Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo.


Testo dell'intervento:

Nel 1949 Simone De Beauvoir scriveva ne Il secondo sesso "
Donne non si nasce, si diventa”, intendendo con questo che la femminilità non è un dato biologico naturale acquisito, ma il frutto di un “insieme della storia e della società.

In fondo le donne, addestrate ad agire secondo i desideri e le aspettative altrui, specie quelle del maschio, hanno sempre saputo che la femminilità ha i suoi trucchi che le rende appetibili e seduttive e che fornisce un ruolo all'interno della società patriarcale.

Quindi non ci è stato difficile seguire Judith Butler, filosofa statunitense voce di spicco nei Gender Studies, e all'interno dei bar omosessuali ibn cui si esibivano ed esibiscono le drag queen (Gender Trouble, 1990) per capire la perfomatività del genere femminile: lo spettacolo dell'essere donna, con il giusto trucco e parrucco, le giuste movenze, le giuste intonazioni, può essere messo in scena da chiunque, anche da un uomo biologico.

Diverso sembrava il discorso sulla mascolinità.

L'uomo sembrava non aver né orpelli né finzione, era tutta “roba sua”, tutto al “naturale”.

Poi vennero le rivendicazioni degli uomini omosessuali, che incarnavano un diverso modo di essere “maschi”, attraverso la scoperta l'emersione del "fenomeno" dei transessuali FtM (da donna a uomo) che riuscivano a costruire la “mascolinità” pur partendo da un corpo biologicamente femminile, così come la rivendicazione della mascolinità femminile (J.Halberstam, Female masculinity, 1998), e la teoria queer, che consente il ripensamento e òa decostruzione dei generi e dell'idea binaria dominante. Tutto ciò investì quello che sembrava il polo immutabile e granitico dei generi, quello maschile.

Anche la mascolinità aveva quindi la sua storia, i suoi trucchi, la sua performatività.

Soprattutto, si poteva cominciare a parlare dei tanti modi di essere maschio e dare all'uomo la possibilità di esplorare e di esplorarsi.

Interessante notare la convergenza dei risultati (naturalmente in parte e con diversa ampiezza di vedute ) tra i queer studies ed il lavoro dei gruppi e associazioni di autocoscienza maschile, presenti anche sul territorio italiano.

L'autocoscienza maschile che propone ad esempio Stefano Ciccone, presidente dell'associazione Maschile Plurale, che ho avuto modo di ascoltare ad un incontro sulla violenza di genere tenuto la scorsa estate a Castagneto Carducci promosso dall'associazione IAIA, non è volta a convincere gli uomini a rinunciare ai loro atavici privilegi sulle donne, ed in sostanza su tutti gli esseri del creato, perchè più giusti, più liberali, più solidali, ma perchè questi privilegi sono pagati ad un prezzo che un uomo potrebbe scoprire di non potersi più permettere. Ricorda suo nonno o suo padre, che avevano un potere assoluto in seno alla famiglia ma che erano figure solitarie. Quello che propone agli uomini è cedere parti di questo potere in cambio di pezzi di libertà.

Nel suo libro Essere maschi scrive

Uscire dai ruoli predestinati per prendersi la libertà di rinnovarsi. Libertà di essere e dimostrarsi sensibili, di essere padri fino in fondo senza sentirsi sminuiti nel ruolo di cura, di amare senza dominare, di riconoscere se stessi al di fuori degli stereotipi della virilità.

Quindi arriva ad una declinazione simile a quella dei queer studies, quando sostiene che è

Importante conquistare l'idea di genere plurale, fluida e aperta alla capacità di ognuno/a di declinarla.

La sua riflessione

Non vuole tendere a costruire un nuovo modello di virilità, ma scoprire quanto i poteri, i ruoli abbiano impoverito la vita degli uomini, le loro relazioni tra loro, la loro sessualità, la capacità di ascoltarsi ed esprimersi.

Ciccone dà voce ad un “desiderio maschile di uscire da questa gabbia”.

Questo desiderio personale si scontra però, nel nostro Paese, con una polizia sociale ancora molto potente, che ha le sue armi migliori nel senso del ridicolo che investe chi ha il coraggio di sperimentarsi fuori dal recinto della “virilità” e dell'omofobia.

La costruzione dell'identità maschile in Italia è infatti ancora basata sull'omonegatività. La paura di sembrare un “frocio” attanaglia ancora gli uomini italiani. Tra i nostri ragazzini l'offesa più diffusa è “gay”, e chi gay lo è davvero spesso, a quell'età, non riesce a tollerare la pressione e viene portato verso un gesto estremo.

Anche Deiana, ricercatore e docente di Pedagogia presso la facoltà di studi umanistici dell'Università di Cagliari, componente anche lui dell'associazione Maschile Plurale e curatore del libro Trasformare il Maschile (2012), in un' intervista rilasciata a Marco Reggio per Anet dichiara che è necessaria una

Messa in discussione dei modelli identitari del genere maschile: rendere plurale i modi di essere maschio, renderli differenti dal modello del virilismo.

Anche lui sottolinea

Il bisogno di relazioni soddisfacenti, di fronte al disagio rispetto a certi modi di essere maschio, la mancanza di reciprocità, riconoscimento, affettività.

L'uomo si rende quindi conto della “invisibile parzialità del maschile” (Sandro Bellai) ed

E' un processo importantissimo rispetto al paradigma del maschile come universale.

Un'altra riflessione che ho trovato interessante da parte di Stefano Ciccone è la critica a certe campagne sulla violenza di genere, che tendono ancora a veicolare una visione paternalistica della donna, che l'uomo deve proteggere e rispettare in virtù dell'autocontrollo che l'uomo virile sa esercitare sui suoi istinti e sulle sue passioni (mentre la donna è tradizionalmente schiava della sua “animalità”). La donna deve invece essere vista come una voce autorevole, a pari livello, che ha la completa capacità di gestione sulla propria esistenza e delle proprie scelte.

Insomma, basta con i pastori e le pecorelle.

 

 

 

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Lunedì, 25 Novembre 2013 13:57

Animalizzare per opprimere - di Egon Botteghi

Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo, ed in quella occasione, davanti ad un pubblico per la maggioranza non vegan, si è cercato di fare la connessione tra questo tema e la liberazione degli animali non umani. Questo di seguito è la parte in cui si è richiamato lo studio di C.Adams (vedi anche http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=165:lo-stupro-degli-animali-la-macellazione-delle-donne-carol-j-adams)

TESTO DELL'INTERVENTO:

Le immagini dello sfruttamento della donna nel marketing pubblicitario culminano spesso nell'accostamento esplicito tra i “pezzi” di donna senza volto e i “pezzi” di animale di cui normalmente, nella nostra società, ci cibiamo (a meno di non essere vegano come il sottoscritto).

La donna viene quindi ridotta in cibo, pronta per essere divorata e masticata dall'acquirente maschio.

Questo ci riporta al lavoro di una studiosa femminista statunitense, Carol J. Adams, i cui libri analizzano i collegamenti tra l'oppressione delle donne ed i diritti degli animali.
In particolare, in un libro del 1990, The sexual politics of Meat, Adams descrive due concetti, il “referente assente” ed il ciclo “Oggettivazione-frammentazione-consumo”, che tornano molto utile nell'analisi del linguaggio pubblicitario che deteriora l'immagine della donna.
Il “referente assente” è in atto quando un essere vivente, presente nel discorso e nella situazione reale, viene reso assente attraverso il linguaggio che lo rinomina, facendolo scomparire alla vista ed al pensiero e quindi alla coscienza.
Gli animali di cui ci si nutre vengono resi assenti, nella loro realtà di corpi interi appartenenti ad individui senzienti, attraverso il linguaggio che rinomina le loro parti e le spersonalizza (bistecca, salsiccia, fettina, arrosto), prima che il consumatore se ne alimenti, così come il linguaggio pubblicitario fa a pezzi e rinomina il corpo della donna, rendendo, come si diceva, la donna nella sua interezza di individuo pensante e volitivo, assente e divorabile per il consumatore maschio.
Il fatto che la donna nella pubblicità sia sovrapposta agli animali, fa emergere chiaramente una struttura base dell'oppressione patriarcale, che ha il suo fondamento nell'oppressione sugli animali non umani, secondo il ciclo individuato da Adams di “oggettivazione-frammentazione (smembramento)-consumo”.
Infatti, quando il soggetto vivente viene oggettivato, reificato, ridotto a cosa inanimata, privo di sentimenti, capacità di provare dolore o di volere qualcosa per sé, l'oppressore (non per niente detto anche carne-fice) viene sollevato da ogni questione morale, da ogni possibilità di provare empatia per la vittima.
L'animale per essere reso carne dal carne-fice, viene oggettivato, viene abbassato di livello e inserito nel regno dell'esistente, per essere sfruttato ed ucciso - gli animali da produzione vengono equiparati a macchine biologiche per produrre proteine. Altrettanto, la donna, nella società patriarcale, viene animalizzata, ridotta a scrofa, vacca, gallina, oca, per essere resa merce di scambio, di consumo e di riproduzione di prole.
Questo meccanismo è in atto in tutti gli sfruttamenti intra-specifici tra gli umani.
Per giustificare l'annientamento, lo sfruttamento, la privazione dei diritti di una categoria di esseri umani da parte di un'altra, la prima viene animalizzata, ridotta al livello animale (ad es.: gli ebrei per i nazisti erano topi, i neri per i razzisti scimmie, come recentemente testimoniato dalle vergognose dichiarazioni di un nostro “politico” che, riferendosi alla ministra per le pari opportunità Kienge ha affermato “Ogni volta che la vedo non riesco a non pensare ad un orango”).
Si delinea in questo modo la piramide valoriale tipica della nostra società antropocentrica-patriarcale e classista, che vede l'essere umano bianco maschio, eterosessuale e possidente al vertice, al posto di comando, e sotto tutti gli altri, fino alla base occupata dagli animali non umani, che fungono da paradigma (ed anche da palestra) per tutte le oppressioni tra gli umani.
Questo tipo di visione piramidale è quella che l'antispecismo (lo “specismo” è un altro vocabolo nato negli anni '70 negli Stati Uniti sulla falsariga del razzismo) vuole combattere e questo lo lega al femminismo (ci sono moltissime autrici femministe-antispeciste e animaliste).
Molte femministe pensano che sia il sessismo la matrice di tutte le oppressioni: se tutte loro facessero un ulteriore passaggio e vedessero all'opera l'animalizzazione della donna e prima ancora l'oggettivazione dell'animale, chiuderebbero il cerchio e si salderebbe definitivamente la lotta femminista a quella antispecista contro il patriarcato, come Adams auspica.


Pubblicato in Spunti di Riflessione

Un Transessuale e tre cani. Come sono visto da un’enciclopedia italiana

di Egon Botteghi

Fonte: http://www.intersexioni.it/

foto di Sarah Kashna


Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale di quarantadue anni.

Da quando ho “deciso” di affrontare quello che sono, ho pagato un prezzo salato a questa società che ha ancora forti resistenze nei confronti delle persone come me.

Lo stereotipo del transessuale è quello di un maschio biologico, perverso, “talmente omosessuale” da sentirsi donna, dedito alla prostituzione e a giri malfamati.

Anche se lentamente si comincia a conoscere anche la mia realtà, quella di coloro che sono nati in un corpo biologicamente femminile, che aiuta a decostruire questa visione, lo stigma è duro a morire: per i benpensanti noi siamo persone pervertite, esagerate, disturbate, pazze, non naturali, costruite, infantili, irresponsabili, egoiste, indecenti.

