le cose oggi non sono molto cambiate: se i sondaggi mostrano che le donne continuano a opporsi alla sperimentazione animale (cf. L. Pifer, K. Shimizu, R. Pifer, «Public Attitudes towar Animal Research: Some International Comparisons», Society an Animals, 2, 2, 1994, e il report «Les Français et l’expérimentation animale », IPSOS/One Voice, 2003), sull’attività scientifica pesa ancora un forte monopolio maschile, malgrado essa sia praticata brillantemente anche da donne. E anche se la propaganda dei ricercatori contro i militanti antivivisezionisti abbandona ormai l’accusa di sentimentalismo preferendole quella di violenza e estremismo, non si può evitare di constatare che sostenitori e oppositori della sperimentazione animale sono accumunati dall’esibizione di argomenti “razionali” e “scientifici” e dalla presa di distanza dall’emotività. Come se il dilemma della sperimentazione animale non fosse radicato nel groviglio delle emozioni che ci legano agli altri, che siano amici umani o di altre specie. Cose da donne, vuole lo stereotipo. Ed è forse (anche) a causa della negatività associata a tale stereotipo che la complessità di quel groviglio fatica a essere presa sul serio.

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Domenica, 30 Ottobre 2011 10:53

Femen, donne per la liberazione.

Ecco un progetto che in Europa sta facendo battere parecchi cuori, riconoscersi, trovare il coraggio di imitare. Nasce in Ukraina un piccolo movimento di donne femministe che trova tempo, forza, coraggio per lottare contro l’oppressione delle donne in un paese in ginocchio, ma anche contro tutto ciò che ritiene ingiusto e moralmente inaccettabile. Lo fanno spogliandosi, usando sarcasmo, vederle nude infatti ferisce.

Denunciano una situazione paradossale per il loro paese, un intero piccolo mondo costretto alla prostituzione, dove le donne diventano schiave sessuali spesso partecipando attivamente ed il resto della popolazione vive come uno scarto di produzione.

In un panorama mondiale stritolato dalle multinazionali, in questo caso quella del grano di cui parlava anche Report poco tempo fa, l’Ukraina che era la fertile terra capace di produrre grano per tutti, si è vista comprare l’intero territorio coltivato da capitali stranieri, così che ne ha perso il controllo mentre costoro chiudevano arbitrariamente la produzione per veicolare come meglio gli pare il prezzo e il mercato. Un paese dedito all’agricoltura che rimane senza terra da coltivare e che nessuno coltiva più che cosa può lasciare se non cuccioli umani che per sfuggire la miseria sono pronti a tutto? Che cosa può lasciare se a monte non c’è la consapevolezza delle dinamiche di questa oppressione?

Gli italiani pare siano i migliori clienti in questo turismo sessuale nato dal bisogno di migliaia di donne di liberarsi dal giogo della povertà improvvisa e devastante. Intervistati si vantano di come finalmente possano accedere a donne “capaci a letto e disponibili, mica come le italiane che se la tirano”. Non ci potranno credere queste perle di maschi di poter comprare carne umana come al supermercato la carne degli animali. Facile, veloce, la predazione perfetta, dove non c’è un prima e non un dopo – nessuna continutà dell’individuo consumato, come di fatto non esistesse -, non c’è altro che l’istante del consumo ed il “piacere” che ne deriva.

Loro stesse, parlano di maschi che vengono a “caccia”, di loro connazionali vissute come prede e di vivere “come animali”.

Noi conosciamo bene questa logica della predazione. Sappiamo che tutti o quasi, ritengono lecita e normale la predazione degli individui umani su altri individui, ciò che conta è non essere la preda, negare il diritto di predazione sulla propria categoria lasciando che altre rimangano legittimamente predate. Purtroppo questa è la mentalità specista, di cui le donne sono in tutto o in parte portatrici anche quando lottano per liberarsi. Dicono “non sfruttateci perché non siamo animali”, per rivendicare la propria autodeterminazione negando quindi il diritto di autodeterminazione di chi invece è animale. Peccato che tanti maschi, questi in particolare che partono per sfogare gli ormoni, le pensano esattamente “animali”, in quella accezione moralmente piramidale che fa dell’essere animale il dovere di essere preda. Dicono, “non cacciateci perché non siamo prede”, per rivendicare la propria libertà dallo sfruttamento accettando che esista di fatto una qualche preda legittimamente sacrificabile al predatore umano.

Queste donne speciali, Femen, hanno anche protestato contro la condizione degli animali nello Zoo di Kiev. Per questo ci permettiamo di suggerire il contatto e la riflessione, suggerendo loro l’importanza della critica di Carol J. Adams in The Sexual Politics Of Meat, perché proprio nelle loro espressioni di protesta vediamo le basi per la riflessione rispetto al consumo del corpo degli individui, così fondamentale perché l’intera piramide crolli.

Intanto facciamo da eco alle loro coraggiose e comunque forti iniziative.

Eva Melodia, per Antispecismo.Net 

Femen sarà in Italia a Novembre, il 4, 5 e 6 come riportato dalla loro locandina qui sotto.

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