Genitorialità trans come soggettività Queer

di Egon Botteghi

 

Come persona trans molte volte sono stato invitato a riflettere sui confini che ho attraversato e sulla mia esperienza, non sempre facile, di sconfinamento.

Già Kafka scriveva:

“E' pericoloso vivere tra i confini, i confini tra uomini e donne”[1]

 

Emblematiche, in questo senso, le parole della filosofa Judith Butler:

“Vi sono esseri umani che vivono e respirano negli interstizi della relazione binaria uomo/donna, rilevando che essa non è esaustiva ne necessaria.

Il passaggio da femmina a maschio non comporta necessariamente il permanere in una cornice binaria, ma assume la trasformazione stessa come il significato del proprio genere”[2]

 

Con il passare del tempo mi sono reso conto che uno dei confini più significativi che ho oltrepassato riguarda la mia famiglia, il mio essere genitore.

Essere infatti una madre uomo mi ha permesso di continuare a “vivere e respirare nell'interstizio” della binarietà, impedendo di esserne riassorbito e continuando a rappresentare una soggettività queer difficilmente eludibile e celabile.

 

Anche in una recente ricerca italiana sulla genitorialità t* si può leggere:

“Le persone transgender trasgrediscono l'espressione di genere che la nostra cultura idealizzava per ogni sesso, destabilizzando così le costruzioni dominanti di “mascolinità” e “femminilità”.

Questo è sopratutto vero, o per lo meno si evidenzia con più facilità, nel caso dei genitori T.

Queste persone si ritrovano in una posizione ideale per sfidare le pratiche tipiche di genere all'interno del sistema familiare, andando ad impattare sui significati dell'essere madre o padre”[3]

 

Così, ogni volta che mi presento come: “Uomo trans madre di due figl*”

sperimento senza meno il mio “potere destabilizzante”, anche all'interno della stessa comunità lgbtqi.

Come uomo trans rappresento già uno “strano”, essendo parte del corno meno conosciuto del percorso di transizione, quello da donna a uomo, ma come “uomo-trans-madre” rappresento proprio un ossimoro vivente.[4]

Lo stereotipo della persona trans è infatti quella della trans-donna (MtoF) sexworker, ed è quindi già un passo avanti scoprire che non tutte le donne trans sono sexworkers e che non tutte le persone trans sono nate nel genere biologico maschile e che esistono anche gli FtoM (trans da donna a uomo).

La sorpresa aumenta, ed anche la queerizzazione, quando capiamo che l'immagine della persona trans che non doveva avere alcun progetto genitoriale e familiare, è un'immagine vetusta e coercitiva, basata su vecchie (ma purtroppo ancora in parte attive) visioni della classe medica.

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Riprendendo a tal proposito la già citata ricerca, si legge:

“La prassi consigliata dai medici era di abbandonare la famiglia e il ruolo genitoriale, non farlo sarebbe stato un segno di fallimento della transizione. Secondo questi clinici, i pazienti dovevano avere una storia pulita, completamente avulsa dal passato. Questo probabilmente ha influito ad alimentare immagini negative e stereotipi circa la transgenitorialità”[5]

 

La crudeltà di queste prassi è evidente, come pure la sterilizzazione obbligatoria per le persone trans  che richiedono la rettifica anagrafica, che si è perpetuata fino ad oggi.

Non meno problematico è il fatto che pochi medici si prendono il tempo per investigare con le persone trans che richiedono la tos (trattamento ormonale sostitutivo), che le porterà in pochi mesi alla castrazione chimica, quale possa essere il loro progetto genitoriale.

Ancora oggi si pensa che la persona trans non voglia, non possa, avere dei figli.

Nel nostro paese i figli di persone transessuali sono tali perchè concepiti prima del percorso di transizione.

In effetti, come riferito nella tesi citata, questa visione medica e medicalizzante della persone trans “nata nel corpo sbagliato”, che vuole soltanto adeguarsi e “rinascere” nell'altro sesso rispetto a quello biologico di nascita, crea degli stereotipi difficili da superare rispetto alla genitorialità trans, che come detto, attecchiscono anche nella stessa comunità lgbtqi ed addirittura in quella trans.

Difficile, anche per chi si vorrebbe definire queer, immaginare un uomo trans, che come me ha partorito ed allattato i suoi figli ed una donna trans che ha usato il suo pene per concepire i suoi bambini, di cui è il padre biologico.

Difficile associare la parola “mamma” ad un uomo, e la parola “papà” ad una donna...eppure molti figli di persone trans ci riescono, dimostrandosi più realisti del re, più queer dei queer.

I nostri figli a volte fungono da facilitatori della nostra soggettività queer.

Quando giro con mia figlia di sette anni che, nonostante il mio fisico “passi” l'esame della mascolinità a livello sociale, continua a chiamarmi indefessamente “mamma”, cinguettandolo continuamente in giro, mi rendo conto che non avrò in quel momento la possibilità di essere assimilato in una acritica casellina “maschio” e che lei “difende”la mia soggettività queer.

Ci sono state fasi iniziali in cui questo comportava per me un imbarazzo: era come se mia figlia, che allora aveva tre anni, con il suo continuo ripetere quella parolina in pubblico, “rovinasse” il mio lavoro, il mio passing.

Poi ho riflettuto, sia sul diritto dei miei figli di chiamarti mamma, sia sul mio senso di imbarazzo e su come e perchè la mia maternità avesse potuto minare la mia mascolinità.

Ho capito che l'imbarazzo riguardava soltanto la paura della reazioni delle persone intorno a me, la paura ed il peso di sostenere fino in fondo una soggettività non assimilabile nella cornice binaria “uomo” o “donna” classici.

I genitori trans, spesso non capiti e non previsti neanche all'interno delle loro comunità lgbtqi, dileggiati alle volte come “non puri”, spesso mostrano invece cosa vuol dire continuare a vivere sul confine, cosa vuol dire incarnare una posizione che non potrà essere mai del tutto assimilata all'interno della nostra società e rimanere su quel crinale, impervio sì ma assai interessante, per amore.

 

madre 



[1]     Citato in “Crimini in tempo di pace” di M.Filippi e Filippo Trasatti, Eleuthera, 2013

[2]     Judith Butler, “Fare e Disfare il genere”, Mimesis, 2014

[3]     Lorenzo Petri, “Transparenting. Essere genitore ed essere transessuale”, Tesi Magistrale in psicologia, Università Degli Studi di Firenze, anno accademico 2013-2014

[5]     Lorenzo Petri, op,cit.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Nella primavera del 2015 è nato il Cirque, Centro Interuniversitario di Ricerca Queer, con una convenzione tra l'Università di Pisa, L'Università di Palermo e L'Università dell'Aquila.
Questo il sito del centro, da cui si può anche iscriversi alla mailing list: http://cirque.unipi.it/

"Il CIRQUE (Centro interuniversitario di ricerca queer) nasce dal desiderio di creare uno spazio inclusivo, aperto e vitale per gli studi queer all’interno dell’accademia italiana, e dalla convinzione che gli strumenti metodologici del queer possano dimostrarsi produttivi per la comprensione di un’ampia varietà di oggetti e di fenomeni, e portare a risultati originali, illuminanti e di grande rilevanza politica ed etica"
 
La prima attività messa a punto dal Centro è il ciclo di seminari per l'anno accademico 2015-16, che prenderà il via Mercoledì 21 Ottobre P.V e che sarà aperto da un intervento di Egon Botteghi sulle connessione tra sessismo, specismo, transfobia, percorsi di transizioni e problemi legati allo sfruttamento dei cavalli in ambito equestre.
 

Gli incontri si svolgeranno nell'Aula 1 di Palazzo Ricci, Pisa.


Università di Pisa Università dell’Aquila Università di Palermo

CIRQUE – Centro Interuniversitario di Ricerca Queer

Seminari CIRQUE 2015-2016

Tutti gli incontri si svolgeranno nell’aula 1 di Palazzo Ricci, via del Collegio Ricci 10, Pisa

con inizio alle ore 17.30 in punto (senza quarto d’ora accademico).

Mercoledì 21 ottobre Egon Botteghi Collettivo Intersexioni, Collettivo Anguane, Rete Genitori Rainbow

Non aprire quella porta. Viaggio in un percorso di transizioni

Mercoledì 4 novembre Giuseppe Burgio Università di Palermo

La bisessualità maschile. Pratiche, modelli e soggettività della fluidità sessuale

Mercoledì 18 novembre Carmen Dell’Aversano Università di Pisa

Per un’etica queer

Mercoledì 2 dicembre Federico Zappino

Norma sacrificale / Norma eterosessuale

Mercoledì 9 dicembre Antonio Rotelli Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford

La violenza invisibile contro i minori omosessuali a scuola. Le responsabilità dell’istituzione scolastica e degli insegnanti.

Mercoledì 16 dicembre Elisa Virgili Archivio Queer Italia

Il progetto Archivio Queer Italia: una piattaforma per teoria, arte e attivismo

Mercoledì 13 gennaio Fabio Ferrari Franklin University Switzerland

Che cos’è la famiglia queer? Ideologie lgbt, desiderio, e riproduzione umana in un contesto globale

Mercoledì 27 gennaio Massimo Fusillo Università dell’Aquila

Generi e ruoli: seduzione, compulsività, sadomasochismo

Mercoledì 10 febbraio Federico Oliveri Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace – Università di Pisa

Disobbedire ai confini: i migranti come soggettività queer

Mercoledì 9 marzo Gina Gioia Università di Viterbo

Queer Legal Theory: qualche sviluppo nell’ordinamento italiano

Mercoledì 23 marzo Rachele Borghi Universitè Paris IV Sorbonne

Performare la geografia, queerizzare gli spazi

Mercoledì 6 aprile Lorenzo Bernini Centro di ricerca PoliTeSse - Politiche e Teorie della Sessualità – Università di Verona

Il sessuale politico: dal freudomarxismo alle teorie queer antisociali

Mercoledì 20 aprile Alessandro Grilli Università di Pisa

La normalità come performance: funzioni (e disfunzioni) degli scambi sociali coercitivi nella rappresentazione letteraria

Mercoledì 4 maggio Silvia Antosa Università di Palermo

Identità queer e spazi della performatività

Mercoledì 11 maggio Gabriele Bizzarri Università di Padova

Queer e identità periferica: l'America latina oltre il postcoloniale

Mercoledì 18 maggio Laura Corradi Università della Calabria

Profili del desiderio e politiche della bisessualità

 
Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
Fonte: intersexioni.it

Dignità delle persone e autodeterminazione:

oltre i confini del binarismo di sesso/genere

di Michela Balocchi ed Egon Botteghi

Le intersezioni di intersexioni

Il collettivo intersexioni nasce nella primavera del 2013 dalla volontà di un piccolo gruppo eterogeneo di persone, già legate tra loro da esperienze pluriennali di collaborazione sul tema dei diritti umani e legate anche da forti rapporti di amicizia e stima reciproca. L’eterogeneità del gruppo è data da molteplici fattori: proveniamo da diversi percorsi lavorativi ed educativi, cosa che ci arricchisce reciprocamente; da diverse aree geografiche, cosa che ha reso la nostra presenza sul territorio più diffusa di quanto lo possa essere un’associazione con base locale; da diverse appartenenze o non-appartenenze identitarie e vari sono i nostri posizionamenti (2), cosa che ci rende buone alleate, decisamente allergiche a essenzialismi e determinismi biologici (3). Ci accomuna l’interesse per l’analisi delle cause delle discriminazioni basate su caratteristiche ascrittive, così come di quelle economiche e sociali, l’impegno all’elaborazione teorica unito al desiderio di incidere concretamente sulla realtà per contribuire a cambiarla, a migliorarla, la contaminazione tra teoria e pratica, tra accademia e militanza e soprattutto uno sguardo intersezionale dai margini, anche come studiose di confine (4).

Quello di intersexioni è sicuramente un progetto ambizioso e complesso. Siamo state le prime, e al momento siamo le uniche, in Italia ad unire l’impegno sul tema della conoscenza scientifica delle questioni intersex e dell’advocacy per i diritti umani delle persone con tratti intersex/dsd (5) all’analisi di altre aree che vedono diritti umani violati e forme di oppressione e di prevaricazione per genere, identità ed espressione di genere orientamento affettivo-sessuale, caratteristiche somatiche ed etniche. Se alcune di noi già lavoravano, dal punto di vista teorico e/o pratico, alla decostruzione delle strutture di potere collegate alle ideologie genderiste, sessismo, omotransintersex-negatività e razzismo, evidenziandone interconnessioni e forme di produzione e riproduzione macro e micro sociali, a questo si è unita – fin dalla fondazione del collettivo – una riflessione sullo specismo, che ci ha aiutate ad approfondire, da punti di vista per molte di noi inediti, le radici comuni tra le diverse forme di dominio e di violenza, di cui si possono riscontrare le origini comuni nell’economia e ideologia pastorale e patriarcale (Mason 2007).