La famiglia che si trova ad affrontare il “disvelamento” di una persona transessuale attraversa una tormenta.

La famiglia che avevo costruito si è spezzata, mi sono separato, sono dovuto fuggire di casa e sono stato cacciato dal lavoro.

Per fortuna ho ottenuto l’affidamento congiunto dei miei figli.

La mia famiglia di origine, invece, ha reagito in maniera ambivalente, mi ha aiutato a ritrovare un lavoro ed una casa, ma la mia transessualità era vissuta come una tragedia ed i miei genitori non mi parlavano più.

Forse è comprensibile, forse è una reazione quasi fisiologica, in un contesto in cui la mia condizione è fuori da ogni concezione, è impossibile anche solo da pensare.

Per loro ero una lesbica che aveva perso il controllo, una persona egoista che non sapeva più quello che faceva.

Dopo tre anni di percorso, fatto di sedute con psichiatri, interminabili test con psicologi, visite endocrinologiche, istanze al tribunale, dopo l’operazione di rimozione del seno, mia madre si riavvicina e mi dice (parole sue) di aver fatto il salto, di accettarmi per quello che sono.

Vorrebbe che anche mio padre si calmasse e ricominciasse a parlarmi, che i nostri rapporti si distendessero, e mi chiede il favore di trovarle scritti di medici che possano spiegargli la mia condizione (di andare a parlare direttamente con i professionisti che mi seguono per adesso non se ne parla!).

Trovo molte testimonianze bellissime di altre persone trans, spesso anche con figli, che hanno dovuto affrontare il mio stesso percorso di allontanamento, di svalutazione, ma mia madre vorrebbe poter contare sull’autorevolezza della classe medica.

Per una fortuita coincidenza, proprio in quel momento, quindi all’incirca un mese fa, si scatena sulla stampa uno strano caso: su molte testate giornalistiche in rete rimbalza un articolo che da solo potrebbe rovinare il lento lavoro fatto dalla mia famiglia per “accettarmi” e la mia pazienza nell’aspettare questo momento.

Si tratta della notizia del convegno che si è tenuto per celebrare i vent’anni di attività del SAIFIP, servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica, del S.Camillo di Roma. Il direttore generale del detto ospedale, Aldo Morrone, dice che nonostante la crisi, nell’ultimo quinquennio le operazioni di riassegnazione del sesso sono aumentate del 25%.

Ora mi chiedo, perché parlare di crisi di settori economici mentre si sta parlando di salute delle persone (che tra l’altro soffrono effettivamente la crisi, visto che, con il crescente depauperamento delle risorse stanziate, le liste di attesa per le operazioni si fanno sempre più lunghe); e poi noi transessuali non siamo il restyling di una macchina da mettere in commercio o la collezione della settimana della moda.

Così passa l’idea che si abbia a che fare con fabbriche di corpi messe insieme per rispondere ai capricci di persone fuori di testa.

E infatti, di penna in penna, di giornale in giornale, si arriva alla diffamazione vera e propria de “Il Giornale”, assolutamente meritevole di una denuncia, in cui tale notizia giunge al grado più infimo di declinazione.

Il “signor” Veneziani, credendo di essere divertente, scrive: “Ma gli italiani come reagiscono alla crisi? Cambiano lavoro, partito, banca, Paese? No, cambiano sesso. Ho davanti agli occhi una statistica vera e impressionante: da quando c’è la crisi le operazioni per cambiare sesso hanno avuto un’impennata pazzesca”. Per poi continuare prendendo rozzamente in giro la condizione transessuale con una tale superficialità e disinformazione, che se fossimo in un paese serio sarebbe stato perlomeno richiamato..: per esempio quando scrive: “È più facile che rifare la carta d’identità” ha idea, Veneziani, di quanti anni ci vogliono per cambiare i documenti, quale operazioni siamo costretti a fare, quanto sangue e quante lacrime dobbiamo versare?

Indignat* per quanto stanno scrivendo, ci ricordiamo di aver visto e letto altre cose, come l’articolo di un medico su di un sito di endocrinologia, in cui venivano dette  delle scorrettezze assolute sulle persone FtoM, cose così pesanti e gravi che l’articolo è stato fulmineamente rimosso dal sito a seguito delle reazioni della comunità transgender.

Ed ecco che si arriva alla voce dell’Enciclopedia Treccani, voce di cui sono venuto a conoscenza grazie alla segnalazione di una donna transessuale.

Si tratta della parola “transgender” contenuta nel “Dizionario di medicina” (2010), dunque di questa autorevole enciclopedia, non dei consigli di Nonna Papera nel “Manuale delle giovani marmotte”.

Chi l’ha scritta parte dicendo che “in genere il transessuale aborre l’omosessualità”, ignorando forse che esistono molte persone transessuali omosessuali, ovvero uomini trans gay e donne trans lesbiche, e facendo cadere una parola così pesante come “aborrire” tra due insiemi di persone, gli/le omosessuali e gli/ le transessuali, che invece lottano insieme strenuamente, almeno fin dai tempi della rivolta di Stonewall nel 1969, per rivendicare il loro diritto ad una vita libera dall’oppressione, dal pregiudizio e dalla paura.

Prosegue affermando che “il transessuale cerca di cambiare quello che considera lo sbaglio della natura circa il suo corpo. A seconda delle circostanze sociali, economiche e legislative dell’ambiente in cui vive, il transessuale cerca rimedio in ormoni e altri farmaci, in interventi estetici e infine nel cosiddetto cambiamento di sesso chirurgico. In realtà, la chirurgia non ha affatto tale potere: può al massimo costruire una apparenza del genere sessuale agognato mentre distrugge irreparabilmente l’anatomia di quello originario”.

Dire che il/la transessuale considera il suo corpo uno sbaglio di natura significa aderire ad una visione della transessualità antiquata e costruita dalla scienza medica (ma certo siamo in un dizionario medico e tant’è), in cui la maggior parte dei/delle transessuali, qui ed ora, in Italia, nella seconda decade del XXI°secolo, non si rispecchia più.

La realtà infatti è molto più complessa e se si chiedesse ai dirett* interessat*, molt* risponderebbero di sentirsi nat* in un mondo sbagliato piuttosto che in un corpo sbagliato.

Il dire poi che l’operazione chirurgica non può correggere questo errore ma solo distruggere la parte sana della persona in questione, è la prima di una lunga serie di affermazioni pesantemente, anche se surrettizziamente, giudicanti, opinioni personali dell’autor*, che evidentemente aderisce ad una certa scuola di pensiero (mi sembra di intuire quella psicanalitica), ma dandola per scontata, per verità assodata e assoluta, invece di considerarla per quello che è, ovvero una particolare visione all’interno di un complesso interrogarsi anche da parte della classe medica che segue la “questione” transessuale.

Infatti chi ha redatto la voce si arroga il diritto di dire che distruggere il nostro corpo è “esattamente quel che vogliono a livello inconscio questi pazienti: attaccare e distruggere in se la parte ‘cattiva’ maschile o femminile della propria identità psicofisica, con una fantasia secondaria di riparazione (➔  riparazione e riconciliazione) maniacale di costruzione dell’anatomia del sesso opposto.”; ricordandoci anche – se magari ci saltasse in mente di dare una nostra opinione a riguardo, di avere una voce autonoma rispetto ai medici, di scendere in strada e  lottare per i nostri diritti -  che “il transessualismo è una patologia di area psicotica, un delirio circoscritto, strenuamente resistente alla terapia psicologica, particolarmente nella nostra epoca, nella quale si è sviluppata una forte collusione di tipo ideologico in ambito sociale e medico. Si confondono tali patologie con l’omosessualità (➔ sessualità) e il problema si sposta sul piano dei diritti civili, riducendo la già bassa disponibilità di questi soggetti a confrontarsi con i problemi psicopatologici profondi.”

Più chiaro di così: smettete di andare ai pride (anche se il movimento di rivendicazione e orgoglio iniziò proprio dal gesto di una donna transessuale che tirò una scarpa ad un poliziotto all’ennesima retata contro il popolo lgbtqi) e rinchiudetevi nello studio dei/ delle vostre psicologhe, a farvi riprogrammare la vostra, seppur “strenuamente resistente” mente “delirante”.

Cosa direbbe l’enciclopedic* autor*, se sapesse che i nostr* psicolog* sono pagati proprio per accompagnarci in questo complesso transito, reso difficile anche grazie ai pregiudizi che la Treccani continua a propagare?

Direbbe forse le stesse cose che diceva mia madre, prima del “salto” che ricordavo inizialmente, quando urlava che la mia psicologa era più pazza di me e la odiava perché, invece di fermarmi, come lei si sarebbe auspicata, mi aiutava a liberarmi dall’ansia che l’affrontare la mia condizione mi dava.

Mi stupisco allora di apprendere che il/la curator* ne è a perfetta conoscenza, dal momento che nel seguito descrive quanto avviene in Italia, ovvero che “ormai da circa 25 anni nelle strutture pubbliche si prevedono gruppi di psicoterapia propedeutici a interventi a base di ormoni e a manipolazioni chirurgiche, quale premessa obbligata al cambio di sesso anagrafico sui documenti. Questo atteggiamento, che si basa sull’idea di correggere un supposto ‘sbaglio’ della natura, preferisce eliminare il perturbante ‘disordine’ psicologico piuttosto che confrontarsi davvero con la complessità  dell’identità, che riguarda tutti. In realtà non c’é alcuna evidenza di tipo biologico alla base del disturbo. Ne sono consapevoli anche coloro che propongono terapie ormonali o chirurgiche, che mirano solo a ridurre – più o meno stabilmente – a livello sintomatico l’angoscia del paziente. Di converso, è noto che individui portatori di autentiche alterazioni dei cromosomi sessuali sviluppano una identità di genere molto più in relazione al tipo di allevamento psicologico che hanno ricevuto nella prima infanzia, che non in relazione alla loro combinazione cromosomica. Lo sforzo psicoterapeutico dovrebbe essere invece quello di riportare sul terreno del simbolico il dramma di queste persone, incatenato nella concretezza del corpo. I transessuali dovrebbero essere aiutati a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a trovare un aggiustamento individuale tra angosce e difese meno distruttivo, a migliorare il rapporto psicofisico con se stessi e con gli altri.

Da questa lunga citazione si desume che l’autor*:

1° – pur criticando l’idea della transessualità come “sbaglio di natura”, mostra però di non essere aggiornat* sul fatto che tale idea è veicolata dalla classe medica, una storia che i medici hanno cucito addosso alle persone transessuali, come una sorta di teoria ad hoc che ancora cercano di convalidare senza riuscirci, e che le persone transessuali hanno accettato per ottenere quello che era loro indispensabile alla sopravvivenza hic et nunc (della serie: io ti dico ciò che vuoi sentirti dire e tu mi dai quello che io voglio, ovvero il riconoscimento sociale nel genere percepito, l’unico mezzo per vivere decentemente nella società in cui sono nato).

2° – la soluzione proposta dall’esimi* è il lasciare sole le persone transessuali  che, con la loro peculiarità di genere, si scontrano e vengono schiacciate da questa società che fa del binarismo sessuale maschio – femmina e di genere uomo – donna il suo fondamento, in attesa che gli altr* si interroghino sulla “complessità dell’identità”.

