Il 24 maggio 2014 si terrà a Verona l’incontro di LiberAzione Gener-ale 2, promosso dal Collettivo Anguane, dal Circolo Pink, dal SAT-Pink, da Intersexioni, da Liberazioni – Rivista di Critica Antispecista, Anet.

Per svolgere la giornata in modo collettivo e trasversale proponiamo una Call for Papers che ha lo scopo di raccogliere le idee, le proposte, le bibliografie, i testi utili per la condivisione e la discussione nella giornata di LiberAzione Gener-ale 2. Questo per favorire le attività che si svolgeranno nei gruppi di lavoro e nelle plenarie previste, auspicando la redazione di progetti comuni di lotta, riflessione e diffusione.

Il testo della convocazione è indicato di seguito e potete scaricare il pdf in calce.

Buon lavoro a tutt*!

 

LiberAzione Gener-ale 2
Giornata di studio e di lotta
Il sessismo nelle sue declinazioni
contro le donne, gli/le lgbtqi, gli/le altro-da-umani
 ___________________
Different tendencies of sexism
against women, lgbtqi, other-than-humans

Il Collettivo Anguane, Anet, Circolo Pink, SAT – Sportello Accoglienza Trans, Liberazioni-Rivista di Critica Antispecista, OLS – Oltre La Specie, il Collettivo Intersexioni propongono la 2^ edizione di “LiberAzione Gener-ale”, giornata di studio e di lotta, che si svolgerà sabato 24 maggio 2014 a Verona. Il tema di questa giornata sarà il sessismo nelle varie coniugazioni che assume. Le prassi e le riflessioni che contraddistinguono i gruppi che organizzano l’evento si basano sui paradigmi dell’intersezionalità delle oppressioni e sulle connessioni tra le lotte. In quest’ottica proponiamo un confronto aperto e collettivo che produca un sapere condiviso e che getti le basi di azioni politiche in grado di contrastare le insidie del patriarcato capitalista eteronormativo e specista.

 *****

Il sessismo è l’insieme dei pregiudizi e delle credenze che attribuiscono caratteristiche innate in base al genere e/o al sesso. Questi tratti “naturalizzati” si basano sul principio della gerarchizzazione delle relazioni e sulla costruzione sociale, economica, psicologica, politica, storica di valori e norme che contraddistinguono i vari gruppi umani. Questi pregiudizi collettivi sono trasmessi e interiorizzati tali da divenire un patrimonio condiviso e personale che permea la vita di ognun*.

I rapporti di dominio e sfruttamento che ne conseguono divengono gli universali attraverso cui si esplicita il controllo sui corpi e sulle menti di donne, lgbtqi, altro-da-umani. Tutti questi soggetti, e tutte le altre “marginalità”, ricadono nel cono d’ombra in cui li relega il sistema di dominio prevalente che si avvale del potente meccanismo della discriminazione, dell’esclusione, dell’aggressione, dell’eliminazione.

Ognuno di questi ambiti non è una monade isolata, ma si intreccia inestricabilmente con le altre, che divengono così i vari banchi di prova per l’espressione dell’egemonia: ci si esercita sulle une per sfruttare gli/le altr* e si controllano quest* per dominare gli/le altr*. Le generazioni di dominanti ereditano i principi del mantenimento dei privilegi e rinsaldano le alleanze per detenerli inalterati, creando una cosmogonia centrata sull’unico essere superiore, a cui immagine persino la divinità è declinata: il maschio bianco occidentale borghese carnivoro.

Le resistenze sono da sempre stigmatizzate ed eliminate innalzando roghi, creando luoghi di concentramento, forzando i corpi ad essere meri strumenti in balia delle esigenze dell’unico essere predominante.

Per superare l’impasse in cui versano oramai i movimenti di base e le prassi politiche radicali e antagoniste si deve operare da un lato il riconoscimento delle intersezioni degli abusi e delle emarginazioni, raccogliendo l’eredità delle lotte che hanno determinato tutte le forme di ribellione, eversione e resistenza finora espresse, in ogni latitudine e in ogni tempo, e dall’altro è tempo oramai di unire i singoli sforzi e creare alleanze, solidarietà e mutualismo di pratiche, di teorie e di azioni politiche in grado di sovvertire il sistema dominante.

 

Le aree che proponiamo di affrontare ed indagare in questa giornata sono il sessismo come forma di dominio e controllo:

1. sulle donne attraverso il patriarcato e l’androcentrismo

2. su* lgbtqi attraverso il binarismo sessuale e l’eteronormatività

3. su* altro-da-uman* attraverso lo specismo e il carnivorismo

I lavori della giornata si struttureranno nel seguente modo:

- avvio dei lavori in plenaria

- proseguimento dei lavori in gruppi di discussione

- presentazione delle proposte in plenaria

- chiusura dei lavori.

