Perché allatto da ben cinque anni? Perché sono un animale

di Eva Melodia


Allatto senza interruzioni da più di cinque anni. 
A parecchie persone sembrano tanti, lo so. 
Per intendersi, sono circa il numero di anni durante i quali vengono sfruttate le mucche da latte e per loro, poveracce, incatenate, ingabbiate, violentate... per loro sono un tempo infinito che per di più termina con l’ignobile atto infame dell’uccisione. Dopo che ci hanno nutriti (obbligate, sia chiaro) come fossero nostre madri e più delle nostre madri, ecco che un bel colpo in testa ne cancella la dignità e con essa il senso del dono del latte materno.
Per le femmine umane invece, no, non sono tanti. Per me di sicuro non lo sono stati perché, anche se non sono una mucca, resto un animale e per la precisione un mammifero per il quale allattare a lungo rientra nelle capacità assolutamente fisiologiche.
In questi cinque anni ho acquisito una certa esperienza personale, mi sono documentata parecchio, e ne ho anche viste davvero di tutti i colori.  Questo non significa che sia un guru sull'argomento. Ho solo avuto tempo e modo di riflettere approfonditamente sul tema dell'allattamento naturale a termine, di pormi delle domande ed infine di trovare le mie risposte.
Cercherò di essere leggera in questa mia critica dell'esistente, perché so che potrei ferire delle donne che di fatto non hanno allattato i propri figli. Vorrei fosse chiaro che il mio non è un giudizio verso alcuna delle loro scelte sull'allattamento. 
Al contrario il mio è un attacco diretto esclusivamente alla permanenza nella cultura umana di quello che chiamiamo specismo, con i suoi fronzoli teorici, i quali a parer mio sono estremamente dannosi poiché influenzano la formazione culturale del nostro tempo, l'organizzazione sociale umana a qualsiasi latitudine, e purtroppo determinano anche interferenze con la fisiologia umana senza scrupolo alcuno, anche quando si tratta di permettere ad una persona di instaurare il più semplice dei legami con la più semplice delle creature che un umano possa incontrare: il neonato.

L'intera "baracca medicalizzante" che regna sovrana quando si tratta di gravidanza e parto la dice già lunga sull'approccio culturale (ed al momento preponderante) rispetto ad eventi fisiologici come la nascita di un bambino, e cioè quello votato al controllo.
Diverse persone ne sono sempre più consapevoli, per questo esiste una crescente richiesta di  naturalità o di ritorno ad essa nelle procedure che accompagnano questi delicati momenti perché al contrario, Il neonato, nel paradigma sociosanitario fondato sul controllo e sulla vendita di prodotti finalizzati ad esso, non è affatto considerato come la creatura più semplice.  
A ben vedere, sfruttando il bisogno genitoriale di prendersene cura, diventa il soggetto più complesso e complicato,  oggetto da tenere rigorosamente sotto  l'occhio attento di un medico. I neonati sono così da normalizzare  con profilassi e prevenzioni varie, integratori e prodotti medicali, al fine di ridurre presunti rischi apocalittici. Infine sono da  indirizzare,  da guidare e trattare con mezzi e strumenti adatti - cibo dedicato, prodotti dedicati, oggetti studiati apposta, -, a suon di corsi preparatori e acquisti in parafarmacia.

Quando troviamo un gattino in strada però, tutto sommato questa patologica "sindrome da controllo" che sembra cogliere di colpo ed interamente le famiglie, non ci coglie, neppure quando riversiamo sulla creatura pelosa il massimo dell'affetto.
Eppure il "gattino" è una creatura ben diversa da un umano, e questo di sicuro complica il suo accudimento nonostante la sua semplicità di neonato. Anche volendo, non potendo accudirlo come una madre gatta, è più complessa la relazione e la cura di un cucciolo di una specie così radicalmente diversa dalla nostra, ma lo stesso, è tanto se lo portiamo a sverminare da un veterinario.
Di più. Se abbiamo a che fare con un gatta gravida e decidiamo di accudirla, non è affatto scontata l'azione di portarla da un veterinario. La maggior parte di noi l'accudirebbe con amore e con semplicità e un minimo di informazioni di base, lasciando fare alla fisiologia così che presto e quasi sempre senza intoppi, avremmo una allegra combriccola di gattini che mai ci verrebbe in mente di allattare con latte artificiale avendo a disposizione le puppe di una madre sana e disponibile...
Ci verrebbe mai in mente di pesarli, se non solo riscontrando gravi deficit di crescita? Ci verrebbe mai il dubbio che il latte della gatta possa non essere "sufficiente/abbastanza ricco/nutriente"? Ci verrebbe mai l'idea dell'"aggiunta"?
Ci verrebbe mai in mente di separare i cuccioli dalla madre e dare loro da mangiare con il timer ogni tre ore anziché lasciarli con la madre a gestirsi in autonomia fame e allattamento?
Secondo me no, se non sotto l'influenza nefasta di un veterinario che dall'alto delle sue competenze volesse insinuarci qualche assurdo tarlo, come infatti purtroppo è accaduto in pediatria su vasta scala negli ultimi 50 e in tutto il
mondo.

A tutt'oggi ancora, quando si tratta di neonati umani, i tarli sono insinuati (e non con rarità) proprio dalla figura corrispondete al veterinario in ambito sanitario umano: il pediatra. Questa figura, sulla quale si dovrebbe potere contare, risulta  invece spesso non avere neppure competenze basilari sull'allattamento (il pediatra!?!), approcciando la nutrizione del neonato con nozioni degli anni '50 e non raramente considerando la formula  (erroneamente chiamata "latte artificiale") come un valido sostituto delle tetta umana.  Questa è la mia esperienza, certo, ma una esperienza piuttosto allargata grazie alla mia volontà di indagare il fenomeno e che mi ha spinto verso lo studio e la raccolta di dati, ed anche all'ascolto delle esperienze di tante altre madri.
Quando va bene, questa ingerenza da parte del personale medico avviene in buona fede, ma genera lo stesso pessima fortuna per il neonato e la madre poiché anche solo la frequente prassi di "prescrivere" l'"aggiunta", crea una interferenza difficilmente sana bile  che porta troppo spesso ad interrompere l'allattamento al seno. Quando va male e li beccano, la società intera sembra cadere dal pero nel vedere questa categoria santificata, quella dei pediatri, con le manette per "spaccio" di "latte artificiale". Raramente, troppo raramente, si aprono gli occhi su un fenomeno che è sistemico, culturale e strettamente colluso con gli interessi di mercato.
Oltre a questo però, vi chiederete ancora cosa centri lo specismo...

Io invece mi chiedo come sia possibile per i sopracitati ed eventuali spacciatori di latte artificiale, convincere così facilmente moltissime donne a non nutrire in maniera adeguata i loro figli. Fomentando l'idea della carenza o assenza di produzione del latte e riescono a persuadere di ciò con una facilità incomprensibile se si considera quanto un genitore abbia realmente (di solito) intenzione di prendersi cura dei figli nel migliore dei modi, anche a costo di sacrifici personali.


Crediti Immagine: Michael Coghlan



L'unica risposta che risulta ragionevole è che esistano delle basi solide culturali, a monte del tarlo su cui lavorano con facilità i venditori di polverine, propedeutiche all'accettazione di informazioni altrimenti facilmente confutabili
e rifiutabili proprio  nell'interesse del bambino.

Esse si costituiscono durante le fasi educative di accettazione dello specismo, così copiosamente presente nel quotidiano conscio (ma anche nell'inconscio) degli adulti e dei bambini educati a suon di discriminazioni di specie, l'unico presupposto capace di convalidare affermazioni che partendo da  altri  assunti, considereremmo assurde.

Risvegliandosi alla triste realta, scopriamo come l'essere consacrati allo specismo ci abbia di fatto convinti che, in quanto umani, 
non siamo animali. Forse un "pochinoooooo", sì, ma  non proprio come gli altri. Certo, sì, la  scienza  insiste a definirci mammiferi. Ma non si intende  "proprio"  come le gatte! Sì è vero, nasciamo, cresciamo, invecchiamo e muoriamo come tutti gli altri animali, ma poiché l'ultima parte non ci aggrada tanto, l'illusione di essere altro-da-animali  ci permette di continuare a sguazzare nella vana speranza che si sia trattato solo di un missunderstanding  con Dio. Qualcosa è andato storto e per ora ci tocca morire, ahinoi, ma presto la scienza (che siede nel regno dei cieli al fianco di San Paolo) risolverà il problema riportandoci giustamente alla condizione di altro-da-mortali, ovvero immortali.

Negare l'animalità, la cui accettazione ci relegherebbe alla categoria di "esseri  finiti" e a tempo determinato, ci concede la ragionevole speranza di non essere davvero "mortali" come gli altri, di rifiutare il legame con la terra dei vermi, con la natura intesa come l'insieme delle impietose regole che distribuiscono vita solo per un tempo breve e definito.

Quello che ripetiamo nei gesti quotidiani ostinatamente è che no, non siamo animali mammiferi  come ad esempio le mucche.  Quelle sì che le puoi spremere per anni  in seguito ad una sola gravidanza, tanto che possono sfamare un quartiere da sole con il loro sacrificio.  Noi femmine umane invece, non essendo veramente animali, non possiamo contare come gli altri  mammiferi sulle mammelle, quale strumento massimo ottimizzato per, e finalizzato alla, sopravvivenza della specie. No. In noi il latte "va via", "si annacqua", può "non bastare", può "non essere abbastanza nutriente".
Eh, oh. Son questioni di specie.

Si vede, (come sostenevano i razzisti del  ku klux klan) che la condizione di "esseri superiori" (come ci raccontiamo di essere da molto tempo) comporta anche la fregatura di essere meno adatti alla sopravvivenza, più gracili, addirittura incapaci di allattare la propria prole, per grantire la sopravvivenza della specie... o no?
In questo calderone delirante di solito troviamo anche le tesi tali per cui saremmo la specie "dominante". Eppure dovrebbe apparire strano che la specie "dominante" sia così  incompiuta ed imperfetta da poter sfamare un solo bambino su due, tanto da dover lasciar morir di fame l'altro, salvo l'avere una farmacia nei pressi.
Grazie al cielo, questi sconclusionati ragionamenti si palesano solo discutendo con i convinti specisti, quelli che difendono la purezza e "superiorità del genoma" umano (quelli che, stringi stringi, anche quando si dichiarano anarchici magnapreti, finiscono con il tagliare corto come il più pio dei pretini), lasciandoti basito di fronte ad un tale dogma, di fatto religioso. Nell'ordinario tran tran invece, prospera l'assunto assurdo e sottaciuto capace di condizionare i comportamenti, più e meglio di qualsiasi sconclusionata teoria.

Tornando all'allattamento appunto, sappiamo che solo l'1% delle donne incombe in reale impossibilità di allattare, solitamente per gravi problemi di salute o altri limiti contingenti socio-sanitari, quali complicanze al parto o gravi problemi di salute della madre e del bambino. Lo sappiamo perché laddove non esiste l'alternativa, come in alcune regioni dell'Africa, laddove il cibo è un lusso che di sicuro non si compra come un bene di lusso in farmacia, dove l'acqua è un veleno perché contaminata, dove solo le donne che davvero non possono, non allattano, si raggiungono quote medie del 95%. Tenendo conto delle maggiori difficoltà sanitarie di quei paesi, è evidente che nelle nostre opulenti società, il tasso di donne perfettamente in grado di allattare dovrebbe essere ancora più alto.

Scopriamo invece che nella virtuosa Toscana, nonostante  l'apparente avanguardia nella promozione dell'allattamento al seno rispetto al resto dell'Italia, solo il 70% circa delle donne allatta alla dimissione dall'ospedale dopo il parto, e che la percenutale precipita dopo un mese, dopo tre mesi, e al sesto mese del neonato solo il 31% delle donne allatta ancora nonostante le raccomandazioni dell'OMS ad allattare in maniera esclusiva almeno fino ai sei mesi compiuti .
Come è possibile dunque, che addirittura il 30% delle donne non allatti (neppure per pochi giorni) il proprio bambino e che sia convinta che la cosa resti tutto sommato sana e/o giustificabile?
In primis, come già suggerito, c'è l'idea (decisamente confutata ormai da parecchio tempo!!) secondo la quale la formula  sarebbe il corrispettivo a pagamento del latte materno, solo che pure più comoda perché i neonati lo puppano in fretta, poi dormono come sassi, e si può delegare all'ingrato compito anche il babbo, ed anche di notte.
Peccato appunto che si tratti di una idea scientificamente inconsistente. Al contrario, accontentarsi di quei preparati liquidi e bianchi, così falsamente ed apparentemente simili, significa rinunciare a tutti i componenti viventi e specie-specifici presenti nel latte materno come enzimi, anticorpi e batteri buoni, che sono di fatto il vero nutrimento  per il bambino.
Un tempo c'erano le balie a sfamare i neonati. Certo, erano vittime tra le tante vittime di un sistema classista, ma che almeno riconosceva l'importanza dell'allattamento. Successivamente sono state create le banche del latte, per raccogliere almeno in parte la preziosa composizione di questo prodotto fisiologico che niente può comparare... 
Poi, grazie al consumismo ed anche al più sfrenato scientismo, tutto ciò è praticamente scomparso sostituito da barattoli di surrogato in polvere prodotto in laboratorio. 
Vuoi che un ometto in camice bianco non si capace di  formulare una brodaglia bianca eguagliando l'evoluzione? Figuarati! I latti artificiali sono pure testati (sugli animali ovviamente)! Cosa ci sarà mai di più sicuro, innocuo, adatto, visto che sono stati studiati apposta? Ci sarebbe da chiedersi: "ma apposta per cosa?".
Inoltre, chi ha avuto un po' di esperienza con i neonati e magari un po' l'occhio lungo, anche solo con uno sguardo noterebbe la differenza tra il latte materno e quello artificiale.
Molto poco elegante da dire forse, ma efficacie come esempio, è l'osservazione della cacca del bambino. Il neonato allattato al seno produce una sostanza giallo-arancione, viscida, semiliquida, e dall'odore inconfondibile di yogurt...i fermenti lattici (prima linea di difesa immunitaria di tipo "generico", da cui dipende la formazione di una robusta flora batterica) nel latte materno sono talmente numerosi che l'odore è inconfondibile anche una volta espulsi.
Le feci del neonato allattato con la formula invece, sono di solito un impasto morbido e denso, spesso di colore verde. Sono l'icona del vero aspetto di questi composti farinosi, disciolti per risultare liquidi, e tinteggiati per sembrare bianchi come il latte (cosa che incide non poco nel dare l'illusione di essere sulla strada della "sana nutrizione") e privi di qualsiasi sostanza attiva.
Tutto ciò, da tempo, mi fa riflettere e scontrare con il resto del mondo anche se devo ammettere, le cose stanno migliorando grazie all'impegno sopratutto di una classe professionale semi-dimenticata, quella delle ostetriche.
Il mio cruccio nasce dal rendermi sempre più conto che le "basi speciste" ci impediscono non solo di fondare la società umana sull'empatia invece che sulla misera competizione, nel nome di miti incredibili e già screditati ma lo stesso duri a morire, ma anche ci inducono ad interferire con la cura delle creature di cui la società si fa vanto di avere massima attenzione!
Ho visto donne piangere sotto la pressione di pediatri da manicomio,  sgridate perché il figlio non "prendeva peso" secondo le "tabelle di crescita" e cedere ai ricatti di questa mentalità che infiltra dubbi in tutta la famiglia. 
L'obbiettivo è chiaro, lampante: la madre si deve sentire in colpa, inadatta, e deve giungere a credere il prodotto di sintesi venduto in farmacia migliore del proprio latte animale
Non metto in alcun modo in dubbio le reali difficoltà delle donne nell'accudimento dei neonati. Anzi, magari già provate dalla fatica e sollevate dall'incarico tutto materno di sfamare con il proprio corpo il piagnucoloso neonato, magari impreparate a spiegarsi perché quel mucchieto di ossa voglia stare attaccato al seno anche 24 ore su 24, per talune di loro è irragionevole resistere alla sentenza del luminare che prescrive l'aggiunta.
Essa però, sia chiaro e lo si sa da sempre, interferisce con la produzione di latte materno rendendo le concomitanza difficile, quasi impossibile.
Per altro, non ho mai sentito di pediatri che nella fase delicata del primo mese (durante il quale il bambino starebbe appiccicato come una cozza alla madre per stimolare il suo seno a produrre il latte necessario) incoraggiassero le donne rassicurandole per ridurne l'ansia. Nessuna sentenza dall'alto delle loro lauree, che si tratti solo di una fase fisiologica necessaria e salubre, e che sarebbe irragionevole spaventarsene. 
Eppure da cinque anni non faccio altro che parlare con altre donne e cercare di sostenerle, quindi di racconti sulla gestione del pediatra dell'allattamento ne ho sentiti davvero tanti. Sarà un "caso statistico"? Mah, certezze non posso averne senza dati puntuali alla mano, ma suggerisco la necessità di indagare seriamente in che modo le donne vengano davvero tutelate dalla classe medica in queste delicate fasi.
Di fatto solo le ostetriche, e non sempre, cercano di  proteggere l'allattamento, di sicuro comunque solo per ragioni sanitarie. Pochi di noi meditano sulla natura  tutta animalesca degli umani in quanto mammiferi, esplicita nello sfamare con la mammella il proprio cucciolo.
Non ho sentito di nessun sanitario che abbia mai spiegato ad una neomamma che è proprio la  sua animalità a garantirle tutto il latte che le serve, tutto quello che serve in assoluto e che tanto basta.
Negli anni, ho visto anche qualche madre resistere con grinta, magari cambiando pediatra (anche mandandoli allegramente al diavolo), riuscendo così quasi sempre a raggiungere l'auspicabile traguardo dell'"allattamento a termine".
Costoro, si può dire, hanno reagito in difesa del proprio latte e del proprio bambino e forse inconsapevolmente, in difesa della propria animalità... quella che ci è necessaria e che rende quindi la fine dello specismo auspicabile non solo in quanto obbligo morale ed etico, ma anche quale necessità di specie.
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Facebook non è certo il mondo intero, ma uno spaccato del mondo, in qualche modo può mostrarlo... soprattutto se, come nel mio caso, lo si utilizza a fini di divulgazione politica, magari su diverse tematiche, aggregando quindi persone molto diverse tra loro.

Ci tengo a precisare che, a parte qualche parente o amico di primissimo pelo, non ho mai chiesto l'amicizia a nessuno. Sono consapevole di come il mio profilo risulti fortemente doloroso e lascio che a farsene carico sia chi decide di accettare (oppure no) le mie miriadi di documenti durissimi e le spigolose critiche morali che in nome della sola amicizia non avrebbero alcuna ragione di essere fatte.

I miei "amici" su facebook sono quasi tutti contatti arrivati fino a me considerandomi "amica" perché animalista, amica perché antispecista, amica perché movimentista, perché ecologista, perché buddista, etc.. una, più, o tutte queste cose messe insieme.

Leggendo dunque tra i miei tanti contatti, per la maggior parte sconosciuti, scopro talvolta altissimi momenti di umanità che taluni desiderano condividere, ma purtroppo anche molti picchi di bassezza ignobile e spudorata.

In particolare solo le perle razziste a sprecarsi, come anche le grasse risate sulla sofferenza altrui, soprattutto animale.

Tutto ciò ha il patetico filo conduttore di una cultura del dominio, e lo sappiamo (qualcuno lo sa): l'oppresso, cieco e “instupidito” non fa che opprimere a sua volta, per partecipare e riscattarsi in qualche modo...difendendo i propri piccoli privilegi e finendo con l'ostentare l'empatia di una zucchina.

Eppure, io non cancello nessuno. Neanche quando a leggervi provo immenso dolore e le mie speranze vacillano.