3° – mostra di rimanere ancorat* agli insegnamenti di J. Money, sull’importanza dell’educazione al genere (“il genio” succitato, psicologo, diceva che si poteva tranquillamente riassegnare il sesso dei neonati intersessuali, tanto ci avrebbe pensato la famiglia e l’ambiente a tirali su come femmine, omettendo nei suoi studi i suicidi ed i fallimenti). Da sottolineare come gli intersessuali vengano qui definiti come “individui portatori di  autentiche (noi trans siamo dei fake?) alterazioni”.

4° – conclude quindi consigliando a tutt* i professionist* che ci seguono nei nostri folli deliri, e che evidentemente niente hanno capito, di aiutarci “a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a migliorare il rapporto psicofisico” con noi stessi e “con gli altri”…

evidentemente anche con mia madre, che se mai leggerà questa illustrissima voce, forse per lei abbastanza autorevole, tornerà a vedermi come l’assassino di sua figlia.

egon in spiaggia
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Lunedì, 29 Luglio 2013 08:08

Una Rosa non è una rosa - di Egon Botteghi

Una Rosa non è una rosa

Report di un dibattito a cui ho assistito sul femminicidio e la violenza di genere

di Egon Botteghi

  

Se, in una notte di quasi mezza estate, durante un dibattito sui rapporti tra i generi, viene consegnata, da un uomo, una rosa a tutte le astanti, quella rosa non è più una rosa ma un simbolo del potere.
Quel povero fiore reciso dalla sua pianta, diviene uno scettro al contrario, il simbolo del dominio dei re sulle regine.
Nella nostra cultura, fatta di marie vergini e dame cortesi, "la donna non si tocca neanche con un fiore", ma la si può punire, anche con la morte, se non si adegua alle aspettative ed alle richieste del suo "cavaliere".
Ed è stato così anche per Ilaria Leone, morta lo scorso primo Maggio, il mese delle rose e delle spose, pestata a sangue, violentata e lasciata morire soffocata nel suo stesso sangue, abbandonata dal suo assassino in un uliveto a Castagneto Carducci.
Ilaria era una donna di diciannove anni, doveva comprare del fumo da un uomo che invece ha preteso il suo corpo, e l'ha picchiata perchè diceva di no, provocandone la morte.
Quando le solite voci "benpensanti" hanno cominciato a frinire (la ragazza se l'è cercata, non si va sole a fare certe cose, anzi certe cose non si fanno proprio), alcune donne del suo paese si sono ribellate ed hanno fondato l'associazione "Iaia" (dal nomignolo della vittima): "Ilaria associazione impegno antiviolenza".
Così, ieri, 27 luglio 2013, l'associazione Iaia ha organizzato un dibattito all'interno della festa "Sinistra per Castagneto", dal titolo: "Maschile e Femminile, come stanno le relazioni tra donne e uomini? Violenza e desiderio di cambiamento".
Viene invitata anche l'associazione di genitori lgbt di cui faccio felicemente parte, "Rete genitori raimbow" ed essendo io il rappresentante più vicino al luogo, vengo indicato a parteciparvi, insieme al co-presidente Fabrizio Paoletti.
Tra la tombola, il liscio e le zanzare, in un ambiente disteso ed amicale, assisto al dibattito e sono colpito in particolar modo dalle analisi di Stefano Ciccone, dell'associazione "Maschile plurale".
Il suo punto di vista è quello del polo U, uomini, nella relazione uomo-donna: vuole parlare dei, per e con gli uomini.
L'autocoscienza maschile che propone non è volta a convincere gli uomini a rinunciare ai loro ormai atavici privilegi sulle donne, ed in sostanza su tutti gli esseri viventi, perchè più democratici, più giusti, più “solidali”, ma perchè questi privilegi sono pagati ad un prezzo che un uomo forse potrebbe scoprire di non poter più permettersi.
Fa l'esempio del nonno, nella sua famiglia di origine contadina, che mangiava seduto a tavola mentre le donne stavano in piedi, che era temuto da tutto il nucleo parentale e che non si sarà mai posto il problema del desiderio di sua moglie; del padre che, tornato a casa dal lavoro, si metteva in poltrona e nessuno poteva disturbare il suo “riposo del guerriero”.
Figure autoritarie che vede come estremamente sole, sole con il loro potere, con cui non cambierebbe la sua posizione di uomo che deve invece fare i conti con le relazioni, rispetto al partner od ai figl*.
Uomini che hanno il ruolo indiscusso di capo, che "scorrazzano nella prateria come John Wayne", versus uomini che accettano di perdere "pezzi di potere" in cambio di libertà.
Libertà di vivere meglio il proprio corpo e la propria sessualità, che non deve essere più solo e soltanto lo sfoggio virile della eterosessualità a tutti i costi; libertà di sentire ed avere emozioni che si possono manifestare, come il pianto, la tenerezza.
Passare "dall'uomo che non deve chiedere mai" all'uomo cosciente di essere dipendente, come tutt* lo siamo, dagli altr*.
Il polo D, donna, in tutto questo, non deve essere considerato la parte debole della relazione, quella da proteggere paternalisticamente, da rispettare in virtù dell'autocontrollo che l'uomo virile sa esercitare sulla propria forza e sui propri istinti, ma deve essere vista come una voce autorevole, a pari livello, che ha la completa capacità di gestione sulla propria esistenza e sulle proprie scelte.
Quindi critica quel modo di fare prevenzione o discussione sulla violenza di genere di tipo "protezionista", quel modo che per me è perfettamente incarnato dal modus dicendi:
"Le donne non si toccano neanche con un fiore".
Applausi e poi, ecco, si materializza, ad opera di un ingenuo compagno di partito delle organizzatrici, che certo non voleva offendere nessuno, la dedica floreale per il "sesso debole".
Sono chiamato sul palco, lo raggiungo con una rosa in mano, anch'io l'ho pretesa!
Si è appena parlato di abbattere lo stereotipo, ed ecco che subito le donne presenti si sentono obbligate ad accettarlo, veicolato da quel fiore, e pure ringraziano e sembrano felici.
"Perchè non hanno offerto a tutt* le rose, anche agli uomini presenti?" dico io "Chi ha deciso che ad un uomo non farebbe piacere ricevere un fiore e che ad una donna debba essere comunque gradito?"
Abbattiamoli questi stereotipi, visto che ne stiamo parlando da una sera.
Questa rosa è il simbolo del protezionismo che l'uomo magnanimo pensa di dover esercitare sulle donne, ma le donne, come gli animali altri da umani, non hanno bisogno di essere protette da un essere che si crede responsabile perchè superiore.
Siamo stanch* dei buon pastori, non vogliamo più essere il gregge dell'uomo bianco eterosessuale.
La questione è tutta giocata sul potere, il maschio ha il potere, ed avere il potere è bello, è comodo.
La vita è più facile con lo scettro del potere in mano invece che una "stupida" rosa.
I maschi a volte raccontano di quanto sia dura e stressante avere tutta la responsabilità, fare tutte le scelte che contano, essere sempre là fuori nella mischia, per combattere e portare il pane a casa.
Cosa dire allora della donna che lavora tutto il giorno in casa, serve ed accudisce tutt* senza avere un compenso, niente che la possa fare sentire autorevole a livello sociale; e quando anche la donna lavora, fa due lavori, dentro e fuori casa, ma il suo lavoro conta sempre meno di quello del compagno, di quello degli uomini, e deve anche sentirsi in colpa, perchè magari non ha il tempo che crede necessario per i figl*, perchè la casa non è perfetta, perchè non è abbastanza seducente.
La maggior parte del potere, in Italia, è nelle mani degli uomini, sia all'interno delle famiglie sia e sopratutto nella res publica, dove tutto ciò che è legato alle quote rosa è ridicolo.
In questo scenario, quale uomo vorrebbe abbandonare il suo potere?
Io capisco questo perchè da trans ho un doppio sguardo sui generi, sono uomo e sono stata donna, e tutto questo l'ho vissuto sulla mia pelle.
E sono delle parole che la mia compagna, donna trans, mi disse quando ci siamo conosciuti, che mi fanno capire quale potrebbe essere il guadagno degli uomini nel cambiamento.
Mi disse che lei, in quanto nato uomo, si sentiva prigioniera, ma non solo del suo corpo, ma sopratutto del suo genere, che riteneva claustrofobico.
“Le donne hanno molte più possibilità” mi diceva, "possono vestirsi in tanti modi, acconciarsi in tanti modi, scegliere di fare o non fare tante cose, mentre dall'uomo ci si aspetta sempre lo stesse cose".
L'uomo deve essere forte, deve fare il lavoro più faticoso per dimostrare la sua potenza fisica, deve prendere la responsabilità di mantenere la famiglia, non può starsene a casa se lo desidera, deve avere sempre un certo ruolo sociale.
Quindi, come diceva Stefano Ciccone, barattare pezzi di potere con pezzi di libertà.
Gli uomini saranno meno potenti, meno despoti, meno signori del creato ma più liberi di ascoltarsi, di decidersi, più vicini a se stessi.
Fantasia al potere, quindi, come si diceva tanto tempo fa, anche per gli uomini, per scoprire tanti tipi di mascolinità possibile, ed ecco l'importanza dello sguardo queer, transessuale, per decostruire la mascolinità che non è affatto un dato naturale ma imposto, anche agli uomini.

 rosa cucita

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Lunedì, 28 Gennaio 2013 12:57

La giornata della memoria: qualche spunto

In occasione della Giornata della Memoria, vi segnaliamo alcune riflessioni sul tema tratte da fonti diverse:

- "Dove stiamo con i diritti", di Egon Botteghi, da anguane.noblogs.org

- "Il barbaro assassinio del mio amore", Pierre Seel, da triangles-roses-photos.blogspot.it

- "Progetto T4: lo sterminio dei disabili", Michele Pacciano (a cura di), da storiaxxisecolo.it/

persecuzione delle lesbiche sotto il nazismo
(foto: olokaustos.org)
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Un transessuale nel castello di Kafka – di Egon Botteghi

Fonte: www.lametamorfosiftm.com

 

Mi chiamo Egon, ma potrei chiamarti Marco, Andrea, Luca, Gabriele. Sono uno dei tanti uomini transessuali italiani, persone cioè che, nati in un corpo biologicamente femminile, si accorgono di appartenere al genere opposto e iniziano un lungo percorso per adeguare la loro immagine al maschile. La nostra realtà era assolutamente sconosciuta in Italia fino a pochi anni fa, ma, grazie all’impegno di alcuni di noi di non nascondersi e di fare attivismo, usando anche mezzi come questo sito che è stato ed è un riferimento per tanti, sta lentamente emergendo, con tutti i problemi, le gioie ed i dolori che questa comporta.

Uno dei più grossi problemi pratici è il nostro rapporto con i tribunali, che sono chiamati, secondo la legge 164, che dal 1982 regola in Italia il “cambiamento di sesso”, a legiferare su quello che possiamo fare o non fare con i nostri corpi.

La persona transessuale infatti, non ha la determinazione dal proprio corpo, ma deve chiedere il “permesso” alla classe medica e legale, per ottenere quel riconoscimento nel genere che sente proprio e che gli potrà permettere una vita più serena.

Io, come credo la totalità dei transessuali, ho avuto avvisagli della mia “condizione” fin dalla tenera età, ma i condizionamenti sociali e la scarsità di informazioni che mi facevano sentire più un mostro che una “normale” variabile del genere umano, mi hanno portato a rivolgermi ad un centro specializzato in dig in età più che adulta.

