Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina

di Egon Botteghi

 

Quando ho letto la notizia dell'orango Sandra, che potrebbe essere liberata dallo zoo in cui vive reclusa da vent'anni, in quanto riconosciuta dai giudici argentini  come “persona non umana”(vedi notizia su La Stampa, e qui la notizia in lingua originale), ho subito pensato alla psicologa argentina Florencia Gonzales Leone, conosciuta a Napoli durante un convegno internazionale sull'identità di genere.

Con lei ebbi infatti un interessante scambio di opinioni riguardo all'avanzatissima legge argentina che permette alle persone gender variant di cambiare i propri documenti con un semplice atto amministrativo, senza dover ricorrere ad alcun intervento medico e legale sul proprio corpo, concedendo quindi piena autodeterminazione sulla propria identità di genere (vedi articolo di Repubblica; e qui la traduzione integrale della legge argentina).

Secondo Leone, questo rispetto per l'identità propria di ogni individuo, trova radici nel tragico passato argentino, con la vicenda dei desaparecidos, dove la presenza e l'identità di migliaia di persone sono state cancellate dalla violenza assurda del regime dittatoriale.

A tal proposito la psicologa sud americana scrive, in un articolo sull'argomento pubblicato da Intersexioni:

 

“Io vengo dall’Argentina, un paese in cui la dittatura militare ci ha lasciato trenta mila “desaparecidos” e tutta una società ferita, una storia che è piena di vuoti. Sono migliaia i libri, gli archivi e la storia che è stata bruciata, distrutta, come migliaia le famiglie di tutto il paese. Il motivo? Risolvere la problematica della diversità (di idee, di ideologie, ecc.) attraverso l’eliminazione della “diversità”. Trenta mila desaparecidos! 30 mila! per capire l’importanza della libertà di pensiero, di espressione, di ideologia e di vita in qualunque paese al mondo.

Ancora oggi, ogni Giovedì nella “Plaza de Mayo” di Buenos Aires, un gruppo di donne, chiamate Madres de Plaza de Mayo, lotta per il diritto a sapere dove sono finiti i corpi dei loro figli e dove sono oggi i loro nipoti. Qual è lo scopo ultimo di questa lotta? Il diritto all’identità! L’Argentina è un paese che ancora oggi prova a lottare con molto sudore ogni giorno per ricostruire la sua identità. Noi argentini abbiamo un’identità spezzata, rubata, negata che stiamo provando a mettere insieme attraverso la riappropriazione di ogni pezzo di un grande puzzle che ci permetterà di arrivare a scoprire chi siamo. Tutto questo è possibile solo attraverso la difesa della memoria, del rispetto per le idee proprie ed altrui e soprattutto con leggi che tutelano i diritti di ogni singolo cittadino.

Un’identità ha diversi modi di essere “rubata”, e per questo quando al convegno ascoltavo l’esigenza e il dispiacere dei cittadini italiani per la mancanza di leggi in Italia rispetto all’identità di genere, ho iniziato, un po’ inconsciamente, a porre in associazione questi temi tra loro, in special modo le identità rubate, perché un governo che non garantisce i diritti di ogni singolo individuo alla fine sta rubando a quel cittadino il suo diritto a esistere.

 La legge sull’identità di genere in Argentina, numero 26.743, permette che le persone trans* (travestiti, transessuali e trans gender) siano iscritte all’anagrafe e nella carta di identità col nome e il sesso che loro stessi hanno scelto. Inoltre questa legge consente e comporta che tutti i trattamenti medici di adeguamento all’espressione di genere siano garantiti dal sistema sanitario nazionale, sia pubblico sia privato.

La legge 26.743 è stata approvata il 9 maggio di 2012 e a oggi è l’unica legge al mondo che non patologizza la condizione trans.


Il 10 dicembre del 2013, in Argentina, si festeggiano i primi 30 anni di democrazia.

È una data concreta e simbolica per ricordare che, nè in Argentina né in nessun altro paese del mondo, si debbano attendere 30 mila desaparecidos per capire il vero senso della vita e il diritto a esistere¡K Mai Più!!”

Florencia Gonzales mi raccontava, che in seguito a questa legge, le persone gender variant che vogliono adeguare il proprio documento alla propria identità sociale percepita, devono solo recarsi in questi uffici per l'identità, luoghi nati appunto dopo la tragica vicenda dei desparicidos, e non nei tribunali, come qui in Italia.

Sono convinto che non sia un caso che la sentenza che attribiusce ad un animale non umano l' “habeas corpus” e quindi il diritto alla libertà venga dallo stesso paese in cui è stato sancito il diritto alla completa autodeterminazione alle persone trans, facendosi carico dell'inanienabile rispetto all'identità di ognuno, dimostrando ancora una volta l'intima correlazione tra le lotte per la liberazione.

 Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina - di Egon Botteghi

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Nutrizione umana nella formazione medica di base

di Eva Melodia

Un argomento spendibile per chiedere alle persone un cambiamento dei comportamenti alimentari fondati sul carnivorismo ruota attorno a generiche ed ipotetiche informazioni sulla nutrizione umana - spesso raccattate velocemente su internet - secondo cui si dovrebbe scegliere il veg*anesimo per favorire la propria salute. Così inteso, tale argomento è definito “indiretto” e per ovvie ragioni non gode di grande simpatia presso gli attivisti animalisti, indipendentemente dalla contestualizzazione. Esso infatti non solo non rivendica né ribadisce alcun interesse direttamente riferibile agli animali - è dunque indiretto -, ma al contrario pone al centro interessi umani, i quali, sono considerati animali solo raramente e spesso solo per questioni di comodo (quindi sono solo perifericamente un soggetto di interesse animalista), sono percepiti come aguzzini nonché primaria causa della sofferenza degli altro-da-umani e sono quasi sempre definiti immeritevoli di attenzione parificabile a quella che si cerca di riportare sulla sofferenza degli altro-da-umani. In più, la sofferenza umana chiamata in causa da una pessima alimentazione è di fatto una problematica relativa cioè condizionata e dipendente da molti fattori terzi: non è certo una sofferenza inequivocabile, assoluta e perenne come quella inflitta agli animali negli allevamenti.

Più in generale poi, queste tematiche sono da sempre considerate controproducenti e rischiose: fare leva sui danni della nutrizione carnea alla salute umana ad esempio, può rivelarsi un boomerang qualora un domani si inventasse una pillolina capace di annientare i danni di tale tipo di  nutrizione, facendo crollare l’argomento stesso in quanto incapace di sollevare un seria questione più strettamente etica, se non in maniera molto periferica.

Collegati alla nutrizione umana ed al salutismo presunto dell’alimentazione veg però, esistono anche argomenti da trattare e diffondere obbligatoriamente, poiché sono un prerequisito necessario per sostenere come validi argomenti direttamente riferiti agli interessi degli animali.