Durante la giornata saranno disponibili un buffet vegan per pranzo e uno per cena ad un prezzo accessibile, e dopo la fine dei lavori è prevista una serata di intrattenimento solidale.

 *****

 Le proposte di elaborazione dei temi indicati (max 2000 caratteri) dovranno riportare: un titolo provvisorio; una descrizione del tema che si intende affrontare; l’indicazione delle fonti cui si fa riferimento; i recapiti del proponente (gruppo o singol*). Devono essere inviate in formato elettronico a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro il 20 aprile 2014, a cui sarà data una risposta da parte del gruppo organizzatore entro il 30 aprile 2014.

 Tutte le proposte potranno essere inserite negli “atti di LiberAzione Gener-ale 2”.


Scarica call for papers (pdf)

locandina liberazione generale 2

Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
Lunedì, 12 Novembre 2012 17:01

Transgenitorialità ed omogenitorialità

Transgenitorialità ed omogenitorialità: ciò che il convegno-tavola rotonda mi ha insegnato – by Michela Angelini

(fonte: anguane.noblogs.org/)

 

Il 3 novembre 2012, a Genova, si è tenuto il convegno e tavola rotonda Transgenitorialità e omogenitorialità,  organizzato da GenovaGaya e Rete Genitori Rainbow. Trovo che questo convegno, a detta dei presenti il primo che affronti il tema della transgenitorialità, sia stato un tripudio d’amore, di genitori che amano i propri figli e chiedono non altro che un ambiente migliore e non discriminatorio per poter svolgere tranquillamente la propria funzione genitoriale.

Presto, sul canale youtube di Rete Genitori Rainbow, sarà postata la ripresa dell’intera giornata, per cui non voglio scrivere un report, ma far mie le esperienze di chi ha parlato quel giorno e condividerle con chi leggerà questo scritto. Di seguito, quindi, riporto quel che mi ha regalato questa meravigliosa giornata. Ho deciso di dare un titoletto ad ogni intervento perché, credo, quello sia il messaggio che ognuna delle persone che è intervenuta mi ha passato.

Fabrizio Paoletti (genitore omosessuale, Rete Genitori Rainbow)

Dobbiamo accettare di poter essere buoni genitori

Una persona omosessuale o transessuale ha qualcosa, errori, problemi o caratteristiche che le impediscono di poter essere un bravo genitore? La risposta è sì: se stessi. Accettare il proprio sentire, amare quello che siamo, permette di superare qualsiasi conflitto interno e, con la collaborazione del partner, a non far pesare eventuali conflitti di coppia al bambino. Al contrario, paure, dubbi e vergogne frenano il coming out e convincono il genitore che non potrà mai essere all’altezza di educare un bambino. La funzione genitoriale, cioè la capacità – diritto di educare un bambino, non dipende né dal genere né dall’orientamento sessuale. Nelle coppie eterosessuali le funzioni genitoriali sono, sì, condivise fra i genitori, ma in modo indipendentemente rispetto il genere. Ogni persona, ogni genitore, ha delle attitudini proprie della persona, che non cambiano se il l’educatore ricalca o no lo stereotipo di genere, decide di avere un compagno o una compagna o se decide di cambiare il proprio genere. Tuttavia il genitore omosessuale o transessuale, spesso, si priva del diritto di godere del ruolo di genitore per paura di quelli che saranno gli esiti della rivelazione ai propri cari. La grande differenza tra una persona omosessuale e una persona transessuale è che la seconda non può nascondersi: quando prende consapevolezza di se, non può rimandare il proprio coming out con la famiglia, i cambiamenti fisici sarebbero troppo evidenti. Pur sembrando uno svantaggio, essendo costretta a rivelare il proprio essere, la persona transessuale si trova a dover affrontare, mantenere e ricreare il rapporto con i propri figli. La grande lezione che Fabrizio ci dà è che la propria serenità, la sicurezza in sé stessi, sono le principale caratteristica che qualsiasi genitore deve acquistare per sviluppare un felice rapporto con i propri figli. Nascondersi, scappare, dire bugie serve solo a peggiorare le cose.

Federica Bonazzi (psicologa e psicoterapeuta)

E’ così destabilizzante, come si crede, per il bambino che il genitore cambi sesso?

