Putridume maschilista quotidiano

di Eva Melodia

Si potrebbe liquidare con un bel “putridume” l’articolo dal titolo esauriente "Le donne e il femminicidio. Facciano sana autocritica. Quante volte provocano?" apparso su Pontifex.it, sito di riferimento per la Chiesa Cattolica ed un numero notevole di suoi fedeli.
Si potrebbe, se non fosse che laddove la maggioranza delle persone legge un delirante sproloquio del solito patriarca che ieri come oggi (e come purtroppo anche domani) rimpingua il mondo di solerti colpevolizzazioni della donna e del suo corpo, di dogmi maschilisti, tutti preziosi per difendere i privilegi degli uomini in posizione di forza, ci sono anche migliaia di stolti che gli vanno dietro.
Ignoranti certo. Gobbi morali e ottusi logici, incapaci di vedere quali subdoli trucchetti vengano usati da questi interpreti del Verbo al solo fine di far passare per vere e religiosamente assodate le loro norme sociali, finalizzate esclusivamente a garantire i loro maledetti privilegi.

Vorrebbero costoro, poter violentare senza reazione negativa. Vorrebbero ottenere il corpo di chi li attrae senza fatica, senza scambio ed anzi esprimendo dominio, come buon maschilismo insegna.
Vorrebbero, stuprare con la benedizione dall’incauta donna che addirittura osa far di sé ciò che le pare ed esporre la propria pelle.
Gli piacerebbe tanto.

Giocano sul senso di colpa dicevo, sapendo bene come esso accompagni già ogni donna - grazie ai preziosi insegnamenti cattolici che ci sciacquano la pazienza fin dagli albori della vita - e come un profondo senso di inadeguatezza esploda di fronte ad una violenza subita, dove la donna - o chi allo stesso modo struprat* - non può che soffrire chiedendosi se non avrebbe potuto fare qualcosa per difendersi, per evitarsi tanto dolore.
Allo stesso modo sanno come, nella piega dell’anima di quelle ferite, una persona non sia in grado di impedire che entrino le baggianate maschiliste di gente pronta a tutto pur di poter continuare ad usare gli altri.

Bisogna invece a parer mio sottolineare quanto la vergogna che questa gente non prova nello scellerato legittimare la violazione dell’individuo, sostenendo che ci siano ragioni valide a giustificare il dolore e la morte inflitti ad una donna, denigri proprio gli uomini, prima ancora delle donne.

Sono gli uomini a dover inorridire nell’essere raccontati così ignobili, levando la voce per rivendicare una propria coscienza e capacità di autodeterminazione, contro le tesi di incontrollabile violenza e tendenza allo stupro compulsivo, visto che da queste miserabili parole ne parrebbero permeati nella loro stessa essenza maschile.
E ancora, proprio i cattolici, dovrebbero sdegnarsi sentendosi presi in giro quando dapprima li si dipinge somiglianti a Dio, per poi riportarli alla fratellanza con un qualche demone bavoso alla sola vista di un culo, pronti ad uccidere per un orgasmo.

Il Signor Bruno Volpe e tutti quelli che ne sostengono le fauci maschiliste dovrebbero forse piuttosto cominciare a pensare a loro stessi come inadeguati.
Inadeguati, perché il loro stupido tempo è finito e le loro stupide tesi sono morte e sepolte, sebbene continuamente riesumate da esperti oratori che le tengono in piedi come cadaveri ammuffiti.

Altro che pretini. Questi oratori sono evocatori di spiriti del male tanto quanto i negromanti: evocatori di maschi predatori (che predatori devono essere solo nei loro perversi sogni), capaci ormai solo di sdegnare sempre di più tutti gli uomini e le donne consci dei loro giochetti.

In coro dunque gli ridiamo dietro, ma anche ci irritiamo ed iniziamo a reagire.

Le tesi cattosessiste che legittimano lo stupro 

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Martedì, 18 Dicembre 2012 09:40

La moderna crociata della Chiesa Cattolica

Video di Clara.

Di fronte ai processi di emancipazione femminile e di maggior apertura verso i diritti e le libertà civili della comunità LGBT, il clero cattolico si è dedicato negli ultimi anni a difendere strenuamente i valori tradizionali della cultura patriarcale, alimentando così il sessismo e l'odio di genere nella mentalità dei vari popoli del mondo di credo cattolico.

god save the queer
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Oppressioni: interdipendenze e relazioni

di Eva Melodia 


E’ inquietante scoprire che Wikipedia alla voce “machismo” riporta soltanto una misera frase generica, imprecisa, impropria. Non è un caso quindi se quando si prova ad usare in maniera pertinente questo termine (così politicamente rilevante), molte persone assumono la postura dell’incertezza: non sanno di cosa stai parlando, ma non ne sono neppure sicure.
E’ normale. Nessuno ne parla, neppure internet che dai suoi natali è lo strumento più usato per denunciare ciò che lo status quo vuole celare o indorare.
Quando raramente si accenna alla questione, in un calderone generico finiscono il “maschilismo”, il “bullismo” e la “virilità”. Sostantivi apparentemente desueti, che nell’immaginario collettivo purtroppo, sono solo l’eco di una voce immobilizzata tra l’Italia del Duce e i rognosi anni Settanta.
Eppure, questo fenomeno è strategico, una chiave del sistema di dominio che ad esso apre le porte dell’umanità. Al contrario di come lo si ipotizza tra le nubi della confusione più totale, non si tratta di un latinismo sinonimo del maschilismo - di cui per altro e allo stesso modo, si parla il meno possibile -, bensì della funzione attraverso cui il maschilismo nella sua espressione massima, il patriarcato, genera individui compiacenti e capaci di contaminare il contesto in cui trascorrono la loro esistenza.
Costoro non sono altro che donne e uomini comuni i quali, proprio grazie al machismo dilagante da millenni, rispecchiano la totale propensione ed accettazione a dominare o ad essere dominati: il sogno fattosi realtà di chi placido siede in cima alla piramide.

Che sotto al vertice ci sia un parapiglia di genti che si alternano tra sottomessi e dominanti, scatenandosi in risse, guerre, oppressioni, con fiumi di sangue di innocenti, non interessa a nessuno. Tutti, tranne gli animali, dominano qualcun altro traendone qualche effimero vantaggio e tutti, appartengono in maniera viscerale a questo sistema, tanto che lo credono la Natura stessa delle cose.

Patriarcato 

Il machismo dicevo è una funzione: entrano come variabili le persone (di ogni tipologia e variante sessuale), escono come risultati machi e machisti/e. A costoro, da una parte sarà tolto tutto ciò che potrebbe opporsi all’ideologia del dominio ed ai suoi modelli e dall’altra, attraverso metodi seduttivi, verranno fatti annusare gli illusori vantaggi del partecipare al banchetto del dominante, piuttosto che ribellarsi, come invece farebbe qualsiasi individuo davvero libero.
Per cercare di capire meglio come funziona possiamo forse partire proprio dal macho, da quella immagine un po’ ridicola ed esasperata che conosciamo come fonte di ilarità nelle parodie di alcuni comici. L’ilarità nasce dall’esasperazione dei tratti che caratterizzano colui (di solito un maschio) che genericamente chiamiamo macho e dalla totale assenza di consapevolezza su come questi stessi tratti possano essere molto meno appariscenti, ma combinarsi lo stesso in una formula devastante per la socialità umana.
Il termine macho è non a caso associato al genere maschile ed è quasi sempre scambiato e confuso per una qualche interpretazione di ruolo nel gioco sessuale. Un po’ come dire: c’è il macho e c’è il maschio “tenerone”, due modi diversi di esprimersi nello sviluppo di una personalità erotico-sessuale e nella scelta di una parte da recitare più o meno accattivante per il partner, all’interno di una relazione tra persone.
Questo snellimento dell’importanza del ruolo sociale del machismo, declassato a sola moda e legato esclusivamente alla sessualità come passatempo, dimentica che la sessualità in generale ha un suo peso politico in tutte le collettività, anche in quelle degli animali altro-da-umani e quindi tanto di più, in quelle degli umani, dove sesso e potere sono quasi sempre vincolati l’uno all’altro.
Il machismo è molto di più del tasso visibile e quantificabile di virilità espressa da un individuo di genere o identità maschile; si tratta in realtà del ruolo sociale e politico che un individuo accetta di perseguire (o di personificare all’interno di un assodato sistema di dominio), esaltando quelle che la cultura impone come punte di diamante della virilità maschile, della mascolinità secondo norma e regola.
Anche se non si vedono molti macho in stile Rambo in giro (salvo ondate modaiole), il machismo permea la società, sopratutto quella moderna ed occidentale. Ha raggiunto il suo apice di perfezionamento e con esso il riconoscimento del prezioso compito che svolge affinché nessun flusso di cambiamento possa mai intaccare il modello patriarcale.