Per essere più chiari, chiedere alle persone di diventare vegan al solo scopo di riconoscere gli interessi animali come legittimi, senza che sia quanto meno sostenibile che in tal modo non si muore di stenti, sarebbe irragionevole: serve dunque parlare ed informarle sugli aspetti salutistici della questione attraverso informazioni sulla nutrizione umana.

Inoltre, affermare e dimostrare che una nutrizione salutistica per gli umani inizia dal veganesimo, implica al contempo anche l’affermare e soprattutto il dimostrare che gli esseri umani non sono predatori, aprendo così le porte alle tesi capaci di smontare la cultura patriarcale che dal mito dell’uomo predatore trae la sua forza.

Eppure di tutto ciò che riguarda l’uso delle tematiche su salute e nutrizione umana, sia che si tratti dell’eventuale strumentalizzazione dell’argomento indiretto, piuttosto che del bisogno di diffondere affermazioni ed informazioni capaci di favorire tematiche più strettamente etiche, non si ha più traccia.

Il dibattito sugli argomenti diretti ed indiretti e talvolta la sua veemenza ad esempio, hanno comportato a mio modo di vedere un totale appiattimento di interesse verso gli argomenti indiretti, il loro possibile utilizzo, od eventuali preposizioni complementari, come nel caso della questione “salutistica”; non necessariamente con volontà, ma di fatto i Sig.ri Argomenti Indiretti ne sono usciti quasi criminalizzati e (almeno nell’ambiente più radicale) penalizzati, quasi fossero essi stessi - e sempre - causa di legittimazione specista.
 

Per queste ragioni la tematica nella sua interezza è quasi del tutto abbandonata. Solo pochi speranzosi della domenica cercano di sollevare occasionalmente l’argomento, ed il risultato è che il nostro grande occhio critico ha forse deciso di ignorarne completamente le implicazioni politiche.

Si direbbe strano visto che in Italia non esiste alcun ministero delle “politiche animali”, mentre esiste un Ministero della Salute. Esso è tra i ministeri in cui girano più soldi e dal quale dipende, almeno per l’immaginario collettivo, la vita di tutti i cittadini. Significa, evidentemente, che esiste un deciso interesse da parte delle persone, dello Stato e della politica verso questo Ministero e che ha un peso politico tale per cui non si capisce proprio come si possa decidere di ignorarne il tema, indipendentemente da quale tipo di lotta si stia portando avanti.

In particolare, il peso politico della generalizzata convinzione secondo cui gli animali sarebbero parte naturale (e per molti “necessaria”) di una salutare nutrizione umana non può che essere di primaria importanza, visto come tale convinzione, con le sue beffarde connotazioni pseudoscentifiche, faccia da supporto alla resistenza difensiva cui tutti noi si deve fare fronte in ogni tentativo di incoraggiare all’aspecismo ed alle sue pratiche.

Si tratta di un peso politico prima ancora che culturale, perché è strettamente e direttamente collegato alle strategie politiche con cui lo Stato forma la sua classe medica, un gigantesco apparato, strutturato come un formicaio, da cui viene diffusa la cultura sanitaria (e quindi anche nutrizionale) ai cittadini.

Su tale tema sappiamo che ci sarebbe parecchio da ridire. A cominciare dall’ingerenza dell’industria bellico-farmaceutica nelle questioni di salute pubblica e per finire con la forma mentis maschilista della “Scienza Medica” stessa, tutto il gigantesco macchinario che si occupa di salute umana non può che risultare un baraccone discutibile, ma in particolare ciò che diventa un macigno inamovibile è la - probabilmente voluta - totale ignoranza in merito alla nutrizione umana, nonostante ormai si sappia essere alla base di qualsiasi voglia aspirazione di salute.

Sono stata curata per il diabete presso un centro di prevenzione del diabete dove di nutrizione non sapevano quasi nulla, dove addirittura a stento si conoscevano alimenti considerati esotici come l’ignoto sesamo, dove il cous cous è un legume, e dove di interazione degli alimenti tra loro rispetto al metabolismo umano si sapeva ancora meno: un panorama desolante.
Ancora personalmente ho assistito a grigliate di carne per festeggiare il centro oncologico di un ospedale, conosciuto fiumi di malati oncologici cui di alimentazione non si parla neanche, visto reparti di allegorlogia dove quel che inserisci nel corpo attraverso la bocca non conta nulla, nonché portato a compimento gravidanze vegan guardate con occhi stupiti e approsimativi, dove il massimo della conoscenza possibile si rivelava in una ricetta per integratori vitaminici generici. Ancora ho conosciuto pediatri che arbitrariamente invocavano il demonio per l’alimentazione veg*ana piuttosto che al contrario la senteziavano come salutista a prescindere, senza chiederti se per caso mangi solo patatine fritte. Una sfilza infinita di esempi, comprensiva di operati cardiopatici cui non viene imposta alcuna dieta seria preferenziale e che quindi continuano ingenuamente a mangiare ogni animale esistente, in ogni forma, con ogni derivato, ad ogni pasto, convinti che la formula per risparmiarsi la salute consti in “mangiare di tutto, basta non mangiarne troppo”.

Ovviamente dopo un po’ mi sono chiesta come mai uno stato di simile ed intollerabile ignoranza a danno esclusivo dei pazienti-cittadini regnasse sovrana ed ho scoperto che in Italia non esiste alcuna formazione propedeutica, basilare, necessaria oramai alla classe medica, in materia di nutrizione umana.

Ci si laurea in medicina specializzandosi nelle più disparate competenze mediche, spesso senza che nessuno ti abbia spiegato ad esempio che lo zucchero per gli umani è letteralmente un veleno.
E cara grazia quindi se i medici approfondiscono le tematiche legate alla loro specializzazione in fatto di nutrizione, sta al paziente cittadino rincorrere il medico meno ignorante e sperare in bene.

Questo è diritto alla salute?

E sopratutto: possiamo davvero credere di competere con un millenario sistema educativo che genera migliaia di medici ogni anno, se questo li mantiene nella più bieca ignoranza, cercando di convincere sessanta milioni di italiani che “vegan si può”, solo perché noi (una esigua minoranza con anche ovvie problematiche di salute) come fenomeni da baraccone, ci prodighiamo in balletti e piroette per dimostrare quanto stiamo bene? Possiamo davvero vincere questa battaglia contro una cultura millenaria se la classe medica - benché ormai la scienza medica avvalori le nostre tesi attraverso i crescenti studi - di fatto ci è avversa?
Diventa infinitamente più difficile sostenere l’etica della scelta vegan e dell’antispecismo se continua ad aleggiare nell’aria l’idea che si tratti di una forzatura per martiri che vanno contro i propri basilari interessi di salute, e poiché la lotta in realtà è tutta contro le lobby dello sfruttamento (prima ancora che contro i singoli individui), è necessario a mio avviso ridurre la forza di questo paletto che rende i singoli individui ancora più resistenti, per non sprecare forze che andrebbero anzi meglio dedicate ad arginare la forza dei gruppi di potere implicati nello sfruttamento animale.

