Martedì, 26 Agosto 2014 08:46

Gli Orti Urbani di Livorno

Gli Orti Urbani di Livorno

Nel cuore di Livorno, a cento metri dal mare, c'è un pezzo di campagna rimasto "imprigionato" in mezzo ai palazzi residenziali dei quartieri Fabbricotti e S.Jacopo.
Percorrendo Via Dell'Ambrogiana si ha la netta impressione di camminare per una strada di un antico borgo agricolo. In quella zona, infatti, ricca d'acqua,sorgevano  le fattorie storiche della città. E così è rimasto fino agli anni ' 70, quando l'amministrazione decise il cambio di destinazione d'uso e rese la zona edificabile.
Si sono susseguiti così per 30 anni proprietà e progetti mai eseguiti e fallimenti d'imprese, lasciando i sei ettari di terreno nell'abbandono e nell'incuria.
Così, nell'ottobre del 2013, dal comitato precar* e disoccupat* di Livorno e dalla ex caserma occupata, è stata  e decisa l'occupazione della zona, per salvare quell'ultima area verde nel centro della città da una inutile cementificazione e per restituirla alla gente ed al quartiere e sono stati avviati cento piccoli orti.
Si è così creato un interessante movimento dal basso, una "resistenza" urbana,  che si può collocare nell'alveo dei movimenti internazionali come il Community Open Space o la Guerrilia Garden o nazionali come Genuino Clandestino.
L'autoproduzione, l'agricoltura naturale, la lotta alla cementificazione, la riappropriazione comunitaria degli spazi, la salvaguardia degli animali e delle piante, la condivisione degli attrezzi, la partecipazione collettiva alle decisioni tramite assemblea settimanale, l'inclusività per tutte le diversità, sono alcuni dei punti fondanti del progetto e della vita degli orti .
Pubblichiamo qui di seguito il manifesto politico degli orti urbani occupati ed il dossier che è stato presentato all'amministrazione della città, da cui si attendono risposte, ed invitiamo chiunque passi per Livorno a visitare gli orti occupati, dotati di area verde, e l'opera collettiva vivente in essi istallata.

Egon Botteghi x Antispecismo.Net

tante altre foto sugli orti urbani di Livorno http://centralvegpark.tumblr.com/


 



Pubblicato in Attualità - Notizie
L'articolo di Molly Jane, redattrice di Earth First!, apparso nel numero di giugno del 2013, che qui presentiamo tradotto in italiano, descrive la minaccia a cui sono sottoposti la Terra e tutti suoi abitanti.

Semplici e chiare immagini identificano il collasso che in tempi rapidi sta portando alla rovina, ma Molly Jane oltre ad individuare i temi politici che possono incidere nell'inversione di rotta della collisione epocale, e cioè il biocentrismo, l'ecologia profonda, le lotte antioppressive, la solidarietà, sollecita a una riflessione in grado di connettere le resistenze, le lotte e i movimenti.

Ancora una volta il tema delle connessioni diviene il banco di prova dell'evoluzione politica dei movimenti radicali e antagonisti che oramai dovrebbero avere la consapevolezza che la parcellizzazione degli obiettivi, e delle azioni non consente risultati di grande rilevanza.

Come pattrice jones ha sottolineato nelle recenti conversazioni durante il suo tour italiano del marzo 2014, non solo sono essenziali le unioni, le connessioni, le alleanze, ma devono essere ben chiari gli elementi della prassi politica radicale. Vale a dire che si devono individuare le tattiche in grado di avanzare richieste utili alla sopravvivenza e alla resistenza al sistema androantropocentrico, e al contempo attivare le strategie, che hanno una gittata medio lunga, utili al raggiungimento degli scopi ultimi: il sovvertimento del sistema di dominio e oppressione della Terra, degli altro-da-umani e degli umani.

Molly Jane sottolinea come la prassi rivoluzionaria sia quella dell'azione diretta, che congiunga gli aspetti teorici e pratici delle lotte che quindi non possono più essere singole rivendicazioni, ma che devono abbracciare ogni ambito oppressivo.

Tra i suoi ispiratori Molly Jane indica anche l'EZLN (l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e cita una frase paradigmatica del subcomandante Marcos, in cui si afferma che le idee sono strumenti potenti che possono essere usate per mutare radicalmente le condizioni attuali.

Un altro spunto importante per la riflessione e la prassi ecoliberazionista, viene dall'ecologia sociale e dall'ecovegfemminismo, che non sono direttamente citate nell'articolo di Molly Jane.

Come afferma Janet Biehl, pensatrice ecosociale, in queste fasi di peggioramento delle condizioni ambientali e di devastazione della natura gli Stati avanzano processo autoritari per reprimere la ribellione e per questo si deve essere pront* a non lasciarsi sopraffare. Si devono alzare le proprie voci per realizzare le sacche di resistenza, le aree di azione cooperativa, le comunità socio-ecologiche. Biehl considera tutto questo non una precondizione per una società liberata, ma la precondizione per la sopravvivenza, necessario per debellare il capitalismo nelle sue varie forme. Infatti il capitalismo ci spinge a credere di ottenere benefici emancipatori in forma di concessioni di pseudolibertà che hanno solo lo scopo di preservare se stesso e non di liberare le persone, la natura e gli animali.

È fondamentale, quindi. che si possano esprimere e diffondere i modi di realizzazione di un diverso rapporto tra umani, tra gli umani e la natura e gli animali. Ciò è possibile con prassi e teorie politiche, ma anche con scelte quotidiane in grado di rivoluzione la propria labile sicurezza ecologica.

Marti Kheel, suggerisce di rovesciare il patriarcato con una “forchetta” simbolo dello stravolgimento della logica fallologocarnea, Carol Adams e Melanie Bujok spingono affinché si riconoscano i legami tra gli sfruttamenti ambivalenti dei corpi delle donne e degli altro-da-umani. Josephine Donovan e Lisa Kammerer individuano l'alleanza tra femminismo e animalismo, invocando la sororanza tra specie. E ancora, Greta Gaard evoca ai movimenti una serie di elementi di giustizia sociale ineludibili per poter integrare le rivendicazioni politiche ed ecologiche alla luce di una critica serrata all'economia imperialista, al colonialismo culturale ed ecologico, e all'oppressione di genere e di specie. Alicia Puleo ricorda l'importanza della critica ecofemminista alla visione ecologista prevalente che è maschiocentrica. Così come Maria Mies, Claudia von Werlhof, Veronika Bennholdt-Thomsen, che denunciano la logica della colonizzazione delle donne da parte del potere maschile, auspicano una modalità sostenibile di convivenza sulla Terra, tra la natura e tra le specie, grazie a un'”economia” di sussistenza, che deve ripristinare i meccanismi arcaici e modernissimi del rispetto e della solidarietà.

Abili mani, umane e nonumane, stanno tessendo le sottili resistenze quotidiane, che corollano la vita di ognun*, in connessione reciproca, mutua, solidale, rifiutando l'egocentrismo individualista che ha danneggiato e danneggia la Terra e i suoi abitanti. Dobbiamo rileggere e riformulare le ipotesi evoluzioniste in una chiave ecolibertaria, per sfrondarle della vittoriana ed imperialista convinzione che tutto avviene per mera sopravvivenza, per semplice adattamento, per la legge della forza. Dobbiamo invece pensare e agire perché la nostra presenza qui ed ora sia la testimonianza delle moltitudini di vite che ci hanno preceduto e di quelle che ci succederanno, non vivendo nella prefigurazione del passaggio di testimone alle generazioni future, ma aderendo al rispetto della preziosità dell'esistente.

