Pubblichiamo un articolo comparso sulla rivista Vice
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Essere vegan non è per tutti

di Francesco Birsa Alessandri

La titubanza con cui inizio questo articolo è estrema, dato il senso di mezzo-terrore-mezzo-cheduepalle che mi sale automaticamente alla prospettiva di scrivere per VICE un articolo che riguarda l’essere vegani. Questo perché ho praticamente a che fare ogni giorno con discussioni lunghissime e contorte sul quali siano le motivazioni concrete di una scelta tanto importante, su vantaggi, svantaggi, e contraddizioni intrinseche. Ma oltre le provocazioni e l’ottusità catto-specista dei più, che mi fanno rodere il culo in una maniera difficile da immaginare se non l’hai mai provato, non posso far altro che accettare il tedio di queste eterne discussioni come una mia responsabilità.

Si può scegliere di diventare vegani per parecchi motivi. Per quanto mi riguarda, le scelte che ho fatto nascono dal rifiuto dei processi di sfruttamento degli altri esseri viventi da parte dell’uomo, in uno stravolgimento della scala gerarchica in cui ci poniamo di solito nei confronti della natura, come se fosse solamente una risorsa a cui attingere e non un sistema, un complesso organismo di cui non rappresentiamo che una parte. Garantire la dignità e il diritto alla vita di ogni componente di questo organismo significa garantire, anche e in primo luogo, la nostra stessa dignità. Da qui l’idea fondamentale che un animale non sia riducibile a un prodotto, men che meno uno venduto in forme che ricordino il meno possibile l’atto sanguinario della macellazione.

Queste, dicevo, sono le mie motivazioni. E non mi sono mai sognato di fare predicozzi da disadattato, né di dare dell’assassino a cazzo di cane. Non serve a nulla, ed è appannaggio esclusivo di chi ha bisogno di una “causa” solamente come scusa per salire in cattedra. C’è un’altra tendenza, però, che si sta rivelando altrettanto stupida e, in genere, piuttosto dannosa per la diffusione di certe idee. Si tratta della spinta a glamorizzare, generando una strana creatura che sta all’antispecismo come il Power Yoga sta ai Veda.

Più di tutti l’ha fatto la PETA, proponendo campagne di sensibilizzazione anti-pellicce in cui la starlette di turno si mostra come mamma l’ha fatta (no, non c'è bisogno di ricordarmi che in Italia le ha imitate Marina Ripa Di Meana). A questo proposito è importante menzionare anche tutte le polemiche sul solito uso di corpi femminili da gnocche e sullo stragrande quantitativo di soldi che gira intorno alla PETA, oltre alla loro discutibilissima politica sull’eutanasia. Fatto sta che, oltre a questi esempi così controversi, ci sono tantissimi tizi famosi, di cui alcuni francamente sorprendenti, che hanno abbracciato questo stile di vita per motivi vari. Il caso più clamoroso che ricordo è Bill Clinton, il più triste Paola Maugeri.

Una recente iniziativa apertasi l'altro ieri in giro per l’Italia mi ha portato nuovamente a riflettere in questo senso. Si chiama Veghip Week (questa è la seconda edizione, la prima era limitata a Milano), è stata ideata da un’azienda di nome Equology, dal nome e dai propositi sicuramente lodevoli: “un network di professionisti del marketing etico e della comunicazione e sviluppiamo strategie e campagne 360° in un’ottica di rispetto delle risorse ambientali e umane, in cui il benessere individuale è rilevante ed assume valore solo se compatibile anche con il benessere collettivo”.
Tecnicamente l’intento non è altro che quello di promuovere la scelta Vegan. Qualche decina di ristoranti, molti a Milano e Roma, alcuni in altre città perlopiù del nord, proporrà per tutta la settimana piatti vegani completi e anche menù particolari, offrendo poi qualche attrattiva collaterale ai propri clienti come workshop e simili.