Bisogna quindi agire di fatto in direzione dell’interesse per la salute umana svilppando una cultura sulla nutrizione umana a partire dalla base formativa, al passo con i tempi. Se anche - e di sicuro - per ora non otteremmo certo molti medici che propongono la nutrizione vegan come la migliore al mondo, qualcuno inizierebbe ad esserci, quanto meno avremmo medici incapaci di sostenerla come impossibile e deleteria, ma sopratutto medici impossibilitati a diffondere l’informazione più dannosa in assoluto, e cioè che gli umani devono mangiare carne.
Ciò innescherebbe un meccanismo di sviluppo e diffusione delle informazioni anche su vegetarianesimo e veganesimo - pratiche nutrizionali sempre più diffuse e con cui i medici iniziano a sentire di dovere fare i conti - che necessariamente si trascinerebbe dietro la trattazione delle più complesse ed ostiche argomentazioni etiche, con una spinta centrifuga che noi da soli, pochi attivisti, non possiamo dare.

Sostengo quindi che sarebbe opportuno lavorare con metodo per ottenere una riforma della formazione basilare medica in tale direzione, anche se appunto, si tratterebbe di un investimento che in parte ottiene come risultato, lo sfruttamento di un argomento indiretto ed i cui effetti si vedrebbero non certo nell’immediato o con il preciso fiorire di una propaganda del tutto favorevole al veg*anesimo di frotte di medici militanti.
Al lato pratico, data la presenza di medici e competenze affini dentro al nostro movimento, non dovrebbe essere difficile sviluppare un progetto che miri a tale riforma. Una volta sviluppato, esso andrebbe proposto alle figure politiche aperte alle riforme - aperte anche a riforme che violano gli interessi di lobby, ovviamente quindi non sto pensando a nessuno che bazzichi l’area dell’attuale governo - lasciando serenamente che l’attenzione cada anche sulla questione salutistica, sul diritto alla salute negato, senza temerne svantaggi.

Io ipotizzo che queste istanze verrebbero accolte e sostenute in maniera sempre più credibile e determinata.

Spero che su questa mia proposta si apra una via, o quanto meno un dibattito.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Riceviamo e facciamo girare. 