 

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Pubblicato in Articoli

Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina

di Egon Botteghi

 

Quando ho letto la notizia dell'orango Sandra, che potrebbe essere liberata dallo zoo in cui vive reclusa da vent'anni, in quanto riconosciuta dai giudici argentini  come “persona non umana”(vedi notizia su La Stampa, e qui la notizia in lingua originale), ho subito pensato alla psicologa argentina Florencia Gonzales Leone, conosciuta a Napoli durante un convegno internazionale sull'identità di genere.

Con lei ebbi infatti un interessante scambio di opinioni riguardo all'avanzatissima legge argentina che permette alle persone gender variant di cambiare i propri documenti con un semplice atto amministrativo, senza dover ricorrere ad alcun intervento medico e legale sul proprio corpo, concedendo quindi piena autodeterminazione sulla propria identità di genere (vedi articolo di Repubblica; e qui la traduzione integrale della legge argentina).

Secondo Leone, questo rispetto per l'identità propria di ogni individuo, trova radici nel tragico passato argentino, con la vicenda dei desaparecidos, dove la presenza e l'identità di migliaia di persone sono state cancellate dalla violenza assurda del regime dittatoriale.

A tal proposito la psicologa sud americana scrive, in un articolo sull'argomento pubblicato da Intersexioni:

 

“Io vengo dall’Argentina, un paese in cui la dittatura militare ci ha lasciato trenta mila “desaparecidos” e tutta una società ferita, una storia che è piena di vuoti. Sono migliaia i libri, gli archivi e la storia che è stata bruciata, distrutta, come migliaia le famiglie di tutto il paese. Il motivo? Risolvere la problematica della diversità (di idee, di ideologie, ecc.) attraverso l’eliminazione della “diversità”. Trenta mila desaparecidos! 30 mila! per capire l’importanza della libertà di pensiero, di espressione, di ideologia e di vita in qualunque paese al mondo.

Ancora oggi, ogni Giovedì nella “Plaza de Mayo” di Buenos Aires, un gruppo di donne, chiamate Madres de Plaza de Mayo, lotta per il diritto a sapere dove sono finiti i corpi dei loro figli e dove sono oggi i loro nipoti. Qual è lo scopo ultimo di questa lotta? Il diritto all’identità! L’Argentina è un paese che ancora oggi prova a lottare con molto sudore ogni giorno per ricostruire la sua identità. Noi argentini abbiamo un’identità spezzata, rubata, negata che stiamo provando a mettere insieme attraverso la riappropriazione di ogni pezzo di un grande puzzle che ci permetterà di arrivare a scoprire chi siamo. Tutto questo è possibile solo attraverso la difesa della memoria, del rispetto per le idee proprie ed altrui e soprattutto con leggi che tutelano i diritti di ogni singolo cittadino.

Un’identità ha diversi modi di essere “rubata”, e per questo quando al convegno ascoltavo l’esigenza e il dispiacere dei cittadini italiani per la mancanza di leggi in Italia rispetto all’identità di genere, ho iniziato, un po’ inconsciamente, a porre in associazione questi temi tra loro, in special modo le identità rubate, perché un governo che non garantisce i diritti di ogni singolo individuo alla fine sta rubando a quel cittadino il suo diritto a esistere.

 La legge sull’identità di genere in Argentina, numero 26.743, permette che le persone trans* (travestiti, transessuali e trans gender) siano iscritte all’anagrafe e nella carta di identità col nome e il sesso che loro stessi hanno scelto. Inoltre questa legge consente e comporta che tutti i trattamenti medici di adeguamento all’espressione di genere siano garantiti dal sistema sanitario nazionale, sia pubblico sia privato.

La legge 26.743 è stata approvata il 9 maggio di 2012 e a oggi è l’unica legge al mondo che non patologizza la condizione trans.


Il 10 dicembre del 2013, in Argentina, si festeggiano i primi 30 anni di democrazia.

È una data concreta e simbolica per ricordare che, nè in Argentina né in nessun altro paese del mondo, si debbano attendere 30 mila desaparecidos per capire il vero senso della vita e il diritto a esistere¡K Mai Più!!”

Florencia Gonzales mi raccontava, che in seguito a questa legge, le persone gender variant che vogliono adeguare il proprio documento alla propria identità sociale percepita, devono solo recarsi in questi uffici per l'identità, luoghi nati appunto dopo la tragica vicenda dei desparicidos, e non nei tribunali, come qui in Italia.

Sono convinto che non sia un caso che la sentenza che attribiusce ad un animale non umano l' “habeas corpus” e quindi il diritto alla libertà venga dallo stesso paese in cui è stato sancito il diritto alla completa autodeterminazione alle persone trans, facendosi carico dell'inanienabile rispetto all'identità di ognuno, dimostrando ancora una volta l'intima correlazione tra le lotte per la liberazione.

 Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina - di Egon Botteghi

Pubblicato in Attualità - Notizie
Antispecismo.Net ha scelto di ripubblicare il testo - denuncia di Egon Botteghi volendo prendere posizione rispetto al tentativo qualunquista e negazionista di sminuire la portata dei temi trattati, finalmente sottoposti a lente di ingrandimento.
Come gruppo sosteniamo appieno la scelta di Egon di mantenere la denuncia al di fuori dell'analisi di singole realtà o persone, nonostante la conoscenza diretta ed indiretta ormai acquisita delle situazioni più critiche. 
Intendiamo sottolineare come questa lo staff di Antispecismo.Net consideri parimenti degne di osservazione (analisi, critica, ed opposizione) ogni forma di oppressione, discriminazione od esclusione degli individui. Per tale ragione mai liquideremmo un simile testo come un "tentativo di farsi pubblicità" - affermazione incredibilmente davvero apparsa in questi giorni in pubblica piazza -, considerando sessismo e omo/transfobia parte integrante del paradigma che vogliamo abbandonare e vedere dimenticato dalla società umana. La nostra posizione condivisa è consultabile anche come introduzione al testo di annalisa zabonati "Discorso critico sul sessismo: il sessismo nel movimento animalista antispecista - di annalisa zabonati".

Di seguito l’intervento di Egon Botteghi per il Collettivo Anguane in  vista del dibattito su “Discorso critico sul sessismo e il sessismo nel movimento animalista”

coordinato dal Collettivo Anguane durante il X incontro di Liberazione Animale.

13 Settembre 2014

Buongiorno a tutt*, mi chiamo Egon e come alcun* di voi sanno, sono un uomo transessuale. Ho iniziato la mia transizione da donna a uomo nel 2011, mentre ero già impegnato da alcuni anni nel movimento per la liberazione animale, nel cosiddetto movimento antispecista italiano. Nel 2008 ho infatti co-fondato un rifugio per animali domestici da reddito, trasformando il centro ippico che stavo gestendo e liberando i cavalli con cui lavoravo da molto tempo.

E’ stato il primo dei cambiamenti imprevedibili della mia vita, che mi hanno portato, da essere un allenatore e addestratore di cavalli e un istruttore appassionato di equitazione, in un altrettanto appassionato detrattore degli sport equestri e della schiavitù equina.

Questo cambiamento è stato possibile perchè la motivazione originale del mio essere “persona di cavalli”, derivava, fin da quando ero bambino, da un genuino interesse per questi animali (e per tutti gli animali in genere), così come accade per la maggioranza dei proprietari dei cavalli, che sono veramente convinti di amare il proprio animale.

Purtroppo l’equitazione ci viene presentata e proposta come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come un modo per essere vicino a questi animali, facendo scomparire il punto di vista del cavallo e la reale conoscenza delle sue esigenze. Il cavallo è trasformato nell’animale da equitazione, e chi pratica l’equitazione in “amante degli animali”, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia.

Per questo ritengo importantissimo divulgare le informazioni su queste pratiche, come sto cercando di fare con una mostra sull’equitazione e fare quello che è stato fatto a me, quando partecipai allo stage che nel 2008 cambiò la mia vita. L’insegnante che teneva il corso, da francese che era, usò un francesismo:

Io vi metto il naso nella merda, poi voi decidete se starci o meno, ma non potete più dire che non è merda”,

ci disse, mostrandoci un documentario sul rapporto uomo-cavallo (Alexander Nevzorov “Il cavallo crocifisso e risorto”).

Così, cercando di liberare le altre persone, ho cominciato a connettermi con la necessità della mia stessa liberazione ed il dolore per quello che non avevo mai voluto affrontare è esploso: nonostante la cosa mi terrorizzasse, dovetti riconoscere di essere una persona transessuale.

Quanto questo possa essere difficile lo dico con le semplice parole di un’altra persona FtM (female to male, transessuale da donna a uomo): “Non è facile scoprire di essere l’indiano in un film di cowboy”.

Sì, ero il cattivo della situazione, quello dalla parte sbagliata della barricata, e con enorme tristezza ho dovuto constatare che questo valeva anche in ambiente antispecista.

Quando ho iniziato la transizione credevo di trovarmi in una situazione privilegiata rispetto a tant* altr*: vivevo e lavoravo con persone vegan ed antispeciste e quindi pensavo che non avrei incontrato difficoltà di inclusione.

In realtà ho dovuto scoprire con shock che l’unica ferita quasi mortale l’ho ricevuta in questo ambiente e che per questo ho perso il lavoro ed il progetto che avevo fondato e seguito per anni, cosi’ che ho avuto la necessità di allontanarmi per un certo periodo dal movimento per sopravvivere.

Sottoscrivo quanto Annaliza Zabonati ha scritto nel suo saggio contenuto negli atti di “Liberazione Generale”:

L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di supposto sapere sulle varie forme di oppressione e di dominio… La tolleranza manifestata [rispetto alle persone lgbtqi] è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla non conoscenza dei temi derivanti dalle lotte di rivendicazione di liberazione femminista e lgbtqi”.

Furono proprio Annalisa ed Erika, ora mie compagne nel collettivo anarco-veg-femminista Anguane, ad intervistarmi per prime su questi temi per conto di Antispecismo.net.

In quell’intervista risposi a cuore aperto, mostrando già le criticità che il mio essere gender non conforming scatenava nell’ambiente “progressista” in cui vivevo e lavoravo e raccontai il primo episodio apertamente transfobico in cui ero incappato:

… purtroppo, arrivano alle spalle voci transfobiche da parte di persone che si definiscono antispeciste. Ci è stato riferito che una persona antispecista e vicino a situazioni a noi vicine, ha detto che io coi soldi dei benefit per gli animali mi ci pago le operazioni di riassegnazione sessuale. Si tratta proprio di ignoranza, anche perché le operazioni sono coperte dal servizio sanitario pubblico. Si tratta quindi di cattiveria gratuita.”

Al tempo sottovalutai il peso che queste posizioni ostili avrebbero avuto sulla mia vicenda, come sottovalutai, anche se mi faceva atrocemente soffrire, l’accusa che mi veniva rivolta come persona transessuale, anche dalle persone che in quel momento sostenevano di volermi bene e di essere al mio fianco:

se sei transessuale e prendi ormoni, allora non sei un vero antispecista, non sei più dalla parte degli animali, ma finanzi il sistema e le case farmaceutiche e sei CONTRONATURA”.

Questa è una frase che i transessuali antispecisti si sono sentiti dire dai loro “compagni” di movimento decine e decine di volte. Una compagna, ad esempio, scrivendo ad un compagno in carcere, gli raccontava che era in coppia con un ragazzo transessuale, anch’egli vegan ed antispecista. Questi gli ha risposto che per lui era inconcepibile e fuori discussione che un transessuale potesse essere considerato antispecista, perchè consumatore di ormoni!

Vorrei quindi analizzare questa accusa, che ha il sapore di una sentenza, pezzo per pezzo.

Se sei transessuale”:
la quasi totale maggioranza degli antispecisti non sa cosa sia una persona transessuale (nonostante ci sia una forte presenza di persone transessuali nel movimento, sia a livello nazionale che internazionale, e questo, vedremo perchè, non è un caso) e quando gli viene spiegato deve capire che non è una scelta. Non si sceglie di essere transessuali come oggi scelgo che vestito mettermi o cosa mangiare, è una condizione che insorge molto probabilmente dalla nascita (la scienza è ancora alla ricerca di spiegazioni), di cui si può prendere consapevolezza a vari stadi della vita e con cui devi fare, prima o poi, i conti. Non è una posizione facile o privilegiata nelle nostre società, questo è indubbio.