Non vi cancello cari razzisti, spessissimo animalisti, perché è tanto per voi quanto per il più efferato dei macellai (o mangiatore goliardico di persone altro-da-umane) che continuo a coltivare speranza: è per voi, in fondo, che mi affanno. Se è vero che esiste un problema, e l'oppressione dei deboli per me è il problema... ecco che voi ne fate parte tanto da essere, in fondo, con la vostra superbia e stupidità, la forza motrice di questa macchina delle ingiustizie.

Tanto quanto il piccolo ingranaggio umano che accompagna ridacchiando il maiale al macello, voi che senza un minimo di amor proprio o dignità, inneggiate contro Rom e negri siete l'ottusa rotella su cui continua a scorre il nastro trasportatore di ogni abbietta ineguaglianza sociale. Ignoranti per definizione (fate i nazionalisti, ma spesso non sapreste distinguere la nazionalità neanche leggendola sulla carta di identità), se non avete ancora tutti e due i piedi nella fossa c'è per voi speranza come per qualsiasi pellicciaro o cacciatore e per ciò, mai mi sognerei di escludervi dai potenziali redivivi al regno degli umani.

Per questo non cancello nessuno, né quelli che fotografano le grigliate, né quelli che esultano contando altri 700 migranti morti.

Penso a loro... e immagino che da dove forse vi osservano ora, riescono meglio di me a provare la pietà che di fatto meritate.

Non vi cancello perché purtroppo non basta cancellare un profilo, non basta neppure cancellare qualcuno dalla propria vita, per cancellare i danni che provoca pompando la propria ostinata ignoranza.

Resto qui invece, in attesa, sperando che un giorno sia dato anche a voi di fare due più due, perché così vorrebbe l'intelligenza datavi da madre natura e magari così, riuscirò nell'intento di aiutarvi a contare:

  • 1+1 = i bombardamenti nei paesi arabi e nord africani li fanno i paesi occidentali;
  • 2+2 = i bombardamenti e le guerre servono solo a trattenere il potere o a riportarlo, nelle mani dei pochi che  controllano energie e risorse, sfruttando sia il pianeta (anche il vostro) che gli individui (anche voi) come fossero risorse;
  • 3+3 = i migranti sono quasi sempre persone in fuga dalle oppressioni che i vostri pesantissimi culi hanno voluto finora ignorare. Per altro, sarebbe carino che imparaste la differenza tra le parole "migrante", "rifugiato", "clandestino"...non tanto perché faccia grande differenza morale, ma almeno per fornire il sospetto che siate capaci di comprendere un testo;
  • 4+4 = i soggetti che sfruttano ed opprimono il “baubau” (l'odiato da voi migrante) sono gli stessi che continuano a prendere a calci i vostri (sempre) pesantissimi culi, ma mi rendo conto che spesso non non vi accorgete di avere un culo talmente gonfio di calci da non sentire più i colpi;
  • 5+5 = i flussi migratori sono un (il) business gigantesco di cui la mafia moderna è diretta e prima promotrice. Magari pensate che le miriadi di venditori ambulanti che vediamo lungo tutta la costa a vendere Nike contraffatte, abbiano personalmente disegnato il logo sulle scarpe... resta il fatto che spesso siete proprio voi i puntuali acquirenti, disposti a tutto  per avere di che fare i fighi con gli amichetti, chiaramente sotto costo;
  • 6+6 = la mafia è dentro le istituzioni grazie a connivenza e servilismo della miriade di ignoranti che sfogano le proprie frustrazioni esprimendo odio verso capri espiatori, ovviamente senza comprendere minimamente i fenomeni che li circondano, figuriamoci concetti complessi come i fenomeni sociali e migratori..
Syria

Dunque, tornando a noi: no, non vi cancello. Aspetto il momento in cui con un po' di buon senso la smetterete di dare la colpa all’uomo nero come fanno i bambini piccoli e gli adulti gravemente disinformati ed inizierete a fare qualcosa di utile per risolvere giganteschi problemi che pesano tonnellate di sofferenza, iniziando  con lo smettere di foraggiare la mafia comprando Dolce e Gabbana in spiaggia. Magari la smetterete di dare potere al caporale di turno con la vostra omertà e di accettare contratti a tempo determinato di una settimana rinnovati per anni, di votare per chi ha trovato un lavoro da schiavo al vostro parente, di allungare la lingua per leccare il culo al potente di turno ogni volta che passa per la vostra strada, il quale guarda in po’ è quello che propone gli interventi militari “umanitari”.

Chissà. Se ciascuno cominciasse a fare la propria parte, forse i problemi si affronterebbero alla radice, senza queste iniezioni strappa lacrime ad ogni strage annunciata e correlati sfoghi razzisti.

Forse si riuscirebbe a dire basta all'industria bellica senza difenderla solo perché sono gli stessi che producono fucili da caccia, dolce passatempo per i rambo “civili” e un po' vili..

Forse si inizierebbe a dire no alle esportazioni coatte di democrazia, si lotterebbe per sistemi democratici garantisti di degna civiltà, si lotterebbe per il disarmo e per l'equità nei diritti in tutto il mondo così che magari l'algerino avrebbe meno fregola di abbandonare la propria vita per venire in Italia a fare lo schiavo e l'italiano non sentirebbe tutta 'sta urgenza di andare a cercare lavoro in un call-centre in India.

Forse si smetterebbe anche di ridere di fronte ad un agnello sgozzato sulla tavola o ad un bambino affogato in mare.

Resta il fatto che io non vi cancello, al contrario, vi aspetto.


Crediti Immagine: IHH Humanitarian Relief Fo

 
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Dragon Trainer 2 - L'Entertainment investe sull'empatia?

di Eva Melodia   

Poche sere fa, da brava mamma con figli piccoli a carico, sono stata al cinema con tutta la mia famiglia a vedere il secondo film della trilogia di Dragon Trainer 2, entartaiment allo stato puro del noto colosso DreamWorks Animation.

Il Film, non è affatto solo per ragazzi ed è costruito su un susseguirsi di immagini emozionanti e cariche di azione, piuttosto creativo, indiscutibilmente indimenticabile per i bambini, ma anche per qualche adulto.

Al di là della qualità del film e di tutte le possibili considerazioni sulle implicazioni socio-economiche che queste produzioni generano, è da notare con un certo interesse come tutta la storia poggi sul potere accattivante dell'empatia verso gli animali.

La storia si dipana attorno alla grande amicizia tra un umano ed un “altro da umano”, in questo caso un magnifico drago, e che tutto il coivolgimento del pubblico è scatenato più che dalle prodezze degli umanoidi, dalle fattezze, scelte, movenze e situazioni vissute, dell'”animale”, di colui che inizialmente è alieno e nemico da uccidere, per poi diventare di famiglia, alleato, e amato: con il sollievo di grandi e piccini.

Sdentanto, così si chiama il simpatico personaggio che è appunto, "simpatico". Tutto in lui ispira apertura ed accoglienza e, cosa importantissima, non è affatto umanizzato (egli non parla, non legge, non scrive, non compie rituali umani) come invece siamo soliti vedere gli animali nei cartoon al cinema. Al contrario è proprio animalesco ed essendo un altro-da-umano fantastico, appare evidente come il disegno che gli da vita sia realizzato a partire da un attento studio degli ispiratori naturali di simpatia ed empatia del mondo reale: gli animali.

E' facile vedere in Sdentato il proprio gatto o cane, come è successo anche a noi (il nostro sdentato si chiama Gatta Blu e vive tra il letto e il giardino facendo risse con i gatti del vicinato). In questo drago infatti si riconoscono l'accovacciarsi felino, lo sguardo languido del gatto che vuole ottenere qualcosa, come anche l’espressione perfida prima di un attacco o il modo inconfondibile di giocare di un cane. E’ possibile ed anzi probabile che Sdentato sia il frutto dell’osservazione di molti tipi di animali e della riproduzione di quelle peculiarità che senza alcuno sforzo attivano la nostra empatia, facendo emergere amicizia invece che paura.

Per farla breve, Sdentato è tutto il bene che possiamo provareper gli animali, venduto in un biglietto da 8 euro, magari in 3D.

Egli é anche paladino di comportamenti umani encomiabili (lui), mostrandosi sempre amichevole ed ingenuo e disponibile tanto a cambiare idea, quanto a sacrificarsi per altri...anche sconosciuti.

Insieme ad altri draghi, tutti buffi e bitorzoluti, chi panciuto e chi strabico, viene definito come uno strano animale da compagnia di un protagonista umano particolamente empatico che passa nobilmente il suo tempo a cercare di costruire un mondo meno belligerante e “guerrafondato” grazie alle solide basi di questa amicizia trans-specifica. La loro amicizia poi, è fondata non su chissà quali fantasiosi scambi intellettuali (come dicevo il drago non è umanizzato), ma su fattori esperienziali (come di fatto nella realtà si costituiscono le relazioni amichevoli transpecifiche quando ad esse ci si abbandona) come la condivisione del piacere di toccarsi, viversi, sostenersi ed in questo caso, sulla grandissima esperienza del volare.

Insomma, per tutta la durata del film ci riempiamo di fantasioso buon cuore ad ogni minuto, mentre la trama incalza sui buoni sentimenti, tanto che escludendo qualche breve immagine, verrebbe da pensare ad una vocazione antispecista nella sceneggiatura aspettandosi un finale “go vegan and live with love”.

Ovviamente invece, trattasi del solito conflitto tutto culturale tra potenziale empatico umano quotidianamente inespresso (il potenziale aspecista che è in noi)  e la trita, persecutoria, logica specista.

E’ in secondo piano infatti che scorrono le brevi sequenze con cui si ribadiscono le regole della realtà accettata e volte a difendere la consolidata follia, per cui, mentre si coltiva l’amicizia con draghi dall’aspetto volutamente simile a polli ciccioni, i protagonisti mangiano proprio polli! Interi! Arrostiti sul fuoco del bivacco.

Dunque della proiezione fantasiosa di uno stesso animale, il “pollo”, è la versione capace di aggredire e distruggere (quella del drago-pollo che nel film si chiama Tempestosa, la draghessa amica della protagonista femminile) ad essere meritevole di amore e rispetto, mentre il pollo più simile alla realtà, quello innocuo ed innocente anche perché incapace di distruggere e probabilmente mai particolarmente intenzionato a fare del male ad alcuno, è addirittura sbeffeggiato mentre viene mostrato infilzato da uno spiedo.

I pesci poi… poveri pesci. Sono considerati più simili a fenomeni atmosferici (alle volte piovono senza che la loro agonia interessi a nessuno) che ad individui morenti e sacrificati per nutrire i simpatici predatori alati.

Questo secondo capitolo non esita a trasmutare la comune gattara in una vichinga con la “passione” per i draghi, ma fatto notabile è che vesta per tale ragione un ruolo eroico. Tanta è la passione (com-passione) di questa eroina per i draghi da indurla addirittura ad abbandonare il figlio neonato (niente di meno), pur di difenderne le sorti. Nonostante ciò, e come nelle comuni dinamiche dell’animalismo banalizzato, è sempre lei che allegramente si reca allo sterminio dei pesci urlando “evviva, è l’ora della pappa!”. 

Certo, l’epoca ed il popolo scelti per ambientare la storia (i vichinghi) non li immaginiamo facilmente vegani, ma se di fantasia si tratta, se si incoraggiano le virtù socievoli di cui gli umani sono capaci, perché non farlo davvero rilevando l’ottusa discriminazione ormai insostenibile con cui si opprimono piccoli e grandi animali di ogni tipo? Mi sarei anche accontentata si un sorvolare in rassegnato silenzio, sarebbe bastato a denotare un po’ di decenza… invece no. I polli morti e bruciacchiati allietano la convivialità dei protagonisti, mentre delle povere pecore raccontate come fossero solo occhi senza anima incastonati in una palla di pelo (per quanto caratterizzate in modo da risultare decisamente divertenti), fanno la parte ora del “cibo”, ora della palla da gioco, durante tutta l’allegra routine di un popolo che, stando alla storia, avrebbe addirittura sconfitto la barbarie della violenza gratuita.

 

In tutto ciò, è impossibile ignorare la pesante dose di sessismo, insita fin dalla scelta dell’ambientazione culturale fortemente virilista - che fu della società vichinga - ben mantenuta in vita nella trama dal ruolo predominante di maschi alla guida di draghi e di popoli, con le grandi femmine a fare sempre da spalla. Mi viene naturale ipotizzare che nel brodo specista patriarcale in cui navighiamo, il pathos dell’amicizia tra l’umano e il drago non avrebbe avuto così tanta presa (il marketing lo sa) se l’umano protagonista fosse stata femmina, poichè l’empatia e la solidarietà tratteggiate sul personaggio verso l’animale si sarebbero annacquati nella comune icona della donnetta lacrimosa e sensibile, ed in fondo ogni bene è quel che finisce bene solo se c’è una qualche donnetta da salvare.

E’ anche da queste trame di film colossal che possiamo ancora una volta misurare la cultura nemica con cui abbiamo a che fare, il nostro vero antagonista, ciò che permea l’attuale sistema. Possiamo anche intuire però come tutta la speranza sia lì, a portata di mano, proprio a partire dal fatto per cui il grande cinema investe in tali temi, pur di portare una cartone animato in tutte le sale del mondo ed attirare anche gli adulti, sapendo di fare centro sicuro.

Sanno che quando il film finisce di quella Furia Buia sentiremo segretamente la mancanza… o almeno… la sentiranno tutti coloro che non hanno in famiglia un vero animale per amico.

 

 

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Un nuovo tabù (anzi due!) per un nuovo millennio

di Eva Melodia


L’Ucraina si spezza contesa in una lotta tra bande di ladri, predatori della domenica, piccoli e grandi imperatori giunti fino a noi direttamente dal medioevo, talvolta con tanto di corone pacchiane e sempre con ricolmi della boria che li contraddistingue.

Ci sarebbe da pensare, ad essere tignosi, che il karma paga in un modo o nell’altro: oggi spazzi via un intera generazione di cani per il campionato di calcio tu, domani vieni spazzato via - magari quale intera etnia - dallo Stato che fino a ieri credevi sovrano e che improvvisamente vale più da mezzo che da intero.

Le logiche del karma però non sono così semplici e puerili. Si resta allora e solo col cerino in mano ogni volta che l’Ucraina viene nominata, mentre il triste ricordo di tutte quelle creature animali davvero innocenti aggrava il senso di scoramento alla conta dei morti umani e altro-da-umani nei conflitti.

Un numero notevole di persone proprio poco tempo fa, si dichiarava entusiasta all’idea di candidare Gino Strada come presidente della Repubblica. Al di là del percorso fatto per giungere a tale ipotesi, Gino Strada piace a tutti (o quasi) per l’immersione totale in cui lo si immagina mentre allevia le sofferenze della piaga per eccellenza e dai suoi ripugnanti effetti, la guerra.

Il solo apprezzamento però per Strada o per uomini ed associazioni similari di fatto, è qualcosa che non impegna e anzi che fa trandy, molto chic, costando poco...basta devolvere qualche spicciolo ad Emergency per godere di quel piccolo senso di gratificazione che ne deriva senza dover fare sforzo alcuno.

Altra cosa è prendere seriamente ed abbracciare fino in fondo una posizione contro la guerra, contro ogni pagliacciata che chiamiamo tale e che costa invece molto cara e sulla pelle dei viventi, anche andando a modificare le proprie abitudini per interferire con essa e negarne ogni plausibile supporto. Ecco che lì, Gino Strada piace sì, ma con cautela: lui e il suo insistere nel “"Occorre che la guerra diventi tabù culturale per la maggior parte degli esseri umani”.

A fare ciò per davvero, andando quindi ben oltre il versamento su c/c, ci si potrebbe improvvisamente ritrovare a fare i conti con la bizzarria tale per cui un esibizionista che si calasse le brache in pubblico, sarebbe molto meglio tollerato rispetto al primo venuto che dia aria ai denti sostenendo il tal intervento militare. Ci si troverebbe forse ad affermare che due uomini intenti a baciarsi in pubblico non hanno rilevanza morale alcuna (nessuna necessità di ridicole reazioni isteriche da parte di eventuali Maschi Selvatici, per intendersi), ma che al contrario, i militari devono diminuire di numero costantemente fino a sparire dalla faccia della coscienza umana, loro e le loro lustre ed attraenti divise.

O ancora, le donne potrebbero prensentarsi in costume da bagno senza essersi depilate serenamente, certe che una seria riprovazione è comunemente destinata a chi regala ARMI GIOCATTOLO ai bambini fomentando in loro il bisogno di eguagliare i vari simboli virilisti e machisti evidenziati come sprezzanti del dolore, piuttosto che a chi se ne frega degli standard estetici imposti dalla cultura del “maschio che non deve chiedere mai”.

Sullo sprezzo del dolore a ben vedere, si gioca in fondo gran parte della partita tanto che il milite - di mente e di fatto - sprezza e combatte. Sprezza il proprio di dolore, ma tanto più quello altrui. Al dolore egli si abitua con onore nel nome di cause più alte (da Dio e suoi ausiliari, fino alla “madre” patria o alla “madre” natura, quasi sempre di parenti inventati si tratta), e s’abitua anche al dolore degli altri, giustificandolo con argomentata tesi, quella nenia con cui gli esseri umani vengono addestrati (addormentati diremmo) ad eseguire ordini come ad esempio distruggere, uccidere, sopportare la paura di morire, violare il proprio basico senso di giustizia, in antitesi alla proprie migliori potenziali capacità ed anche necessità fisiologiche.

Essa è anche la nenia con cui i macellai vengono addestrati nella società a svolgere il compito più infame, quello di avvilire, mortificare e trucidare innocenti. Sprezzo del dolore, sprezzo della compassione, ovvero militari della porchetta.

Poi qualcosa fa saltare il banco - per poco sia chiaro, il meccanismo di difesa della baracca è piuttosto efficiente - e succede che qualche militare o macellaio passi il limite della comune violenta decenza.

Non è la guerra a violare la decenza ovviamente, come non lo è la macellazione di creature indifese, lo è invece, dare chiari segni di squilibrio sociopatico in conseguenza ad esse.

Se dopo avere recitato la propria parte come da copione per anni, da “sparatutto” o “squartatutto” - copioni che i più non vogliono certo interpretare perché troppo vomitevoli per una coscenza sana - allo schiavo di turno “salta il tombino”  dimostrando compromessa la capacità di distinguere i poco etici limiti imposti dal proprio meschino compito sociale, ecco che la decenza sfrigola. Se questi schiavi giungono a non sapere più gestire il limite su come sia lecito uccidere e violare gli altri e come invece non sia ritenuto carino farlo, oppure se non riescono più ad accettare di opprimere individui sensibili e dunque cominciano a percepirli davvero come oggetti finendo per trattarli davvero come tali, così che la voce dell’innocenza smarrita si plachi... ebbene, niente di peggio per la decenza da quattro soldi che imperversa da millenni: colpevole.

E’ così dunque che fa scandalo ogni notizia che riporti quanto spesso i militari abusino dei civili od anche dei cosidetti nemici, allo stesso modo dei tanti video come questo (fatto girare sul profilo non di un animalista, ma di un personaggio noto nel mondo della controinformazione Claudio Messora) sulle “crudeltà” negli allevamenti.

I Militari che valicano quel limite (non tanto il proprio, massacrato ben prima, bensì quello del comune pudore bellico), quando e se beccati dall’opinione pubblica, vengono magari condannati al carcere, così come gli operatori della macellazione, pizzicati a mostrare tutta la loro umanità straziata mentre sfogano l’io disturbato contro coloro che dovrebbero solo puntualmente macellare.

Li si manda a svolgere per noi un compito che noi mai vorremmo affrontare, giacché mai vorremmo sporcare le nostre mani di sangue o impazzire, ma pretendiamo che siano ligi ed impassibili nell’eseguire solo gli ordini, nel fare quel che c’è da fare... così al mattatoio, così in guerra!

