Nicola Dembech

Le buone azioni vanno fatte in silenzio, 

                                         ma non troppo.

 

 

 

 

Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere sono perle false fintanto che non vengono trasformate in azioni.                                          

Gandhi                                                                               

 

 

L'azione diretta non-violenta cerca di creare una crisi ed incoraggia una tensione che costringa [..] a confrontarsi col problema. Essa cerca di drammatizzare così tanto il problema che non possa essere ignorato.                        

Martin Luter King                                                           

 

 

Nella storia sono state le azioni che hanno prodotto cambiamenti significativi. In senso negativo l'impatto del comportamento delle recenti società umane sulla natura è dovunque devastante ed è sotto gli occhi di tutti. Mai come in questi ultimi decenni è stato possibile un così radicale sconvolgimento di tutti gli ecosistemi e relativo effetto straziante sulla vita vegetale e animale. In senso oppositivo, ma positivo, i gesti di persone o movimenti tentano di contrastare e porre rimedio a ciò che in letteratura è stato definito ecocidio, lotta di classe, specismo, razzismo, sessismo, omofobia; in una parola dominio.

 

Ma qual è il significato di azione? e quanti significati può assumere? esistono azioni buone-positive, (giuste, morali) e azioni cattive-negative (criminali, violente)?

Sembra banale dirlo ma se consideriamo le azioni esclusivamente da un punto di vista della legalità, ogni atto significativo propenso a qualsiasi ipotetico cambiamento risulta essere delinquenziale se non addirittura violento. Dunque Gandhi e Martin Luter King, due nomi noti tra i tanti, dovrebbero essere considerati delinquenti, se non in alcuni casi leader criminali. Se invece valutiamo le azioni anche in termini di giusto e sbagliato comprendiamo facilmente che il confine della legalità può essere un sottile filo spinato teso alla volontà di mantenere inalterata la condizione sussistente.

 

Disobbedienza civile e azione diretta non-violenta rappresentano la manifestazione politica dei sentimenti umani che valicano questo confine. Entrambe informano il mondo che il campo di ogni battaglia non sono solo le aule dei tribunali ma i diversi ambienti della società in cui persiste una grave violazione della vita, della libertà e della giustizia. La prima rifiuta il rispetto di una legge in quanto ritenuta ingiusta, e la trasgredisce ai fini di cambiarla. La seconda è compiuta anche da individui la cui opera non è interposta al concetto stesso di ordinamento giudiziario e viene applicata "..come se l'attuale forma di potere non esistesse. [..] azione diretta vuol dire sforzarsi di agire come già si fosse liberi"1.  Entrambe le azioni utilizzano e si identificano in prassi e strategie non-violente pertanto tra esse non dovrebbero svilupparsi schieramenti e contrapposizioni in termini di considerazioni come  buono-cattivo, legittimo-illegittimo. La storia infatti è piena di avvenimenti che comprovano l'importanza di entrambe le azioni, per il semplice fatto che fino a quando ci saranno prepotenze e ingiustizie ci saranno persone disposte a combatterle. Che sia per mezzo della creatività di un'azione simbolica portata in piazza, un picchetto davanti alle sedi di una multinazionale che devasta il pianeta, per mezzo di occupazioni e allucchetamenti, attività di non-collaborazione come il rifiuto di pagare le tasse destinate a: - finanziamenti militari, zootecnici, lobby venatoria, grandi opere inutili e nocive, circhi che sfruttano animali -, oppure per gesti più fisici come quello del sabotaggio, la storia insegna che le più grandi conquiste sociali sono il frutto di un vasto quanto complesso compiuto storico che non può essere definito attraverso una semplice interpretazione degli eventi e di come avvengano i processi che favoriscono il cambiamento.

Disobbedienza civile e azione diretta, bensì richiedano molto coraggio, non sono puri gesti eroici ma un particolare quanto ragionato piano di lotta in grado di gestire e affrontare i conflitti a lungo termine.  Ambedue sono metodiche intelligenti e non il frutto di reazioni istintive e cariche di rabbia repressa, esse si concentrano sulla chiara evidenza, puntano dritte al problema cercando nell'obiettivo una specifica e possibile trasformazione della reatà.

 

Alcuni giorni fa si è appreso dai giornali la notizia di un blitz portato a termine da ignoti nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre scorso all'interno dell'allevamento di visoni situato a Olanda Di Savoia. Si può leggere la notizia qui http://bit.ly/1H2bn36. Un numero di animali quantificato tra cinquecento e ottocento, destinati a morte certa per mezzo di camere a gas, sono stati liberati uno a uno. Un'azione che, oltre all'imperativo morale che la muove, porta in sè un significato politico importante. Non solo attraverso questa specifica azione si porta alla luce una grave violazione etica andando a contrastare così un'ingiustizia, ma si affermano anche nuovi modi di concepire la società. Pertanto le persone che hanno compiuto tale azione non solo si oppongono alla sistematica distruzione dei corpi ma hanno reso visibile ed effettiva - anche solo per un momento - la forma e l'apparenza di un mondo libero nel quale tutti vorremmo vivere.

 

Ora, la circostanza che porta in sè un certo grado di preoccupazione si apprende dal fatto che diverse realtà e associazioni non hanno riportato la notizia all'interno dei propri spazi di informazione. Non è stata riportata una notizia, ovvero un'informazione su un fatto di attualità dal forte impatto politico che a detta di "capiscuola" dovrebbe drammatizzare così in profondo il problema tanto da non poterlo più ignorare.

Come è potuto accadere che una notizia di questo spessore sia passata in secondo piano? è stata solamente una disattenzione oppure alcune tipologie di azioni hanno perso valore? abbiamo veramente il diritto di rimanere in silenzio davanti a fatti di liberazione? perchè è sopratutto di questo che stiamo parlando, ed è proprio questo che è avvenuto, una liberazione. Prima di riconoscere nel fatto stesso un atto di ribellione, prima di ogni possibile affermazione politica, prima ancora che i giornali riportino la notizia, cinquecento-ottocento anime hanno avuto la possibilità, fosse anche minima, di riprendersi la vita che gli appeteneva. E ancora, come può esistere, e come possiamo rendere tangibile un periodo di transizione se non consideriamo le azioni che lo attraversano?

 

Per rispondere a queste domande nel modo più costruttivo possibile sarebbe opportuno fare un analisi del movimento2 in questi ultimi anni e cercare di capirne il sentimento attuale, gli approcci e i procedimenti. Cosa che non farò perchè oltre a chiari problemi di spazio so di non avere le giuste competenze. Devo però una spiegazione alla critica che pongo. Dunque la mia disapprovazione verso la mancata assunzione di responsabilità si ritrova nel fatto che diversi gruppi e associazioni non hanno saputo riconoscere in questo specifico atto di liberazione una risorsa nel più ampio senso del termine, ovvero comprendere che essa può contribuire in modo significativo alla risoluzione del particolare genere di sfruttamento di cui si sta discutendo. Di conseguenza, da un punto di vista politico, questa tipologia di azione non è da considerarsi solamente simbolica ma assume veri e propri aspetti pratici e incisivi nel momento in cui contribuisce positivamente alla risoluzione di un problema reale, pertanto favorisce un cambiamento positivo all'interno della società3.

 

Esistono poi anche questioni più generiche su cui, a partire da questo fatto, si potrebbe ragionare. Una di queste è possibile individuarla partendo dal significato stesso della parola tendenza, ovvero la disposizione verso un determinato modo di sentire e comunicare (l'attivismo), quindi di comportarsi e agire di conseguenza.

Il fatto che l'orientamento di alcune prassi (prevalenti) di attivismo - in parte o in toto divergenti da altre - possa addirittura arrivare a trascurare il corso di certi eventi che nel suo insieme costituiscono la storia del movimento di liberazione animale è appunto parte integrante e significativa del problema che pongo in questo articolo. Si intenda che tutto ciò non è affatto da considerarsi in termini di colpa nel senso di torto, bensì un problema interno che a mio avviso è da considerare e risolvere. Nessuno vuole una tipologia di attivismo dal pensiero unico e nemmeno una forma scriteriata, tuttavia l'insufficienza di spazi di incontro indispensabili per dare vita a momenti di confronto e ricerca, certamente non aiutano a decifrare problematicità che nascono nel momento in cui esiste assenza di discussione e apertura a probabili teorie collegiali. C'è ancora da capire se la tendenza sia quella di limitarsi e circoscrivere l'attivismo al concetto stesso di diritti animali oppure se la volontà collettiva possa superare tale barriera morale e polarizzare maggiormente i propri sforzi verso prassi più consolidate dal punto di vista delle più recenti teorie politiche dell'antispecismo.

 

 allevamento

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1) David Graeber, "Progetto Democrazia. Un'idea, una crisi, un movimento".