Quindi “se sei transessuale e fai uso di ormoni”, lo fai perchè non hai scelta! Non hai scelta perchè una delle condizioni primarie per la sopravvivenza è il riconoscimento di quello che si è.

Quindi, in una società come la nostra, dove la donna è quella con la vagina e le tette e l’uomo è quello con il pene ed i peli, una persona che nasce con una identità maschile in un corpo femminile, ha la necessità di portare delle modificazioni al proprio corpo per poter essere riconosciuto e per poter sopravvivere.

Il non riconoscimento porta ad una vita da inferno, che può sfociare nel suicidio.

Come sostiene Michela Angelini, medico veterinario transgender e vegan, attivista lgbtqi, “la transessualità è una questione sociale”.
Quindi non si possono colpevolizzare le persone transessuali se accettano l’unica soluzione che è al momento, nello sviluppo della nostra società, praticabile per rimanere in vita, contando poi che moltissime persone transessuali, una volta fatto il percorso di transizione, continuano a parlare ed agire contro la società binaria e sessista, che divide i corpi e le vite di donne e uomini in maniera così biunivoca.

Se un domani vivremo in una società che riconoscerà le varianti all’essere uomo-pene o donna-vagina e le rispetterà per quello che sono, una società dove una persona gender non conforming potrà scegliere di vivere serenamente anche senza interventi, lo dovremo anche alle persone transessuali che oggi si operano per sopravvivere ma che continuano a lottare per divulgare conoscenza e pratiche di liberazioni dei corpi.

Le stesse persone che additano le persone transessuali come a traditori della causa e alimentatori del sistema, quando si ammalano ed hanno bisogno di medicinali allopatici, pena il rischio di una debilitazione grave, le comprano, perchè non hanno alternative valide.

Non possiamo dire ad una persona transessuale di vivere serenamente nel suo corpo non conforme all’identità e pretendere di farsi rispettare per l’identità percepita, perchè questa modalità e la società che potrebbe supportare questa possibilità ancora da noi non esiste. Deve essere ancora costruita, e non si può costruire da morti. Se io vado in giro glabra e con le tette, sarò sempre considerato una donna, avendo poi anche il documento che parla per me e quanto questo possa diventare incompatibile con la vita, deve essere molto chiaro.

Le stesse persone che mi esortavano, nell’isola felice in cui credevo di vivere, a farmi considerare un uomo pur restando con il mio corpo femminile, mi hanno dimostrato di non riuscire a vedermi come tale.

Non si può neanche tacere il fatto che una persona transessuale, vegana ed antispecista, non prende “alla leggera” il passo di assumere ormoni cross-sex. Queste persone spesso passano anni ad interrogarsi, a studiare, sondare, ed anche soffrire, nel tentativo di capire come far collimare la propria sofferenza con le proprie esigenze etiche. Tutto quello che c’è da sapere su come sono prodotti, da chi e per quali scopi i farmaci che prende già lo sa, e forse ha anche cercato alternative più “naturali”, che però non hanno funzionato. Non sarà l’ennesimo antispecista integerrimo e giudicante a svelargli delle verità!

Sei contro natura!:
troppo spesso molti antispecisti si dimenticano, o ignorano completamente, come la Natura sia stata la più grande alleata delle più grandi oppressioni e inique distribuzioni di potere. La personificazione della potente e sempre buona e perfetta Natura, il ritorno al cui stato tutt* aspiriamo, ha preso da anni il posto di Dio nel regolare la scala dei valori dei viventi. I neri erano per natura inferiori ai bianchi, così come le donne agli uomini, così come, per la Natura, non doveva esistere l’omosessualità ed il sesso fuori dagli schemi procreativi.

Insomma la Natura è sempre stata specchio dei desideri di quello che era più conveniente alle strutture del potere. Per dirla con le parole di Franz De Waal:

come illusionisti, prima infilano nel cilindro della natura i loro pregiudizi ideologici, poi li tirano fuori per le orecchie, così da mostrarci come la natura concordi con loro”. (“L’età dell’empatia”).

Questa ideologia è perpetuata dagli antispecisti per pura ignoranza, e questo è un fatto grave in un movimento che si suppone radicale e rivoluzionario.

La transessualità comunque esiste in natura. Esiste in molti animali, che cambiano proprio sesso durante la vita, ed è sempre esistita nell’essere umano. Il fatto che dagli anni ’50 del secolo scorso, in occidente, il transessuale sia stato individuato come un individuo che cambia sesso con l’ausilio della medicina, è una questione intrinseca alla nostra stessa società. Qui non si pone la questione dell’uovo e della gallina, ma la risposta è chiara: prima c’erano le persone transessuali e poi i ritrovati tecnici della medicina occidentale che ha deciso di “curarli” in una determinata maniera.

Come detto, la persona transessuale non sceglie di essere tale, non lo fa perchè è un tipo particolarmente esuberante, o confuso o alla ricerca di forti e nuove emozioni e non è un derivato della tecnologia medica e delle storture del sistema.

Scoprirsi transessuali, intraprendere un percorso di riassegnazione di genere, equivale a scendere di molti piani nella scala dei valori che la nostra società assegna ai viventi. Nel mio caso ero nato come donna bianca, possidente, sana, occidentale, quindi vicino alla perfezione rappresentata dall’uomo bianco, possidente, eterosessuale, e seguire il mio destino di persona transgender equivaleva a scendere di categoria, a prendere “un ascensore per l’inferno” e ad unirmi alle schiere dei dannati che sperimentano ogni sorta di oppressione nella nostra piramide sociale… voleva dire scendere parecchi piani, fino a trovarmi nella sfera dell’altro da umano, di animale, direi quasi di oggetto, per questo era tanto terrifico per me.

Questo ha voluto dire molto nella prospettiva del mio attivismo antispecista, perchè ha cambiato in modo drastico il mio posizionamento.

Sentire che la lotta ti appartiene, che ne va della propria vita, passare da una posizione di privilegio ad una di svantaggio, vedere nel mondo persone trucidate perchè sono come anche tu sei, condividere a volte con quelli per cui lottavi anche prima, come ad esempio gli animali altro da umani, lo stesso posizionamento “dal basso”, mi ha reso ancora più attento a leggere la complessità della realtà, ad essere “resistente”, a non cadere in banalizzazioni ed in giudizi, che credendo di fare del bene, creano altre categorizzazione di sfruttamento ed inutile stigma.

Non ero più nell’eterea schiera dei “buoni”, e per lo più bianchi e occidentali, che, pur essendo nati con tutti i privilegi (che però stentano a riconoscere perchè rimangono a loro stessi invisibili non avendone mai sperimentato l’eclisse) si affannano nella lotta per i “senza voce”, per i poveri animali oppressi e sfruttati: ero diventato anch’io allo stesso livello degli animali, condividevo il solito piano.

E non era un piano che potevo abbandonare alla fine della manifestazione o della discussione perchè io su quel piano ci vivevo.

Adesso ero anch’io un essere che poteva essere cacciato, ucciso, denigrato, negato.
Da quando io stesso sono diventato, per il senso comune, un ibrido tra vivente ed oggetto, tra uomo e donna, tra sano e malato, tra umano ed animale, da quando il confine, creato dalla nostra società, che ha il potere di accettare o di escludere, passa proprio in mezzo al mio corpo vivente e reale, il mio modo di fare attivismo è diventato più consapevole e sono diventato anche un ponte,un ponte tra le varie lotte contro le oppressioni.

Nel mio caso cerco di gettare un ponte, un dialogo tra le lotte per la sopravvivenza delle persone lgbtqi e gli animali altro da umani e cerco di mettere in guardia la teoria e la pratica antispecista da posizioni essenzialistiche e giudicanti.

Già due anni fa, in occasione del penultimo incontro di Liberazione animale, presentai un articolo ed un workshop dal titolo “Soggetti politici e diritti: lo status di chi non deve esistere”, dove mettevo a confronto la terribile somiglianza tra le norme che regolano la vita delle persone che in Italia affrontano la riassegnazione del sesso e le norme che regolano la vita degli animali da reddito nel nostro paese.

Fu un intervento un po’ spiazzante: l’organizzazione mi aveva affidato il compito di parlare di rifugi, ed io parlai sì di rifugi e dei problemi che hanno a salvare gli animali da reddito per colpa della burocrazia, ma parlai anche della sterilizzazione forzata dei transessuali, sempre ad opera della burocrazia. La maggior parte delle persone ne fu molto colpita, ma il silenzio raggelante di alcuni ancora mi rimbomba nelle orecchie.

E il silenzio è quello che accompagna queste vicende: le aggressioni omo-transfobicche all’interno del movimento non vengono denunciate e le persone che ne sono vittime vengono lasciate sole, come fosse una questione di scaramucce personali e non un’aggressione all’essenza del movimento stesso.

Un altro silenzio di cui mi dispiaccio è quello intorno alla questione intersex.
Tra le persone che infatti mi sono state più vicino nel difficilissimo momento dell’inizio della mia transizione c’erano Alessandro Comeni, uomo intersessuale, e Michela Balocchi, sociologa che si occupava della questione intersex, per cui sono venuto a conoscenza del trattamento che queste persone ricevono, fin da neonati. Ho subito pensato che questo doveva essere un tema che doveva entrare di diritto nell’agenda dell’antispecismo nostrano, aiutando così la difficile creazione di un movimento intersex anche nel nostro paese.

Spinti dalle connessioni che c’erano nelle nostre lotte, abbiamo fondato il collettivo Intersexioni, composto da attivisti e studiosi della questione intersex, transessuale, cross-dress, omosessuale, femminista ed antispecista.

Grazie al lavoro di questo collettivo, alcune persone che operavano su altri fronti del pensiero critico e della liberazione, sono diventate vegan e molti si stanno comunque interessando alla questione animale.

Purtroppo non ho visto la stessa contaminazione dalle parti del movimento antispecista: il mio appello per lottare anche per la sopravvivenza delle persone intersex è caduto nel vuoto.

La consapevolezza però che la questione della lotta al sessismo, all’eteronormatività, all’omo-trans-negatività è centrale in un movimento radicale come quello che l’antispecismo vuole essere è troppo forte per darsi per vinti, per cui è stato avviato nel 2013 il progetto “Liberazione Gener-ale”, che vuole essere un momento di studio politico e di creazione di pratiche per rendere produttive le connessioni tra le varie lotte, la cui prima sessione, svoltasi a Firenze, era proprio incentrata sulle intersezioni tra liberazione animale e questione lgbtqi.

La sessione di quest’anno, il cui focus era il sessismo sulle donne, sugli animali e sulle persone lgbtqi, ha mostrato ancora una volta la difficoltà di parlare di certi argomenti in ambienti radicali che viaggiano su binari paralleli e che non dialogano abbastanza ed è comunque stato un successo anche solo per il fatto di aver unito nell’organizzazione gruppi ed associazioni antispeciste con un circolo storico lgbtqi come il circolo Pink di Verona.

Coraggiosamente e come atto politico è stato infatti scelto come luogo la città di Verona, da anni protagonista di pesantissimi attacchi, da parte della destra e dell’amministrazione, verso il “deviante” (che si tratti di omosessuali, transessuali, famiglie non tradizionali o homeless, che vengono trattati con gli stessi dispositivi degli animali considerati “nocivi” e contrari al decoro).

In quella sede sono usciti spunti molto interessanti su quello che l’antispecismo può fare nella lotta all’eteronormatività, che è uno dei pilastri portanti del “grattacielo”, se avrà il coraggio di sfruttare le possibili incursioni nei “bassifondi” che la vegan-negatività può “regalare”.

Sarebbe anche utile creare una campagna di sostegno per le persone trans prigioniere in carcere, vittime della repressione contro il movimento di liberazione animale.

Come dice l’attivista e studiosa Pattrice Jones, grande esempio di ponte, ogni progetto dovrebbe essere costruito per incrementare e favorire le connessioni,

favorendo le connessioni saremo maggiormente in grado di smontare la struttura [del sistema], lavorando insieme su questi progetti, edificheremo ponti tra i movimenti, così tutti avremo più partecipanti, e i progetti comuni ci permetteranno di ottenere due o tre obiettivi in una volta, e anche se non troviamo quei progetti bisogna tenere a mente le connessioni, qualsiasi cosa stiamo facendo.”

Quindi il movimento antispecista, per essere veramente un movimento radicale e libertario efficace e sinceramente tale, deve operare su queste giunture che tengono insieme, sempre prendendo a spunto le parole di Jones, “la casa del padrone” , per scardinarle.

Ma per scardinare una struttura ben costruita dobbiamo lavorare sodo, quindi non si può parlare di eterosessismo, omotransnegatività, sessismo, senza intervenire su di esso, sopratutto quando insorge all’interno stesso del movimento. Non si può colmare l’imbarazzante silenzio su episodi conclamati con un vano parlare. Il movimento dovrebbe unirsi a difesa dei propri valori non negoziabili, non certo per coscrivere e bandire, ma per crescere e consolidarsi e divenire realtà.

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Relazioni o dominio? La convivenza tra le specie

di Egon Botteghi 

Grazie all'invito che mi è stato rivolto dall'organizzazione del Veganch'io 2014, nel cui programma è stato inserito il dibattito “Relazioni o dominio? La convivenza tra le specie”, ho potuto ulteriormente approfondire la lettura dell'articolo di Lynda Birke “Vite Intrecciate”, apparso su Musi e Muse nel Marzo del 2014 (Vite intrecciate: comprendere le connessioni umano-animali).

 

Questa pubblicazione era già stata oggetto di uno scambio di riflessione tra me e Marco Reggio, leggibili su Antispecismo.Net (Dialogo tra Egon Botteghi e Marco Reggio).

In quell'occasione espressi il mio “disagio” nel “leggere su quella bella rivista online, interessata ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali, con la prospettiva della liberazione animale, le opinioni di una etologa- sociologa che ammette la pratica del montare a cavallo come scambio “sano” interspecifico” temendo anche che, così facendo, si potesse, in qualche modo, “legittimare, nel mondo animalista, tale pratica, che io trovo invece deplorevole”

Dopo aver approfondito gli scritti di Lynda Birke mi sento di confermare le impressioni che ebbi allora e di poter riaffermare  quello che mi sembra il nocciolo della questione, e nel farlo cito la stessa fondatrice della rivista Musi e Muse, Agnese Pignataro: “ Non è sufficiente che una relazione sia in “vita” […] per provare che quella relazione è degna di continuare a “vivere”, se appare che una delle parti riceve un danno nella sua autonomia e integrità fisica” (in DEP, N°23/2013).

Dal momento che l'equitazione rientra in quest'ultimo caso, vorrei ancora spiegare perchè le relazioni che si creano in questo alveo non sono sostenibili in uno scenario di liberazione animale e di convinzioni antispeciste.

Forse questo non è un problema nell'agenda dell'autrice del saggio in questione, che non credo  si definisca antispecista e liberazionista, ma lo deve essere per quelli che in tale definizione si rispecchiano e che tale pratica politica vogliono portare avanti.

Lynda Birke è in effetti una etologa e sociologa britannica che si inserisce nel variegato universo degli HAS: “Human-Animal studies” (non è un caso, forse, che io lessi per la prima volta quella sigla, sette anni fa, ad un congresso di “barefooters” in Nevada, di persone quindi impegnate alla diffusione del “cavallo scalzo” e dell'equitazione naturale).

Lei stessa, in questo articolo oggetto di dibattito, fà una introduzione alla genesi degli HAS:” Lo sviluppo di uno specifico interesse per gli Human-Animal Studies (HAS), è stato d’altra parte collegato all’affermazione della difesa dei diritti degli animali e all’attivismo. In parte seguendo le varie politiche della liberazione degli anni Settanta come il femminismo, ci si è ispirati a schemi simili, specialmente dopo la pubblicazione nel 1975 di Liberazione animale, l’importante testo di Peter Singer. Gli HAS sono stati influenzati dalla messa in discussione postmoderna del confine tra natura e cultura: molti non umani sono, dopo tutto, profondamente coinvolti in una cultura condivisa.”

Poco più sotto afferma:“ inevitabile che nei nuovi campi di indagine emergenti vi siano anche degli aspetti problematici. È mia opinione, per esempio, che i women’s studies scaturiti dall’attivismo politico si siano ben presto allontanati dall’attivismo per arroccarsi negli studi accademici: esiste un certo rischio che lo stesso accada agli HAS. Personalmente troverei meno interessante occuparmi di HAS se non fossi convinta che possano avere un impatto su come gli animali vengono trattati nella società ampiamente intesa, oltre che sulle azioni politiche che si possono intraprendere per proteggere i loro interessi”.

Ecco, io mi domando come questa autrice pensi di difendere gli interessi dei cavalli continuando a sottoporli a pratiche basate sullo sfruttamento e scrivere saggi dalla groppa dei cavalli senza mettere in discussione tale pratiche e la sua stessa posizione.

Potendo fare una generalizzazione, mi viene il dubbio che Birke si trovi nella posizione di moltissimi etologi equini di mia conoscenza, quella cioè di dovere difendere il proprio campo di lavoro ed il proprio business: senza l'equitazione, senza la pratica di montare, più o meno eticamente, i cavalli, senza proprietari che hanno problemi da risolvere con il proprio cavallo, senza l'allevamento del cavallo a fini sportivi o di diporto, questi professionisti non avrebbero campi di impiego.

In più mi sembra che l'autrice faccia proprio quello che critica, cioè si inserisca in uno stile degli HAS finalizzato alla produzione accademica più che alla messa in questione della sofferenza animale.

Il pensiero corre a questo punto al veemente ed accorato articolo di Steve Best “Ascesa e caduta dei Critical Animal studies”, pubblicato in Italia nella rivista Liberazioni, dove l'autore subito afferma:  “La crescita, l'accettazione e il successo degli animal studies nello sterilizzato ambiente accademico, richiede normalmente che il professore-ricercatore si ammorbidisca, che l’antispecismo venga svuotato delle sue implicazioni sovversive e che si attenui la sfida al dualismo uomo/animale che rafforza la tirannia violenta degli esseri umani sugli altri animali. L'ambiente accademico addomestica la forza critico-sistemica del"punto di vista degli animali"

e ancora :”Considerando che gli animal studies sono talmente ampi, generici, aperti e costituiscono un campo indefinito, essi offrono possibilità a tutti. Inoltre le somiglianze tra il paradigma degli animal studies e il tradizionale umanismo, il positivismo, o le concezioni generali analitiche sono più significative delle differenze. Infatti anche negli animal studies non ci si aspetta che ci sia coerenza tra la ricerca e l'etica o tra la teoria e la pratica,cosicché l'integrità personale e accademica di chi si impegna negli animal studies difficilmente richiede di assumere gli impegni normativi e politici del veganismo, della liberazione animale e della trasformazione sociale.”

Best è davvero duro in questo articolo, ma io non penso che sia lontano dalla realtà : ”Dato l’interesse degli accademici a sfruttare le nuove tendenze per pubblicazioni, conferenze, progressi nella carriera, le ampie frontiere del “selvaggio west” dei MAS hanno un fascino seducente per arrivisti in cerca di capitali accademici, soprattutto, se uno si è liberato dell’impegno verso i diritti degli animali e il dibattito politico. Divenuti una sorta di lotteria accademica o un terreno di gioco interdisciplinare aperto a tutti, i MAS possono essere qualsiasi cosa per chiunque. Sia che l’ingenuo opportunista sia un welfarista, un allevatore, un sostenitore della vivisezione, un fautore del partito della carne o uno sfacciato sostenitore della supremazia umana, gli viene srotolato un tappeto di benvenuto per entrare nella comunità e nella professione accademica” (MAS è la sigla con cui Best indica quelli che definisce i Mainstream Animal Studies).

Perchè la lettura di Birke va incastrarsi, nella mia mente, allo spietato “J'accuse” di Best?

Perchè anch'io, come l'autrice, ho “scavallato qui e là” per più di 25 anni, sperimentando in prima persona quasi ogni utilizzo del cavallo e credo di aver imparato cosa significhi questo per la maggior parte dei cavalli e degli esseri umani.

Non ho potuto quindi leggere con neutro distacco questo che, secondo me, è un elogio molto tradizionale all'equitazione, che l'autrice fa nel suo articolo: “Cavalcare è un’abilità che si affina in molti anni; si impara a rispondere e ad anticipare, a comunicare quindi, per cinestesia. La conoscenza diventa memoria del corpo: non ho bisogno di pensare a cosa fare se un cavallo scarta di lato: il mio corpo risponde prima che l’«io» della mia mente cosciente abbia formulato il pensiero. Anche il corpo del cavallo acquisisce nuove abilità nella comunicazione tattile implicita nel cavalcare. Qualche tempo fa ero in groppa a un vecchio cavallo in pensione da anni quando ho pensato: chissà se si ricorderà l’half-pass? L’half-pass è un movimento laterale del repertorio di dressage. Non avevo neppure formulato il pensiero (e di certo non l’avevo terminato), che il cavallo ha eseguito esattamente quel movimento. I miei nervi e i miei muscoli avevano anticipato la conclusione di un lungo discorso tra me e me, e i suoi avevano risposto. I corpi ricordano.”

Voglio quindi parlare di cosa sia l'half pass, di cosa sia il dressage e di chi siano i cavalli da dressage.

Parlare di una relazione senza raccontare l'istituto dove questa stessa è nata, specialmente se vi sono problemi di coercizione e di mancanza di autodeterminazione, senza pensare a  denunciarli, parlando soltanto del funzionamento di tale relazione, secondo me è una grave mancanza.

L'half pass che Birke si diletta, da amazzone provetta, a sperimentare sul vecchio cavallo in pensione (in pensione da cosa, da quale disciplina, da quale impiego, da quale vita?) si traduce in italiano con appoggiata e fa parte del repertorio dei movimenti che compongono la disciplina del dressage, una delle discipline olimpiche classiche dell'equitazione.

Innanzitutto una breve riflessione sugli sport equestri e sul comitato olimpico degli sport equestri.

Tutti gli sport sono una sfida che l'essere umano lancia a se stesso, per superare i propri limiti di forza, velocità, resistenza, abilità: gli atleti sono uomini e donne.

Solo negli sport equestri questa sfida ad andare al di là dei propri limiti è richiesta ad un soggetto terzo, un essere che di sua volontà non andrebbe mai ad una olimpiade e cioè, a cavalli e cavalle. Lo sport equestre non andrebbe chiamato sport e dovrebbe essere cancellato dai programmi olimpici, perchè è uno sport parassita, parassita lo sforzo, la vita, l'impegno di un essere che non ha mai dato il suo consenso al suo ingaggio in questa sfida ed in questo assurdo “gioco”.

Tra queste il dressage, o gare di addestarmento, è una delle più odiose, con la sua derivazione militare ed il suo equipaggiamento fortemente punitivo per il cavallo.

I cavalli sono costretti ad eseguire delle arie (dei movimenti prestabiliti, molto impegnativi sul piano fisico e psicologico), a suon di musica, su di un campo rettangolare.

Nelle gare da un certo livello in poi è obbligatorio che il cavallo indossi, come imboccatura, morso e filetto, cioè una delle cose più dolorose che si possono usare per impartire le nostre volontà ai cavalli, che quindi il cavaliere o amazzoni montino con doppie redini e che indossino speroni lunghissimi, se non addirittura con le rotelle.

Sulla durezza dell'addestramento impartito ai propri cavalli dal Gotha del dressage internazionale ci sono fiumi di testimonianze ed anche un movimento di indignazione all'interno stesso dei praticanti degli sport equestri, tanto che la FEI (la federazione internazionale per gli sport equestri) ha dovuto ufficialmente bandire, nel 2010, la pratica del ROLLKUR, un metodo di addestramento per il portamento della testa del cavallo utilizzato da pluri medaglie olimpiche.

Come tacere tutto questo in un articolo di Animal Studies senza dare implicitamente ragione a Best?

In un altro articolo di Birke che ho avuto il piacere di leggere, (http://www.depauw.edu/humanimalia/issue09/birke-holmberg-thompson.html),  l'autrice, insieme ad altri studiosi, prende in esame la questione dei passaporti, che sia umani che non umani devono avere per spostarsi da uno stato all'altro.

Il caso parte dal fatto che lei stessa, ospite a Calais, aveva con sé il suo passaporto, quello del cane e quello del suo cavallo.

Così ci viene mostrato il passaporto del cavallo Tivoli, i cui timbri testimoniano, con un certo orgoglio da parte della sua umana, il suo viaggiare per gare internazionali, senza battere ciglio sugli sport equestri. E mentre i colleghi almeno si sforzano di fare un'analisi sui dispositivi di controllo dei passaporti, Birke ancora è entusiasta delle relazioni che questi passaporti testimoniano, e si rammarica solo che, nell'atto di esibirli in dogana, queste relazioni siano sospese, riducendo l'individualità ad un numero su di un documento.

Anche qui ho perso la “freddezza” dello studioso, essendo poi il problema dei documenti un problema assai sentito per una persona transessuale come me, costretta a vivere con un documento non conforme alla mia identità di genere, per non essermi ancora sottoposto all'operazione di sterilizzazione forzata.

Tornando all'articolo preso in esame dall'inizio, dopo l'elogio all'equitazione come esempio di “Embodiment” (una relazione cioè vissuta fin dentro al corpo, che cambia il corpo), il secondo esempio che Birke propone è preso dagli studi di Despret sul caso di Hans “l'intelligente” e su alcuni ratti di laboratorio.

Anche qui nessuna problematizzazione della vivisezione: “I due studi citati pongono in evidenza” soltanto “un’importante omissione in molti lavori sugli animali e i loro umani: le interrelazioni sono profondamente vissute nel nostro corpo [embodied] e portano le aspettative di tale incarnazione [embodiment]: descrivono la profondità degli intrecci che legano i due esseri viventi che compongono una relazione. “

Non è un caso che anche un'ottima autrice come Vincent Despret, di cui ho veramente apprezzato molte analisi, che mi hanno aiutato a fare molte connessione mentali, mi metta a disagio quando elogia entusiasticamente il lavoro della zootecnica francese Jocelyne Porcher (Eleveurs et animaux. Re-inventer le lien, PUF, Paris, 2003), a difesa dell'allevamento tradizionale dei bovini.

Così Birke, alla fine del suo scritto, esorta tutti i colleghi degli HAS a “continuare a fare ricerca su come gli umani e i non umani convivono, su come le nostre vite ed esperienze abitano il nostro corpo [are embodied], su come i non umani sono costruttori di relazioni tanto quanto noi (e a volte anche di più). Sono i co-costruttori dei nostri mondi reciproci”

Io, dalla mia umile posizione di attivista per la liberazione animale e dall'oppressione del genere, con una laurea in filosofia ma nessuna carriera accademica, con una vita vissuta al fianco dei cavalli, mi sento di dire che nessun cavallo da dressage vorrebbe “co-costruire” il mondo del dressage, se ne potesse avere una scelta.

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Siamo tutte frocie

Mettere a frutto il potenziale queer del veganesimo

di Egon Botteghi

 

Nell'ambito della giornata di lotta e studio politico “Liberazione Generale due”, andata in scena il 24 Maggio 2014, a Verona, Marco Reggio ha presentato la relazione “Il potenziale queer del veganesimo: dalla solidarietà agli animali alla sovversione degli stereotipi di genere”.

Cito dall'abstract del suo intervento:

“è interessante prendere in considerazione il vegetarismo maschile, in cui i soggetti rinunciano ad alcune prerogative umane (allevare e uccidere altri animali per cibarsene), ma contemporaneamente ad alcuni caratteri considerati tipicamente maschili (lo stereotipo diffuso vuole gli uomini “predatori”, carnivori e insensibili). Alla prima affermazione di solidarietà, quella verso gli animali da carne, si contrappone la vegefobia, negazione simbolica del vegetarismo tesa a rimuovere lo sfruttamento animale e quindi a sostenerlo materialmente. Contro la seconda rinuncia, vengono messe in campo versioni più o meno esplicite o consapevoli dell’odio omofobico: “se non mangi la carne sei un finocchio”. Se i vegan in generale tendono a negare l’esistenza della vegefobia, i maschi vegan tendono a respingere le (velate) accuse di omosessualità negandola, e spesso rimarcando la propria mascolinità “doc”. Al contrario, è interessante vedere come il potenziale straniante, deviante (queer?) del veganismo, se riconosciuto, possa aiutare gli attivisti antispecisti a mettere in discussione radicalmente il modello di mascolinità dominante, l’eterocentrismo e il binarismo di genere.”

Alle orecchie delle diverse persone presenti, che nelle loro quotidianità esperiscono cosa sia l'omotransfobia (la giornata era organizzata anche in collaborazione con il circolo lgbtqi Pink, oltrechè con persone vegan-gender non conforming), la parola “vegefobia” è risuonata come una fucilata nella suggestiva navata dell'ex chiesa che ci stava “ospitando”, causando in molti un fastidioso stridore.

D'altra parte, la digos e la polizia che faceva la ronda fuori dalla porta, per “proteggerci” dagli eventuali attacchi di gruppi omofobi di destra, era lì a ricordarci che il “problema” non era il nostro veganesimo, ma la nostra frociaggine.

Tuttavia ritengo che il dibattito che ne è scaturito, proprio perchè portato avanti anche da soggetti incarnati nella doppia esperienza dell'omotransfobia e nella lotta per la liberazione animale, abbia portato ad un risultato interessante, dove la supposta vegefobia possa essere una chiave di lettura a favore della liberazione generale e della connessione reale delle lotte.

Chiaramente la parola “vegefobia” è coniata su quella di “omofobia”, ora comunemente in uso come “lesbo-omo-transfobia” (una riflessione a parte andrebbe fatta, a mio avviso, sulla bi-fobia, ancora imperante sopratutto in ambito lgbtqi) e non è forse un caso che anche l'uso della parola “omofobia” sia stato argomento di riflessione in alcuni gruppi di lavoro della giornata.

Personalmente nutro dei dubbi sull'uso della parola “omofobia”, ed ancor di più su quello di “omofobia interiorizzata”, perchè rimanda ad una specificità psicopatologica che invece, nella fattispecie, è assente e che rischia di patologizzare, ma anche di rendere impersonale e neutro, un problema di malfunzionamento sociale.

Per rientrare all'interno delle cosidette “fobie specifiche”, l'omofobia non dovrebbe essere frutto di un consapevole pregiudizio nei confronti di sessualità e identità sessuali altre, quanto piuttosto legata ad una dinamica irrazionale interna al soggetto (come ad esempio nel caso della fobia per i gusci d'uova).

L'omofobia invece trae linfa in altri modi. Cito da un sito di psicologia e psichiatria (Ipsico):

“ L’omofobia, inoltre, si alimenta in vari modi. Innanzitutto la società è spesso diffidente nei confronti delle diversità, fino al punto di considerarle pericolose. Tale mancanza di fiducia riguarda tutte le minoranze portatrici di valori nuovi o diversi (es. anche i primi cristiani) perché minacciano quelli convenzionali. Il pregiudizio anti-gay, inoltre, è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la comunità omosessuale. Gli individui che presentano alta omofobia, di fatto, non conoscono la realtà gay e lesbica e ne hanno un’idea astratta basata su ciò che hanno sentito dire dagli altri. Infine, noi tutti tendiamo ad agire in modo coerente con ciò che viene ritenuto desiderabile e giusto in base alle convenzioni sociali dominanti. Questo meccanismo, ad esempio, è alla base del fatto che si è soliti deridere i gay perché è consuetudine farlo.”

Quindi io parlerei di ignoranza e di “omo-trans-negatività”.

Non mi fanno schifo i gay, le lesbiche e le persone transessuali perchè sono colto da disgusto irrazionale che mi porta alla paralisi, ma perchè mi sento minacciato nella mia soggettività, in quei valori che mi strutturano come identità dominante.

Detto questo, cosa va a minacciare il veganesimo e quali sono le reazioni di rifiuto tali da poter parlare, a torto o a ragione, di vegefobia, inserendosi quindi nel vocabolario di una delle più grandi lotte di liberazione della modernità, quella delle persone lgbtqi?

L'analisi che Reggio ha presentato nella giornata di Liberazione Generale Due ha come centro il “Manifesto Queer Vegan” di Rasmus Rahbek Simonsen, apparso in Italia nel numero 14 della rivista antispecista “Liberazioni”, nell'autunno del 2013, ed uscito quest'anno anche per le stampe della casa editrice Ortica.

In questo saggio l'autore vuole rispondere alla domanda:”Che cosa significa per una persona dichiarare di essere vegana? In che modo il passaggio da una dieta carnivora a una vegana influisce sul senso della propria identità?” [1].

 Questo “dichiararsi”, questo “disvelarsi”, rimanda, al “coming out” delle persone omosessuali e transessuali, a quel momento cioè in cui la persona non eterotipica decide di vivere apertamente la sua sessualità ed identità sessuale altra, con tutti i rischi del caso in una società eteronormata.

Questo avviene, secondo Simonsen, perchè “il consumo di carne è diventato un potente mezzo per affermare o agire la propria virilità” [2] e quindi “i maschi vegani sono generalmente stigmatizzati a livello sociale nella misura in cui essi vengono meno all'adempimento del mandato eteronormativo a mangiare in un determinato modo”[3].

Il maschio vegano che si rifiuta di mangiare carne, preferibilmente rossa e poco cotta, è un elemento disturbante all'interno della buona educazione eteronormata occidentale, dove la simbologia della carne rimanda al potere di chi deve comandare per forza e prestigio.

Quindi “per un uomo, il rifiutare di prendere parte alla prescrizione al consumo di carne perturba il discorso sul genere e sulla sessualità maschili... i maschi vegani diventano un problema per il discorso eterosessuale.” [4].

Simonsen è però consapevole dei limiti dell'accostamento di dichiarare al mondo il proprio veganesimo “all'atto del coming out di individui dall'identità queer”, tanto da dire “dovremmo comunque essere cauti a equiparare lo stigma del veganesimo con quello della omosessualità” [5].

Questa cautela credo che sia ben presente anche in chi ha presentato questo saggio nella giornata di cui sopra, perchè tracciare delle similitudini non vuol dire dichiarare che due cose siano completamente assimilabili.

Credo però che sia fondamentale, per non risultare offensivi nell'usare questa metafora, che vuole essere anche più di una metafora e che può diventare un potente mezzo di azione, che le persone vegan conoscano la reale situazione del coming out lgbtqi e della portata dello stigma che le persone lgbtqi devono affrontare.

Raramente, io credo, una persona che si dichiari vegan rischia per questo di essere buttata fuori di casa, di perdere il lavoro, di perdere l'affetto familiare, di essere aggredita fisicamente come succede, in casi tutt'altro che rari, alle persone che si dichiarino omosessuali e transessuali (per non parlare delle situazioni dove vige ancora la pena di morte o dove sono messi regolarmente in atto dispositivi come lo stupro correttivo).

Per rimanere sul personale, che come femminista ritengo fondamentale, nella mia esperienza di vegano e di persona transessuale le differenze sono enormi.

Quando, ormai diversi anni fa, sono diventato vegano, l'approccio che gli altri avevano con me non è cambiato sostanzialmente, e comunque niente che non  ricadesse sotto una mia precisa decisione. Mentre anni dopo, con il mio coming out come persona transessuale, ho perso il lavoro e parte della mia famiglia!

Per chi esperisce sulla propria pelle queste cose la differenza può essere sostanziale e quindi può apparire offensiva un'analogia troppo frettolosa e che non rifletta in maniera profonda e ragionata il posizionamento, le difficoltà e le lotte delle persone lgbtqi nella nostra società.

Si rischia di apparire come dei colonizzatori di una posizione che non è la propria e che non viviamo veramente.

Innanzitutto c'è il tema della decisione.

Si può decidere di diventare vegani per diverse ragioni, e sopratutto è una cosa che si decide.

L'essere omosessuali e transessuali non si decide: ti trovi ad essere  giudicato  un elemento spregevole e “deviato” per qualcosa che sei intimamente, il giudizio negativo si attacca alla tua persona per quello che è, non per qualcosa che fai, come nel caso di una “scelta alimentare”.

Questa è una grande differenza che è nata con l'invenzione, in età moderna, della figura dell'omosessuale, che non esisteva nell'antichità, dove veramente ad essere condannato era l'atto di “sodomia” e non la persona in sé.

Altro punto fondamentale è quale tipo di discriminazione e quale tipo di lotta fare emergere in primo piano, nella complessità della filigrana, quando si parla di vegefobia accostandola all'omo-transfobia.

Come è emerso nella discussione a Verona, in seguito alla presentazione di Reggio, veramente, a molti uomini vegani che si percepiscono e vengono percepiti come eterosessuali, è capitato, in seguito al loro dichiararsi vegan nella cerchia di amici, di essere vittime di battute riguardo alla loro virilità e la loro sessualità, e di essere quindi vittime di battute omo-negative (per non dire omofobiche) e di trovarsi quindi a difendere il loro orientamento eterosessuale.

Riflettiamo però qui quale sia la “devianza” presa di mira e stigmatizzata, la “veganità” (dichiarata) o la presunta omosessualità che potrebbe discendere dalla nostra dichiarazione?[6]

Il problema sembra essere, quindi, per il maschio vegano, non tanto il fatto di non mangiare carne in sé, ma il sospetto che questa pratica, considerata svirilizzante, possa essere il sintomo di un essere intimamente omosessuale.

La derisione, lo scherno,  la riprovazione sociale, in questo caso, ricade sull'omosessuale.

Quindi, come giustamente scrive Reggio già nell'abstract citato, la reazione del “maschio vegano” di fronte a questi attacchi omofobi è fondamentale per capire se il potenziale queer del veganesimo sarà sfruttato o meno.

Mettendo da parte, almeno in questa sede, il grosso limite del fatto che stiamo parlando solo di pratiche maschili, invisibilizzando una volta di più l'azione delle femmine, percorriamo fino in fondo questa strada che ci viene aperta dall'omonegatività, per andare ad una delle radici della nostra lotta di liberazione.

Questo è quello che intendo quando dico di rendere produttivo l'accostamento tra veganesimo e omosessualità.

A chi crede di offenderci dandoci del finocchio perchè vegano, dovremmo allora rispondere con l'orgoglio di essere percepito come tale, come le frocie ed i queer che rivendicarono per sé queste parole nate come triviali offese.

Ai maschi vegan (ma solo a loro?) viene data l'opportunità di funzionare come un altro avamposto alla lotta contro l'eteronormatività, al machismo ed al sessismo.

Il veganesimo etico non dovrebbe quindi più ignorare la questione lgbtqi o addirittura essere tra i fautori dell'oppressione delle persone queer.

Succede infatti, che ben lontano dell'essere queer, certo veganesimo, che si dichiara anche etico e liberazionista, porti avanti invece delle idee discriminatorie sulle persone trans, ad esempio, in nome di un essenzialismo neo umanista, dove la Natura è vista come maestra di tutte le cose e dove non c'è posto per le persone che si sottopongono, contro natura, ad una riassegnazione del sesso.

Lo stesso essenzialismo rischia di riportare la figura femminile ad un deterministo biologico, di buona madre e buona nutrice, e spesso si associa la figura della vegana ad una femmina sempre disponibile a dispensare cibo e cure all'interno della sua comunità.

Quindi non perdiamo l'occasione di uscire da un certo modo solipsistico e miope di condurre la nostra lotta per la liberazione animale e che può portare, come anche Simonsen avverte nel suo saggio, alla creazione di una soggettività vegana “che ci pone su una china scivolosa verso il totalitarismo” (idem).

Il vegano dovrebbe essere orgoglioso e consapevole di perturbare il buon ordine eteronormato, all'interno del quale gli uomini e le donne devono esibire dei comportamenti che gli sono propri.

Il perturbamento è proprio quello che può saldare, sempre secondo Simonsen, il veganesimo al queer.

Allora dichiariamoci tutte frocie e transessuali: “ il motto di un veganesimo queer potrebbe dunque suonare così: Condividete il negativo! Unitevi alla causa comune di quelli che provocano l'infelicità all'interno del sistema dello sfruttamento animale. La devianza... è il fulcro manifesto di questo testo, ciò che assicura l'interconnessione tra queer e veganesimo” [7].

 

locandina liberazione generale 2

[1] R. R. Simonsen, Manifesto Queer Vegan, in Liberazioni, numero 14.

[2] Idem.

[3] Idem.

[4] Idem.

[5] Idem.

[6] Ringrazio per la discussione su questo punto Alex B., autore de “La società de/generata. Teoria e pratica anarcoqueer”, Nautilus, 2012.

[7] Simonsen, op. cit..

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Martedì, 22 Aprile 2014 07:47

La sovversione del nome - di Egon Botteghi

La sovversione del nome

di Egon Botteghi

 

Nel libro della Genesi si racconta di come un dio “plasmò dal suolo ogni sorta di bestia selvatica e tutte gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo [inteso proprio come maschio, perchè la donna verrà creata tre versetti più avanti] per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato gli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche...” (Genesi, 19-20).

Se non fosse che questo dio crea l'uomo a sua immagine e somiglianza, che lo crea maschio e femmina e che lo pone a dominare “sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (idem), potrebbe essere un simpatico mito sulla nascita del linguaggio umano, anche se mi domando come mai, all'inizio del mondo, prima ancora dei nomi, questo dio desse già la distinzione tra animali domestici e selvatici.

Purtroppo invece la questione della nominazione umana si fonde subito con quella della dominazione della nostra specie sulle altre (ed anche intraspecifica, perchè anche la donna viene condotta all'uomo, come prima di lei gli animali).

D'altra parte questo potrebbe essere anche un bisogno coevo all'essere umano, quello di prendere, di  afferrare e portare a sé (siamo raccoglitori): con le nostri mani prensili subiamo il fascino del manipolare, con il nostro linguaggio cerchiamo di afferrare e dominare il mondo.

Alcune scimmie hanno la coda prensile e si attaccano agli alberi, altre scimmie hanno il linguaggio prensile e si attaccano alle parole.

I nomi potrebbero essere una sorta di pollice opponibile, che esercita una stretta da cui è difficile divincolarsi.

“Nomina sunt omina”, i nomi sono destini, dicevano i latini, a cui dobbiamo tanta parte della nostra tradizione patriarcale.

Nel nostro diritto, il nome che sta ad identificare una persona, è formato da un prenome (o, ancor peggio, nome di battesimo) e dal cognome, detto anche nome patronimico, perchè è il Nome del Padre (chissà se prima o poi riusciremo ad avere anche noi una legge paritaria tra uomini e donne per il cognome dei figli).

L'articolo sei del Codice Civile (Libro primo, “delle persone e della Famiglia”, Titolo primo, “delle persone fisiche”) recita: “ogni persona ha diritto al nome che le è attribuito per legge. Nel nome si comprendono il prenome e il cognome. Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati”.

Il nome quindi è un diritto-dovere, una cosa che ti viene concesso e da cui non puoi liberarti mai più, a meno di non essere una persona a “statuto speciale” come me.

Io, infatti, come persona transessuale posso chiedere, con i modi previsti dalla legge, la rettifica del nome anagrafico, perchè nel mio caso, la nominazione ha fallito quella presunta presa sulla realtà, c'è stato uno scivolamento nel non previsto e si è dovuto correre ai ripari.

Questo riparo è la legge 164, del 1982, ottenuta con grandi lotte da parte delle transessuali del tempo.

Però questa rettifica io la pagherò cara, in tutti i sensi.

Mi presenterò, con il mio avvocato, davanti ad un giudice del tribunale della mia città, il quale interpreterà la norma a disposizione come avviene ormai da trent'anni nella stragrande maggioranza dei casi, accertandosi cioè della mia avvenuta sterilizzazione. Le mie ovaie in cambio di un nome che mi rappresenti.

Ed io sono anche “fortunato”: il mio avvocato è prima di tutto un amico dai tempi del liceo, che mi ha accompagnato e sostenuto; per reddito ho avuto accesso al gratuito patrocinio ed, essendo la falloplastica un' operazione dagli esiti troppo incerti, il giudice si acconteterà che io lasci solo le gonadi sul tavolo operatorio (anche se ci sono alcuni giudici in Italia che continuano a pretendere la falloplastica per dare la rettifica anagrafica, il che è un assurdo, dal momento che la falloplastica è un'operazione ancora sperimentale). Se fossi una mtf dovrei invece sottopormi alla vaginoplastica che, al contrario di quello che si può pensare, continua ad essere un' operazione che va incontro a molte problematiche (necrosi del clitoride, stenosi, o peggio, coartazione della vagina). [1]

Per questo è importantissimo che qualcosa si stia muovendo, che ci sia un disegno di legge, il 405, che aspetta di essere calendarizzato e discusso, che trasformerebbe questa rinominazione per le persone transessuali in un procedimento amministrativo, senza più dovere ricorrere a giudizi, sentenze, operazioni e mutilazioni. Per questo sarebbe importante sostenere la petizione che chiede la calendarizzazione di questa proposta di legge  http://goo.gl/BFjLxD.

Il nome è una gabbia così legata al dominio che l'idea stessa di poterlo cambiare, di poterne uscire, crea una vertigine, una scossa elettrica, un volo nella libertà inaspettata.

A volte, quando penso che mi accingo a cambiare il nome che i miei genitori mi hanno imposto, il cuore balza alla gola, sento come se il terreno si negasse ai miei piedi, c'è qualcosa che sembrava incredibile che sta invece avvenendo. Sembra la sovversione di tutte le cose, l'impossibile che si fa possibile.

La mia realtà si decompone e si ricompone, altrove. E' come un salto quantico.

Eppure ho realizzato di non essere la sola persona in famiglia che ha avuto dei cambi di nome, ed il pensiero mi sorprende per la similitudine e per la diversità delle situazioni coinvolte.

Ho sempre conosciuto mia nonna materna come “nonna Olga”. Ho scoperto quando lei era già anziana che in realtà si chiamava Angela.

Suo padre, il mio bisnonno, era un comunista convinto, di quelli che non prese mai la tessera del partito fascista, nonostante l'olio di ricino.

Quando nacquero le sue due figlie, intorno agli anni venti del secolo scorso, lui le volle chiamare Olga ed Irene.

Essendo due nomi russi era allora vietato dalla legge, cosicchè mia nonna visse come Olga per tutt* tranne che per lo stato italiano, dove era Angela.

Sua figlia, e mia madre, ha una vicenda contraria.

Tutt*, me compreso, credevamo si chiamasse Lyda.

Figurarsi la sorpresa quando rivelò, io ero già adulto, che il suo vero nome, quello con cui l'avevano “battezzata” era Anna Carla.

Non so per quale vicenda del destino, mi sembra che questa Lyda fosse una persona che venne a mancare, la cominciarono a chiamare così da bambina, finchè lei non volle riappropriarsi del suo nome anagrafico, in un tentativo di riappropriarsi di sé stessa e delle sua vita.

Quanta gente ancora mi chiede: “Ma prima come ti chiamavi?”

No, non è una domanda appropriata da rivolgere ad una persona transessuale: non c'è un prima ed un dopo, c'è la persona che ti sta ora di fronte e che ti ha già detto come si chiama.

Il nome non racchiude nessuna essenza intima della persona, come sapeva bene anche Giulietta, non c'è bisogno che si sappia.

La libertà di scegliersi il nome è però grande. Ci si può decidere, ci si può autonominare.

Ripenso a quell'intenso personaggio che è Europa, nel film “Mater Natura”, quella che, quando racconta che le hanno staccato la luce, dice “E fa niente, Ch'ammo a fa? Noi esistevamo prima della corrente elettrica e indipendentemente dalla corrente elettrica continueremo ad esistere ancora” (Mater Natura, di Massimo Andrei, 2005).

Nel suo asilo improvvisato, nei quartieri spagnoli di Napoli, questa persona gender non conforming, lascia che i bambini scelgano come farsi chiamare, scelta che viene rispettata da tutta la piccola comunità, aprendo uno sconfinato spazio di libertà e di autodeterminazione in mezzo ad uno squallore quotidiano.

Vorrei che questa libertà fosse lasciata anche agli animali altro da umani, che hanno il diritto di non essere chiamati in nessun modo, perchè non è con i nostri nomi che vengono alla realtà.

nome

[1] Per approfondire questo punto vedi anche http://www.intersexioni.it/il-corpo-e-mio-e-me-lo-gestisco-io-quanto-noi-transessuali-sappiamo-sulle-operazioni-di-riassegnazione-del-sesso/

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Transessuali si nasce, genitori si diventa

di Egon Botteghi

Mi chiamo Egon Botteghi, sono un uomo transessuale ed ho due figl*.
Solo dicendo questo, mi rendo conto di rappresentare un ossimoro vivente per molte persone.
Per “uomo- transessuale” i più intendono erroneamente una persona nata biologicamente maschio, talmente gay da voler essere donna e con una viscerale aspirazione alla prostituzione ed alle follie della notte.
Allora bisogna spiegare che quella sarebbe casomai una donna transessuale, a cui bisogna rivolgersi al femminile, e spiegare che non a non tutte le donne trans piacciono gli uomini (ci sono molte donne trans lesbiche) e che la maggior parte di loro non fà la sex worker.
Quindi devo puntualizzare che “uomo transessuale” è quella persona che ha fatto il percorso inverso a quello che si pensa comunemente e cioè una persona nata biologicamente femmina, che ha una identità percepita maschile e che quindi ha intrapreso un percorso per vedersi riconosciuta tale identità. Molt* vengono così a sapere per la prima volta dell'esistenza degli “ftm”.
Quando però dico di essere genitore, lì vedo proprio i neuroni della persone che ho di fronte andare in tilt, perché quasi nessuno pensa che una persona transessuale possa avere dei bambin*, anzi è assai radicata la convinzione che per una persona transessuale sia proprio impossibile avere figl*.
E' senz'altro vero che in Italia, una volta iniziato l'iter di transizione, diventa praticamente impossibile avere dei figl*, in quanto la fertilità viene distrutta dalle cure ormonali e dagli interventi chirurgici e che le persone t* si sentano costrette ad abbandonare un eventuale progetto di genitorialità. Ma c'è l'idea radicata che una persona transessuale non possa mai aver avuto, nel corso di tutta la sua vita, il desiderio e la volontà di avere dei figl*, in quanto “vittima” di un rifiuto e di una repulsione totale verso il proprio corpo “originario”.
Chi può immaginare una donna transessuale che, in un determinato momento della sua esistenza, abbia deciso di usare il suo seme ed il suo pene per generare un* bambin* e sia diventata padre o un uomo transessuale che possa aver portato avanti una gravidanza e sia diventato madre?
Io, come tanti altri padri e madri transessuali, siamo la dimostrazione vivente che non è così e che le persone transessuali non sono tutte ascrivibile alla storiella tanto cara alla psichiatria “dell'anima prigioniera nel corpo sbagliato”. La nostra vita psichica, sociale e corporea è spesso molto più complessa e sfaccettata di questa immagine che si tramanda dalla metà del secolo scorso.
Anche l'identificarsi con le parole “padre” e “madre” getta scompiglio nelle convinzioni che sulle persone t* si hanno anche all'interno della stessa comunità lgbtqi.
Faccio un esempio: il blog a tematica lbtqi “Queer blog” ha condiviso una mia video intervista che una giovane e brava giornalista (Elena Iannone) ha girato, il che mi ha fatto molto piacere http://www.queerblog.it/post/128353/la-storia-di-egon-genitore-transessuale.
In questa circostanza c'è stato però un particolare che mi ha messo in imbarazzo e mi ha creato un po' di disagio e cioè il fatto che sia stato condiviso nel giorno della festa del papà e che quindi io sia stato percepito come padre dei miei figli.
Sembrerebbe elementare (uomo uguale padre) e questa assegnazione al genere maschile non può farmi altro che piacere, ma le persone transessuali sono spesso interessanti perché riescono a mettere in crisi lo schema binario di sesso e genere. Perciò io posso dichiarare di essere un uomo ma di essere madre, di essere un uomo mamma.
Questo perché io sono la mamma biologica dei miei figli, perché i miei figli un padre lo hanno già e non sono io ed è a lui che in quel giorno hanno consegnato i lavori fatti a scuola.
Sono mamma perché i miei figli continuano a chiamarmi così ed io non gli toglierò mai questo loro diritto. Loro hanno una mamma uomo, una situazione che non è nella norma ma è nella loro realtà ed in questo non ci trovano niente di sconveniente.
Comunque non è stato facile neanche per me accettare l'idea di essere genitore e di essere transessuale.
Partivo infatti dall'idea, che è un po' una sorta di vulgata, purtroppo condivisa anche da molti psicologi, che i miei figli avrebbero subito danni irreparabili, che sarebbero impazziti vedendo la loro madre trasformarsi in “maschio” sotto i loro occhi innocenti.
Tale sentimento era rafforzato anche dalla rete parentale dei miei figli, che preoccupata per la loro sorte, riversava su di me ogni genere di accuse (dal dire che non amavo veramente i miei figli al sostenere che l'averli messi al mondo nella mia condizione era una grandissima colpa).
Il lavoro con la terapeuta che mi ha seguito fu, innanzitutto, bloccare questa valanga di negatività e posporre la questione, facendomi concentrare su me stesso. Il motto era “prima di essere genitore sei una persona”.
A me sembrava una cosa terribile, come sovvertire un ordine naturale delle cose, abituato a pensare che le madri si dovessero sacrificare per la loro progenie, fino all'annullamento laddove si rendesse necessario.
La mia stessa esperienza, però, di figlio di una madre “intrappolata” nel suo ruolo di “angelo del focolare”, che l'ha portata ad una insoddisfazione e ad una infelicità profonda, mi ha aiutato a seguire la strada che mi veniva proposta.
Le rassicurazione della psicologa su come i miei figli avrebbero reagito ai miei cambiamenti mi suonavano però avventate e superficiali e se non fosse stato per il rapporto di fiducia ormai creatosi, sarei scappato a gambe levate.
La dottoressa sosteneva infatti, in linea con le poche ricerche effettuate sul campo, che i miei figli, abbastanza piccoli, non avevano ancora quella rigida strutturazione che hanno gli adulti e che impedisce loro di accogliere e vivere certi cambiamenti con serenità e naturalezza.
Una volta deciso di affrontare la tematica figli, la psicologa mi diede delle semplici e chiare indicazioni da rispettare:
Non creare confusione ai bambini, rispondendo sempre sinceramente alle loro domande, aspettando che fossero loro a porle e non forzando quindi i loro tempi. Sopratutto farli sentire che la loro madre, nonostante i cambiamenti, non se ne stava andando e che loro non la stavano perdendo.
Il ruolo di genitore che ama e che accudisce deve essere una certezza al di là di ogni apparenza esteriore: non importa che forma abbia loro madre, l'importante è che mantenga nei loro confronti il suo ruolo di figura di riferimento affettiva e di cura.
Per questo io, come detto in precedenza, continuo a farmi chiamare “mamma” dai miei figli, nonostante il mio aspetto maschile, vincendo l'imbarazzo che questo può comportare in pubblico, e per questo mia figlia, nonostante i miei peli e le mie caratteristiche tutt'altro che femminili, mi guarda spesso rapita e mi dice “come sei bella mamma!”.
Il mantenere questa rassicurante “vicinanza affettiva”, presuppone un impegno all'osservazione ed al dialogo con i miei figli molto attento, e questo ha fatto in modo che loro siano molto aperti e fiduciosi nei miei confronti.
Una delle cose più belle che potessi sentire è mio figlio che, quest'estate in occasione di una vacanza, mi dice “mamma, quando sarò genitore voglio essere come te”.
Io introdussi ai miei figli il discorso sulla transessualità “servendomi” degli amici FtM ed MtF che frequentavano la nostra casa.
Ed in particolare si presentò l'occasione un giorno che il maggiore chiese perché una mia amica MtF avesse la voce maschile e quindi io, insieme a lei, gli spiegammo la sua esperienza di persona che vive in un corpo non congruo al sentire psichico e non sente come proprio il sesso biologico di nascita.
La sua reazione fu un “ma io sono contento di essere nato maschio, sono contento di essere come sono”, che indicò una buona comprensione per la situazione e sopratutto una reale capacità di discernere e di essere in contatto con se stesso (tanto per sfatare il mito che i bambini possono essere influenzati da omosessuali e transessuali, “deviandoli” dalla loro reale identità ed orientamento e che quindi è meglio non parlare di certe cose nelle scuole, etc..).
Dopo un anno che già io vivevo al maschile e a qualche mese dall'inizio della terapia ormonale "mascolinizzante", finalmente, sempre il maggiore, mi chiese perché tutti mi chiamassero Egon, nonostante il mio nome anagrafico fosse un altro.
Allora, chiamando anche la piccina, ed in presenza del padre, spiegai che quello, pur non essendo il nome che in effetti mia madre e mio padre mi avessero dato, era il nome che avevo scelto per me e che desideravo che gli altri mi chiamassero così, tutti tranne lui e sua sorella, che potevano continuare a chiamarmi come volevano.
In quell'occasione si irritò un poco, dicendo che voleva che tutti continuassero a chiamarmi con il mio nome anagrafico (paura di perdere la madre), ed io continuai a tranquillizzarlo sul fatto che per lui niente sarebbe cambiato.
Quindi li misi a conoscenza della mia condizione di disagio e del percorso che avevo iniziato e da allora ho sempre cercato di rispondere alle loro domande ed ai loro dubbi con schiettezza e semplicità, modulandomi chiaramente sulla loro capacità di comprensione e ribadendo in ogni occasione che io rimanevo la loro mamma e che li amavo tantissimo.
Un dialogo che mi fece capire la sensibilità dei miei bambini risale ormai ad un paio di anni fa ed avvenne tra me e mio figlio più grande: ero a petto nudo e mio figlio mi disse “ Certo mamma che io non ho mai visto un uomo con il petto grande come il tuo”,
ed io “ E' perché sono nato donna”
e lui “Lo so bene che sei nato donna, ma quando hai cominciato a sentirti uomo, ad un anno?”
ed io “Ad un anno no, sei troppo piccolino. Tu hai detto che sei contento di essere un maschio?”
lui “Sì, sono contento”
io “E sei soddisfatto?”
lui “Sì, sono soddisfatto”
io”Bene, io alla tua età non ero soddisfatto di essere una femmina”
lui “Capisco come ti sentivi”
ed il suo sguardo era così carico di comprensione che avrei voluto abbracciarlo per ore.
Questo dialogo lo utilizzai anche (sempre su consiglio della psicologa) a distanza di tempo, quando si trattò di informare i miei figli dell'operazione di mastectomia a cui mi sarei sottoposto di li a breve.
In un momento di intimità, sdraiati tutti e tre sul lettone a farci le coccole, chiesi loro se si ricordassero di quando mi avevano detto che il mio petto era troppo grosso.
Così gli spiegai che, in effetti, era per me fonte di imbarazzo, e per quanto fosse stato importante avendoli nutriti da piccoli, adesso sentivo l'esigenza di toglierlo per “sembrare sempre più un maschio”.
Mio figlio era così a suo agio nei miei confronti, che nonostante il suo carattere tendenzialmente chiuso, sentì di poter esprimere la sua opinione contrastante e mi disse che avrebbe preferito che non lo facessi. Capiva però anche le mie ragioni e da quella sera, specie la piccola, non fecero altro che domandarmi se avevo telefonato al dottore e cosa aspettassi ad operarmi.
Noto in effetti una certa differenza tra la figlia più piccola e quello più grande nel vivere la mia transizione, legati forse all'età ed alle peculiarità caratteriali.
La bambina, che forse non ha ricordi della mia vita al femminile, prende tutto con molta apertura: quando mi presenta a qualcuno, immancabilmente cinguetta allegramente “mia mamma si chiama Egon, perché si sente un maschio”.
Il più grande invece, in qualche occasione, mi ha confidato un po' di disagio, cosa che, nonostante il mio primo sentimento sia sempre di panico, denota il buon funzionamento del rapporto.
Questo suo disagio è sempre in relazione al rapporto con gli altri (la volta che vengo scambiato per il padre o quando il compagno di scuola fa un commento su di me).
Di solito in questi casi si innesta una relazione circolare di rassicurazione: mio figlio parla con me, io, un po' in preda all'agitazione, parlo con la psicologa, la psicologa parla con me e mi rassicura e mi mette in condizione di ascoltare e di rassicurare efficacemente mio figlio.
Questo è un circolo virtuoso che ha spezzato un circolo che era invece vizioso, quello del senso di colpa.
Io, infatti, non mi perdonavo di creare queste difficoltà sociali ai miei figli, come fosse una mia colpa e una mia scelta.
L'esperienza mi ha invece portato a riflettere che, innanzitutto, qualsiasi bambino può essere oggetto di sfottò da parte del gruppo dei pari per le più svariate ragioni e che quindi “non serve” avere la madre transessuale per essere preso in giro. Inoltre, l'essere transessuale, non è una scelta e quindi io non posso cambiare la mia condizione. Mio figlio potrebbe ricevere commenti spiacevoli anche se io fossi nero o disabile o straniero... potrei cambiare il colore della mia pelle?
Potrei colpevolizzarmi per questo? O qualcuno potrebbe colpevolizzare qualcosa d'altro se non una società non aperta alle differenze?
L'unica cosa che posso fare è rafforzare i miei figli nei confronti di queste evenienze, ed anche qui la psicologa mi ha dato alcuni suggerimenti, come ad esempio raccontargli di quando succede lo stesso anche a me.
Quindi, riassumendo quanto imparato finora dalla mia esperienza, nella costruzione di un buon rapporto con i figli che sia funzionale al loro viversi serenamente la transizione del genitore (ma che ha poi tantissime ricadute positive sul rapporto in genere) mi sentirei di evidenziare:
l'appoggio psicologico di una persona esperta di cui ci si fidi l'età dei bambini, più sono piccoli più la situazione iniziale è facile il rispondere sinceramente alle domande dei figli senza prenderli in giro e senza creargli confusione, aspettare spontaneamente che loro chiedano, e sopratutto il farsi sentire vicini e continuare ad assolvere nei loro confronti lo stesso ruolo di genitore, nella maniera più amorevole possibile.
Questa è la personale storia, la mia, di un genitore transessuale Ftm che ha perso ma ha anche ritrovato un lavoro, che ha comunque, ricostruito con pazienza, l'appoggio della rete parentale di origine, che ha avuto un ex partner oppositivo su molti punti ma mai sull'affidamento condiviso dei figli.
Conosco invece genitori transessuali a cui l'ex partner impedisce loro di vedere i figli, figli (magari più grandi e strutturati) che non riescono ad accettare il genitore trans e lo escludono dalla propria vita e persone trans che, rimaste senza il lavoro che permetteva loro di mantenere i figli, sono state costrette ad interrompere la transizione per riavere la loro attività (niente ripensamenti quindi, ne “errori di diagnosi”, quanto invece pressione sociale).
Conosco anche persone che hanno una relazione talmente solida con il partner da avere resistito al “terremoto” della transizione di uno dei due, e sono rimasti insieme...ma in quel caso, se si è sposati, ci penserà lo stato a dividerli, con il divorzio imposto!

 

preciado

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Relazioni e dominio: una chiacchierata a partire da un articolo di Lynda Birke

di Egon Botteghi e Marco Reggio


Marco.
Mi è parso di capire che la pubblicazione dell’articolo di Lynda Birke, "Vite intrecciate: comprendere le connessioni umano-animali", sull’ultimo numero di Musi e Muse, ti abbia creato un po’ di disagio.
Forse non è la parola giusta, “disagio”, comunque, che pensieri ti ha suscitato?

Egon.
Può darsi che "disagio" sia invece la parola giusta...
Leggere su quella bella rivista online, interessata "ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale", le opinioni di una etologa-sociologa che ammette la pratica del montare a cavallo come scambio "sano" interspecifico, temo possa legittimare, nel mondo animalista, tale pratica che io trovo invece deplorevole.
L'articolo è molto interessante, ma quando mi sono imbattuto in questo ho provato un moto di disappunto: "Cavalcare è un’abilità che si affina in molti anni; si impara a rispondere e ad anticipare, a comunicare quindi, per cinestesia. La conoscenza diventa memoria del corpo: non ho bisogno di pensare a cosa fare se un cavallo scarta di lato: il mio corpo risponde prima che l’«io» della mia mente cosciente abbia formulato il pensiero. Anche il corpo del cavallo acquisisce nuove abilità nella comunicazione tattile implicita nel cavalcare. Qualche tempo fa ero in groppa a un vecchio cavallo in pensione da anni quando ho pensato: chissà se si ricorderà l’half-pass? L’half-pass è un movimento laterale del repertorio di dressage. Non avevo neppure formulato il pensiero (e di certo non l’avevo terminato), che il cavallo ha eseguito esattamente quel movimento. I miei nervi e i miei muscoli avevano anticipato la conclusione di un lungo discorso tra me e me, e i suoi avevano risposto. I corpi ricordano."
Quanto dice sull'abilità equestre è vero, ma messo così sembra un elogio che si può ritrovare in tutti i manuali di equitazione che con l'animalismo e la liberazione animale non c'entrano niente, anzi sono la cultura di secoli di dominazione sugli equini.
In queste parole può esserci celato anche un concetto pericoloso, usatissimo per giustificare l'uso del cavallo, e cioè quello che anche il cavallo ci guadagna qualcosa, che acquisisce nuove capacità, che cresce.
Questo assunto è usatissimo da coloro che cercano di dare giustificazioni meno "becere" all'uso del cavallo, sia da lavoro che da diporto, come ad esempio nella filosofia steineriana, per cui il cavallo si "innalza" nell'incontro con l'uomo.
Gli etologi italiani più alla moda e considerati "illuminati", che si occupano di equini, per giustificare l'atto di cavalcarli, ancora dicono che la vita psichica del cavallo viene arricchita dall'incontro con l'essere umano... insomma, noi li rendiamo più intelligenti!
Per questi studiosi la relazione diviene così importante che sopravanza i diritti delle singole parti, dei singoli attori della relazione.
Per me è invece più importante il diritto del cavallo a non imparare l'half pass, o come si dice in italiano, "l'appoggiata", in quanto privo per lui di senso, che la "meravigliosa" connessione di questi due corpi.
Corpi però che non sono sullo stesso piano, dove uno impartisce ordini e l'altro esegue.
Senza contare che "l'appoggiata" è una figura del dressage, come ricorda la stessa autrice, che è una disciplina olimpica tra le più devastanti per la psiche ed il fisico del cavallo e di derivazione militare.

Marco.
Io non conosco i cavalli, ma devo dire che ho trovato l'articolo molto interessante, perchè riesce a descrivere una relazione che si instaura nonostante la base di questa relazione non sia paritaria, e che sembra positiva per entrambi i soggetti. Ma dico "sembra", perchè in effetti non sapevo nulla dell'half pass, della sua origine, e così via, e dovremmo sempre farci la domanda se al cavallo fa piacere questa relazione, se alcuni elementi di questa relazione siano un peso che sopporta, o che accetta volentieri, o ancora che rifiuterebbe se possibile. Certo, anche io ho un senso di mancanza nel leggere testi come questo. Mi succede per esempio con Vinciane Despret o Donna Haraway: si trovano osservazioni non solo illuminanti, ma in grado di aprire una visione migliore delle nostre relazioni con gli animali, davvero più rispettose della loro complessità, secondo me. Al tempo stesso, mi sembra che manchi una parola chiara su un aspetto delle relazioni, cioè l'elemento di unilateralità, di sfruttamento economico. Una prospettiva che mette al centro le relazioni, e riesce a vederne dei potenziali positivi anche nei contesti di sfruttamento, mi sembra necessaria, ma quando ignora l'esistenza dello sfruttamento, il carattere (anche) economico del rapporto, può essere controproducente, almeno nei casi più eclatanti, in cui di fatto si finisce per giustificare lo sfruttamento, purchè "dolce" (come ha mostrato Agnese Pignataro a proposito delle tesi di Larréere e Porcher, nel suo articolo "Allevamento di animali domestici ed etica del care: armonia o conflitto?").
Nonostante questo, mi chiedo se non si possa trarre qualcosa (o anche molto) dalle voci di etologi, sociologi, persino allevatori, in materia di relazioni fra noi e gli animali, partendo non tanto dal fatto che l'animale "ci guadagna qualcosa", ma che gli umani ci "guadagnano", in termini di relazione, una relazione vissuta nel e col corpo. Questo, certamente, per noi deve avere come punto di partenza la non costrizione, il rispetto dei desideri altrui, ma anche dove non c'è si possono trovare elementi per una prospettiva diversa.

Egon.
Sicuramente gli esseri umani guadagnano qualcosa nella relazione con l'animale altro, ma credo che bisogna cercare di essere sempre molto vigili ed onesti sul che cosa e sopratutto sul come gli animali altri vengono coinvolti.
Gli esseri umani sono relazionali e relazionanti nel profondo, secondo me, vivono nella relazione e le relazioni li rendono vivi.
Quando però si "sconfina" oltre la specie c'è da tenere sempre a freno, a mio avviso, una spinta "predatoria" ed acquisente rispetto a questo altro, un impulso alla manipolazione, al voler toccare, al voler appropriarsi, al voler farsi riconoscere. Una sorta di ansia egocentrica.
Un etologo il cui campo preferito erano gli insetti, riferendosi a noi umani, al nostro modo chiassoso di relazionarci, affermava che, in quanto scimmie, siamo destinati a ciò.
Riusciamo a godere dell'altro senza invaderlo?
Il presupposto secondo me deve essere sempre la libertà dai condizionamenti fisici e psicologici, che nel caso del cavallo, ad esempio, sono moltissimi.
E' vero che nella relazione chiunque sia coinvolto cambierà qualcosa di sè dopo questo incontro, ma quale attenzione poniamo affinchè la relazione con l'animale altro non sia di tipo coloniastico?
Certo che chi lotta per la liberazione degli animali sarà avvantaggiato nello sforzo se conosce qualcosa di loro, e se questi animali sono domestici, questa conoscenza passerà giocoforza attraverso i luoghi della loro prigionia e quindi attraverso gli allevamenti e gli allevatori, i campi di equitazione, gli zoo e sarà ancora più preziosa quella che avverrà nei rifugi.
Però perchè alle volte non noto tutto questo zelo e fervore nel cercare di conoscere (ed aiutare nella loro loro lotta per la sopravvivenza) gli animali che non si possono toccare, che non dipendono da noi, che in qualche modo non gratificano il nostro egocentrismo e voglia di protagonismo (penso ai selvatici, ma non solo quelli esotici, ma quelli che vivono intorno a noi, ai limiti delle città e nelle campagne, con la loro eroica resistenza e penso agli animali sinantropi, così affascinanti nell'aver scelto il nostro habitat e nell'usarlo mantenendo però la loro libertà e selvatichezza ed anzi, in qualche modo, "sfruttandoci")?
Riusciamo a sentirci in relazione soddisfacente con i gabbiani che nidificano e allevano la prole sul tetto del palazzo di fronte? Per quanto mi riguarda la mia risposta è sì, e tanto di più dal momento che le loro stridula grida esistono a prescindere da me.

Marco.
Il problema che poni, ovviamente, non è semplice. Mi sembra che in parte si riconduca a una domanda: è possibile che relazioni nate da motivazioni egoistiche, da rapporti di dominio o di sfruttamento, o persino relazioni che sono soltanto economiche, stimolino lo sviluppo di elementi relazionali in cui i soggetti in gioco traggono beneficio (piacere, accrescimento, ecc.)? Non credo che né io né tu possiamo avere una risposta, ma a volte io rifletto su storie anche banali che dimostrano la complessità di questo tema. Per esempio, una mia amica ha avuto in regalo un uccellino. Lei non è antispecista, animalista e non ha una particolare sensibilità verso gli animali nel senso che intendiamo noi "attivisti", né una particolare sensibilità politica che possa darle strumenti di critica della detenzione di un animale in gabbia. In passato, ha comprato animali e non è contraria a farlo, in linea di massima (gli è stato regalato, questo uccellino, ma potrebbe averlo anche comprato, direi). Eppure, dopo una settimana di convivenza ha preso la gabbietta, l’ha messa nell’unico bagno del suo bilocale, l’ha aperta e ora vive con un uccellino che svolazza… in bagno! (Naturalmente, si tratta di una specie che non poteva essere semplicemente liberata). Ora ne è nato un rapporto che evidentemente è bello per entrambi. Certo, nasce da un atto di liberazione (aprire una gabbia). Ma questo atto di liberazione non è l’atto di un antispecista con le sue categorie morali già costruite, tutt’altro. E’ l’atto di una persona che ha maturato questa intenzione proprio a partire da un rapporto che io direi viziato in partenza, cioè da un individuo che viene comprato e regalato come se fosse un qualsiasi oggetto. In effetti, questo presupposto indubbiamente inquina i rapporti, ma che spazi ci sono perché possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?

Egon.
Hai assolutamente ragione Marco... nè io nè te possiamo risolvere con un aut-aut la complessità di questo tema e delle questioni morali che pone. Ti ringrazio ancora per stimolare questo scambio: evidentemente noi due siamo in una relazione di crescita.
Provo però a rispondere alla tua ultima, affascinante domanda: "che spazi ci sono perchè possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?"
Come la vedo io in questa fase della mia vita, questo spazio è uno spazio direi quasi geopolitico.
Secondo me dovremmo imparare a vedere gli individui delle altre specie come appartenenti a popolazioni con cui dobbiamo contrattare il nostro essere sul pianeta, il nostro spazio sulla terra.
Non vedo questo in ottica protezionistica, per preservare gli ecosistemi che sostengono anche la specie umana, che perirebbe insieme agli altri, ma proprio come esercizio di diplomazia con altre specie che detengono i nostri stessi diritti di appartenenza ad un territorio.
Noi non dovremmo interpretare e decidere cosa sia meglio per le popolazioni di animali altri, ma proprio essere in grado di tradurre le loro richieste.
Così il mio sogno potrebbe essere fare il console presso alcune società di bonobo...

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