Che tu sia un macellaio (operaio della carne animale) al mattatoio o un militare (operaio della carne umana) in guerra, quel che conta è che tu sia il piccolo ingranaggio funzionale e puntuale della catena di smontaggio, altrimenti, l’indignazione farà di te un colpevole, sebbene l’evidenza ci dimostri che nulla di umano (per l’umano) può esistere tanto al macello quanto in guerra. Invece, l’umano - l’individuo di specie umana capace di comportamenti che chiamiamo umani ben rappresentati da socialità, empatia, solidarietà, etc…) coinvolto in queste mattanze deve necessariamente annientarsi, scomparire o al più adattarsi come può, lasciando esordire fenomeni dis-umani di varia entità.

Sono centiania di migliaia gli umani così schierati a dare forza a uno come Putin o come Obama (uno vale l’altro), popolando gli eserciti della vergogna. Altrettanti sono pronti, scattanti, via, negli eserciti minori, anche in paesi piccoli e deboli come la Romania.
Tutti pronti a combattere all’ordine del loro capo banda, incapaci di fare l’unica cosa che andrebbe fatta: rivolgere la bocca di fuoco verso il presunto padrone, costringendolo anzi a fuggire, per poi abbandonare le armi e meglio ancora, distruggerle.

Basterebbe talmente poco per cambiare tutto...perché le armi vere sono già nelle mani degli schiavi...e invece la guerra ancora non è affatto un tabù e i bambini sopratutto i maschi, continuano a giocare alla guerra con le armi giocattolo trovate sotto l’albero di Natale, come niente fosse, come ci fosse qualcosa di divertente o nobile da emulare.

Gino Strada riporta sulla sua pagina facebook: "La guerra non può essere umanizzata. Può solo essere abolita." -- Albert ‪#‎Einstein.

Ebbene, è esattamente la stessa cosa che io, come tanti altri, affermo dei macelli.

La guerra deve diventare un tabù e l’uccisione di animali anche. Entrambi vanno aboliti, sono finiti gli alibi.

 

Ps: nei giorni in cui scrivevo queste riflessioni ho potuto ascoltare una intervista in Radio ad Arturo Parisi, ex Ministro della Difesa. Parlando in particolare dell’acquisto dei famosi F35, egli con molta convinzione affermava che l’esigenza di militarizzarsi e stare al passo con il balletto bellico mondiale non è affatto venuto meno, mentre al contrario è venuta meno nella popolazione la percezione di tale esigenza.

L’esigenza eventualmente però, da qualche parte nascerà pure. E se non nasce nella popolazione, che neppure la percepisce, chi è che ancora la vuole la maledetta guerra? Risposta: i soliti noti.

E allora togliamoli di lì. Togliamoli dai gangli del potere, togliamo loro l’abito sacrale dei dominanti e cominciamo a ridere di loro emarginandoli, come è giusto che sia: rompiamo loro il giocattolo.

 

 

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La solidarietà della catena

di Eva Melodia

Ogni mattina su Contatto Radio, l’amico Matteo Bartolini porta avanti una rubrica che seguo sempre con piacere ed interesse nonostante i tempi ristretti dettati dall’orario che si accavalla tra una consegna di parenti a scuola e l’ingresso in ufficio.

Proprio per l’ennesimo ritardo che rincorrevo, qualche mattina fa mi è capitato di seguire solo a spizzichi la trasmissione, cogliendo lo stesso un passaggio in cui in qualche modo lo speaker incalzava la comune morale. A partire da un fatto di cronaca riguardante la storia di un cane che ha sollevato una ampia reazione commossa e solidale, muoveva una critica per quanto velata, interrogandosi sulla distonia tra un presunto maggiore comune sentire di affetto e disponibilità solidale verso “gli animali” - lo speaker generalizzava così -, ed un altrettanto secondo lui comune scarso solidarizzare con gli altri umani in difficoltà, quali ad esempio i migranti citando, a dimostrazione, i recenti appelli di Forza Nuova apparsi sui quotidiani locali (talmente intrisi di demenza razzista che che non meritano d’essere nominati oltre).

Mi sono trovata a riflettere su cosa mi facesse sentire chiamata in causa da questa critica evitando di impuntarmi su una delle letture possibili (quella della solita accusa con cui si additano gli animalisti di non avere la stessa attenzione riservata agli animali anche verso i soggetti umani) poiché credo non fosse affatto questo il tema interessante. Al contrario, penso che la questione così posta possa generare un nodo importante, indagando la spinosa ragione per cui un cane pare scatenare una risposta più accogliente rispetto ad un umano in difficoltà.

 

 

 

Apparentemente potremmo pure crederlo che esista una maggiore solidarietà verso i cani o i gatti (ora, in Italia), rispetto a quanta non se ne nutra per un migrante, per un rom, o per un “senzatetto”; ma allora eventualmente ci si dovrebbe seriamente interessare dell’unica domanda rilevante: perchè mai?

Non è accettabile che questa domanda cada nel vuoto o addirittura che nessuno se la ponga.

Io rivendico il dovere di porsela, di accoglierla, e di usarla per andare verso il mondo migliore di domani.

Innanzitutto, si tratta appunto di una maggiore disponibilità non verso tutti gli animali (tutti gli altro-da-umani), ma solo verso quelli che per circostanza storico-geografica possono essere usati e soggiogati in piena approvazione sociale, per qualsiasi vezzo e con tanto di tutela legale: i cosidetti “pet”, termine che la dice lunga e fa il paio con animali da compagnia o toys, gli animali giocattolo.

Si tratta per lo più quindi, di cani e gatti i quali, non solo non rappresentano tutto quell’universo di vite animali negate senza alcuna solidarietà o atto di pentimento ma che sopratutto, non godono di alcuno status giuridico che seriamente dia loro un peso nella società.

Ciò è esattamente il contrario di quanto accade per un umano il quale, grazie alle garanzie speciste, per quanto privo delle variopinte tutele di una tale o tal altra nazionalità, godrà quasi sempre e quasi ovunque (almeno sulla carta), del diritto alla vita ed alla libertà.

Il cane ad esempio, al di là delle blande normative protezioniste di cui anche l’Italia è emblema, è l’oggetto vivente per eccellenza, quello cui magari dedichi cure parentali riconoscendolo come "vivente", ma che al contempo piazzi dove vuoi e magari chiudi tutto il giorno in casa o segreghi per una vita intera legato ad un metro di catena. Quando non lo gradisci più, te ne liberi, magari pure ammazzandolo: la possibilità che qualcuno ti dica qualcosa in proposito è davvero remota.

La responsabilità assunta nell’atto dell’accogliemento di un cane poi, è infinitamente più blanda (sia per la comune morale, sia per la normativa vigente), piuttosto che quella dell’accoglienza di un umano.

Il cane non entra in conflitto con ciò per cui questa cultura e società vuole che tu competa: il modello capitalista. Il cane (o il gatto) può essere trattato come fosse solo un suppellettile, alla stregua di una cosa: alcun* li porta in borsetta come la sciarpetta, li compra e li vende come giocattoli alla moda.

Questo è ciò che lo specismo genera e che lo specismo difende: che chi “è” animale valga meno e che dunque, tutti possano permettersi animali come oggetti nelle borsette o come fettine nel piatto.

E’ altresì intuibile come su ciò si fondi tutta l’ideologia del dominio grazie alla quale proprio il razzismo vive pacioso, con le sue strumentali idee di superiorità ed inferiorità perfettamente fondate sulla selezione delle razze in allevamento.

Intendo allora suggerire come l’eventuale diffuso interesse per questi pet, non dipenda affatto dalla solidarietà nobile di cui gli umani sono potenzialmente capaci, ma al contrario e quasi sempre purtroppo, solo dall’empatia fisiologica stuprata dall’ideologia del dominio, la quale si scatena e libera più facilmente verso soggetti il cui dominio e soggiogazione è facilitato dal sistema, anziché su soggetti la cui autodeterminazione è maggiormente garantita dal sistema, magari tanto da poter diventare addirittura competitori.

 

Sull’”animalizzazione” del nemico e del diverso si struttura tutto il capitalismo, attraverso il meccanismo di riduzione in risorse da usare o da scartare ed eliminare, sia delle materie prime ma sopratutto dei corpi dei viventi: mi aspetto che gli amici molto libertari e molto idealisti, ma poco solidali in maniera eterogenea, prima o poi lo comprendano, facendo forse dei passi avanti quindi non solo nello strutturare rivendicazioni (o lamentele), ma forse anche strategie.

L’empatia non si può moralizzare: non si può bacchettare un recettore che non si attiva, se d’altro canto non si fa che delegittimarlo; allo stesso modo, non si può scandalizzarsi dell’assenza di solidarietà verso i competitori, in una società dove tutto è solo competizione nel consumo di corpi (morti).

Se per sollevare il problema della repulsione sociale verso i soggetti umani più deboli di questa schifosa società si chiama spesso in causa una comparazione con il modello della presunta solidarietà verso cani e gatti, significa semplicemente e tristemente che il disconoscimento delle prassi di dominio e soggiogazione in cui versano gli individui animali (pet compresi), è totale.

Tornando dunque alla puntata di L’Evidenziatore ed alla questione posta da Bartolini, ciò che davvero pare evidente è che mentre si rileva con leggerezza l’accertato sbilanciamento di cure verso i “pet” piuttosto che verso le persone umane, dall’altra non si coglie il buco nero in cui cadono tutte le ragioni ispirate ai più alti e nobili sentimenti e ideali umani: lo specismo ed i suoi tranelli, dalle quali in ultimo vengono alla fine imbrigliati tutti gli schiavi ed i sudditi di tutta la storia dell’umanità...neppure in quel territorio di idee libertarie o altamente garantiste di libertà e diritti in cui una radio come Contatto Radio ed i suoi speakers si collocano.

Animale è il nemico, il rom, il diverso. Esso non scatena empatia in un popolo di adulti competitivi ed imbruttiti da miti patriarcali. Esso è il ripudiato e finché è tutelato da una legge che ne impedisce lo sfruttamento esplicito, la solidarietà della catena non potrà essere loro estesa perché non è possibile allo stato attuale dominarli e sfruttarli come animali, cioè nello stesso facile e conveniente modo.

Per cambiare questo paradigma, assurdo ed ignobile, non basta pretendere che gli umani vengano de-animalizzati: serve sfondare il concetto stesso di “animale” con cui le leggi di tutto il mondo e la forza delle istituzioni,  permettono lo sfruttamento di individui senzienti ed il consumo dei loro corpi. Serve rifondare la società sull’empatia come base dell’etica della solidarietà ed una cosa è certa: finché un cucciolo di ventidue giorni verrà sgozzato nel nome di dieci minuti di baffi leccati a Pasqua, di empatia a sostegno di questa etica non ce ne sarà abbastanza.

"Guinzaglieria"?? 

 

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Martedì, 25 Febbraio 2014 10:02

Solidarietà e vivisezione - di Eva Melodia


Pubblichiamo questo breve scritto di Eva Melodia riguardante gli attacchi personali rivolti da persone legate a I-care Italia e a Freccia 45 al Prof. Massimo Filippi, noto antivivisezionista.

Rimandiamo, per i dettagli e un primo commento alla vicenda, all'articolo di Serena Contardi su Asinus Novus: "Se non la pensi come noi sei uguale a un vivisettore", Intervista agli studenti della Cattolica sul dibattito del 27 marzo attorno alla sperimentazione animale

 

Anche La redazione di Antispecismo.net desidera esprimere piena solidarietà al prof. Filippi per le pesanti diffamazioni subite sulla pagina I-Care Italia.

 

Solidarietà e vivisezione

di Eva Melodia

 

Sono costretta ad interrompere le mie attività materne, quelle che in questo periodo mi portano a trascurare il mio impegno in ambito antispecista, perché l'eco delle assurde diffamazioni mosse verso il Prof. Massimo Filippi è giunta addirittura fino alla mia chiusa realtà.

Non è la prima volta purtroppo che lo vedo vittima di attacchi piuttosto miserabili ma devo ammettere che in occasione della prima diatriba in cui venni coinvolta, non avevo i mezzi per capire e reagire determinatamente rispetto ad evidenti e gravi diffamazioni.

Certo chiunque ha il diritto di parlare ed anche di mentire pubblicamente, ma io ho il diritto di denunciare la cialtronaggine con cui una sempre vasta schiera di animalisti - e di associazioni o gruppi - va per il mondo portando non solo l'assenza di un ragionamento sensato, ma anche falsità indecenti.

E' con questo basso livello di animalismo che Filippi si deve scontrare: con chi non sa comprendere minimamente di cosa parla quando rivendica la necessità di argomenti strettamente etici quando si vuole trattare di antivivisezionismo in politica... con questo stesso putpourri di attivisti che riesce a definirsi a tratti pure antispecista, andando ad arricchire la già copiosa schiera di ambiguità che circondano il termine.

La domanda è semplice: a quale antispecismo poterbbe mai interessare se lo sfruttamento e morte di un individuo sia (o non sia) utile a qualcun altro? Quale antispecismo ci costruirebbe sopra un argomento politico? Ovviamente nessuno ed infatti se ne interessano solo questi animalisti, talmente presi dalla vacua missione che ritengono di incarnare, da non comprendere neppure l'italiano piuttosto semplice con cui si parla loro.

A Filippi va tutta la mia solidarietà ed incoraggiamento a non farsi intimorire o scoraggiare. 

Credo che spesso si tratti di tenere duro continuando a lavorare per fare chiarezza, cosa che in fin dei conti è lo scopo ultimo di un vero movimento di liberazione: fare chiarezza su ciò che è giusto rispetto a ciò che non lo è, renderlo evidente alla massa, diradando le nebbie dalla cultura dell'offuscamento etico.

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L’animalismo nel Movimento 5 Stelle: considerazioni ed esperienze

di Eva Melodia



Premessa

Il notevole successo del Movimento 5 Stelle alle ultime politiche (2013) ha comportato una improvvisa esplosione delle potenzialità di questo progetto ponendolo sotto i riflettori, ivi compresi quelli che ostinatamente, per ragione di interesse politicocercano di deformarne la portata e sopratutto gli intenti, come è accaduto nel caso delle ultime trattazioni in parlamento di tematiche legate alla sperimentazione animale. In seguito al vespaio che ne è nato quindi, ho pensato ad un veloce testo di chiarimento, sopratutto per i tanti critici esterni che lo stesso nutrono aspettative e speranze dal Movimento stesso.

Sono attivista nel Movimento 5 Stelle da che è nato, mi interessa raccontarlo con i miei occhi e la mia esperienza, senza la pretesa di andare oltre questa forma soggettiva, ed ovviamente generalizzando, con il solo intento di fornire qualche elemento in più per coloro che interessati, allarmati, perplessi, lo guardano da fuori non avendo di fatto tempo, modo, fiducia, di provare a mettere in gioco la propria vita per sperimentare in prima persona di cosa si tratta.

Dopo le ultime votazioni, un numero consistente di persone ha rincorso il carro dell’ultimo arrivato e tra questi molti animalisti, con (e per) il solito modo di pensare la politica, cioè avvinghiarsi al potentato di turno ed elemosinare leggi e leggiucole in favore degli animali, lanciando anatemi quando queste non venissero corrisposte.

Prima di allora, in verità, di animalisti attivisti (e sopratutto gli antispecisti) se ne sono visti poco o niente dentro al Movimento, nonostante i ripetuti appelli alla partecipazione, a parer mio per una totale incomprensione di ciò che il Movimento è e, di conseguenza, cosa possa fare, seguendo quali logiche e prassi.

 

Intendiamoci: che cos’è il Movimento 5 Stelle?

Il Movimento 5 Stelle, ne siamo tutti consapevoli, non è certo il primo untore di idee solidali, tendenzialmente ecologiste e tendendialmente anticapitaliste, né il primo gruppo politico ad affermare che serve un grande cambiamento - non solo generazionale – dell’intera baracca chiamata “classe” politica. Ciò che lo rende unico, benché allo stesso modo non sia il primo ad averne ipotizzato la necessità, sono le fondamenta radicate nell’esperienza tutta sperimentale – allo stato attuale – di forme di democrazia diretta, attraverso la quale si rigenera costantemente e, grazie alla quale, dovrebbe garantire non solo che eventuali concentrazioni di potere nelle mani di pochi non producano disastri per le moltitudini, ma soprattutto una rivoluzione culturale, laddove la obbligata partecipazione alla trattazione di qualsiasi tema - poiché nessun tema viene delegato per nessuna ragione -, comporta necessariamente una crescita conoscitiva competente per tutta la base ed induce - ci si creda o no - un lento, ma inesorabile, cambiamento virtuoso: un sempre maggiore interesse delle problematiche altrui e l’allargamento dei confini di interesse, ivi compresi i confini della percezione dell’alterità stessa.

Possiamo dunque dire che il Movimento è prima di tutto un metodo (anche se al momento decisamente caotico e non consolidato) grazie al quale una assemblea di cittadini prende delle decisioni collegiali in merito a proposte nate dall’iniziativa dei singoli, diventando il mezzo attraverso il quale ogni persona può proporre idee e cambiamenti senza incappare nella resistenza di lobby e gruppi di potere.

E’ il metodo a garantire i contenuti e non il contrario. Il metodo, che nel tempo è stato sintetizzato nel motto “uno vale uno”, resta il vero punto di riferimento ideologicamente inviolabile, cui poi tutta la politica del Movimento si ispira e su cui si modella, traducendosi ovviamente in scelte come già detto solidali, ecologiste, e che sempre per ovvietà stanno cercando di immaginare un modello sociopolitico ed economico completamente nuovo. Questo almeno è quel che riguarda quello che potremmo chiamare uno “zoccolo duro”, quello che ha dato vita a questa coraggiosa idea, che ci crede veramente, che la ha difesa in questi anni e resa una entità politica vera sapendo come il lavoro da fare sia lungo e duro, sopratutto in difesa e promozione del metodo stesso.

E’ sempre il Metodo dunque a filtrare ogni tipo di devianza autoritaria - che osservatori preoccupati, ma anche detrattori in malafede evocano in maniera copiosa – impedendo a persone, personaggi ed idee fervide di forme di oppressione, di prendere davvero o lungamente parte al progetto. Una sorta di sistema immunitario che reagisce molto efficacemente rigettando ai margini fino ad escludere, chiunque neghi l’assoluto valore dell’appiattimento ed annullamento di ogni gerarchia sociale o politica. Le assemblee dunque sono aperte a tutti e tutti, indipendentemente da durata, frequenza, o apporto partecipativo (o tanto meno da connotazioni biologiche o sociali di sorta), non prevedono responsabili, dirigenti, ruoli di potere di nessun tipo, e viene di fatto escluso chi dimostri a parole o con i fatti di cercare di cambiare questo sistema che rivendica eguaglianza tra tutti i partecipanti. Ciò ovviamente non può significare che mai si siano verificati tentativi di devianza o partecipazione di persone che singolarmente, intimamente dapprima ed esternamente poi, cercavano di violare il metodo, né che in tutta Italia non si siano mai verificati casi di autoritarismo o discriminazione.

Resta il fatto che l’impegno maggiore è stato dedicato in questi anni proprio a difendere il metodo, e proprio perché lo si considera la via capace non solo di esprimere e rappresentare uguaglianza tra gli individui, ma anche di sviluppare coerenti relazioni sociali nelle collettività.

Ci sarebbe molto altro da dire su questo tema, che appunto è la base, ed infatti all’interno del Movimento stesso è l’argomento principale, quello sempre trattato, ed in continuo approfondimento.

 

Disgressione

 

Delle tante critiche che il Movimento riceve quotidianamente, una ritengo sia vera ed evidente.