 

Da maschio a macho: un percorso che dura una vita.

Entrando nel merito, considero il macho un modello ed il machismo il percorso educativo (socioculturale) finalizzato a realizzare il numero maggiore di maschi aderenti a tale modello e di femmine compiacenti.
Per caratterizzare tale modello dicevamo, ci basta pensare alle esasperazioni comiche o paradossali che abbiamo conosciuto grazie a personaggi fantasiosi come Rambo o come il Gallo Cedrone di C. Verdone, ed osservare come le peculiarità elevate a potenza in questi soggetti teatrali, siano tratti che sebbene annacquati, rispondono al modello di macho più comune.
Il modello si realizza dunque quando un maschio esprime genericamente tratti quali competitività, sprezzo del pericolo, capacità di stare solo se necessario, assenza di empatia o capacità di reprimerla/sopportarla, tratti somatici visibilmente virili (sviluppati ad hoc), sopportazione al dolore, disponibilità al sacrificio per scopi più “alti”, capacità predatorie, emotività controllata, autorità, difesa del nucleo familiare e la sua apoteosi, cioè una sessualità molto attiva di tipo predatore/cacciatore di femmine: ecco che abbiamo il maschio così come deve  essere, con diverse sfumature, ma sempre rispecchiante la mitologia del maschio umano dominante.
Si può parlare di mito poiché tutta la tradizione culturale del dominio si ispira senza troppa vergogna ad un presunto rispetto metodico di fantasiose dinamiche naturali  (laddove Natura ci vuole così come Ella ci ha pensati e creati) degli umani. Dinamiche che posizionerebbero il maschio sopra alle femmine, che ci raccontano di una perenne presenza del maschio alfa  (il capo) dominante nei gruppi sociali, e gruppi sociali strettamente patriarcali, dediti alla competizione tra loro. Incredibile come tale Natura così intesa, con tanto di N maiuscola, penserebbe e agirebbe dunque con sua volontà, confondendosi amabilmente con l’identità di un Dio qualsiasi. Incredibile anche come, sempre Questa, sia così rilevante per giustificare la piramide sociale e molto meno serva a ricordare un eventuale ridimensionamento morale degli umani, in quanto animali come tutti gli altri.
Un gran bel calderone dentro il quale l’alchimia riesce comunque a creare il presupposto: anche ridotta ad una formula empirica, la Natura propinata dal machismo con i suoi rituali e le sue istituzioni, prevede che qualcuno domini sempre qualcun altro e che in particolare, essa abbia pensato - guarda un po’ - proprio il genere maschile quale dominante del genere femminile.

Il macho così disegnato è resistente ai cambiamenti, è disponibile agli scontri, è territoriale e difensivo dei propri privilegi, è poco empatico e quindi poco solidale, è disposto ad ubbidire ad autorità che legittima come dominanti ed è ovviamente disposto ed interessato ad aumentare il proprio potere di esercitare a sua volta dominio.

La femmina che convive con questo modello, lo sappiamo, è il suo subordinato per eccellenza, ma non entrerò ora nel dettaglio. Ciò che conta di una femmina machista, è che riconosca il macho come il migliore modello sociale maschile, sia che si tratti della persona cui accompagnarsi, sia che si tratti dei figli da educare.
Quello che è interessante analizzare davvero di tutto ciò, non è tanto il modello che da molto tempo è comunque denunciato dalle analisi anti-patriarcali, bensì notare come il machismo quale funzione del patriarcato si articoli in precisi rituali e momenti educativi. Ed è esattamente qui che entrano in gioco gli animali.

 

Identità dominanti

La funzione dell’educazione machista è talmente efficace da agire al di là del genere sessuale biologico, bensì fino all'identità di genere, poiché gli individui sedotti e sedati fin dalla prima infanzia non riescono ad opporsi, né a riconoscere di essere costretti in una qualche gabbia, neppure quando ne diventano palesemente vittime. Così, abbiamo che pure nel caso di qualsiasi variante di orientamento sessuale o dell'identità di genere, le persone riconoscono il modello machista come il migliore modello sociale per i "maschi", ed il patriarcato come naturale rappresentazione socio-iconografica  della vita, sebbene ciò risulti di fatto un suicidio politico di massa.
In questo splendido contesto paradigmatico, tutti supportano un ruolo sociale dominante genericamente identificato con il maschile, ed uno dominato genericamente considerato debole e associato al femminile, ingaggiando una eterna competizione tra dominanti e dominati, chi vorrebbe dominare, chi non vuole essere scalzato dalla propria posizione e chi vuole scalare la piramide.
E’ proprio in questo tranello che sono cadute le eterne dominate, le donne, quando cercando di liberarsi, emanciparsi, eguagliare, hanno di fatto troppo spesso assunto quale proprio un modello fondato sul machismo, ascendendo alla variante donna-macho, piuttosto che davvero attaccare alla base il patriarcato nell’educazione machista - sono le donne ad averla davvero in mano - e quindi minarne le fondamenta; ma questo si sa e non è necessario indagarlo ora.
Quello che è interessante approfondire invece è come omosessualità, bisessualità, transessualità, o ogni variante di identità e ruoli di genere siano aspetti molto rilevanti all’interno del sistema educativo machista, talmente rilevanti da rendere quasi impossibile che le persone LGBTQI non vengano esasperate da attenzioni morbose ed opprimenti.
Si sente parlare di discriminazione verso le persone LGBTQI, come se questa cadesse da un pero, dipendesse da casuale bigottismo, o irrazionale fastidio. Troppo spesso, davvero troppo, i blandi riconoscimenti del problema da parte dell’opinione pubblica (come anche dei movimenti per i diritti) scadono in pietose rivendicazioni verso “l’amore libero” o “libertà” sessuali, come se amore e sessualità centrassero davvero qualcosa, celando così e per primi, il mandante della oppressione ed emarginazione di ogni variante alla presunta normo-naturalità sessuale: il patriarcato.
Basta chiedersi un banale “cui prodest?” (o un meglio ancora “chi ce smena?”), per capire come la repulsione per ogni deviazione dal tema “maschio biologico si accoppia rigorosamente e solo con femmina biologica” nasca dal patriarcato che nella sua prassi educativa (il machismo), purga la società da ogni possibile prova che la tesi su cui sventolano la propria inviolabile naturalità è una cazzata.
Per fare un esempio, un maschio biologico che non sia attivo sessualmente verso la femmina biologica, manda in crisi tutta la suddetta inviolabile naturalità della questione, l’obbligatorietà dello schema "maschio sopra femmina". Un maschio che non abbia alcun interesse verso il modello machista applicato a sé stesso, ma che eventualmente ne sia attratto quanto la femmina machista, sgretola letteralmente tutto il costrutto.
Che una femmina biologica, invece che svenire per il Charles Bronson di turno, diventi essa stessa Charles Bronson solo assumendone i comportamenti e diventando così  attrattiva per altre femmine, dimostra come nell’idea del maschio biologico (macho) che domina femmina biologica (debole e sottomessa), di naturale (assolutamente naturale, quindi pressoché inviolabile) o istintivo o voluto chissà da quale dio, non c’è proprio nulla.

Quindi come si fa? Chi domina chi? E’ la femmina più macho ad avere diritto di dominio sulla eventuale femmina? E chi lo ha detto che una femmina biologica, perfettamente macho, non possa competere e vincere con un maschio presunto alfa-dominante? Quindi? Chi diavolo lo fa il capo? E quelli che hanno ora il privilegio di dominare perché altri hanno creduto in tutta questa complicata barzelletta, chi li convince rinunciarvi visto che non ne hanno alcun diritto?