Le informazioni offerte dal loro sito mi sembrano piuttosto complete, e le motivazioni di base che propongono mi trovano d’accordo su gran parte della linea. Ciò non mi impedisce, però, di vedere questa manifestazione come qualcosa di piuttosto irritante: tanto quanto nella “pubblicità” offerta dai VIPs, c’è un sostanziale classismo di cui farei volentieri a meno.

Anzitutto l’associazione di “veg” all’aggettivo “hip” (lo slogan della faccenda è proprio "be hip, be vegan"). “Hip” si dice di quanto è figo, “avanti”, la cosa più smarza del momento, è quindi uno status passeggero per definizione. Quello che oggi è hip domani potrebbe venire superato dal suo contrario, e non mi pare affatto un modo serio di mettere le persone al corrente di idee così rilevanti, che richiedono un ripensamento consapevole e molto forte delle proprie abitudini. D’altro canto basta dare un’occhiata ai locali in cui la settimana si svolge, col loro arredamento minimal-rustico un po’ da diner newyorkese (o bistrot berlinese). Rientra tutto nell'estetica da green economy, o meglio da decrescita chic, fatto di menu scritti sulla lavagna e banconi in legno bianco. In mano, di fatto, non abbiamo molto più che un prodotto dall’estetica “alternativa”. Anche a prescindere dal costo effettivo, alto o basso (tendenzialmente siamo sul medio-alto), dei prodotti e dei piatti.

Io stesso rimango davvero sbigottito ogni volta che un conoscente o collega mi fa domande sul costo della vita da vegano, che nella percezione comune è dispendiosa e appannaggio di pochi. Un vero e proprio lusso. Altrettanto sbigottito sono ogni volta che mi capita di notare il prezzo della carne nei supermercati, facendo caso a quanto di più peserebbe sul mio bilancio una dieta “onnivora”. Passa il mito che vegani sono i ricchi, le stelle del cinema, gli “artisti”. Peggio ancora, ci si ritrova sballottati tra i due poli stereotipali del fricchettone pulcioso che ti fa la morale, e quello del riccone che spende al NaturaSì. A dire la verità questi, più che stereotipi sono esempi di come non comportarsi: il primo tanto quanto il secondo, perché a volte la coerenza totale sbandierata da certi oltranzisti dell’ambientalismo non fa altro che alienarli da una società sulla quale non potranno, per questo, mai avere un peso. Non che mi faccia piacere dover scendere ogni giorno a compromessi, ma odierei sfondare uno di questi due argini.

Dispiace anche finire per essere così distruttivi verso qualcosa come Veghip, che in realtà si pone tutti gli obiettivi giusti e, se non altro, dimostra in primo luogo che si possano mangiare cose buonissime pure nsenza ingoiare cadaveri nè secrezioni ghiandolari. Così però non funziona, non funzionano la “vita a impatto zero” dei vip televisivi, non funziona nessun modello di alternativa che non cerchi di dialogare con la quotidianità vera di chi lavora, consuma e vota. Chiaro che un volto noto  porta visibilità, tuttavia ho provato spesso in prima persona quanto questa sia effimera. Sarebbe semmai da diffondere l’esempio di una vita antispecista non solo come accessibile a tutti, ma vera e propria alternativa alla resa in tempo di crisi. L’antispecismo non dovrebbe essere che una parte di un intero insieme di abitudini e consapevolezze il cui interesse primario è costruire una realtà tangibilmente più equa per il pianeta intero. Cioè per tutti, non solo chi è “hip”.

Segui Birsa su Twitter: @FBirsaNON
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Fonte: www.bioviolenza.blogspot.it


In attesa della tre giorni del Salone del Gusto / Terra Madre, che si terrà a Torino, e del presidio di controinformazione e protesta contro l'allevamento "sostenibile" organizzato per domenica 28 ottobre, pubblichiamo qui la lettera che abbiamo inviato a Carlo Petrini, presidente di Slow Food, come Progetto BioViolenza.