Sherilyn MacGregor sottolinea come lo stesso ecofemminismo debba riformulare le sue credenziali passando da un essenzialismo vitalista ad una politicizzazione orientata verso una “ecocittadinanza” che tenga conto della collettivizzazione delle necessità quotidiane, in cui non solo siano ripartiti ruoli e funzioni di genere, ma sia fortemente mantenuto il motto “il personale è politico” in cui ognun* si renda responsabile delle proprie azioni in termini di condizionamento della collettività, in cui la “cura” non è semplicemente una pratica etica, ma è l'insieme di tempo e risorse utilizzate per la sopravvivenza. Politicizzare quindi le pratiche della “cura” significa sia degenderizzarle, cioè farle agire concretamente da tutt* le persone, sia individuando le similitudini tra lo sfruttamento delle donne, della natura, degli animali altro-da-umani che il processo di “naturalizzazione” dei ruoli e delle discriminazioni che il capitalismo avanzato ha così ben incarnato, per debellarli e realizzare sempre più ampi spazi liberati.

 

Introduzione e traduzione di annalisa zabonati

 

*****


 

Biocentrismo, ecologia profonda, antioppressione, solidarietà = Eco-Liberazione!

Siamo sull'orlo del baratro tra esistenza e annientamento e il cataclisma dell'estinzione generale all'orizzonte, il tempo per le creature terrestri. Gli echi del collasso delle biodiversità causano una reazione a catena per ogni specie. Siamo coinvolti nell'ultimo anelito di un impero morente, scavando disperatamente per ottenere le ultime gocce di combustibile fossile, dragando, infustando e bruciando, celebrando la veglia funebre della distruzione che ha attanagliato la storia del mondo senza precedenti. L'acqua, la nostra fonte vitale, sta per essere completamente privatizzata. Le pipeline serpeggiano lungo tutti i continenti, gli impianti nucleari si fondono, le raffinerie esplodono, le cime delle montagne sono rimosse, il genocidio è il mezzo e la schiavitù globale è il fine.

Mentre un tempo i cieli si oscuravano per giorni al passaggio degli uccelli migratori, ora sono oscurati da colonne di fumo di miasmi ed estrazioni pericolose. La brutale militarizzazione delle multinazionali realizzata dal neoliberismo ci ha imprigionati a questo pianeta morente sotto la minaccia delle armi. Anche le nostre informazioni alternative non ci hanno salvato dal collasso inevitabile perpetrato dall'industrializzazione, mentre metà delle lingue del mondo muoiono sotto i nostri occhi. Il prodotto finale della nostra civiltà moderna è perciò il silenzio tombale.

Ma c'è speranza per le voci resilienti della nostra lotta, usando le parole del subcomandante Marcos: “Non dimentichiamo che anche le idee sono armi”.

Ed è tempo di affilare le nostre armi.

La radice greca della parola eco, significa casa e un ecosistema è definito come il complesso di relazioni tra gli esseri viventi. L'antico termine greco per libero è elitheros. La radice lither divenne liber in latino. Perciò, eco-liberazione è il processo di liberazione della nostra casa.

Il biocentrismo è un principio fondamentale di Earth First!, suddiviso in quattro colonne portanti:

1. gli umani e tutte le altre specie sono componenti della stessa comunità sulla Terra

2. tutte le specie sono parte di un sistema interdipendente

3. tutti gli organismi viventi perseguono il loro “benessere” con modi propri

4. gli esseri umani non sono superiori agli altri esseri viventi.

 

L'ecologia profonda è il corpus della teoria o della filosofia che emerge dal pensiero biocentrico, dato che tutti gli esseri viventi e gli ecosistemi hanno un valore intrinseco indipendentemente dalla loro utilità per i bisogni umani. Questa teoria afferma che il mondo naturale ha un equilibrio delicato basato su complesse interrelazioni in cui l'esistenza degli organismi dipende dall'esistenza di altri organismi presenti nell'ecosistema, e pertanto l'interferenza umana e la distruzione della natura sono una minaccia non solo per gli umani, ma per tutti gli esseri che costituiscono l'ordine naturale.

L'antioppressione è la prospettiva per coloro che cercano di riconoscere e decostruire le forme sistemiche, istituzionali e personali di privazione dell'autonomia, usate per condizionare gli/le altr*. Per esempio, la pratica antioppressiva nel campo del lavoro sociale è vista come un tentativo di conoscere gli elementi autoritari della società, dell'economia e della cultura, e rimuovere o rifiutare l'influenza di quell'oppressione è un tentativo per realizzare servizi e politiche gestite direttamente dalla gente che le usa. Allo stesso modo, esaminando i modelli di dominio all'interno del movimento possiamo iniziare a agire per ribilanciare gli squilibri di potere nelle nostre comunità di militant*. Utilizziamo la forza di ognun* riconoscendo le interconnessioni delle nostre lotte e al contempo approfondiamo la comprensione dei nostri ruoli, del potere e dei privilegi all'interno della società.

 La solidarietà per mettere a frutto l'incapacità a tollerare l'oltraggio violento alla nostra integrità nei ruoli di collaborator* passiv* o attiv* nell'oppressione degli altri esseri. Non è un atto di umiliazione, di carità dall'alto, ma un atto di unione tra alleati che combattono su terreni differenti per gli stessi obiettivi.

Come esseri senzienti della Terra, non siamo meri osservator* dei processi naturali, ma parte integrante di tutto ciò.

Siamo primati, siamo mammiferi, siamo animali.

Gli altri animali, le piante e le forze della natura ci forniscono informazioni su noi stess* e sul nostro posto, sulla nostra responsabilità e identità in relazione a loro. Nella costruzione sociale imperante basata sulla separazione e la supremazia, non riusciamo a riconoscerci in relazione agli altri esseri, e perciò non conosciamo noi stess*. Le popolazioni sono state derubata dei loro semi, delle loro terre, delle loro storie, dei loro sistemi.

 La nostra società industrializzata funziona sulla base del concetto di processo ricorsivo infinito. Le cose in cui ci imbattiamo e ci attraggono nel nostro mondo “civilizzato” sono:

1. gli altri umani, oppure

2. cose create dagli umani (come ad esempio costruzioni, città, culture popolari, filosofie, lingue moderne, scienze, etc.).

Immaginiamoci davanti a uno specchio, con un secondo specchio alle nostre spalle. Vedremo il riflesso di un riflesso di un riflesso di un riflesso, fino al limite della nostra capacità percettiva. E accadono molte cose strane in questi ricorsi infiniti...piccoli cambiamenti, micro-movimenti che si amplificano in questa sequenza circolare.

In natura, dal livello molecolare alla galassia, le piccole interazioni tra molti esseri danno vita a una complessità e ad una forza emergenti, a un caos espansivo e vitale, ad una rete di sempre più complicate e intrecciate serie di relazioni interconnesse: 4,6 miliardi di anni di evoluzione. La vita.

 Piccoli cambiamenti in strutture infinite ed eternamente riflettenti creano una complessità similare, ma su scala sempre più ineffabile. La mutazione equivale al processo cancerogeno delle cellule del corpo. Omogeneità. Odio per noi stessi. Uccisione di ciò che ci dà la vita.

La considerazione misantropica dell'umanità come patologia infestante della Terra, sfortunatamente comune anche nel dialogo ambientalista radicale, non è la posizione visionaria del biocentrismo o dell'ecologia profonda, ma è una posizione reazionaria di un sistema di indottrinamento di una concezione “noi/loro” della nostra realtà verso gli altri esseri. Allo stesso modo dobbiamo demolire gli steccati, i confini e i muri per politicizzare la sacralità del luogo, così da rompere lo specchio dietro di noi in infiniti circuiti di realtà supposte.