Il problema è questo e solo questo. Continuare a mescolare le acque rispetto alla questione LGBTQI sciogliendola in un blando caos di incomprensibile e desueta intolleranza, fa solo il gioco del sistema che infatti persiste indisturbato.
Per quanto la gerarchia inoculata dal machismo non comporti una grande finezza (non stabilisce infatti esatti nomi e cognomi di chi è posizionato e dove nella piramide), essa garantisce lo stesso la cosa più evidente ed importante nel mondo che vediamo oggi con i nostri occhi: che i maschi dominino genericamente le femmine. In soldoni, per chi non avesse chiare le implicazioni, significa che il genere maschile di identità maschile ed adulto, non a caso armato ed organizzato per avere forza repressiva, continua ad avere la quasi garanzia di godere maggiormente di "diritti" di dominio che correre rischi di essere dominato e la possibilità di scalare la piramide fino ai punti più alti, avendo come risorse da dominare e sfruttare la stragrande maggioranza dei viventi sulla terra: le donne, qualsiasi variante di orientamento ed identità sessuale, i bambini, ed ovviamente, gli animali.

Quando in ambiente antispecista ad esempio sentiamo scaricare la questione LGBTQI dentro a quel generico contenitore di discriminazioni chiamato “sessismo” e ci rendiamo conto di come quest’ultimo sia considerato con molta leggerezza “specismo” solo perché implicherebbe la discriminazione di una “diversità” o “alterità”, ecco che emerge quanto la questione sia ritenuta marginale e rimanga incompresa, probabilmente a causa del maschilismo subdolo e quasi silente che permea anche gli ambienti pseudo - rivoluzionari.
Per fare un esempio, considerare “sessismo” la transfobia può, nel migliore dei casi, significare solo che si è un po’ distratti.
Il sessismo si fonda sulla discriminazione di genere – quasi sempre - esercitata dai maschi biologici verso le femmine biologiche, una esasperante oppressione spesso implicita, dove di fatto esiste un genere sessuale “inferiore” o “da dominare”.
Ciò è possibile solo consolidando una accettazione verso una gerarchia dei sessi che si rifaccia alla Naturalità, alla Natura, oppure alla tradizione che ne farebbe le veci. Identità e orientamento sessuale al contrario, rappresentando una (assolutamente) "naturale" indipendenza da qualsiasi presunto legame indiscutibile con il genere biologico di appartenenza e con i comportamenti di dominio o sudditanza che ne sarebbero dovuta conseguenza, sono ritenute variazioni PERICOLOSE e quindi respinte come devianze ripugnanti, perché fattivamente negazioniste dell presunto ordine naturale (machista) delle cose: Dunque, nei migliori dei casi una “malattia” da arginare, nei peggiori una “perversione” da eliminare. Un po’ diverso, no?
Quindi, se anche avessimo una società pseudo-egualitaria dei due generi sessuali, non necessariamente avremmo una società che non respinga le varianti sessuali degli individui, le quali comunque, negano lo schema machista di maschio-femmina nella società perfetta e/o perfezionata, a misura di maschio dominante.
In questo trovo evidente e legittimo lo sdegno (e voglio fare eco alla denuncia) che molti attivisti antispecisti ed attiviste esprimono nel non veder riconosciuta la discriminazione che subiscono (o che altri compagni e compagne subiscono) come qualcosa di preciso e puntuale sebbene, seguendo il profilo teorico più generico, anche la loro oppressione rientri sempre in una qualche istanza specista.

Allo stesso modo mi preoccupo del come la questione animale perda di forza e consistenza, con lo stesso sciocco trucco con cui si annacqua la questione LGBTQI.
Ogni sfruttamento o oppressione di categoria specifica, in questo pazzo mondo maschilista e patriarcale, ha un suo scopo preciso. La questione animale viene troppo spesso ricondotta a cause per lo più assurde ed improbabili, tanto quanto si ciarla di sessismo in maniera impropria, mentre sempre più animali di ogni genere, identità e specie, continuano a rimanere stritolati da questo schifo senza che i più ne comprendano le ragioni.
In realtà, il dominio sugli animali e la conseguente oppressione di questi ultimi è finalizzato a realizzare e mantenere una società dove l'empatia sia metodicamente repressa, selettiva, negata, così da non temere ingerenze (se non incoerenti e conflittuali proprio perché a loro volta machiste, quindi sbilenche e di fatto inconcludenti) all'interno del sistema di dominio patriarcale.
 

Gli animali altro-da-umani: eterni strumenti del machismo.

Mi chiedo: ma davvero crediamo che l’inferno in terra per gli animali dipenda dal fatto che “ci piace” il sapore dei loro corpi e basta? Davvero pensiamo che tutta la macchina del dominio sugli animali dipenda dal fatto che gli umani “sono cattivi”?
Perché purtroppo, da moltissimo che si legge e vede, sembrerebbe proprio così.
Parrebbe trattarsi di una espressione di ferocia della specie umana e che guarda un po’, così considerata, va a confermare la tesi per cui gli umani sarebbero predatori naturali (un predatore naturale non può essere vegan!). Si scopre quindi che in fondo tutti ci crediamo a questa favola, tutti la raccontiamo in qualche modo.

Torniamo invece al cui prodest (e al “chi ce smena”) e proviamo a risponderci pensando ad un mondo dove per qualche ragione nessun animale, tanto meno un cucciolo espressivo e urlante, viene sistematicamente massacrato da mani competenti e messo sotto il naso, tutti i giorni, a tutti.

Che mondo sarebbe?

“Chi ce smenerebbe” se da domani non si spezzasse più l’empatia di nessuno attraverso il banale (ma proprio banale) mezzo di fare cultura (tradizione, allegra leccornia, etc...) dell’offendere il corpo di innocenti ed indifese creature che invece, senza alcuna pressione socio-culturale, ciascuno di noi vedrebbe solo come amici dissimili?
"Cui prodest?” della violenza che viene legittimata e che entra nella quotidianità, nell’abitudine, attraverso la macellazione e il consumo di quelli che mai, per nessuna ragione, potrebbero davvero essere considerati nemici?
Torniamo dunque alle caratteristiche del macho, il soldatino/mattoncino perfetto della società patriarcale e poniamoci di fronte al ruolo dell’empatia nello sviluppo di tale personalità.
Senza timore possiamo dichiarare che l’empatia deve essere controllata, non può e non deve essere libera o liberatoria delle potenzialità migliori degli umani. Al contrario, deve essere spezzata, sedata e programmata / selettiva - o ad esempio, non avremmo mai persone disposte a competere fino alla morte per soddisfare i propri dominanti, invece che solidarizzare con altri dominati.
Ecco che gli animali “altro-da-umani” grazie alla loro unica condizione rispetto alla relazione con gli umani, cioè l’innegabile e perpetua “innocenza”, diventano lo strumento perfetto per raggiungere i gangli vitali dell’empatia negli umani ed interromperne il copioso flusso prima che diventi una violenta interferenza rispetto alle aspettative del patriarcato.

E’ così che nascono i rituali specisti per il machismo, onnipresenti in secoli e secoli, tutti e solo funzionali allo scopo di distruggere o reprimere l’empatia. Nascono così i rituali “sportivi” (i rodei, le corride, caccia e pesca sportive, le scommesse sulle lotte tra animali, il dominio circense, e così via, tutti rituali a cui si espongono anche i bambini), o i più ovvi allenamenti all’uccisione degli animali (alla violazione della loro innocenza) messa in atto sistematicamente da corpi militari e para-militari, tanto quanto del sistema mafioso: se per ordine superiore (del patriarca, tanto quanto di Natura o Tradizione) ti abitui ad uccidere innocenti fino a che le tue resistenze psicologiche si placano (pegno l’andare completamente fuori di testa), tanto più sarà facile che per ordine superiore sarai disposto ad uccidere il nemico che ti è stato propinato come tale, o a consolidare una qualche forma di oppressione, a partire dal posticino che ti è stato assegnato dentro la piramide.