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Egr. Carlo Petrini,

a nome degli attivisti animalisti che in questi anni si stanno occupando dell'analisi di quella che noi definiamo “bio-violenza” o “happy meat” (vedi www.bioviolenza.blogspot.it/), vorrei ricordarle alcune questioni di cui abbiamo discusso sia con lei direttamente che con alcuni rappresentanti di Slow Food.

Al Salone del Gusto di Torino di due anni fa, gli animalisti hanno distribuito per tre giorni migliaia di volantini per denunciare la mancanza di un punto di vista etico diverso dal vostro in un evento che fa dell’etica il suo cavallo di battaglia. Con un blitz all’assemblea finale di “Terra Madre”, davanti a migliaia di delegati e giornalisti da tutto il mondo, alcuni attivisti si erano conquistati anche lo spazio per evidenziare quella posizione, tutta antropocentrica, di chi discetta di etica, benessere e sostenibilità, mentre nello stesso tempo non riesce ancora a fare a meno dello sfruttamento e dell'uccisione di altri viventi senza porsi problemi di coscienza, per'altro in sintonia con fette importanti di popolazione "sensibile" e di realtà produttive “sostenibili”, sia per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori, lo sviluppo locale e la tutela dell'ambiente, ma non ancora, purtroppo, nei confronti della sofferenza degli animali.


Abbiamo contestato “Slow Fish” a Genova. Se i mammiferi sembrano meritare almeno un abbozzo di discussione sulle modalità con cui dovrebbero poter condurre la loro breve vita, è evidente che i pesci non godono nemmeno della minima considerazione. L’unico problema che Slow Food considera sono i danni agli ecosistemi, all’ambiente, alla quantità di fauna marina disponibile. Della sofferenza dei pesci non interessa nulla a nessuno, neppure ai vostri “esperti” biologi marini che negano ancora, nonostante i molti studi di etologi illustri sull’argomento, che il sistema nervoso dei pesci sia sensibile al dolore in modo paragonabile a quello dei mammiferi (nel caso volesse approfondire, abbiamo una registrazione -che possiamo spedirle- con il Presidente del Comitato Scientifico, dott. Silvio Greco, che durante il colloquio con una nostra delegazione a “Slow Fish” anacronisticamente sosteneva una differenza qualitativa della sofferenza tra pesci e altri animali terrestri – sic).


In queste circostanze ci avete detto che il dialogo con gli animalisti è auspicabile, che dovrebbe essere incentivato e ci avete spronato ad un confronto, e siamo qui a ribadire e rinnovare la nostra disponibilità.


Molte persone che gravitano intorno a Slow Food sono anche animaliste: lo dimostrano, oltre alla quantità dei vostri associati vegetariani e vegani, gli applausi che hanno accompagnato le parole di protesta a favore della "liberazione" animale durante il blitz di cui sopra. Anche per questo riteniamo doveroso proporre la discussione etica sull’importanza della vita dei singoli individui animali al centro del vostro/nostro dibattito.


Chiediamo quindi di partecipare alla prossima edizione del Salone del Gusto di Torino con un intervento corposo e non occasionale, fortuito o strappato con la furbizia. Vorremmo dunque concordare con lei direttamente (o con uno degli organizzatori principali dell’evento) le modalità di un nostro intervento, in occasione della Conferenza finale di “Terra Madre”. Vorremmo dare voce agli ospiti muti che, loro malgrado, parteciperanno alla fiera, nella speranza di aprire un dibattito serio e costruttivo sull'utilizzo degli animali nella produzione, mettendo in discussione anche il concetto – per noi ambiguo – di “benessere animale”. Uno spazio ufficiale con pari dignità rispetto agli altri potrebbe dimostrare che, almeno sul piano del dibattito, il tema dei soggetti animali ha analoga considerazione rispetto agli altri importanti temi etici di cui Slow Food si è fatta carico in questi anni. Siamo certi che, a differenza di come è stato in passato, si possa reciprocamente considerare il dibattito sul tema come un'importante opportunità di confronto.