Esiste uno studio americano in cui viene valutato il rendimento scolastico (indice di riferimento per il benessere) di bambini con uno dei due genitori transessuale. Lo scopo della ricerca è stato quello di verificare se il cambio di sesso del genitore avesse, in qualche modo, turbato i figli. Di tutti i bambini presi in esame, il 73% non ha mostrato alcun calo del rendimento scolastico e, dei restanti, solo il 4% ha mostrato un calo importante. Nessun bambino ha mostrato disturbi della propria identità di genere. Spesso, però, la condizione di figlio di transessuale è accompagnata da stigma sociale, difatti più della metà dei bambini ha deciso di non parlare dell’accaduto con i compagni. L’adolescenza è risultata il periodo di maggior problematiche, seppur paragonabili, nella quantità, a quelle di un adolescente qualunque, perché è il periodo in cui la crescita passa attraverso un momento di forte rigidità, anche di genere, dove sovente viene anche interiorizzata l’omofobia: la paura del mondo esterno è tale che, in questo periodo, si tende al conformismo più estremo. Il momento di maggiore stress per il bambino non è, come si potrebbe pensare, al momento del cambiamento di sesso, ma il momento della separazione dei genitori. I fattori che facilitano l’accettazione del cambiamento di sesso del genitore sono sicuramente la giovane età del bambino, un rapporto positivo tra i genitori, nonostante la separazione, e un ambiente sociale, soprattutto scolastico, che non stigmatizzi il bambino. Volendo intervenire per far star meglio il bambino, mi pare ovvio che la variabile da prendere di mira sia l’ambiente sociale. Spingere per ottenere una maggior consapevolezza delle tematiche di genere nelle istituzioni e nelle scuole è sicuramente il primo passo da fare.

Elisa Brigiolini (psicologa)

Stiamo applicando le strategie corrette per eliminare il bullismo dalle scuole?

Di genitorialità altre non se ne parla se non in contesti associativi di persone interessate. Nelle scuole e nelle istituzioni manca qualsiasi dibattito riguardo questa tematica. L’omofobia ha una forte radice sociale e non è tollerando l’omosessualità che la si cancella. Occorre caricare il termine “omosessualità” di quel valore sociale positivo che è proprio di qualsiasi diversità. Nessun bambino nasce omofobo. I comportamenti omonegativi sono appresi e presenti anche in quei contesti dove l’omosessualità viene accettata, ma non valorizzata. Se poi si va a indagare i concetti di Genere, identità di genere e genderismo la situazione peggiora. Fuori da questa sala è radicato il concetto che i generi siano due e coincidenti con il sesso (genderismo), che ad ogni individuo spettino comportamenti, manierismi, tratti di personalità, interessi e abitudini tipizzati per genere e coincidenti con il sesso biologico (ruolo di genere). Lo stereotipo, cioè il bisogno di mettere ordine alla complessa realtà circostante con immagini fisse, viene appreso presto dal bambino, che poi vi ricorre continuamente. Confrontando, continuamente, la realtà con la fissa e rigida immagine stereotipata che ha in mente, finisce per credere che quest’ultima sia la realtà stessa. Lo stereotipo di genere è l’applicare immagini fisse alla divisione maschile/femminile.Tali stereotipi vengono perpetuati da famiglie e scuole e, il bambino, capisce presto che si debbano avere precise caratteristiche per non essere inferiore, sbagliato o escluso. I media, perpetuando l’immagine di una cultura omofoba ed eterosessista, di certo non aiutano. Le vittime del bullismo sono tutte quelle persone che non occupano il posto della virilità simbolica: omosessuali e transessuali, ma anche donne, secchioni, persone in sovrappeso. Cosa significa, allora, combattere il bullismo? Possiamo arginarlo se continuiamo a trasmettere ideali virilistici e stereotipi di genere? Ireos, associazione LGBT fiorentina, ha promosso incontri nelle scuole riguardanti stereotipi di genere, omofobia e transfobia. Lo scopo di questi incontri era far capire agli alunni che non per forza si dev’essere come lo stereotipo vorrebbe, che esistono altri tipi di famiglie, che si può essere genitore anche se si è omosessuali e che anche una persona omosessuale può avere figli. Confrontando le risposte date dagli alunni, mediante test somministrati prima e dopo del ciclo di incontro, gli atteggiamenti, dapprima omonegativi, riferiti alle persone omosessuali sono mutati in meglio. Alla domanda “i bambini delle famiglie omogenitoriali corrono rischi?” nessuna ricerca è riuscita ad evidenziare problemi di orientamento sessuale o di benessere dei bambini. Quel che genera problemi ed esclusione è lo stigma sociale, prodotto anche dal mancato riconoscimento delle famiglie omogenitoriali nei contesti legali e sociali. Quando si parla di bullismo nelle scuole si tende sempre ad incolpare bambini perché hanno problemi o perché hanno avuto cattivi genitori. Difficilmente qualcuno pensa che la colpa sia dell’educazione oggi dominante, di quegli ideali di forza, virilità e normatività che facilmente arrivano alle orecchie dei bambini da parte di scuola, famiglie e media. L’esperimento educativo qui proposto dovrebbe, a mio avviso, essere esteso a tutto il territorio italiano, magari aggiungendo anche le cause non omofobiche e non genderiste di esclusione sociale se vogliamo veramente che il bullismo sparisca dalle scuole.