Il livello medio di competenza in temi di lotta per i diritti, specializzata o generica, è piuttosto bassa, ivi comprese le competenze per ciò che concerne gli altro-da-umani e tanto più l’antispecismo. Un popolo intero di attivisti per i diritti di minoranze o categorie oppresse, si lamentano dello scarso profilo nella trattazione dei temi per loro prioritari non comprendendo come, essendo il Movimento un mezzo, ciò dipenda in buona sostanza dalla scarsa partecipazione e sfruttamento del mezzo stesso da parte delle persone come loro. In sintesi: il Movimento a costoro (tanto più agli animalisti ed agli antispecisti) non piace, ma la ragione dello scarso gradimento pare poi derivare proprio dalla loro scarsa presenza e quindi conseguente ovvia scarsa trattazione, approfondimento e competenza delle tematiche relative.

 

Tornando al metodo ed allo stato attuale, dopo qualche mese di partecipazione del Movimento alla vita istituzionale del paese, possiamo concentrare tutte le considerazioni possibili sulle attività in corso d’opera con un “o metodo o morte”. Si è creato uno scollamento (si spera temporaneo) tra la base e gli eletti, a causa di un immaturo progetto di strumenti che garantissero il metodo, tale per cui – è la triste verità – il progetto potrebbe trasformarsi in un fallimento doloroso, riferendo il nome di questo prezioso tentativo, ad uno qualsiasi dei tanti partitucoli susseguitisi negli anni in ogni parte del mondo.

Questo avverrà di certo se il metodo non resterà il fulcro del Movimento stesso e per fortuna, c’è chi di questo si rende ben conto resistendo a pressioni avverse di ogni tipo.

Le pressioni che spingono a porre il Metodo in secondo piano nascono da quattro fattori fondamentali:

- le difficoltà oggettive nel rendere nazionale e omologata una prassi ancora tutta da inventare e sperimentare

- attivisti del Movimento che per varie ragioni, stanno dimostrando di non riconoscere come vitale la garanzia del metodo

- Un numero spropositato di avventori dell’ultim’ora, saliti sulla carriola del vincitore senza saperne nulla ma volendo lo stesso partecipare a trascinarla da qualche parte non meglio identificata, luogo più prossimo alla deriva che ad una qualsiasi méta.

- Chi consapevolmente e con molta competenza vuole distruggere il Movimento.

Si potrebbe scrivere un trattato di sociologia su come sia appunto il metodo, sfruttando anche l’intelligenza collettiva, a rappresentare l’unica novità e speranza effettiva di questo gigantesco tentativo di cambiamento.

Osservando la storia recente però, dobbiamo riconoscere come lo stress subito dal Movimento (trovatosi a partecipare alle politiche mettendo in moto una macchina gigantesca a partire da zero), abbia reso evidenti le imperfezioni ancora in corso, compreso ad esempio il fatto (anche e proprio a causa di una scarsissima partecipazione di animalisti) che nel programma presentato per le politiche, non venissero trattate le tematiche che riguardano direttamente gli altro-da-umani.

Nella forzata e frettolosa discesa in campo alle politiche infatti, non c’è stato modo di garantire uno strumento univoco che blindasse un metodo orizzontale ugualitario a livello nazionale capace di permettere una veloce rielaborazione di quello che era già da tempo una bozza iniziale di programma nazionale, tanto meno di portarvi dentro tematiche animaliste, così capaci di scatenare lunghe e gravose polemiche.

Con l’arrivo poi di nuovi e numerosissimi partecipanti, ivi compresi gli animalisti, giunti sulla spinta del risultato elettorale, completamente privi della formazione e dell’esperienza fatta negli anni sui metodi di democrazia diretta o metodo del consenso, si è caduti velocemente in un baratro di pericolosi fraintendimenti.

 

Vivisezione e Circhi: due storie diverse

Come ho già detto, le tematiche classiche animaliste, dentro al programma del Movimento 5 Stelle non erano trattate. La storia vuole che al tempo della prima stesura del programma - qualche anno fa - gli animalisti competenti fossero circa zero e che al momento dell’improvvisa necessità di darsi al ballo delle elezioni, fossero forse ancora meno, per di più travolti (come tutti gli altri attivisti) dalla necessità di cogliere l’occasione come si poteva, cioè diciamocelo, imperfetti ed impreparati.

Non ci fu il tempo per creare una piattaforma di discussione, aggiornare davvero il programma, discutere nulla, portavi dentro nuove istanze, tanto meno da parte dei pochi e sparuti animalisti ed antispecisti, i quali avevano ben capito che prima bisognava fare sopravvivere il movimento - cioè il metodo - e poi, solo allora, si sarebbe potuto ampliarne le tematiche in trattazione.

Fino ad allora in realtà, le tematiche animaliste erano comunque state portate dentro il Movimento a partire dai programmi delle liste civiche. In particolare, un tentativo abolizionista del circo con animali. Le numerose singole istanze comunali contro questa barbarie peraltro, sono state un perfetto esempio di come il virtuosismo che sfocia da una partecipazione ampia e dalla trattazione orizzontale degli argomenti, porti inevitabilmente all’adesione a modelli sociali sempre più solidali.

Agli albori di un Movimento 5 Stelle Nazionale, i tanti singoli gruppi locali che avevano qualche animalista competente (capace di fare conoscere e trattare la tematica degli animali nei circhi) al loro interno, hanno aderito all’idea di trovare una via per bandirne l’attendamento, andando anche contro le leggi nazionali, o almeno provandoci, anche scontrandosi duramente con l’ostruzionismo delle maggioranze amministrative.

Questo, se da un lato ha conferito una prima errata aura “animalista” al Movimento (almeno agli occhi degli animalisti medi qui ben descritti da Marco Maurizi nel suo La guerra civile animalista)[i1] , decisamente inappropriata e derivante da una visione di tipo partitico di quello che invece è solo uno strumento di democrazia partecipativa e diretta, dall’altro è stato un banco di prova per la trattazione di tali tematiche. Ciò significa che il M5S non è animalista tanto quanto non è “antianimalista”, è solo lo specchio della realtà assembleare che lo compone in un dato momento con tutto che rimane, come già dicevo, il luogo ideale in cui fare crescere la riflessione etica.

La svista presa dagli animalisti ha portato all’assalto alla diligenza subito dopo le politiche, sulla base dell’idea che ci fosse qualcuno di “nuovo” cui mendicare leggi con una patina di salvatore della patria, dettata per lo più da una decisamente superficiale conoscenza di cosa fosse il Movimento. Lo stesso ha incendiato i cuori di tanti animalisti di ogni sfumatura, e purtroppo di tanti apolitici.
Perfettamente a digiuno di qualsiasi tematica trattata fino ad allora come Movimento, di metodi, di prassi, hanno iniziato a sbandierare come del Movimento (come fosse nel programma, come fosse una battaglia a cui aveva aderito) un tema chiave dell’animalismo e cioè l’antivivisezionismo, che nella sua accezione etica diventa antispecismo compiuto.

Esattamente come tutto il resto del mondo faceva, costoro avevano confuso e travisato completamente ciò che il Movimento era e stava facendo, scambiando una battaglia portata avanti personalmente da Beppe Grillo con un argomento trattato ed adottato dal Movimento stesso. Un banale ma gigantesco, continuo, errore, proprinato per mesi, facendo passare l’adesione di Grillo, come adesione di tutti i movimentisti e del Movimento stesso, mentre allo stesso identico modo si travisavano e sovrapponevano i ruoli di Grillo e del Movimento su decine di altri temi.

In realtà appunto, questo tema è da anni abbracciato da Grillo, che lo propone al Movimento con ottimi risultati in termini di adesione delle persone (scadendo però spesso in argomentazioni di tipo scientifico, che come sappiamo danno adito ad infiniti dibattiti, scontri, discussioni, opinioni, senza poi alcun punto di arrivo definitivo) ma non è mai stato trattato a livello nazionale, tanto da poterlo considerare assodato in alcun modo.
Neppure la questione dei circhi è mai stata trattata a livello nazionale con un metodo garantito od uno strumento veramente aperto, ma grazie all’innesco di un meccanismo a catena, la trattazione del tema si è diffusa in maniera capillare e lo stesso metodica, portando di fatto il Movimento a prendere una posizione contro l’attendamento dei circhi con animali.
C’è da dire poi, come dovrebbe essere evidente, che le due questioni ricoprono complessità assolutamente diverse ed interessi di parte lobbistica che nel caso della vivisezione sono infinitamente più grandi, rendendone le implicazioni infinitamente più onerose.
Nel parapiglia del pre-elezione poi, le parlamentarie del Movimento non hanno goduto del tempo necessario per vedere scremare i nomi dei candidati facendone emergere eventuali lati oscuri, motivo per cui è cara grazia se la maggior parte delle persone giunte a Roma è comunque dimostratamente capace e davvero interessato a garantire il Movimento nei suoi punti cardine: resta il fatto che sono state votate anche persone direttamente coinvolte in pratiche vivisettorie (cosa che a mio parere, non accadrà più) complicando oltremodo la già non facile situazione.
L’approccio scelto da Grillo per fare la sua personale campagna contro la vivisezione è di tipo scientifico (per quanto rivendichi anche qualche affermazione di natura etica) e resta alla mercé di tutto quel bagaglio scientifico pro-vivisezione che conosciamo benissimo. Ecco perchè, al momento della trattazione del recepimento delle nuove norme UE in parlamento si è scatenata una bagarre (un po’ di caos dobbiamo riconoscerlo), tra prese di posizione talvolta diverse e quasi mai forti come si spererebbe, alimentando un rumoreggiare alla base ai limiti del delirante.

Un numero notevole di attivisti che non ha alcuna reale percezione della questione, prende posizione convintamente impreparato, ed un numero consistente di animalisti apolitici spara a zero senza avere la minima idea di che cosa si stia parlando. Questi ultimi, i felicemente apolitici, apartitici, apatici, si dichiarano disinteressati alla politica, alle sue tematiche fuori dai temi animalisti e li giudicano slegati.. peccato però che con la questione vivisezione è invece emerso come e quanto tutti i temi siano strettamente correlati tra loro. Ad esempio l’europeismo e l’antieuropeismo entrano in gioco quando - come in questo caso - ci si trova a dover recepire delle normative che talvolta sono peggiorative della nostra legge nazionale (come nel caso di alcuni punti sulla sperimentazione animale), ma allo stesso modo sono determinanti quando al contrario sarebbero migliorativi (come spesso accade per quanto concerne le normative sulla caccia su cui l'Italia tende ad accumulare sistematicamente infrazioni).

Europa sì? Europa no? Europa perchè e fino a dove? L’apolitico il problema non se lo pone, non c’è la parola animaletto dentro.

Quando si spalanca l’occasione di partecipare a questo momento storico attraverso il Movimento invece, di solito ci si rende conto che non c’è questione cui si possa fuggire e nel bene e nel male, ci si pone un sacco di nuovi problemi.

Verrebbe da spiegare dunque, che di apolitici - di cui giusto l’animalismo è storicamente pieno - il Movimento non ha alcun bisogno.
Come dicevo, c’è ampio spazio di manovra perché il Movimento, come vocazione e capacità, ha quella di immaginare l’ancora inesistente, di sognare fino a rendere vero, basta che una qualsiasi idea diventi abbastanza solida. C’è spazio dunque per andare nella direzione dell’abolizione della vivisezione anche contro le normative sovranazionali, tanto quanto di andare contro gli stessi trattati sovranazionali, di rendersi o meno indipendenti, di sognare e provare a realizzare qualcosa di completamente diverso, fino ad un modello sociale davvero alternativo al presente.

Per fare ciò però, è necessario organizzarsi e trattare tali temi collocandoli all’interno della ricerca di un nuovo paradigma (verso cui è lampante, il Movimento sta andando) o modello, così che abbia delle speranze di essere compreso ed accettato, tanto da fare prendere posizioni ancora più determinate fino all’abolizione, in quel percorso che si costruirà nel tempo e che dà già chiari indizi di accogliere e coltivare spunti aspecisti: l’aspecismo è necessario per un concreto ecologismo ed è necessiario per una società solidale fondata su un’etica che abbia un senso compiuto.

Questo vale per ogni tema che riguardi diritti o discriminazioni di sorta, indipendentemente dalla categoria oppressa: animali, donne, stranieri, alterità di ogni tipo.
 

Esempi e prospettive future 

Ogni tema animalista e meglio ancora antispecista, ha delle buone possibilità di trovare un bacino di ascolto, interesse ed adesione all’interno della base del movimento, tanto da indurre poi cambiamenti politici anche grossi e per nulla mediati da interessi di parte. Il M5S è nella stanza dei bottoni ed è davvero al servizio dei cittadini che vogliono proporre e produrre cambiamento, potenzialmente quindi anche subito disponibile per proporre leggi, modifiche, abrogazioni. Questo però non può bastare: la sinergia tra modifiche nel sistema Stato e cambiamenti nella cultura della base popolare deve essere costruita un passo alla volta per garantire un cambiamento duraturo e può avvenire se e solo se, i temi vengono trattati con serietà, competenza e dedizione, dovendo non solo dimostrarne il valore assoluto agli occhi di chi magari ancora non si pone certe questioni, ma anche competere con migliaia di altri argomenti che capeggiano per gravità ed opprimente presenza quotidiana.

In più, non possiamo non tenere in conto che il Movimento in nessun caso può al momento spostare una virgola, non ottenendo quasi mai la maggioranza. Il vento però può cambiare e presto.

 

Alcuni Esempi:

1. Circhi: il Movimento ha già una sua politica attiva su questo argomento di tipo “abolizionista”. Basterebbe poco per rafforzarne le richieste e farle giungere in Parlamento, usandole anche per veicolare più in generale i temi dell’antispecismo. Per coloro quindi che da dentro e da fuori cercano già e giustamente, di usare il Movimento, questo a parer mio è il primo argomento passibile di efficace trattazione.

2. Vivisezione: è un tema ampiamente sulla bocca di tutti, apertamente ritenuto di interesse collettivo, quindi potenzialmente capace di ottenere grande attenzione. Va però spostato il fulcro della questione verso gli argomenti strettamente etici ed accettato che richiede tempo per essere davvero consolidato. Una presenza massiccia di attivisti contrari alla vivisezione non basta. Allo stato attuale, sebbene quasi tutti nutrano una avversione spontanea ed emotiva verso la tortura dell’animale usato nei laboratori (la vocina che urla “non è giusto!” la sentono probabilmente anche loro), si giustificano con ragioni scientifiche, rafforzandosi di quella forza che non regge davanti all’oppressiva potenza di Big Pharma e che è, per di più, sovranazionale. E’ necessaria una seria campagna interna ed esterna al Movimento.

3. caccia: sempre grazie ad una presa di posizione forte di Grillo, l’argomento è conosciuto anche se poco trattato. La mia percezione è che sia piuttosto scontata una adesione chiara verso la totale abolizione, ma darlo per scontato è di nuovo un errore. Una campagna di trattazione approfondita è doverosa e garantirebbe la riuscita di questo tema che parte già da buoni presupposti.

4. Produzione e compravendita animali d’affezione: questo tema, a parer mio chiave, non è minimamente trattato. In realtà è scarsamente considerato anche dal guazzabuglio animalista nonostante sia non solo fonte di infinite sofferenze per infiniti animali, ma veicolo esplicito di educazione e legittimazione specista. Non è di pubblico dominio la realtà di questa produzione né vi è una grande riflessione in merito.
Al contrario la produzione di animali d’affezione viene superficialmente riferita a quell’abominio che è l’”amore per gli animali”, paravento ufficiale di tutti gli abomini specisti. Si può dunque, attraverso una campagna mirata, fare conoscere la vera faccia di questo inaccettabile fenomeno e sulle orme di altri paesi o singole città, giungere ad una posizione chiara di abolizione.


E per il veganesimo?

La speranza c’è e si vede. L’intelligenza collettiva nel Movimento ha secondo me partecipato a produrre un crescente numero di vegetariani e vegani e il tema dei diritti dei veg* (e per ora blandamente quello dei diritti animali) è talmente presente e sentito che subito, anche domani, si potrebbe sottoporre ad un senatore o parlamentare una qualsiasi iniziativa volta a garantire mense vegane o altre riforme capaci di favorire la cultura del veganesimo, con la certezza che verrebbero velocemente messe in calendario, proposte e votate a favore dal Movimento. Anzi, va fatto, bisogna lavorarci su, anche sapendo di non avere la maggioranza dei voti in nessuna camera.

Tutto ciò che invece porta davvero ad un paradigma aspecista, tutti quei cabiamenti che condurranno ad una società che non consideri gli individui risorse e quindi priva del loro sfruttamento, va ancora pensato da zero, almeno in una ottica riformista (l’unica possibile attraverso un mezzo come il Movimento), ma di un riformismo radicale, le cui possibilità crescono, sono continuamente ridisegnate, e davvero in movimento. 

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Nutrizione umana nella formazione medica di base

di Eva Melodia

Un argomento spendibile per chiedere alle persone un cambiamento dei comportamenti alimentari fondati sul carnivorismo ruota attorno a generiche ed ipotetiche informazioni sulla nutrizione umana - spesso raccattate velocemente su internet - secondo cui si dovrebbe scegliere il veg*anesimo per favorire la propria salute. Così inteso, tale argomento è definito “indiretto” e per ovvie ragioni non gode di grande simpatia presso gli attivisti animalisti, indipendentemente dalla contestualizzazione. Esso infatti non solo non rivendica né ribadisce alcun interesse direttamente riferibile agli animali - è dunque indiretto -, ma al contrario pone al centro interessi umani, i quali, sono considerati animali solo raramente e spesso solo per questioni di comodo (quindi sono solo perifericamente un soggetto di interesse animalista), sono percepiti come aguzzini nonché primaria causa della sofferenza degli altro-da-umani e sono quasi sempre definiti immeritevoli di attenzione parificabile a quella che si cerca di riportare sulla sofferenza degli altro-da-umani. In più, la sofferenza umana chiamata in causa da una pessima alimentazione è di fatto una problematica relativa cioè condizionata e dipendente da molti fattori terzi: non è certo una sofferenza inequivocabile, assoluta e perenne come quella inflitta agli animali negli allevamenti.

Più in generale poi, queste tematiche sono da sempre considerate controproducenti e rischiose: fare leva sui danni della nutrizione carnea alla salute umana ad esempio, può rivelarsi un boomerang qualora un domani si inventasse una pillolina capace di annientare i danni di tale tipo di  nutrizione, facendo crollare l’argomento stesso in quanto incapace di sollevare un seria questione più strettamente etica, se non in maniera molto periferica.

Collegati alla nutrizione umana ed al salutismo presunto dell’alimentazione veg però, esistono anche argomenti da trattare e diffondere obbligatoriamente, poiché sono un prerequisito necessario per sostenere come validi argomenti direttamente riferiti agli interessi degli animali.

Per essere più chiari, chiedere alle persone di diventare vegan al solo scopo di riconoscere gli interessi animali come legittimi, senza che sia quanto meno sostenibile che in tal modo non si muore di stenti, sarebbe irragionevole: serve dunque parlare ed informarle sugli aspetti salutistici della questione attraverso informazioni sulla nutrizione umana.

Inoltre, affermare e dimostrare che una nutrizione salutistica per gli umani inizia dal veganesimo, implica al contempo anche l’affermare e soprattutto il dimostrare che gli esseri umani non sono predatori, aprendo così le porte alle tesi capaci di smontare la cultura patriarcale che dal mito dell’uomo predatore trae la sua forza.

Eppure di tutto ciò che riguarda l’uso delle tematiche su salute e nutrizione umana, sia che si tratti dell’eventuale strumentalizzazione dell’argomento indiretto, piuttosto che del bisogno di diffondere affermazioni ed informazioni capaci di favorire tematiche più strettamente etiche, non si ha più traccia.

Il dibattito sugli argomenti diretti ed indiretti e talvolta la sua veemenza ad esempio, hanno comportato a mio modo di vedere un totale appiattimento di interesse verso gli argomenti indiretti, il loro possibile utilizzo, od eventuali preposizioni complementari, come nel caso della questione “salutistica”; non necessariamente con volontà, ma di fatto i Sig.ri Argomenti Indiretti ne sono usciti quasi criminalizzati e (almeno nell’ambiente più radicale) penalizzati, quasi fossero essi stessi - e sempre - causa di legittimazione specista.
 