Bio-violenza

www.bioviolenza.blogspot.it

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LA FILOSOFIA DELL'ANTISPECISMO - UNI3 IVREA (TO)

a cura di Associazione Oltre la Specie

Sette incontri per un per-corso che si propone di offrire una panoramica sull’evoluzione di una tendenza la quale, avviatasi come generico sentimentalismo protezionistico in favore degli animali, si è successivamente tradotta in una filosofia rivoluzionaria capace di offrire una nuova prospettiva alla crisi dell’“umano”. Forse le difficoltà che l’umanità sta vivendo in questo difficile momento possono essere ricomposte riscoprendo l’antispecismo?
 
IL CORSO E' COSTITUITO DA 7 LEZIONI da VENERDI' 12 OTTOBRE a VENERDI' 30 NOVEMBRE
 
Gli incontri si svolgono presso il Parco della Polveriera (Ivrea) dalle 14.30 alle 16.30.
 
Nel parco è possibile parcheggiare, ma il luogo è raggiungibile anche con i mezzi pubblici (linee 5 e 6)
 
Le iscrizioni si ricevono presso la sede dell’Associazione durante gli orari di apertura della Segreteria Biblioteca Civica “C. Nigra”, P.zza Ottinetti, 30 - Primo piano con il seguente orario:
 
DAL 20 SETTEMBRE AL 20 OTTOBRE mattino: da martedì a sabato 9.30 - 12.00 - pomeriggio: da martedì a venerdì 14.30 - 17.00
 
DAL 23 OTTOBRE mattino: mercoledì e sabato 10.00 - 12.00 - pomeriggio: martedì e giovedì 15.00 - 17.00
 
Telefono: 0125 4101 (int. 506) www.uni3ivrea.it  - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 
PER INFORMAZIONI 333 6202581

Programma sul sito di Oltre la Specie
 
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Animal Studies: abbonamenti e notizie


In autunno uscirà il primo numero di Animal Studies: rivista italiana di antispecismo – curata dalla redazione di Asinus con l’intento di diffondere, anche in ambiente scientifico e accademico, il complesso dibattitto sull’animalità e le sue diverse intersezioni concettuali.

Qualora foste interessati ad abbonarvi alla rivista cliccate qui

Qualore foste interessati a collaborare alla rivista cliccate qui

Qualora foste interessati solo ad un numero cliccate qui

Il primo numero si chiamerà “politiche della natura”, sarà curato da Marco Maurizi e conterrà, fra le altre cose, un inedito di Slavoj Žižek sull’animalità e la filosofia.

Il secondo numero dedicato alla scienza e agli animali, curato da Mimma Bruni conterrà, invece, un inedito di Tom Regan.

E poi? E poi, se ci aiutate, faremo di tutto per continuare a dibattere e far dibattere su questi temi.


Animal Studies è una rivista trimestrale peer–review che affronta da un punto di vista filosofico problemi di tipo etico, politico, scientifico e culturale legati al nostro complesso rapporto con la natura, con particolare attenzione alla questione del rapporto con gli animali non-umani. Oltre ad articoli di approfondimento e interviste ai protagonisti dei dibattiti nazionali e internazionali su tali tematiche, la rivista presenta al lettore un’aggiornata documentazione sull’argomento (libri, convegni, film ecc.) in un’apposita rubrica di recensioni, utile strumento di orientamento. La rivista si pone infine come luogo ideale di dibattito, offrendo ampio spazio ad interventi che discutono e problematizzano le tesi ed i contenuti pubblicati, in un’apposita sezione dedicata al confronto tra gli autori e tra autori e lettori. Animal Studies intende così proporre al lettore un panorama aggiornato e ampio delle diverse posizioni teoriche nella convinzione che solo la spassionata ricerca della verità possa condurre a soluzioni praticabili dei problemi posti e contribuire ad un reale avanzamento morale e civile della società contemporanea.