Da bambino come da adulto, il ruolo di maschio machista, riconosciuto da chi sostiene il patriarcato direttamente o indirettamente, non sarà mai certo quello di un gattaro che raccoglie cuccioli per riportarli tra le calde zampe della madre; semmai, sarà quello di chi spara ad un gatto legato ed indifeso (le carcasse vengono puntualmente ritrovate in luoghi abbandonati, ritenuti zone di allenamento dei vicari della mafia) con la scusa di “allenare la mira”, ma sopratutto di allenare una cinica negazione di empatia e compassione.
In tale panorama, si coccolerà l’idea della virilità sessuale dei maschi legata alla carne degli animali, al sangue, all’uccisione, alla macellazione. Si proteggerà il cinismo a mezzo di qualsiasi nobile e superiore scopo (si pensi alla vivisezione ed alle sue giustificazioni, tanto quanto alle guerre preventive) ed il dominio degli animali resterà il canale fondamentale per perpetuare il sistema. 

Per tutto quanto ho spiegato fino ad ora, dal mio punto di vista è importante affermare che l’antispecismo ha l’interesse politico prima ancora che etico-morale, di soffermarsi sulle relazioni ed interdipendenze fra forme di oppressione e dominio ed i loro interessi, analizzandole seriamente; ha l’interesse o forse dovere, di accettare che politicamente una interdipendenza implica necessariamente una strategia di lotta interdipendente.

Si può anche essere meno ricettivi (forse meno sensibilizzati) verso una forma di oppressione piuttosto che un’altra, ma al di là di tutto, una volta rilevata un eventuale arteria di scambio vitale, è ridicolo pensare di indebolire l’una senza attaccare anche l’altra, o almeno senza capirla e riconoscerla.
L’analisi del ruolo del dominio sugli animali nella sopravvivenza della cultura patriarcale è talmente vasta da essere davvero alla portata della comprensione di tutti, eppure risulta completamente occulta.
Credo sia un dovere continuare ad osservare, denunciare, spiegare nel dettaglio, fino a che non sia illuminante per l’intera umanità come questo paradigma in cui soffriamo e moriamo tutti, dipenda direttamente da giochi (ai confini dell’illusionismo) grazie ai quali l’empatia si sviluppa esclusivamente in maniera selettiva, anche in chi crede di esserne particolarmente rigonfio e che invece non si accorge neppure di quanta altra oppressione ci sia oltre i confini della propria selettiva sensibilità.

Per quanto mi riguarda poi, qui si inserisce in maniera definitiva la frattura con ogni forma di animalismo machista, cioè di “destra animalista”.

Si potrà e vorrà parlane amabilmente nel dettaglio altrove, ma per farla breve, ciò che comunemente ed in qualsiasi senso chiamiamo “destra” ha bisogno del machismo, ed il machismo ha bisogno del dominio sugli animali: si erge dunque il confine grazie al quale affermare che un antispecismo “di destra” è una assurdità in termini di fattibilità politica, un controsenso cui lo stesso si prestano diversi attivisti che parlano di antispecismo a partire da contesti decisamente dominanti, patriarcali, machisti.

Intanto però penso e propongo l’immagine di un macho che invece di andare a caccia per esorcizzare la morte (e bla bla) e ripudiare la compassione, va a prendersi cura dei gatti di una colonia felina. Penso al macho che invece di essere cresciuto a suon di indiani e frecce, legionari e scudi, sudisti che arrostiscono i conigli selvatici sul fuoco, viene su a dolci vegan, pulcini da scaldare, topi da salvare da situazioni pericolose.
Penso al macho cui mai è stata messa in mano un’arma, neppure giocattolo, neppure (e tanto meno) per cacciare animali indifesi e che mai ha neppure sentito parlare dello sparare agli animali per allenarsi a colpire i nemici. Un macho che è solo un maschio, in qualsiasi senso, e che se piange a vent’anni, è solo un umano commosso. Un maschio accompagnato a conoscere le proprie emozioni e l’empatia attraverso l’esempio di genitori accoglienti e consapevoli ed un maschio sicuro di poter esprimere la propria sessualità liberamente. Penso alle donne accanto a questi uomini che di macho non avrebbero più nulla.

Il mondo rimarrebbe (ahi noi) senza macho, ma popolato forse di uomini e donne di tutti i tipi e colori, probabilmente un po’ meno infelici.

 

 

 
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Antispecismo e antisessismo - interviste


Servizio di TGamicianimali sull'incontro antispecista del 16 novembre organizzato da Oltre la Specie ad Ivrea, con interviste ad Annalisa Zabonati e Barbara X sulla connessione fra antispecismo e antisessismo.
(dal minuto 6.45 circa).

Il Podcast della conferenza lo trovate invece qui

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da: Anguane - Collettivo Queer Ecovegfemminista

Veganismo Nativo: le Native femministe mangiano il tofu!

by Margaret Robinson

Margaret Robinson è una nativa Mi’kmaq vegana che vive a Toronto. Ha conseguito un Ph.D in teologia presso l’University of St. Michael’s College, a Toronto. Attualmente lavora presso il Centro per le Dipendenze e la Salute Mentale. È coordinatrice del progetto “Rischio e resilienza tra le persone bisessuali in Ontario: uno studio di comunità sul benessere mentale delle persone bisessuali”

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Il veganismo è spesso associato con l’essere bianchi, ma una lettura ecofemminista e post-colonialista delle leggende Mi’kmaq serve come base per una dieta vegan radicata nella cultura Nativa, scrive Margaret Robinson.

14 Novembre 2010

Proponendo quest’idea ci sono due barriere significative. La prima è  l’associazione del veganismo con i bianchi. Nel libro Real Natives Don’t Eat Tofu (I veri Nativi non mangiano tofu), Drew Hayden Taylor riporta che l’astensione dal mangiare carne é una pratica dei bianchi. In uno scherzo all’inizio del documentario Redskins, Tricksters and Puppy Stew (Pellerossa, imbroglioni e stufato di cucciolo) chiede “Come è chiamato un Nativo vegetariano? Un pessimo cacciatore”.

L’ecologista Robert Hunter dipinge le persone vegan come “eco-gesuiti” e “ fondamentalisti veggie”, che “forzano i/le Nativi/e a fare cose alla maniera dei bianchi”. Proiettando l’imperialismo bianco verso le persone vegan Hunter permette agli onnivori bianchi di creare un legame con i/le Nativi/e attraverso il mangiar carne. In Stuff White People Like,(Cose che piacciono ai bianchi) l’autore satirico Christian Lander dipinge il veganismo come una tattica per mantenere la supremazia bianca. Scrive “Come molte delle attività dei bianchi, essere vegan/vegetariano permetto loro di sentirsi d’aiuto all’ambiente e dà loro un modo delicato per sentirsi superiori agli altri.”

Rappresentare il veganismo come una cosa da bianchi cancella la maggior parte delle persone vegan in tutto il mondo e le loro scelte alimentari dall’orizzontee tico e religioso, e raffigura i bianchi come le sole persone che hanno a cuore la salute o l’etica del consumo di animali. Quando il veganismo è costruito come una cosa bianca, le persone Native che scelgono una dieta senza carne sono dipinte come se sacrificassero la loro autenticità culturale. Ciò rappresenta una sfida per coloro tra noi che vedono la propria dieta vegana come compatibile eticamente, spiritualmente e culturalmente con le proprie tradizioni native. Il secondo ostacolo al veganismo indigeno è l’associazione con il privilegio di classe. Gli oppositori rivendicano che una dieta vegan è un piacere e che le persone povere devono mangiare quello che è disponibile, non potendo permettersi di essere schizzinose. Con una simile logica, la persona povera non può permettersi di astenersi da caviale o tartufi. Le argomentazioni basate sulla classe di appartenenza danno per scontato che specialità culinarie raffinate, e frutta e verdura importate costituiscano la maggior parte della dieta vegan. Superano anche al costo della carne e danno per scontato che l’industria sussidiaria di carne e latticini in Nord America sia rappresentativa di tutto il mondo. Di fatto, molte della aree più povere del pianeta hanno una dieta che è primariamente a base di vegetali, dato il basso costo della produzione vegetale.