 Geraldine (genitore e donna transessuale)

Amore è andare lontano

Figlia di una cultura estremamente eteronormativa e priva dei mezzi di comunicazione che abbiamo oggi a disposizione, Geraldine, innamorandosi della moglie, prova ad accantonare quel che all’epoca identificava come travestitismo. Insieme hanno due figli, oggi di 20 anni e 26 anni. Maturando la consapevolezza di sè, confrontandosi con altre persone con gli stessi suoi dubbi e ricorrendo ad uno psicologo, decide di transizionare e, ovviamente, è costretta a rivelare il proprio sentire ai due figli. Il più giovane, maschio, reagisce piuttosto male. Dice di poter accettare la cosa solo “se non sei gay” e solo “se non cambi troppo d’aspetto”. La seconda, femmina, pur dichiarando che è certo un grosso colpo da digerire, si impegna comunque a portare avanti il rapporto. Dopo quattro mesi di ormoni, pur presentandosi in vesti maschili ai figli, i cambiamenti risultano evidenti ed il figlio decide di non vedere più il padre, pur continuando a mantenere rapporti telefonici. Geraldine, soprattutto per evitare l’inevitabile stigma sociale che i figli avrebbero subito restando nella loro stessa città, decide di trasferirsi e, nonostante la distanza, continua a restare genitore, cercando di fare ogni piccolo passo che le permetta di riconquistare la fiducia dei figli, perché è certo difficile far capire ad un ventenne, sicuro che certe cose funzionino solo in un unico modo, perché il padre cambia aspetto e che questo non significa affatto perderlo, ma avere accanto una persona che, stando meglio con se stessa, vivrà un rapporto ancor migliore con i figli.

Egon Botteghi (genitore, uomo transessuale)

Spiegare il mondo ai bambini, nel linguaggio dei bambini

Secondo Egon prima di se stesso venivano i figli, non voleva certo ferirli o destabilizzarli cambiando genere. Ma la sua psicologa, che ai tempi giudicava pazza per questo, insisteva sul fatto che prima veniva l’Egon individuo, poi l’Egon genitore, ruolo tra l’altro facilitato dalla giovane età dei bimbi di 3 e 5 anni. I problemi andavano risolti in quest’ordine, i bimbi prima o poi avrebbero fatto domande e solo a quel punto, con la massima trasparenza e sincerità andava data loro risposta. Sviluppando un sempre maggior rapporto di fiducia con la propria psicoterapeuta, Egon attende con ansia le domande dei figli. Nonostante vivesse al maschile già da tempo, i bimbi non sembrano accorgersi di nulla per un anno. Poi arriva la prima domanda, da parte del figlio più grande: “mamma, perché tutti ti chiamano Egon? Non è il tuo nome”. Spiegandogli tutto in modo chiaro e a portata di bambino e sempre in presenza della bimba più piccola, Egon inizia, così, il coming out con i due figli. Di certa utilità è stato, per i bimbi, avere un padre che avallava quel che Egon raccontava, è infatti importante che le figure di riferimento collaborino, per evitare qualsiasi incertezza e dare il massimo appoggio ai figli. Prima di raccontare di sé, Egon, introduce la transessualità grazie alla complicità di un’amica mtf in cui il bimbo più grande aveva nota una voce un po’ troppo maschile. Così, a piccoli passi, facendo sempre capire che, anche se c’erano evidenti cambiamenti esterni, la mamma era sempre la mamma, il rapporto con i figli non si è affatto deteriorato ma è addirittura migliorato, come aveva previsto la psicologa. Il periodo di maggiore stress per i bimbi, notato anche a scuola dagli insegnanti perché il bimbo tendeva a distrarsi, è stato il momento subito precedente alla separazione con il marito, poiché ricco di litigi e malumori. Sicuramente, per il coming out di genitori omosessuali e transessuali verso i figli, aiuta la giovane età. I bimbi piccoli non hanno ancora incamerato quell’ordine delle cose binario tipico della nostra società, quindi sono più aperti a visioni del mondo alternative. Relazioni positive con il/la compagn*, insegnati che monitorano il comportamento dei bimbi a scuola ma, sopratuttto essere chiari, positivi, trasparenti e seguire i consigli di una psicoterapeuta è sicuramentela chiave per catapultarsi in un rapporto di profonda fiducia e amore.

Saveria Ricci (Avvocata, Rete Lenford)

Il mondo è cambiato, giudici, aggiornatevi!

Rete Lenford, che prende il nome dall’avvocato giamaicano trucidato da due rapinatori che, vedendo una sua foto abbracciato ad un altro uomo, capirono di trovarsi di fronte ad un omosessuale, da anni lotta a fianco di persone transessuali ed omosessuali nei tribunali italiani. In 17 anni d’attività, l’avvocata, si è trovata ad affrontare una sola causa riguardante una transessuale genitore e ci riporta la sua esperienza. Anche se, in un paese civile, non si dovrebbe passare attraverso un tribunale per correggere i documenti delle persone transgender, la legge lo impone e notifica l’udienza a coniuge e figli. L’avvocata riporta, oltre all’imbarazzo proprio e del giudice per il dover “interrogare” un ragazzino riguardo il padre, come la risposta dal sedicenne sia stata una grande lezione di vita per sé e per tutti presenti. Il genitore viene descritto come ottimo padre, pur con un alone di fondo di tristezza. Il coming out ha dato spiegazione a questa tristezza, per cui ora il rapporto genitore- figlio è anche migliorato. L’appoggio della moglie, che ha aiutato il marito nella rivelazione a figli e suoceri, è sicuramente stato importante. Alla domanda del giudice riguardo quali problemi tale rivelazione avesse causato a scuola e con i compagni, il ragazzino risponde che il mondo è cambiato, che la trasgressione non è quella di una volta. Nonostante l’età adolescenziale, il buon rapporto di base che il genitore transessuale aveva con il figlio e l’appoggio da parte della moglie hanno prodotto una reazione positiva che, evidentemente, anche il sedicenne stesso è stato in grado di trasmettere ai propri compagni, che si sono messi a disposizione in caso avesse avuto bisogno d’aiuto. Ora sta alla legge mettersi al passo con i tempi.

Valentina Violino (madre lesbica Rete Genitori Rainbow)

Decostruire e ripensare la Genitorialità

Può la società ripensare alla genitorialità? I modelli di genere che perpetuiamo oggi vanno molto stretti, a tutti, eteronormati e non. Occorrerebbe procedere ad un vaglio critico che permetta di scardinare gli stereotipi, per creare una figura di genitore che non sia più lo stereotipo di madre e padre, ma a soggetti che incarnino le caratteristiche di entrambe le figure, variamente ripartite, scardinando, una volta per tutte, i ruoli di genere. Tutto questo porterebbe ad un concetto di genitorialità più ampio, che comprenda anche quelle persone genitori altri (genitori single, madri con figli da procreazione assistita, genitori da precedenti relazioni etero, ecc..), che non trovano posto nei libri scolastici e che, ignorati da società ed istituzioni, vengono continuamente discriminate. Dovremmo, forse, mettere da parte quella voglia di normalità, di essere uguali a chi ha oggi diritti riconosciuti sulla carta. Rischiamo di scivolare verso il conformismo, l’esistenza va ripensata e centrata sul valore delle differenze: La genitorialità altra necessita di essere riconosciuta e valorizzata quanto la genitorialità classica.

Anna Battistuzzi (presidente AGEDO)

Gli errori educativi li compiono tutti

Perché gli omosessuali non dovrebbero poter aver figli o adottarli? Da insegnante, quale Anna Battistuzzi è, rileva una certa voglia di schivare l’argomento “genitorialità altre” da parte dei colleghi. Risulta difficile avviare iniziative che facciano riflettere sugli stereotipi di genere e, di solito, sono attività che riguardano gli alunni delle scuole medie. Pochi sono, purtroppo, quegli insegnanti che si adoperano in prima persona per valorizzare le diversità di orientamento sessuale e genere negli alunni più piccoli. I genitori eterosessuali, della famiglia cosiddetta modello, in cosa sono migliori di quelli omosessuali? Non compiono forse anch’essi errori educativi? Crescere un bambino è sempre difficile, ci sono dei “no” che vanno detti, altri che non possono essere detti. Ma si sbaglia su questo. In tanti anni di insegnamento, riporta, ho visto tante cose che per me sono errori: dal bambino di sei anni che vuol fare ancora colazione con il biberon a quei bambini che crescono dettando regole ai genitori perché “ha un carattere forte”. Tutti compiono errori educativi, spesso anche dovuti all’obbligare il bambino a seguire stereotipi. E’ giusto pensare che un genitore omosessuale sia meno abile, nel crescere un figlio, di un genitore eterosessuale? A Torino è stato fatto uno studio su bambini di 5 – 6 anni, riguardante gli stereotipi di genere in asili nido e scuole infanzia. Questo perché si è presentata la necessità di parlare di una realtà, coppie di mamme con figli ottenuti con la procreazione medicalmente assistita, visibile, ma fin quel momento taciuta. Parlando con gli educatori delle scuole è stato possibile parlare di genitori e genitori quali figure di riferimento. I bambini piccoli hanno la mente aperta, non hanno ancora incamerato gli stereotipi, per cui dovrebbero essere i primi ad essere educati alle diversità, cosicché, cresciuti, svilupperanno valore critico e sarà più facile per loro contrastare gli stereotipi che la società impone.

Michela Bestagno (GenovaGaya)

..Eppure non ero Lesbica!