Licenziato per aver cercato di difendere dei gattini crudelmente uccisi

Da pochi giorni ho ricevuto la testimonianza dolorosa e toccante di Federica, la giovane moglie di Cristian Castaldi, giovane lavoratore interinale licenziato per aver tentato di impedire l’uccisione di alcuni gattini da parte di un collega. E’ uno scritto che merita di essere riprodotto fedelmente e letto attentamente, perché è lo specchio di questa società sempre più cruda ed indifferente. “Salve a tutti il mio nome è Federica Funi. Sono la moglie di un ragazzo di quasi 27 anni che si chiama Cristian Castaldi. Mio marito gran lavoratore da quando aveva 18 anni, nel febbraio 2010 è stato assunto come interinale nella ditta AMA spa tramite obbiettivo lavoro e successivamente con manpower. Sono rimasta incinta nel luglio 2010, e da quel momento lui ha capito che quel lavoro ci serviva più di ogni altra cosa. e cosi cominciò ad abbozzare a tutti i soprusi. Questi soprusi erano anche causa dei nostri malesseri familiari, ad esempio ci chiamavano quando mio marito si prendeva un giorno di ferie per fare delle ecografie al bimbo, solo per dirci che siccome mio marito era interinale non si poteva permettere di prendersi le ferie. e tantissime altre cattiverie su me e il nostro bambino. Ma la cosa che ha fatto scoppiare tutto in me, è successa il 18 febbraio 2012, quando mio marito è tornato a casa dopo il turno delle 6.00-12.00 con la testa bassa e delle lesioni sullo zigomo, gli ho domandato cos'era successo e lui con molta paura negli occhi mi disse: nulla amore. Insistendo volendo sapere cosa sia successo, lui mi disse che era stato picchiato sul posto di lavoro, spiegandomi quanto segue. Stava facendo il suo solito lavoro, quando vede tre piccoli gattini di pochi giorni, se non appena nati, vicino al nastro dove scorre la spazzatura, e vede un suo collega (uomo di 50 anni) che ne afferra uno e lo sbatte a terra. Mio marito incredulo gli dice: PEZZO DI MERDA e lui innervosito afferra un altro gattino e glielo tira addosso, dopodiché non contendo lo tira dal cappuccio rompendoglielo, e lo spinge contro il muro facendogli sbattere la testa e dandogli una gomitata sullo zigomo. Tra l’altro c'erano altri due colleghi presenti a questa vicenda che hanno negato il tutto. Salendo alla sala manovra per andare a firmare prima di staccare, il suo collega (l'aggressore), fa al capoturno: metti a rapporto Castaldi e il capoturno risponde perché? Cosa è successo? e Cristian risponde: ho preso le botte per difendere dei gattini e il capoturno risponde: SI VEDE CHE NON TI HA MENATO PER I GATTI TE LE MERITAVI. Cioè vi rendete conto? un capoturno che deve segnare tutto anche se si fa un graffietto ha detto TE LE MERITAVI!!! Io sono sconvolta, ma non è mica finita qui ragazzi PURTROPPO. Finito di raccontarmi questa bruttissima vicenda, mi dice ora però zitta non dire nulla a nessuno perché io devo lavorare, abbiamo bisogno. Dopo pochi minuti inizia ad avere degli attacchi di panico che quasi non respirava più... e ci siamo recati subito al pronto soccorso che gli ha riscontrato un trauma cranico, lesioni allo zigomo, e attacchi di panico crisi reattiva da aggressione. All'ospedale ci hanno obbligato ad andare dai carabinieri sennò andavano loro. Usciti di lì Cristian non voleva andare aveva paura di perdere il lavoro, ma a me non importava nulla delle conseguenze volevo denunciare il fatto e non farla passare liscia a persone del genere. La denuncia è stata fatta, subito gli hanno riconosciuto l'infortunio all'INAIL. Ed è stato sotto infortunio per ben 6 mesi, quando gli dicono che l'infortunio, anche se lui stava molto male psicologicamente doveva essere chiuso. E prima di rientrare a lavoro come tutte le aziende dopo un infortunio fanno fare la visita per vedere se può rientrare. Il 2 agosto ci rechiamo (premetto che mio marito non guida più per problemi di attacchi di panico e non esce più solo) presso la sede principale dell'AMA a via Calderon della barca, per la visita, ma a quella visita non c'era la dottoressa ma un sostituto che gli lascia un foglio con scritto " NON IDONEO PUO' RIENTRARE A LAVORO" mio marito il giorno dopo si reca a lavoro ( sempre accompagnato da me) e loro paurosi che poteva succedere qualcosa sul posto di lavoro lo hanno chiuso in uno stanzino e gli hanno detto: non ti muovere di là. Mio marito non poteva neanche prendere una boccata d'aria, tornato a casa riceve una chiama dal dirigente dell'AMA che gli dice: Cristian tranquillo stai a casa, tranquillo ti mettiamo in permesso retribuito. Ma dopo 9 giorni riceve una chiamata dalla sua agenzia manpower dove gli dice che lui risulta assente ingiustificato da 9 giorni e si reca di nuovo a lavoro. Però quel giorno al lavoro una parola detta male ha fatto sentire male mio marito e hanno chiamato l'ambulanza riscontrandogli attacchi di panico gravi. Tra l'altro dei colleghi quando lo caricavano in ambulanza ridacchiavano facendo battute del tipo: non gli date l'acqua dategli del cianuro. Tornando dalle ferie la dottoressa dell'AMA lo visita e gli dice in faccia a lui (ovviamente io in queste visite non posso entrare) che ora farà lei qualcosa per spostarlo in un posto dell'impianto migliore, mentre invece dopo qualche giorno si reca a lavoro perché nessuno gli faceva sapere se dalla visita era positiva o no. Tornando a lavoro 2 ingegneri, tra cui uno era il suo, lo spingevano fuori (abbiamo dei testimoni tra cui un giornalista Martino Villosio) dopo poche ore riceve una chiamata dalla sua agenzia di lavoro che gli dice che il giorno stesso deve recarsi lì per "una chiacchierata" beh!! quella chiacchierata era il licenziamento, ragazzi. Tanto che mio marito impaurito di non garantire più un pasto caldo chiede se ci sono altri lavori ma loro rispondono: NO. (fuori c'erano tanti annunci di lavoro) ma per mio marito NO. Cristian è stato licenziato con un cambio mansione. Perché essendo idoneo doveva tornare a lavorare ma pur di buttarlo fuori lo hanno licenziato perchè risultava autista, quando lui era un semplice spazzino. Ha vinto il ricorso avverso (articolo 41) sull'inidoneità stabilita dai medici dell'AMA e scongiurata dai medici dell'ASL. Ragazzi l'aggressore è ancora tranquillo a lavoro... non era a lavoro, solo quando mio marito era rientrato quei pochi giorni (magari chissà, gli avranno anche pagato le vacanze ) e ora questa persona mi hanno appena informata che è diventato vice capo turno ci rendiamo conto? Una persona ancora indagata su quello che ha fatto VICE CAPO TURNO? Anche le promozioni? ORA BASTA VOGLIO GIUSTIZIA. Un altra vicenda è che il 27 dicembre 2012 sono passati tutti gli interinali a tempo indeterminato con AMA e li ci doveva essere anche Cristian, ma anche se ha vinto l'idoneità non è stato chiamato dall'azienda a firmare. Di cose da dire ce ne sono ancora tantissime, ma mi fermo qui. Dopo il licenziamento è iniziato il vero e proprio calvario di Cristian.. lui è seguito da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri dell' Asl, dell'ospedale, e privati da dopo l'accaduto. Hanno rovinato MIO MARITO, hanno rovinato un ragazzo, un padre, una famiglia appena partita. Mio marito la notte non dorme, almeno una volta a settimana se non di più gli prendono gli attacchi di panico. Non ha più stimoli, ogni cosa per lui è negativa. Questa vicenda la segnato, anzi ci ha segnato, perché io sono con lui 24 h su 24 h e anch’io sono sotto cura da una psicologa. Cristian è sempre stato un ragazzo che aveva voglia di vivere, di confrontarsi, di viaggiare, di condividere con altre persone le gioie che questa vita ci ha regalato. Quando è nato nostro figlio era stupendo come si impegnava in tutto, il figlio è la cosa che lo sta tenendo più forte in questo momento. Vedere nostro figlio che quando si sveglia, la prima parola che dice è papà e questa parola a Cristian lo rende unico e speciale.. lui è un super papà.. ma per me è anche un super marito. E' sempre stato vicino a me mi ha sempre regalato emozioni e amore, lui per me è un eroe anche se lui si sente tutto tranne che eroe. Lo rivoglio il Cristian di una volta, vorremmo tanto che sia fatta giustizia e che ci si dia voce di questa vicenda. Quello che abbiamo passano lo sapremo solo noi. Come soffriamo lo sappiamo solo noi. E anche quello che tutti i giorni viviamo lo sappiamo solo noi. Vorrei solo avere una famiglia serena, un lavoro e tanto amore. Andare in giro con nostro figlio e potergli comprare un gioco.“ Questa la storia. Il resto è una sentenza che reintegra Cristian Castaldi nel suo posto di lavoro con contratto a tempo indeterminato. Disattesa. Aspettiamo gli sviluppi della vicenda, con vicinanza a Cristian, a Federica e al loro piccino.

Giovanna Rezzoagli Ganci

Fonte: L'odissea di Cristian Castaldi 




Pubblicato in Attualità - Notizie

Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud presenta


VENERDI' 7 DICEMBRE a  PISA
c/o aula magna dell'Università di Scienze Politiche via serafini 3
alle ore 20 apericena a seguire il dibattito

SABATO 8 DICEMBRE a LIVORNO
c/o il Teatro Officina Refugio scali del refugio 8
alle ore 18 dibattito a seguire apericena

Video di presentazione delle serate


TSO di Magda Cervesato ed. sensibili alle foglie
Un esperienza in reparto di psichiatria

"L'inganno maggiore di questo sistema sta nel credere che un TSO duri in fondo solo sette giorni, o quattordici nel caso peggiore; e nel pensare che, sì, in effetti è un sequestro di persona legalizzato.la verità è che il Trattamento Sanitario Obbligatorio implica una coatta presa in carico della persona da parte dei Servizi di salute mentale del territorio che può durare per decenni. Una volta entrato in questo meccanismo infernale, una volta bollato con l'infamia della malattia mentale, il paziente vi rimane invischiato a vita, costretto a continue visite psichiatriche e soprattutto, a trattamenti con farmaci che lo rendono un manicomio ambulante".


LA CONTESSINA
Socioanalisi narrativa nella comunità terapeutica riabilitativa psichiatrica
di Bastia Umbra a cura di Nicola Valentino ed. sensibili alle foglie
Questo libro presenta una sintesi dei materiali della ricerca socioanalitica svolta nella comunità terapeutico riabilitativa psichiatrica di Bastia Umbra. I cambiamenti che il cantiere, partecipato da operatori e da residenti, ha sollecitato in quella struttura avviano un percorso di autoriflessione e di trasformazione della residenzialità psichiatrica, che per svilupparsi appieno ha anche bisogno di uscire dalla situazione, di farsi pubblico e sociale, per entrare in relazione con altre esperienze che operano con spirito innovativo. Il lavoro collettivo, svolto per togliere dalla loro "naturalità" alcuni dispositivi della vita di comunità, ha fatto emergere delle tensioni conflittuali significative che sono anche fonte di insofferenza, delle quali tener conto e con le quali lavorare, per immaginare percorsi istituenti e dispositivi curativi liberi dal controllo.