La mia proposta non è quella di rimpiazzare la vibrante cultura tradizionale con una associata alla cultura del privilegio bianco. L’attuale stile alimentare della maggior parte della popolazione Mi’kmaq (First Nations people of New England and Canada – popolazioni native) è di fatto bianco ed è afflitto dalla povertà. Come spiega un* partecipante allo studio di Bonita Lawrence sulle persone Native urbane di sangue misto, “la gente è stata abituata a pensare che la povertà sia indigena – e così la vostra zuppa di maccheroni e la vostra dieta povera sono indigene.” La mancanza di accesso a cibi ricchi di nutrienti è un problema che la popolazione Nativa ha in comune con altri gruppi oppressi dal razzismo e dalla povertà. Come disse Konju Brigs Jr. in Veganism is a revolutionary force in the class war (Il veganismo è una forza rivoluzionaria nella lotta di classe), negli Stati uniti le comunità di colore povere sono spesso private dell’accesso a cibi freschi sani e sproporzionatamente si ritrovano afflitti da malattie dovute alla dieta e allo stile di vita occidentali”. Briggs Jr. identifica questa come una tattica della lotta di classe, mirata a “mantenere le persone cronicamente impoverite, non consentendo loro di essere in salute e vivere a lungo e dall’eccellere come esseri umani”.

Diversi ricercatori (Johnson, 1977; Travers, 1995; Mi’kmaq Health Research Group, 2007) hanno notato che il sistema delle riserve ha prodotto una dieta con un alto contenuto di zuccheri e carboidrati e basso contenuto in proteine e fibre. Come risultato, gli/le Mi’kmaq hanno patito un serio incremento dell’obesità, del diabete mellito e dei calcoli biliari. Il professore di ecologia umana Kim Travers ha individuato tre cause di una dieta povera di nutrienti tra le popolazioni Mi’kmaq: il basso salario, la mancanza di accesso ai trasporti e l’inadeguatezza delle riserve alle coltivazioni agricole, alla pesca o alla caccia. Travers sottolinea che gli/le abitanti delle riserve sono spesso costrett* a mangiare proteine altamente raffinate come burro di arachidi, wurstel o mortadella. Questa dieta è un effetto dell’oppressione su di noi come Nativ*, non un’espressione della nostra tradizione o dei nostri valori. Tradizionalmente, la dieta Mi’kwaq era ricca di carne, consistente in castoro, pesce, anguilla, uccelli, porcospini e a volte animali più grandi come balene, alci o caribù, accompagnati da verdure, radici, noci e frutti di bosco. Nella lingua Mi’kmaq la parola cibo è la stessa per castoro, stabilendo così la carne come archetipo del cibo commestibile. L’uso degli animali come cibo è rappresentato abbondantemente anche  nelle leggende Mi’kmaq. La produzione e il consumo del cibo nella cultura Mi’kmaq è coniugata al genere. La caccia era un’attività maschile, connessa con il mantenimento della virilità. La prima uccisione di caccia di un ragazzo fungeva da simbolo della sua entrata nell’età virile. Rifiutare la caccia era rifiutare anche il metodo tradizionale della costruzione dell’identità maschile. Tuttavia il contesto in cui questa identità era costruita è cambiato significativamente dall’arrivo dei colonialisti eur0pei. La carne, come simbolo del patriarcato unito alle forze colonizzatrici, è indubbiamente molto più assimilabile delle pratiche come il vegetarianismo.

L’autrice vegana femmista Carol J. Adams sostiene che la creazione del concetto di carne  richede la rimozione dalle nostre coscienze dell’animale, il cui corpo morto viene ridefinendo come cibo. La Adams scrive:

La funzione del referente assente è di tenere la nostra carne separata da qualunque idea che lei o lui una volta erano un animale, per tenere il “moo” o il “coccodé” o il“beee” lontani dalla carne, per tenere lontano qualcosa dall’essere visto come qualcuno. Una volta che l’esistenza della carne è stata disconnessa dall’esistenza di un animale ucciso per diventare “carne”, la carne diventa disancorata dal suo referente originale (l’animale) diventando invece un’immagine fluttuante, spesso usata per riflettere lo status delle donne come quello degli animali.

Mentre è evidente nell’industria della pelliccia, nell’industria della pesca e dell’allevamento, il distanziamento di cui parla Adams non è fondante nei miti Mi’kmaq. In queste storie il rendere altro la vita animale, che conforta psicologicamente l’uso del mangiar carne, è rimpiazzato da un modello di creazione in cui gli animali sono rappresentati come nostri fratelli e sorelle.

Nelle leggende Mi’kmaq la vita umana e animale sono in un continuum, spiritualmente e fisicamente. Gli animali parlano, sono capaci di trasformarsi in umani, e alcuni umani sposano queste creature che hanno cambiato forma e crescono bambini animali. Gli stregoni umani possono prendere la forma di un animale, alcune persone si trasformano nel loro animale totemico e altri ancora sono trasformati in animali contro la loro volontà. Un’esegesi ecofemminista delle leggende Mi’kmaq ci permette di inquadrare il veganismo come una pratica spirituale che riconosce gli umani e gli altri animali come aventi uno stato di persona condiviso. La Micmac Creation Story narra di Glooskap, di sua nonna e spesso di suo nipote e di sua madre. Glooskap è stato creato dall’argilla rossa e inizialmente non ha mobilità, rimanendo sulla propria schiena, nello sporco. Sua nonna era originariamente una roccia, suo nipote la schiuma del mare e sua madre una foglia. Nella storia di Nukumi, la nonna, il Creatore crea una vecchia donna da una roccia coperta di rugiada. Glooskap la incontra e lei accetta di diventare  sua nonna, fornendogli saggezza in cambio di cibo. Nukumi spiega che in quanto an la ziana ha necessità della carne perchè non può vivere solo di piante e bacche. Glooskap chiama Martora e chiede di poter offrire la sua vita, così  che la nonna di Glooskap possa vivere. Martora accetta in virtù della loro amicizia. Per questo sacrificio, Glooskap fa di Martora suo fratello. Questa storia rappresenta, attraverso i personaggi di Glooskap e Martora, la relazione di base dei Mi’kmaq con le creature attorno a loro. Gli animali desiderano fornire cibo e indumenti, rifugio e utensili, ma devono sempre essere trattati con il rispetto dovuto ad un fratello e un amico.Alcune versioni di The Micmac Creation Story parlano anche della nascita del nipote di Glooskap dalla spuma del mare intrappolata nella gliceria. Per festeggiare l’arrivo del nipote, Glooskap e la sua famiglia fanno una festa a base di pesce. Glooskap invita i salmoni dei fiumi e dei mari a venire a riva e offrire le loro vite. Anche se non priva di problematiche, questa dinamica è aperta alla possibilità di rifiuto da parte dell’animale. Inoltre, il racconto mina la diffusa visione che gli umani abbiano un innato diritto ad usare la carne animale come cibo. Glooskap e la sua famiglia non vogliono uccidere tutti gli animali per la loro soppravivvenza, indicando moderazione nelle loro pratiche di pesca. Il filo conduttore è quello della dipendenza, non della dominazione. La soppravivvenza umana è la giustificazione per la morte degli amici animali di Glooskap. Gli animali hanno una vita indipendente, un loro scopo e una loro relazione con il creatore. Non sono stati fatti per essere cibo, ma diventano cibo volentieri come sacrificio per i loro amici. Questo è ben lotanto dalla prospettiva del cacciatore bianco, per cui le popolazioni animali sono ritenute da controllare, trasformando il macello in un servizio offerto, piuttosto che in uno ricevuto.

Un’interessante eccezione a questo argomento è la Storia di Glooskap e la Sua Gente, che dà la colpa agli animali stessi per l’aggressione da parte dell’uomo. In questo racconto Malsum, una controparte malefica di Glooskap, rivolta gli animali contro l’eroe. Glooskap annuncia “Ho creato gli animali per essere amici dell’uomo, ma loro si sono comportati con egoismo e slealtà. D’ora in poi, saranno i vostri servitori e vi approvigioneranno di cibo e indumenti”. Qui Glooskap, non il Creatore, è la fonte della vita animale e ha potere su di loro. L’originale visione di armonia è perduta e prende posto l’inequalità come punizione per aver ascoltato Malsum. In questo modo, la storia è simile all’espulsione di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, con gli animali al posto di Eva. Glooskap mostra agli uomini come costruire archi, frecce e lance. Mostra anche alle donne come raschiare le pelli e fare abiti. “Ora avete il potere anche sulla più grande delle creature selvatiche,” egli disse, “ma vi incarico di usare questo potere con dolcezza. Se prendete più cacciagione di quanta ve ne serva per vivere e vestirvi, o uccidete per il piacere di uccidere allora sarete visitati da un gigante senza pietà chiamato Carestia”. Anche in questa storia, che cerca di giustificare il dominio, la corretta relazione con gli animali è solo per cibo e abiti. Gli animali mantengono un diritto sulle loro vite, e i loro diritti non possono essere messi da parte con leggerezza.