Dobbiamo amare quello per cui combattiamo. Dobbiamo amare noi stess* per amare qualsiasi cosa, e per amarci dobbiamo conoscerci. Inoltre, per vincere dobbiamo vedere noi stessi nelle vite altrui, e vedere le loro in noi.

 Dobbiamo anche pensare che le ineguaglianze sociali sono una forma di squilibrio ecologico. Lo sfruttamento è sempre lo sfruttamento di una risorsa. Potenzialmente la prima risorsa che si dovrebbe rimuovere dalla catena del mercato imperialista per ridarla alla rete della vita e fermare l'industrialismo, è il lavoro umano. Uno degli esempi storici più dolorosi ed eclatanti è la tratta transatlantica degli schiavi, che strappava industrialmente la gente dalla loro terra, dalla loro cultura, dalla loro lingua per distruggere l'ecosistema più velocemente.

 La decolonizzazione non è una metafora. L'antioppressione, la solidarietà indigena e la liberazione collettiva non sono i temi principali di questo numero del giornale (Earth First! - NdT), ma sono il cardine da cui far evolvere la strategia del movimento.

 Ma lo dobbiamo fare consapevolmente, perché l'industrializzazione e la colonizzazione sono state realizzate in un intreccio pernicioso di coloni-nativi-schiavi. Persino i desideri di decolonizzazione dei bianchi, dei non-bianchi, degli immigrati, delle persone postcoloniali e oppresse, possono essere connesse nella rioccupazione, riabitazione e ristabilimento che rinforzano il maledetto sistema fascista in cui siamo coinvolti tutt*!

 Bruceremo le flebili illusioni di questo assurdo gioco o continueremo a giocare e a perdere?

 La prassi si definisce come teoria, o idea, in azione. Dato che la nostra teoria è l'azione diretta, dobbiamo continuare a muoverci verso alleanze e fusioni potenzialmente significative dati gli sforzi comuni. Dobbiamo usare la forza che sappiamo avere nei nostri cuori e nelle nostre menti per fermare la macchina che ci sta distruggendo, connettendo i punti tra la guerra alla dignità umana e il collasso ecologico, per attaccare i comuni oppressori. Non abbiamo scelta. Tutta la Terra e i suoi abitanti sono in pericolo se non potremo o non vorremo prendere questa decisione.

 Sfidiamo tutto! Decolonizziamo tutto! Il tempo dell'orologio del mondo ci dice di unire gli scopi di tutti gli esseri viventi del pianeta, e di fermare la fine della storia! Affiliamo le armi del biocentrismo, dell'antioppressione, dell'ecologia profonda e della solidarietà. Eco-Liberazione! Earth First!

 

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 L'autrice (Molly Jane) riconosce idee, saperi e ispirazioni per la stesura di questo articolo a* seguenti pensator*/movimenti: Movement Generation, Catalyst Poject, EZLN - Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Critical resistance, Grace Lee Boggs, Idle No More, Communities for a Better Environment e molt* altr* nella lotta di classe.

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fonte originale

http://earthfirstjournal.org/journal/brigid-2013/eco-liberation-the-renewal-of-radical-environmentalism/


Pubblicato in Articoli
Lunedì, 22 Aprile 2013 16:00

Terrorista a chi? - di Sara Romagnoli

Come sottolinea in più punti il bellissimo testo “Elogio del conflitto”1, dal crollo dell’impero sovietico in poi, entro numerose varianti, il discorso dominante in seno alla politica genericamente intesa, ha delineato uno dei dogmi fondativi della società tale per cui l’UNICO MODELLO POSSIBILE per la stessa è la democrazia.

Poco importa se questa, spesso e volentieri, è un termine poco “ruminato” intellettualmente, antropologicamente e politicamente. Di fatto non esiste un orizzonte mentale che preveda altro modo di darsi dell’uomo nel mondo in mezzo agli altri suoi simili, poiché infine la democrazia è vista come il punto più elevato di un percorso storico dell’umanità (con buona pace dello spirito hegeliano), una sorta di fenomeno naturale basato sull’essenza stessa dell’essere umano (quale poi sia questa essenza, a tutt’oggi non è ancora dato saperlo).

E’ sul profilo più o meno frastagliato di quest’idea di democrazia che si colloca, strutturandosi e definendosi, l’idea stessa di quella che viene comunemente definita civiltà.

A questa, si badi bene, si può opporre contrapposizione a patto  di aderire a processi normalizzati (che cioè rispondano anch’essi a norme comunemente accettate)e che quindi rientrino a loro volta nel sistema, pena l’estromissione dallo stesso, la classificazione come elementi-altri.

Ma, ahimè, il paradosso è di natura sostanziale: infatti, come per la maggior parte dei concetti di valenza insiemistica2, per sua stessa natura la civiltà è tale solo e soltanto (ovvero a condizione che), vi sia la sua controparte, la sorella di segno opposto, definibile per sommi capi ed in modo molto generico come barbarie.

Vale forse la pena ricordare che barbari erano tutti i NON greci dell’antichità e forse poiché troppo legato ad un termine ormai avvertito come desueto e poco pertinente (nonché chissà, anche poco politically correct, il che non guasta), ai termini barbaro e barbarie si sono sostituiti quelli decisamente più moderni ed inflazionati di terrorista e terrorismo.

Il terrorismo è dunque, infine, il paradigma di un’alterità minacciosa la cui forza pervasiva è tale per cui terroristi finiamo per diventarlo in fondo tutt* ogni qualvolta agiamo in modo tale da costituire una minaccia più o meno consistente ed effettiva nei confronti del sistema. 

Non stupisce pertanto più il quotidiano ricorso a termini che si possono tranquillamente ascrivere ad un linguaggio che è parte della dimensione ontologica di una realtà la cui (presunta) essenza benigna si contrappone alla controparte maligna.

Di fatto, si parla di (e non solo, poiché si accusa e si condanna anche per…) ecoterrorismo, così come ci si riferisce agli “ostaggi” di uno sciopero3, assimilando al terrorismo, con un’operazione d’illecita coincidenza, tutte quelle attività di contestazione che non rientrino nel paradigma dominante, criminalizzandole ed offrendole tramite i media, alla mercé di una massa frequentemente mal informata o ancor più spesso disinteressata perché formattata e convinta non vi sia la possibilità di contemplare altri punti di vista né tantomeno abituata allo sviluppo di una mente critica che sia in grado di (com)prendere la natura del terrorismo, quello vero.

È proprio grazie ad operazioni di questo tipo, che puntualmente SEMPRE,  attività di stampo “animalista” volte alla produzione di una critica che si manifesti in azione e prassi nei confronti di quei sistemi produttivi che si danno e si fanno grazie al loro sostanziale sfruttamento a carico di non umani, vengono definite TERRORISTE.

Cosa questa, che lascia perplessi tutti coloro (e ci auguriamo siano molti)che si soffermino anche solo per un momento a considerare gli eventi da un punto di vista logico-razionale, capace di effettuare un’analisi e quindi infine quasi obbligato verso una considerazione di base: il danneggiamento a carico di strutture e mezzi di produzione non può essere definito terrorismo, a meno che non ci si voglia avvalere di questo termine per fini che con la mera descrizione della realtà non hanno niente a che vedere. Non risulta infatti ancora a nessuno che i terroristi si siano mai preoccupati dell’incolumità degli individui, né che sia possibile suscitare e/o indurre terrore a carico di estesi parchi macchine composti di furgoni e altri mezzi di vario genere (la Disney di Cars effettivamente ha messo in dubbio anche questo ma confidiamo si siano resi conto un po’ tutti del fatto che si tratta di una finzione animata).