In entrambe le giornate saranno presenti gli autori.

PER INFO:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.artaudpisa.noblogs.org
335 7002669

Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
Soggetti politici e diritti: lo status di chi non deve esistere
Comparazione tra la normativa sugli animali da reddito e la legge sulla riassegnazione sessuale in Italia

di Egon Botteghi 




Definizione animali da reddito

 
Volendo iniziare questo mio intervento con una definizione precisa ed ufficiale di “animale da reddito”, accendo il pc e vado su internet, il grande oracolo onnisciente, convinto che mi si srotoli davanti un mondo di spunti interessanti.

Invece, con mia somma sorpresa, il motore di ricerca rimanda solo ad annunci commerciali, normative per il settore agricolo, consigli e definizioni sull'allevamento di singole specie.

Fin dall'inizio la presenza di questi animali è negata, chi ne vuole parlare per farla riemergere è lasciato solo nella sua bizzarra impresa e deve costruire il discorso a partire dalle proprie esperienze di vita a contatto con questa categoria di animali non umani.

Trovo una volta di più la conferma del paradosso che gli unici che possono parlare con cognizione di causa degli animali da reddito sono quelle persone che non li considerano tali.

Allora ritorno alla definizione che ho coniato vivendo accanto agli animali del rifugio “Ippoasi”: per animali da reddito si intendono tutte quelle specie di animali che vengono allevate ad uso e consumo della nostra specie.

Animali a cui, attraverso appunto i moderni standard di allevamento, viene negata qualsiasi autodeterminazione, a cui viene controllato tutto, il modo in cui nasce, cresce, si muove e muore.

Gli animali da reddito in Italia sono i bovini, i suini, gli ovini, i caprini, gli avicoli, i conigli e gli equini ( quest'ultimi in una strana ed emblematica posizione a metà tra l'animale da reddito ed il pet).

Ciò che caratterizza questi animali è proprio il fatto che nascono per essere sfruttati, “sfruttamento” è la parola chiave. Essi vengono visti solo come prodotti, non come esseri viventi, la loro vita è totalmente subordinata al nostro consumo, non sono soggetti ma oggetti, sono carne, latte, uova, spettacolo, lavoro, pellame.

Il loro allevamento è caratterizzato da una serie di norme e di procedure burocratiche, controllate dalla sezione veterinaria delle asl, che vigilano sulla sicurezza, per la salute umana, di questi prodotti.

 

Norme legislative sugli animali da reddito
 

Chi decide di salvare un animale da reddito, ed ha la possibilità materiale di spazio e denaro per mantenerlo, si imbatte in una bella sorpresa: dovrà diventare allevatore e cominciare a cimentarsi con tutta la normativa che a ciò consegue.

Per le asl infatti, che tu abbia una capretta in giardino salvata dal macello o che tu abbia un gregge di mille “capi” non fa differenza, la capretta è infatti un animale da reddito e tale rimarrà finchè avrà vita, e quindi dovrà essere controllata perchè non rappresenti un potenziale pericolo per la catena alimentare dell'essere umano.

Quindi si dovrà andare al servizio veterinario delle asl di competenza ed aprire un “codice stalla”, un numero, cioè, che caratterizzerà la tua “azienda”.

Poi si dovrà prendere e far vidimare un registro di carico-scarico per ogni specie presente, dove registrare gli animali e tutti gli spostamenti che questi eventualmente faranno.

Gli animali da reddito, infatti, non hanno un nome, ma hanno anche loro un codice numerico, di solito un orecchino, ma può essere anche un chip sotto pelle o nello stomaco, che gli deve essere applicato alla nascita e che lo seguirà fino alla morte, che di norma avviene al macello.

Gli animali da macello si possono spostare solo tra luoghi che abbiano il codice stalla, su mezzi appositi, ed il veterinario deve compilare il foglio di spostamento, dove viene indicato il numero dell'animale, la specie di appartenenza, il luogo di partenza e di arrivo.

Nei normali allevamenti gli animali si spostano, e vengono quindi scaricati dal registro, o in caso di vendita ad altri allevatori, o, molto più spesso, perchè condotti al mattatoio. Quindi si tratta di viaggi senza ritorno.

Nel caso invece di rifugi, i registri vengono di solito caricati e basta, perchè l'animale vi rimane a vita.

Quando un animale di un rifugio deve spostarsi, per esempio per problemi di salute deve raggiungere una clinica, bisogna fare due fogli di viaggio, uno per l'andata ed uno per il ritorno, con grande meraviglia del veterinario che stenta a capire che l'animale deve tornare a “casa” e con grande dispendio di burocrazia.

I rapporti con i veterinari della asl sono spesso, infatti, assai delicati, avendo quest'ultimi un grande potere sulla vita o la morte degli animali da reddito, in virtù delle norme su cui devono vigilare, norme che vedono questi animali come prodotti ma che devono essere scrupolosamente rispettate se si vuole “detenere” questi animali e quindi salvarli.

Spesso si assistono a delle vere e proprie scenette quando un “non-allevatore” si reca al servizio veterinario delle asl ad aprire un registro di carico-scarico e cerca di spiegare che quell'animale non è ne da carne, ne da produzione, ne da autoconsumo ma da affezione...insomma non esiste nella mente del professionista che ha di fronte e che magari cerca allora di convincerlo che è fuori strada e che è nell'ordine delle cose che quell'animale venga macellato.

La cosa più importante è comunque che l'animale sia registrato, cioè abbia il suo codice numerico, e che venga controllato periodicamente, attraverso prelievi biologici, per monitorare alcune malattie potenzialmente pericolose per gli allevamenti ( ad esempio anemia equina, borocillosi per i bovini, etc...).

Insomma l'assunto granitico per la situazione italiana è: un animale appartenente a certe specie è un animale da reddito, e tale rimarrà per tutta la sua esistenza e permanenza sul nostro territorio, e dove c'è un animale da reddito c'è un allevamento.

 

Cosa  comporta 

Il posizionamento di questi animali nella categoria immutabile di animali da reddito, quindi da sfruttamento e da macello, pone problemi serissimi per la vita di questi esseri e per le persone che decidono di aiutarli, cercando di strapparli ad un destino che sembra già scritto, anzi inscritto nell'ordine naturale delle cose.

Innanzitutto c'è la questione dell'obbligatorietà del codice numerico che queste creature devono poter esibire sin dalla nascita per aver diritto ad una qualche forma di esistenza.