Queste storie caratterizzano gli animali come persone indipendenti con diritti, desideri e libertà. Se è richiesto il consenso di un animale per giustificare il suo consumo, allora si apre la possibilità che il consenso possa essere revocato. Pesca e caccia eccessive e la totale distruzione dell’habitat naturale potrebbero certamente spingere gli animali a ripensare l”‘accordo”. Un’altra caratteristica di alcune storie Mi’kmaq è il rammarico che accompagna la morte di un animale. In Story of Badger and His little Brother (Storia di Tasso e del suo fratellino), gli uccelli sono stati invitati in un wigwam (N.d.T. abitazione Nativa americana, a forma di cupola, solitamente ricoperta di pellame e corteccia) e chiesto loro di chiudere gli occhi. Tasso inizia ad uccidere gli uccelli. Suo fratello, sentendosi in colpa per averne uccisi più di quanti ne servissero loro per mangiare, mette in guardia gli uccelli e li aiuta a scappare. In The Story of Nukumi and Fire (La storia di Nukumi e del fuoco), Nukumi spezza il collo a Martora e lo posa al suolo, ma Glooskap si pente immediatamente delle loro azioni. Nukumi parla al Creatore e Martora è riportato in vita e ritorna alla sua casa sul fiume. Al suolo ora è steso il corpo di un’altra martora. Questo aspetto del racconto è molto lontano da una storia delle ragioni del mangiare gli animali. Martora è sia vivo che morto – morto come una martora disponibile per il consumo della nonna, ma vivo come Martora, l’amico di Glooskap e la sua gente. The Adventures of Katoogwasees (Le avventure di Katoogwasees) parla di come la nonna di Glooskap usò la magia per ottenere una quantità illimitata di carne di castoro da un singolo osso, riflettendo il desiderio di abbondanza slegato dal bisogno di cacciare.

Rimpianto e gentilezza sono invece le caratteristiche della storia di Muin, The Bear’s Child (Muin, il figlio dell’Orsa).  In una versione di questo racconto un giovane ragazzo, Siko, è intrappolato in una cava dal suo crudele patrigno e lasciato lì a morire. Gli animali lo sentono piangere e cercano di salvarlo, ma solo mamma Orsa, Muiniskw, riesce a muovere le pietre che bloccano l’ingresso. Siko è allevato come un orso. Più tardi la famiglia orso di Siko è attaccata dai cacciatori e sua madre viene uccisa. Siko dice ai cacciatori “Sono un umano, come voi. Risparmiate la cucciola orsa, è la mia sorella adottiva.” Gli Indiani stupiti mettono giù le loro armi e risparmiano la vita dell’orsetta di buon grado. Sono spiacenti di aver ucciso mamma orsa, che era stata così buona con Siko. Qui possiamo vedere che il rimpianto per la morte dell’animale è contestualizzato nella gentilezza del rapporto tra umani e animali. Alla fine della storia, Siko dichiara ”Sarò chiamato Muin, figlio dell’Orsa, da oggi in poi. E quando sarà cresciuto e sarò cacciatore, non ucciderò mai una mamma orsa o i suoi piccoli!”. Altre versioni di questo racconto mostrano Muin che si rivela prima che gli orsi siano uccisi e che i Mi’kmaq risparmiano la vita a tutte le mamme orso e ai loro piccoli, da allora in poi, come segno di gratitudine a Muiniskw per la protezione offerta al ragazzo.

Questo rimpianto é espresso anche nei rituali che circondano l’atto di caccia. L’Anziano Mi’kmaq Murdena Marshall descrive un rituale simile, una danza “per ringraziare lo spirito dell’animale per aver dato la propria vita per il cibo. Nella danza, una persona mostra le abilità di caccia attraverso una messa in scena della caccia stessa. La gente canta e condivide storie durante la performance”. In contrasto con la visione illuminista degli umani come separati dagli animali a causa della parola e del pensiero, qui gli animali sono non solo capaci di pensiero e parola, ma si può dire che sono pari alle persone. Il valore dell’animale non giace nella sua utilità all’uomo, ma nella sua propria essenza come essere vivente.

Non tutte le tradizioni culinarie del popolo Mi’kmaq hanno la carne al suo centro. La madre di Glooskap era una foglia su un albero a cui era stata data vita e forma umana dal sole. La festa celebrata per la nascita della madre di Glooskap è interamente vegetariana e il nipote, il cui ruolo è solitamente quello del cacciatore, diventa raccoglitore in questa occasione. Se riconsciamo che le attività tradizionalmente svolte dalle donne Mi’kmaq, come la raccolta di frutta, vegetali e bacche sono pienamente tradizioni Native, allora possiamo creare una narrativa indigena contro la promozione della carne.

Ecofemminismo e veganismo dei popoli Nativi

I valori derivanti da una esegesi ecofemminista delle storie Mi’kmaq possono servire come punto di partenza per un veganismo nativo. La personalità degli animali, la loro autodeterminazione e il nostro rimpianto per la loro morte, tutto ciò mostra che scegliere di non chiedere il loro sacrificio è una leggitima opzione Mi’kmaq. Dal momento che la cultura vegana testimonia che il consumo di animali come cibo, abbigliamento e riparo non è più necessario, allora la tradizione Mi’kmaq suggerisce che la caccia e l’uccisione dei nostri fratelli animali non è più autorizzata. Se le donne hanno iniziato la caccia, come nella storia della nonna di Glooskap, di sicuro abbiamo il potere di terminarla. Dato che la popolazione Nativa è il bersaglio di un genocidio, le pratiche culturali che adottiamo o rigettiamo sono di vitale importanza. Bonita Lawrence nota come le pratiche quotidiane sono state usate storicamente per valutare l’autenticità delle rivendicazioni dell’identità nativa e accordare lo status di Indiano/a. Alcuni possono sostenere che l’incarnazione dei valori Mi’kmqa in nuove pratiche, come il veganismo, non è uno sviluppo legittimo. Finora coloro che danno valore solo alla conservazione di una tradizione immutabile si uniscono ai poteri colonialisti nel non accettare una indigenità contemporanea.

C’è molto di più della mia cultura e della nostra relazione con la terra, in modo particolare come donne, che non nella caccia e uccisione degli animali. La moderna pesca commerciale, spesso spacciata come un’offerta di sicurezza economica alle comunità Native, è in realtà ben più lontana dai valori Mi’kmaq di quanto lo sia la moderna pratica vegana. La prima vede il pesce come oggetto che può essere raccolto per lo scambio commerciale, con potere economico che prende il posto della sussistenza, mentre il secondo è radicato nella relazione con gli animali basata su rispetto e responsabilità. Bisogna inoltre fare attenzioni alle circostanze e ai bisogni che cambiano tra la popolazione Mi’kmaq. Pochi/e tra noi possono mantenersi con le attività tradizionali di caccia, pesca o raccolta. Come dimostra una ricerca, i/le Mi’kmaq che vivono in zone residenziali sono solitamente dipendenti da cibo confezionato. Inoltre, metà della popolazione Nativa del Canada vive nelle aree urbane (Siggner & Costa, 2005). Quando con “Nativo” si definisce esclusivamente uno stile di vita primordiale, ciò riflette la nostra volontaria estinzione come popolo.

La reinterpretazione della tradizione e della malleabilità del rituale ha permesso ai nostri antenati di sopravvivere al genocidio, alla carestia, alle malattie, agli spostamenti forzati, all’isolamento nelle riserve, ai collegi (nel testo residential schooling - N.d.T.) e a subire altre malattie coloniali. Similmente, dobbiamo trovare dei modi per adattarci alla crescente individualità della vita urbana. Una soluzione è incorporare i nostri valori tradizionali in nuovi rituali. Con l’adozione di una dieta vegetariana o vegana, la preparazione dei nostri pasti e il loro consumo possono essere fusi con un sgnificato trascendente, dato che richiamiamo la nostra connessione con gli altri animali, condivisa con il Creatore, e prefigura un tempo in cui possiamo vivere in armonia con gli animali, come Glooskap fece prima dell’invenzione della caccia. Pratiche culinarie, valori e quotidianità condivise possono creare legami tra la gente Nativa che aiuta a contrastare l’isolamento e l’individualismo della vita urbana.