2) Sarebbe appropriato definire la realtà antispecista-animalista non come un movimento ma piuttosto l'esistenza di più enti che attraverso diversi modi di agire e pensare operano nel territorio.

3) Il numero di queste attività è drasticamente calato dagli anni ’90, in cui circa 125 allevamenti erano segnalati alla Camera di Commercio e la produzione era arrivata a 400mila animali uccisi ogni anno. Le motivazioni sono da ritrovarsi in parte nella crisi del settore della pellicceria e in parte nelle continue campagne di pressione, informazione e sensibilizzazione da parte di organizzazioni animaliste. Altro fattore determinante sono state sicuramente le decine di liberazioni di animali compiute da attivisti anonimi.

Fonte: http://www.visoniliberi.org/allevamenti_italia.htm

Pubblicato in Spunti di Riflessione
L'articolo di Molly Jane, redattrice di Earth First!, apparso nel numero di giugno del 2013, che qui presentiamo tradotto in italiano, descrive la minaccia a cui sono sottoposti la Terra e tutti suoi abitanti.

Semplici e chiare immagini identificano il collasso che in tempi rapidi sta portando alla rovina, ma Molly Jane oltre ad individuare i temi politici che possono incidere nell'inversione di rotta della collisione epocale, e cioè il biocentrismo, l'ecologia profonda, le lotte antioppressive, la solidarietà, sollecita a una riflessione in grado di connettere le resistenze, le lotte e i movimenti.

Ancora una volta il tema delle connessioni diviene il banco di prova dell'evoluzione politica dei movimenti radicali e antagonisti che oramai dovrebbero avere la consapevolezza che la parcellizzazione degli obiettivi, e delle azioni non consente risultati di grande rilevanza.

Come pattrice jones ha sottolineato nelle recenti conversazioni durante il suo tour italiano del marzo 2014, non solo sono essenziali le unioni, le connessioni, le alleanze, ma devono essere ben chiari gli elementi della prassi politica radicale. Vale a dire che si devono individuare le tattiche in grado di avanzare richieste utili alla sopravvivenza e alla resistenza al sistema androantropocentrico, e al contempo attivare le strategie, che hanno una gittata medio lunga, utili al raggiungimento degli scopi ultimi: il sovvertimento del sistema di dominio e oppressione della Terra, degli altro-da-umani e degli umani.

Molly Jane sottolinea come la prassi rivoluzionaria sia quella dell'azione diretta, che congiunga gli aspetti teorici e pratici delle lotte che quindi non possono più essere singole rivendicazioni, ma che devono abbracciare ogni ambito oppressivo.

Tra i suoi ispiratori Molly Jane indica anche l'EZLN (l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e cita una frase paradigmatica del subcomandante Marcos, in cui si afferma che le idee sono strumenti potenti che possono essere usate per mutare radicalmente le condizioni attuali.

Un altro spunto importante per la riflessione e la prassi ecoliberazionista, viene dall'ecologia sociale e dall'ecovegfemminismo, che non sono direttamente citate nell'articolo di Molly Jane.

Come afferma Janet Biehl, pensatrice ecosociale, in queste fasi di peggioramento delle condizioni ambientali e di devastazione della natura gli Stati avanzano processo autoritari per reprimere la ribellione e per questo si deve essere pront* a non lasciarsi sopraffare. Si devono alzare le proprie voci per realizzare le sacche di resistenza, le aree di azione cooperativa, le comunità socio-ecologiche. Biehl considera tutto questo non una precondizione per una società liberata, ma la precondizione per la sopravvivenza, necessario per debellare il capitalismo nelle sue varie forme. Infatti il capitalismo ci spinge a credere di ottenere benefici emancipatori in forma di concessioni di pseudolibertà che hanno solo lo scopo di preservare se stesso e non di liberare le persone, la natura e gli animali.

È fondamentale, quindi. che si possano esprimere e diffondere i modi di realizzazione di un diverso rapporto tra umani, tra gli umani e la natura e gli animali. Ciò è possibile con prassi e teorie politiche, ma anche con scelte quotidiane in grado di rivoluzione la propria labile sicurezza ecologica.

Marti Kheel, suggerisce di rovesciare il patriarcato con una “forchetta” simbolo dello stravolgimento della logica fallologocarnea, Carol Adams e Melanie Bujok spingono affinché si riconoscano i legami tra gli sfruttamenti ambivalenti dei corpi delle donne e degli altro-da-umani. Josephine Donovan e Lisa Kammerer individuano l'alleanza tra femminismo e animalismo, invocando la sororanza tra specie. E ancora, Greta Gaard evoca ai movimenti una serie di elementi di giustizia sociale ineludibili per poter integrare le rivendicazioni politiche ed ecologiche alla luce di una critica serrata all'economia imperialista, al colonialismo culturale ed ecologico, e all'oppressione di genere e di specie. Alicia Puleo ricorda l'importanza della critica ecofemminista alla visione ecologista prevalente che è maschiocentrica. Così come Maria Mies, Claudia von Werlhof, Veronika Bennholdt-Thomsen, che denunciano la logica della colonizzazione delle donne da parte del potere maschile, auspicano una modalità sostenibile di convivenza sulla Terra, tra la natura e tra le specie, grazie a un'”economia” di sussistenza, che deve ripristinare i meccanismi arcaici e modernissimi del rispetto e della solidarietà.

Abili mani, umane e nonumane, stanno tessendo le sottili resistenze quotidiane, che corollano la vita di ognun*, in connessione reciproca, mutua, solidale, rifiutando l'egocentrismo individualista che ha danneggiato e danneggia la Terra e i suoi abitanti. Dobbiamo rileggere e riformulare le ipotesi evoluzioniste in una chiave ecolibertaria, per sfrondarle della vittoriana ed imperialista convinzione che tutto avviene per mera sopravvivenza, per semplice adattamento, per la legge della forza. Dobbiamo invece pensare e agire perché la nostra presenza qui ed ora sia la testimonianza delle moltitudini di vite che ci hanno preceduto e di quelle che ci succederanno, non vivendo nella prefigurazione del passaggio di testimone alle generazioni future, ma aderendo al rispetto della preziosità dell'esistente.

Sherilyn MacGregor sottolinea come lo stesso ecofemminismo debba riformulare le sue credenziali passando da un essenzialismo vitalista ad una politicizzazione orientata verso una “ecocittadinanza” che tenga conto della collettivizzazione delle necessità quotidiane, in cui non solo siano ripartiti ruoli e funzioni di genere, ma sia fortemente mantenuto il motto “il personale è politico” in cui ognun* si renda responsabile delle proprie azioni in termini di condizionamento della collettività, in cui la “cura” non è semplicemente una pratica etica, ma è l'insieme di tempo e risorse utilizzate per la sopravvivenza. Politicizzare quindi le pratiche della “cura” significa sia degenderizzarle, cioè farle agire concretamente da tutt* le persone, sia individuando le similitudini tra lo sfruttamento delle donne, della natura, degli animali altro-da-umani che il processo di “naturalizzazione” dei ruoli e delle discriminazioni che il capitalismo avanzato ha così ben incarnato, per debellarli e realizzare sempre più ampi spazi liberati.

 

Introduzione e traduzione di annalisa zabonati

 

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Biocentrismo, ecologia profonda, antioppressione, solidarietà = Eco-Liberazione!

Siamo sull'orlo del baratro tra esistenza e annientamento e il cataclisma dell'estinzione generale all'orizzonte, il tempo per le creature terrestri. Gli echi del collasso delle biodiversità causano una reazione a catena per ogni specie. Siamo coinvolti nell'ultimo anelito di un impero morente, scavando disperatamente per ottenere le ultime gocce di combustibile fossile, dragando, infustando e bruciando, celebrando la veglia funebre della distruzione che ha attanagliato la storia del mondo senza precedenti. L'acqua, la nostra fonte vitale, sta per essere completamente privatizzata. Le pipeline serpeggiano lungo tutti i continenti, gli impianti nucleari si fondono, le raffinerie esplodono, le cime delle montagne sono rimosse, il genocidio è il mezzo e la schiavitù globale è il fine.

Mentre un tempo i cieli si oscuravano per giorni al passaggio degli uccelli migratori, ora sono oscurati da colonne di fumo di miasmi ed estrazioni pericolose. La brutale militarizzazione delle multinazionali realizzata dal neoliberismo ci ha imprigionati a questo pianeta morente sotto la minaccia delle armi. Anche le nostre informazioni alternative non ci hanno salvato dal collasso inevitabile perpetrato dall'industrializzazione, mentre metà delle lingue del mondo muoiono sotto i nostri occhi. Il prodotto finale della nostra civiltà moderna è perciò il silenzio tombale.

Ma c'è speranza per le voci resilienti della nostra lotta, usando le parole del subcomandante Marcos: “Non dimentichiamo che anche le idee sono armi”.