Per queste ragioni la tematica nella sua interezza è quasi del tutto abbandonata. Solo pochi speranzosi della domenica cercano di sollevare occasionalmente l’argomento, ed il risultato è che il nostro grande occhio critico ha forse deciso di ignorarne completamente le implicazioni politiche.

Si direbbe strano visto che in Italia non esiste alcun ministero delle “politiche animali”, mentre esiste un Ministero della Salute. Esso è tra i ministeri in cui girano più soldi e dal quale dipende, almeno per l’immaginario collettivo, la vita di tutti i cittadini. Significa, evidentemente, che esiste un deciso interesse da parte delle persone, dello Stato e della politica verso questo Ministero e che ha un peso politico tale per cui non si capisce proprio come si possa decidere di ignorarne il tema, indipendentemente da quale tipo di lotta si stia portando avanti.

In particolare, il peso politico della generalizzata convinzione secondo cui gli animali sarebbero parte naturale (e per molti “necessaria”) di una salutare nutrizione umana non può che essere di primaria importanza, visto come tale convinzione, con le sue beffarde connotazioni pseudoscentifiche, faccia da supporto alla resistenza difensiva cui tutti noi si deve fare fronte in ogni tentativo di incoraggiare all’aspecismo ed alle sue pratiche.

Si tratta di un peso politico prima ancora che culturale, perché è strettamente e direttamente collegato alle strategie politiche con cui lo Stato forma la sua classe medica, un gigantesco apparato, strutturato come un formicaio, da cui viene diffusa la cultura sanitaria (e quindi anche nutrizionale) ai cittadini.

Su tale tema sappiamo che ci sarebbe parecchio da ridire. A cominciare dall’ingerenza dell’industria bellico-farmaceutica nelle questioni di salute pubblica e per finire con la forma mentis maschilista della “Scienza Medica” stessa, tutto il gigantesco macchinario che si occupa di salute umana non può che risultare un baraccone discutibile, ma in particolare ciò che diventa un macigno inamovibile è la - probabilmente voluta - totale ignoranza in merito alla nutrizione umana, nonostante ormai si sappia essere alla base di qualsiasi voglia aspirazione di salute.

Sono stata curata per il diabete presso un centro di prevenzione del diabete dove di nutrizione non sapevano quasi nulla, dove addirittura a stento si conoscevano alimenti considerati esotici come l’ignoto sesamo, dove il cous cous è un legume, e dove di interazione degli alimenti tra loro rispetto al metabolismo umano si sapeva ancora meno: un panorama desolante.
Ancora personalmente ho assistito a grigliate di carne per festeggiare il centro oncologico di un ospedale, conosciuto fiumi di malati oncologici cui di alimentazione non si parla neanche, visto reparti di allegorlogia dove quel che inserisci nel corpo attraverso la bocca non conta nulla, nonché portato a compimento gravidanze vegan guardate con occhi stupiti e approsimativi, dove il massimo della conoscenza possibile si rivelava in una ricetta per integratori vitaminici generici. Ancora ho conosciuto pediatri che arbitrariamente invocavano il demonio per l’alimentazione veg*ana piuttosto che al contrario la senteziavano come salutista a prescindere, senza chiederti se per caso mangi solo patatine fritte. Una sfilza infinita di esempi, comprensiva di operati cardiopatici cui non viene imposta alcuna dieta seria preferenziale e che quindi continuano ingenuamente a mangiare ogni animale esistente, in ogni forma, con ogni derivato, ad ogni pasto, convinti che la formula per risparmiarsi la salute consti in “mangiare di tutto, basta non mangiarne troppo”.

Ovviamente dopo un po’ mi sono chiesta come mai uno stato di simile ed intollerabile ignoranza a danno esclusivo dei pazienti-cittadini regnasse sovrana ed ho scoperto che in Italia non esiste alcuna formazione propedeutica, basilare, necessaria oramai alla classe medica, in materia di nutrizione umana.

Ci si laurea in medicina specializzandosi nelle più disparate competenze mediche, spesso senza che nessuno ti abbia spiegato ad esempio che lo zucchero per gli umani è letteralmente un veleno.
E cara grazia quindi se i medici approfondiscono le tematiche legate alla loro specializzazione in fatto di nutrizione, sta al paziente cittadino rincorrere il medico meno ignorante e sperare in bene.

Questo è diritto alla salute?

E sopratutto: possiamo davvero credere di competere con un millenario sistema educativo che genera migliaia di medici ogni anno, se questo li mantiene nella più bieca ignoranza, cercando di convincere sessanta milioni di italiani che “vegan si può”, solo perché noi (una esigua minoranza con anche ovvie problematiche di salute) come fenomeni da baraccone, ci prodighiamo in balletti e piroette per dimostrare quanto stiamo bene? Possiamo davvero vincere questa battaglia contro una cultura millenaria se la classe medica - benché ormai la scienza medica avvalori le nostre tesi attraverso i crescenti studi - di fatto ci è avversa?
Diventa infinitamente più difficile sostenere l’etica della scelta vegan e dell’antispecismo se continua ad aleggiare nell’aria l’idea che si tratti di una forzatura per martiri che vanno contro i propri basilari interessi di salute, e poiché la lotta in realtà è tutta contro le lobby dello sfruttamento (prima ancora che contro i singoli individui), è necessario a mio avviso ridurre la forza di questo paletto che rende i singoli individui ancora più resistenti, per non sprecare forze che andrebbero anzi meglio dedicate ad arginare la forza dei gruppi di potere implicati nello sfruttamento animale.

Bisogna quindi agire di fatto in direzione dell’interesse per la salute umana svilppando una cultura sulla nutrizione umana a partire dalla base formativa, al passo con i tempi. Se anche - e di sicuro - per ora non otteremmo certo molti medici che propongono la nutrizione vegan come la migliore al mondo, qualcuno inizierebbe ad esserci, quanto meno avremmo medici incapaci di sostenerla come impossibile e deleteria, ma sopratutto medici impossibilitati a diffondere l’informazione più dannosa in assoluto, e cioè che gli umani devono mangiare carne.
Ciò innescherebbe un meccanismo di sviluppo e diffusione delle informazioni anche su vegetarianesimo e veganesimo - pratiche nutrizionali sempre più diffuse e con cui i medici iniziano a sentire di dovere fare i conti - che necessariamente si trascinerebbe dietro la trattazione delle più complesse ed ostiche argomentazioni etiche, con una spinta centrifuga che noi da soli, pochi attivisti, non possiamo dare.

Sostengo quindi che sarebbe opportuno lavorare con metodo per ottenere una riforma della formazione basilare medica in tale direzione, anche se appunto, si tratterebbe di un investimento che in parte ottiene come risultato, lo sfruttamento di un argomento indiretto ed i cui effetti si vedrebbero non certo nell’immediato o con il preciso fiorire di una propaganda del tutto favorevole al veg*anesimo di frotte di medici militanti.
Al lato pratico, data la presenza di medici e competenze affini dentro al nostro movimento, non dovrebbe essere difficile sviluppare un progetto che miri a tale riforma. Una volta sviluppato, esso andrebbe proposto alle figure politiche aperte alle riforme - aperte anche a riforme che violano gli interessi di lobby, ovviamente quindi non sto pensando a nessuno che bazzichi l’area dell’attuale governo - lasciando serenamente che l’attenzione cada anche sulla questione salutistica, sul diritto alla salute negato, senza temerne svantaggi.

Io ipotizzo che queste istanze verrebbero accolte e sostenute in maniera sempre più credibile e determinata.

Spero che su questa mia proposta si apra una via, o quanto meno un dibattito.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Lunedì, 18 Febbraio 2013 15:45

Riformismo e abolizionismo - di Martin Balluch

Riformismo e abolizionismo 
Quale tipo di campagna per i diritti animali? 
di Martin Balluch

da: "Liberazioni", anno II, n.6, autunno 2011

traduzione dall'inglese di Eva Melodia


Benessere animale e diritti animali

Diritti animali e benessere animale sono fondamentalmente diversi. Il benessere animale compare per la prima volta nella storia moderna in scritti della metà del diciottesimo secolo. Il primo gruppo per il benessere animale, l’inglese RSPCA[1], è stato fondato nel 1824; il primo in Austria, il WTV[2], a Vienna nel 1846. La prima legge austriaca sugli animali è stata introdotta nello stesso anno. Il benessere animale è motivato dalla compassione e dall’empatia. Il suo obiettivo è quello di ridurre la sofferenza degli animali al minimo “necessario”. I primi gruppi animalisti lavorarono soprattutto sul come aiutare gli animali bisognosi, specialmente a favore dei cosiddetti animali domestici, cioè di quegli animali che vivono in famiglie umane come animali da compagnia. L’uccisione degli animali non è considerata un problema da chi si batte per il loro benessere[3]. Se l’uccisione avviene in modo indolore, la questione non assume alcuna rilevanza etica. Il paradigma secondo cui gli animali esistono per essere utilizzati dagli esseri umani non è qui messo in discussione. Fintanto che lo sfruttamento è messo in atto “umanamente”, non è sbagliato. Chi lotta per il benessere animale non mette in discussione il rapporto uomo-animale nel suo complesso; intende alleviare la sofferenza senza cambiare la società: ha, cioè, un obiettivo sociale e non politico. Il welfarismo chiede agli umani di essere buoni, di essere gentili con gli animali, di mostrare empatia e compassione.

L’ideologia dei diritti animali è molto diversa. I diritti animali esigono che tutti gli esseri umani riconoscano pari diritti agli animali non umani e che li rispettino. Il valore degli animali non è determinato dall’uso che l’uomo può farne, dalla loro utilità. Il singolo animale da oggetto diventa soggetto, da cosa  persona. Le prime idee in questa direzione sono state sviluppate da Lewis Gompertz nel XIX secolo. Alla fine dello stesso secolo, Henry S. Salt fondò la prima organizzazione per i diritti animali, la Humanitarian League. L’ideologia dei diritti animali non vuole ridurre al minimo “necessario” la sofferenza, quantopromuovere i diritti fondamentali di tutti gli animali,  garantire la loro autonomia, affinché possano determinare da soli la loro vita. L'uccisione di animali diventa così un tema centrale. Nessun atto limita l'autonomia di un animale più dell’ucciderlo specialmente se in modo violento. L’ideologia dei diritti animali cambiare intende modificare il rapporto uomo-animale alle radici. Il movimento corrispondente è soprattutto politico. La sua richiesta è la giustizia e la sua motivazione è combattere l'ingiustizia di questo mondo.

 

Dal benessere animale ai diritti animali

 

Da questa analisi possiamo concludere che il movimento per i diritti animali differisce così tanto da quello per il benessere animale che il percorso che porta verso l’uno sia fin dall’inizio altrettanto diverso da quello che conduce all’altro. Come potrebbe mai condurre ai diritti animali pensare in termini di benessere animale, senza che sia messo in discussione il paradigma fondante secondo cui gli animali non umani esistono per i bisogni umani? E, ancora, non sono proprio le buone pratiche del benessere animale, dell’allevamento “etico” e dell’uccisione “umanitaria”, ciò che di fatto soffoca ogni ulteriore riflessione critica sull’argomento?

Tuttavia, la questione non è così semplice. Un indizio in questo senso viene dal fatto che il primo teorico dei diritti animali, Lewis Gompertz, il quale auspicava che il veganismo (pur senza dargli tale nome) si estendesse a tutta l’umanità, fu anche co-fondatore della prima associazione per il benessere animale, la RSPCA. Ma senza andare troppo lontano: la prima ragione per cui vi siete trovati a riflettere su questi argomenti non è stata innescata proprio da empatia e compassione, quella che avete provato quando avete assistito all’abuso nei confronti degli animali? Non è proprio il potere di quei sentimenti a spingere verso una riflessione più profonda e, infine, a condurre ai diritti animali? Ad oggi, gli attivisti per i diritti animali non sono forse quasi tutti ancora influenzati da tali sentimenti, quando aiutano gli animali in difficoltà,fanno volontariato nei rifugi e non riescono a divertirsi e a rilassarsi nel tempo libero perché assillati dal  pensiero che gli animali soffrono per mano nostra? Sarebbe possibile, psicologicamente, sacrificare tutta la vita alla causa dei diritti animali se la compassione e l’empatia non ci spingessero a farlo? Non è un dato di fatto che quasi tutte le persone che diventano vegane iniziano riducendo la carne o attraverso un periodo di transizione durante il quale consumano tutta la gamma di prodotti derivati da animali liberi, o rimanendo per un po’ vegetariani (dieta ancora basata sull’uso di animali)? Tutto ciò non significa forse che la differenza filosofica fondamentale tra benessere animale e diritti animali ci fa immaginare un divario ideologico che di fatto non esiste nella realtà psicologica?

Un’altra osservazione spinge anch’essa in questa direzione. Ad oggi, le leggi austriache sugli animali si sono già lasciate alle spalle gli ideali del benessere animale di cui abbiamo parlato. Vediamo alcuni esempi di leggi che vietano in certi ambiti anche l’ utilizzo più “umano” degli animali non umani:

 

• § 6 (2) Legge sugli Animali: Cani e gatti non possono essere utilizzati per la produzione di qualsiasi prodotto animale come pellicce o carne.

• § 25 (5) Legge sugli Animali: È vietato detenere un animale ai fini della produzione di pellicce.

• § 27 (1) Legge sugli Animali: È vietato detenere o utilizzare qualsiasi animale in qualsiasi modo, fatta eccezione per gli animali domestici, in un circo, anche se tali animali non vengono utilizzati a fini di lucro.

•          § 3 (6) Legge sulla sperimentazione animale: È vietato utilizzare qualsiasi specie di primate non umano, cioè scimpanzé, bonobo, gorilla, orangutan e gibbone, in qualsiasi esperimento se questo non nell'interesse del singolo animale. Altre leggi inoltre modificano effettivamente il rapporto uomo-animale nella società e minano il paradigma secondo cui gli animali esistono affinché gli esseri umani possano utilizzarli a loro piacimento:

• § Legge 285 bis del codice civile: Gli animali non sono cose.

• Costituzione: Lo Stato protegge la vita e il benessere degli animali quali coabitanti degli umani.

•          § 41 Legge sugli animali: In ogni Provincia devono essere istituite avvocature per gli animali finanziate dalla Provincia stessa, che possano essere coinvolte in tutti i casi legali in materia di diritto degli animali (ad esempio, tali avvocature possono accedere a tutti i documenti del tribunale, possono convocare testimoni, presentare dichiarazioni di esperti e procedere a ricorsi contro le sentenze in nome degli animali coinvolti).E in Austria ci sono già leggi che vietano esplicitamente l'uccisione di animali, anche qualora venga attuata in modo indolore e “umanamente”:

 

• § Legge 6 (1) sugli animali: È proibito uccidere qualsiasi animale senza motivo.

• § Legge 222 (3) del diritto penale: È vietato uccidere vertebrati senza motivo.

• Costituzione: Lo Stato protegge la vita degli animali quali coabitanti degli umani.

 

Da un punto di vista politico, assistiamo ad una continua transizione da leggi che non limitano in alcun modo l'utilizzo degli animali a leggi completamente animaliste basate sul valore egualitario della vita di ciascun individuo, che è schematizzabile come segue:

 

Nessuna restrizione dell'uso di animali;

 -> Protezione indiretta (il divieto di abusare degli animali quando ciò turba gli esseri umani);

  -> Minima protezione diretta (il divieto di fare soffrire gli animali "eccessivamente");

   -> Protezione rilevante di animali economicamente irrilevanti ("animali da compagnia");

    -> Restrizione rilevante sull’utilizzo economico degli animali (ad esempio, divieto dell’uso di gabbie);

     -> Misure radicali di restrizione sull’utilizzo economico di animali (ad esempio, solo all'aperto);

      -> Divieto di uccidere;

       -> "Diritti deboli" (secondo la definizione di Mary Midgley);

        -> Diritto semplice: fare in modo che la legislazione sugli animali venga applicata;

          -> Diritti fondamentali per alcuni animali (ad esempio, il Great Ape Project);

           -> Diritti fondamentali per tutti gli animali;

            -> Pari valore della vita e della sofferenza di tutti gli animali (incluso l'uomo).

 

Da ciò deriva che, mentre vi è un profondo abisso filosofico tra welfarismo e diritti animali, psicologicamente e politicamente è riscontrabile invece una continuità. Questo significa da un lato che è almeno possibile, se non probabile, che una persona si sviluppi psicologicamente emancipandosi dall’utilizzo di animali, passando per il welfare, per abbracciare i diritti animali. E, dall’altro, si dimostra che è perlomeno possibile – anche se ancora non abbiamo a disposizione dati che rendano tale conclusione probabile – che la società si sviluppi politicamente emancipandosi dall’uso degli animali a partire dal benessere animale per sancire i diritti animali. Il minimo che in questa fase storica possiamo affermare è che un tale sviluppo non  può essere escluso a priori.

 

Il modo più semplice per vivere: consumare prodotti di animali da allevamento

 

L’esperienza di decenni di campagne di sensibilizzazione al veganesimo ci mostra quanto sia difficile raggiungere la persona media attraverso messaggi incentrati sui diritti animali. Il modo più semplice per condurre qualcuno alla scelta vegana è quello di esporlo ad un ambiente sociale vegano. I gruppi di animalisti sanno bene, infatti, che spesso i nuovi attivisti non sono vegani quando si avvicinano all’attivismo. In generale, però, anche senza fornire argomenti razionali, le persone attive all'interno di un gruppo vegano inizieranno presto a vivere da vegani senza necessità di un innesco esterno. Per animali sociali come gli esseri umani l'ambiente sociale ha una influenza molto forte sul loro comportamento. Questo significa che in una società strettamente specista come la nostra quasi tutti coloro che vi crescono e vivono saranno specisti nel loro modo di pensare e di agire e sarà molto difficile cambiare tale dato di fatto, soprattutto ricorrendo esclusivamente ad argomenti razionali.

Immaginate che tali persone speciste siano improvvisamente influenzate da un servizio sui media, o ad una Summerfest vegan visitata di passaggio, o da una lunga chiacchierata in una fattoria vegana, ecc., diventando consapevoli del problema e quindi disposte ad una svolta vegana. Ciò che frequentemente accade è che questo effetto non dura a lungo e che, non importa quanto siano state convinte della scelta vegana, prima o poi ricominciano a cibarsi di prodotti di origine animale. Perché?

In una società strettamente specista come la nostra serve molta energia per essere vegani. C'è la pressione psicologica esercitata dal non essere più considerati “normali”, dallo spiccare all’interno della società. Improvvisamente ci si ritrova ad essere in conflitto con il proprio gruppo di appartenenza e con la propria famiglia: da un lato, quando improvvisamente inizierete a prestare attenzione a ciò che mangiate o comprate, o a leggere ogni dettaglio sull’etichetta di un prodotto, vi considereranno complicati o anche fondamentalisti; dall’altro, potrebbero semplicemente sentirsi criticati dal vostro comportamento: dopo tutto, vi rifiutate di mangiare, per motivi etici, la stessa cosa che mangiano loro.