Dig è l’acronimo di “disforia di genere”, la malattia di cui soffriamo noi transessuali e che ci permette di usufruite della possibilità data per legge di “cambiare corpo”. Noi transessuali, quindi siamo ancora dei malati psichiatrici, malati tutti particolari, dal momento che dobbiamo essere assolutamente sani per quanto riguarda il resto della nostra vita psichica, pena l’esclusione dalla legge, a cui viene curato il corpo e non la mente, e che, nella stragrande maggioranza, andiamo dallo psichiatra con un autodiagnosi.

Quindi io, alla veneranda età di 39 anni, mi sono rivolto ad un ospedale italiano, all’interno del quale c’è questa equipe medica composta da vari psichiatri, psicologi ed un endocrinologo, spiegando quello che mi sentivo e cercando di capire insieme a loro se la diagnosi di dig che mi avrebbe permesso l’accesso alle cura ormonali a base di testosterone e quindi un primo, rilevantissimo cambiamento di aspetto che mi avrebbe reso uomo agli occhi del mondo, era quello di cui io avessi bisogno per il mio benessere. Dopo nove mesi di colloqui psichiatrici, somministrazioni di test, visite endocrinologiche, esami di vario tipo, è stata formulata la mia diagnosi di dig, firmata da due psichiatri, uno psicologo ed un endocrinologo.

Con questa sono passato ad una terapia ormonale che in questo momento ha reso il mio aspetto esteriore, da vestito, completamente maschile.

A questo punto ho nominato un avvocato che presentasse nel tribunale della mia città tutta la documentazione necessaria per presentare l’istanza della riassegnazione del sesso, che in Italia è obbligatoria per ottenere il cambio dei documenti. In pratica, se, avendo un aspetto ormai maschile, vuoi avere anche i documenti conformi al tuo apparire ( che è poi anche il tuo essere) devi obbligatoriamente affrontare delle operazioni, che nel nostro caso di ftm, sono tutte demolitive, e cioè la rimozione del seno e delle ovaie.

Per fare queste operazioni però devi avere il consenso del giudice che chiede appunto la presentazione della diagnosi di disforia di genere.

Così, a Giugno del 2011, il mio avvocato presenta le carte in tribunale ed il 20 Settembre del 2012 vengo convocato per la prima udienza dal giudice che mi è stato assegnato.

Il giudice mi fa una buona impressione, sembra che la sua posizione sia quella di non chiedere ulteriori accertamenti per valutare la mia disforia, visto la presenza di una documentazioni chiara proveniente da professionisti di un ospedale e quindi della nostra sanità pubblica.

Però bisogna passare un’altra udienza per avere il tempo di nominare il pubblico ministero, ed anche lì sono contento che il giudice capisca la mia urgenza e ci rimandi ad appena un mese dopo, il 17 Ottobre.

In quella udienza il pm neanche si presenta, ma per il giudice questo non ha nessuna importanza e sembra ribadire il concetto che le “carte cantino” e che si andrà direttamente alla collegiale che mi darà la sentenza per le operazioni e quindi la possibilità di inserirmi nelle liste degli ospedali italiani che tali operazioni eseguono.

Invece, la doccia fredda: il 7 Novembre ricevo una mail dallo studio del mio legale, con il quale mi comunica che è stato nominato il ctu, cioè un ulteriore accertamento tecnico del tribunale, che naturalmente sarà a mie spese e che allungherà ancora i tempi già infiniti, e che magari può anche negarmi la possibilità di operarmi.

Mi allega anche l’ordinanza, che mi viene anche riletta dal giudice nell’udienza del 21 Novembre, dove il medico chiamato come perito ( che tra l’altro presta opera nello stesso ospedale che al momento mi segue per la terapia ormonale) accetta l’incarico e presta giuramento.

Dato il tempo che il perito si prende per fare il suo lavoro ( che tra l’altro, a sua detta, consisterà nel risentire i medici che mi hanno già valutato) la prossima volta udienza è fissata per il 7 Marzo pv.:

Il fulcro dell’ordinanza è il seguente:

“Considerando che dalla suddetta documentazione risulta, nella parte attrice ( cioè io, ndr), l’esistenza di tratti di inadeguatezza, oltre che l’idoneità degli originari caratteri sessuali a determinare un disagio significativo sul piano clinico, sociale e relazionale, ritenuto tuttavia, che, dalla documentazione degli atti non emerge il carattere indispensabile dell’adeguamento chirurgico dei caratteri sessuali quale necessario passaggio per una più compiuta realizzazione della personalità della parte attrice, elemento imprescindibile ai fini della decisione richiesta in ordine all’autorizzazione del trattamento chirurgico…etc, etc”

Rimango di stucco, basito, attonito, arrabbiato, frustrato, con il gelo dentro…ma più che altro mi chiedo “Cosa avrà voluto dire?”

Non può mettere in dubbio le carte da me portate in quanto provenienti dal sistema sanitario nazionale ( quindi se i medici avessero sbagliato la diagnosi, cosa succederebbe? Poteri fargli causa?), però mette in dubbio la necessità di intervenire chirurgicamente per il mio benessere.

Perfetto. Riconosce quindi che ci sono delle persone transessuali che possono non sentire la necessità di intervenire chirurgicamente, e che magari trovano la loro serenità, il loro equilibrio solo con la terapia ormonale? Bene. Ma per vivere serenamente ho bisogno di un lavoro, di un accettazione sociale, della tutela alla mia privacy. E come posso avere tutto questo se devo andare in giro con i documenti al femminile e la faccia da uomo? E poi è sicuro che io mi senta a mio agio con la barba e le tette?

Allora perché mi obbligate per legge a fare gli interventi demolitivi per ottenere il cambio anagrafico e poi prendete in considerazione l’idea di negarmene l’accesso? Volete forse dire che mi darete il cambio dei documenti, di cui naturalmente ho bisogno per una vita decente, senza farmi fare gli interventi? Alleluja! Finalmente una rivoluzione nella legislatura italiana che i transessuali necessitano da tanto tempo.

Invece sarà tristemente il solito scenario, si faranno degli accertamenti inutili in quanto assoluta ripetizione di cose che sono già state presentate, si allungheranno i tempi di una decisione che tenderà a ricalcare quello che i medici hanno già decretato ( se il percorso è fatto di un tot di step, è chiaro che se uno viene ritenuto idoneo ad entrare, poi, gli si da anche la possibilità di portarlo a conclusione), ed io, che ho già perso il lavoro a causa della mia condizione, mi dovrò pagare gli onore del ctu deciso dal tribunale.

Altrimenti, se io venissi bloccato, che cosa avranno creato? Una persona che ha diritto di prendere ormoni, che però non può operarsi e che non può cambiare i documenti. Qual’è il mio status? Transgender? Va benissimo, per molti sarebbe qualcosa in cui si riconoscono, ma per cui vorrebbero anche degli strumenti giuridici adeguati per veder protetta la loro vita e la qualità di questa.

Ma in tutto questo, la rabbia più grande deriva dalla mia reazione alla lettura dell’ordinanza.

Tutto queste domande mi frullavano in testa, anche se ero pietrificato dal disappunto, avevo il giudice di fronte a me e potevo chiedere spiegazioni sul suo operato, bastava che aprissi bocca. Invece sono rimasto lì, come una statua di sale, e per quale motivo? Perché non volevo far perdere tempo! Si stava decidendo della mia vita, ed io me ne sono stato muto perché il mio pensiero è andato al mio avvocato, che aveva un’altra udienza in un’altra stanza, a tutta la ressa di legulei con i loro clienti che aspettavano il proprio turno…sono così abituato ad essere uno scomodo impiccio, una cosa venuta male, una creatura con pochi diritti che queste sono le mie reazioni.

Me ne sto lì, a grattare sulla porta del palazzo della legge, a mendicare la grazia, come il personaggio del racconto di Kafka, che invecchiò e morì davanti alla porta della torre della legge, invece che entrare come era suo diritto e suo destino fare.

 

Egon Botteghi

castello

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Soggetti politici e diritti: lo status di chi non deve esistere
Comparazione tra la normativa sugli animali da reddito e la legge sulla riassegnazione sessuale in Italia

di Egon Botteghi 




Definizione animali da reddito

 
Volendo iniziare questo mio intervento con una definizione precisa ed ufficiale di “animale da reddito”, accendo il pc e vado su internet, il grande oracolo onnisciente, convinto che mi si srotoli davanti un mondo di spunti interessanti.

Invece, con mia somma sorpresa, il motore di ricerca rimanda solo ad annunci commerciali, normative per il settore agricolo, consigli e definizioni sull'allevamento di singole specie.

Fin dall'inizio la presenza di questi animali è negata, chi ne vuole parlare per farla riemergere è lasciato solo nella sua bizzarra impresa e deve costruire il discorso a partire dalle proprie esperienze di vita a contatto con questa categoria di animali non umani.

Trovo una volta di più la conferma del paradosso che gli unici che possono parlare con cognizione di causa degli animali da reddito sono quelle persone che non li considerano tali.

Allora ritorno alla definizione che ho coniato vivendo accanto agli animali del rifugio “Ippoasi”: per animali da reddito si intendono tutte quelle specie di animali che vengono allevate ad uso e consumo della nostra specie.

Animali a cui, attraverso appunto i moderni standard di allevamento, viene negata qualsiasi autodeterminazione, a cui viene controllato tutto, il modo in cui nasce, cresce, si muove e muore.

Gli animali da reddito in Italia sono i bovini, i suini, gli ovini, i caprini, gli avicoli, i conigli e gli equini ( quest'ultimi in una strana ed emblematica posizione a metà tra l'animale da reddito ed il pet).

Ciò che caratterizza questi animali è proprio il fatto che nascono per essere sfruttati, “sfruttamento” è la parola chiave. Essi vengono visti solo come prodotti, non come esseri viventi, la loro vita è totalmente subordinata al nostro consumo, non sono soggetti ma oggetti, sono carne, latte, uova, spettacolo, lavoro, pellame.

Il loro allevamento è caratterizzato da una serie di norme e di procedure burocratiche, controllate dalla sezione veterinaria delle asl, che vigilano sulla sicurezza, per la salute umana, di questi prodotti.

 

Norme legislative sugli animali da reddito
 

Chi decide di salvare un animale da reddito, ed ha la possibilità materiale di spazio e denaro per mantenerlo, si imbatte in una bella sorpresa: dovrà diventare allevatore e cominciare a cimentarsi con tutta la normativa che a ciò consegue.

Per le asl infatti, che tu abbia una capretta in giardino salvata dal macello o che tu abbia un gregge di mille “capi” non fa differenza, la capretta è infatti un animale da reddito e tale rimarrà finchè avrà vita, e quindi dovrà essere controllata perchè non rappresenti un potenziale pericolo per la catena alimentare dell'essere umano.

Quindi si dovrà andare al servizio veterinario delle asl di competenza ed aprire un “codice stalla”, un numero, cioè, che caratterizzerà la tua “azienda”.

Poi si dovrà prendere e far vidimare un registro di carico-scarico per ogni specie presente, dove registrare gli animali e tutti gli spostamenti che questi eventualmente faranno.

Gli animali da reddito, infatti, non hanno un nome, ma hanno anche loro un codice numerico, di solito un orecchino, ma può essere anche un chip sotto pelle o nello stomaco, che gli deve essere applicato alla nascita e che lo seguirà fino alla morte, che di norma avviene al macello.

Gli animali da macello si possono spostare solo tra luoghi che abbiano il codice stalla, su mezzi appositi, ed il veterinario deve compilare il foglio di spostamento, dove viene indicato il numero dell'animale, la specie di appartenenza, il luogo di partenza e di arrivo.

Nei normali allevamenti gli animali si spostano, e vengono quindi scaricati dal registro, o in caso di vendita ad altri allevatori, o, molto più spesso, perchè condotti al mattatoio. Quindi si tratta di viaggi senza ritorno.

Nel caso invece di rifugi, i registri vengono di solito caricati e basta, perchè l'animale vi rimane a vita.

Quando un animale di un rifugio deve spostarsi, per esempio per problemi di salute deve raggiungere una clinica, bisogna fare due fogli di viaggio, uno per l'andata ed uno per il ritorno, con grande meraviglia del veterinario che stenta a capire che l'animale deve tornare a “casa” e con grande dispendio di burocrazia.

I rapporti con i veterinari della asl sono spesso, infatti, assai delicati, avendo quest'ultimi un grande potere sulla vita o la morte degli animali da reddito, in virtù delle norme su cui devono vigilare, norme che vedono questi animali come prodotti ma che devono essere scrupolosamente rispettate se si vuole “detenere” questi animali e quindi salvarli.

Spesso si assistono a delle vere e proprie scenette quando un “non-allevatore” si reca al servizio veterinario delle asl ad aprire un registro di carico-scarico e cerca di spiegare che quell'animale non è ne da carne, ne da produzione, ne da autoconsumo ma da affezione...insomma non esiste nella mente del professionista che ha di fronte e che magari cerca allora di convincerlo che è fuori strada e che è nell'ordine delle cose che quell'animale venga macellato.

La cosa più importante è comunque che l'animale sia registrato, cioè abbia il suo codice numerico, e che venga controllato periodicamente, attraverso prelievi biologici, per monitorare alcune malattie potenzialmente pericolose per gli allevamenti ( ad esempio anemia equina, borocillosi per i bovini, etc...).

Insomma l'assunto granitico per la situazione italiana è: un animale appartenente a certe specie è un animale da reddito, e tale rimarrà per tutta la sua esistenza e permanenza sul nostro territorio, e dove c'è un animale da reddito c'è un allevamento.

 

Cosa  comporta 

Il posizionamento di questi animali nella categoria immutabile di animali da reddito, quindi da sfruttamento e da macello, pone problemi serissimi per la vita di questi esseri e per le persone che decidono di aiutarli, cercando di strapparli ad un destino che sembra già scritto, anzi inscritto nell'ordine naturale delle cose.

Innanzitutto c'è la questione dell'obbligatorietà del codice numerico che queste creature devono poter esibire sin dalla nascita per aver diritto ad una qualche forma di esistenza.

Nel nostro paese, infatti, un animale da reddito che non sia stato “marchiato” non può esistere, non può calpestare l'italico suolo, e non esiste nessun luogo di espatrio se non la morte, l'abbattimento e il conseguente smaltimento come oggetto pericoloso.

E se per alcune specie i veterinari possono chiudere un occhio e, dopo una consistente ramanzina su come funzionano le cose, accettare di regolarizzare un animale adulto, su altre sono inflessibili, come nel caso dei bovini.

La paura di quel mostro che la stoltezza stessa del moderno allevamento di cui sono a guardia ha creato, la mucca pazza, giustifica infatti un solo imperativo: sparare a vista sulle mucche non portatrici di orecchino di riconoscimento, come di fatto è avvenuto recentemente in alcune parti d'Italia in casi di bovini vacanti.

Questo comporta, inoltre, la non “salvabilità” di questi animali trovati senza riconoscimento, che non potendo essere registrati, non possono entrare nei rifugi o in qualunque altro luogo e devono essere tenuti nascosti come clandestini.

Altra grande stonatura di questo stato di cose è che appunto i rifugi sono equiparati agli allevamenti, e che quindi le persone che vi lavorano, spesso a titolo di volontariato, devono invece essere immersi nello stesso sistema che stanno combattendo.

Legalmente il rifugio x che salva un numero x di bovini è un allevamento tanto quanto l'allevamento y che macella ogni anno un numero y di bovini, con lauti guadagni.

I volontari dei rifugi devono diventare esperti di normative sugli allevamenti, e devono stare ben attenti a non sbagliare, destreggiandosi tra norme che cambiano continuamente, pena multe ed il sequestro stesso degli animali ( perchè è un fatto che i rifugi sono controllati, molto di più che gli allevamenti intensivi, come dimostrano le investigazioni che testimoniano infrazioni impensabili), devono perdere intere mattinate negli uffici delle asl, pagare i veterinari per i prelievi e le varie scartoffie ed aiutarli quando vengono a disturbare gli animali.

Sì, perchè la mucca che vive tutto l'anno nella tranquilla libertà di un rifugio, deve essere periodicamente catturata e legata, stile rodeo, per permettere al veterinario di turno di fare tutte le operazioni necessarie.

Spesso, animali che vivono ormai le loro esistenze in un sereno rapporto con gli esseri umani, vivono ore di terrore, rincorsi da persone che inspiegabilmente gli vogliono fare del male.

Io stesso ho rischiato di avere la testa sfondata da una asino che ama giocare con i bambini, ma che diventa furibondo quando il veterinario viene a prelevargli il sangue, tanto da essere con disprezzo definito un animale pericoloso.

 

Macchia ed Ercolino, una storia esemplare

Per addentrarci meglio nelle implicazione che, a livello pratico, questa normativa reca con sé, prendiamo la storia di due animali che l'associazione “fattoria della pace Ippoasi”, di cui faccio parte, sta cercando di salvare dalla macellazione.

Macchia è una bovina che, vivendo in un contesto particolare, non è stata registrata da chi la “detiene”, ed è stata ingravidata per poterla mungere ed ottenere del latte. É nato così suo figlio Ercolino, a sua volta non registrato. L'associazione di cui sopra è stata contattata da una persona, vegan, che vive nella comunità dove risiedono anche i due animali, nel momento in cui era stato deciso di macellarli. La comunità si era detta disponibile a non ucciderli purchè fosse alleggerita dal loro mantenimento ed i bovini trasferiti in altro luogo. Insomma, era disponibile a “regalarli”.

L'associazione ha diramato subito tra i suoi contatti un appello, in cui si spiegava che era possibile salvare e portare al rifugio le due creature, purchè si trovasse qualcuno disposto a farsi carico della parte economica del mantenimento ( l'associazione ci avrebbe messo il terreno ed il lavoro di cura quotidiana). La risposta non si è fatta attendere e si sono fatte avanti persone disposte a pagare  le spese mensili di madre e figlio.

Quindi nessun problema, si poteva andare a prendere i due bovini, portarli al rifugio e farli vivere in pace la loro intera esistenza. Dunque tutto è bene quel che finisce bene! Ed invece no, perchè Macchia ed Ercolino non hanno il loro codice numerico, che deve essere applicato entro tre giorni dalla nascita, e quindi non possono essere spostati, anzi, la loro esistenza ed ubicazione deve essere tenuta nascosta per la loro stessa sopravvivenza.

Tutte le asl Toscane a cui si è infatti rivolta l'Ippoasi, nel tentativo di regolarizzarli per poterli portare al rifugio, si sono dimostrate implacabili: nessuno si prende la responsabilità di registrare i due bovini, ed anzi, se venissero trovati, sarebbero abbattuti.

Intanto, la comunità dove vivono, fà pressione perchè siano portati via, e la minaccia della macellazione è come una spada di Damocle sulla testa di questi due esseri, che se non fosse per le normative sugli animali da reddito, sarebbero già in salvo in un rifugio.

Al momento si è riusciti a trovare un accordo, che però deve essere rivisto proprio in questi giorni, per cui Macchia ed Ercolino possono ancora stare dove sono nati ma vengono mantenuti dall'associazione con i soldi erogati dalle persone che li hanno adottati a distanza.

Essendoci però una sorta di ultimatum, per cui a Settembre o vengono portate via o saranno macellati, si tenterà il tutto per tutto, contattando anche una asl Lombarda dove c'è stato un precedente del genere.

Sicuramente, questa storia come tante analoghe, ha fatto maturare nelle persone che lavorano nei rifugi la consapevolezza che i tempi possono essere pronti per un lavoro, certo lungo, difficile ed estremamente ambizioso,  per un riconoscimento giuridico dei rifugi, come avviene in altri paesi.

Questo comporterebbe, come corollario, che gli animali ospitati in questi luoghi, non siano più considerati animali da reddito, rendendo tutta la gestione molto più semplice e più congrua alla realtà dei fatti.

 

La situazione in altri paesi

Nei paesi anglosassoni, dove i rifugi per animali da reddito sono una realtà assai numerosa e vasta, anche soltanto la denominazione riporta a tutt'altro stato di cose. Questi luoghi, infatti, dove “semplici” e “comuni” animali da macello vengono salvati ed ospitati, sono chiamati “santuari”, nome che nella nostra lingua riporta a situazioni molto più auliche, degne di animali considerati, magari per ragioni protezionistiche, più importanti ( ad esempio i santuari per cetacei).

In questi paesi i santuari non sono quindi equiparati agli allevamenti, non devono sottoporsi alla stessa burocrazia delle persone che su questi animali ci lucrano, ed il corollario più importante è che  gli animali ivi ospitati non sono più considerati da reddito.

 Nel nostro paese invece, come si è visto, partendo dal presupposto che qualunque animale da reddito potrà un giorno finire al macello, non c'è nessun tipo di affrancamento dalle normative vigenti sugli allevamenti.

I santuari stranieri godono di sovvenzioni ed anche di un ampio sostegno presso le loro comunità, che si esplicano in una notevole disponibilità di volontariato da parte della gente e di un ampio giro di donazioni.

In italia, invece, è ancora molto difficile trovare persone che vogliono occuparsi di questi animali e di solito il “giro” comprende, nella quasi totalità, persone già approdate al veganesimo ( normalmente è più facile avere empatia per cani e gatti, più difficile per animali che si mangiano, e quindi sacrificarsi e lavorare per un animale un cui simile ti troverai magari a mangiare a pranzo, senza contare l'estraneità ed il timore che spesso questi animali suscitano nelle persone, per niente abituate a vederli).


Cosa fare: la “rete italiana rifugi antispecisti”

Il 4 Marzo di quest'anno, a Firenze, è nata la “rete italiana rifugi antispecisti”, con lo scopo di riunire tutte quelle realtà che si identificano in questa dicitura, permettendo loro, attraverso la creazione di sinergie, di fare un lavoro più ampio e di trovare anche agevolazioni nel portare avanti i loro scopi.

Per rifugio “antispecista” si intende un luogo dove tutti gli animali siano considerati degni di una vita libera da soprusi e sfruttamento, dove non si facciano distinzioni tra specie e dove si porti avanti una politica di equiparazione tra ogni essere vivente ( ad esempio un canile dove ci si prodiga per il benessere del così detto “migliore amico dell'uomo” ma dove si considerano gli altri animali un prodotto per i nostri piatti, non è antispecista, come non lo è un posto dove magari si aiutano gli animali ma si portano avanti ideologie razziste, sessiste o di qualsiasi genere di odio intraspecifico).

I primi obiettivi che questa rete si è data, tutti di amplissima portata, considerando anche che devono essere portati avanti da persone già oberate quotidianamente dal lavoro sul campo con gli animali, sono:

-        mappature dei rifugi antispecisti di tutto il territorio italiano, il che implica fare preventivamente delle linee guida per poter identificare chi rientra in questa categoria e chi no.

-        mappare qualsiasi tipo di rifugio o spazio, anche privato, dove gli animali da reddito possono essere ospitati, in modo da favorire un incontro tra la richiesta di aiuto per il salvataggio di questi animali e chi se ne può far carico

-        creare un portale dove far convergere tutte queste informazioni, ed anche altre di diverso tipo, come consigli sulla gestione di ogni specie d'animale e quant'altro

-        favorire l'incontro tra le associazione antispeciste che gestiscono direttamente degli animali con quelle che invece fanno un lavoro divulgativo o di specifiche campagne, in modo che queste ultime possano magari contribuire agli oneri del mantenimento del rifugio, seguendo l'idea che questi siano la terra del movimento, luoghi dove si esplicano concretamente alcune delle idee portati avanti dal “movimento antispecista”

-        lavorare per un riconoscimento giuridico dei rifugi

Come si può ben vedere la mole e la portata del lavoro è amplissima, per cui è di fondamentale importanza che i rifugi e le persone che vi operano non siano lasciati soli ma che ricevano l'aiuto fisico, morale ed economico di tutti quelli che si sentono vicini a questi scopi e che si definiscono antispecisti.

 

Un corollario antispecista: similitidini tra  le norme per gli animali da reddito e la legge per la riattribuzione del sesso in Italia.

Avendo parlato di antispecismo, non vorrei assolutamente addentrarmi nel campo minato di una sua difficile definizione, ma vorrei piuttosto mostrare, con le mie modeste capacità, come funziona, quali pratiche ed azioni politiche ne discendono.

Per farlo uso il mio stesso corpo, trovatosi ad essere, suo malgrado, crocevia di vari tipi di oppressione. Secondo me, infatti, una delle pratiche antispeciste più importanti, è quella di fare i collegamenti tra i vari tipi di ingiustizie e tentare di farne scaturire una azione politica comune.

Questa unione può avvenire portando alla luce le similitudini tra le sofferenze degli oppressi ed il modo in cui queste si esplicano, e la radice comune delle dinamiche che giustificano tali oppressioni.

La speranza è che la lotta per la liberazione animale unisca tutte le lotte di liberazione e che risvegli le coscienze a livello globale ed in maniera completa, proprio ponendo il focus sugli oppressi per antonomasia, gli animali, senza però cadere in facili semplificazioni ed in una visione di tipo avventista quasi religioso.

La mia storia personale mi colloca in questo momento della mia esistenza in una posizione in cui, come persona transessuale che si batte al fianco degli animali da reddito, ho lo sguardo su due tipi di profonde sofferenze, cioè quelle che la nostra società ed il nostro ordinamento infliggono agli animali da reddito ed alle persone transessuali, transgender ed intersex.

Situazioni che sembrano lontanissime tra loro, grazie alle analisi che l'antispecismo porta a fare, si avvicinano molto, portando alla luce i meccanismi che permettono di svilire e quindi opprimere degli individui che avrebbero invece diritto alla libertà, riducendoli cioè in categorie rigide e mostrandone la lontananza dalla buona norma , costruita ad immagine dell'individuo dominante, e vigilare perchè questa norma si auto mantenga, passando anche per lo schiacciamento ed il denigramento del diverso,  visto quasi rovesciamento del “come si dovrebbe essere”.

Le persone transessuali, transgender ed intersex, che non sono quindi riconducibili alla normativa binaria maschio-femmina, non vengono più riconosciute come persone, come abbiamo visto accadere per gli animali da reddito.

Nel suo difficile vagare tra i generi, il transessuale perde il suo posto nella categoria dell'esistente,  diventa inimmaginabile come libera espressione della variabile umana, ma solo come cosa, come mostro, come perversione e follia.

Nello stesso ambiente antispecista bisogna stare attenti a non incappare in un facile giudizio che vede queste persone come prodotti di una aberrazione della società moderna e della tecnologia medica, piuttosto che mettersi ad ascoltare senza pregiudizi quello che queste esistenze possono dirci e di quali istanze e necessità sono portatrici.

La legge 164 del 1982, che da trent'anni regola in Italia, senza le necessarie revisioni, quello che viene definito “percorso di riattribuzione del sesso”, ha, nelle interpretazioni che di prassi i giudici le danno, molte similitudini con quanto abbiamo visto accadere per le norme sugli animali da reddito.

La legge era nata quasi come una sanatoria, per colmare il vuoto giuridico che le trans che si operavano allora all'estero ( non essendo in Italia permesso), creavano con il loro rientro nel paese.

Queste persone infatti, che lottarono strenuamente per ottenere una legge e che inscenarono anche forme di lotta molto spettacolari, vivevano nella posizione di avere dei documenti difformi all'aspetto fisico, condizione che può essere estremamente difficile, umiliante e lesiva della propria privacy.

In Italia, per arrivare al cambiamento anagrafico, e quindi ad avere documenti che corrispondano al genere di elezione, bisogna sottoporsi alla così detta riassegnazione del sesso ( alle volte indicata anche come “rettificazione”), che comprende tutta una serie di step medico-chirurgici che portano poi alla operazione finale.

L'inizio di tutto è la diagnosi di dig, “disforia di genere”, che attesti il disagio psichico della persona rispetto al suo sesso biologico, rilasciato da uno psichiatra, categoria di medici che fungono da moderni caronti, che stanno a guardia delle porte di accesso di questo percorso e che decidono chi vi entra e chi no.

La diagnosi di dig, che spesso è in fondo un autodiagnosi, prevede di solito un periodo di osservazione psichiatrica mirante ad escludere altre malattie mentali ( la persona transessuale è, in pratica, un malato di mente sano) e, nel migliore dei casi, un percorso psicologico di supporto per affrontare le grandi difficoltà, sopratutto a livello sociale,  a cui sarà esposta la persona durante il percorso

Il fine, quando si riesce ad instaurare un rapporto costruttivo tra queste figure e la persona che è “costretto” a rivolgervisi, è anche quello di far arrivare il transessuale in una situazione di migliore equilibrio psichico possibile al momento della somministrazione ormonale.

Il secondo passo è infatti la tos, la terapia ormonale sostitutiva, mascolinizzante o femminilizzante a seconda dei casi, seguita da un endocrinologo, previa diagnosi di dig ed esami attestanti la condizione di salute generale della persona e la sua situazione ormonale di partenza e l'assenza di “sindromi” intersessuali.

A questo punto la persona transessuale deve rivolgersi, con il suo avvocato, al tribunale della propria città, per ottenere dal giudice la sentenza con cui potrà procedere alle operazioni chirurgiche di adeguamento, dopo cui potrà chiedere il cambiamento anagrafico ( mastectomia ed isterectomia nel caso del percorso da donna a uomo, vaginoplastica nel caso inverso)

Come si vede non c'è un autodeterminazione sul proprio corpo, ed il percorso burocratico è spesso lento e difficile.

Ottenuta la sentenza, si può entrare nelle liste degli ospedali che eseguono tali operazioni, se si vuole usufruire del sistema sanitario nazionale, o farle più velocemente, per chi ne ha la possibilità, privatamente, anche all'estero, dove i risultati spesso migliori.

Fatte le operazioni, si tornerà in tribunale, con tutta la documentazione clinica, per chiedere il cambio anagrafico, per cui verrà sostituito il nome ed il sesso su tutti i documenti.

La persona transessuale, per il nostro ordinamento, diventa così un uomo od una donna a tutti gli effetti, passando, in maniera completa e definitiva, nel genere di elezione.

Cosa comporta tutto questo iter e quali sono gli assunti culturali che determinano l'impianto di questa legge?

Credo che la cosa più importante, specialmente in questo contesto, sia quella di mettere in evidenza come la persona che non si riconosce nel proprio sesso biologico, venga incanalata su di un percorso di normalizzazione, che rettifichi un presunto sbaglio della natura ( a cui la scienza non sa ancora darsi spiegazione), e che la riconduca ad un corpo ed ad un genere il più possibile vicino ai rassicuranti stereotipi di maschio e femmina.

La classe medica ci racconta i transessuali con la classica storia di un'anima, un cervello, intrappolato nel corpo sbagliato, che si è dimostrata, da quanto i transessuali hanno preso il coraggio di narrarsi in prima persona, assolutamente stretta e riduttiva per la maggioranza dei vissuti reali di queste persone.

C'è voluto e ci vuole molto coraggio per produrre una “cultura” ed una letteratura trans, proprio perchè, come si è visto, gli psichiatri hanno il potere di decidere chi sia genuinamente transessuale e chi meno e le persone che hanno l'urgenza vitale di accedere al percorso, preferiscono adeguarsi all'immagine che gli viene richiesta piuttosto che svelare il loro vero intimo, confermando alla fine quello che i medici pensano di sapere su di loro.

Anzi, spesso questa immagine stereotipata del transessuale arriva ad influenzare il transessuale stesso, che finisce per credere a queste storie, cercando  di ritrovarle in se, in modo da avere una conferma per quello che sente di essere. E' stato solo il confronto tra gli stessi transessuali tra di loro che ha fatto emergere le loro vere storie ed i sentimenti che le accompagnano, che hanno, pur nella diversità, alcuni tratti comuni.

Lo stereotipo del transessuale, che ha fatto molte vittime sulla sua strada, si basa su idee speciste, come il fatto che si pensava dovesse essere assolutamente eterosessuale rispetto al genere di elezione.

La violenza che il nostro ordinamento esercita sulla persona transessuale è lampante se si pensa che questa deve accettare su di sé, sul proprio corpo, tutto l'iter di rettificazione che comprende interventi chirurgici di demolizione e ricostruzione, per ottenere il cambio anagrafico, senza il quale è difficile avere una vita serena.

Il cambio anagrafico è infatti fondamentale sia per quelle persone che non vorrebbero modificare il proprio corpo ma che sentono invece la necessità di un riconoscimento sociale del loro genere di elezione, sia per quelle persone che vogliano adeguare la propria immagine al loro sentire, senza però arrivare ad eseguire tutti gli interventi, che arrivano fino alla sterilizzazione.

Infatti, quello che sembra fondamentale per i  nostri giudici è che la persona transessuale sia resa incapace di procreare, attraverso l'intervento di isterectomia per i nati donna, attraverso la vaginoplastica per le nate uomini.

Come nel caso degli animali da reddito, questa violenza non ci accomuna ad altri paesi, dove, per ottenere il cambio anagrafico non è a volte richiesto nessun tipo di intervento.

In alcuni stati, infatti, basta la volontà di passare all'altro genere per avere il nome adeguato, mentre in altri sono richieste solo le cure ormonali.

L'Italia si distingue quindi per una certa rigidità, dove gli animali da reddito devono rimanere tali fino alla morte, e dove le persone vengono distinte rigidamente in maschi e femmine, e chi non si riconosce in questo stato di cose è trattato in maniera punitiva.

Nel caso degli animali sono i veterinari che hanno il compito di vigilare sullo status quo, mentre per le persone transessuali è la classe medica che dirige il loro percorso. Entrambi sembrano posti a guardia di grandi interessi, che si stagliano, abbastanza chiaramente sullo sfondo.

Perchè nel nostro paese alberghi una tale arretratezza, che ingabbia i corpi in categorie fisse ed immutabili, è tema su cui riflettere.

Quello che è certo è che, come antispecisti, siamo chiamati ad una lotta di liberazione qui ed ora, perchè questo ordinamento smetta di fare vittime, smetta di causare tanto versamento di sangue di tantissimi animali, umani e non.

 

 

 

 

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Proponiamo qui la preziosa testimonianza di un attivista per la liberazione animale umana e non umana, che ci offre una chiave di lettura importantissima, associando i percorsi di transizione umani e il nostro ruolo sociale con lo sfruttamento animale.


 

Ciao Egon. Siamo interessat* alla tua storia, di chi come tanti/e, sta sperimentando il lato oscuro dell'oppressione. Puoi cominciare spiegandoci brevemente questo momento della tua vita?

Mi chiamo Egon Botteghi ed ho 40 anni. Questo non è il nome che mi hanno dato alla nascita i miei genitori, questo è il  nome che mi sono dato io verso i 14 anni, quando ho cercato di incarnare una personalità, una specie di mio doppio, quella sensazione che ho sempre avuto di non essere come veramente apparivo, di sentirmi diverso da quello che l'esteriorità testimoniava per me. Per questo ho scelto questo "esotico" nome mittel europeo, che ha al suo interno la parola "ego", io. Solo molto più tardi ho scoperto che questa sensazione, questo disagio, questa difficoltà aveva un nome, disforia di genere, e che io ero un transessuale.

Queste esperienze emergono molto presto nel vissuto delle persone (io ho avuto la prima "avvisaglia" a quattro anni) ma nel mio caso ho combattuto strenuamente contro questa mia "condizione", perché ero convinto che accettarla sarebbe equivalso alla morte civile, alla fine più misera immaginabile. Così ho fatto di tutto nella vita per sopravvivere nel mio corpo di donna, e tra le tante cose che ho fatto ce ne sono molte di cui vado orgoglioso, come i miei due figli ed il rifugio per animali da reddito "Ippoasi", che è poi come un terzo figlio. Questo è infatti quello di cui mi occupo attualmente, dal 2008, cercando, attraverso questa fattoria didattica vegana, di divulgare ed approfondire l'antispecismo, di creare spazi di incontri tra la gente e tra le specie e le esperienze.

In questo momento la mia vita è divisa tra il cercare di far sopravvivere questo progetto, che è in un momento critico per via dello sfratto incombente e delle problematiche economiche della mia famiglia, il percorso di transizione da donna a uomo, e la cura dei miei figli. Il percorso di transizione l'ho iniziato l'anno scorso, quando finalmente mi sono reso conto che potevo farcela a sopportare quest'onere, ma anche l'onore di accettare finalmente me stesso, e mi sono rivolto ad uno  dei centri specializzati in Italia per la diagnosi e la cura della disforia di genere, all'ospedale Careggi di Firenze."


qual è, secondo te, la connessione tra il percorso transessuale e l'attivismo animalista?

La connessione la vedo sul fatto che anche le persone trans fanno parte dei tanti oppressi, un'oppressione molto forte. La prima connessione è il legame di destino di oppressione che accomuna le persone trans e gli animali non umani. Questa oppressione è molto forte, perché comunque la transfobia è forte e ha origine nella cultura dominante specista, per cui la persona umana dominante è di un certo tipo. Chi si pone al di fuori di questa tipologia o chi si trova ad essere al di fuori di questa tipologia viene oppresso. La persona trans vive molto profondamente questa esclusione perché si pone al di fuori dell'immaginabile. Per la cultura dominante, la persona trans è quasi una non-persona perché fa delle scelte che la pongono "contronatura", è come se fosse creata in laboratorio. Il suo esistere sovverte una situazione granitica. Una nasce donna e poi vuole diventare uomo: sembra una cosa da Frankenstein, quindi si pone al di fuori del vivente, al di fuori della cultura in cui vive, al di fuori di ciò che la gente considera persona. Quindi viene facile considerare la persona trans come un corpo e ciò porta alle uccisioni e aggressioni, che sono all'ordine del giorno. basti pensare che l'Italia ha le percentuali più alte d'Europa.

Come vivi sulla tua pelle questa esperienza?

E' ancora più inquietante e fa soffrire, nel mio caso, specie le persone della mia età. Queste cose sono interiorizzate, questo tipo di giudizio l'ho interiorizzato, ci ho messo molto per disfarmene. Ho iniziato la transizione tardi, a 39 anni perché ero terrorizzato. Quello che mi spaventava era proprio questo, avevo questa immagine in cui la persona che fa questa scelta muore in solitudine, prende le valigie e se ne va dalla comunità accettata, dove ha delle relazioni e una rete di supporto. Ero terrorizzato, avevo paura di trovarmi cosi, anche le persone che ti vogliono bene lì per li non sono contente della scelta. Avevo paura di perdere i miei genitori a causa della mia scelta di transizionare, e ho aspettato molto prima di arrivare a  dirmi che anche se perdevo l'approvazione dei miei genitori e avrebbero smesso di parlarmi, non mi interessava, avrei proseguito il mio percorso.
Dentro di me ho questo concetto del mostro, io stesso mi sento un mostro, mi chiedo: ma cosa sono, cosa faccio? E' possibile che una persona si possa mettere in testa di fare questa cosa assurda? È' un'assurdità, una cosa non concepibile. A volte, mi sento come di non esistere, non avere un posto nelle possibilità del vivente. Uno nasce così e così ci resta: Invece alle volte, ti trasformi in qualcosa che non era previsto, è quasi come fosse una scelta tua, diventare qualcosa di non previsto, di non naturale. Ti prendi tutte le conseguenze del caso. Poi, invece, parlando con altre persone, scambiando esperienze, anche se ogni trans è diverso, ci sono alle volte degli aspetti che ti legano, un sentire un percepire le cose che ti accomuna alle altre persone trans. Le persone nascono cosi. Al giorno d'oggi si può optare per fare cose che non si potevano fare fino a non molti anni fa. Per me è stato durissimo accettarlo in prima persona e ancora oggi sono terrorizzato. E' molto difficile farlo accettare all'esterno. Per la maggior parte delle persone è una cosa assurda, legata alla devianza, alla patologia. Va a toccare la parte più pruriginosa, quella legata al corpo e alla sessualità. L'immaginario collettivo corre subito alla trans brasiliana che si prostituisce e da li non si smuove. Quando una persona "normale"(secondo i canoni della società dominante) inizia questo percorso, tutt* restano sorpresi.

Tu che incarni una doppia posizione, come attivista animalista e antispecista, vivendo l'antispecismo come una delle punte più avanzate della politica radicale antagonista di critica del sistema, non delle piccole parti ma della creazione di un mondo, sei anche impegnato in questa risoluzione personale che ha valenze politiche. Dove sta, secondo te, l'aspetto politico di questa doppia veste di attivista e qual è la tua esperienza di questa doppia situazione, sia impegnato nel percorso trans e sia come attivista animalista anche in modo pratico, dato che gestisci un rifugio. Come percepisci queste connessione, al di là dell'aspetto teorico?

La connessione politica secondo me è importantissima, ad esempio anche l'omosessualità ha una valenza politica, come altre situazioni. E' un decostruire un'immagine del sistema, che è il sistema dominante, che io chiamo l'impero eterosessista, e far vedere come sia una costruzione, che appunto esercita un dominio su società e singolo, che è una costruzione e non un dato di fatto. Perché la potenza di questa immagine che vuole l'essere umano eterosessuale, che deve fare una famiglia composta da uomo e donna, procreare in un certo modo e avanti cosi,  è spaccia tutto ciò come l'essere umano in natura. Questa è la potenza di questa costruzione, darla come naturale. Invece di naturale non c'è proprio niente. Si tratta solo di modalità diverse, una persona può essere etero oppure no. Personalmente, penso che tutte le persone sarebbero bisex, se non fossero condizionate. Potrebbero quantomeno scegliere liberamente la propria sessualità. Fare una scelta di questo tipo e renderla manifesta e rifletterci è un'azione politica. Ad esempio, si occupano di questo gli studi queer, seguiti soprattutto da filosofe americane (Judy Butler, per fare un esempio). Questi studi sgretolano la potenza di questa gabbia eterosessuale che ci portiamo dietro da qualche tempo, non essendo sempre stato cosi, almeno non in questa forma. Per me è importantissimo, ha una potenza di liberazione enorme. Questa pratica libera le persone. Gli animali non-umani hanno le gabbie fisiche da cui possono essere liberati, le persone umane hanno gabbie mentali da cui non possono essere liberate, devono liberarsi da sole. Se più persone riflettessero sulla non necessità di portare avanti questo modulo di famiglia etero mononucleare, la sua valenza politica sarebbe fortissima. Per me è stata una liberazione, poter accedere al percorso con meno paura, grazie agli studi che ho fatto, perché ne sentivo la necessità di saperne di più. Vedere che le mie esigenze, che io percepivo come immorali, mostruose, vengono invece riflettute e mostrate come positive da filosofe, ecc. mi ha levato un peso, mi sono detto: allora non sono un mostro, sono un guerriero! (ride)
E' stata una grande liberazione. Il mio non è un doppio ruolo ma una continuazione. Non mi piace parlare di tolleranza, non voglio essere tollerato. Per me è questione di apertura totale, bisogna aprirsi verso tutte le cose che possono esserci, senza giudicare.

Al di là della convinzione che la liberazione debba essere totale, per umani e altro-da-umani, pensando, ad esempio, al 25 aprile che si avvicina, la rievocazione della liberazione dal fascismo, collegato alla liberazione animale, è un'azione politica dichiarata, è patteggiare per una certa visone della vita. Cos'è per te la politica?

Questa è una domandona!(ride) Politica è come un* agisce. Per me l'antispecismo è una cosa politica. Non si può dirsi antispecista e apolitic*, si può essere apartitic*. Ma se sei contro una certa forma di dominio, e certi meccanismi, questo è politico. E' una politica che si pone anche in un certo punto. E' chiaro che una persona antispecista poi non può rifarsi a certe tradizioni dove l'oppressione è un modo d'azione, altrimenti c'è una contraddizione troppo forte, possono dire di essere un'altra cosa. Un* deve combattere l'oppressione in tutte le sue forme. Non si può voler liberare certe categorie ma perseguitarne altre.

L'antispecismo per te è questa punta più avanzata di una visone politica di liberazione, che comprende antirazzismo, antisessismo, anti-omo/transfobia. Ma come ti spieghi che poi nell'azione pratica alcun* attivist* sono transfobici, razzisti, ecc.?

Non posso giudicare, dipende dalle situazioni. Può essere una forma di ignoranza, nel senso che non hanno riflettuto abbastanza su certe cose e parlano per luoghi comuni. Oppure hanno avuto delle esperienze personali che magari le portano a parlare con emotività rispetto ad alcuni argomenti. Un* antispecista che, ad esempio, ha avuto un furto da un rom, magari comincia a parlare male dei rom a causa di ciò che gli è successo.

Nel caso, ad esempio, di una persona trans che afferma la propria identità, o di una persona omosessuale che afferma il proprio orientamento, perché un* dovrebbe essere contrari*? O dirsi favorevole a parole ma poi agire esprimendo una contrarietà a questi modi di essere?

Secondo me, si tratta di una mancanza di riflessione verso certe cose, mancanza di confronto, di conoscenza perché spesso la gente parla senza sapere di cosa parla. Ad esempio,  nell'esperienza trans nella maggior parte dei casi chi sceglie di transizionare si trova in conflitto col proprio attivismo antispecista, perché fa uso medicinali, prodotto dalle stesse case farmaceutiche che poi boicotta; si sottopone a delle operazioni, e quindi si trova ad avere a che fare con la classe medica, che comunque usa certe sostanze testate, ecc.. Una persona antispecista che non ha questo disagio fa presto a dire "sei incoerente perché alla fine dai i soldi alle multinazionali, ti fai operare ecc.". Siccome la considerano incoerente, si sentono in diritto di non accettare la persona trans. Ci vorrebbe più dialogo e confronto. Certe cose, a prima vista, sono proprio cosi. Ma ascoltami per capire perché lo faccio, come mi sento, confrontati con la persona che hai davanti, visto che parlate la stessa lingua, senza dare giudizi semplicistici perché non ti trovi in quella situazione. Non sai quanto travaglio interiore viene vissuto dalla persona trans vegan, che ha pensato per anni su come trovare una soluzione per non cadere in contraddizione, poi la scelta però è una cosa personale.
Anzitutto, bisogna parlare con queste persone, un* giudica il/la trans perché usa ormoni, anche in una situazione cosi, però quando il cane sta male lo porta  dal veterinario, che comunque usa farmaci e quant'altro. Per il cane non si va a guardare la vivisezione, per una persona che sta male, che rischia la depressione e il suicidio, si va a vedere anche la pagliuzza. Questo giudizio è davvero prescindibile dalla transfobia? Perché non si giudica il diabetico? Perché solo la persona transessuale?
Perché il/la trans è la persona che si sveglia una mattina all'improvviso e vuole cambiare, è pazza, deviata, e quindi la transfobia non accetta il/la trans di per sé. Viene considerata una scelta.

Sulla tua pelle, come e quando hai vissuto questi momenti di discriminazione?

Ad esempio, il mio ex compagno non accetta ancora la mia scelta di usare certi farmaci. Per fortuna, c'è una sensibilità molto alta e accetta me, siamo vicinissimi, però secondo lui l'uso di certi farmaci è una contraddizione, non se ne capacita. All'inizio era proprio transfobico, non ne accettava l'esistenza. Ora ha capito che una persona può essere trans, che non ha colpe, però secondo lui dovrebbe fare altre cose, dovrebbe accettare il proprio corpo cosi com'è e lottare per modificare la società in modo che anche se si nasce in un certo corpo, ci si può stare bene lo stesso perché sarai accettat* dalla società. La transessualità è considerata contronatura perché la tua scelta ricade su altre persone non umane. Alle volte  questo giudizio è pesante. Mi ritengo fortunato, perché vivo in un contesto antispecista, vivo in un rifugio, le persone che frequento si definiscono antispeciste. Quando comunico questo percorso tutte le persone sono tranquille. A volte, vengono anche persone in visita al rifugio, e spiego loro la mia situazione. Nessun* è mai scappat* e nessun* ha detto nulla, la maggior parte delle volte si chiacchierava con queste persone sulla transessualità.
Poi, purtroppo, arrivano alle spalle voci transfobiche da parte di persone che si definiscono antispeciste. Ci è stato riferito che una persona antispecista e vicino a situazioni a noi vicine, ha detto che io coi soldi dei benefit per gli animali mi ci pago le operazioni di riassegnazione sessuale. Si tratta proprio di ignoranza, anche perché le operazioni sono coperte dal servizio sanitario pubblico. Si tratta quindi cattiveria gratuita.

Parliamo di oppressione di genere, che tu vedi anche tramite l'occhio della transizione. Parli di un imperialismo eterosessuale che porta a reprimere ogni persona che vive al di fuori da questa egemonia. Ti sei interessato anche alle politiche femministe. Sei arrivato al pensiero queer, che è un'evoluzione del pensiero femminista, infatti le prime a parlarne sono state delle donne, filosofe attiviste, che scendevano in piazza per dichiarare la loro necessità di esprimere una sessualità o transizione a seconda delle loro necessità, una richiesta di liberazione dei corpi di donne e dei corpi in genere. Qual è il tuo pensiero rispetto a questo, al femminismo e all'oppressione di genere?

Adoro le femministe!(ride) Ci si può fare l'idea che una persona che nasce nel corpo di donna e transiziona in uno maschile, possa odiare le donne o disprezzarle, dato che non si trova bene nel proprio corpo. Ma non è cosi! I giornali usano un linguaggio assurdo, "sei nata donna, vuoi essere uomo e aborri le donne". Alcuni FtM sono fortemente maschilisti, purtroppo. Personalmente ho una venerazione per le donne e per il femminismo, e come mi sento nel mio corpo è tutta un'altra questione. Tutto diventa un ostacolo quando sei nel percorso. Per i più giovani forse ora è più facile. Io me lo vivevo come colpa, Sono nata donna, categoria oppressa - ce l'ho nel DNA di lottare per gli oppressi- mi è venuto spontaneo di studiare, informarmi, lottare per la liberazione della donna. Il fatto di sentire questo desiderio di mascolinità, me lo vivevo come senso di colpa, mi dicevo: tu sei il primo che non accetti di essere donna. Data la mia propensione verso i più deboli, mi dicevo: tu vuoi passare verso la posizione del più forte. C'ho riflettuto molto.

L'ambiente stesso ti colpevolizza. Ho vissuto per anni come lesbica butch. Negli anni in cui frequentavo le lesbiche, molte erano separatiste. nei rapporti di coppia rivestivo spesso un ruolo maschile, e questo andava bene. puoi vestirti da uomo, fare la parte dell'uomo ma non bisogna oltrepassare una certa soglia! Non vorrai mica diventare un uomo?! E' un tradimento per le donne e specie per le lesbiche. Ho avuto difficoltà anche nell'essere bisessuale. No! Anche quello è un tradimento - o sei etero e sei una merdaccia, se sei bisex sei falso e represso, perché non hai il coraggio di dire che sei omo. Al tempo, le persone bisessuali non esistevano nemmeno. Come oggi si fa fatica a far capire l’esistenza  delle persone trans, al tempo dicevano bisex now, gay later (bisex ora, gay più tardi). Ho avuto una vita di negazione continua, interiorizzavo e mi sentivo in colpa.
Ho accettato solo ora che mi piacciono le donne, perché mi piacciono! Era normale che mi piacessero gli uomini, viene il dubbio sulla cosa strana, mi dicevo: forse non mi piacciono davvero le donne.

Tornando al femminismo, io ho questa spina nel fianco: gli uomini trans che sono maschilisti. Ce ne sono tanti, perché è una forma di volersi adeguare ad una certa immagine, una forma di difesa, e mi vergogno per loro. Come non capisco l'antispecista che parla male dei cinesi, dei rom, delle persone lgbt, gli FtM che sono maschilisti non li capisco.

Si tratta di un bisogno, secondo me. Queste emulazioni di un certo cliché nascondono un'insicurezza. Chi nasce donna è donna biologica, qualunque cosa faccia, come si veste o comporta, nessun* può dire il contrario perché è nata donna. Chi fa la transizione deve dimostrare continuamente di essere cosi. Magari la femminilità è costruita, come tutta la cultura camp mostra, è molto facile capire come si può costruire una certa femminilità, ad esempio mi metto i tacchi, il rossetto, ecc.. Per una trans è questione di sicurezza, vestirsi e comportarsi per confermare agli altri di essere donna. C'è il bisogno di un rimando da parte degli altri, di essere riconosciut* dagli altri. Perché non sei sicura di te.

A volte c'è una forzatura in questi stereotipi, soprattutto le MtF non hanno seguito un percorso politico di liberazione.

Queste riflessioni, sull'identità, sull'oppressione, non sono fatte da tutte le persone trans. Non mi permetto di giudicare nessun*, però alcuni davvero pensano di essere nel corpo sbagliato e basta. Vogliono essere uomini, vogliono confondersi con gli uomini biologici, avere il ruolo del maschio dominante, senza fare nessuna riflessione su tutto questo. Cosi come alcune trans vogliono essere la donna oggetto, col tacco alto ecc. Non tutt* sono interessat* a queste riflessioni. Rispetto alla trans, c'è spesso in effetti questo aspetto di estremo erotismo, ma è anche un questione di lavoro a volte, perché magari lavorano nella prostituzione o nell'industria porno. Ci sono anche differenze culturali, ad esempio le trans brasiliane hanno per cultura un modo di presentarsi e di comportarsi che può rabbrividire le femministe italiane. Frequento un consultorio, dove il primo step è quello psichiatrico (la psichiatria, poi, è un capitolo a parte). Comunque in questo spazio non si vedono mai queste ragazze, non sono interessate. Non potrebbero nemmeno transizionare in Italia, perché ci legislazioni differenti.  molte di loro non sono interessate a questi discorsi, a queste analisi di tipo politico/sociale.
Il disagio della persona trans è legato al corpo. La corporeità e una cosa che viene sempre fuori, ecco perché spesso si trovano le persone trans che discutono di mastoplastica o ricostruzioni vaginali o falloplastica. Il disagio trans è legato al fatto di avere un corpo che non riconosci. L'aspetto corporeo ed erotico vieni fuori perché è legato al disagio stesso. L'attaccamento al corpo è uno dei primi problemi.

Che cosa ti senti di dire a chi leggerà questa intervista, qual è il messaggio che vuoi mandare come attivista antispecista e attivista trans?

Secondo me c'è un chiaro legame tra le due lotte perché l'oppressione della persona trans e del non umano derivano dalla stessa fonte, lo specismo. C'è la visione che il padrone del mondo sia un maschio bianco etero. Per me lo specismo è uguale al patriarcato, per il solo fatto che il patriarcato sia una forma di oppressione quindi è legato allo specismo. Il modello dominante è un maschio.
L'oppressione arriva dallo stesso punto, è una lotta comune. in genere le persone trans non vedono questo punto comune, ma anche hi è attivista trans spesso non vede il collegamento con gli animali non umani. Sarebbe bello che all'interno del movimento lgbtiq si parlasse anche di queste cose, come ad esempio è successo al SAT Pink, che durante la serata d'inaugurazione ha offerto una cena vegan - motivata con tanto di volantino! Tra l'altro, me l'hanno portato e mi hanno detto "è dei tuoi!".- Sarebbe bello riuscire a far capire alle persone la connessione di queste lotte, da un lato agli attivisti lgbtqi la connessione con la lotta di liberazione animale e la sensibilizzazione verso certe tematiche e dall'altra parte a chi si professa antispecista, che in Italia sono le persone che lavorano per liberazione animale, riuscire a far loro capire la connessione con la problematica trans e farli riflettere sulla proprio transfobia e sessismo, di cui non si accorgono. Sono cose che bevi col latte della mamma, spesso non hai il distacco per vederle. La chiave di lettura antispecista dovrebbe consertirti di essere critic* verso le varie forme di oppressione e discriminazione.  Parlando con un amico anarchico e addentro a varie forme di lotta, mi raccontava che ad un incontro di liberazione animale una persona trans ha fatto notare che il linguaggio usato era sessista. La risposta è stata che l'argomento erano gli animali, che tutt* erano d'accordo ma non centrava nulla con la discussione. E' una costruzione talmente interiorizzata che diventa difficile notarlo, ma l'attivista dovrebbe rifletterci, specie in punte cosi avanzate come l'antispecismo.

Come possiamo invitare le persone a fare queste connessioni?

Dobbiamo mostrare queste connessioni, bisogna parlarne, riuscire a non stancarsi di ripeterle, far riflettere. Io credo che l'educazione sia alla base di tutto.

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