Il veganismo ci offre un senso di appartenenza ad una comunità morale i cui valori e la visione del mondo sono resi concreti attraverso pratiche quotidiane che mantengono i valori dei nostri antenati, anche se in conflitto con le loro pratiche tradizionali. In gioco nella creazione di un veganismo nativo c’è l’autorità della gente Nativa, specialmente delle donne Native, nel determinare l’autenticità culturale per se stessi/e. Il discorso del bianco dominatore dipinge la cultura Nativa come focalizzata nel mantenere un passato pre-coloniale. Questo va sostituito con il riconsocimento che la cultura Nativa è una tradizione vivente, che risponde alle circostanze e ai cambiamenti sociali ed ambientali. Nel portare interpretazioni post-colonialiste ed ecofemministe nelle nostre storie, nel ri-raccontare le storie tradizionali, nel creare nuove storie, le donne Native rivendicano l’autorità per la propria cultura. Nel fare ciò, riconosciamo che le nostre tradizioni orali non sono fisse nel tempo e nello spazio, ma sono adattabili ai nostri bisogni, ai bisogni dei nostri fratelli e sorelle animali e alla terra stessa.

fonte originale

Nota di traduzione: nel testo, si è voluta mantenere la maiuscola dell’inglese Native, come segno di rispetto.

Traduzione a cura di E.B.



Pubblicato in Articoli
Ripubblichiamo (fonte: Femminismo a Sud):

 

Il cacciatore e la dolce euchessina

 

I ‘creativi’ dello spot del ‘salame Cacciatore’ sono riuscit*, in una mirabile opera di condensazione, a concentrare tutti gli stereotipi possibili e immaginabili, inanellando specismo e sessismo in maniera talmente sorprendente da farci quasi gridare estatic* al genio assoluto! (parte l’applauso!)

Qui potete vedere lo spot in questione, le cui immagini iniziali mostrano una famigliola in stile ‘mulino bianco’, composta di bella mamma bionda che porge, con atteggiamento complice,  una fetta di salame ad un bel bambino (ovvio referente assente: il maiale sgozzato ed ammazzato per realizzare quel pezzo di carne)  sotto gli occhi compiaciuti del padre, belloccio pure lui  - ma come sempre un po’ meno belloccio della madre, perché lei lo avrà conquistato con la sua avvenenza, lui con la sua personalità e quel piglio ‘biricchino’ che condivide col figlio, evidente nel gesto di ambedue di ‘rubare’ la fetta di maiale, ops, salame dalle mani della moglie/madre.  La musichetta dello spot, semplice e rilassante, insieme alla voce femminile fuori campo, dal tono rassicurante e materno, ci mettono nella condizione di bearci di questo classico quadretto familiare (borghese) – bella casetta, belli loro, belli gli amici che si intravedono seduti a tavola nel giardino in quest’atmosfera bucolica ma artefatta. Ed ecco che l’attenzione si sposta sul bambino, il quale, uscito di casa, si va a sedere su di una panchina nel giardino per – ipotizziamo – gozzovigliare con quei saporitissimi e irriconoscibili pezzi di maiale sgozzato, ops, salame… Quand’ecco che viene interrotto, in questo suo solipsistico piacere, da una bambina, bionda e belloccia pure lei – peraltro, ora che i due sono nella stessa inquadratura notiamo che lui, capelli un pò scompigliati e aria monella indossa una polo blu e pantaloni blu scuro casual, lei, capelli lisci e biondi, indossa invece un toppino rosa e pantaloni attillati chiari – che desidera con la medesima intensità lo stesso salame (del resto, quale donna di qualsivoglia età  non desidera il salame?).

Ma invece che strapparlo dalle mani del bambino e scappare a gambe levate con il bottino già in bocca  - atteggiamento troppo attivo per una donna, che agli uomini è concesso, ma alle ‘signorine per bene’ assolutamente no – che fa? Beh, prima si limita a guardarlo come un disperso in mare fisserebbe, dopo mesi alla deriva, un tozzo di pane o un sorso d’acqua. Poi utilizza l’unica tattica concessa ad una donna per mettere le mani su ciò che desidera, ossia, seduce, ravviandosi i capelli in un gesto così stereotipato che forse solo ad assistervi durante uno spettacolo di mimi o di commedia dell’arte potrebbe essere più didascalico! Lui a quel punto, ‘conquistato’,  fa così cadere le difese, e le concede l’agognata fetta di salame fissandola negli occhi. A quel punto la voce  - femminile –  fuori campo esulta, dichiarando con enfasi che ‘l’uomo è cacciatore!!’, compiaciuta di una tale perfetta messa in scena dei ruoli di genere  (e specie) da parte di due bambini, oramai, concedetemi il francesismo, fottuti per sempre nella loro libertà di potersi immaginare qualcosa di diverso che due macchiette svuotate di ogni possibilità di autodeterminazione! La chiusa dello spot, in cui una voce maschile  - che con la sua autorevolezza garantisce che il salame ‘Cacciatore’ è garantito dal consorzio (perciò insomma, c’è da fidarsi!!) – è il punto esclamativo che chiude questa perfetta carrellata di luoghi comuni specisti e sessisti (che, per chi non se ne fosse ancora accort*, vanno sempre a braccetto): quindi l’uomo è cacciatore, la donna preda, l’uomo è attivo e ha carattere, la donna è passiva e ha solo la sua bellezza come strumento di realizzazione dei propri desideri, il tutto condito in salsa rosa-borghese, e chiaramente cancellando la scia di sofferenza, morte e sangue che si lascia dietro questa bella immagine dell’uomo che è ‘naturalmente cacciatore’… si è peraltro volutamente solo ‘accarezzato’ di sfuggita il trionfo del salame, sennò non se ne usciva viv* da questa analisi!

E cosa c’entra la dolce euchessina in tutto ciò? Beh, a parte l’ovvietà dei luoghi comuni presenti anche in quella pubblicità (nulla di nuovo sotto il sole, insomma, indipendentemente dal passare del tempo), il fatto che tutte queste meraviglie propinate nello spot, veramente hanno la capacità di causare un effetto che, utilizzando le parole del famoso carosello, si potrebbe definire di ‘depurazione dell’organismo’!

E si ostinano ad autodefinirsi ‘creativi’….

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Mercoledì, 03 Ottobre 2012 10:32

Oggi mi vesto da femmina

Da Internazionale, 14/9/2012
Fonte: Zeroviolenzadonne.it

La sera prima di permettere al figlio di andare all'asilo con un vestito da femmina, Susan e Rob hanno mandato un'e-mail ai genitori dei suoi compagni di scuola.

Continua sulla rassegna stampa di Zeroviolenzadonne.it

Pubblicato in Spunti di Riflessione

LA FILOSOFIA DELL'ANTISPECISMO - UNI3 IVREA (TO)

a cura di Associazione Oltre la Specie

Sette incontri per un per-corso che si propone di offrire una panoramica sull’evoluzione di una tendenza la quale, avviatasi come generico sentimentalismo protezionistico in favore degli animali, si è successivamente tradotta in una filosofia rivoluzionaria capace di offrire una nuova prospettiva alla crisi dell’“umano”. Forse le difficoltà che l’umanità sta vivendo in questo difficile momento possono essere ricomposte riscoprendo l’antispecismo?
 
IL CORSO E' COSTITUITO DA 7 LEZIONI da VENERDI' 12 OTTOBRE a VENERDI' 30 NOVEMBRE
 
Gli incontri si svolgono presso il Parco della Polveriera (Ivrea) dalle 14.30 alle 16.30.
 