Nel nostro paese, infatti, un animale da reddito che non sia stato “marchiato” non può esistere, non può calpestare l'italico suolo, e non esiste nessun luogo di espatrio se non la morte, l'abbattimento e il conseguente smaltimento come oggetto pericoloso.

E se per alcune specie i veterinari possono chiudere un occhio e, dopo una consistente ramanzina su come funzionano le cose, accettare di regolarizzare un animale adulto, su altre sono inflessibili, come nel caso dei bovini.

La paura di quel mostro che la stoltezza stessa del moderno allevamento di cui sono a guardia ha creato, la mucca pazza, giustifica infatti un solo imperativo: sparare a vista sulle mucche non portatrici di orecchino di riconoscimento, come di fatto è avvenuto recentemente in alcune parti d'Italia in casi di bovini vacanti.

Questo comporta, inoltre, la non “salvabilità” di questi animali trovati senza riconoscimento, che non potendo essere registrati, non possono entrare nei rifugi o in qualunque altro luogo e devono essere tenuti nascosti come clandestini.

Altra grande stonatura di questo stato di cose è che appunto i rifugi sono equiparati agli allevamenti, e che quindi le persone che vi lavorano, spesso a titolo di volontariato, devono invece essere immersi nello stesso sistema che stanno combattendo.

Legalmente il rifugio x che salva un numero x di bovini è un allevamento tanto quanto l'allevamento y che macella ogni anno un numero y di bovini, con lauti guadagni.

I volontari dei rifugi devono diventare esperti di normative sugli allevamenti, e devono stare ben attenti a non sbagliare, destreggiandosi tra norme che cambiano continuamente, pena multe ed il sequestro stesso degli animali ( perchè è un fatto che i rifugi sono controllati, molto di più che gli allevamenti intensivi, come dimostrano le investigazioni che testimoniano infrazioni impensabili), devono perdere intere mattinate negli uffici delle asl, pagare i veterinari per i prelievi e le varie scartoffie ed aiutarli quando vengono a disturbare gli animali.

Sì, perchè la mucca che vive tutto l'anno nella tranquilla libertà di un rifugio, deve essere periodicamente catturata e legata, stile rodeo, per permettere al veterinario di turno di fare tutte le operazioni necessarie.

Spesso, animali che vivono ormai le loro esistenze in un sereno rapporto con gli esseri umani, vivono ore di terrore, rincorsi da persone che inspiegabilmente gli vogliono fare del male.

Io stesso ho rischiato di avere la testa sfondata da una asino che ama giocare con i bambini, ma che diventa furibondo quando il veterinario viene a prelevargli il sangue, tanto da essere con disprezzo definito un animale pericoloso.

 

Macchia ed Ercolino, una storia esemplare

Per addentrarci meglio nelle implicazione che, a livello pratico, questa normativa reca con sé, prendiamo la storia di due animali che l'associazione “fattoria della pace Ippoasi”, di cui faccio parte, sta cercando di salvare dalla macellazione.

Macchia è una bovina che, vivendo in un contesto particolare, non è stata registrata da chi la “detiene”, ed è stata ingravidata per poterla mungere ed ottenere del latte. É nato così suo figlio Ercolino, a sua volta non registrato. L'associazione di cui sopra è stata contattata da una persona, vegan, che vive nella comunità dove risiedono anche i due animali, nel momento in cui era stato deciso di macellarli. La comunità si era detta disponibile a non ucciderli purchè fosse alleggerita dal loro mantenimento ed i bovini trasferiti in altro luogo. Insomma, era disponibile a “regalarli”.

L'associazione ha diramato subito tra i suoi contatti un appello, in cui si spiegava che era possibile salvare e portare al rifugio le due creature, purchè si trovasse qualcuno disposto a farsi carico della parte economica del mantenimento ( l'associazione ci avrebbe messo il terreno ed il lavoro di cura quotidiana). La risposta non si è fatta attendere e si sono fatte avanti persone disposte a pagare  le spese mensili di madre e figlio.

Quindi nessun problema, si poteva andare a prendere i due bovini, portarli al rifugio e farli vivere in pace la loro intera esistenza. Dunque tutto è bene quel che finisce bene! Ed invece no, perchè Macchia ed Ercolino non hanno il loro codice numerico, che deve essere applicato entro tre giorni dalla nascita, e quindi non possono essere spostati, anzi, la loro esistenza ed ubicazione deve essere tenuta nascosta per la loro stessa sopravvivenza.

Tutte le asl Toscane a cui si è infatti rivolta l'Ippoasi, nel tentativo di regolarizzarli per poterli portare al rifugio, si sono dimostrate implacabili: nessuno si prende la responsabilità di registrare i due bovini, ed anzi, se venissero trovati, sarebbero abbattuti.

Intanto, la comunità dove vivono, fà pressione perchè siano portati via, e la minaccia della macellazione è come una spada di Damocle sulla testa di questi due esseri, che se non fosse per le normative sugli animali da reddito, sarebbero già in salvo in un rifugio.

Al momento si è riusciti a trovare un accordo, che però deve essere rivisto proprio in questi giorni, per cui Macchia ed Ercolino possono ancora stare dove sono nati ma vengono mantenuti dall'associazione con i soldi erogati dalle persone che li hanno adottati a distanza.

Essendoci però una sorta di ultimatum, per cui a Settembre o vengono portate via o saranno macellati, si tenterà il tutto per tutto, contattando anche una asl Lombarda dove c'è stato un precedente del genere.

Sicuramente, questa storia come tante analoghe, ha fatto maturare nelle persone che lavorano nei rifugi la consapevolezza che i tempi possono essere pronti per un lavoro, certo lungo, difficile ed estremamente ambizioso,  per un riconoscimento giuridico dei rifugi, come avviene in altri paesi.

Questo comporterebbe, come corollario, che gli animali ospitati in questi luoghi, non siano più considerati animali da reddito, rendendo tutta la gestione molto più semplice e più congrua alla realtà dei fatti.

 

La situazione in altri paesi

Nei paesi anglosassoni, dove i rifugi per animali da reddito sono una realtà assai numerosa e vasta, anche soltanto la denominazione riporta a tutt'altro stato di cose. Questi luoghi, infatti, dove “semplici” e “comuni” animali da macello vengono salvati ed ospitati, sono chiamati “santuari”, nome che nella nostra lingua riporta a situazioni molto più auliche, degne di animali considerati, magari per ragioni protezionistiche, più importanti ( ad esempio i santuari per cetacei).

In questi paesi i santuari non sono quindi equiparati agli allevamenti, non devono sottoporsi alla stessa burocrazia delle persone che su questi animali ci lucrano, ed il corollario più importante è che  gli animali ivi ospitati non sono più considerati da reddito.

 Nel nostro paese invece, come si è visto, partendo dal presupposto che qualunque animale da reddito potrà un giorno finire al macello, non c'è nessun tipo di affrancamento dalle normative vigenti sugli allevamenti.