ISSN 2281-2288

 

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Venerdì, 28 Settembre 2012 07:22

17/10 a Monza: Liberi pensieri su Green Hill

Monza, mercoledì 17 ottobre dalle ore 19.30

c/o "La Pentola Vegana", via Lecco 18, Monza 

Cena e dibattito "Liberi pensieri su Green Hill"

a cura di Oltre la Specie

Disponibile per l'occasione piatto unico completo a 6 euro
GRADITA PRENOTAZIONE!

Info e prenotazioni: 039-490403 348-2603861
Dettagli nella locandina


Pagina evento sul blog di Oltre la Specie

Evento Facebook

www.oltrelaspecie.org



  
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Mercoledì, 26 Settembre 2012 14:52

Nasce Musi e Muse - rivista antispecista on line

Settembre 2012

Nasce Musi e Muse, rivista antispecista

Rivista trimestrale ad accesso aperto.

On line il numero zero.

Sito della rivista: www.musiemuse.org

Presentazione dal sito

Musi e muse (MeM) è una rivista stagionale on line ad accesso aperto, edita da un gruppo di persone interessate ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale.

MeM intende esprimere una voce diversa rispetto alle tesi più note in Italia (animalismo, diritti animali, antispecismo) ed in particolare rispetto a quelle analisi che si avvalgono di concetti come «altro», «differenza», «dominio», la cui astrattezza si presta ad un uso multifunzionale che li rende inadeguati alla descrizione della storicità e contestualità delle relazioni tra umani e animali.

L’obiettivo di MeM è indagare il modo in cui le relazioni interspecifiche si concretizzano in specifiche forme che mettono a contatto soggetti viventi in una stessa comunità. Tali forme costituiscono interdipendenze complesse che legano umani e animali in una mescolanza di elementi affettivi e di reciproca utilità e sprigionano particolari circolazioni di potere.

Particolare spazio viene dato alle circostanze che, nelle relazioni singole come in quelle socialmente istituzionalizzate, piegano l’interdipendenza in squilibrio creando situazioni di sfruttamento e distruzione dell’animale da parte dell’umano.

Per permettere una fuoriuscita da tali situazioni, nella prospettiva del raggiungimento di relazioni eque ed egualitarie tra umani e animali, MeM propone analisi ispirate all’etica del care, un approccio che riconosce il carattere politicamente fondamentale dell’interconnessione tra le soggettività e valorizza le esperienze personali di contatto, condivisione e dialogo con gli animali. Tale approccio costituisce una via per individuare punti di contatto con i movimenti di liberazione di altri soggetti, in particolare con i movimenti femministi la cui eredità risulta imprescindibile per quanto concerne l’analisi della politicità di quelle realtà che la tradizione filosofica definisce «natura».

La rivista propone saggi di approfondimento, italiani o tradotti, insieme ad interventi, interviste e testi più personali.

Indice del nr. 0

Numero 0 (Estate 2012)

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Pubblichiamo il seguente articolo, tratto da Femminismo a Sud.

L'articolo prosegue il dibattito aperto dalla testimonianza sul corteo contro la caccia di Brescia del 15 settembre 2012.


Antispecisti di destra? eh no, compagn*!


Ho appena letto la testimonianza pubblicata su Infoaut dal titolo Provocazioni fasciste al corteo anticaccia a Brescia, che a prescindere dal resoconto dei fatti – sul quale non ho chiaramente nulla da eccepire – mi lascia molto contrariata in quanto a conclusioni.
Ultimamente sento molto spesso parlare di ‘antispecismo e destra’ – mi torna ad esempio subito in mente l’articolo uscito su Left qualche tempo fa dal titolo animalismo nero – e questo è stato peraltro uno dei temi trattati, con estrema serietà, all’ultimo Incontro di Liberazione Animale, tenutosi alla fine di agosto vicino a Torino (il titolo di uno dei workshop era proprio ‘Antispecisti di destra?’, da un ottimo contributo pubblicato dalla Veganzetta e consultabile qui).