Il problema dell’uso indiscriminato e poco critico di termini come terrorismo consiste nel fatto che i protagonisti delle azioni di cui sopra, possono attraversare gli schermi televisivi “entrandovi come persone che compiono azioni di disobbedienza (intendendo con questa un disobbedire all’accettazione condivisa e sancita dalla costituzione, tale per cui è normale trattare individui senzienti che dispongono di corpi propri trattandoli e trasformandoli in prodotti di consumo di massa alla stregua di spighe di grano dalle quali produrre pane)ed uscendovi come terroristi tout-court”.

 

Tralasciando in questa sede eventuali approfondimenti e riflessioni sul concetto di terrorismo e su cosa questo implichi o no, ci si può limitare a considerare due questioni, che si stagliano al tempo stesso nella società come dati di fatto:

-          La Costituzione italiana non si addentra, dal punto di vista giuridico, nel fornire alcun tipo di definizione di “terrorismo”, limitandosi a specificare nelll'articolo 17, primo comma, che "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi"; il secondo comma dell'articolo 18 stabilisce che "Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare"4.

-          Dalla Legge contro il terrorismo, approvata in Gran Bretagna nel 2000, tale per cui l'attentato terroristico è "un'azione o la minaccia di un'azione, che comprende gravi forme di violenza contro persone e beni, mette in pericolo la vita dell'individuo e rappresenta una grave minaccia per l'incolumità e la sicurezza della comunità o una parte di essa"5,  insomma, a conti fatti terrorista può essere anche solo la minaccia in quanto potenziale intenzione, istanza o desiderio, ma questo forse stupisce meno di tutto il resto, se così non fosse sulla base di cosa giustificare l’intera e pervasiva organizzazione delle misure di controllo e “securitarie”, più o meno preventive? Insomma, la massa va ritenuta in qualche modo stupida e/o narcotizzata, ma un motivo per farsi placidamente controllare anche quando si fa il bidet le andrà pur dato.

 

La cosa più sconcertante però, o quella che quantomeno lascia basite alcune anime sensibili (ed io sono tra quelle, lo ammetto), è che da tutto questo si evince chiaramente una cosa: l’assunzione di una realtà sociale entro la quale non solo gli unici individui tutelati dalla violenza sono individui umani (nessuno stupore, sia chiaro, non ci aspettavamo niente di più) ma, meraviglia delle meraviglie e al tempo stesso paradosso dei paradossi, la tutela di questi stessi individui è equiparata alla tutela dei loro o altrui beni, applicando una sorta di proprietà transitiva “a termine”6 che se non illecita lascia quantomeno perplessi.

Va da sé che a diventar terroristi basti poco, davvero poco.

terrorista

NOTE:

1 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008.

2 Con logica insiemistica ci si riferisce agli “insiemi” come collezione di elementi. Tali elementi possono o non possono appartenere all’insieme, non vi sono vie di mezzo. Più in generale, vi sono elementi per i quali si circoscrive un insieme di appartenenza che rappresenta il DENTRO e tale per cui quelli che vi rientrano lo fanno in virtù di ben precise caratteristiche definitorie; a questo DENTRO corrisponde un FUORI, ovvero tutti quegli elementi che non dispongono di suddette caratteristiche definitorie di appartenenza.

3 MIGUEL BENASAYAG/ANGÉLIQUE DEL REY,  Éloge du conflit (2007), trad. it. di Federico Leoni, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano 2008, p. 18.

4 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

5 http://it.wikipedia.org/wiki/Terrorismo#Definizioni_di_terrorismo_nella_giurisprudenza

6 Dico “a termine” poiché, banalmente parlando, l’incolumità e quindi la tutela di un vitello è tale sino al suo scadere, ovvero sino a quando il vitello “ha da essere trasformato in bistecca”. Ma questa è una riflessione che mi riservo di approfondire  in ulteriore articolo a parte.

Pubblicato in Articoli
Riceviamo e facciamo eco:

COMUNICATO STAMPA: MUOS, GRAVISSIMO ACCORDO MONTI-CROCETTA

L'esito della riunione sul MUOS, tenutasi ieri, fra il presidente della regione Crocetta e il governo Monti - presente all'incontro insieme al Ministro Cancellieri e vari altri componenti di un esecutivo privo di qualsiasi consenso popolare e che continua incredibilmente a prendere gravi provvedimenti, ben oltre l'ordinaria amministrazione cui dovrebbe limitarsi - è l'ennesimo atto di sudditanza agli Stati Uniti, l'ennesimo tentativo di imporre alla popolazione siciliana il megaradar e le sue drammatiche conseguenze.

 

Invece di insistere sul blocco dell'installazione, i cui effetti dannosi sulla salute e sull'ambiente sono ormai largamente provati, e che ancora una volta renderà la Sicilia un avamposto di guerra, il funambolico Crocetta trova l'accordo al ribasso con Monti: una commissione di esperti valuterà  "l'impatto sull'ambiente e sulla salute delle popolazioni interessate delle emissioni elettromagnetiche anche in caso di utilizzo alla massima potenzialità degli impianti, senza oneri per la Regione Siciliana. La installazione delle parabole non avverrà prima che siano disponibili i risultati di tale studio".

Il verbale della riunione conferma, dunque, che previo un ossimorico "studio approfondito e in tempi brevi", l'installazione del MUOS avverrà, e alla popolazione verranno concesse, in cambio di tumori e malformazioni, le "misure di compensazione previste".

A conclusione di questo grave accordo tra Crocetta, che smentisce nei fatti la revoca, e Monti, che continua ad imporre vergognosi provvedimenti di politica internazionale che non competerebbero più al suo governo, l'impegno ad "assicurare il rispetto della legalità per garantire il regolare accesso del personale in servizio", ovvero a reprimere blocchi stradali e manifestazioni. un bell'esempio di "rivoluzione crocettiana"!

 

Tutto ciò rafforza le ragioni dell'impegno contro il megaradar e della grande manifestazione nazionale di sabato 30 marzo a Niscemi, per la smilitarizzazione della Sicilia e contro l'installazione del MUOS.

 

circolo città futura

 

(per il circolo città futura

la segretaria Santina Arena

tel. 340.0028007)


http://www.nomuosniscemi.it/news/no-muos-manifestazione-30-marzo-2013/

Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
Mercoledì, 10 Ottobre 2012 10:30

Maurizio Pallante: La carne è INSOSTENIBILE

Riportiamo qui sotto una ennesima presa di posizione contro il consumo di carni, di denuncia dell'impatto decisamente anti-ecologico della produzione di proteine animali, il tutto questa volta a firma codnivisa da uno tra i più stimati pensatori della Decrescita: Maurizio Pallante.
Ci permettiamo però di fare notare come tali denunce inciampino sul tentativo di attivare nei lettori una reazione empatica verso la sofferenza - resa evidente, ma implicita - che questi "comportamenti alimentari" ingenerano in altri umani (di incoraggiare dunque una nuova etica) completamente dimentichi del silenzio voluto e assecondato sulla sofferenza di chi, al di là di ogni considerazione e percentuale di calcolo, per questi "comportamenti alimentari" soffre davvero: gli animali.
Si punta dunque all'autocritica (rispetto a comportamenti che inducono sofferenza) selettiva, contando su una reazione di immedesimazione con altri che pagherebbero lo scotto dei nostri eccessi (o vizi), mentre al contempo si nega l'esistenza (che è sofferenza) stessa degli animali, citandoli di fatto solo come risorse primarie.
Un'etica della compassione selettiva di questo tipo, dove si auspica di porsi nei panni di alcune vittime indirette, mentre si nega l'insopportabile presenza di vittime dirette, la cui oggettiva sofferenza ormai è offuscata solo da una stupida, ottusa, imbrigliante, dogmatica ed ostinata cecità, non può pagare ed è oltre la favola: la iper-favola di chi vuole ancora credere che un'umanità estremamente nonviolenta, solidale e pacifica con se stessa, ma torturatrice e schivista verso chi semplicemente è ridotto in catene, possa davvero esistere.