I santuari stranieri godono di sovvenzioni ed anche di un ampio sostegno presso le loro comunità, che si esplicano in una notevole disponibilità di volontariato da parte della gente e di un ampio giro di donazioni.

In italia, invece, è ancora molto difficile trovare persone che vogliono occuparsi di questi animali e di solito il “giro” comprende, nella quasi totalità, persone già approdate al veganesimo ( normalmente è più facile avere empatia per cani e gatti, più difficile per animali che si mangiano, e quindi sacrificarsi e lavorare per un animale un cui simile ti troverai magari a mangiare a pranzo, senza contare l'estraneità ed il timore che spesso questi animali suscitano nelle persone, per niente abituate a vederli).


Cosa fare: la “rete italiana rifugi antispecisti”

Il 4 Marzo di quest'anno, a Firenze, è nata la “rete italiana rifugi antispecisti”, con lo scopo di riunire tutte quelle realtà che si identificano in questa dicitura, permettendo loro, attraverso la creazione di sinergie, di fare un lavoro più ampio e di trovare anche agevolazioni nel portare avanti i loro scopi.

Per rifugio “antispecista” si intende un luogo dove tutti gli animali siano considerati degni di una vita libera da soprusi e sfruttamento, dove non si facciano distinzioni tra specie e dove si porti avanti una politica di equiparazione tra ogni essere vivente ( ad esempio un canile dove ci si prodiga per il benessere del così detto “migliore amico dell'uomo” ma dove si considerano gli altri animali un prodotto per i nostri piatti, non è antispecista, come non lo è un posto dove magari si aiutano gli animali ma si portano avanti ideologie razziste, sessiste o di qualsiasi genere di odio intraspecifico).

I primi obiettivi che questa rete si è data, tutti di amplissima portata, considerando anche che devono essere portati avanti da persone già oberate quotidianamente dal lavoro sul campo con gli animali, sono:

-        mappature dei rifugi antispecisti di tutto il territorio italiano, il che implica fare preventivamente delle linee guida per poter identificare chi rientra in questa categoria e chi no.

-        mappare qualsiasi tipo di rifugio o spazio, anche privato, dove gli animali da reddito possono essere ospitati, in modo da favorire un incontro tra la richiesta di aiuto per il salvataggio di questi animali e chi se ne può far carico

-        creare un portale dove far convergere tutte queste informazioni, ed anche altre di diverso tipo, come consigli sulla gestione di ogni specie d'animale e quant'altro

-        favorire l'incontro tra le associazione antispeciste che gestiscono direttamente degli animali con quelle che invece fanno un lavoro divulgativo o di specifiche campagne, in modo che queste ultime possano magari contribuire agli oneri del mantenimento del rifugio, seguendo l'idea che questi siano la terra del movimento, luoghi dove si esplicano concretamente alcune delle idee portati avanti dal “movimento antispecista”

-        lavorare per un riconoscimento giuridico dei rifugi

Come si può ben vedere la mole e la portata del lavoro è amplissima, per cui è di fondamentale importanza che i rifugi e le persone che vi operano non siano lasciati soli ma che ricevano l'aiuto fisico, morale ed economico di tutti quelli che si sentono vicini a questi scopi e che si definiscono antispecisti.

 

Un corollario antispecista: similitidini tra  le norme per gli animali da reddito e la legge per la riattribuzione del sesso in Italia.

Avendo parlato di antispecismo, non vorrei assolutamente addentrarmi nel campo minato di una sua difficile definizione, ma vorrei piuttosto mostrare, con le mie modeste capacità, come funziona, quali pratiche ed azioni politiche ne discendono.

Per farlo uso il mio stesso corpo, trovatosi ad essere, suo malgrado, crocevia di vari tipi di oppressione. Secondo me, infatti, una delle pratiche antispeciste più importanti, è quella di fare i collegamenti tra i vari tipi di ingiustizie e tentare di farne scaturire una azione politica comune.

Questa unione può avvenire portando alla luce le similitudini tra le sofferenze degli oppressi ed il modo in cui queste si esplicano, e la radice comune delle dinamiche che giustificano tali oppressioni.

La speranza è che la lotta per la liberazione animale unisca tutte le lotte di liberazione e che risvegli le coscienze a livello globale ed in maniera completa, proprio ponendo il focus sugli oppressi per antonomasia, gli animali, senza però cadere in facili semplificazioni ed in una visione di tipo avventista quasi religioso.

La mia storia personale mi colloca in questo momento della mia esistenza in una posizione in cui, come persona transessuale che si batte al fianco degli animali da reddito, ho lo sguardo su due tipi di profonde sofferenze, cioè quelle che la nostra società ed il nostro ordinamento infliggono agli animali da reddito ed alle persone transessuali, transgender ed intersex.

Situazioni che sembrano lontanissime tra loro, grazie alle analisi che l'antispecismo porta a fare, si avvicinano molto, portando alla luce i meccanismi che permettono di svilire e quindi opprimere degli individui che avrebbero invece diritto alla libertà, riducendoli cioè in categorie rigide e mostrandone la lontananza dalla buona norma , costruita ad immagine dell'individuo dominante, e vigilare perchè questa norma si auto mantenga, passando anche per lo schiacciamento ed il denigramento del diverso,  visto quasi rovesciamento del “come si dovrebbe essere”.

Le persone transessuali, transgender ed intersex, che non sono quindi riconducibili alla normativa binaria maschio-femmina, non vengono più riconosciute come persone, come abbiamo visto accadere per gli animali da reddito.

Nel suo difficile vagare tra i generi, il transessuale perde il suo posto nella categoria dell'esistente,  diventa inimmaginabile come libera espressione della variabile umana, ma solo come cosa, come mostro, come perversione e follia.

Nello stesso ambiente antispecista bisogna stare attenti a non incappare in un facile giudizio che vede queste persone come prodotti di una aberrazione della società moderna e della tecnologia medica, piuttosto che mettersi ad ascoltare senza pregiudizi quello che queste esistenze possono dirci e di quali istanze e necessità sono portatrici.

La legge 164 del 1982, che da trent'anni regola in Italia, senza le necessarie revisioni, quello che viene definito “percorso di riattribuzione del sesso”, ha, nelle interpretazioni che di prassi i giudici le danno, molte similitudini con quanto abbiamo visto accadere per le norme sugli animali da reddito.

La legge era nata quasi come una sanatoria, per colmare il vuoto giuridico che le trans che si operavano allora all'estero ( non essendo in Italia permesso), creavano con il loro rientro nel paese.

Queste persone infatti, che lottarono strenuamente per ottenere una legge e che inscenarono anche forme di lotta molto spettacolari, vivevano nella posizione di avere dei documenti difformi all'aspetto fisico, condizione che può essere estremamente difficile, umiliante e lesiva della propria privacy.

In Italia, per arrivare al cambiamento anagrafico, e quindi ad avere documenti che corrispondano al genere di elezione, bisogna sottoporsi alla così detta riassegnazione del sesso ( alle volte indicata anche come “rettificazione”), che comprende tutta una serie di step medico-chirurgici che portano poi alla operazione finale.

L'inizio di tutto è la diagnosi di dig, “disforia di genere”, che attesti il disagio psichico della persona rispetto al suo sesso biologico, rilasciato da uno psichiatra, categoria di medici che fungono da moderni caronti, che stanno a guardia delle porte di accesso di questo percorso e che decidono chi vi entra e chi no.

La diagnosi di dig, che spesso è in fondo un autodiagnosi, prevede di solito un periodo di osservazione psichiatrica mirante ad escludere altre malattie mentali ( la persona transessuale è, in pratica, un malato di mente sano) e, nel migliore dei casi, un percorso psicologico di supporto per affrontare le grandi difficoltà, sopratutto a livello sociale,  a cui sarà esposta la persona durante il percorso

Il fine, quando si riesce ad instaurare un rapporto costruttivo tra queste figure e la persona che è “costretto” a rivolgervisi, è anche quello di far arrivare il transessuale in una situazione di migliore equilibrio psichico possibile al momento della somministrazione ormonale.

Il secondo passo è infatti la tos, la terapia ormonale sostitutiva, mascolinizzante o femminilizzante a seconda dei casi, seguita da un endocrinologo, previa diagnosi di dig ed esami attestanti la condizione di salute generale della persona e la sua situazione ormonale di partenza e l'assenza di “sindromi” intersessuali.

A questo punto la persona transessuale deve rivolgersi, con il suo avvocato, al tribunale della propria città, per ottenere dal giudice la sentenza con cui potrà procedere alle operazioni chirurgiche di adeguamento, dopo cui potrà chiedere il cambiamento anagrafico ( mastectomia ed isterectomia nel caso del percorso da donna a uomo, vaginoplastica nel caso inverso)

Come si vede non c'è un autodeterminazione sul proprio corpo, ed il percorso burocratico è spesso lento e difficile.

Ottenuta la sentenza, si può entrare nelle liste degli ospedali che eseguono tali operazioni, se si vuole usufruire del sistema sanitario nazionale, o farle più velocemente, per chi ne ha la possibilità, privatamente, anche all'estero, dove i risultati spesso migliori.

Fatte le operazioni, si tornerà in tribunale, con tutta la documentazione clinica, per chiedere il cambio anagrafico, per cui verrà sostituito il nome ed il sesso su tutti i documenti.

La persona transessuale, per il nostro ordinamento, diventa così un uomo od una donna a tutti gli effetti, passando, in maniera completa e definitiva, nel genere di elezione.

Cosa comporta tutto questo iter e quali sono gli assunti culturali che determinano l'impianto di questa legge?

Credo che la cosa più importante, specialmente in questo contesto, sia quella di mettere in evidenza come la persona che non si riconosce nel proprio sesso biologico, venga incanalata su di un percorso di normalizzazione, che rettifichi un presunto sbaglio della natura ( a cui la scienza non sa ancora darsi spiegazione), e che la riconduca ad un corpo ed ad un genere il più possibile vicino ai rassicuranti stereotipi di maschio e femmina.

La classe medica ci racconta i transessuali con la classica storia di un'anima, un cervello, intrappolato nel corpo sbagliato, che si è dimostrata, da quanto i transessuali hanno preso il coraggio di narrarsi in prima persona, assolutamente stretta e riduttiva per la maggioranza dei vissuti reali di queste persone.

C'è voluto e ci vuole molto coraggio per produrre una “cultura” ed una letteratura trans, proprio perchè, come si è visto, gli psichiatri hanno il potere di decidere chi sia genuinamente transessuale e chi meno e le persone che hanno l'urgenza vitale di accedere al percorso, preferiscono adeguarsi all'immagine che gli viene richiesta piuttosto che svelare il loro vero intimo, confermando alla fine quello che i medici pensano di sapere su di loro.

Anzi, spesso questa immagine stereotipata del transessuale arriva ad influenzare il transessuale stesso, che finisce per credere a queste storie, cercando  di ritrovarle in se, in modo da avere una conferma per quello che sente di essere. E' stato solo il confronto tra gli stessi transessuali tra di loro che ha fatto emergere le loro vere storie ed i sentimenti che le accompagnano, che hanno, pur nella diversità, alcuni tratti comuni.

Lo stereotipo del transessuale, che ha fatto molte vittime sulla sua strada, si basa su idee speciste, come il fatto che si pensava dovesse essere assolutamente eterosessuale rispetto al genere di elezione.

La violenza che il nostro ordinamento esercita sulla persona transessuale è lampante se si pensa che questa deve accettare su di sé, sul proprio corpo, tutto l'iter di rettificazione che comprende interventi chirurgici di demolizione e ricostruzione, per ottenere il cambio anagrafico, senza il quale è difficile avere una vita serena.

Il cambio anagrafico è infatti fondamentale sia per quelle persone che non vorrebbero modificare il proprio corpo ma che sentono invece la necessità di un riconoscimento sociale del loro genere di elezione, sia per quelle persone che vogliano adeguare la propria immagine al loro sentire, senza però arrivare ad eseguire tutti gli interventi, che arrivano fino alla sterilizzazione.

Infatti, quello che sembra fondamentale per i  nostri giudici è che la persona transessuale sia resa incapace di procreare, attraverso l'intervento di isterectomia per i nati donna, attraverso la vaginoplastica per le nate uomini.

Come nel caso degli animali da reddito, questa violenza non ci accomuna ad altri paesi, dove, per ottenere il cambio anagrafico non è a volte richiesto nessun tipo di intervento.

In alcuni stati, infatti, basta la volontà di passare all'altro genere per avere il nome adeguato, mentre in altri sono richieste solo le cure ormonali.

L'Italia si distingue quindi per una certa rigidità, dove gli animali da reddito devono rimanere tali fino alla morte, e dove le persone vengono distinte rigidamente in maschi e femmine, e chi non si riconosce in questo stato di cose è trattato in maniera punitiva.

Nel caso degli animali sono i veterinari che hanno il compito di vigilare sullo status quo, mentre per le persone transessuali è la classe medica che dirige il loro percorso. Entrambi sembrano posti a guardia di grandi interessi, che si stagliano, abbastanza chiaramente sullo sfondo.

Perchè nel nostro paese alberghi una tale arretratezza, che ingabbia i corpi in categorie fisse ed immutabili, è tema su cui riflettere.

Quello che è certo è che, come antispecisti, siamo chiamati ad una lotta di liberazione qui ed ora, perchè questo ordinamento smetta di fare vittime, smetta di causare tanto versamento di sangue di tantissimi animali, umani e non.

 

 

 

 

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