Ma i problemi non finiscono qui. Sul posto di lavoro, nel tempo libero, durante la spesa quotidiana, nei ristoranti, ecc., per tutto il tempo la scelta vegana richiede una considerevole quantità di energia per giustificare quello che si fa, per porre domande scomode, per fare innervosire gli altri, per non comprare qualcosa come invece si avrebbe voluto e non acquistare ciò che è più economico e semplice da reperire. Continuamente si disperde più tempo ed energia di quella altrimenti necessaria e questo finisce per logorare la motivazione originale anche nella persona più determinata. In aggiunta, anche se si investe così tanto, non sembra di ottenere niente in cambio! Il numero di animali macellati non diminuisce e la società non sembra cambiare di una virgola. Lentamente, la motivazione originale si spegne fino ad appiattirsi sul livello del mainstream e ci si lascia nel trasportare dal flusso. L’esperienza vegana ha così termine e rimane in attesa di giorni migliori. Questo accadrà soprattutto in tempi di crisi, o quando si verificano grandi cambiamenti nella vita, ad esempio quando si cambia il lavoro o il partner, quando si mette su famiglia o si trasloca. Lo stress aggiuntivo e il fatto che improvvisamente alcuni altri importanti aspetti della vita richiedono tutta l’attenzione possono allontanare dal veganismo; on si ha più la motivazione per investirvi così tanto tempo ed energia.

 

Tali osservazioni possono essere rese più chiare immagine dal seguente schema:

 

Ipotesi della stabilità

 

Il sistema (politico, economico) determina la struttura della curva

 

Vivere fuori dall’avvallamento della curva costa energia, si “rotola indietro” se non si investe ->

È necessaria una notevole dose di motivazione; non è sostenibile e stabile a lungo termine

-> il sistema deve cambiare: atteggiamenti sociali, disponibilità di prodotti vegan, leggi…!

 

 

Il modo in cui la società è organizzata, il sistema, modifica la continuità lineare da un uso illimitato degli animali attraverso il benessere animale fino ai diritti animali (sopra) in una superficie strutturata (sotto). I singoli esseri umani possono essere considerati come sfere su tale superficie. Senza apporto di energia supplementare, le sfere finiscono rapidamente nell’avvallamento. Nella nostra società ciò significa consumare prodotti industriali di animali da allevamento. Prendiamo, ad esempio, qualcuno che voglia divertirsi assistendo a combattimenti clandestini o alla tortura di animali. In tal caso costui o costei si muove verso il picco in alto a sinistra. Poiché tali attività sono illegali e reputazione sono sanzionate socialmente, ci vuole molta energia per resistere in quella posizione e,infatti, il picco è molto ripido. C’è bisogno di essere fortemente motivati per rimanere in quel punto. Se si perdesse interesse, presto si tornerebbe nell’avvallamento.

D'altra parte, se una persona  intende muoversi verso l'utilizzo di prodotti organici di origine animale di tipo free-range, o anche verso il vegetarianismo o il veganismo, significa che si sposta sulla curva verso destra. Ma si muove anche verso l'alto e, se intende rimanere lì o spostarsi ulteriormente verso destra, allora necessita di una quantità sempre maggiore di energia. Coloro che non possono sostenere un simile dispendio di energia, che perdono la determinazione ad investire così tanto e a nuotare continuamente contro corrente, semplicemente rotoleranno indietro. Se ci si muove con la massa, si finisce per conformarsi e consumare prodotti di origine animale derivati dallallevamento industriale,, di che è gran lunga il modo di vivere più semplice e il meno dispendioso in termini di tempo.

 

Verso una società vegana attraverso il cambiamento di sistema

 

Perché abbia un effetto politico sulla società, un evento singolare come quello di una persona che diventa vegana dovrebbe avvenire in massa. In Austria, ogni anno 80.000 persone muoiono e sempre circa 80.000 persone nascono o vi si trasferiscono. Pertanto per cambiare la società in questo modo, ci dovrebbe essere un tasso annuo di persone che diventano vegane molto superiore al numero indicato. In realtà, siamo ben lontani da questo. Il primo ristorante vegetariano etico è stato inaugurato in Austria nel 1878. Da allora, e soprattutto intorno al 1900, ci sono stati molti individui e gruppi che hanno cercato di convincere altre persone ad optare per una dieta a base vegetale, ma con tutti i loro sforzi, non ci sono ancora riusciti. Centotrenta anni di campagne affinché gli umani diveissero vegetariani o vegani non hanno avuto alcun impatto significativo sulla società. Sembrerebbe che la pressione della nostra società specista impedisca che un numero sufficiente grande di persone diventi vegano e lo rimanga abbastanza a lungo per poterla cambiare. Dopo 130 anni di tentativi, nessuna rivoluzione vegana è in vista. E non vi sono segnali di un imminente cambiamento in tal senso.

Uno studio commissionato nel 2004 all’IFES[4] in Austria conferma questa osservazione. Quando agli intervistati è stato chiesto se erano d'accordo con il divieto di mettere in gabbia le galline ovaiole, l'86% ha risposto che avrebbe voluto che questa pratica fosse vietata, ma allo stesso tempo l'80% delle uova che vengono acquistate in Austria provengono da aziende agricole che allevano in batteria. Evidentemente, nonostante la maggior parte delle persone fosse già convinta che l'ingabbiamento delle galline costituisca una fattispecie di maltrattamento e quindi non sia etico, ha continuato a comprare proprio quei prodotti che apparentemente disapprovava. Tutto ciò non perché non fossero consapevoli. Al contrario lo erano, ad esempio quando venivano intervistati nei supermercati. Di fatto, le uova provenienti da allevamento in gabbia sono chiaramente etichettate, sull'uovo e sulla confezione. La spiegazione risiede semplicemente nel fatto che le uova provenienti da allevamento in batteria erano facilmente disponibili, più economiche, presenti in tutti i prodotti come pasta e dolci, e puntualmente servite in ristoranti e alberghi. Evitare le uova provenienti da sistemi in batteria avrebbe richiesto molta energia e il pubblico non era preparato ad investirla, soprattutto perché molti di quelli che lo hanno fatto non hanno poi riscontrato alcun cambiamento significativo nella società e ben presto, anche solo per questo motivo, hanno rinunciato abbandonato la loro precedente scelta. Se si decide di optare per il modo più semplice di vivere e si decide di muoversi con la massa, si devono consumare uova di batteria, i senza tener conto  delle proprie opinioni né se tale comportamento sia etico o se vada vietato.

Il movimento animalista, però, può anche utilizzare a proprio vantaggio questa tendenza maggioritaria quella di muoversi con la massa e di vivere lo stile di vita più semplice. Abbiamo già osservato come il modo più diretto per convincere le persone alla scelta vegana è quello di esporle ad un ambiente sociale vegano. Le sette religiose utilizzano questa caratteristica degli animali sociali per formare gruppi affiatati, separati dal mondo esterno, e all’interno dei quali la setta è in grado di  mantenere uno stile di vita considerato bizzarro dal resto della società. Se i membri della setta rimanessero inseriti nella società normale, non sarebbero in grado di sostenere le loro scelte. Il movimento animalista, tuttavia, non ha la propria ragione di esistere nella sola creazione di alcune piccole comunità vegane all'interno di grandi società. Il movimento vuole cambiare la società nella sua interezza. Come realizzare tale obiettivo?

Consieriamo i dati. Nel 1996, il movimento austriaco per i diritti animali decise di avviare una campagna contro i circhi con animali selvatici. A quel tempo, la maggior parte delle persone probabilmente non si interessava dell’argomento; per quanto riguarda la restante minoranza, la maggioranza era sicuramente a favore dei circhi con animali selvatici e non vedeva alcun motivo per cui condannare eticamente questa tradizione. Allo stesso modo anche i media circhi erano favorevoli. Nel 2005 è stato introdotto il divieto di circhi con animali selvatici e, come conseguenza, in Austria scomparvero i circhi con animali selvatici, né fu permesso che ne arrivassero dall’estero. Da quell'anno, nessuno in Austria può più assistere ad uno show circense con animali selvatici.

E nessuno ne sente la mancanza! La campagna ha avuto un successo del 100% per quanto riguarda il cambio di comportamento degli austriaci. Tuttavia, durante la campagna  nessuno ha cercato di cambiare la mente delle persone. La strategia non è mai stata questa. La campagna ha semplicemente rimosso i circhi dall’Austria. Pur non avendo cambiato le menti delle persone, ciò ne ha comunque cambiato il comportamento. Invece di andare al circo, la gente ha cominciato a passare il tempo libero con i propri figli in modo modi differenti. Il cambiamento di sistema – nessun circo con animali selvatici – ha portato ad un cambiamento del 100% nel comportamento. Nello schema precedente, ciò significa spostare l’avvallamento più a destra verso il benessere animale. Il modo più semplice di vivere diventa quello con circhi senza animali selvatici. Se ancora qualcuno ci volesse andare, dovrebbe  andare all’estero. Sostenere questo modo di vita, cioè assistere a spettacoli circensi con animali selvatici, significherebbe un enorme investimento in termini di energia, che quasi nessuno è disposto a fare.

Ma gli effetti del cambiamento di sistema vanno oltre. Già oggi, i media hanno cominciato a esprimersi negativamente sui circhi stranieri con animali selvatici. Le regole della socializzazione, come delineato in precedenza, implicano che dopo una o due generazioni cresciute in una società in cui i circhi con animali selvatici sono stati vietati per motivi etici, anche gli atteggiamenti cambiano. I circhi con animali selvatici sono considerati come forme di abuso da risalenti ad un tempo ormai passato, quando meno minore era il rispetto per gli animali. In Austria questa posizione è sempre più frequente.

Ecco un altro esempio a sostegno di questa tesi. Diamo un'occhiata alla campagna contro le uova provenienti da allevamenti in batteria. Nel 2005 il movimento animalista ha deciso di lanciare una campagna per bandire le uova provenienti da tali allevamenti dagli scaffali di tutti i supermercati austriaci. All’epoca l'86% della popolazione considerava l'allevamento in batteria come immorale, ma solo il 20% agiva di conseguenza non acquistando queste uova. La campagna, di nuovo, non aveva lo scopo di cambiare la mente delle persone. Sarebbe stato inutile, poiché, dopo tutto, molte persone erano già contrarie all’allevamento in batteria. Così, la campagna ha attaccato supermercati e negozi che vendevano uova prodotte in batteria. Ed ha avuto successo. Dal 2007 in Austria è diventato impossibile acquistare qualsiasi tipo di uova provenienti da batteria, incluse quelle prodotte in sistemi con gabbie “arricchite”[5].

Cosa è accaduto ai consumatori? Si sono adattati rapidamente. Nessuno ha sentito la mancanza delle uova prodotte in batteria. A quel punto, il modo più semplice di vivere era non acquistare tali uova. Ed è esattamente quello che è successo. La campagna, di nuovo, non ha cambiato il modo di pensare di nessuno, ma il cambiamento del sistema ha avuto un successo del 100% nel modificare il comportamento delle persone: nessuno ha più acquistato le uova prodotte in batteria.

I dati riportati forniscono chiari elementi di prova: mentre il tentativo di cambiare la mente delle persone ha un successo limitato e poca influenza sul loro comportamento, cambiare il sistema porta a un successo del 100% nel modificare i comportamenti. Applicando questi risultati al veganismo, dobbiamo concludere che gli attivisti politici del movimento per i diritti animali dovrebbero in primo luogo cercare di cambiare il sistema e non le menti delle persone. Quest'ultima strategia è semplicemente senza speranza. Se si persegue tale obiettivo in maniera esclusiva, non si otterrà alcun effetto sulla società nel suo insieme.

un Consideriamo il seguente esempio. Supponiamo di voler sottrarre un pezzo di terra al mare, per creare un nuovo spazio abitabile. Cercare di modificare la mente delle persone è come cercare di rimuovere l'acqua del mare con un cucchiaio. Si potrebbe arrivare a una qualche riduzione del livello dell’acqua, ma il quadro generale non cambierebbe. Non si raggiungerebbe mai un numero sufficiente di persone che, rimuuovendo l’acqua con i cucchiai, potesse far emergere la terraferma. In questo caso, si potrebbe ottenere un cambiamento di sistema, ad esempio, ricorrendo ad un escavatore per costruire una diga. A questo punto l'acqua sulla terra si troverebbe isolata da quella del mare. Il sistema è cambiato. Non dobbiamo più rimuovere l’acqua, dobbiamo solo lasciare che la natura faccia il suo corso e aspettare il tempo necessario perché l'acqua si asciughi così da poter utilizzare la terra. Il cambiamento di sistema non è avvenuto rimuovendo le singole gocce, ma attuando un cambiamento duraturo dell’insieme.

Nello schema precedente della superficie strutturata, un cambiamento del sistema significa spostare l’avvallamento a destra. Se ci riusciamo, allora le persone seguiranno il cambiamento, rotoleranno verso il nuovo avvallamento, comportandosi in modo diverso, senza che si debba convincerle una dopo l’altra. Che le uova in batteria non siano più disponibili è, ad esempio, uno spostamento dell’avvallamento verso destra nella direzione in cui le uova da fienile diventando la norma, le quali rappresentano un miglioramento del benessere degli animali. In definitiva, dobbiamo puntare allo spostamento dell’avvallamento a destra verso i diritti animali e il veganismo. Quando non ci saranno più prodotti non-vegani disponibili, allora la gente diventerà automaticamente vegana e in poche generazioni questo sarà l'atteggiamento accettato dalla società nel suo complesso.

 

Cambiare il sistema indebolendo le industrie animali

 

Come si può spingere l’intero sistema verso il veganismo? In una democrazia parlamentare, in linea di principio la popolazione può decidere in che direzione il sistema debba muoversi. In realtà, e tanto più dal momento che la nostra società è basata su una democrazia rappresentativa e non diretta, la cosa non è così facile. La gente può votare ogni cinque anni e solo scegliendo alcuni rappresentati manciata tra un numero limitato di persone o partiti. Vale a dire che votando essi vanno a sostenere un intero complesso di idee e non soltanto una.

Una volta mandati al governo, i nostri rappresentanti possono non comportarsi esattamente  come avremmo voluto, e, se le loro decisioni si discostano parecchio dal nostro punto di vista, può scatenarsi uno scandalo. Maggiore è lo scandalo, maggiore è l'insoddisfazione della gente e più è probabile che il partito al governo non venga rieletto. Quindi i governi sono molto cauti nello scatenare conflitti con la società. Vogliono evitarli. Se ne scoppia uno, cercano di risolvere il problema. D'altra parte, se non ci sono conflitti, se tutto è tranquillo, se la critica ha assunto toni tolleranti e amichevoli, significa che non ci può essere molta insoddisfazione, quindi il governo non promuove  alcun cambiamento per garantirsi la rielezione.

Di conseguenza, i cambiamenti nel sistema avvengono soltanto attraverso conflitti sociali. Tutto inizia con un solo segmento della società che, decisamente insoddisfatto dello status quo in un determinato ambito, quindi inizia a sollevare un polverone. Se il polverone cresce fino a diventare un conflitto vero e proprio, il governo dovrà reagire. Il governo infatti ha bisogno di tenere il conflitto sotto controllo in modo da non rischiare una degenerazione e, alla fine, essere rimosso dall'incarico. In un conflitto tra due parti ciò significa che il governo sarà dalla parte di coloro che sono maggiormente in grado di esasperare il conflitto, di scatenare più scalpore, di esercitare la maggiore pressione politica. Ovviamente può essere di vitale importanza che l’opinione pubblica si schieri per una o per l'altra parte. L’agitazione mossa da uno degli schieramenti crea molta più pressione politica se agli occhi dell’opinione pubblica la loro è una causa giusta. Nella questione animale, il conflitto è tra il movimento animalista e coloro che sfruttano gli animali. Chiamiamo questa fazione  industria animale. Il conflitto sociale per un cambiamento di sistema che contempli la fine dello sfruttamento degli animali, vale a dire il veganismo, è un conflitto diretto tra il movimento animalista e l’industria animale. La parte che è in grado di produrre più pressione politica sarà quella che alla fine vincerà. All’inizio l’opinione pubblica risulta indifferente ed è il bersaglio della guerra di propaganda tra le due fazioni. Ognuno cerca di tirare il pubblico dalla propria parte. Dal momento che l’industria animale è molto potente e politicamente influente, realizzare cambiamenti del sistema contro la sua volontà è molto difficile, anche se non impossibile. È molto importante distinguere a questo punto tra l’industria animale che è nemica del cambiamento, l’opinione pubblica in veste di osservatore per la cui simpatia entrambe le fazioni si battono, e il governo, il giudice per così dire, che entrambe le parti cercano di condizionare con la pressione politica che sono in grado di esercitare.

Quando si riflette sulla teoria politica, è di vitale importanza basare le proprie idee sui dati e sull'esperienza diretta per stabilire se stiamo ancora parlando della realtà piuttosto che di sogno o finzione. La politica è l'arte di cambiare la società. La politica è puramente consequenzialista, cioè il suo valore deve essere valutato esclusivamente sulla base delle conseguenze che determina. La buona politica conduce ad una società migliore, la cattiva politica ad una peggiore. Quando si parla di un cambiamento politico ci sono molti parametri che possono non essere considerati ma che possono influenzare il risultato. Quindi un pensiero rigorosamente teorico può molto facilmente portare fuori strada. Come faccio a stabilire se un dato fattore che punta in una certa direzione avrà più o meno effetto rispetto ad un altro che punta altrove? Solo attraverso l'esperienza pratica. Che tipo di esperienza può  essere utile in questo caso? Che cosa dicono i dati a proposito della teoria qui presentata?

La campagna contro i circhi con animali selvatici in Austria era diretta contro i circhi e solo marginalmente nei confronti del pubblico. La tattica era quella di protestare in modo permanente di fronte ad ogni luogo  dove si svolgeva uno spettacolo con animali selvatici, al fine di rovinare il divertimento dei visitatori. Questo approccio conflittuale ben presto ha portato ad una escalation del conflitto. I circensi sono ricorsi alla violenza e hanno aggredito fisicamente molti attivisti in diverse occasioni, a volte molto seriamente e premeditatamente. Il movimento ha reagito con tre attacchi incendiari. Inoltre, i circensi hanno avviato una serie di cause legali contro la campagna, mentre gli attivisti segnalavano le violazioni dei regolamenti alle autorità. Dopo sei anni, ogni singolo circo con animali selvatici aveva dichiarato fallimento. Il governo fino a quel momento non aveva reagito, dato che il conflitto non aveva mai raggiunto una soglia rilevante in termini di gravità, né l’opinione pubblica o i media avevano prestato molta attenzione alla questione.

Alla fine i circi con animali selvatici sono stati banditi. Senza alcuna opposizione è stato facile introdurre un divieto. In questo conflitto, indebolendo e, infine, abolendo completamente le industrie animali, sono stati conquistati un divieto e un cambiamento permanente del sistema.

Un altro esempio da considerare è la campagna contro gli allevamenti di galline in batteria. In questo settore le industrie animali erano molto potenti e non potevano essere affrontate direttamente. Con la minaccia di un disastro economico, di incrementare la disoccupazione, di chiudere importanti industrie a livello locale e di scatenare una drastica riduzione nel pagamento delle imposte, la loro influenza sui governi locali, regionali e federali era enorme e il movimento non sufficientemente forte per scontrarsi con loro. Per ciò che concerneva l’opinione pubblica, però, il movimento non doveva ripartire da zero. Per decenni questa era informata che gli allevamenti in batteria sono esempi perfetti di maltrattamento di animali. Anche i libri per bambini ne parlavano e in tutte le scuole l’allevamento in batteria è stato un argomento di discussione. Per questo motivo, nel 2004, già l’86% dell’opinione pubblica era favorevole a vietare l’allevamento in batteria.

Tutto ciò da solo, però, non avrebbe cambiato nulla. Come detto in precedenza, l'80% delle persone continuavano ad acquistare uova prodotte in batteria ed il governo non aveva alcun motivo di agire, poiché apparentemente non vi era alcun conflitto. In questa situazione, il movimento animalista ha deciso di iniziare una campagna per abolire le gabbie da batteria, ossia per promuovere il divieto di  ogni forma di questo tipo di ingabbiamento, tra cui le cosiddette gabbie “arricchite”. In Parlamento la situazione era favorevole visto che i socialisti ed i verdi all’opposizione raggiungevano insieme quasi il 50% dei parlamentari. Contro questa coalizione solo i conservatori al governo si sarebbero opposti, spinti dalla pressione politica della potente industria dell’allevamento in batteria.