L'insostenibile pesantezza della Carne

di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio

Fonte:  Il Fatto Quotidiano 

Il consumo di proteine animali, nel mondo, cresce costantemente. Tanto che, secondo alcuni, questo fenomeno sta aiutando la specie umana ad andare più rapidamente verso la sua autodistruzione. A questo fenomeno, in effetti, sono legati i più gravi problemi ambientali, economici e politici del pianeta: le emissioni di gas climalteranti e l’effetto serra, leguerre per il controllo delle fonti energetiche fossili, la progressiva penuria di un bene indispensabile per la vita come l’acqua, molte forme di inquinamento chimico, la diminuzione di fertilità dei suoli, la perdita della biodiversità, le sempre maggiori sperequazioni tra il 20 per cento dell’umanità che si suicida per eccessivo consumo di cibi sempre meno sani e il 20% privo del necessario per sopravvivere.

Tutti questi problemi potrebbero essere ridotti drasticamente dalla diffusione di un regime alimentare vegetariano, o quanto meno da una significativa riduzione dei consumi di proteine animali. Possono sembrare affermazioni eccessive dettate da fanatismo ideologico, ma basta mettere insieme alcuni dati di pubblico dominio per comporre un quadro unitario che i singoli tasselli isolati non lasciano vedere in tutta la sua ricchezza.

La prima cosa da prendere in considerazione è la crescita dei consumi di proteine animali, in valori assoluti pro capite. Negli ultimi 50 anni in Italia il consumo di carne procapite si è triplicato. È stato calcolato che nel 1994 fosse di circa 85 chili all’anno, pari a 235 grammi al giorno. La tabella seguente documenta quanto è avvenuto nelle principali aree del mondo negli ultimi 40 anni. La tabella successiva mette a confronto i dati del consumo mondiale di carne e di latte nel 1997 con gli incrementi previsti dalla Fao nel 2020. Gli aumenti maggiori si verificano negli allevamenti intensivi dei Paesi ricchi.

Aumento del consumo di carne pro capite negli ultimi 40 anni
(in kg. Annui)

Stati Uniti                                    89                             124

Europa                                          56                               89

Cina                                                   4                               54

Giappone                                        8                               42

Brasile                                           28                               79

Consumo mondiale di carne e latte
(in milioni di tonnellate)

Anno                             1997                        2020             incremento

Carne                                 209                          327                + 56%

Latte                                  422                           648                + 54%

La FAO prevede che entro il 2050 la produzione di carne e latte raddoppieranno, passando rispettivamente da 229 a 465 milioni di tonnellate e da 580 a 1053 milioni di tonnellate. Un problema, visto che la conversione delle proteine vegetali in proteine animali avviene con unascarsissima efficienza. Per produrre 1 kg di proteine di carne di manzo occorrono mediamente 16 kg di proteine vegetali. Di conseguenza per ottenere 1 kg di proteine di carne vaccina occorre coltivare una superficie agricola 16 volte maggiore di quella necessaria a ottenere i kg di proteine vegetali. Il rapporto tra la soia e la carne di manzo è invece di 20 a 1. Usando lo stesso tempo e la stessa superficie necessari a produrre 1 kg di carne, si possono produrre 200 kg di pomodori o 160 kg di patate.

Considerando il fatto che, specie in America Latina, la maggior parte della soia e dei cereali coltivati (spesso Ogm, viste le rese e i prezzi stracciati che possono garantire questi organismi dagli effetti sulla salute ancora ignoti) sono destinati a nutrire il bestiame che diventerà bistecca o ragù nei piatti degli europei, viene da chiedersi se, arrivati a questo punto, cambiare anche di poco le proprie abitudini alimentari non sia la scelta più sensata.

 
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Segnaliamo due articoli:

1. Titicaca, il lago degli Inca ucciso dall'inquinamento (VIDEO)

2. Ai piedi della diga che divora la foresta "Addio Amazzonia"


Oikos.

Fra antispecisti ed ecologisti spesso non corre buon sangue. Banalizzando potremmo dire che questi si occupano di ambiente, ecosistemi, biodiversità, mentre noi antispecisti ci occupiamo di animali – prevalentemente non umani, anche se non solo. Gli ecologisti hanno una visione che potremmo dire olistica dell’ambiente, che a noi antispecisti non piace granché, perché partiamo sempre dagli individui (animali). Come dice Massimo Filippi, l’ecologia è un discorso (logos) sul proprio (oikos: la casa) che non può che ricadere nell’antropocentrismo, ripetendo il nomos umano: l’economia. (1) 
Per quanto tenti si superare questo limite, anche la deep ecology, sembra rimanervi intrappolata, perché il decentramento che tenta dallo sguardo umano non passa per lo sguardo dell’altro animale. Per quanto  le cose e il vivente in generale (il regno vegetale, la vita non senziente) possano essere considerati importanti e meritevoli di un atteggiamento etico, essi non hanno uno sguardo. E lo sguardo è ciò che implica percezione e intenzionalità, capacità di soffrire e provare piacere, gioire e rattristarsi, spaventarsi e angosciarsi. Decentrarsi verso lo sguardo del senziente non umano è fare esperienza di un alterità rimossa e negata, che chiede e perfino impone giustizia. Lo sguardo è un volto, potremmo dire parafrasando Levinàs, radicalizzando la sua filosofia oltre l’antropocentrismo che l’ha intrappolata: ogni sguardo è un volto, un volto che impone un’etica (2).
D’altra parte ci sono buone ragioni per noi antispecisti per occuparci di ambiente: tutti quanti noi, esistenti non umani e umani, abitiamo lo stesso pianeta, ognuno abitandone una porzione, un ecosistema o una rete di ecosistemi, e persino quello che Uexküll chiamava un umwelt, (mondo-ambiente). Distruggere un ecosistema significa immediatamente distruggere vita animale, perché per quanto impoverito, ogni ecosistema ne pullula, dalle cime degli alberi al sottosuolo. Ogni ruspa distrugge tutto ciò che non può scappare o non è stato messo in salvo dalla cura genitoriale: insetti, artropodi, anfibi e piccoli rettili, cuccioli di uccelli nei nidi e cuccioli di mammiferi nelle tane. E distruggere un ecosistema significa anche dare la morte nel tempo, una morte dilazionata: perché, com’è noto, un ecosistema è uno spazio di rapporti fittissimi quanto fragili che garantiscono, pur nel loro divenire (un ecosistema non è un edificio di cemento), l’esistenza di individui e specie. Anche senza sacralizzare dunque l’idea di ecosistema (senza farne quel curioso idolo a cui s’immolano troppo spesso gli individui – come negli abbattimenti selettivi, che non si capisce chi o cosa dovrebbero
garantire, dato che appunto, l’ecosistema non è un monumento da manutenere e restaurare), la sua distruzione, soprattutto laddove esso sia costituito da forme di relazioni uniche e irripetibili e garantisca gli esistenti di specie “non altamente adattabili” (distruggere una foresta vergine non ha le stesse conseguenze s’un giaguaro o s’un orango che la distruzione di una fogna ha s’un topo o uno scarafaggio: e non è questione di “simpatie”) diventa un problema antispecista, oltre che un fenomeno che non esito a definire straziante.
La distruzione di un ecosistema o di un intero ambiente inteso come rete di ecosistemi ha poi ricadute pesantissime sulle condizioni degli umani stessi: non certo di quegli umani che lo distruggono (se non a lungo termine: magari per i loro figli), ma di quelli che non hanno alcun potere davanti a piani “selvaggi” di industrializzazione forzata che disseminano dighe fra le foreste e inquinano a morte acque e suolo. Non starò certo qui a difendere in assoluto la pratica della pesca, ma è ovvio che per una popolazione di indios andini essa ha una funzione diversa da quella che riveste per gli “sportivi” occidentali, per i pescatori a strascico del nord del mondo, o per i pescicoltori. Una funzione, una modalità e un impatto completamente diversi. Detto questo, e se è vero che non esistono culture “fisse” e chiuse in se stesse, non è accettando la loro distruzione e l’impoverimenti di esseri umani non occidentali che noi antispecisti d’occidente proporremo in modo persuasivo, dei cambiamenti culturali o anche solo “alimentari” al resto degli abitanti del pianeta (che, detto per inciso, sono la stragrande maggioranza). Senza contare, infine, che proprio i pescatori andini, così come i “cacciatori-raccoglitori” d’Amazzonia, e i vari agricoltori di un’agricoltura di sussistenza che non avvelena e non sfianca le terre, saranno poi essi stessi, impoveriti fino alla miseria o deportati, i destinatari dei prodotti degli allevamenti industriali e del ciclo della carne, alimentati dall’acqua e dall’elettricità delle dighe.