Ecco perciò mi sento di dire con una certa tranquillità che spesso, trovandomi in ambiente antispecista, non ci sono stati dubbi riguardo al fatto che non vi sia posto per ‘destrorsi’ nel nascente movimento, siano essi nostalgici fascistoni conclamati o più insidiosi ‘intellettuali’ di quelli che vorrebbero ‘cancellare le obsolete definizioni di destra e sinistra, comunismo e fascismo’ (e guarda caso sono quasi sempre di destra quelli che vogliono ‘dimenticare il passato’ – come ad es. la filosofa Alessandra Colla che, ho da poco con mio stupore scoperto, è tra i redattori della rivista Asinus Novus – cosa questa che mi piacerebbe approfondire, ma questo non è –ancora – né il luogo né il tempo – ma è chiaramente una domanda aperta la mia, in attesa di un sereno confronto in merito).

Altro conto, come è stato testimoniato da tanti dei presenti all’incontro di agosto, sono quei cortei un po’ generalisti nei quali non si può parlare di un’organizzazione da parte di un cosidetto ‘movimento antispecista’ (ma quale? Pare davvero ancora troppo prematuro parlare di movimento) che raccoglie tutta una serie di individualità tra le quali ne spiccano molte inclini più che altro alla zoofilia, a tratti vagamente squilibrate e del tutto avulse da qualsivoglia contesto politico.
Queste persone, che sicuramente possono rappresentare  - anche solo, a voler essere ottimisti – per la propria ingenuità delle dinamiche di piazza un pericolo per sé stessi e per gli altri non sono antispecisti, checché magari a volte si proclamino tali. Questo perché l’antispecismo ha una valenza politica che queste persone non prendono assolutamente in considerazione, facendo un minestrone di sentimentalismi, istanze personali, confusione e superficialità non da poco (sono proprio quelle persone che hanno permesso al corteo summenzionato che una persona venisse aggredita, così come quelle che al corteo contro ‘Green Hell’ stringevano la mano ai poliziotti per dare loro solidarietà come lavoratori  - subendo poi peraltro sgomenti una carica!)

Per tornare alla testimonianza di cui sopra, ciò che forse la compagna non ha preso nella dovuta considerazione (così come a suo tempo i redattori di Left) è non ‘ciò che si vede’, e cioè il fascista che viene a provocare il corteo o la zoofila che dice di lasciar correre e non si rende conto della gravità della cosa…. Ma ciò che ‘non si vede’ perché non c’è: e cioè interesse da parte dei compagni di sinistra per la lotta antispecista.

E qui apriamo un vaso di Pandora, ma ritengo sia ora di farlo, perché a volte pare (e sottolineo pare) quasi che articoli come quello al quale mi trovo a rispondere siano volti a legittimare quello stesso disinteresse, adducendolo al fatto che l’antispecismo sarebbe una pratica politica di destra…. Eh no, compagn*!

Come femminista e antispecista, convinta dell’intersezionalità delle diverse lotte, mi sono scontrata più e più volte con il dileggio, il disinteresse o l’aperto fastidio nei confronti della lotta antispecista da parte di persone con una pratica politica attiva e di sinistra alle spalle: femminist*, antirazzist*, antifascist* (sensibilissim* alle diverse istanze!) che di fronte alla lotta antispecista dimostravano indifferenza totale, quando non dileggio o aperto disprezzo (vogliamo parlare delle intoccabili grigliatone di sinistra??), la definivano insomma senza tanti giri di parole – e anzi con assordanti silenzi – come una lotta futile e tutto sommato inesistente.

E sebbene intimamente io senta di voler mostrare solidarietà alla compagna attaccata e a quelli intervenuti in suo aiuto, vorrei portare alla loro attenzione il fatto che, probabilmente, quello che hanno vissuto lo hanno vissuto proprio perché molti di quelli con cui condividono tante importanti battaglie non erano lì con loro quel giorno.