È per questo che il movimento si concentrò sui conservatori e li boicottò in tre elezioni successive (due provinciali e una presidenziale). Molti manifesti di propaganda elettorale dei conservatori vennero rimossi o resi illeggibili mentre quelli anti-conservatori  venivano lasciati ovunque. L’operazione risultò così efficace che i conservatori pagarono agenzie di sicurezza notturna per salvaguardare i propri manifesti e in effetti si verificarono una serie di scontri con gli attivisti. Inoltre, gli attivisti iniziarono a disturbare tutti i comizi elettorali conservatori ed organizzarono una campagna anti-conservatori caratterizzata da un messaggio inequivocabile: coloro che votano per i conservatori votano a favore dell’allevamento in batteria. Al culmine di questo conflitto, il giorno prima delle elezioni in una provincia, il leader del partito conservatore saltò giù dal palco dove stava tenendo il suo ultimo discorso elettorale e se la prese con l’attivista più vicino, prendendolo a pugni in faccia e strappandogli la bandiera. Il giorno dopo capeggiava la notizia nelle prime pagine di tutti i giornali: il leader del partito conservatore prende a pugni gli attivisti per i diritti animali! Ed il partito conservatore perse il 50% dei voti in quelle elezioni!

In un’altra provincia in cui erano al governo, i conservatori persero la maggioranza e furono scavalcati dai socialisti. Nelle elezioni presidenziali la pressione crescente divenne così forte che il candidato presidenziale dei conservatori si sentì in dovere di sostenere nella sua ultima conferenza stampa di essere personalmente favorevole al divieto di allevare in batteria. Quando persero anche queste elezioni, i conservatori cedettero. La pressione politica del movimento animalista aveva superato l'influenza politica delle industrie animali. Nel 2005, il divieto assoluto dell’uso di qualsiasi gabbia per le galline ovaiole, tra cui anche le gabbie “arricchite”, venne varata in Parlamento e divenne effettiva nel 2009. Tutti coloro che presero parte in prima persona a questa campagna elettorale ritengono che sia stata l’entità della pressione politica esercitata a portare a questa decisione. In un conflitto aperto, con l'aiuto della simpatia e di un ampio consenso dell’opinione pubblica, il movimento ha sconfitto l’industria animale costringendo la potente lobby avicola alla resa. Ciò ha aperto la strada ad un cambiamento di sistema. Oggi in Austria,come detto, nessuno può più acquistare uova di galline allevate in batteria.

Si potrebbero fornire numerosi altri esempi a sostegno di queste affermazioni, come la campagna contro le gabbie dei conigli grazie alla quale il governo è stato costretto a ritirare il compromesso sulle raggiunto sulle gabbie “arricchite” e ad accettare di promulgare un divieto totale entro la fine del 2012. Vi è, però, un altro esempio che vale la pena descrivere più in dettaglio. In una regione nella provincia dell’Alta Austria, la cattura di uccelli canori è una tradizione profondamente radicata, pertanto derubricata dal divieto generale di cattura di animali. Quando in Austria la legge per gli animali questione divenne legge federale, il divieto di cattura di animali fu esteso anche all’Alta Austria. Il governo aveva trascurato il fatto che il divieto di tale pratica in questa regione andava a  rappresentava scontrarsi con una tradizione radicata e contro la potente ed influente lobby dei cacciatori è capace di intimidire tutti i partiti politici. Tuttavia, la sua influenza si estende sì a tutta la provincia, ma non al governo federale. D'altra parte, il movimento animalista è in grado di esercitare molta più pressione politica a livello federale che a quello provinciale delle zone rurali dell'Alta Austria.

Ora, quando il governatore dell'Alta Austria si rese conto che la nuova legge avrebbe vietato la cattura di uccelli anche nella sua provincia, intervenne cercando di indurre il Ministero per le politiche sugli animali ad introdurre nella legge una deroga riguardante la cattura di uccelli canori nell’Alta Austria. Senza alcun’altra influenza, il ministro si decise in tal senso propose la deroga. Al che, il movimento animalista si oppose iniziando una campagna molto conflittuale contro il ministro, che per mesi proseguì con dimostrazioni giornaliere di fronte al suo ufficio e con il boicottaggio di tutte le sue apparizioni pubbliche. Egli infine dovette cedere a queste pressioni rinunciando alla deroga. Il governo provinciale, però, che è tenuto a far sì che le leggi siano rispettate localmente, sotto l’influenza dei cacciatori di uccelli, decise semplicemente di non dare corso alle sue prerogative.

Riassumendo, solo il conflitto politico all'interno della società tra il movimento animalista e l’industria animale può portare alla promulgazione di nuove leggi e controllare che siano effettivamente applicate. La fazione che riesce a raccogliere più favore e ad esercitare maggiore pressione politica, vince. La legge risultante dal conflitto determina il sistema sociale che definisce di fatto come le persone si debbano comportare e come gli animali vengano trattati.

L’opinione dei singoli o della maggioranza della società è di importanza secondaria. Non è stata l’opinione larga costituita dalla schiacciante maggioranza di persone contrarie alle uova prodotte in batteria a proibire questa forma di allevamento o a fermarne la vendita dei prodotti, bensì la pressione politica ed il conseguente cambiamento di sistema hanno mutato la società e la condizione degli animali.


Un cambiamento incrementale di sistema conduce all’affermazione dei diritti animali?


I dati presentati fino ad ora indicano che un cambiamento di sistema può essere ottenuto attraverso un conflitto politico con l’industria animale. Se il sistema cambia, però, è per condurre al veganismo alla fine dell’intera industria animale. Può l’industria animale scomparire completamente grazie ad un processo di vittorie “passo dopo passo” che conducano a riforme incrementali? Da un punto di vista puramente teorico, la continuità psico-politica che va dall’utilizzo degli animali, passando dal benessere animale, fino ai diritti animali suggerisce che ciò è possibile.

Una società senza alcuna restrizione sull’utilizzo di animali considera i non umani come beni, ad uso e consumo degli umani, senza riconoscere loro alcun valore etico. Questo tipo di società non può provare alcuna empatia o compassione per gli animali. Un ottimo esempio è la situazione in austriaca antecedente alla promulgazione della prima legge sugli animali. Storicamente, da quel momento iniziale, si svilupparono gradualmente la compassione verso gli animali e leggi a favore del loro benessere. In questa fase, il vegetarismo etico poté ottenere supporto già a partire dalla fine del XIX secolo. Lentamente, le prime idee sui diritti animali presero forma e, a partire dal 1980, sorse un vivace e fiorente movimento animalista. L'ideologia e il movimento dei diritti animali hanno, dunque, le loro radici politiche e psicologiche nel protezionismo.

Analogamente, il cambiamento persone dei singoli procede in genere dalla compassione e da sentimenti di protezione – che possono anche condurre a un minore consumo di prodotti animali (o, più facilmente, al solo consumo di prodotti derivanti da animali allevati in modo non intensivo) – fino al vegetarismo, ed infine ad una visione pienamente animalista e al veganismo. Psicologicamente, la compassione e il protezionismo sono alla base dell’animalismo.

È possibile fornire dati ulteriori a sostegno di questa tesi. Nel 1998, dopo una lunga e dura campagna di protesta, l'Austria introdusse il divieto di allevare “animali da pelliccia” in sei province. Nelle restanti tre una nuova legge sugli animali limitò l'utilizzo di “questi animali. Era legale solo allevare volpi sul terreno e visoni in luoghi con piscine dove potessero nuotare; le gabbie furono vietate. Tuttavia, questa classica normativa sul benessere animale basata sul concetto di sfruttamento “umano" condusse sette anni più tardi al divieto assoluto di tutti gli allevamenti di “animali da pelliccia”,. Questa legge va ovviamente ben oltre il benessere animale e si spinge in direzione dei diritti animali. Essa afferma che gli animali non umani non esistono per essere sfruttati dagli umani, in quanto il vantaggio di produrre pellicce non giustifica la loro prigionia e uccisione neppure se condotte in modo più “umano”. Anche considerando il divieto di usare gabbie, questa legge è molto più vicina ai diritti animali nel continuum che va dal welfare ai diritti. Eppure, essa nacque sulla base di una vecchia legge sul benessere animale.

Il divieto di allevamento di “animali da pelliccia” mostra che l'industria pellicce basata su questa forma di sfruttamento è indebolita, visto che, almeno in Austria, questo settore produttivo è stato completamente eliminato. D'altra parte, questa legge non ha ridotto la quantità di pellicce vendute in Austria, poiché i pellicciai si sono rivolti al mercato di importazione. Questo significa che il divieto di allevamento di “animali da pelliccia” non può essere interpretato come un progresso nella direzione dei diritti animali?

Il movimento animalista austriaco può indurre un cambiamento diretto solo in Austria, ma la legge austriaca contro le pellicce è diventata un esempio da seguire per diversi altri paesi e ora una qualche forma di divieto al proposito è stata promulgata almeno in Gran Bretagna, Scozia, Galles, Italia, Croazia, Olanda e Svezia. Se un tale divieto è stato introdotto in un numero sempre crescente di paesi e un giorno magari lo sarà in tutta l'Unione Europea, a quel punto potrà essere introdotto anche un divieto di importazione, come quello già esistente che vieta l’importazione di prodotti di cane e gatto, e probabilmente in un futuro ormai prossimo di prodotti di foca. Ciò rappresenterebbe un cambiamento di sistema tale da spingere tutti i cittadini dell'UE a far più uso di pellicce. Non vi è poi alcun motivo per cui altri continenti non possano seguire l'esempio se i rispettivi movimenti per i diritti animali fossero capaci di sufficiente pressione politica da ottenere divieti leggi simili. Alla fine la produzione di pellicce potrebbe cessare in tutto il mondo. In questo senso, la legge austriaca che vieta l’allevamento di “animali da pelliccia” è senza dubbio un primo passo verso la scomparsa della pelliccia come prodotto di consumo, cioè verso la fine dello sfruttamento di qualsiasi animale per la sua pelliccia.

Prendiamo ora in esame il divieto dell’allevamento di galline in batteria. A differenza di quello sugli “animali dapellicce pelliccia”, questo non comporta la cessazione  della produzione di uova in Austria. Tuttavia, tale divieto ha portato comunque ad una riduzione del numero di uova prodotte (e il numero di galline sfruttate) del 35%! Dalla suaintroduzione , infatti, il numero di galline ovaiole in Austria è diminuito proprio del 35%. La ragione di ciò è duplice. In primo luogo, un allevamento estensivo per la produzione di uova può contenere solo circa la metà delle galline allevate in un allevamento in batteria delle stesse dimensioni. Questo perché nell’allevamento estensivo le galline hanno molto più spazio a disposizione e il numero di piani di gabbie impilati l’uno sopra l'altro è minore. Inoltre, poiché le galline possono muoversi liberamente all'interno del capannone, usano molta più energia ottenuta dal cibo per il movimento e la produzione di calore. Quindi, una gallina in un allevamento estensivo ha bisogno di una quantità di cibo doppia rispetto ad una gallina in batteria per produrre la stessa quantità di uova! Ciò implica che la produzione di uova con questo sistema è diventata almeno due volte più costosa.

Il divieto di allevamento in batteria ha avuto come conseguenza una drastica riduzione della quantità di galline coinvolte e un drastico aumento dei costi di produzione. Finora l’industria avicola non ha avuto il coraggio di caricare tale aumento dei costi direttamente sul prezzo delle uova, conspaevole che per i consumatori il fattore più importante per determinare quali prodotti acquistare è il prezzo. Tanto più i prodotti diventano costosi, tanti meno ne verranno acquistati.

Eppure è proprio questo l’effetto che il movimento animalista potrebbe sfruttare a proprio vantaggio. Se il movimento riuscisse, contro la resistenza dell’industria animale, ad introdurre leggi più rigide in materia di animali, leggi che riducano la capacità di produzione ed aumentino i costi di produzione, ciò indebolirebbe fortemente l’industria animale. I consumatori comprerebbero meno i prodotti divenuti più costosi, cambiato senza bisogno che cambi la loro opinione loro circa la giustificabilità etica di un tale acquisto. Carne e uova molto costose diventerebbero beni di lusso da consumare meno frequentemente. L'industria animale sopravvissuta sarebbe così enormemente ridotta e indebolita, e ciò potrebbe risultare, in un successivo conflitto con il movimento animalista, in una minore capacità di influenza e di opposizione ad ulteriori riforme ed all’inasprimento delle restrizioni sulla produzione animale. In questo modo le alternative vegane acquisirebbero una maggiore possibilità di prevalere sul libero mercato eliminare conducendo alla fine dei prodotti di derivazione animale. Per quanto riguarda la carne, la più grande speranza di alternative vegane sta nei sostituti vegetali e nelle colture di cellule muscolari in vitro[6].

Se questo cibo del futuro potesse affermarsi sul mercato, ntrerebbe in concorrenza diretta con la carne animale. Qualora leggi severe sul benessere animale rendessero la produzione di carne animale ancora più costosa, la situazione propizia diventerebbe favorevole e potrebbe permettere alla carne proveniente dall’ingegneria tessutale di vincere la sfida. Ciò accelererebbe ulteriormente il processo di abolizione della produzione animale, dal momento che l’indebolimento delle industrie del settore renderebbe più facile l’approvazione di leggi ancora più restrittive. Se la carne in vitro riuscisse a sradicare completamente i prodotti a base di carne animale, il divieto di ogni forma di allevamento arriverebbe sorgerebbe spontaneamente e così saremmo riusciti a raggiungere quanto prefisso senza che le persone siano prima diventate vegane. In realtà, molte persone potrebbero continuare a mangiare la stessa  quantità di carne, delle fatta con le medesime cellule, ma è prevedibile che la continuità psicologica tra il benessere animale e i diritti animali condurrà ad una modificazione dell’atteggiamento dell’opinione pubblica verso i diritti animali e il veganismo. Quando ogni utilizzo degli animali sarà vietato, i diritti animali saranno immediatamente applicati.


Le riforme sul benessere animale favoriscono il convincimento secondo cui gli animali esistono per gli umani?


Grazie al lavoro del movimento animalista, l’idea di benessere animale ha assunto una valenza positiva che viene utilizzata per scopi pubblicitari. Le industrie animali hanno iniziato a e farne uso per commercializzare i propri prodotti, spesso senza che il loro modo di trattare gli animali abbia effettivamente nulla a che vedere con il benessere di questi ultimi. Di conseguenza, le deboli leggi per il benessere animale, come quelle che garantiscono un po’ più di spazio per le galline in batteria, potrebbero diventare un trampolino di lancio per tale pubblicità senza che le industrie siano danneggiate, dal momento che i cambiamenti che quelle leggi impongono non influenzano in modo significativo i costi di produzione. Tuttavia, questo effetto non va sopravvalutato, poiché le industrie animali farebbero pubblicità comunque e gli effetti della pubblicità di solito non sono duraturi.

È invece un altro aspetto ad essere spesso citato quale argomento contro il riformismo per il benessere animale. Se alcuni prodotti sono venduti come “animal friendly”, soprattutto quando le organizzazioni protezioniste e animaliste li promuovono, in qualche modo i consumatori che si interessano alle questioni degli animali e avrebbero potuto essere convinti da argomenti animalisti  più radicali potrebbero acquietare la loro coscienza e consumare questi prodotti senza pensarci due volte. In questo modo, tali riforme potrebbero ostacolare la diffusione di un messaggio sui diritti animali e sul fatto che lo sfruttamento di animali non umani vada messo in discussione senza sconti.

Se  ciò sia vero, e quanto sia importante, è puramente una questione di psicologia e la questione deve essere risolta da studi sugli effetti dei messaggi pubblicitari. È un dato di fatto che al momento non ci sono dati a supporto di questo convincimento. Non ci sono indicazioni empiriche che questo effetto abbia realmente un impatto significativo sulla società. In effetti, sembrerebbe esserci un effetto opposto, che potrebbe anche avere conseguenze più profonde. Un’immagine positiva del benessere animale, dopo tutto, significa che la compassione e l'empatia per gli animali hanno un valore maggiore, implicando un favore più ampio per ulteriori riforme sul benessere animale. E se le persone si aprono ad un’idea di benessere animale ed alle sue motivazioni di fondo, l'esperienza mostra che hanno probabilità maggiori di pronte cominciare a pensare in termini di diritti animali. Dunque, welfare ed empatia costituiscono la base psicologica per i diritti animali.

Ma analizziamo i dati. In Austria, ogni anno vengono approvate nuove leggi sugli animali. La velocità con cui vengono promulgate queste riforme e il grado con cui aumentano le limitazioni sull’utilizzo degli animali hanno continuato a crescere negli ultimi anni. Certamente, negli ultimi 10 anni sono state introdotte nuove leggi sugli animali che ne limitano l'uso ad un livello impensato. Ricordiamo le restrizioni sugli animali da pelliccia nel 1998, a cui fece seguito il divieto totale nel 2005; ad una legge piuttosto debole sull’utilizzo e la detenzione degli animali selvatici nei circhi ha fatto seguito, 15 anni più tardi, il divieto assoluto; la legge che dal 1988 disciplina la sperimentazione animale è stata aggiornata nel 2006 per includere un divieto totale di tutti gli esperimenti scimmie sui primati non umani; regolamenti su come tenere i conigli per la produzione di carne sono stati introdotti nel 2005, imponendo il divieto dell’utilizzo di gabbie a partire dal 2008, con entrata in vigore entro il 2012; la normativa in materia di allevamento di galline è stata rafforzata nel 1999, di nuovo nel 2003 fino al divieto dell’utilizzo di gabbie nel 2005, reso effettivo nel 2009. Chiaramente, lo sviluppo delle normativa in materia di animali mostra come essa venga promulgata regolarmente e severamente con caratteristiche di sempre maggiore severità. Ciò  conferma la precedente affermazione secondo cui esiste una continuità politica dall’utilizzo degli animali, al benessere animale e, infine, ai diritti animali e che il divieto di alcuni aspetti particolarmente odiosi dello sfruttamento animale porta ad ulteriori restrizioni e ad un incrementato benessere animale che può terminare anche nell’affermazione dei diritti animali, quando una certa pratica viene abolita (come è stato il caso per gli “animali da pelliccia”) o quando la maggior parte delle uccisioni “umane” viene vietata. Una legge sugli animali più restrittiva in un certo settore può anche innescare restrizioni provvedimenti simili in altri settori, come ad esempio nel caso del divieto di uso delle gabbie per le galline ovaiole del 2005 che ha favorito l'introduzione di un divieto analogo per conigli nel 2008.

È possibile che quando sia stato raggiunto un certo standard di benessere questo processo si arresti improvvisamente e che quindi un ulteriore inasprimento delle leggi sugli animali  diventi improbabile? È possibile, cioè, che il fine ultimo, i diritti animali, non possa essere  raggiunto seguendo questa strada?