Ed è tempo di affilare le nostre armi.

La radice greca della parola eco, significa casa e un ecosistema è definito come il complesso di relazioni tra gli esseri viventi. L'antico termine greco per libero è elitheros. La radice lither divenne liber in latino. Perciò, eco-liberazione è il processo di liberazione della nostra casa.

Il biocentrismo è un principio fondamentale di Earth First!, suddiviso in quattro colonne portanti:

1. gli umani e tutte le altre specie sono componenti della stessa comunità sulla Terra

2. tutte le specie sono parte di un sistema interdipendente

3. tutti gli organismi viventi perseguono il loro “benessere” con modi propri

4. gli esseri umani non sono superiori agli altri esseri viventi.

 

L'ecologia profonda è il corpus della teoria o della filosofia che emerge dal pensiero biocentrico, dato che tutti gli esseri viventi e gli ecosistemi hanno un valore intrinseco indipendentemente dalla loro utilità per i bisogni umani. Questa teoria afferma che il mondo naturale ha un equilibrio delicato basato su complesse interrelazioni in cui l'esistenza degli organismi dipende dall'esistenza di altri organismi presenti nell'ecosistema, e pertanto l'interferenza umana e la distruzione della natura sono una minaccia non solo per gli umani, ma per tutti gli esseri che costituiscono l'ordine naturale.

L'antioppressione è la prospettiva per coloro che cercano di riconoscere e decostruire le forme sistemiche, istituzionali e personali di privazione dell'autonomia, usate per condizionare gli/le altr*. Per esempio, la pratica antioppressiva nel campo del lavoro sociale è vista come un tentativo di conoscere gli elementi autoritari della società, dell'economia e della cultura, e rimuovere o rifiutare l'influenza di quell'oppressione è un tentativo per realizzare servizi e politiche gestite direttamente dalla gente che le usa. Allo stesso modo, esaminando i modelli di dominio all'interno del movimento possiamo iniziare a agire per ribilanciare gli squilibri di potere nelle nostre comunità di militant*. Utilizziamo la forza di ognun* riconoscendo le interconnessioni delle nostre lotte e al contempo approfondiamo la comprensione dei nostri ruoli, del potere e dei privilegi all'interno della società.

 La solidarietà per mettere a frutto l'incapacità a tollerare l'oltraggio violento alla nostra integrità nei ruoli di collaborator* passiv* o attiv* nell'oppressione degli altri esseri. Non è un atto di umiliazione, di carità dall'alto, ma un atto di unione tra alleati che combattono su terreni differenti per gli stessi obiettivi.

Come esseri senzienti della Terra, non siamo meri osservator* dei processi naturali, ma parte integrante di tutto ciò.

Siamo primati, siamo mammiferi, siamo animali.

Gli altri animali, le piante e le forze della natura ci forniscono informazioni su noi stess* e sul nostro posto, sulla nostra responsabilità e identità in relazione a loro. Nella costruzione sociale imperante basata sulla separazione e la supremazia, non riusciamo a riconoscerci in relazione agli altri esseri, e perciò non conosciamo noi stess*. Le popolazioni sono state derubata dei loro semi, delle loro terre, delle loro storie, dei loro sistemi.

 La nostra società industrializzata funziona sulla base del concetto di processo ricorsivo infinito. Le cose in cui ci imbattiamo e ci attraggono nel nostro mondo “civilizzato” sono:

1. gli altri umani, oppure

2. cose create dagli umani (come ad esempio costruzioni, città, culture popolari, filosofie, lingue moderne, scienze, etc.).

Immaginiamoci davanti a uno specchio, con un secondo specchio alle nostre spalle. Vedremo il riflesso di un riflesso di un riflesso di un riflesso, fino al limite della nostra capacità percettiva. E accadono molte cose strane in questi ricorsi infiniti...piccoli cambiamenti, micro-movimenti che si amplificano in questa sequenza circolare.

In natura, dal livello molecolare alla galassia, le piccole interazioni tra molti esseri danno vita a una complessità e ad una forza emergenti, a un caos espansivo e vitale, ad una rete di sempre più complicate e intrecciate serie di relazioni interconnesse: 4,6 miliardi di anni di evoluzione. La vita.

 Piccoli cambiamenti in strutture infinite ed eternamente riflettenti creano una complessità similare, ma su scala sempre più ineffabile. La mutazione equivale al processo cancerogeno delle cellule del corpo. Omogeneità. Odio per noi stessi. Uccisione di ciò che ci dà la vita.

La considerazione misantropica dell'umanità come patologia infestante della Terra, sfortunatamente comune anche nel dialogo ambientalista radicale, non è la posizione visionaria del biocentrismo o dell'ecologia profonda, ma è una posizione reazionaria di un sistema di indottrinamento di una concezione “noi/loro” della nostra realtà verso gli altri esseri. Allo stesso modo dobbiamo demolire gli steccati, i confini e i muri per politicizzare la sacralità del luogo, così da rompere lo specchio dietro di noi in infiniti circuiti di realtà supposte.

Dobbiamo amare quello per cui combattiamo. Dobbiamo amare noi stess* per amare qualsiasi cosa, e per amarci dobbiamo conoscerci. Inoltre, per vincere dobbiamo vedere noi stessi nelle vite altrui, e vedere le loro in noi.

 Dobbiamo anche pensare che le ineguaglianze sociali sono una forma di squilibrio ecologico. Lo sfruttamento è sempre lo sfruttamento di una risorsa. Potenzialmente la prima risorsa che si dovrebbe rimuovere dalla catena del mercato imperialista per ridarla alla rete della vita e fermare l'industrialismo, è il lavoro umano. Uno degli esempi storici più dolorosi ed eclatanti è la tratta transatlantica degli schiavi, che strappava industrialmente la gente dalla loro terra, dalla loro cultura, dalla loro lingua per distruggere l'ecosistema più velocemente.

 La decolonizzazione non è una metafora. L'antioppressione, la solidarietà indigena e la liberazione collettiva non sono i temi principali di questo numero del giornale (Earth First! - NdT), ma sono il cardine da cui far evolvere la strategia del movimento.

 Ma lo dobbiamo fare consapevolmente, perché l'industrializzazione e la colonizzazione sono state realizzate in un intreccio pernicioso di coloni-nativi-schiavi. Persino i desideri di decolonizzazione dei bianchi, dei non-bianchi, degli immigrati, delle persone postcoloniali e oppresse, possono essere connesse nella rioccupazione, riabitazione e ristabilimento che rinforzano il maledetto sistema fascista in cui siamo coinvolti tutt*!

 Bruceremo le flebili illusioni di questo assurdo gioco o continueremo a giocare e a perdere?

 La prassi si definisce come teoria, o idea, in azione. Dato che la nostra teoria è l'azione diretta, dobbiamo continuare a muoverci verso alleanze e fusioni potenzialmente significative dati gli sforzi comuni. Dobbiamo usare la forza che sappiamo avere nei nostri cuori e nelle nostre menti per fermare la macchina che ci sta distruggendo, connettendo i punti tra la guerra alla dignità umana e il collasso ecologico, per attaccare i comuni oppressori. Non abbiamo scelta. Tutta la Terra e i suoi abitanti sono in pericolo se non potremo o non vorremo prendere questa decisione.

 Sfidiamo tutto! Decolonizziamo tutto! Il tempo dell'orologio del mondo ci dice di unire gli scopi di tutti gli esseri viventi del pianeta, e di fermare la fine della storia! Affiliamo le armi del biocentrismo, dell'antioppressione, dell'ecologia profonda e della solidarietà. Eco-Liberazione! Earth First!

 

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 L'autrice (Molly Jane) riconosce idee, saperi e ispirazioni per la stesura di questo articolo a* seguenti pensator*/movimenti: Movement Generation, Catalyst Poject, EZLN - Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Critical resistance, Grace Lee Boggs, Idle No More, Communities for a Better Environment e molt* altr* nella lotta di classe.

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fonte originale

http://earthfirstjournal.org/journal/brigid-2013/eco-liberation-the-renewal-of-radical-environmentalism/


Pubblicato in Articoli
Lunedì, 25 Novembre 2013 13:57

Animalizzare per opprimere - di Egon Botteghi

Il giorno 15 Novembre, a Catania, presso lo spazio "Scenario pubblico", si è svolto l'evento "Liberiamoci", organizzato dall'associazione Liberation (http://www.liberaction.org/). Il focus della serata era il sessismo, ed in quella occasione, davanti ad un pubblico per la maggioranza non vegan, si è cercato di fare la connessione tra questo tema e la liberazione degli animali non umani. Questo di seguito è la parte in cui si è richiamato lo studio di C.Adams (vedi anche http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=165:lo-stupro-degli-animali-la-macellazione-delle-donne-carol-j-adams)

TESTO DELL'INTERVENTO:

Le immagini dello sfruttamento della donna nel marketing pubblicitario culminano spesso nell'accostamento esplicito tra i “pezzi” di donna senza volto e i “pezzi” di animale di cui normalmente, nella nostra società, ci cibiamo (a meno di non essere vegano come il sottoscritto).

La donna viene quindi ridotta in cibo, pronta per essere divorata e masticata dall'acquirente maschio.

Questo ci riporta al lavoro di una studiosa femminista statunitense, Carol J. Adams, i cui libri analizzano i collegamenti tra l'oppressione delle donne ed i diritti degli animali.
In particolare, in un libro del 1990, The sexual politics of Meat, Adams descrive due concetti, il “referente assente” ed il ciclo “Oggettivazione-frammentazione-consumo”, che tornano molto utile nell'analisi del linguaggio pubblicitario che deteriora l'immagine della donna.
Il “referente assente” è in atto quando un essere vivente, presente nel discorso e nella situazione reale, viene reso assente attraverso il linguaggio che lo rinomina, facendolo scomparire alla vista ed al pensiero e quindi alla coscienza.
Gli animali di cui ci si nutre vengono resi assenti, nella loro realtà di corpi interi appartenenti ad individui senzienti, attraverso il linguaggio che rinomina le loro parti e le spersonalizza (bistecca, salsiccia, fettina, arrosto), prima che il consumatore se ne alimenti, così come il linguaggio pubblicitario fa a pezzi e rinomina il corpo della donna, rendendo, come si diceva, la donna nella sua interezza di individuo pensante e volitivo, assente e divorabile per il consumatore maschio.
Il fatto che la donna nella pubblicità sia sovrapposta agli animali, fa emergere chiaramente una struttura base dell'oppressione patriarcale, che ha il suo fondamento nell'oppressione sugli animali non umani, secondo il ciclo individuato da Adams di “oggettivazione-frammentazione (smembramento)-consumo”.
Infatti, quando il soggetto vivente viene oggettivato, reificato, ridotto a cosa inanimata, privo di sentimenti, capacità di provare dolore o di volere qualcosa per sé, l'oppressore (non per niente detto anche carne-fice) viene sollevato da ogni questione morale, da ogni possibilità di provare empatia per la vittima.
L'animale per essere reso carne dal carne-fice, viene oggettivato, viene abbassato di livello e inserito nel regno dell'esistente, per essere sfruttato ed ucciso - gli animali da produzione vengono equiparati a macchine biologiche per produrre proteine. Altrettanto, la donna, nella società patriarcale, viene animalizzata, ridotta a scrofa, vacca, gallina, oca, per essere resa merce di scambio, di consumo e di riproduzione di prole.
Questo meccanismo è in atto in tutti gli sfruttamenti intra-specifici tra gli umani.
Per giustificare l'annientamento, lo sfruttamento, la privazione dei diritti di una categoria di esseri umani da parte di un'altra, la prima viene animalizzata, ridotta al livello animale (ad es.: gli ebrei per i nazisti erano topi, i neri per i razzisti scimmie, come recentemente testimoniato dalle vergognose dichiarazioni di un nostro “politico” che, riferendosi alla ministra per le pari opportunità Kienge ha affermato “Ogni volta che la vedo non riesco a non pensare ad un orango”).
Si delinea in questo modo la piramide valoriale tipica della nostra società antropocentrica-patriarcale e classista, che vede l'essere umano bianco maschio, eterosessuale e possidente al vertice, al posto di comando, e sotto tutti gli altri, fino alla base occupata dagli animali non umani, che fungono da paradigma (ed anche da palestra) per tutte le oppressioni tra gli umani.
Questo tipo di visione piramidale è quella che l'antispecismo (lo “specismo” è un altro vocabolo nato negli anni '70 negli Stati Uniti sulla falsariga del razzismo) vuole combattere e questo lo lega al femminismo (ci sono moltissime autrici femministe-antispeciste e animaliste).
Molte femministe pensano che sia il sessismo la matrice di tutte le oppressioni: se tutte loro facessero un ulteriore passaggio e vedessero all'opera l'animalizzazione della donna e prima ancora l'oggettivazione dell'animale, chiuderebbero il cerchio e si salderebbe definitivamente la lotta femminista a quella antispecista contro il patriarcato, come Adams auspica.


Pubblicato in Spunti di Riflessione

L'offensiva della Agrosuper contro gli attivisti di EligeVeganismo

(Fonte: AnimalEquality)

Cile
Gli attivisti di EligeVeganismo sono stati colpiti dall'allevamento di maiali Agrosuper, oggetto dell'ultima investigazione dell'organizzazione cilena. Il personale di sicurezza dell'allevamento ha intimidito, spaventato e accusato gli attivisti per ripulire l'immagine, ormai compromessa, dell'azienda, dopo che la realtà di cui è responsabile per migliaia di animali è stata svelata.

I proprietari dell'allevamento di maiali Agrosuper, a Freirina, in Cile, non hanno gradito il lavoro svolto da EligeVeganismo ed è per questo che, nel periodo successivo all'investigazione, hanno pesantemente e ripetutamente colpito gli attivisti.

Riteniamo importante diffondere la nota pubblicata dall'organizzazione cilena (tradotta in italiano) e invitiamo voi tutti a fare altrettanto. L'opinione pubblica deve essere informata su quello che accade agli animali, e anche sulle ripercussioni a cui vanno incontro gli attivisti, per mano di coloro che sfruttano e che vogliono tener nascosto ciò che fanno, a qualsiasi prezzo.


 

Comunicato di EligeVeganismo

Dopo alcune settimane dalla presentazione all'opinione pubblica dell'investigazione realizzata dalla nostra organizzazione sull'allevamento di maiali Agrosuper www.CerdosEsclavos.org, sono arrivati i primi risultati legati al materiale raccolto. Tuttavia ciò che hanno subito molti attivisti nel periodo successivo, è stato fuori luogo e di cattivo gusto.

Vogliamo far sapere a tutti quanti cosa sono capaci di fare i potenti allevatori dell'America Latina se la realtà di cui sono responsabili viene alla luce. Vi preghiamo di condividere il contenuto di questa nota. Quello che è accaduto non è solo un attacco alla nostra organizzazione, ma all'intero movimento per i diritti animali che proprio in virtù della sua forza, è vittima della violenza di coloro che vedono minacciati i propri interessi e la propria immagine.

Il 20 di ottobre è partita la persecuzione da parte di Agrosuper: viene emesso un mandato di arresto per 5 attivisti del team investigativo di EligeVeganismo. Inizialmente si parla solo di violazione della proprietà privata ma successivamente compaiono delle brecce nelle reti dell'allevamento e gli attivisti vengono accusati di aver provocato i tagli con delle forbici. Tale accusa è stata poi smentita poiché le autorità hanno perquisito la macchina degli attivisti senza trovare alcuna prova a sostegno di quanto affermato.
I 5 attivisti erano trattenuti presso la stazione di polizia quando alcuni dipendenti dell'Agrosuper si sono presentati con un paio di forbici, alludendo al fatto che rappresentassero una prova.
L'accusa era ridicola, gli attivisti sono passati dalla macchina (che era stata attentamente perquisita) alla stazione di polizia sotto gli occhi delle autorità e lì sono rimasti per ore, fino a quando il pubblico ministero non ha stabilito il rilascio immediato.

L'arresto era ingiustificato, ma poteva essere una misura cautelativa.
Quanto è accaduto successivamente supera di gran lunga ciò che è stato appena descritto.

Durante la preparazione per la Giornata Internazionale per i Diritti Animali, alcuni attivisti sono stati avvicinati, mentre erano in auto, dal personale di sicurezza dell'Agrosuper che richiedeva alcuni dati, pur non avendo alcuna autorizzazione. Gli attivisti collaborano e rispondono.
Nonostante ripetessero che era una procedura di routine e che le persone potevano porre termine al colloquio in qualsiasi momento, le continue telefonate e l'arrivo sul posto di due furgoni hanno spinto gli attivisti ad allontanarsi per non rischiare di incorrere in problemi, di fronte ad una situazione che si stava facendo tesa.

Dopo aver tentato di impedire all'auto degli attivisti di allontanarsi, i mezzi della Agrosuper si sono lanciati all'inseguimento, speronandola e e colpendola ripetutamente, nel tentativo di farla uscire di strada. Fortunatamente nell'incidente non ci sono stati feriti gravi.

Sapendo che la nostra vita era in pericolo, e volendo evitare di peggiorare ulteriormente la situazione abbiamo deciso di fermarci. Gli uomini scesi da una delle macchine che ci inseguiva, si sono avvicinati armati intimandoci di scendere dal veicolo. Durante la discussione che ha avuto luogo ci siamo premurati di informare gli altri attivisti sul luogo in cui ci trovavamo. Dopo alcuni minuti, insulti e minacce, da una delle radio dei furgoni si è sentito un messaggio "Lasciateli andare e ditegli di non tornare più qui". Uno degli uomini ci ha ripetuto queste parole e poi sono tutti  riusciti a scappare.

Ciò che gli attivisti hanno dovuto affrontare nelle ultime settimane ha fortemente limitato la loro libertà. Le investigazioni che sono state realizzate hanno avuto forti ripercussioni nella società e questo costringe gli allevamenti come la Agrosuper a investire miliardi di dollari in sicurezza - o in semplice bullismo - per evitare che l'opinione pubblica venga informata su quello che accade agli animali. I dipendenti della Agrosuper hanno attaccato i nostri attivisti nel modo più vile, incolpandoli di gesti non in linea con il lavoro e il pensiero di EligeVeganismo, spaventandoli e intimidendoli. La pubblicità degli allevamenti mostra luoghi felici e solo le investigazioni possono portare alla luce una realtà che è ben diversa.

Abbiamo deciso di raccontare ciò che ci è accaduto per due motivi: in primo luogo per riaffermare il nostro impegno e condividere quello che accade agli animali, vittime inermi di questa situazione, sapendo che là fuori c'è una realtà da combattere che è ancora più difficile di quanto pensassimo, mentre noi viviamo nel silenzio. Se la affrontiamo oggi, avremo una speranza: loro non potranno mai difendersi da soli. In secondo luogo per informare la società in generale, e gli attivisti in particolare, sull'operato di chi detiene il potere e opprime gli animali in questo paese, disposto ad investire enormi risorse e, se necessario a dispensare violenza, pur di difendere la propria immagine qualora venga minacciata.

Condividete questa nota. Non lasciate che quello che vi abbiamo raccontato cada nel dimenticatoio perché questo significherebbe che il potere può mettere a tacere le voci che lavorano in difesa degli animali. Siamo in tanti a lottare per la vita e la libertà di milioni di animali, possiamo unirci, collaborare e aiutarci per portare allo scoperto il vero volto dei luoghi di sfruttamento, come è stato fatto per la Agrosuper. Storie come questa e immagini come quelle che vi mostriamo sono cose che nessuno di noi vorrebbe mai vedere.

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Le proteste degli "indignados" in Spagna e altri Movimenti: Io ho un sogno

di Eva Melodia 


Questo video, come altri che girano liberi dalle catene del mainstream, mi fanno sentire il brivido del risveglio, quello di un fresco mattino di ottobre, dopo un lungo sonno quasi sedato.

Per questo io sogno, quasi sempre, dopo aver assistito ad un atto di resistenza, come ad una rivolta, mossa per ragioni che non posso fare altro che sostenere.

Sogno che tutto ciò sia contagioso, non si fermi, valichi i confini e arrivi, partendo proprio dal mondo ricco e privilegiato, ad incoraggiare alla rivolta quello sfruttato nel silenzio dei secoli, l’Africa, l’Oriente miserabile, talmente assuefatti alla propria schiavitù da non conoscere le ragioni della ribellione, o peggio, talmente spossati dalla lotta per la semplice sopravvivenza, da non avere la forza (né una durata della vita sufficiente) per ribellarsi.

Questo è un sogno lucido.

Penso infatti che se mai l’umanità invertirà la rotta davvero, potrà essere solo per la reazione di chi decide di rinunciare ai propri privilegi nel nome della condivisione di diritti fondamentali con una moltitudine sempre più vasta di volti e musi ignoti, dunque, solo quando l’Occidente agiato ed il suo popolo che fino a poco tempo fa si trastullava di vantaggi nati dallo sfruttamento del resto dei viventi sul pianeta, si siederà per non alzarsi fino al cambiamento, resistendo sì contro le banche che hanno dapprima scalato la loro vita per poi sputarci sopra, ma anche contro l’intero sistema della piramide e non tollereranno più che nessuno, sia esso straniero, diverso, di altro colore o specie, lontano, od incomprensibile, debba patire e rinunciare al proprio libero battito d’ali.

Per questo e sempre per questo, guardo con passione ai movimenti che si stanno sollevando.

Ognuno porta avanti incredibilemente quasi le stesse idee, sviluppatesi con infinita velocità circa nella stessa direzione, così capaci di imparare dagli altri e di guardare oltre lo scoraggiante nubifragio sociale che sta investendo tutti.

Quello che ancora non so, è se questi movimenti matureranno per tempo le ragioni e la determinazione di non scendere a compromessi, lottando fino a che avranno l’onesta capacità di vedere che c’è ancora qualcuno in ginocchio, o un germe malato in grado di rigenerare una piramide.

Sento allora la presenza di antispecismo che, come un soffio ancora leggero, entra nel cuore di questi movimenti e per quanto giovane, riesce comunque a sfibrare le spesse corde con cui tutte le rivoluzioni si sono poi impiccate, determinate dal settarismo che vede il popolo ribelle lottare solo per se stesso, convinto dei propri esclusivi diritti, ma presto pronto a negarlo ad altri.

Se queste corde verranno assotigliate tanto da fare sì che nessun lamento rimanga inascoltato, che non ci siano schiavi per quanto lontani ad essere dimenticati, né tanto meno animali resi indifesi e silenti, prigionieri e in agonia, ad essere esclusi dall’occhio avaro della misera ricerca del proprio benessere o ripristino di vantaggio immediato, allora sì, sono certa che il sogno è già realtà: la rivoluzione è davvero cominciata e non si fermerà.

Il Movimento Indignados: Come si è organizzato.

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Il Mondo è Paese

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Le proteste represse e negate dalla stampa

REPRESSIONE IN SPAGNA 

Repressione 

proteste 

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ADESSO BASTA: DA CHE PARTE STAI?

di Barbara X

Con le ultime manifestazioni di protesta animaliste sono venuti al pettine quei nodi politici che già hanno avuto modo di presentarsi in altri ambiti del movimento antagonista.

E' del tutto evidente che negli ultimi anni un numero sempre più crescente di attivisti ha optato per il taglio “apolitico” di molte manifestazioni e cortei; ciò si rileva soprattutto in sede di divulgazione degli eventi, quando sembra quasi che gli organizzatori degli stessi (sicuramente al solo scopo di far numero, dunque in apparente buona fede) si affannino nel sottolineare la loro estraneità a qualsiasi schieramento politico.

Questa volontà è in realtà figlia di un deleterio atteggiamento molto in voga da almeno vent'anni: i burattinai e i governi più o meno sotterranei di questa società hanno operato per dirigere l'opinione della gente verso una docile, gestibile e pacifica apoliticità, verso una finta democrazia che -altrettanto per finta- si porrebbe come scopo quello di lasciar spazio e libertà a tutti (tranne che al pensiero...).

Il frutto immediato di tale speciosa operazione è un fair-play deteriore che nulla c'entra con la non-violenza, la tolleranza, il pacifismo, la democrazia. Anzi, questo forzato e bislacco “tutti-assieme-appassionatamente” ha fatto sì che aumentassero le tensioni sociali e le violenze, e che molti dei termini e dei punti di riferimento utilizzati fino a qualche anno fa finissero in un confuso archivio sociale dei tabù e dell'impronunciabile: impegno, ideologia, compagno/a...

I gerarchi degli odierni movimenti nazifascisti hanno compreso che il diffuso dissolvimento dell'appartenenza politica, l'idiosincrasia per lo schierarsi e la conseguente assenza di terreno sotto i piedi di moltissimi, è linfa per i loro progetti, e ovviamente si affrettano ad assicurare che destra e sinistra non esistono più: ma quante volte abbiamo sentito persone comuni e attivisti per i diritti umani e animali ripetere la medesima affermazione?

Ironia della sorte, il rifuggire quei poli dialettici ha purtroppo originato una società quasi completamente di destra, ove naturalmente gli apolitici sono in numero elevatissimo. Ecco perché essi son da considerarsi a tutti gli effetti individui di destra.

Ed è per assecondare costoro, cioè il sentire comune, che si è smarrita la sana abitudine di mettere in chiaro le cose prima; la brama di quieto (e insulso) vivere degli apolitici impone a molti attivisti l'accettazione di ambigui personaggi che fino a pochi anni fa sarebbero stati cacciati da certi contesti: non certo con violenza, ma con determinazione, quello sì.

E' questa determinazione che manca oggi, una mancanza di rigore intellettivo (inteso come capacità di discernere) e di intransigenza che immancabilmente si ripercuote anche sugli antispecisti che indicono la manifestazione. Un buon numero di questi si professano anarchici, ma in realtà utilizzano questa etichetta solo per mascherare il proprio essere apolitici, quando invece essere anarchici ha dei precisi ed intensi significati politici.

E ancora: quale futuro può mai avere un gruppo, un movimento di protesta, se al proprio interno è più forte e sentita la spinta anticomunista di quella antifascista?

Molti attivisti, soprattutto i più giovani, vedono soltanto una confusa contrapposizione che si perde nelle nebbie di un passato lontano; annoiati e irritati, esclamano: “Ma basta con destra e sinistra, comunisti e fascisti, fascismo e antifascismo!”; in realtà essi si esprimono così perché non hanno (o non possono avere) una memoria storica, una coscienza storica, sicché non si sono accorti che il crollo del muro di Berlino altro non è stato che un pretesto per erigerne un altro, di muro, ben più alto e spesso, un muro che spezza in due la linea del tempo e della storia, e che ha lasciato in eredità a chi si è formato in anni recenti un anticomunismo viscerale e un antifascismo da operetta.

L'antifascismo è invece un valore fondamentale della democrazia, una pratica quotidiana che funge da spartiacque ideologico: la democrazia è antifascista per definizione.

Quegli antispecisti che nei comunicati (sia di presentazione a un corteo che di commento allo stesso) non fanno menzione del termine antifascismo, forse senza saperlo e contrariamente a ciò che pensano, si danno una ben precisa connotazione politica. E quando nei comunicati di chiamata a una manifestazione si insiste quasi ossessivamente sul fatto che non vi debba essere alcun simbolo politico e di partito, e non si specifica nemmeno la propria adesione incondizionata all'antifascismo, si spalancano le porte a una moltitudine di apolitici, che, come si è visto in più di un'occasione, non si preoccupano nemmeno più di celare i loro, di simboli (fiamme varie, celtiche assortite, ecc.).

Non si è voluto far nulla quando si sarebbe potuto: perché allora lamentarsi oggi dei danni causati da chi doveva essere allontanato a suo tempo da certi contesti?

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Puntiamo l'attezione su un articolo uscito su GeaPress dal titolo "Estremismo animalista – arresti in Europa".

 



Animalismo uguale estremismo

I titoli delle notizie, si sa, sono icastici, indicando in modo diretto il tema della notizia e cercando di sedurre per portare a   leggere le informazioni contenute. Ma questa precisione utilizza delle parole che hanno valenze emozionali e che suscitano pertanto reazioni positive o negative alla notizia presentata.
Nel caso qui considerato ciò che attira l'attenzione non è la notizia in sé, ma la presentazione dell'informazione. Vale a dire che, seppure la notizia allerti gli/le attivisti/e per la realizzazione del disegno repressivo nei confronti di tutte le dissidenze che si sta perpetrando in ogni dove nel mondo – come in vari dossier Interpol si prefigura – è l'incipit ad ispirare irritazione. Il fastidio che si può provare quando una sacrosanta indignazione e un'azione politica di liberazione è sinteticamente assunta come una imprecisa esternazione di estremismo.
Gli/le attivisti/e non sono così presentati/e come coloro che politicamente agiscono in difesa degli altro-da-umani, ma come dei neutri arrestati, che sono accusati di reati. Lo sconcerto poi si amplifica quando questa “agenzia” è battuta da Geapress che dovrebbe, è d'obbligo il condizionale, avere una certa sensibilità editoriale proprio sui temi dell'ambiente, degli altro-da-umani e su ogni questione sia inerente a tutto ciò.
L'immaginario collettivo è così educato a considerare estremismo ogni azione e pensiero degli/delle attivisti/e che agiscono in nome della liberazione animale. Ciò non solo non giova all'animalismo in sé, ma soprattutto non tiene in considerazione la reale portata del pensiero politico liberazionista. Seppure il termine estremismo sia nei dizionari indicato come sinonimo di radicalità è però nel senso comune individuato come una posizione intransigente che mal si sposa con l'analisi radicale
che invece presuppone flessibilità, disponibilità, critica ma soprattutto autocritica. Per questo è ambiguo il suo uso e soprattutto è discutibile la mancata definizione degli/delle attivisti/e arrestati e indagati come appunto soggetti politici radicali del movimento di liberazione animale.

Esprimiamo la nostra solidarietà ai/alle compagni/e attivisti/e arrestati e indagati in questa azione di polizia contro la liberazione animale.
Antispecismo.Net 

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Giovedì, 17 Maggio 2012 00:00

E Aspecismo sarà - di Eva Melodia

E Aspecismo sarà

di Eva Melodia
 

Quando qualcuno mi dice di sapere cos’è l’antispecismo, con convinta espressione del viso di chi ha tutto chiaro e pensa anche di sapertelo spiegare velocemente, ecco, di solito molto semplicemente non gli credo.
Soprattutto poi, quando percepisco che a tale sostantivo viene attribuita una qualche precisa forma identitaria, mi riempio di bolle, quelle dell’allergia.
Trovo infatti quanto meno improbabile che l’opposizione (anti) ad un fenomeno multi-millenario (lo specismo), pluriculturale, variegato, stratificato, spesso occulto e subdolo quanto specializzato rispetto al diverso oggetto/soggetto su cui si articola, possa rispondere ad una qualche entità statica, semplice, sintetica, cui i singoli individui umani dovrebbero riferirsi diventandone emblema attraverso l’adesione ad un comportamento preciso e ben stirato: una divisa insomma.
Nella tentazione di dire “L’antispecismo è questo” ci sono cascata anche io, e più volte. Dopo diversi anni però, devo essere onesta e dire che ciò che talvolta mi è sembrato di incastonare perfettamente come una pietra intagliata nel suo anello, mi è poi anche (e ben più spesso!!) toccato metterlo in discussione ricadendo periodicamente nella stratosfera dei dubbi, dei forse, dei ma: il tempo passato con la sensazione di avere tra le mani la chiarezza dell’oggetto reale, di essere in contatto con una teoria del tutto valida, o di avere aderito ad una prassi perfettamente efficace, è di fatto davvero quasi nullo.

 

L’aspecismo che non ci appartiene

Ciò che sappiamo dell’antispecismo, grazie agli infiniti sforzi sia di chi usa la testa, come di chi agisce sperimentando, è che si tratta genericamente dell’adesione ad un ideale di competizione con il suo antagonista, lo specismo, costituendo modelli sociopolitici “a-specisti”. Ecco tutto.
Ogni volta che si prova a restringere l’ambito di questa affermazione che in effetti è una maglia molto larga, si rischia di cadere sia nell’odiosa perdita di tempo in cui si confondono i mezzi e i fini, sia in una delirante lotta moralista che cerca di stabilire chi indossa la divisa stirata meglio.
Chiunque si definisca con entusiasmo (piuttosto che a denti stretti) “antispecista”, allo stato attuale non può in nessuna maniera davvero moralizzare altri rispetto alla perfezione della propria divisa, qualsiasi essa sia: nessuno di noi è davvero a-specista, poiché siamo calati in un sistema talmente specista tale per cui solo i mai vissuti possono sentirsi liberi dalle prassi di oppressione.
La verità è che il primario interesse di chi si oppone allo specismo dovrebbe essere riconoscere di esservi completamente intinto e lottare per crearsi una possibilità reale di emancipazione totale da esso.

L’aspecismo, dobbiamo tenerlo sempre presente, non ci appartiene storicamente da infinito tempo. Possiamo dire che non lo conosciamo, non ci è quindi davvero possibile andare oltre le fantasticherie su come sarebbe il mondo senza questo caposaldo della cultura umana eppure, lo stesso, si cerca di restringere la maglia rispetto al definire cosa comporti l’emancipazione dallo specismo, chi è dentro e chi è fuori dal magnifico mondo della perfezione, mandando in tilt completamente il poco reale anti-specismo esistente, ovvero la poca forza che in una maniera o nell’altra si oppone e contrappone allo specismo.

 

Veganesimo e aspecismo

Il primo bug delle attuali logiche che si spacciano per “perfettoantispecismo”, è la sovrapposizione ontologica tra veganismo (quello perfetto appunto, sia mai che ci si ingolli anche un “E89646211”) e aspecismo (confusionariamente identificato anche in questo caso come antispecismo), come se essere vegan comportasse davvero una ideale estraneità dalla realtà sistemica specista. Ovviamente questo non è vero. L’assenza di consumo di derivati animali, anche quella più raffinata ed affinata da ricerca nanometrica dei derivati animali nei prodotti di consumo, non implica purtroppo l’essere davvero consapevolmente o inconsapevolmente estranei all’oppressione ed al dominio degli altri-da-umano.
La grande macchina specista ci rende parte della fonte di energia che la attiva in quelli che sono i suoi comportamenti programmati, cioè oppressione e dominio. Ciascuno di noi limitandosi al veganesimo, salvo trasferimento su Marte, partecipa ed alimenta esattamente quale fonte di energia, senza interferire realmente né sul comportamento né sulla programmazione della macchina ed è per questo che ormai, a parer mio lecitamente, si evince che essere vegan non basta. Di sicuro non basta per poter redarguire altri dall’alto dei cieli in termini morali, ma sopratutto non basta per dirsi utili ed interessati alla liberazione delle vittime di dominio e oppressione. Serve invece opporsi (anti) agli ingranaggi della macchina, lavorando in maniera determinata per interferire con essa, modificarne i comportamenti, riprogrammarla e renderla aspecista: serve l’anti-specismo.

 

L’antispecismo e la divisa unica

Stabilito che non è il veganesimo la perla perfetta, non corrispondendo in se stesso all’antispecismo, né tanto meno corrispondendo completamente allo scopo dell’antispecismo quindi l’aspecismo, possiamo affermare che il veganesimo è una pratica coerente con l’intenzione anti-specista (perché comunque blandamente si oppone attraverso un cambio di consumi che influenza minimamente le economie), e coerente con la permanenza su questa terra in maniera parzialmente aspecista.
Come già detto, l’emancipazione personale dallo specismo dipende dalla possibilità reale di emanciparsi come individui, il che è fattibile solo o estraniandosi completamente dal sistema (dicevamo andando su Marte), oppure agendo sul sistema fino a renderlo compatibile con l’emancipazione dell’individuo, di fatto rendendo il sistema non solo aspecista, ma anti-specista.
L’intenzione di agire sul sistema e di opporsi al modello esistente è intenzione politica, e per quanto si possa discutere e litigarsi la prassi politica che meglio e prima porta all’ obbiettivo (ricordandoci che è l’aspecismo, non la moralità assoluta, non il veganesimo, non la liberazione di quella classe di individui o quell’altra), è di fatto identica in tutti coloro che la esprimono attraverso le loro azioni. Anti-specista è perciò, chiunque si opponga e agisca politicamente per interferire con le prassi del sistema-specismo e riprogrammarne i comportamenti, indipendentemente da quanto si possa dimostrarne l’efficienza o meno rispetto al tanto bramato sogno di liberazione per tutti.
La divisa unica, quella che in molti cercano di disegnare per poi deprecare quella altrui, finisce con lo scadere in un moralismo fuorviante, a scapito di una comunicazione chiara e puntuale verso coloro che all’antispecismo si avvicinano.

 

Il veganesimo: un punto qualsiasi di una retta che va dall’intenzione, all’aspecismo.

A questo punto potremmo chiederci se nasce prima l’uovo o la gallina. Nasce prima l’intenzione di opporsi al sistema che ingenera specismo o l’azione che si oppone in qualsiasi modo? E quando sbandieriamo moralità a piene mani, cosa stiamo affermando che dovrebbe nascere prima, l’intenzione o l’azione?
La domanda è ovviamente retorica (poiché salvo totale appiattimento dell’encefalogramma, l’azione segue di norma una qualsiasi intenzione), ma solo certificando l’idea per cui gli individui umani assumono comportamenti specisti non per istinto, bensì per ciò che chiamiamo “cultura”.
Tutti convinti che la nascita dell’intenzione preceda l’azione in generale, siamo anche convinti che nel caso dell’antispecismo, l’intenzione debba seguire una precisa linea temporale divenendo azione in termini di scelta etica (di consumo) e successivamente azione politica, o caso mai avere nascita contemporanea.
Sebbene di norma sia possibile giudicare la moralità altrui attraverso le sue intenzioni, - non potremmo fare altro visto che la moralità appartiene all’esercizio dell’intelletto e non alle semplici movenze del corpo -, la maggior parte dei gruppi che si definiscono antispecisti, non accolgono coloro che ancora non hanno fatto la scelta di consumo etico - quella perfetta o quasi - che si chiama veganesimo, anche se fossero già in corso intenzioni e azioni politiche anti-speciste di notevole rilievo e impegno.
Come a dire che in questo caso più che l’anti-specismo, conta l’a-specismo, cioè una sua espressione parziale: conta più quanto sei già eventualmente giunto alla mèta - quella meta personale che riguarda solo il consumo -, anziché quanto intendi agire (ed agisci) per giungere davvero a quella che può intendersi come una vera liberazione dallo specismo.

Il veganesimo non corrisponde alla méta che è l’aspecismo - e che solo una vera intenzione politica anti-specista potrà forse un giorno realizzare - eppure, sovrapponendosi e confondendosi, il veganesimo diventa il requisito minimo perché l’intenzione di opposizione allo specismo venga legittimata, si possa parlare di antispecismo e si venga accolti nei gruppi che si propongono come oppositori. Tutto questo, dimentichi forse di tutto quel mondo infinito di realtà nel globo dove lo specismo è tale per cui il veganesimo non è assolutamente possibile nell’immediato, dove parlarne allo stato attuale sarebbe ridicolo, e dove con questa logica diventa irrazionale e assurdo parlare pure di anti-specismo, cioè di come eventualmente avviarsi verso i cambiamenti che rendano lo stesso veganesimo prima o poi attuabile.

L’intenzione anti-specista nasce a monte di una qualsiasi azione e può benissimo nascere dando il via a molte azioni anti-speciste senza per forza far sì che la prima sia proprio quella scelta di consumo detta veganesimo poiché, mentre il veganesimo non necessariamente implica l’intenzione di opporsi allo specismo ed ai suoi sempre più grossi esoscheletri, l’anti-specismo è un percorso fatto di azioni di opposizione ad oppressione e dominio dell’alterità (propriamente chiamata specie ) che nasce da una intenzione e di cui la scelta di consumo - più o meno radicale - non è un punto di arrivo, ma solo una x in un qualsiasi punto di una retta o meglio, di un sentiero a zig zag e saliscendi.

 

Antispecismo è liberazione

Il rischio che declassare il veganesimo da “requisito minimo e necessario” a “pratica aspecista variabilmente antispecista” elevi alla nobile casata antispecista anche tutto quel mondo "animal-affine" che si prodiga in iniziative e spende tempo a fiumi, senza però modificare nulla del proprio approccio a costrutti specisti quali “carne” o “derivato animale”, semplicemente non esiste.
E’ infatti il concetto di liberazione a fare la differenza, il quale, sempre nei pressi dell’intenzione (cioè dell’origine dell’azione) specializza quest’ultima rendendola “intenzione di liberare” e rappresenta ciò che pone la differenza tra l’antispecismo - in una qualsiasi delle forme comportamentali e politiche che assume - e tutte le altre forme di protezionismo specista.
Avremmo così innumerevoli sfumature di anti-specism(i)o, fili colorati che si arrotolano attorno allo stesso gomitolo facendolo crescere, che se considerati come tali, ci permetterebbero di avere una reale misura di quanto e come ci si stia davvero o meno spostando rispetto all’iniziale punto di partenza, poiché ciò che infine conta per realizzare l’aspecismo, non è dare chiari connotati all’anti-specismo bensì quanta forza sempre maggiore verrà dedicata a tale scopo.
Fare cresce l’antispecismo significa allora dare spazio alle forze che agiscono ed aiutarle a diventare ancora più forti, ancora più precise nell’affinare le prassi capaci di riprogrammare la macchina - la vita sociale e relazionale su questo pianeta - , senza cercare di incapsularle per nostro bisogno di semplificazione o tanto meno di moralismo piramidale.

 

Un percorso virtuoso di emancipazione personale e politico

Si può assolutamente discutere della velocità di spostamento sulla nostra direttrice che va dall’intenzione di opporsi e liberare, fino all’aspecismo che verrà, di quali prassi più e meglio ci condurranno a tale méta, certo, ma bisogna rivedere il metodo selettivo con cui invece che includere, accogliere ed aiutare nello sviluppare queste intenzioni (quelle che diventano azioni quali “anche” il veganesimo), tendiamo a recidere i legami con chiunque non sia omologato alla combinazione di azioni che ciascuno di noi ritiene e a torto, il fine ultimo della creazione di un antispecista.
Con questo atteggiamento si rischia di escludere dal contagio virtuoso coloro - singoli ma anche gruppi - che nel tempo stanno sviluppando l’intenzione e stanno già magari non troppo lucidamente opponendosi politicamente, e di autoesiliarsi dal mondo fertile di intenzioni che invece andrebbero coltivate.
Nella caos della durissima critica interna al movimento e di quella spietata verso l’esterno del movimento, si disperde a parere mio un vastissimo panorama fecondo di antispecismo e se ne disperde uno ancora più vasto per cui lo specismo è già qualcosa di cui diffidare, ma a cui nessuno spiegherà con calma come l’aspecismo non sia affatto parte di una rinuncia a se stessi, bensì al contrario, il culmine di un percorso di autoliberazione inscindibile dal contesto sociopolitico in cui si è sviluppato.

 

Pubblicato in Articoli
Mercoledì, 02 Maggio 2012 13:14

Solidarietà senza SE e senza MA

Riceviamo e pubblichiamo i seguenti attestati di solidarietà alle/gli arrestat* di Montichiari, aderendo completamente alla dichiarazione di solidarietà verso gli attivisti soggetti a repressione per le loro iniziative ispirate solo alla libertà e per tutte le vittime di questo inaccettabile sistema di dominio.


 
Sabato 28 è avvenuta la liberazione di decine di cani dall'allevamento di beagle Green Hill.
Alla fine del corteo alcuni attivisti hanno compiuto un'azione spontanea che li ha condotti fin dentro il lager in questione:
sono stati sottratti a tortura e morte certa alcuni animali lì detenuti dalla nascita.
 
Animali che, ridotti alla condizione di cavia, ora potranno vedersi maggiormente riconosciuto il loro interesse alla libertà e all'autodeterminazione.
 
12 persone sono state tratte in arresto e dopo una notte in questura sono state portate nel carcere di Verziano a Brescia.
 
Da parte nostra esprimiamo la più viva solidarietà nei confronti dei fermati, una soliderietà senza 'se' e senza 'ma' che proviene da quello che è anche il nostro desiderio di liberazione degli animali che patiscono in molteplici campi di loro sfruttamento.
Infatti per fini non solo scientifici, ma anche alimentari, vestiari e ludici, miliardi di animali di tutte le specie nel mondo soffrono a causa della considerazione di inferiorità che le società umane riservano loro.
 
Una liberazione diretta di alcuni individui funge, in questo caso come sempre, da messaggio simbolico ed inequivocabile a rappresentanza della volontà di chi considera gli animali dei compagni oppressi che devono essere, senza eccezione alcuna, liberati.
Una liberazione concreta che non solo ha salvato decine di esistenze ma che, per di più, sentiamo essere parte integrante di un'idea di cambiamento sociale di carattere antispecista.
Individuando nello specismo l'ostacolo ideologico da superare, gli attivisti per la liberazione animale mettono in atto una vera e propria lotta politica dal sapore rivoluzionario. 
 
LIVERTA' PER GLI ANIMALI - SOLIDARIETA' PER CHI SI ADOPERA PER LA LORO LIBERAZIONE
LIBERTA' PER TUTTI GLI OPPRESSI - SOLIDARIETA' PER CHI LOTTA AFFINCHE' LA LIBERTA' DI UNO SIA LA LIBERTA' DI TUTTI  
 
-Casa Di Reclusione Di Brescia - Verziano
Via Flero 157 - 25125 Brescia (BS)
tel: 030 3580386

DA: OLTRE LA SPECIE

Oltre la specie esprime piena solidarietà alle attiviste e agli attivisti arrestati il 28 aprile a Montichiari per aver liberato alcuni beagles.

Ci auguriamo che questa azione non venga strumentalizzata da nessuno (soprattutto da alcuni politici mai visti prima nel movimento) e che possa, per il suo valore simbolico, oltre quello sottinteso di affrancare alcuni fortunati individui da schiavitu' e tortura, insegnare a tutti noi che la determinazione e la solidarietà sono elementi fondamentali per il successo di una protesta.

Libertà per gli antivivisezionisti arrestati. Libertà per gli animali umani e non umani sfruttati in ogni modo e in ogni dove.


 

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Giovedì, 12 Aprile 2012 09:43

Antispecismo e veganesimo a Vicenza

No carne e derivati, a Vicenza è invasione “vegan”

di Giulio Todescan.

C’è chi è contrario allo sfruttamento degli animali,
 chi è disgustato dal sapore della carne e chi dalla fredda tecnica industriale che nei macelli uccide mucche, pecore e polli. C’è chi è contro un sistema economico e chi cerca un nuovo equilibrio spirituale. Tante motivazioni diverse, un unico risultato: per il veganesimo è un momento d’oro, e anche a Vicenza si moltiplicano le occasioni per una cena senza carne, ma anche senza latticini, uova e altri prodotti di derivazione animale.
«Il fenomeno è in crescita, nelle persone sta maturando una consapevolezza che prima non c’era» dice Davide Turcato, 33 anni, da due e mezzo vegano. Davide fa parte della rete Vai, Vegani antispecisti informali, gruppo vegano attivo in Veneto e con sede a Marghera. Nel vicentino organizzano qualche cena – spesso nella sede dell’associazione Elemento di Disturbo in contra’ S. Caterina – e banchetti informativi nelle piazze. Sabato prossimo 14 aprile, a Bassano del Grappa, proietteranno il film-manifesto “Earthlings” (con musiche di Moby, dj e vegano celebre) al centro ricreativo di via Friuli 31.

A voler essere maligni, si potrebbe dire che essere vegan, oggi, è anche un po’ di moda. «Per quanto mi riguarda è un discorso etico – spiega Davide Turcato – Io non posso tollerare che vengano sfruttati altri uomini e animali per far vivere me. Faccio una scelta non cruenta. Non solo non mangio animali, ma nemmeno i derivati come latte e uova, non uso prodotti per l’igiene personale testati su animali, non porto capi in pelle». Ma perché non fermarsi al più classico vegetarianesimo? «Quando una mucca smette di produrre latte, viene macellata, di certo non la mandiamo in pensione», spiega Turcato, che è anche donatore Avis, con valori del sangue che definisce perfetti, a riprova che una buona salute non è monopolio dei carnivori. E i costi? «Non è vero che si spende tanto, anzi: vedi il prezzo della carne e del latte, tutti soldi risparmiati. Certo, il tofu e il seitan costano, ma esiste l’autoproduzione: il seitan (una specie di bistecca ricavata dal glutine e dal grano, ndr) si può fare in casa, a prezzi ridotti, ed è una miniera di proteine». Vegano si può, pure a Pasqua, quando è tradizione far fuori il capretto: «Mi siederò a tavola con la mia famiglia senza mangiarlo, per quanto mi riguarda per festeggiare basta un buon bicchiere di vino».

Ironia sui vegani (da Facebook)

Oltre a Elemento di disturbo, ci sono altri posti dove mangiare vegano: a Marostica c’è il risotrante inOsteria che propone piatti vegetariani e vegani, e a Vicenza c’è da qualche meseADA Lab (via Framarin, zona banche), un «infoshop/hacklab con annesso un Bed & Breakfast bio-vegan». Se non ci avete capito niente, ecco qua la spiegazione: ADA Lab ha un paio di stanze in affitto, ma è anche una piccola libreria dove si organizzano aperitivi e presentazioni di libri e progetti, con una particolare predilezione per le tematiche tecnologiche (per esempio i corsi di Linux), per il mondo delle autoproduzioni e per le tematiche queer, ovvero di genere. Il nome è un omaggio a Ada Byron Lovelace, ideatrice nell’800 del primo linguaggio di programmazione per computer (che non riuscì a concretizzare in vita).

Ogni venerdì c’è la cena “freegan”, cucinata con verdure scartate da fruttivendoli, negozi e mense, ma ancora in buono stato. «La cena è gratuita e preparata con cibo che altrimenti sarebbe stato buttato perché non più adeguato alla vendita perché ammaccato, o con la confezione danneggiata, ma comunque perfettamente commestibile – spiega “Ada” – Tentiamo di diffondere in questo modo una critica al modello di produzione agricola distorto dal liberismo e di affermare che il cibo dovrebbe essere un diritto e non una merce. Speriamo che le cene freegan non restino circoscritte a ADA Lab ma che tutti capiscano che combattendo lo spreco si può creare un altro modo di resistere alla crisi».

Il variopinto mondo vegan berico comprende anche Andrea Campanella, cuoco e viaggiatore che organizza spesso e volentieri cene vegane presso associazioni o case private. Nel suo sito “Pazzo da viaggiare” ha raccontato il viaggio in bicicletta che lo ha portato intorno al Mediterraneo, cucinando per raccogliere fondi per costruire dei pozzi in Kenia. Anche a Barcellona, Rotterdam, Siviglia. «Dopo la fine del viaggio ho deciso di continuare a sperimentare, fra quindici giorni ho una nuova cena, sul mio sito inizierò presto a segnalarle» racconta Andrea, che nella sua “precedente vita” era un tecnico bancario. Poi ha voltato pagina, anche grazie alla svolta alimentare: «Sono vegetariano, il veganesimo per me è l’obiettivo, ma al formaggio ancora non riesco a rinunciare». La sua “conversione”? In fila ad un semaforo: «Avevo un camion di tacchini nella corsia a fianco, li stavano portando al macello – racconta – Li ho guardati, e anche loro mi guardavano, ho abbassato la testa. Li ho guardati ancora, e loro non mi staccavano gli occhi di dosso. Mi sentivo in colpa. Ho pensato che non volevo più mangiare carne».

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