Per non parlare delle merci che l’assenza di norme ambientali (anche minime) garantisce a basso costo a distretti industriale che usano laghi e fiumi come latrine per lo smaltimenti di reflui tossici e di qualunque spazzatura.

Ecco i due casi strazianti del lago Titicaca (un nome che non vi farà più sorridere) e della diga di Bel Monte, in costruzione in Amazzonia.

Antonio Volpe x Antispecismo.Net



1 Massimo Filippi. Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte. Ombrecorte. Verona 2010

Vedi i contributi in questa direzione di Matthew Calarco, a partire da in AAVV. Nell’albergo di Adamo. A cura di Massimo Filippi e Filippo Trasatti. Mimesis.

2 Vedi i contributi in questa direzione di Matthew Calarco, a partire da in AAVV. Nell’albergo di Adamo. A cura di Massimo Filippi e Filippo Trasatti. Mimesis.

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Una bella puntata di Presa Diretta ieri sera ci ha riportato alla realtà, quella da cui i reality, le pubblicità e i telefilm ci tengono ben lontano, sperando che dimentichi di tutto noi si continui con la nostra vita, senza alzare mai la testa.

Una realtà fatta di riscaldamento globale e malagestione locale i quali, tradotti in spiccioli, significano sofferenza e morte per tantissimi individui, ed è questo l’aspetto che ovviamente ci unisce nell’interesse e nel desiderio di non tacere, denunciare, lottare per fermare devastazioni e soprusi, ed infine cambiare.

Proprio per questo, dopo avere certificato il buon lavoro fatto dalla redazione del programma, non possiamo proprio tacere di fronte ad un triste scivolone, sperando soprattutto di innescare una riflessione sulla coerenza, sia come metodo che come fine.

Durante il racconto fuori campo delle immagini il conduttore commenta una delle ultime alluvioni, mostrando in particolare i danni ad una azienda agricola.
Con non poco stupore vediamo che l’azienda in questione è la classica che noi alieni antispecisti ci sognamo di notte classificandole alla voce “incubo”, cioè un allevamento “intensivo”, le cui implicazioni anti-ecologiche sono ormai note e a tutti (proprio in termini di riscaldamento globale che è uno dei temi della puntata), ma sopratutto sulla cui assenza di etica ci saremmo aspettati quanto meno più consapevolezza. Presa Diretta ha infatti  ripreso i filari di gabbie larghe quanto il torace delle mucche, gabbie poste in fila una dopo l’altra, inequivocabilmente le gabbie dello sfruttamento e della morte.

Senza minimamente notare questo, il video racconta di come i proprietari dell’azienda abbiano fatto giusto in tempo a scappare prima dell’arrivo dell’alluvione, mentre (afferma la voce) “centinaia di capi di bestiame” sono morti. 
L’inquadratura si sofferma qualche secondo su una montagnola di cadaveri, zampe rigide, pance all’aria: sono le mucche, i loro tristi corpi.

Presa Diretta con i metodi giornalistici che porta avanti si pone di fatto come uno strumento di critica all’esistente. Per questo oggi critichiamo Presa Diretta e il superficiale quanto cinico modo con cui ha commentato quelle immagini, dimostrandosi semplicemente parte di quell’esistente che con tanta veemenza attacca.

Quei corpi erano la testimonianza di una immane sofferenza resa ancora più inaudita dal fatto che le mucche erano prigioniere; anche volendo, anche pregando, anche piangendo, una via di fuga non la hanno avuta. Morendo hanno sofferto e chiamato aiuto. Morendo hanno perso la loro vita di “esseri senzienti” come ormai tutti, pure i più stupidi ed ottusi sanno riconoscere messi davanti all’evidenza. Riferirsi in tal modo ad una strage di individui che hanno trascorso la vita in prigionia e sfruttati per ragioni abbiette - la produzione di latte che non ci serve ma è un vizietto cui non vogliamo rinunciare - e che sono morti perché nella sordità del sistema, non avevano altra scelta che restare lì e morire, è assurdo da parte di chi si erge a sottintendere delle critiche morali ed etiche di qualsiasi genere.
Quando ad esempio, voi autori e conduttori sottolineate i rischi del surriscaldamento, non lo fate perché “freddo è bello”, ma perché l’aumento della temperatura, come già detto comporterà sofferenza e solo a questo titolo voi, come noi, potete pretendere che chi di dovere si muova per impedire tale sofferenza. 
Eppure tale pretesa non vedrà compimento fino a che, l’umanità tutta (a partire dai suoi strumenti di analisi e critica, quindi anche il giornalismo) non avrà il coraggio di riconoscere la sofferenza SEMPRE, e di denunciarla SEMPRE, in ogni sua forma, senza sciocchi se e ma - quelli puntualmente sciorinati dalla cultura specista - che altro non sono se non discriminazione, la stessa cui si appellano tizio e caio al fine di giustificare le ragioni per cui non muoveranno un dito per proteggere altri dalla sofferenza.

Invitiamo quindi tutta la redazione e tutti gli spettatori attivi di questa trasmissione a rendersi conto che gli animali sono vivi fino a che non li uccidiamo e che quindi in quanto vivi soffrono; che sono individui, ormai chiamati (e non a caso) anche persone nonumane, non “capi di qualcosa” indipendentemente dalle balle che ci raccontiamo per non avere remore nelle torture che gli infliggiamo. 
Invitiamo la redazione ad approfondire come questo ridondante automatismo culturale, quello di denigrare l’esistenza degli animali nonumani, replicando sempre gli stessi paradigmi, non faccia che creare i presupposti per la schiavitù, per il cinismo, per la distanza che ogni giorno vediamo porre nel nome della distinzione tra “noi “e “gli altri”.

Gli animali non sono altriSono noi, e solo quando ne saremo tutti consapevoli avremo la speranza di sviluppare socialmente abbastanza empatia da mettere davvero l’interesse di tutti davanti al mero interesse immediato di pochi, cioè quello che voi stessi continuate ad auspicare con il vostro puntuale lavoro.

 

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Calvino e la città “invisibile” di Leonia: specchio del passato o lugubre profezia?