Michela ci racconta il proprio vissuto, da genitore altro, poiché ex convivente di una madre omosessuale. Non esistendo alcun riconoscimento per coppie conviventi dello stesso sesso e avendo una compagna che preferiva non far sapere della propria omosessualità pubblicamente, Michela si è spesso trovata a dover prendere il bambino dall’asilo in vesti di “amica della madre”. Come vien vista dalle educatrici un’amica, o la compagna di una madre, che si presenta all’asilo per prendere un bambino senza esserne parente? L’amica di famiglia non può avere troppa confidenza con il bambino, non sarebbe una cosa normale. Manca quel legame di sangue, che ha ad esempio una zia, anche se poi il bambino lo vede due volte al mese. Non ci vive assieme. Ancora una volta il rischio di esclusione per il bambino nasce da una lacuna, la mancanza di riconoscimento della figura di “genitore altro”, in quale non ha titolo per occuparsi del “figlio di qualcun altro”. Siamo sicuri, poi, che un bambino figlio di genitore omosessuale, soffra più d’esclusione d’altri? Michela ci racconta il proprio passato da “bambina grassa e con gli occhiali”, bombardata da insulti, anche se non era ancora lesbica, anche se era figlia di una “famiglia rispettosa e rispettata”. I bambini soffrono di esclusione sociale perché grassi, bassi, brutti o figli di mormoni. Qualsiasi genitore può essere genitore di un escluso finché non impareremo a riconoscere e valorizzare realtà diverse da quella che viviamo in prima persona. I bambini non sono buoni, sono ingenui, ma hanno anche risorse enormi, sanno vedere oltre l’aspetto esteriore e guardare l’anima delle persone. Sono più abili degli adulti nel vedere l’uomo in una persona ftm e la donna in una persona mtf. I bambini hanno solo bisogno di fiducia, rispetto, spiegazioni e appoggio. Se il genitore riesce a dare questo al figlio lui ricambierà, imparando ad amare le diversità del genitore e del mondo che lo circonda.

—–

Mi pare chiaro, dalle testimonianze dei vari relatori, e anche da dibattiti tra relatori e pubblico che non ho riportato, che i bambini chiedano solo una cosa: l’amore dei genitore. Non ci dobbiamo spaventare di cosa la nostra rivelazione potrebbe produrre, nascondersi non fa vivere un rapporto sereno e, come Michela ci insegna, nemmeno un bambino con due “genitori modello” è al sicuro dagli scherni. Il rischio d’esclusione c’è ma, sviluppando un rapporto sereno con il bambino, controllando rendimento scolastico e risolvendo i dubbi chiedendo aiuto ad uno psicoterapeuta, nulla è insormontabile. Occorre cambiare il sistema, dalle scuole alle istituzioni, fino all’immagine riflessa dai media. Dobbiamo dar visibilità alle genitorialità altre, in modo che entrino in quel mondo normato, pur conservando il proprio valore positivo tipico di ogni diversità.

I bambini possono essere educati alle diversità più facilmente tanto più sono piccoli. Non c’è alcuna destabilizzazione o imbarazzo, come dimostrano studi scientifici, nel parlare di omo e transessualità, ruoli di genere e genitori altri ai bambini. Far capire, oggi, ad un bambino il valore delle diversità produrrà, domani, un bambino più libero di essere sé stesso e più incline ad accettare gli altri. In questo le scuole hanno sicuramente un compito importante, eliminare gli stereotipi di genere e le immagini stereotipate raffiguranti famiglie eteronormate dai libri scolastici sarebbe di certo un grande passo, ma nulla cambia se non ci impegniamo in prima persona per cambiare le cose.

Più difficile, invece, è accettare il coming out di un genitore da parte di quei figli adolescenti o già adulti. Cambiare una realtà stereotipata e consolidata è molto più difficile che educare ad una realtà ricca di differenze, dove ogni diversa espressione di sé è un valore aggiunto.  Il lavoro da fare è sicuramente tanto e, convegni come questo, magari riproposti anche in contesti più pubblici, non fanno altro che evidenziare come il mondo che ci circonda, virilista, omofobo, genderista, sessista, stereotipato, sia solo una grande gabbia, che costringe ogni individuo ad uno spazio molto più stretto di quello che gli spetterebbe. Valorizzare le diversità, caricandole di valori positivi, significa rompere le gabbie ed essere finalmente liberi di star bene con sé stessi e con gli altri.

by Michela Angelini

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Riceviamo e segnaliamo:

Sperimentazione animale: un confronto fra diverse visioni (Chieti, 22/10)

22 ottobre 2012, ore 9.30

Aula "A", Facoltà di Medicina, Nuovo Polo Didattico, Via dei Vestini 31 - Chieti Scalo

Dettagli nella locandina

Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
Mercoledì, 28 Dicembre 2011 09:53

Morale della Storia

MORALE DELLA STORIA…

Il 12 Novembre scorso si è svolto a Lucca, presso il palazzo Ducale in Piazza Napoleone, un convegno il cui intento è stato quello di approfondire il rapporto tra neuroscienze e morale.

Presenti come relatori principali: Roberta de Monticelli, docente di Filosofia della Persona e Lamberto Maffei, presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei ed ex professore di neurobiologia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

L'avvio del dibattito fornisce il quadro in cui interpretare la nozione stessa di “morale”. Quest'ultima viene infatti intesa come norma valutativa che l'animale umano si autoassegna quale guida dell'agire “corretto”. Più precisamente come contenuto, come aspetto individuato dell'esperienza singola che nella sua totale carica di soggettività (e intersoggettività) permette però di ottenere una verifica intuitiva.

L'etica per contro, fornisce criteri e norme di portata universale, una sorta di minimo (o massimo al quale, per lo più, tendere?) comune denominatore al quale guardare e riferirsi.

Su questa considerazione si innesta la connessione con il problema della coscienza, ed in questo contesto, precisamente, con le indagini delle neuroscienze stesse, mediante le forme e le modalità con cui esse sondano la possibilità  dell'esistenza di un qualche fondamento biologico-fisiologico, una sorta di processo chimico a carico del cervello, strutturato mediante nessi causali, che sia all'origine, in qualche modo, della coscienza e quindi dell'agire morale.

In tal senso la De Monticelli suggerisce di provare a partire dall'idea di normalità (in questo preciso contesto intesa come un certo tipo di agire sociale), e nello specifico all'idea di normalità propria del senso comune, che appartiene per questo alla percezione istintiva della maggioranza e che in una fase storica della società tesa all'omologazione e all'indifferenziazione diviene ciò che tutti fanno in un certo modo piuttosto che in un altro, e che come tale viene percepito come qualcosa che “va bene così” . Qualcosa che quindi non manifesta, almeno in apparenza, alcun bisogno urgente di cambiamento né di critica, poiché trova nel suo esser un prodotto di grandi numeri (così fan tutti) la sua tacita istituzionalizzazione e accettazione.

Questa nozione di normalità però, per quanto senz'altro in linea con la contemporaneità, si mostra ben distante dalla sua vera matrice che trova il nucleo originario nell'idea di “norma”. Tramite un vero e proprio salto logico quindi, si ha una totale perdita del nesso con la “normatività” (e quindi anche l'uso di tale termine), intesa come comportamento conforme alle norme.

Si stagliano così due modelli antropologici di normalità:

1) Modello ove la norma dell'uomo è la capacità di chiedere e dare ragione per ciò che viene fatto e detto, manifestando l'antica istanza socratica della giustificazione, il famoso “portare buone ragioni per…”(ciò che resta di questo modello nei nostri modernissimi tempi è essenzialmente la mera ragione pratica dell'utile/conveniente).

2) Modello dell'uomo che non ha sviluppato la possibilità (per quanto ne avverta insistentemente la necessità) di divenire moralmente autonomo e che aspetta dall'esterno le norme alle quali adeguarsi come bisogno per orientarsi e agire.

E' vero, affermano i relatori presenti: l'animale umano è immerso in una dimensione culturale normativa e l'aspetto normativo risiede già a livello della nostra stessa coscienza; la pretesa di veridicità1*costituisce infatti una norma alla quale aderiamo e sulla base della quale siamo in grado di imparare dall'esperienza, pretesa che è a carico di qualsiasi aspetto della coscienza.

Proprio sulla pretesa di adeguatezza potremmo farci forza in questo palese modello antisocratico, per accendere una luce sulla richiesta del perché si fanno e dicono le cose, parlando quindi, finalmente, di giustificazione come istanza di giustezza, scoprendo così che la natura di certi termini, va da sé, quasi mai è casuale…chi l'avrebbe mai detto?

Ma nella settoriale società di sistemi a cerchi più o meno concentrici e pressoché non comunicanti tra loro, l'unica morale della quale possiamo far sfoggio è quella che la De Monticelli definisce "morale consorziale".

Essa fa appello ad un tipo di cooperazione che basa la sua giustificazione sull'efficienza, la cui differenza (e spesso distanza) rispetto alla cooperazione giusta, quella che chiama in causa l'originaria radice etimologica della giustificazione connessa alla giustezza, si staglia con nettezza: la cooperazione senza equità.

Una morale quindi che guida adattandosi ai settori nei quali opera.

D'altronde i livelli di efficienza rispondono a criteri differenti e specifici per ogni settore: banalmente, l'efficienza della grande macchina procuratrice e dispensatrice di salute, ad esempio (quella di BigPharma, delle case farmaceutiche  e della medicina più in generale), poggerà su presupposti diversi rispetto all'efficienza della macchina di produzione automobilistica.

Un ventaglio di scale cromatiche di moralità, spesso totalmente dissonanti tra loro, ove il senso di responsabilità è delegato a soggetti esterni e distanti e quand'anche facesse capo ad un'entità precisa, si appellerebbe comunque alla sua dimensione teleologica: l'efficienza, venendo quindi così a non riguardarci MAI in prima persona e mettendoci al riparo dalla diretta chiamata in causa.

Ecco perché, di fatto, noi apparteniamo al secondo modello di cui sopra, più precisamente al modello degli ipnotizzati morali (questa è la definizione della De Monticelli); come soggetti che non solo delegano ritenendolo lecito, nonché habitus2* efficiente, ma che infine si comportano come una massa eterogenea di agenti ognuno appartenente al suo “girone d'efficienza”.

Vi chiederete a questo punto (o forse no), dove e quale sia il nesso con l'antispecismo e la sua particolare visione del mondo.  Il fatto è che la discussione sulla “questione morale” deve interessarci, perché riflessioni come queste, espresse da un'esponente di punta come la De Monticelli, estremamente matura e critica, che nel dibattito filosofico si è mostrata tra le più acute ed attente, mette in luce quanto l'approccio specista resti sempre e comunque il presupposto di partenza, un canone che viene insegnato e trasmesso a chi della morale e dell'etica farà materia di studio e applicazione della propria vita. La De Monticelli infatti, ha senz'altro colto nel segno ma ha ridotto la portata della sua stessa considerazione, non ha cioè (forse) compreso o valutato la possibilità di analizzare il sistema di morale che definisce consorziale, come conseguenza e prodotto logico di un più vasto sistema di morale specista che senz'altro, che dell'efficienza ha fatto il suo credo. Il livello al quale è possibile condurre l'analisi deve necessariamente scavare più a fondo se vuole cogliere la chiave di volta capace di fornire strumenti funzionali ad un cambiamento reale. Non è possibile (su più di un piano), segnalare e condannare l'imponente intromissione della nozione di efficienza che assurge al ruolo di valore al quale tendere, ognuno nel suo campo e settore, senza rendersi conto che questa è divenuta la norma mediante la quale ci rapportiamo all'ambiente (e quindi poi alla società) fin dalla nascita, in maniera ancor più aberrante che nelle strutture “consorziali” di cui si è parlato sopra. L'EFFICIENZA È LA LENTE ATTRAVERSO LA QUALE GUARDIAMO AL MONDO E AGLI ALTRI, ANIMALI NON UMANI IN PRIMIS. Efficienti (per noi), sono e devono essere particolari tipologie di cani (tutti quelli di razza ad esempio), efficienti (nuovamente per noi) è e deve essere la quasi totalità degli spazi verdi. E questi sono solo due dei più banali esempi possibili.

Come stupirci, ci chiediamo, di una morale che poggi su struttura parcellizzata, ognuna con un suo standard di efficienza, quando alla base c'è l'ancor più riduttiva struttura del fuori/dentro, umani/animali, 0/1?

Partire dal generale per poi arrivare al particolare non è poi cosa così difficile ed anzi, è pratica sulla quale abbiamo secoli di esercizio alle spalle, basta raffinare sempre più il “particolare” ed il gioco è fatto.

Applichiamo quotidianamente la morale del grande consorzio umano a scapito di chi non vi rientra, agli animali non umani prima di tutto. E per farlo, coerentemente, non forniamo mai una giustificazione che si appelli alla giustezza. La nostra unica debole argomentazione in materia resta sempre e comunque quella che fa appello a Nostra Signora Efficienza. Per criticarla e combatterla occorre pertanto andare a cercarla ove si nasconde più o meno malamente, giungendo molto più lontani di dove abbiamo posto il punto di partenza. Occorre guardare alla morale che applichiamo quotidianamente nei nostri rapporti con l'alterità più manifestamente percepita: gli individui animali non umani, perché costituisce una base storica innegabile entro la quale la morale si struttura. 

Sara Romagnoli, per Antispecismo.Net

NOTE:

1* In questo contesto, ci si riferisce solo al fatto che presupposto del nostro agire (ovvero norma) è la disponibilità a ritenere che ciò che sperimentiamo e sappiamo è vero.  In tal modo formuliamo pensieri il cui contenuto viene poi espresso in azioni, con la convinzione che siano adeguate alla realtà delle cose. (es: so che sta piovendo e ho necessità di andare a prendere l'autobus la cui fermata è distante da casa mia. Se non voglio bagnarmi prenderò l'ombrello.)

2* Sistema di schemi percettivi, di pensiero e di azione acquisiti in maniera duratura e generati da condizioni oggettive, ma che tendono a persistere anche dopo il mutamento di queste condizioni. (Concetto sviluppato da Pierre Bourdieu, sociologo francese operante dalla seconda metà del '900).

 

 

Pubblicato in Articoli
© 2016 Antispecismo.Net. All Rights Reserved. Designed By WarpTheme

Please publish modules in offcanvas position.