Non ci sono indicazioni che questo sia vero. Dopo il divieto di uso delle gabbie per le galline ovaiole in Austria, la metà delle aziende più grandi chiuse i battenti e l'altra metà cambiò la produzione convertendosi all’allevamento a terra. Questo è, comunque, ancora un allevamento classico con nove galline per mq (anche se erano 16 le galline per mq stipate nelle gabbie in batteria). Poiché non esistono più gli allevamenti in batteria, si è iniziato ad osteggiare il nuovo e più costoso sistema . Gruppi animalisti di recente formazione, che non hanno mai visto le gabbie in batteria, si sono già introdotti in allevamenti estensivi e hanno consegnato materiale video scioccante ai media che a lor volta lo hanno trasmesso. Nel 2008, il gruppo per i diritti animali più attivo usare per l’abolizione delle gabbie da batteria ha pubblicato un nuovo opuscolo di 40 pagine dove critica esplicitamente, con immagini molto forti, il nuovo sistema di produzione delle uova, ponendolo accanto alle altre forme di sfruttamento e chiedendo cambiamenti legislativi coerenti con il veganismo. Il manager di una grande catena di supermercati, che 14 anni prima aveva  tolto le uova prodotte in batteria dagli scaffali della sua impresa, ha già contattato i gruppi animalisti dicendo loro di voler bandire in futuro anche le uova provenienti dall’allevamento estensivo. L'esperienza ci mostra pertanto che la campagna contro il sistema appena costituito di produzione estensiva delle uova è iniziata molto prima del previsto. Anche se politicamente non vi è molto spazio per introdurre un nuovo divieto nel breve periodo, questo argomento potrebbe diventare materia di serio dibattito entro 10 anni. Se poi l'intero processo si ripetesse, se cioè invece del divieto di utilizzo di gabbie, si  ottenesse il divieto di produzione estensiva e di conseguenza le uova così prodotte scomparissero dagli scaffali dei supermercati, cosa potrebbe fermare il movimento dal continuare fino a quando l’intero allevamento di galline ovaiole sia bandito? Potrebbe ripetersi quanto già successo con animali da pelliccia?

Se sviluppare una coscienza critica rispetto ad alcuni aspetti dello sfruttamento degli animali nella zootecnia e sostenere il benessere animale di per sé sono incentivi psicologici per gli individui a muoversi verso i diritti animali, è prevedibile che le società con standard più elevati di benessere animale avranno più movimenti per i diritti animali, una maggior prevalenza di chi pensa in termini di diritti animali e quindi più opzioni vegane saranno disponibili. Le società con standard di benessere animale molto ridotto dovrebbero mostrare la tendenza opposta ed in effetti le cose stanno proprio così. Paesi europei come Gran Bretagna, Svezia e Austria hanno un elevato standard di benessere animale e un fiorente movimento animalista, mentre paesi con scarso welfare per gli animali, come la Cina, sembrano disinteressati animali alla questione animale e il veganismo come scelta etica è  praticamente inesistente.

Se si considerano tutti gli aspetti, i dati suggeriscono che riforme restrittive non sono affatto un ostacolo per i diritti animali, al contrario promuovono un’evoluzione della società in questa direzione.

 

Ulteriori aspetti del processo di riforma incrementale

  • La questione su quali norme siano da considerare abolizioniste e quali riformiste pare dipendere da opinioni arbitrarie e relative ad una particolare ideologia. Nel libro Rain without Thunder[7], Gary Francione definisce cinque criteri attraverso cui valutare se una legge è da considerare abolizionista. Il divieto totale di utilizzare gabbie è citato come un esempio di legge abolizionista in contrasto con quelle che si limitano ad aumentare lo spazio gabbia delle gabbie medesime. Egli osserva che il divieto di ingabbiare comporta che la volontà delle galline di muoversi liberamente sia rispettata senza che ciò arrechi vantaggio alle industrie che le sfruttano. Francione, tuttavia, argomenta in maniera puramente teorica. Egli non offre dati a supporto delle proprie idee e la sua definizione di abolizionismo sembra essere deontologica e non consequenziale. Tuttavia è difficile comprendere come una teoria che pretende di indicarci la via dell’azione politica possa fare a meno di domandarsi se le conseguenze dell’azione intrapresa promuovano effettivamente il fine politico che ci si è prefissati.
  • Ancora più estreme sono le tesi di Lee Hall sostenute nel libro Capers in the Churchyard[8]. Secondo l’autrice, ogni legge, indipendentemente da ciò che afferma, finché non garantisce eguali diritti a tutti gli animali è una legge riformista e, come tale, deve essere respinta. La motivazione che adduce a sostegno di questa tesi è che ogni legge di questo tipo in qualche modo avalla implicitamente l’utilizzo di animali. Il divieto di allevamento degli “animali da pellicce pelliccia”, ad esempio, legittima la produzione di pelle, i diritti per i primati non umani giustifica l’idea che tutti gli altri animali non debbano avere diritti e così via. La Hall sostiene addirittura che ogni campagna che non ha come unico obbiettivo i diritti animali nella loro interezza ed il veganismo per tutti è da considerarsi riformista in quanto affermerebbe implicitamente che tutte le forme di sfruttamento che non rientrano nei suoi obbiettivi sono valide. Perfino l’attività dell’ALF[9] viene classificata come riformista, poiché la Hall sostiene che solo una diffusione pacifica del veganismo  favorisce l’avvento dei diritti animali e pertanto che solo questa vada considerata come l’unica attività abolizionista autentica. Tuttavia, la Hall non offre dati a sostegno delle proprie idee né nel libro né nell’inchiesta condotta, e senza dati empirici a supporto la sua tesi resta opinabile.
  • Le riforme legislative nei confronti degli animali generalmente migliorano la qualità della vita dei singoli animali che vengono protetti. Un gallina stipata sul fondo di una gabbia sicuramente ha una vita peggiore di una gallina in un fienile o in un sistema a scorrazzamento libero. Tale aspetto, comunque, per quanto possa essere centrale rispetto all’interesse dell’animale stesso, non gioca alcun ruolo nella valutazione politica se una campagna possa o meno condurre ai diritti animali.
  • Nel mondo, più di 2.000 attivisti sono stati imprigionati per le loro azioni animaliste poiché hanno violato leggi speciste. Da un punto di vista etico, la loro incarcerazione è ingiusta ed è una violazione del loro diritto alla libertà. Numerosi gruppi si sono formati a sostegno di questi prigionieri, non solo a livello di singoli individui, ma anche sottoforma di campagne politiche. All’opinione pubblica viene chiesto di firmare petizioni per migliorare la loro condizione carceraria, vietandone l’isolamento e garantire garantendo loro pasti vegani. Questi gruppi, sebbene disapprovino in toto l’arresto degli attivisti animalisti, hanno deciso di perseguire una campagna per raggiungere obiettivi realistici e in grado di migliorare la condizione dei prigionieri. Tali campagne dovrebbero essere considerate riformiste e non abolizioniste secondo gli standard indicati, ma gli abolizionisti non le disapproverebbero mai. Sorprendentemente nessuno si domanda se tali campagne non legittimino l’incarcerazione degli attivisti animalisti nella mente dell’opinione pubblica o se il successo nell’ottenere migliori condizioni per i prigionieri non serva a rafforzare il meccanismo che porta all’incarcerazione degli attivisti che hanno liberato animali.
  • Le campagne in corso per ottenere leggi realistiche in favore degli animali hanno prodotto un numero rilevante di associazioni protezioniste e animaliste che sono diventate potenti e influenti politicamente. Più ampia è un’associazione di questo tipo, più diventerà popolare e capace di esercitare pressione. In Austria, comunque, vi è una chiara tendenza da parte di un gran numero di associazioni a diventare sempre più radicali e pro vegetarismo. Tutti questi gruppi insieme comportano un giro d’affari di 30 milioni di euro all’anno solo per quanto attiene alle donazioni e, sebbene solo una piccola parte di questo denaro venga spesa per favorire la compassione e l’empatia per gli animali nell’opinione pubblica, ciò serve comunque a creare un terreno fertile per i diritti animali. Effettivamente, alcune di queste associazioni promuovono in maniera esplicita il veganismo nelle loro pubblicazioni. Se tutti i gruppi dovessero orientarsi verso campagne genuinamente abolizioniste, precipiterebbero drasticamente alla dimensione delle associazioni vegane e perderebbero tutta la loro influenza e capacità di promuovere nei fatti il veganismo.
  • In linea di principio, utilizzare materiale video che mostra abusi particolarmente scioccanti sugli animali dovrebbe essere classificato come propaganda riformista. Dopo tutto, queste immagini suggeriscono che detenere animali senza usar loro crudeltà è lecito, ossia queste immagini non criticano l’uso di animali bensì l’abuso. Rifiutando questo tipo di filmati, comunque, il movimento rinuncerebbe ad una delle sue armi più potenti sul terreno della propaganda. In realtà, poiché esiste un collegamento psicologico tra welfarismo e i diritti animali, questi filmati effettivamente incrementano il numero di attivisti vegan e animalisti, e, ancora una volta, dimostrano come gli argomenti abolizionisti siano fallaci.
  • Le campagne riformiste portano a successi. Gli ultimi 10 anni di campagne riformiste in Austria sono risultati in una lista formidabile di successi e hanno fatto sì che la legislazione austriaca in tema di animali sia indicata come la migliore del mondo. Il successo è la linfa vitale dell’attivismo poiché esso richiede energia e per sostenerlo a lungo bisogna essere fortemente motivati. Se l’attivismo riesce effettivamente a determinare dei cambiamenti nella società, il morale e le motivazioni degli attivisti crescono; per l’attivismo vegano, però, non esiste un simile sentimento positivo. Molte persone che diventano vegane tornano prima o poi a consumare prodotti animali. E la società nel suo complesso non sembra essere cambiata affatto – dopo 130 anni in cui campagne di questo tipo  sono state condotte. È molto triste che un numero significativo di attivisti possa sostenere campagne sul veganismo per molto tempo senza alcun successo che sia percepibile.

 

Conclusioni

 

L’analisi dell’attivismo politico a favore degli animali congiuntamente ai dati derivati dall’esperienza suggeriscono il seguente approccio al fine di raggiungere i diritti animali nel lungo periodo.

Il primo scopo del movimento per i diritti animali dovrebbe essere l’esercizio di una pressione politica per ottenere riforme incrementali verso i diritti animali. Una riforma è un passo verso i diritti animali se danneggia significativamente l’industria animale, ad esempio indebolendola e/o obbligandola a far ricorso a sistemi di produzione economicamente più costosi. L’unico nemico del conflitto politico teso a raggiungere i diritti animali è infatti l’industria animale. In sua assenza, i diritti animali sarebbero già una realtà. L’indebolimento dell’industria animale attraverso leggi severe serve a tale scopo in due modi. Innanzitutto indebolisce l’avversario di future leggi a favore degli animali e, in secondo luogo, rende i prodotti animali più costosi: se meno persone li comprano, le alternative vegane avranno maggiori chance nella competizione sul libero mercato. Leggi più restrittive non ostacolano che le persone diventino consapevoli delle questioni relative ai diritti animali; al contrario promuovono tale cambiamento poiché il benessere animale è la base psicologica dei diritti animali.

Per produrre sufficiente pressione politica, può essere vantaggioso avere un grande numero di attivisti e un numero altrettanto ampio di simpatizzanti nell’opinione pubblica , ma entrambi questi obiettivi sono secondari, poiché servono solo a rafforzare lo scopo primario di indebolire l’industria animale. Cercare di convincere le persone una alla volt, è una tattica fallimentare, almeno fino a quando il sistema non cambierà. Ciò perché è il sistema a determinare il comportamento sociale delle persone. In una società fortemente specista, essere vegani comporta un dispendio enorme di energie, così che solo una piccola minoranza avrà motivazioni e determinazione sufficienti per poter sostenere a lungo questa scelta. D’altro canto, un sistema sociale che non produce derivati animali induce automaticamente le persone a condurre una vita vegana e, al più tardi dopo una o due generazioni cresciutei in una società vegana, la consapevolezza dei diritti animali sarebbe un’ovvia conseguenza.

Facendo ricorso ad argomenti puramente razionali, possiamo sostenere in maniera convincente che i diritti animali costituiscono un ideale etico. In questo senso,  i dati empirici sulla psicologia umana o l’interesse per la politica sono poco utili. Un ideale etico è infatti fondato su considerazioni deontologiche e non consequenzialistiche.

Ma se davvero vogliamo mettere in pratica quell’ideale etico e cambiare la società, dipendiamo interamente dagli input psicologici. L’azione politica è utile, se cambia con successo la società adeguandola all’ideale etico. Ciò significa che, rispetto alla situazione che precede l’azione il valore dell’impegno politico si misura solamente in maniera consequenzialistica, cioè sulla base delle sue conseguenze. Non ci sono politiche giuste o sbagliate di per sé, come ad esempio sosteneva Kant in merito al mentire che considerava un atto non etico in se stesso, anche qualora avesse potuto, in certe circostanze, salvare delle vite o spingere la società verso un ideale etico.

È la conoscenza approfondita della psicologia umana a mostrarci che gli umani sono molto più animali sociali che animali razionali. Se gli umani fossero animali puramente razionali potremmo ignorare la psicologia all’interno delle politiche e teorizzare solo razionalmente, senza considerare i dati empirici. Teoria e prassi sarebbero la stessa cosa. Gli umani sono invece molto più sociali che razionali e ciò, per il movimento animalista, significa che:

  • Elementi sociali quali compassione, empatia e sofferenza sono fattori molto importanti per motivare gli umani a cambiare il proprio comportamento. Al contrario, elementi astratti-razionali, come i concetti di persona e di diritto, non lo sono altrettanto;
  • Uno degli aspetti più importanti nel determinare il comportamento umano è l’ambiente sociale. Gli umani amano essere ben integrati nella società e vivere in armonia con essa;
  • Gli umani provano un forte bisogno di sicurezza sociale, solitamente vogliono che le cose restino immutate e che i cambiamenti avvengano lentamente e in maniera controllata.

Di conseguenza, il movimento animalista dovrebbe adattare le proprie strategie politiche a questi dati di fatto psicologici. Ciò significa che le campagne politiche dovrebbero tenere conto dei seguenti aspetti:

 

  • Le campagne vanno centrate  su materiale che mostri la sofferenza degli animali e stimoli le persone alla compassione e all’empatia. Slogan astratti o razionali che usino termini come “persona” e “diritti” non dovrebbero giocare un ruolo significativo;
  • L’obiettivo delle campagne dovrebbe essere presentato al pubblico in modo da mostrare che il suo conseguimento comporterebbe il totale alleviamento di un aspetto, chiaramente distinguibile, della sofferenza degli animali;
  • Lo scopo delle campagne dovrebbe essere il cambiamento della società, del sistema in cui le persone vivono e non del modo di pensare delle singole persone;
  • Le campagne non dovrebbero prefissarsi cambiamenti  sociali imponenti. L’obiettivo dovrebbe essere realistico e non astratto. L’evoluzione della società  dovrebbe essere lenta e continua.

Da ciò deriva che è di vitale importanza distinguere tra la filosofia astratta-razionale che poggiando su fondamenti deontologici serve a giustificare dal punto di vista teorico gli ideali etici e la psicologia sociale applicata che riferendosi ad una prassi consequenzialistica serve a legittimare le campagne politiche.

 



[1] [Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, N.d.T.]

[2] [Wiener Tierschutzverein (Vienna Animal Protection Society), N.d.T.]

[3] [Con l’espressione “welfare” Balluch indica sinteticamente il movimento riformista per il benessere degli animali sfruttati a fini economici. Nella traduzione il termine verrà reso con “benessere”, con “protezionismo” o con “welfarismo” a seconda del contesto in cui appare, N.d.T.]

[4] [Istituto per la ricerca sociale empirica, N.d.T.]

[5] [Enriched cages: si tratta di gabbie più ampie e attrezzate di quelle tradizionalmente in uso negli allevamenti intensivi, N.d.T.]

[6] Per un approfondimento su tali prodotti cfr.: http://en.wikipedia.org/wiki/In_vitro_meat e http://futurefood.org.

[7] Gary L. Francione, Rain without Thunder : The Ideology of the Animal Rights Movement, Temple University Press, Philadelphia 1996.

[8] Lee Hall, Capers in the Churchyard: Animal Advocacy in the Age of Terror, Nectar Bat Press, Darien 2006.

[9] [Animal Liberation Front, sigla usata da gruppi informali e autonomi di persone che si avvalgono dell’azione diretta come prassi di lotta contro lo sfruttamento animale, N. d. T.]

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Il Maschilismo che non c'è e il diritto di torturare animali 

di Eva Melodia 

Mi dicono in molti che esagero. Anzi, spesso neppure me lo dicono...me lo suggeriscono attraverso un disinteresse completo rispetto al peso che attribuisco al maschilismo ed al patriarcato nel fomentare le dinamiche socio-politiche devastanti cui assistiamo ogni giorno e di cui non mi rimane che contare le vittime umane e altro da umane.

La negazione della presenza oppressiva di un fattivo dominio maschile si costruisce ogni giorno rimarcando presunti diritti acquisiti dalle donne in quello che è il mondo ricco e pseudo democratico.

Tali “diritti” o “parità raggiunte” non sono certo per me negabili né tanto meno necessariamente da sminuire eppure, non solo restano patrimonio di una esigua minoranza delle donne nel mondo, ma per di più nella maggior parte dei casi sono come vesti colorate sotto cui mascherare la continuità fluida e dirompente del patriarcato: ringrazio Agnese Pignataro per avermi messo (già qualche anno fa) sulla buona strada del ragionevole dubbio rispetto al valore o (diciamolo) al potere realmente esercitato attraverso questi “diritti” acquisiti.

Dubbio risolto:  ho tratto conclusioni che oramai, lo ammetto, mi fanno vedere la sagoma di vecchi gerarchi succhiasangue a muovere fili da tutte le parti.

Ciononostante mi chiedo: se davvero si tratta solo di mie proiezioni (o nostre proiezioni, cioè di donne ipercritiche e iperfemministe incollate al binocolo tutto il giorno per scovare ogni traccia di un maschilismo, in realtà blando), come mai duecentocinquemila (scritto per esteso rende bene l’idea) donne stanno esaltando quale parità raggiunta proprio l’acquisito diritto del simbolo virile per eccellenza e cioè il combattere al fronte?

Sto parlando della meravigliosa notizia di qualche giorno fa secondo cui le donne dell’esercito americano potranno - finalmente e democraticamente - imitare i connazionali maschi ed esercitare il meritato diritto di uccidere a farsi ammazzare in prima linea. Oh. Ecco fatto.

Che si tratti di una “eguaglianza” raggiunta sintatticamente non è contestabile, tanto che appunto, le donne potranno eguagliare gli uomini in un comportamento fino ad ora loro negato per mere questioni sessiste. Però (e guarda che rarità) si tratta tanto per cambiare del risultato di una  pressione esercitata dalle donne, al fine di poter scopiazzare gli uomini proprio in un comportamento che è tipicamente machista e quindi maschilista, cioè la violenza predatoria del milite in guerra.

Il giorno che vedrò duecentocinquemila uomini fare la fila e stressare il sistema per parificare la propria figura professionale a quella delle donne in un comportamento che abbia vagamente a che fare con la cura piuttosto che con la distruzione in stile Conan Il Guerriero, forse dubiterò delle mie convinzioni e metterò di nuovo in discussione l’esistenza stessa di una macchina sforna-maschilisti.

Peccato che quel giorno "addavenì". Invito chiunque a verificare con il proprio pignolo naso ad esempio, quanti maschi ci siano ad esercitare il loro sacrosanto diritto paritario - perché ci mancherebbe, per i maschi tutto è già un diritto paritario - di prendersi cura dei bambini all’interno della società. Vi invito a fare un giro per nidi e scuole materne e primarie ed a contare quanti maschi ci siano tra educatori e cuochi -  insomma quelli che davvero scendono in prima linea in una attività socialmente preziosa e veramente nobile. Ebbene se pensate ad un numero piccolo vi state ingannando: il numero è prossimo allo zero.

Uomo che cambia pannolino
Ci sono più di un milione di militari in America, di cui duecentocinquemila donne orgogliosamente pronte a fare fuoco come i loro amici Van Damme.

Vorrei proprio sapere quanti sono gli educatori della prima infanzia e quanti di questi sono uomini pronti a cambiare pannolini ed a ninnare il sonno pomeridiano di moccolosi neonati.

Insomma, la parità chissà come mai ambisce molto spesso al diritto di essere come un uomo, nel senso più machista del termine.

E meno male che sono io che esagero e che il maschilismo non esiste.

Potremo finalmente e sempre più di frequente vedere anche le donne torturare gli animali dentro e fuori le meravigliose caserme, comportarsi come individui privi di individuo e impazzire per lo stress subito nelle azioni di guerra.

Come non gioirne?

 

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