Leonia, come le altre città “invisibili” di Calvino è una città-simbolo di qualcos'altro: l'esperienza odierna potrebbe certo farcela identificare con Napoli, ma non era al capoluogo partenopeo cui lo straordinario scrittore poteva pensare quando negli anni '70 uscì quest'opera, una delle ultime, una delle più profetiche e ricche di spunti di riflessione.
Leonia è simbolo del capitalismo, immagine estrema dello spreco, sublimazione dell'usa – e – getta, fabbrica e cattedrale dell'obsolescenza programmata degli oggetti di consumo. Rappresenta il sistema di consumo del Nord del mondo, i cui lunghi tentacoli lambiscono ormai da tempo i Paesi emergenti, nutrendosi delle falle e della miseria di quelli in via di sviluppo.
Ogni cosa, quasi istantaneamente, appena incignata, si trasforma in rifiuto, rispondendo a una sorta di horror veteris che pervade tutti e ciascuno, che come lava vomitata da un vulcano fuoriesce e si accumula. Ma non al pari della lava fertilizza il terreno: lo rende piuttosto putrescente, infetto e maleodorante.
Di tutto questo pattume, ignari ovviamente dei rischi, gabbiani e altri volatili, piccoli e grandi mammiferi, famelici perché privati delle loro risorse primarie naturali, si nutrono allegramente. Dentro ai loro corpi si moltiplicano tossine e veleni.
A pensarci bene però, Leonia non è città del nostro presente, ma di quello di Calvino: mancano infatti qua e là a punteggiarne il paesaggio, le grigie ciminiere degli inceneritori, che avrebbero la pretesa di evitare l'accumulo del pattume, quel costante premere di un monte-discarica sull'altro, in una sorta di innaturale e mostruosa orogenesi. Ma che in realtà altro non fanno che polverizzarne una parte e renderlo ancora una volta biodisponibile, pronto a colonizzare i corpi dei viventi, di questo più o meno inconsapevoli. Il resto, come nella Leonia calviniana, si accumula nelle discariche periferiche.
In una città come Leonia, ma al tempo d'oggi, la categoria sociale che sopra tutte potrebbe forse godere dell'operato di queste macchine mortifere (almeno dapprincipio) sarebbe quella di medici e veterinari, indaffaratissimi a curare sopraggiunte e inedite malattie respiratorie e tumorali da inalazione di nanoparticelle. Fino che a loro volta non ne fossero colpiti, soccombendone.
Come dire: occhio non vede, cuore (forse) non duole, ma di sicuro altri organi sì.
Come risolvere allora il problema?
Non si tratta qui di capire cosa sia meglio (o meno peggio) tra discariche e inceneritori, ma di limitare al massimo l'uso delle prime ed evitare quello dei secondi. Solo un' estrema rivoluzione nella mentalità collettiva, una radicale modifica del sistema dei consumi, una strategia di recupero, riuso e riciclo efficace, in una parola, l'avvio di una de-crescita che tenga conto dei bisogni di tutti, umani e non umani, può essere la chiave di volta per non ritrovarci un giorno, come l'opulenta Leonia, affogati nel (o avvelenati dal) nostro stesso pattume.

Ilaria Nannetti, per Antispecismo.Net

Le città invisibili – 1972 di Italo Calvino

Le città continue - Leonia

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall'ultimo modello d'apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e
diverse, o non piuttosto l'espellere, allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede. Fuori della città, certo; ma ogni anno la città s'espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste s'innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto.
Aggiungi che più l'arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste mal tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E' una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suo estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.


 

 

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Valutazione di impatto della costruzione del TAV sugli animali in Val di Susa

Pubblichiamo un interessante documento sull’impatto della TAV Torino-Lione sulle vite degli individui non umani che abitano la Val Susa, redatto a cura della LAV.

Il documento pone la questione dell’opposizione all’Alta Velocità in una prospettiva inedita, particolarmente interessante per la critica antispecista. Lo studio è stato infatti effettuato con il preciso intento di proporre una visione non antropocentrica dei problemi ambientali connessi a tali grandi opere, prendendo in considerazione i danni sulle vite di quegli animali non umani (domestici e selvatici) che in genere vengono considerati, anche in ambito ecologista, come facenti parte di una generica “natura” o “ambiente”, il cui unico elemento esterno – guarda caso – è l’essere umano, quasi come se gli altri animali fossero più simili ai vegetali.

Il dato di fatto, scontato ma spesso dimenticato, che anche noi siamo animali, è qui il punto di partenza per affrontare la questione della TAV dal punto di vista di tutti gli abitanti delle valli, a partire da quelli che attualmente sono maggiormente in balia delle azioni di alcuni umani senza scrupoli. Il documento, pur con questa impostazione, contiene a nostro avviso alcuni limiti e contraddizioni significative. Per esempio, nello studio si sottolineano le conseguenze nefaste dell’opera sugli animali da allevamento, come se tali individui non versassero già in condizioni atroci per il solo fatto di essere detenuti in stato di schiavitù:

“Se gli animali di allevamento vengono a contatto con la diossina, il loro latte non si può vendere, così come la carne, perché la molecola può depositarsi nel grasso perimuscolare. Si procede così alla soppressione e all'incenerimento degli animali. Evento già successo in Val di Susa. Anche se si tratta di animali che finirebbero comunque la loro vita in un macello, i movimenti di tutela degli animali denunciano in questi casi l'uccisione di animali per conseguenze delle scelte umane, almeno definibili discutibili.”

Appare evidente, insomma, che si considera degna di biasimo l’uccisione degli animali per scelte umane discutibili (la TAV), quando quegli stessi animali vengono uccisi per una scelta umana altrettanto discutibile: mangiarli (o mangiare i prodotti del loro sfruttamento).

Di più: la stessa meritevole presa di posizione iniziale (“l’antropocentrismo è sempre in agguato” avvertono gli estensori nell’introduzione) viene palesemente contraddetta nel momento in cui si esaminano in dettaglio i danni sugli animali da allevamento, scivolando in una tipica ambiguità animalista fra interessi animali (a non essere allevati e uccisi) e interessi dei consumatori umani (a consumare prodotti carnei, caseari, ecc. di buona qualità).

“Un ragionamento particolare va fatto per gli animali erbivori di allevamento. Come si è già potuto constatare, essi sono fortemente a rischio di assorbire la diossina. Le molecole si depositano sui vegetali e con gli alimenti vengono metabolizzate da bovini ovini e caprini e si concentrano nel grasso, anche nelle goccioline presenti nel latte, da cui passano nel formaggio.”

Oppure:

“Il non considerare le conseguenze per gli altri esseri viventi è indice di miopia e cecità da parte degli umani poiché la terra è un ambiente unico e l'ecosistema locale contribuisce al benessere degli stessi esseri umani e una variazione grave della fauna produce negatività per le persone stesse.”

Insomma, l’antropocentrismo è sempre in agguato.

Nonostante tali contraddizioni, lo studio costituisce un contributo valido per l’apertura di un dibattito su un tema finora sottaciuto e per chi crede che l’impatto sulle vite degli animali non umani sia una delle conseguenze più gravi da denunciare nell’ambito della lotta contro l’Alta Velocità, forse la più grave in assoluto. Infatti, se si considera senza pregiudizi ogni vita senziente, accordando alla vita di umani e non umani lo stesso valore intrinseco, gli effetti sulle vite dei non umani sono probabilmente più devastanti. Proprio perché sono i più deboli e i meno protetti dalle pur risibili garanzie della società umana, essi rischiano gravi malattie per le quali non esistono certo strutture di cura, se non la morte. Mentre alcune abitazioni umane verranno espropriate, le loro case verranno letteralmente rase al suolo, senza alcun indennizzo; il rumore che agli umani provocherà gravi disagi, pregiudicherà la loro stessa sopravvivenza, costringendoli a migrare; a loro verrà tolto il cibo, l’acqua, il riparo. Del resto, anche fra gli umani coloro che stanno più in alto nella piramide sociale sentiranno con meno virulenza gli effetti di questa opera devastante, mentre chi ha meno mezzi per fare fronte ai problemi che ne derivano farà più fatica a sopportarne le conseguenze.