Ed esorto perciò noi tutti, che abbiamo a cuore la lotta antifascista, a renderci conto che quando i fascisti si fanno spavaldi è perché sentono una debolezza, un vuoto, uno spazio in cui possono cercare di infiltrarsi: perciò se ciò dovesse accadere nell’ambito della lotta di liberazione animale, il primo esame di coscienza dovrebbe venire proprio dal movimento antagonista e da quei tantissimi militanti e attivisti che ad oggi, nei confronti del nascente movimento antispecista, non hanno dimostrato che perplessità e indifferenza.

(link originale)
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Venerdì, 21 Settembre 2012 13:06

Un dio sostenibile

Dal sito del Progetto BioViolenza
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Un dio sostenibile

 
Di tanto in tanto, navigando in rete si trovano spunti interessanti per capire in che modo la retorica della "carne felice" può far presa sull'opinione pubblica.
E' il caso di un simpatico articolo che racconta delle difficoltà di un giovane allevatore appassionato al benessere degli animali, nel caso specifico alcuni maiali e - in futuro - alcune capre. Come al solito, ci viene raccontata la favola dello sfruttamento (questa parola è nostra...) in condizioni "rispettose" (questa, invece, è loro...).
Ma, a parte questo, compaiono espressioni capaci di catturare la nostra attenzione di persone ostinatamente convinte che la schiavitù è sempre schiavitù, anche se è dolce, sostenibile, o se i suoi prodotti transitano da un gruppo d'acquisto (solidale...).
Per esempio, "la scelta produttiva dei proprietari del terreno è coraggiosa". Interessante, che si usi un termine per indicare il suo contrario. Perchè disporre della vita di esseri indifesi, determinarne le attività sessuali, i parti e i ritmi vitali, e stabilirne l'ora della morte, possiamo anche chiamarlo coraggio, ma in sostanza intendiamo viltà.
Oppure: "allevamento secondo criteri rispettosi del benessere animale". Il solito ossimoro in stile happy meat, si dirà. Certo. E' che anche il concetto di rispetto ci sta un po' stancando. Funziona sempre molto bene quando si ha qualcosa da nascondere: basta dire che quel qualcosa almeno è rispettoso delle vittime. Ma qui non ci si spinge a tanto: l'allevamento rispetta un concetto, altrettanto fumoso, e cioè il "benessere".

O ancora - dice l'autore dell'articolo: "mi fa vedere come siano puliti i maiali se li si lascia vivere come dio comanda, mi spiega che sono molto intelligenti, che hanno imparato a schiacciare il bottone della fontanella in modo che il getto dell’acqua vada di lato a formare un piccolo stagno". Quanta distanza sembra esserci dal cartesianesimo dei "vecchi" allevatori di animali, che vedevano in essi poco più che macchine. Sembra quasi la descrizione di una vera e propria relazione fra esseri senzienti, umani e non umani. E di una relazione si tratta, in effetti, anche se viziata - ahinoi - da una asimmetria ineludibile, quella fra dominante e dominati. Affannarsi a ricercare nei non umani caratteristiche umane (e delle più alte: l'intelligenza di chi adopera strategie complesse per costruirsi uno stagno, per esempio) è un esercizio che i paladini dei diritti animali conoscono bene, proprio perchè lo hanno praticato a lungo, convinti che l'umanità possa vedere nei non umani dei "quasi umani", come se fosse il grado di somiglianza alla nostra specie a determinare il grado di dignità che siamo disposti a concedere. Forse, però, questo allevatore, così consapevole delle facoltà mentali dei suo schiavi, ci mostra che non è poi così importante che gli animali siano o meno dei piccoli Einstein, se il destino che li attende è comunque il macello.
E infine: l'allevatore ci dice come sia bello "se li si lascia vivere come dio comanda". Come dio comanda... Anche nella versione "bio", lo sfruttamento degli animali è un fatto ineluttabile, è dio che lo vuole. E chi può ribellarsi a dio? Tanto più che è un dio solidale, un dio moderno, il primo dio sostenibile.
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Alienazione animale: de-animalizzazione - Barbara Noske

Traduzione: Massimo Filippi

Fonte: Liberazioni - rivista di critica antispecista

 

[…], Marx individua quattro aspetti interrelati dell’alienazione: l’alienazione dal prodotto, dall’attività produttiva, dalla natura e dai propri simili. È possibile guardare agli animali inseriti nella catena produttiva da una prospettiva analoga.