Nel parco è possibile parcheggiare, ma il luogo è raggiungibile anche con i mezzi pubblici (linee 5 e 6)
 
Le iscrizioni si ricevono presso la sede dell’Associazione durante gli orari di apertura della Segreteria Biblioteca Civica “C. Nigra”, P.zza Ottinetti, 30 - Primo piano con il seguente orario:
 
DAL 20 SETTEMBRE AL 20 OTTOBRE mattino: da martedì a sabato 9.30 - 12.00 - pomeriggio: da martedì a venerdì 14.30 - 17.00
 
DAL 23 OTTOBRE mattino: mercoledì e sabato 10.00 - 12.00 - pomeriggio: martedì e giovedì 15.00 - 17.00
 
Telefono: 0125 4101 (int. 506) www.uni3ivrea.it  - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 
PER INFORMAZIONI 333 6202581

Programma sul sito di Oltre la Specie
 
Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
Mercoledì, 26 Settembre 2012 14:52

Nasce Musi e Muse - rivista antispecista on line

Settembre 2012

Nasce Musi e Muse, rivista antispecista

Rivista trimestrale ad accesso aperto.

On line il numero zero.

Sito della rivista: www.musiemuse.org

Presentazione dal sito

Musi e muse (MeM) è una rivista stagionale on line ad accesso aperto, edita da un gruppo di persone interessate ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale.

MeM intende esprimere una voce diversa rispetto alle tesi più note in Italia (animalismo, diritti animali, antispecismo) ed in particolare rispetto a quelle analisi che si avvalgono di concetti come «altro», «differenza», «dominio», la cui astrattezza si presta ad un uso multifunzionale che li rende inadeguati alla descrizione della storicità e contestualità delle relazioni tra umani e animali.

L’obiettivo di MeM è indagare il modo in cui le relazioni interspecifiche si concretizzano in specifiche forme che mettono a contatto soggetti viventi in una stessa comunità. Tali forme costituiscono interdipendenze complesse che legano umani e animali in una mescolanza di elementi affettivi e di reciproca utilità e sprigionano particolari circolazioni di potere.

Particolare spazio viene dato alle circostanze che, nelle relazioni singole come in quelle socialmente istituzionalizzate, piegano l’interdipendenza in squilibrio creando situazioni di sfruttamento e distruzione dell’animale da parte dell’umano.

Per permettere una fuoriuscita da tali situazioni, nella prospettiva del raggiungimento di relazioni eque ed egualitarie tra umani e animali, MeM propone analisi ispirate all’etica del care, un approccio che riconosce il carattere politicamente fondamentale dell’interconnessione tra le soggettività e valorizza le esperienze personali di contatto, condivisione e dialogo con gli animali. Tale approccio costituisce una via per individuare punti di contatto con i movimenti di liberazione di altri soggetti, in particolare con i movimenti femministi la cui eredità risulta imprescindibile per quanto concerne l’analisi della politicità di quelle realtà che la tradizione filosofica definisce «natura».

La rivista propone saggi di approfondimento, italiani o tradotti, insieme ad interventi, interviste e testi più personali.

Indice del nr. 0

Numero 0 (Estate 2012)

Pubblicato in Attualità - Notizie
Pubblichiamo il seguente articolo, tratto da Femminismo a Sud.

L'articolo prosegue il dibattito aperto dalla testimonianza sul corteo contro la caccia di Brescia del 15 settembre 2012.


Antispecisti di destra? eh no, compagn*!


Ho appena letto la testimonianza pubblicata su Infoaut dal titolo Provocazioni fasciste al corteo anticaccia a Brescia, che a prescindere dal resoconto dei fatti – sul quale non ho chiaramente nulla da eccepire – mi lascia molto contrariata in quanto a conclusioni.
Ultimamente sento molto spesso parlare di ‘antispecismo e destra’ – mi torna ad esempio subito in mente l’articolo uscito su Left qualche tempo fa dal titolo animalismo nero – e questo è stato peraltro uno dei temi trattati, con estrema serietà, all’ultimo Incontro di Liberazione Animale, tenutosi alla fine di agosto vicino a Torino (il titolo di uno dei workshop era proprio ‘Antispecisti di destra?’, da un ottimo contributo pubblicato dalla Veganzetta e consultabile qui).

Ecco perciò mi sento di dire con una certa tranquillità che spesso, trovandomi in ambiente antispecista, non ci sono stati dubbi riguardo al fatto che non vi sia posto per ‘destrorsi’ nel nascente movimento, siano essi nostalgici fascistoni conclamati o più insidiosi ‘intellettuali’ di quelli che vorrebbero ‘cancellare le obsolete definizioni di destra e sinistra, comunismo e fascismo’ (e guarda caso sono quasi sempre di destra quelli che vogliono ‘dimenticare il passato’ – come ad es. la filosofa Alessandra Colla che, ho da poco con mio stupore scoperto, è tra i redattori della rivista Asinus Novus – cosa questa che mi piacerebbe approfondire, ma questo non è –ancora – né il luogo né il tempo – ma è chiaramente una domanda aperta la mia, in attesa di un sereno confronto in merito).

Altro conto, come è stato testimoniato da tanti dei presenti all’incontro di agosto, sono quei cortei un po’ generalisti nei quali non si può parlare di un’organizzazione da parte di un cosidetto ‘movimento antispecista’ (ma quale? Pare davvero ancora troppo prematuro parlare di movimento) che raccoglie tutta una serie di individualità tra le quali ne spiccano molte inclini più che altro alla zoofilia, a tratti vagamente squilibrate e del tutto avulse da qualsivoglia contesto politico.
Queste persone, che sicuramente possono rappresentare  - anche solo, a voler essere ottimisti – per la propria ingenuità delle dinamiche di piazza un pericolo per sé stessi e per gli altri non sono antispecisti, checché magari a volte si proclamino tali. Questo perché l’antispecismo ha una valenza politica che queste persone non prendono assolutamente in considerazione, facendo un minestrone di sentimentalismi, istanze personali, confusione e superficialità non da poco (sono proprio quelle persone che hanno permesso al corteo summenzionato che una persona venisse aggredita, così come quelle che al corteo contro ‘Green Hell’ stringevano la mano ai poliziotti per dare loro solidarietà come lavoratori  - subendo poi peraltro sgomenti una carica!)

Per tornare alla testimonianza di cui sopra, ciò che forse la compagna non ha preso nella dovuta considerazione (così come a suo tempo i redattori di Left) è non ‘ciò che si vede’, e cioè il fascista che viene a provocare il corteo o la zoofila che dice di lasciar correre e non si rende conto della gravità della cosa…. Ma ciò che ‘non si vede’ perché non c’è: e cioè interesse da parte dei compagni di sinistra per la lotta antispecista.

E qui apriamo un vaso di Pandora, ma ritengo sia ora di farlo, perché a volte pare (e sottolineo pare) quasi che articoli come quello al quale mi trovo a rispondere siano volti a legittimare quello stesso disinteresse, adducendolo al fatto che l’antispecismo sarebbe una pratica politica di destra…. Eh no, compagn*!

Come femminista e antispecista, convinta dell’intersezionalità delle diverse lotte, mi sono scontrata più e più volte con il dileggio, il disinteresse o l’aperto fastidio nei confronti della lotta antispecista da parte di persone con una pratica politica attiva e di sinistra alle spalle: femminist*, antirazzist*, antifascist* (sensibilissim* alle diverse istanze!) che di fronte alla lotta antispecista dimostravano indifferenza totale, quando non dileggio o aperto disprezzo (vogliamo parlare delle intoccabili grigliatone di sinistra??), la definivano insomma senza tanti giri di parole – e anzi con assordanti silenzi – come una lotta futile e tutto sommato inesistente.

E sebbene intimamente io senta di voler mostrare solidarietà alla compagna attaccata e a quelli intervenuti in suo aiuto, vorrei portare alla loro attenzione il fatto che, probabilmente, quello che hanno vissuto lo hanno vissuto proprio perché molti di quelli con cui condividono tante importanti battaglie non erano lì con loro quel giorno.

Ed esorto perciò noi tutti, che abbiamo a cuore la lotta antifascista, a renderci conto che quando i fascisti si fanno spavaldi è perché sentono una debolezza, un vuoto, uno spazio in cui possono cercare di infiltrarsi: perciò se ciò dovesse accadere nell’ambito della lotta di liberazione animale, il primo esame di coscienza dovrebbe venire proprio dal movimento antagonista e da quei tantissimi militanti e attivisti che ad oggi, nei confronti del nascente movimento antispecista, non hanno dimostrato che perplessità e indifferenza.

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Pubblicato in Spunti di Riflessione
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