 

COMUNICATO LAV TORINO

Oggi, 20 dicembre, è stata presentata a Torino la valutazione dell'impatto che l'eventuale costruzione del TAV avrebbe sulla popolazione animale in Val di Susa.

Dallo studio, il cui primo firmatario è il veterinario, presidente di AVDA ed ex consigliere regionale del Piemonte, Enrico Moriconi, si evince che per gli animali l'impatto del TAV sarebbe devastante e duraturo.

La conferenza stampa, che si sarebbe dovuta regolarmente tenere nella Sala dei Presidenti di Palazzo Lascaris a Torino, sede del Consiglio Regionale, è invece stata spostata all'aperto, nella via di fronte all'ingresso del palazzo, in segno di protesta per la decisione, senza precedenti, assunta dalla Presidenza del Consiglio Regionale, di impedire ad un cittadino, Alberto Perino (esponente del movimento No Tav), l'ingresso nel palazzo che, da luogo pubblico, è stato così trasformato in roccaforte di una casta politica che impedisce alle persone la libera espressione.

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RIFIUTI ZERO: La salute è un bene (ed un diritto) di tutti… ma proprio tutti.

di Eva Melodia

Di diossina e altre nocività si muore. Senza stupore alcuno sappiamo che muoiono e soffrono soprattutto gli animali ed in particolare quelli non domestici, quelli che nel silenzio assordante di questa cultura non sono titolari di alcuna tessera sanitaria; semplicemente scompaiono vittime di tumori, malformazioni, avvelenamenti. La salute nel mondo che conosciamo è un bene piramidale, bisogna appartenere allo status più elevato possibile per poterne godere, non è di certo un diritto, ed è uno delle più vantaggiose merci di scambio con il Dio denaro.

Anche per questo, da qualche anno è in corso una furiosa battaglia dentro i consigli comunali e nelle più piccole realtà, tra cittadini o gruppi organizzati che vogliono affrontare il problema dei rifiuti e le potenti e molteplici istituzioni che a vario titolo, difendono questo modello, quest’immenso pattume che è l’economia umana in tutta la sua filiera.
Zero Waste, chiamata in italiano strategia “Rifiuti Zero”, è un metodo con cui il professor Paul Connett ha teorizzato una via per ripensare l'economia del pattume, quella stessa economia che scopriamo essere invece imbellettata alla voce “economia del consumo”.
Dopo aver passato la vita a studiare gli effetti delle diossine nei corpi dei viventi, effetti che potremmo riassumere in cancerogeni e teratogeni, Connett ha deciso di spendersi per proporre una contro-visione dell’economia, fondata non più sul rifiuto, bensì sul ciclo.
In questo apparentemente non c’è nulla di nuovo. Gli ecologisti pensano a queste soluzioni da che esistono, nell’eterno tentativo di contrastare la diffusione di inquinanti e non c’è dubbio che Rifiuti Zero sia nata dall’elaborazione di quelle banali critiche alla mentalità usa e getta che ha colpito come un fulmine tutti quanti negli ultimi cento anni.

Zero waste però va molto oltre. Poco conosciuta nel suo dettagliato sviluppo e offuscata dai grandi interessi dell’incenerimento e non solo, la strategia viene spesso scambiata per i semplici metodi di raccolta differenziata porta a porta, o addirittura talvolta solo per la differenziazione del rifiuto in cassonetto!
L’onere di approfondire questa strategia è allora come sempre, di chi intende levarsi contro le ingiustizie e soprattutto contro le cause dirette ed indirette di morte, sfruttamento e sofferenza degli animali tutti, umani e non umani.
L’antispecismo stesso dunque, che ha necessità ecologiche per un compimento dell’aspecismo reale, non può non conoscere a fondo questa strategia e nel caso necessario, criticarla oppure decidere di sostenerla ed eventualmente rivendicarla come parte del proprio percorso, adattandola alla propria visione.

Zero Waste è prima di tutto un metodo già in fase di applicazione in alcuni luoghi del mondo, non solo una astrazione, ed è perciò innegabile che possa anche essere messo in atto con modalità e finalità antropocentriche. Tale possibilità però è direttamente proporzionale all’antropocentrismo di chi ne sposa la strategia, non alle basi della strategia stessa che invece, vista nel dettaglio, è strettamente aspecista e le cui applicazioni sono, non solo requisito necessario per un modello aspecista, ma anche percorso forse obbligato per una lotta antispecista.

Sviscerando il metodo scopriamo che si poggia sulle famose “3R” (1) cioè riduzione, riutilizzo, riciclo, che già rappresentano una buona parte di approccio diverso al binomio consumo-rifiuto. L’intento non è certo evitare le discariche perché sono brutte esteticamente, o gli inceneritori solo perché puzzano, bensì evitare in ogni modo gli incredibili effetti di discariche ed inceneritori, cioè le nocività per i viventi.
Andando più a fondo però, scopriamo che la teoria di Connett ha un ulteriore punto cardine di cui poco si parla, proprio perché pochi sono per ora gli attivisti in campo e forse poche le forze anche per fare emergere la portata della strategia stessa.
Tale punto risponde alla domanda sul cosa fare di quella parte di rifiuto che rimane (anche se teoricamente minima) una volta messe in atto le prime tre “R” in maniera precisa e puntuale. La risposta è semplice: ciò che non rientra nelle prime 3R non si deve più produrre.

In questo range di seppur piccole quantità, rimangono gli inquinanti, quelli veri ivi compresi i residui dell’incenerimento.
Proviamo allora per fare un esempio, a prendere in esame la produzione di energia nucleare e ciò che di questa è di fatto il rifiuto: secondo tale metodo semplicemente non verrebbe più prodotta, poiché in nessun modo le scorie radioattive possono avere un ciclo di vita virtuoso e come queste, tantissime altre nocività.
Ciò significa che nella visione di Rifiuti Zero l’economia è asservita a garanzie di natura etica - il contrario di ciò cui assistiamo ora – per cui gli effetti ultimi, quelli sugli individui viventi, contano più di qualsiasi altra cosa.

Per stringere, sappiamo che chi abbraccia Rifiuti Zero ha sicuramente voglia, intenzione e finalità volte alla critica di questo sistema che, al contrario, considera rifiuti gli stessi individui che soffrono e muoiono per gli effetti delle nocività prodotte.
La relazione Antispecismo - Rifiuti Zero quindi, ha diversi punti di contatto che non dovremmo ignorare. Tale relazione è implicita anche nella coerenza con il paradigma aspecista dove un modello umano accettabile deve essere non-nocivo per i viventi tutti e subordinare ogni tipo di economia al fare i conti con i propri effetti sull'esistenza degli individui.
E' notevole allo stato attuale il numero di attivisti antispecisti (probabilmente in crescita) che di fatto lotta anche per Zero Waste, probabilmente determinati al non delegare ad altri (dando per scontato che ci siano) l'onere di occuparsi (magari in maniera arbitrariamente specista) di questa delicata e strategica battaglia.
Che Zero Waste in quanto campagna, diventi dichiaratamente aspecista, garantendo un'accezione aspecista dell'individuo, o addirittura antispecista perseguendo finalità di contrasto allo specismo, dipende però da noi, da come e quanto l’abbracceremo portandovi dentro le istanze che sono nostre, da quanto sostanzialmente farà parte della nostra stessa causa.

 

Nota 1: Esiste una quarta “R” oggetto di discordia tra le diverse fazioni e cioè Recupero.

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