Alienazione dal prodotto
Gli animali sono alienati da quanto producono che consiste o della loro stessa progenie o di (parti del) loro corpo. Nella catena produttiva, gli animali sono forzati ad avere quanti più piccoli possibili, che vengono loro sottratti immediatamente dopo la nascita. Sia la madre che il cucciolo possono quindi essere definiti come individui socialmente deprivati. Nel caso dei vitelli, i piccoli sono relegati in sistemi di reclusione che li isolano quasi completamente, deprivandoli così anche dai contatti sociali tra loro stessi. La relazione tra gli animali da reddito e da laboratorio e il loro corpo è diventata grottesca. Il corpo medesimo dell’animale è la causa più profonda della sua stessa sofferenza. Non possiamo forse parlare del corpo come di “un potere alieno ed ostile che si contrappone all’animale”? Il corpo, che costituisce una parte importante del “sé” animale e che è governato in larga parte dall’animale stesso, è stato trasformato in una macchina nelle mani di chi lo gestisce e di fatto lavora contro gli interessi dell’animale stesso.

Alienazione dall’attività produttiva
Il sistema industriale si è appropriato del corpo e delle funzioni corporee che sono stati messi al lavoro sulla base di una sola delle loro caratteristiche. Tipicamente, l’enfasi su una sola delle abilità che possiede determina una disabilitazione dell’animale che investe quasi tutte le altre caratteristiche sue proprie. I vitelli, ad esempio, sono considerati solo come abilità-ad-ingrassare in gabbie individuali o su pavimenti di assicelle metalliche. Il fatto che i vitelli confinati nelle gabbie perdano completamente la capacità di stare in piedi o che i pavimenti di assicelle metalliche li rendano zoppi non preoccupano gli allevatori fintanto che non interferiscono con il processo di ingrassamento, cioè con il compito che è stato assegnato al vitello. Non solo l’animale è stato defraudato della sua attività produttiva, ma addirittura l’intero animale è stato subordinato a questa specifica attività. Questa “caratteristica” corporea in cui l’animale è costretto a specializzarsi, implica l’estorsione di una singola parte da quella totalità che è l’animale stesso. L’animale è deanimalizzato dal processo di suddivisione denunciato da Braverman[2].

Alienazione dai propri simili
La produzione industriale capitalista rimuove gli animali dalle loro stesse società o, quantomeno, ha profondamente distorto tali società ammassando insieme un gran numero di animali. Non ci si dovrebbe dimenticare che gli animali non sono solo degli organismi biologici – la gran parte delle specie addomesticate sono specie altamente sociali per le quali sia l’ambiente che la loro stessa organizzazione sociale sono essenziali. L’importanza della comunicazione, del contatto corporeo, del gioco e dell’apprendimento è ormai nota[3]. In assenza di membri della loro specie, gli animali sono in grado di entrare facilmente in rapporto con gli umani e questa è la ragione principale per cui abbiamo potuto addomesticarli. Negli allevamenti industriali e nei laboratori, però, il lavoro umano è progressivamente sostituito e controllato dalle macchine. Dove ciò non si è verificato, il rapporto uomo-animale è comunque diventato estremamente impersonale come conseguenza del numero di animali coinvolti e dell’organizzazione tecnica.

Alienazione dall’ambiente
Mentre in precedenza si interferiva semplicemente con l’ecosistema dell’animale, la domesticazione capitalistica è andata ben oltre rimuovendo l’animale in toto dal suo ecosistema. