Riproponiamo qui un video curato da Enpa Brescia.

Il tema illustrato è quello del nesso fra violenza sulle donne e consumo di carne, fra lo sfruttamento degli animali non umani ed il carattere patriarcale delle nostre società, sulla scorta - in particolare - dell'opera di Carol J. Adams.

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Giovedì, 13 Settembre 2012 14:34

Ecofemminismo su "Dep"

"Dep" nr. 20 dedicato all'Ecofemminismo


Il numero 20 del luglio 2012 della Rivista Dep - Deportate, Esuli e Profughe è dedicato all'ecofemminismo (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=137950). L'intero numero è liberamente scaricabile http://www.unive.it/media/allegato/dep/n20-2012/Dep_20_2012c.pdf.

I contributi presentati in questo numero monografico di Dep illustrano lo stato dell'arte della riflessione ecofemminista, che volge uno sguardo d'insieme alle varie forme di dominio e oppressione. Nei vari scritti si propone una rilettura dell'ideologia patriarcale che da millenni si alimenta dello sfruttamento delle donne e della Natura, in tutte le sue forme. Un'attenzione specifica è data ai modi di esprimere non solo il dissenso e la ribellione delle donne alla loro condizione, ma anche alle strategie che sono attuate per rispondere in modo politico alle esigenze di riformulazione delle relazioni tra gli umani, gli altro-da-umani e la natura.

L'obiettivo qui proposto è di fornire una serie di stimoli alla riflessione e alla riconsiderazione di un pensiero teorico, quello ecofemminista appunto, che è una delle possibili declinazioni del femminismo che accoglie l'ecologismo, ma anche di una necessaria presa di posizione delle attuali condizioni in cui tutti gli abitanti della terra purtroppo versano.


Due articoli focalizzano la questione delle connessioni del dominio sulle donne e agli altro-da-umani
Greta Gaard, Feminist Animal Studies in the U.S.: Bodies Matter (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=138551)
Annalisa Zabonati, Ecofemminismo e questione animale: una introduzione e una rassegna (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=139007)

Per Dep sono in preparazione un'antologia di testi sull'ecofemminismo, con una sezione dedicata agli altro-da-umani, un numero Dep interamente dedicato agli altro-da-umani e un'antologia delle precursore dell'ecofemminismo animalista/femminismo veg*ano.


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In questi giorni, negli Stati Uniti, sta infiammando gli animi una battaglia contro una nota catena di fast-food che servono pollo chiamata Chik-fil-A, il cui presidente ha fatto affermazioni omofobe e la compagnia stessa ha donato un milione di dollari per campagne contro i matrimoni gay. Perché ci interessa? Perché se l'antispecismo é quella filosofia ma anche prassi politica che lotta contro ogni forma di discriminazione, non può esimersi dal lottare contro l'omo/transfobia. Sempre di più la comunità LGBT si sta aprendo ai diritti animali, ne é un bell'esempio il queer veggie pride di Catania, iniziando a fare le connessioni tra l'oppressione delle persone LGBTQ e gli animali non-umani, che incontrano nel patriarcato e nell'ideologia del dominio le radici della propria discriminazione. Riportiamo di seguito una libera traduzione di un articolo di un blog americano, dove si affronta il boicottaggio di Chik-fil-A e la lotta vegan.

http://veganbodyproject.blogspot.it/2012/08/the-chik-fil-glbt-boycott-debate-from.html


Il dibattito sul boicotaggio di Chik-fil-A LGBT da una prospettiva vegan

 
"Tutto ciò che facciamo agli animali potremmo farcelo l'uno all'altro: abbiamo fatto pratica su di loro, prima"
Surfacing, Margaret Atwood
 
"Il mio vegetarianismo è una grande protesta. E sogno che possa esserci un'intera religione basata sulla protesta...contro tutto ciò che non é giusto: il fatto che ci sia così tanta malattia, cosi tanta morte, così tanta crudeltà. Il mio vegetarianismo é la mia religione, e fa parte della mia protesta contro la condotta del mondo"

Isaac Bashevis Singer
 
***

Chik-fil-A è un ricordo della mia infanzia. Amavo quei panini - la salsa al burro e i cetriolini. Chi lo sapeva che i cetriolini sarebbero stati così buoni con il pollo? Quelli di Chik-fil-A lo sapevano.
Ricordo mia madre portare me e mia sorella da Chik-fil-A quando eravamo fuori a fare shopping, a fare la spesa o a comprare vestiti per la scuola. Ricordo che diceva quanto rispettasse il business di S. Truett Cathy, fondatore di Chik-fil-A, che non restava mai aperto la domenica.

 

Ricordo Chik-fil-A più tardi, dopo che avevo smesso di mangiare animali da lungo tempo, quando iniziò la sua campagna pubblicitaria di maggior successo, quella con le mucche che pregano per la loro vita, andando contro i loro compagni terrestri e pressandoci per "mangiare più pollo". E ricordo mia madre dirmi di aver letto un articolo convincente nel quotidiano locale scritto da una donna che sosteneva che questa campagna la fece diventare vegetariana perchè guardando quelle mucche, esseri senzienti antropomorfizzati che sapevano che sarebbero stati trasformati in cadaveri e serviti come cibo, la fecero riflettere. Una cosa che fece questa campagna fu, dopotutto, di mettere in mostra la faccia di un tipo di animale (del tipo che finisce come burger) che è reso assente nella transizione da animale a carne. Notare che non ci sono polli nelle pubblicità di Chick-fil-A; siamo autuorizzati solamente, attraverso la scritta "mangia più pollo", a empatizzare con le mucche, a voler salvare la loro sorte. Raffigurare polli potrebbe portarci a dare una faccia al prodotto di Chik-fil-A, e una mossa simile potrebbe compromettere la vendita del prodotto.


E' una campagna pubblicitaria geniale, astuta e che crea divisione, che ci chiede di prendere a cuore un animale e mangiare l'altro. Questa posizione sembra adatta all'attuale chiamata al boicottaggio di Chik-fil-A, una posizione che ci richiede di dimostrare il nostro supporto per un animale (gli esseri umani LGBT) non mangiandone un altro (polli - almeno i polli che vengono da Chik-fil-A).


Conoscete la storia: Dan Cathy, presidente di Chik-fil-A, ha detto quanto segue alla Baptist Press:

"penso che stiamo invitando il giudizio di Dio sulla nostra nazione quando scuotiamo il pugno verso di lui e diciamo  'Sappiamo meglio di te cosa costituisca un matrimonio'...prego per la pietà di Dio sulla nostra generazione che ha un atteggiamento  così orgoglioso e arrogante da pensare che avremmo l'audacia di provare a ridefinire cosa sia il matrimonio."

 

"Siamo dei gran sostenitori della famiglia - la definizione biblica di famiglia. Siamo un'azienda a conduzione familiare, e siamo sposati alle nostre prime mogli. Ringraziamo Dio per questo."

 

  E' poi seguita una tempesta mediatica.

[...]

Alcuni giorni fa, ho postato su Facebook che avrei boicottato Chik-fil-A per la loro posizione LGBT, se non l'avessi già boicottato da anni per la questione del pollo, e tutto questo caos mi ha fatto pensare a come funziona l'oppressione, in particolare come il punto focale di questo dibattito sui diritti umani sia un posto dove servono animali morti. Non ho letto da nessuna parte, dove si discuteva del disastro di Chik-fil-A, che qualcun* riconoscesse o dicesse nulla a proposito della interconnesione dei vari tipi di oppressione; così, nessun* ha preso in considerazione che l'oppressione di un certo gruppo di persone - in questo caso le persone LGBT- e l'oppressione degli animali potrebbero in qualche modo essere correlate, o una potrebbere essere fondamento dell'altra.

Facciamo un passo indietro un momento.

 

La posizione ecofemminista ritiene che le oppressioni sono collegate e che non possiamo superare nessuna di esse a meno che non riconosciamo questo legame e smettiamo di perpetuarlo. Ho discusso già altrove che c'é al lavoro, qui, una specie di opposizione binaria primaria, il binarismo che ci permette di fare una distinzione tra animale e umano, che ci permette di rendere gli animali altri da noi tanto da poter far loro cose come gli allevamenti intensivi e la vivisezione; siamo cosi poi capaci di spostare il nostro pensiero in modo da deumanizzare alcuni gruppi di persone. In qualunque sistema di pensiero binario, una parte della dualità è percepita e trattata come inferiore. Cosi se pensiamo che gli animali meritino meno diritti degli umani, quando animalizziamo retoricamente gli umani - ad esempio Barbara Espinosa che chiamò Obama scimmia -  questa azione retorica può condurre ad azioni letterali come - che so - i nazisti che uccidevano gli ebrei col veleno per topi.

 

Come un ammonimento, ho realizzato che questo modo di pensare può in sé essere pieno di difetti, e che questa posizione può sembrare indicare che penso che lo specismo, se è fondante, allora diventa lo ismo più importante, che deve essere disfatto per primo così tutti gli altri ismi possono seguire. Non é affatto così chel a penso. Non di meno, credo che continueremo a perpetuare l'oppressione(i) fintanto che non saremo capaci di smettere di compartizzarli - e quando l'universo convenientemente mi allunga qualcosa di spudorato come l'azienda Chik-fil-A, devo iniziare con la questione animale, dato che nessun'altr* sembra farlo.

Nel 2007 un articolo di Jasmin Singer apparso sulla pubblicazione online SATYA intitolato "Fare coming out per i diritti animali: gli attivisti animalisti LGBTQ fanno le connessioni", Singer dice:

 

Ci sono così tante connessione tra gli animali e i diritti gay - difesa e attivismo, accettazione dal mainstream e pregiudizio, comunità e orgoglio, legislazione e politica, e ovviamente le innumerevoli storie personali del fare coming out come vegan e queer in un mondo dove la maggior parte delle persone vede entrambi come scelte radicali e aberranti. In un paese dove la maggioranza dei media chiude gli occhi sui lavoratori del Butterball che prendono a pugni e calpestano tacchini vivi finché il loro teschio esplode, e praticamente ignora i crimine di odio verso i gay come il brutale accoltellamento della teenager Sakia Gunn, la domanda non dovrebbe essere "qual é la connesione?" ma piuttosto "qual é la differenza?"

 

Se questa baraonda intorno a Chik-fil-A non trasforma questo sentimento in un pungente rilievo, non so cosa possa farlo. Come dice la mucca, "mangia più tofu!"



(traduzione italiana a cura di E.B.)

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Di seguito i video dei dibattiti e delle conferenze organizzate durante il Veganchio 2012, svoltosi dal 6 all'8 luglio a Vimercate.
Sono inoltre disponibili i file audio degli incontri.

 
"Architetture del dominio e luoghi della liberazione" conferenza di Massimo Filippi
"Passato e presente del movimento animalista"
workshop con Aldo Sottofattori
Prima parte della conferenza "La rappresentazione degli animali nell'arte, nel cinema, nella pubblicità e nella comunicazione animalista".
Intervento di Filippo Trasatti
Seconda parte di "La rappresentazione degli animali nell'arte, nel cinema, nella pubblicità e nella comunicazione animalista".
Intervento di Emilio Maggio sul cinema
"I reclusi della Gorgona: detenuti umani e animali" conferenza di Marco Verdone
"Sconfinamenti: specie, genere, identità"
workshop con Annalisa Zabonati e Barbara X

REGISTRAZIONI AUDIO VEGANCH'IO 2012

"Architetture del dominio e luoghi della liberazione" Conferenza di Massimo Filippi>>
"Passato e presente del movimento animalista"
Workshop con Aldo Sottofattori>>
"I reclusi della Gorgona: detenuti umani e animali" Conferenza di Marco Verdone>>
"Sconfinamenti: specie, genere, identità"
Workshop con Annalisa Zabonati e Barbara X>>
"La rappresentazione degli animali nell'arte, nel cinema, nella pubblicità e nella comunicazione animalista".
Conferenza con Filippo Trasatti e Emilio Maggio>>
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Proponiamo qui la preziosa testimonianza di un attivista per la liberazione animale umana e non umana, che ci offre una chiave di lettura importantissima, associando i percorsi di transizione umani e il nostro ruolo sociale con lo sfruttamento animale.


 

Ciao Egon. Siamo interessat* alla tua storia, di chi come tanti/e, sta sperimentando il lato oscuro dell'oppressione. Puoi cominciare spiegandoci brevemente questo momento della tua vita?

Mi chiamo Egon Botteghi ed ho 40 anni. Questo non è il nome che mi hanno dato alla nascita i miei genitori, questo è il  nome che mi sono dato io verso i 14 anni, quando ho cercato di incarnare una personalità, una specie di mio doppio, quella sensazione che ho sempre avuto di non essere come veramente apparivo, di sentirmi diverso da quello che l'esteriorità testimoniava per me. Per questo ho scelto questo "esotico" nome mittel europeo, che ha al suo interno la parola "ego", io. Solo molto più tardi ho scoperto che questa sensazione, questo disagio, questa difficoltà aveva un nome, disforia di genere, e che io ero un transessuale.

Queste esperienze emergono molto presto nel vissuto delle persone (io ho avuto la prima "avvisaglia" a quattro anni) ma nel mio caso ho combattuto strenuamente contro questa mia "condizione", perché ero convinto che accettarla sarebbe equivalso alla morte civile, alla fine più misera immaginabile. Così ho fatto di tutto nella vita per sopravvivere nel mio corpo di donna, e tra le tante cose che ho fatto ce ne sono molte di cui vado orgoglioso, come i miei due figli ed il rifugio per animali da reddito "Ippoasi", che è poi come un terzo figlio. Questo è infatti quello di cui mi occupo attualmente, dal 2008, cercando, attraverso questa fattoria didattica vegana, di divulgare ed approfondire l'antispecismo, di creare spazi di incontri tra la gente e tra le specie e le esperienze.

In questo momento la mia vita è divisa tra il cercare di far sopravvivere questo progetto, che è in un momento critico per via dello sfratto incombente e delle problematiche economiche della mia famiglia, il percorso di transizione da donna a uomo, e la cura dei miei figli. Il percorso di transizione l'ho iniziato l'anno scorso, quando finalmente mi sono reso conto che potevo farcela a sopportare quest'onere, ma anche l'onore di accettare finalmente me stesso, e mi sono rivolto ad uno  dei centri specializzati in Italia per la diagnosi e la cura della disforia di genere, all'ospedale Careggi di Firenze."


qual è, secondo te, la connessione tra il percorso transessuale e l'attivismo animalista?

La connessione la vedo sul fatto che anche le persone trans fanno parte dei tanti oppressi, un'oppressione molto forte. La prima connessione è il legame di destino di oppressione che accomuna le persone trans e gli animali non umani. Questa oppressione è molto forte, perché comunque la transfobia è forte e ha origine nella cultura dominante specista, per cui la persona umana dominante è di un certo tipo. Chi si pone al di fuori di questa tipologia o chi si trova ad essere al di fuori di questa tipologia viene oppresso. La persona trans vive molto profondamente questa esclusione perché si pone al di fuori dell'immaginabile. Per la cultura dominante, la persona trans è quasi una non-persona perché fa delle scelte che la pongono "contronatura", è come se fosse creata in laboratorio. Il suo esistere sovverte una situazione granitica. Una nasce donna e poi vuole diventare uomo: sembra una cosa da Frankenstein, quindi si pone al di fuori del vivente, al di fuori della cultura in cui vive, al di fuori di ciò che la gente considera persona. Quindi viene facile considerare la persona trans come un corpo e ciò porta alle uccisioni e aggressioni, che sono all'ordine del giorno. basti pensare che l'Italia ha le percentuali più alte d'Europa.

Come vivi sulla tua pelle questa esperienza?

E' ancora più inquietante e fa soffrire, nel mio caso, specie le persone della mia età. Queste cose sono interiorizzate, questo tipo di giudizio l'ho interiorizzato, ci ho messo molto per disfarmene. Ho iniziato la transizione tardi, a 39 anni perché ero terrorizzato. Quello che mi spaventava era proprio questo, avevo questa immagine in cui la persona che fa questa scelta muore in solitudine, prende le valigie e se ne va dalla comunità accettata, dove ha delle relazioni e una rete di supporto. Ero terrorizzato, avevo paura di trovarmi cosi, anche le persone che ti vogliono bene lì per li non sono contente della scelta. Avevo paura di perdere i miei genitori a causa della mia scelta di transizionare, e ho aspettato molto prima di arrivare a  dirmi che anche se perdevo l'approvazione dei miei genitori e avrebbero smesso di parlarmi, non mi interessava, avrei proseguito il mio percorso.
Dentro di me ho questo concetto del mostro, io stesso mi sento un mostro, mi chiedo: ma cosa sono, cosa faccio? E' possibile che una persona si possa mettere in testa di fare questa cosa assurda? È' un'assurdità, una cosa non concepibile. A volte, mi sento come di non esistere, non avere un posto nelle possibilità del vivente. Uno nasce così e così ci resta: Invece alle volte, ti trasformi in qualcosa che non era previsto, è quasi come fosse una scelta tua, diventare qualcosa di non previsto, di non naturale. Ti prendi tutte le conseguenze del caso. Poi, invece, parlando con altre persone, scambiando esperienze, anche se ogni trans è diverso, ci sono alle volte degli aspetti che ti legano, un sentire un percepire le cose che ti accomuna alle altre persone trans. Le persone nascono cosi. Al giorno d'oggi si può optare per fare cose che non si potevano fare fino a non molti anni fa. Per me è stato durissimo accettarlo in prima persona e ancora oggi sono terrorizzato. E' molto difficile farlo accettare all'esterno. Per la maggior parte delle persone è una cosa assurda, legata alla devianza, alla patologia. Va a toccare la parte più pruriginosa, quella legata al corpo e alla sessualità. L'immaginario collettivo corre subito alla trans brasiliana che si prostituisce e da li non si smuove. Quando una persona "normale"(secondo i canoni della società dominante) inizia questo percorso, tutt* restano sorpresi.

Tu che incarni una doppia posizione, come attivista animalista e antispecista, vivendo l'antispecismo come una delle punte più avanzate della politica radicale antagonista di critica del sistema, non delle piccole parti ma della creazione di un mondo, sei anche impegnato in questa risoluzione personale che ha valenze politiche. Dove sta, secondo te, l'aspetto politico di questa doppia veste di attivista e qual è la tua esperienza di questa doppia situazione, sia impegnato nel percorso trans e sia come attivista animalista anche in modo pratico, dato che gestisci un rifugio. Come percepisci queste connessione, al di là dell'aspetto teorico?

La connessione politica secondo me è importantissima, ad esempio anche l'omosessualità ha una valenza politica, come altre situazioni. E' un decostruire un'immagine del sistema, che è il sistema dominante, che io chiamo l'impero eterosessista, e far vedere come sia una costruzione, che appunto esercita un dominio su società e singolo, che è una costruzione e non un dato di fatto. Perché la potenza di questa immagine che vuole l'essere umano eterosessuale, che deve fare una famiglia composta da uomo e donna, procreare in un certo modo e avanti cosi,  è spaccia tutto ciò come l'essere umano in natura. Questa è la potenza di questa costruzione, darla come naturale. Invece di naturale non c'è proprio niente. Si tratta solo di modalità diverse, una persona può essere etero oppure no. Personalmente, penso che tutte le persone sarebbero bisex, se non fossero condizionate. Potrebbero quantomeno scegliere liberamente la propria sessualità. Fare una scelta di questo tipo e renderla manifesta e rifletterci è un'azione politica. Ad esempio, si occupano di questo gli studi queer, seguiti soprattutto da filosofe americane (Judy Butler, per fare un esempio). Questi studi sgretolano la potenza di questa gabbia eterosessuale che ci portiamo dietro da qualche tempo, non essendo sempre stato cosi, almeno non in questa forma. Per me è importantissimo, ha una potenza di liberazione enorme. Questa pratica libera le persone. Gli animali non-umani hanno le gabbie fisiche da cui possono essere liberati, le persone umane hanno gabbie mentali da cui non possono essere liberate, devono liberarsi da sole. Se più persone riflettessero sulla non necessità di portare avanti questo modulo di famiglia etero mononucleare, la sua valenza politica sarebbe fortissima. Per me è stata una liberazione, poter accedere al percorso con meno paura, grazie agli studi che ho fatto, perché ne sentivo la necessità di saperne di più. Vedere che le mie esigenze, che io percepivo come immorali, mostruose, vengono invece riflettute e mostrate come positive da filosofe, ecc. mi ha levato un peso, mi sono detto: allora non sono un mostro, sono un guerriero! (ride)
E' stata una grande liberazione. Il mio non è un doppio ruolo ma una continuazione. Non mi piace parlare di tolleranza, non voglio essere tollerato. Per me è questione di apertura totale, bisogna aprirsi verso tutte le cose che possono esserci, senza giudicare.

Al di là della convinzione che la liberazione debba essere totale, per umani e altro-da-umani, pensando, ad esempio, al 25 aprile che si avvicina, la rievocazione della liberazione dal fascismo, collegato alla liberazione animale, è un'azione politica dichiarata, è patteggiare per una certa visone della vita. Cos'è per te la politica?

Questa è una domandona!(ride) Politica è come un* agisce. Per me l'antispecismo è una cosa politica. Non si può dirsi antispecista e apolitic*, si può essere apartitic*. Ma se sei contro una certa forma di dominio, e certi meccanismi, questo è politico. E' una politica che si pone anche in un certo punto. E' chiaro che una persona antispecista poi non può rifarsi a certe tradizioni dove l'oppressione è un modo d'azione, altrimenti c'è una contraddizione troppo forte, possono dire di essere un'altra cosa. Un* deve combattere l'oppressione in tutte le sue forme. Non si può voler liberare certe categorie ma perseguitarne altre.

L'antispecismo per te è questa punta più avanzata di una visone politica di liberazione, che comprende antirazzismo, antisessismo, anti-omo/transfobia. Ma come ti spieghi che poi nell'azione pratica alcun* attivist* sono transfobici, razzisti, ecc.?

Non posso giudicare, dipende dalle situazioni. Può essere una forma di ignoranza, nel senso che non hanno riflettuto abbastanza su certe cose e parlano per luoghi comuni. Oppure hanno avuto delle esperienze personali che magari le portano a parlare con emotività rispetto ad alcuni argomenti. Un* antispecista che, ad esempio, ha avuto un furto da un rom, magari comincia a parlare male dei rom a causa di ciò che gli è successo.

Nel caso, ad esempio, di una persona trans che afferma la propria identità, o di una persona omosessuale che afferma il proprio orientamento, perché un* dovrebbe essere contrari*? O dirsi favorevole a parole ma poi agire esprimendo una contrarietà a questi modi di essere?

Secondo me, si tratta di una mancanza di riflessione verso certe cose, mancanza di confronto, di conoscenza perché spesso la gente parla senza sapere di cosa parla. Ad esempio,  nell'esperienza trans nella maggior parte dei casi chi sceglie di transizionare si trova in conflitto col proprio attivismo antispecista, perché fa uso medicinali, prodotto dalle stesse case farmaceutiche che poi boicotta; si sottopone a delle operazioni, e quindi si trova ad avere a che fare con la classe medica, che comunque usa certe sostanze testate, ecc.. Una persona antispecista che non ha questo disagio fa presto a dire "sei incoerente perché alla fine dai i soldi alle multinazionali, ti fai operare ecc.". Siccome la considerano incoerente, si sentono in diritto di non accettare la persona trans. Ci vorrebbe più dialogo e confronto. Certe cose, a prima vista, sono proprio cosi. Ma ascoltami per capire perché lo faccio, come mi sento, confrontati con la persona che hai davanti, visto che parlate la stessa lingua, senza dare giudizi semplicistici perché non ti trovi in quella situazione. Non sai quanto travaglio interiore viene vissuto dalla persona trans vegan, che ha pensato per anni su come trovare una soluzione per non cadere in contraddizione, poi la scelta però è una cosa personale.
Anzitutto, bisogna parlare con queste persone, un* giudica il/la trans perché usa ormoni, anche in una situazione cosi, però quando il cane sta male lo porta  dal veterinario, che comunque usa farmaci e quant'altro. Per il cane non si va a guardare la vivisezione, per una persona che sta male, che rischia la depressione e il suicidio, si va a vedere anche la pagliuzza. Questo giudizio è davvero prescindibile dalla transfobia? Perché non si giudica il diabetico? Perché solo la persona transessuale?
Perché il/la trans è la persona che si sveglia una mattina all'improvviso e vuole cambiare, è pazza, deviata, e quindi la transfobia non accetta il/la trans di per sé. Viene considerata una scelta.

Sulla tua pelle, come e quando hai vissuto questi momenti di discriminazione?

Ad esempio, il mio ex compagno non accetta ancora la mia scelta di usare certi farmaci. Per fortuna, c'è una sensibilità molto alta e accetta me, siamo vicinissimi, però secondo lui l'uso di certi farmaci è una contraddizione, non se ne capacita. All'inizio era proprio transfobico, non ne accettava l'esistenza. Ora ha capito che una persona può essere trans, che non ha colpe, però secondo lui dovrebbe fare altre cose, dovrebbe accettare il proprio corpo cosi com'è e lottare per modificare la società in modo che anche se si nasce in un certo corpo, ci si può stare bene lo stesso perché sarai accettat* dalla società. La transessualità è considerata contronatura perché la tua scelta ricade su altre persone non umane. Alle volte  questo giudizio è pesante. Mi ritengo fortunato, perché vivo in un contesto antispecista, vivo in un rifugio, le persone che frequento si definiscono antispeciste. Quando comunico questo percorso tutte le persone sono tranquille. A volte, vengono anche persone in visita al rifugio, e spiego loro la mia situazione. Nessun* è mai scappat* e nessun* ha detto nulla, la maggior parte delle volte si chiacchierava con queste persone sulla transessualità.
Poi, purtroppo, arrivano alle spalle voci transfobiche da parte di persone che si definiscono antispeciste. Ci è stato riferito che una persona antispecista e vicino a situazioni a noi vicine, ha detto che io coi soldi dei benefit per gli animali mi ci pago le operazioni di riassegnazione sessuale. Si tratta proprio di ignoranza, anche perché le operazioni sono coperte dal servizio sanitario pubblico. Si tratta quindi cattiveria gratuita.

Parliamo di oppressione di genere, che tu vedi anche tramite l'occhio della transizione. Parli di un imperialismo eterosessuale che porta a reprimere ogni persona che vive al di fuori da questa egemonia. Ti sei interessato anche alle politiche femministe. Sei arrivato al pensiero queer, che è un'evoluzione del pensiero femminista, infatti le prime a parlarne sono state delle donne, filosofe attiviste, che scendevano in piazza per dichiarare la loro necessità di esprimere una sessualità o transizione a seconda delle loro necessità, una richiesta di liberazione dei corpi di donne e dei corpi in genere. Qual è il tuo pensiero rispetto a questo, al femminismo e all'oppressione di genere?

Adoro le femministe!(ride) Ci si può fare l'idea che una persona che nasce nel corpo di donna e transiziona in uno maschile, possa odiare le donne o disprezzarle, dato che non si trova bene nel proprio corpo. Ma non è cosi! I giornali usano un linguaggio assurdo, "sei nata donna, vuoi essere uomo e aborri le donne". Alcuni FtM sono fortemente maschilisti, purtroppo. Personalmente ho una venerazione per le donne e per il femminismo, e come mi sento nel mio corpo è tutta un'altra questione. Tutto diventa un ostacolo quando sei nel percorso. Per i più giovani forse ora è più facile. Io me lo vivevo come colpa, Sono nata donna, categoria oppressa - ce l'ho nel DNA di lottare per gli oppressi- mi è venuto spontaneo di studiare, informarmi, lottare per la liberazione della donna. Il fatto di sentire questo desiderio di mascolinità, me lo vivevo come senso di colpa, mi dicevo: tu sei il primo che non accetti di essere donna. Data la mia propensione verso i più deboli, mi dicevo: tu vuoi passare verso la posizione del più forte. C'ho riflettuto molto.

L'ambiente stesso ti colpevolizza. Ho vissuto per anni come lesbica butch. Negli anni in cui frequentavo le lesbiche, molte erano separatiste. nei rapporti di coppia rivestivo spesso un ruolo maschile, e questo andava bene. puoi vestirti da uomo, fare la parte dell'uomo ma non bisogna oltrepassare una certa soglia! Non vorrai mica diventare un uomo?! E' un tradimento per le donne e specie per le lesbiche. Ho avuto difficoltà anche nell'essere bisessuale. No! Anche quello è un tradimento - o sei etero e sei una merdaccia, se sei bisex sei falso e represso, perché non hai il coraggio di dire che sei omo. Al tempo, le persone bisessuali non esistevano nemmeno. Come oggi si fa fatica a far capire l’esistenza  delle persone trans, al tempo dicevano bisex now, gay later (bisex ora, gay più tardi). Ho avuto una vita di negazione continua, interiorizzavo e mi sentivo in colpa.
Ho accettato solo ora che mi piacciono le donne, perché mi piacciono! Era normale che mi piacessero gli uomini, viene il dubbio sulla cosa strana, mi dicevo: forse non mi piacciono davvero le donne.

Tornando al femminismo, io ho questa spina nel fianco: gli uomini trans che sono maschilisti. Ce ne sono tanti, perché è una forma di volersi adeguare ad una certa immagine, una forma di difesa, e mi vergogno per loro. Come non capisco l'antispecista che parla male dei cinesi, dei rom, delle persone lgbt, gli FtM che sono maschilisti non li capisco.

Si tratta di un bisogno, secondo me. Queste emulazioni di un certo cliché nascondono un'insicurezza. Chi nasce donna è donna biologica, qualunque cosa faccia, come si veste o comporta, nessun* può dire il contrario perché è nata donna. Chi fa la transizione deve dimostrare continuamente di essere cosi. Magari la femminilità è costruita, come tutta la cultura camp mostra, è molto facile capire come si può costruire una certa femminilità, ad esempio mi metto i tacchi, il rossetto, ecc.. Per una trans è questione di sicurezza, vestirsi e comportarsi per confermare agli altri di essere donna. C'è il bisogno di un rimando da parte degli altri, di essere riconosciut* dagli altri. Perché non sei sicura di te.

A volte c'è una forzatura in questi stereotipi, soprattutto le MtF non hanno seguito un percorso politico di liberazione.

Queste riflessioni, sull'identità, sull'oppressione, non sono fatte da tutte le persone trans. Non mi permetto di giudicare nessun*, però alcuni davvero pensano di essere nel corpo sbagliato e basta. Vogliono essere uomini, vogliono confondersi con gli uomini biologici, avere il ruolo del maschio dominante, senza fare nessuna riflessione su tutto questo. Cosi come alcune trans vogliono essere la donna oggetto, col tacco alto ecc. Non tutt* sono interessat* a queste riflessioni. Rispetto alla trans, c'è spesso in effetti questo aspetto di estremo erotismo, ma è anche un questione di lavoro a volte, perché magari lavorano nella prostituzione o nell'industria porno. Ci sono anche differenze culturali, ad esempio le trans brasiliane hanno per cultura un modo di presentarsi e di comportarsi che può rabbrividire le femministe italiane. Frequento un consultorio, dove il primo step è quello psichiatrico (la psichiatria, poi, è un capitolo a parte). Comunque in questo spazio non si vedono mai queste ragazze, non sono interessate. Non potrebbero nemmeno transizionare in Italia, perché ci legislazioni differenti.  molte di loro non sono interessate a questi discorsi, a queste analisi di tipo politico/sociale.
Il disagio della persona trans è legato al corpo. La corporeità e una cosa che viene sempre fuori, ecco perché spesso si trovano le persone trans che discutono di mastoplastica o ricostruzioni vaginali o falloplastica. Il disagio trans è legato al fatto di avere un corpo che non riconosci. L'aspetto corporeo ed erotico vieni fuori perché è legato al disagio stesso. L'attaccamento al corpo è uno dei primi problemi.

Che cosa ti senti di dire a chi leggerà questa intervista, qual è il messaggio che vuoi mandare come attivista antispecista e attivista trans?

Secondo me c'è un chiaro legame tra le due lotte perché l'oppressione della persona trans e del non umano derivano dalla stessa fonte, lo specismo. C'è la visione che il padrone del mondo sia un maschio bianco etero. Per me lo specismo è uguale al patriarcato, per il solo fatto che il patriarcato sia una forma di oppressione quindi è legato allo specismo. Il modello dominante è un maschio.
L'oppressione arriva dallo stesso punto, è una lotta comune. in genere le persone trans non vedono questo punto comune, ma anche hi è attivista trans spesso non vede il collegamento con gli animali non umani. Sarebbe bello che all'interno del movimento lgbtiq si parlasse anche di queste cose, come ad esempio è successo al SAT Pink, che durante la serata d'inaugurazione ha offerto una cena vegan - motivata con tanto di volantino! Tra l'altro, me l'hanno portato e mi hanno detto "è dei tuoi!".- Sarebbe bello riuscire a far capire alle persone la connessione di queste lotte, da un lato agli attivisti lgbtqi la connessione con la lotta di liberazione animale e la sensibilizzazione verso certe tematiche e dall'altra parte a chi si professa antispecista, che in Italia sono le persone che lavorano per liberazione animale, riuscire a far loro capire la connessione con la problematica trans e farli riflettere sulla proprio transfobia e sessismo, di cui non si accorgono. Sono cose che bevi col latte della mamma, spesso non hai il distacco per vederle. La chiave di lettura antispecista dovrebbe consertirti di essere critic* verso le varie forme di oppressione e discriminazione.  Parlando con un amico anarchico e addentro a varie forme di lotta, mi raccontava che ad un incontro di liberazione animale una persona trans ha fatto notare che il linguaggio usato era sessista. La risposta è stata che l'argomento erano gli animali, che tutt* erano d'accordo ma non centrava nulla con la discussione. E' una costruzione talmente interiorizzata che diventa difficile notarlo, ma l'attivista dovrebbe rifletterci, specie in punte cosi avanzate come l'antispecismo.

Come possiamo invitare le persone a fare queste connessioni?

Dobbiamo mostrare queste connessioni, bisogna parlarne, riuscire a non stancarsi di ripeterle, far riflettere. Io credo che l'educazione sia alla base di tutto.

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Mercoledì, 18 Luglio 2012 12:51

Antispecisti neri? parliamone - di Marco Reggio

ANTISPECISTI NERI? PARLIAMONE

di Marco Reggio

Con questo scritto vorrei esprimere alcune considerazioni sul “dibattito”[1] fra il settimanale Left  ed alcuni antispecisti che hanno risposto all’articolo di Andrea Musella sulle infiltrazioni neofasciste nella mobilitazione contro Green Hill. Credo che la risposta di Leonardo Caffo e – soprattutto – quella di Leonora Pigliucci non colgano nel segno, perdendo un’importante occasione di riflessione sulla più rilevante campagna antivivisezionista italiana del momento e sulle pratiche antispeciste in generale. Entrambi rilevano infatti, giustamente, il rischio che possa passare il messaggio per cui occuparsi dei diritti animali sia automaticamente un’attività “di destra”. Tuttavia, l’articolo di Musella è anche – nelle o al di là delle intenzioni dell’autore, poco importa – un’esortazione a considerare il perchè delle infiltrazioni della destra nell’ambiente animalista/antispecista, interrogandosi sui presupposti di una deriva qualunquista che ha – di fatto – investito la protesta contro Green Hill. Negare quest’ultimo punto significa nascondere la testa sotto la sabbia, atteggiamento di miopia politica che Musella implicitamente – a ragione? – ci rimprovera.

Mi soffermerò dunque su alcune affermazioni della risposta di Pigliucci che, a mio parere, offrono una descrizione del problema fuorviante sia per il dibattito interno che per lo sviluppo di una dialettica costruttiva fra gli antispecisti e quelle porzioni di opinione pubblica dotate di diverse sensibilità e portatrici di diverse istanze (antirazzismo, femminismo, critica anticapitalista, ecc.), ma comunque interessate al tema dello sfruttamento animale[2].

ANTISPECISTI FASCISTI

Anzitutto, l’articolo di Pigliucci si premura di sminuire la misura dell’infiltrazione della destra, incarnata in due soggetti – conniventi ma ben differenti -, il gruppo “centopercentoanimalisti” e l’On. Michela Vittoria Brambilla. Il primo viene identificato sostanzialmente con il suo leader dal passato forzanovista, e relegato ai margini del “movimento”. E’ vero che – come dice l’articolo – “quella dei centopercentoanimalisti è una minoranza [...] che agisce con molta pompa verbale, ma poca sostanza”; tuttavia, quello che va discusso è l’appoggio passivo che tale gruppo riceve da un vasto ambiente di sostenitori della lotta contro Green Hill. Se questo gruppo è marginale, la consapevolezza delle sue pratiche autoritarie e prevaricatorie è comunque scarsa: l’indifferenza con cui gli attivisti accolgono spesso tali problematici aspetti non è certo indice di una deriva neofascista in senso stretto, ma di una forte tendenza al qualunquismo e al populismo, questo sì. Non è qui la sede adatta per indagare il legame fra qualunquismo e fascistizzazione del movimento: posso rimandare alle pregnanti analisi di Munus Umanus (Animalismo: dall’attivismo politico al linciaggio e Il regalo avvelenato della Regina Brambilla), nonchè al più recente articolo di Barbara X (Adesso Basta! Da che parte stai?). Per inciso, l’articolo di Pigliucci sembra considerare, come punto centrale, il passato neofascista del leader dei Centopercentoanimalisti. Questo è, a mio avviso, un errore. Anche se il passato di tale personaggio può essere la spia dei caratteri autoritari del suo gruppo, sono questi ultimi – appunto – che debbono interessarci, sono questi che dobbiamo analizzare, respingere ed evitare di riprodurre: il verticismo, il culto della personalità, la pratica e la retorica ultra-machista, la visione del conflitto sociale come guerra distruttiva, l’aggressione violenta (ancorchè verbale) del nemico “interno”, gli attacchi ad personam per silenziare il dissenso, la logica dell’”o con noi o contro di noi”, il rifiuto sprezzante dell’animalismo “politicizzato”. Concentrarsi sull’aspetto più visibile (talvolta quasi folkloristico) del neofascismo è – temo – un errore che non fa soltanto Musella, nè Pigliucci, nè gli animalisti in generale. Il fascismo democratico di Berlusconi e Bossi, per esempio, è stato negli ultimi decenni molto più dannoso delle attività delle varie formazioni vistosamente neofasciste. La prassi antifascista dovrebbe sempre preoccuparsi di smascherare i nessi fra il fascismo estremo e il ben più pericoloso fascismo filo-istituzionale[3].

ANTISPECISTI IN PARLAMENTO

Se la presenza di questo gruppo può essere, in senso stretto, circoscritta, molto più ottimistica – troppo – sembra essere la minimizzazione dell’influenza di Michela Vittoria Brambilla. L’articolo di Pigliucci parla di «presenza estemporanea»: magari fosse vero.

L’ex Ministra del Turismo è presente ormai da quasi due anni ai cortei anti-GreenHill[4], e non perde occasione di mostrarsi in televisione o sui giornali. Non è una sorpresa – o non dovrebbe esserlo – per gli antispecisti, dato che i mesi della primavera del 2010 hanno visto esordire sia la campagna “Fermare Green Hill”, sia il manifesto per la “Coscienza degli Animali”, un movimento d’opinione politicamente trasversale creato insieme a personaggi del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo. Il movimento “libertario” non ha saputo però spendere mezza parola contro questa operazione di spoliticizzazione e strumentalizzazione delle istanze antispeciste[5], salvo lamentarsi – di recente – del presenzialismo inarrestabile di M.V. Brambilla[6]. Nel frattempo, questa paladina dei diritti animali in cerca di voti per un centrodestra in crisi, ha fatto crescere, grazie al suo progressivo inserimento nel movimento, la propria associazione animalista, per poi fondare la “FIDAA – Nel Cuore” (Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente), con lo scopo di egemonizzare la gestione del rapporto fra associazionismo ambientalista/animalista e istituzioni.

Certo, M.V.B. non ha fondato la campagna – che nasce nell’ambito dell’animalismo radicale -, ma la moltitudine di persone che questa campagna ha saputo coinvolgere (superando ampiamente il potenziale di precedenti iniziative), ne approva perlopiù il presenzialismo come utile “alla causa”. La maggiorparte di queste persone fatica a capire le ragioni delle critiche a M.V.B., e partecipa indifferentemente alle mobilitazioni di entrambi i gruppi oggi maggiormente attivi: il Coordinamento Fermare Green Hill (d’ispirazione libertaria: è la realtà cui verosimilmente fa riferimento Pigliucci) e Occupy Green Hill (legato a Brambilla ed espressamente “apolitico”). Già, Occupy Green Hill.

La liberazione di decine di beagle del 28 aprile è avvenuta proprio durante un corteo indetto non da Fermare Green Hill, ma da Occupy Green Hill, cioè da quella parte del movimento legato a Michela Vittoria Brambilla, non dal “movimento libertario”. L’altro momento storico di rivendicazione del valore dell’azione diretta è, secondo Pigliucci – che addirittura rimprovera a Musella di averlo voluto boicottare – la manifestazione di Roma del 16 giugno[7]. Ebbene, anche questo corteo è stato indetto da Occupy Green Hill, e ha visto sfilare, accolta trionfalmente fra gli attivisti, proprio M.V.Brambilla.

ANTISPECISTI IN DIVISA

Anche la seguente affermazione dell’articolo di Pigliucci mi sembra contribuire alla confusione: «la liberazione di 70 cani dall’allevamento di Green Hill che ha sdoganato l’azione diretta al punto che il 30 giugno c’è stato un nuovo tentato blitz di liberazione di massa». Si ignora qui che questo tentativo è stato fatto in opposizione alla piattaforma ed al parere del Coordinamento Fermare Green Hill che l’aveva organizzata, proprio perchè il Coordinamento – a differenza di molti manifestanti politicamente impreparati – ha rilevato l’evidente ingenuità ed impraticabilità di un simile tentativo[8].

Non solo. Se l’intento di Pigliucci è quello di sottolineare l’urgenza di alcune questioni politiche («c’è bisogno di diventare un soggetto politico»; «la presa di posizione netta non è più rimandabile»), non si può non concordare con tale esortazione. Se, però, lo scopo è anche quello di mostrare “all’esterno” (cioè a Musella, a Left, alla sinistra, all’opinione pubblica) che il movimento respinge i rigurgiti neofascisti ed esprime una significativa profondità di pensiero e di prassi, bisogna stare attenti a fornire interpretazioni meno ingenue del conflitto politico. Ricondurre – anche solo in forma di ipotesi plausibile – la facilità della liberazione di decine di beagle al buon cuore dei poliziotti[9], non può che far sorridere chi è avvezzo alla politica fatta in piazza e magari anche un po’ prevenuto nei confronti dei difensori dei “cagnolini”. A ben vedere, potrebbe anche fare un po’ incazzare, se si pensa – proprio in questi giorni in cui persino la magistratura riconosce che non proprio tutto funziona alla perfezione nelle caserme e nelle questure – a che cosa hanno fatto questo “uomini e donne con familiarità ai cani” nella Scuola Diaz, a Bolzaneto, nei corteo no-Tav, ai vari Aldrovandi, Bianzino, Cucchi. La lista è infinita, e comprende anche i pestaggi selvaggi avvenuti al corteo nazionale contro l’allevamento Morini e la vivisezione: chissà, forse le squadre di piacchiatori in divisa erano composte soltanto di uomini e donne senza animali domestici...

A dirla tutta, l’ingenuità di questa interpretazione rivela una visione molto vicina a quel sentire comune animalista che ha spianato la strada a Michela Vittoria Brambilla: un’idea confusa di cambiamento sociale – quasi fatalista – mossa unicamente da una compassione per i “cagnolini”[10].

«A conferma di questa interpretazione sentimentale ci sono altrettanti video, caricati su internet sull’onda di un moto ingenuo (poiché anche quelli adesso costituiscono per molti indizi di colpevolezza) dove si vedono i liberatori commossi che baciano e alzano al cielo i cagnolini, fotografandosi alla luce del sole (chi è così sciocco, se non chi sa di essere dalla parte di una ragione più alta di una stupida proprietà privata, da fermarsi a immortalare il proprio reato sotto gli occhi dei poliziotti?)». Non c’è bisogno di trovare spiegazioni altisonanti per questa sciocchezza: si tratta di una sciocchezza. Le persone che hanno compiuto questo bellissimo gesto erano effettivamente persone dalla scarsa o nulla preparazione politica, tanto ingenue da farsi fotografare mentre commettono un reato (forse pensavano che anche gli agenti della DIGOS che avrebbero visionato i filmati hanno un cagnolino a casa ad aspettarli... sul divano).

ANTISPECISTI FILOSOFI

Alcune affermazioni sul percorso da cui prende le mosse la campagna contro Green Hill contenute nell’articolo mi hanno decisamente sorpreso, anche perchè sembrano voler chiarire la ricostruzione parziale ed imprecisa fatta da Musella.

Anzitutto, si parla di una storia «articolata sia come pratiche e soprattutto come pensiero». Delle pratiche vedremo poco oltre. Va intanto notato come pratiche e pensiero abbiano finora percorso due strade ben distinte: il «filone politico dell’antispecismo», la «seconda generazione» è sconosciuta – quando non invisa - agli attivisti e non ha esercitato se non una minima influenza sulle forme di azione antispecista[11]. Del resto, a parte Singer e Regan (il “primo” antispecismo), gli autori citati o suggeriti sono stati – loro sì – poco più di una «presenza estemporanea» nell’antispecismo. Mi riferisco a Horkeimer (chiamato in causa esplicitamente), Adorno, Heidegger, Lévinas, e – in misura minore – Agamben e Derrida (questi ultimi hanno in effetti affrontato in modo più diretto e consistente la questione animale, anche da un punto di vista non antropocentrico). Immagino che Pigliucci si riferisse a costoro. Non intendo qui sminuire la portata degli spunti presenti nella loro elaborazione concettuale[12], ma soltanto sottolineare come nessuno di loro si sia occupato principalmente della questione animale: per chi si occupa d’altro (come Musella, per esempio) è dunque normale non ravvisare la presenza di un corpus teoretico antispecista “di seconda generazione”, che – se esisterà – è ai suoi esordi e si fonda proprio sul lavoro di chi fa emergere i più importanti spunti di autori antropocentrici e li sviluppa in senso antispecista.

ANTISPECISTI IN AZIONE

In secondo luogo, l’articolo di Pigliucci ci ricorda che l’allevamento di Montichiari (a proposito, non è «l’unico in Italia»[13]) viene attaccato in seguito alla chiusura di Morini, avvenuta grazie alla campagna “Chiudere Morini”. Ora, è questa stessa vicenda ad aver indicato definitivamente come la strategia delle campagne di pressione sia da superare: i tempi inevitabilmente lunghi di chiusura di un allevamento lasciano infatti la possibilità di riorganizzare il mercato di rifornimento dei laboratori. Proprio per questo – e per altri motivi – la campagna contro Green Hill ha rapidamente mutato impostazione, almeno in parte, insistendo sulla necessità di creare attenzione mediatica sul dramma della vivisezione e puntando a modifiche legislative con implicazioni più ampie rispetto alla chiusura di un singolo allevamento. E invece, secondo l’articolo, Musella dovrebbe sapere che “questa modalità di lotta è mutuata da un modello anglosassone che ha una sua storia interessante, che con le stesse strategie di accerchiamento pacifico e boicottaggio economico ha portato alla chiusura di diversi allevamenti e laboratori del Regno Unito”. Questa modalità di lotta, che si sviluppa intorno alla campagna SHAC, semplicemente è fallita, ed è stata sostanzialmente abbandonata in tutti i paesi in cui si era diffusa. Ed è fallita a caro prezzo, stimabile negli svariati anni di galera comminati agli attivisti: perciò, spacciare questo metodo – oggi – come “interessante” è a mio avviso non solo sbagliato, ma pericoloso. Un’altra grande campagna italiana (AIP), fondata su principi in buona parte differenti, ma accomunata a tali campagne dall’idea fondamentale di abbattere un settore dello sfruttamento animale tramite il boicottaggio di singole aziende su cui concentrarsi “in serie”, è parimenti stata conclusa senza successo, e purtroppo anche  senza una vera e propria riflessione pubblica. Per fortuna, qualche riflessione non pubblica c’è stata, dato che la campagna contro Green Hill ha, sotto questo aspetto, intrapreso strategie più mature.

ANTISPECISTI IN DISCUSSIONE

In conclusione, credo siano molto importanti i problemi che l’articolo di Pigliucci pone al movimento, ma altrettanto ingenua la ricostruzione della sua storia, del suo carattere libertario, antifascista e politicamente consapevole. La descrizione dei caratteri del movimento è talmente ottimistica da condurre ad usare espressioni quasi grottesche, come «rivoluzione in culla». Al contrario, una seria riflessione sul perchè il qualunquismo permea l’antispecismo è urgente ed è soltanto all’inizio, ma d’ora in poi non basterà dirsi ritualmente antisessisti e antirazzisti, o stigmatizzare i trascorsi fascisti del leader del gruppo avverso.



[1] Non si è trattato, in realtà, di un vero dibattito, poichè, a mio avviso, nessuno è entrato nel merito delle questioni sollevate – in modo piuttosto generico – da Left.

[2] Va però considerato che molte delle affermazioni che io critico, nell’articolo di Pigliucci, sono più facilmente comprensibili se si considera che  quell’articolo, nelle intenzioni dell’autrice, doveva essere pubblicato su Left, ed era quindi rivolto ai lettori di tale rivista, presumibilmente poco edotti su molte dinamiche dell’ambiente animalista/antispecista.

[3] Non è un caso che i gruppi animalisti più facilmente associabili all’estrema destra (a CasaPound, in particolare) siano stati agevolmente tenuti alla larga dal Coordinamento Fermare Green Hill, grazie a dei semplici slogan, cosa che non funziona altrettanto bene con il fascismo strisciante del qualunquismo animalista.

[4] La sua prima partecipazione dichiarata è del 25 settembre 2010. Ad onor del vero, dal settembre 2010, per circa un anno M.V. Brambilla si interessa comunque marginalmente alla campagna; dall’autunno del 2011, invece, partecipa con frequenza alle iniziative e rilascia continue dichiarazioni a mezzo stampa.

[5] Unica eccezione, l’articolo di Aldo Sottofattori, La coscienza degli animalisti, che ha beneficiato di scarsissima eco anche negli ambienti “radicali”. Successivamente, il tema è stato trattato a latere in altri scritti, raccolti qui.

[6] Anche in questo caso, gli attacchi più frequenti a M.V.B. sono ad personam: le industrie ittiche di famiglia, la malagestione del canile di Merate. Benchè anche queste possano essere preoccupanti spie della strumentalità delle operazioni dell’Onorevole, dovremmo interessarci piuttosto a ciò che costei rappresenta politicamente, di quale visione di antispecismo sia portatrice (una visione apolitica e perciò di destra, paternalista, spesso xenofoba).

[7] “...più di 10.000 in piazza, per la più imponente manifestazione antispecista degli ultimi tempi” (L.Pigliucci).

[9] «... che gli stessi poliziotti, verosimilmente donne e uomini con familiarità ai cani (di quadrupedi, cani e gatti, ne abitano nell’80% delle case italiane), una volta compreso quello che stava per accadere, cioè la salvezza dalla tortura vivisettoria per piccoli snoopy di due mesi di età, non se la siano sentita di fermare i loro salvatori» (sic). Forse la “familiarità” dei tutori dell’ordine con i cani deriva anche dai rapporti di lavoro che con questi intrattengono: anche questa è familiarità, dopotutto.

[10] Non si intende qui sminuire il valore dell’empatia, indispensabile per l’antispecismo,  quanto la sua espressione più ambiguamente legata all’animale d’affezione inteso almeno in parte come oggetto (Brambilla: i cani sono «esseri che hanno diritto a una famiglia, alla pappa e a un divano»...), e soprattutto l’idea che l’empatia possa bastare a se stessa, senza il bisogno di farsi strategia politica. Il Coordinamento Fermare Green Hill ha giustamente cercato di ricondurre al buon senso chi vedeva nelle forze dell’ordine dei possibili “solidali” con la causa: «Anche se comprendiamo lo spirito con cui molti speravano di poter entrare nell’allevamento, aprirne le porte e salvare gli animali, è un po’ ingenuo pensare che la polizia avrebbe permesso un’altra liberazione da Green Hill. Ed è sprovveduto quando si vede come stanno le cose scagliarsi addosso alla celere in antisommossa a mani alzate insultandoli dicendo che tanto “non possono farci niente”. Evidentemente oltre alla giusta rabbia per quanto accade in questo lager c’è stata molta ingenuità e mancanza di cognizione sul ruolo che la polizia ha in questi casi» (comunicato 30 giugno: un corteo su cui riflettere).

[11] Il Coordinamento Fermare Green Hill (cioè il movimento politico libertario cui l’articolo fa riferimento, insieme al pensiero antispecista politico) ha sovente mostrato insofferenza verso la filosofia antispecista, ed in particolare verso la cosiddetta “seconda generazione”. Le citazioni seguenti – estratte dalle lettere aperte di due degli attivisti del Coordinamento saliti per 30 ore sul tetto dell’allevamento Green Hill il 14 ottobre 2011 -  sono in tal senso eloquenti. «La liberazione animale non è un concetto da discutere accademicamente in aule universitarie. Non è un pretesto per nutrire il proprio ego. Non è una “cosa umana” che si presta a dissertazioni di vario genere. Non trova luogo su facebook, sui forum o in altri luoghi irreali, che, curiosamente, come gli allevamenti sono non-luoghi, fatti di non-tempo e non-spazio. La liberazione animale è semplicemente qui ed ora, per tutti quelli che stanno aspettando la morte per mano umana». «Senza la partecipazione attiva non si possono cambiare le cose, e parlo anche di chi cerca di affrontare il discorso anche (o solo) a livello filosofico (tranne quando parla di cose che non sa e\o spara cazzate)».

[12] Si veda a questo proposito M. Calarco, Zoografie, Mimesis 2012.

[13] Forse è l’unico allevamento di beagle. Ma è rilevante che lo sia?

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Martedì, 03 Luglio 2012 13:58

Vegan F.A.Q. - Video

Alcune interviste ai partecipanti all'edizione 2011 del Veganchio, realizzato da Oltre la Specie


Come sei diventato veg?


Ma la povera carotina non soffre anche lei?

Ma se il leone mangia la gazzella perchè noi non dovremmo mangiare gli animali?

Ma con tutti i bambini che muoiono di fame nel mondo voi animalisti non avete nient'altro di cui occuparvi?

In questo modo andrebbero perse tutte le nostre tradizioni culinarie, non credi?


Guarda le risposte


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Segnaliamo un'interessante puntata della trasmissione “ControEssenze” (Radio Onda Rossa, 19 giugno 2012) a cura di Connettive sul femminismo antispecista e Carol J. Adams (durata: 41')

Ascolta la puntata

Su Carol J.Adams, si veda anche la traduzione del capitolo 2 del suo "The Sexual Politics of Meat", pubblicato dalla rivista Liberazioni, nr. 1, e disponibile qui.
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Segnaliamo due articoli:

1. Titicaca, il lago degli Inca ucciso dall'inquinamento (VIDEO)

2. Ai piedi della diga che divora la foresta "Addio Amazzonia"


Oikos.

Fra antispecisti ed ecologisti spesso non corre buon sangue. Banalizzando potremmo dire che questi si occupano di ambiente, ecosistemi, biodiversità, mentre noi antispecisti ci occupiamo di animali – prevalentemente non umani, anche se non solo. Gli ecologisti hanno una visione che potremmo dire olistica dell’ambiente, che a noi antispecisti non piace granché, perché partiamo sempre dagli individui (animali). Come dice Massimo Filippi, l’ecologia è un discorso (logos) sul proprio (oikos: la casa) che non può che ricadere nell’antropocentrismo, ripetendo il nomos umano: l’economia. (1) 
Per quanto tenti si superare questo limite, anche la deep ecology, sembra rimanervi intrappolata, perché il decentramento che tenta dallo sguardo umano non passa per lo sguardo dell’altro animale. Per quanto  le cose e il vivente in generale (il regno vegetale, la vita non senziente) possano essere considerati importanti e meritevoli di un atteggiamento etico, essi non hanno uno sguardo. E lo sguardo è ciò che implica percezione e intenzionalità, capacità di soffrire e provare piacere, gioire e rattristarsi, spaventarsi e angosciarsi. Decentrarsi verso lo sguardo del senziente non umano è fare esperienza di un alterità rimossa e negata, che chiede e perfino impone giustizia. Lo sguardo è un volto, potremmo dire parafrasando Levinàs, radicalizzando la sua filosofia oltre l’antropocentrismo che l’ha intrappolata: ogni sguardo è un volto, un volto che impone un’etica (2).
D’altra parte ci sono buone ragioni per noi antispecisti per occuparci di ambiente: tutti quanti noi, esistenti non umani e umani, abitiamo lo stesso pianeta, ognuno abitandone una porzione, un ecosistema o una rete di ecosistemi, e persino quello che Uexküll chiamava un umwelt, (mondo-ambiente). Distruggere un ecosistema significa immediatamente distruggere vita animale, perché per quanto impoverito, ogni ecosistema ne pullula, dalle cime degli alberi al sottosuolo. Ogni ruspa distrugge tutto ciò che non può scappare o non è stato messo in salvo dalla cura genitoriale: insetti, artropodi, anfibi e piccoli rettili, cuccioli di uccelli nei nidi e cuccioli di mammiferi nelle tane. E distruggere un ecosistema significa anche dare la morte nel tempo, una morte dilazionata: perché, com’è noto, un ecosistema è uno spazio di rapporti fittissimi quanto fragili che garantiscono, pur nel loro divenire (un ecosistema non è un edificio di cemento), l’esistenza di individui e specie. Anche senza sacralizzare dunque l’idea di ecosistema (senza farne quel curioso idolo a cui s’immolano troppo spesso gli individui – come negli abbattimenti selettivi, che non si capisce chi o cosa dovrebbero
garantire, dato che appunto, l’ecosistema non è un monumento da manutenere e restaurare), la sua distruzione, soprattutto laddove esso sia costituito da forme di relazioni uniche e irripetibili e garantisca gli esistenti di specie “non altamente adattabili” (distruggere una foresta vergine non ha le stesse conseguenze s’un giaguaro o s’un orango che la distruzione di una fogna ha s’un topo o uno scarafaggio: e non è questione di “simpatie”) diventa un problema antispecista, oltre che un fenomeno che non esito a definire straziante.
La distruzione di un ecosistema o di un intero ambiente inteso come rete di ecosistemi ha poi ricadute pesantissime sulle condizioni degli umani stessi: non certo di quegli umani che lo distruggono (se non a lungo termine: magari per i loro figli), ma di quelli che non hanno alcun potere davanti a piani “selvaggi” di industrializzazione forzata che disseminano dighe fra le foreste e inquinano a morte acque e suolo. Non starò certo qui a difendere in assoluto la pratica della pesca, ma è ovvio che per una popolazione di indios andini essa ha una funzione diversa da quella che riveste per gli “sportivi” occidentali, per i pescatori a strascico del nord del mondo, o per i pescicoltori. Una funzione, una modalità e un impatto completamente diversi. Detto questo, e se è vero che non esistono culture “fisse” e chiuse in se stesse, non è accettando la loro distruzione e l’impoverimenti di esseri umani non occidentali che noi antispecisti d’occidente proporremo in modo persuasivo, dei cambiamenti culturali o anche solo “alimentari” al resto degli abitanti del pianeta (che, detto per inciso, sono la stragrande maggioranza). Senza contare, infine, che proprio i pescatori andini, così come i “cacciatori-raccoglitori” d’Amazzonia, e i vari agricoltori di un’agricoltura di sussistenza che non avvelena e non sfianca le terre, saranno poi essi stessi, impoveriti fino alla miseria o deportati, i destinatari dei prodotti degli allevamenti industriali e del ciclo della carne, alimentati dall’acqua e dall’elettricità delle dighe.

Per non parlare delle merci che l’assenza di norme ambientali (anche minime) garantisce a basso costo a distretti industriale che usano laghi e fiumi come latrine per lo smaltimenti di reflui tossici e di qualunque spazzatura.

Ecco i due casi strazianti del lago Titicaca (un nome che non vi farà più sorridere) e della diga di Bel Monte, in costruzione in Amazzonia.

Antonio Volpe x Antispecismo.Net



1 Massimo Filippi. Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte. Ombrecorte. Verona 2010

Vedi i contributi in questa direzione di Matthew Calarco, a partire da in AAVV. Nell’albergo di Adamo. A cura di Massimo Filippi e Filippo Trasatti. Mimesis.

2 Vedi i contributi in questa direzione di Matthew Calarco, a partire da in AAVV. Nell’albergo di Adamo. A cura di Massimo Filippi e Filippo Trasatti. Mimesis.

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da: Oltre la Specie

Finalmente quest’anno viene abolita la fiera del bestiame di Monza.

Il 24 giugno non sarà più una giornata di tristezza.

Nel 2007, a seguito di varie segnalazioni e proteste di cittadini monzesi indignati per le sofferenze degli animali esposti, Oltre la specie ha iniziato una campagna di pressione per chiedere l’abolizione della Fiera del Bestiame. Nel 2007, la fiera di S.Giovanni si teneva ancora nell’area dell’ex macello. Durante la fiera centinaia di animali stavano per tutta la giornata stipati al caldo, contornati da cittadini curiosi che portavano i bambini a vedere come son fatti i maiali, le mucche, le oche, le pecore. Gli animali che non erano ritenuti idonei per essere esposti venivano lasciati sui camion nelle stradine adiacenti la fiera e, in quell’anno un asino moriva di caldo e di stress e una cavalla avrebbe fatto la stessa fine se un’attivista non avesse allertato per tempo i vigili urbani segnalando un rumore proveniente da un furgone sotto il sole, completamente chiuso.

Nel 2008, la fiera viene spostata nel parco. Forse gli amministratori pensavano che gli animali fossero più felici di stare legati per 15 ore sotto il sole del parco piuttosto che sotto il sole del centro città? In quell’anno, durante la nostra protesta, un gruppo di allevatori ubriachi stritolava con le proprie mani una cocorita appena acquistata ad una bancarella, rea di aver dato una beccata a chi la teneva in mano. Oltre la specie organizza così un altro volantinaggio contro l’amministrazione comunale nella speranza che venga posta fine a questa lugubre tradizione cittadina. Gli animali continuano a soffrire senza che nessuno se ne preoccupi.

Nel 2009, decidiamo di andare dal Sindaco per sondare la possibilità di organizzare una “fiera” alternativa: far conoscere ai bambini alcuni animali provenienti da santuari animalisti invece che animali umiliati in attesa solo di andare al macello. L’allora Sindaco Mariani della Lega Nord sostiene che la tradizione ha un valore troppo importante e ignora la richiesta. Lo stesso ENPA (Ente Nazionale protezione Animali) sostiene che è assurdo e utopistico cercare di eliminare una tradizione centenaria. A partire da quella data, Oltre la specie organizza vari presidi e proteste durante alcuni consigli comunali. Ai consiglieri vengono regalati DVD, libretti, fotografie e lettere per sensibilizzarli sulla questione animale. In città gli attivisti distribuiscono più di 30.000 volantini contro la fiera e due consiglieri di minoranza (Scanagatti, l’attuale Sindaco e Ascrizzi, consigliere della sinistra radicale) intervengono durante le sedute del consiglio per appoggiare l’abolizione. Una protesta telematica blocca per qualche giorno le mail di molti assessorati. Gli attivisti animalisti, inoltre, ogni 24 giugno, sono al Parco per manifestare in nome delle vittime silenziose che vengono premiate per la grandezza delle mammelle e per la qualità delle loro carni. Ogni anno i controlli sono sempre più attenti (anche se i veterinari ASL sembrano essere parenti stretti degli allevatori), gli allevatori sono sempre di meno, viene vietata la vendita ufficiale di animali (quella ufficiosa, ovviamente, continua indisturbata) e chi porta un animale non adatto ad essere esposto è obbligato a tornarsene a casa con tutta la sua “mercanzia”. Sotto i nostri occhi, nonostante i controlli a loro dire accurati, nel 2010 una capra partoriva il suo piccolo durante la fiera.

Nel 2011, con la fiera del bestiame ormai ridotta a pochi tristi animali e ad ancor più pochi e tristissimi allevatori, Oltre la specie, durante la “cerimonia” di consegna delle targhe agli allevatori, conferisce all’ex assessore Gargantini (organizzatore dell’evento) la “Targa al DEMERITO” e una coppa in memoria delle nefandezze della Giunta. La sera, durante l’affollato evento dei fuochi d’artificio, gli attivisti distribuiscono migliaia di volantini ai cittadini e proiettano alcuni video sullo sfruttamento e l’uccisione degli animali da reddito.

Le recenti elezioni, la decisa presa di posizione contro la fiera dell’attuale Sindaco, la mancanza di fondi delle amministrazioni e la crescente sensibilità della cittadinanza hanno dato il colpo di grazia a questa tradizione di cui nessuno sentirà la mancanza. Augurandoci che non dovremo più pensare alla fiera del bestiame, ringraziamo tutti coloro che nel corso di questi anni ci hanno aiutato a fare pressione e a rendere possibile questo importante risultato.  

 

Oltre la specie (www.oltrelaspecie.org)

Per approfondimenti sulle iniziative dello scorso anno e la “premiazione al demerito”:

http://oltrelaspecie.blogspot.it/2011/06/giornale-di-monza-targa-al-demerito.html#!/2011/06/giornale-di-monza-targa-al-demerito.html

http://oltrelaspecie.blogspot.it/2011/06/24-giugno-2011-contestazione-fiera-del.html

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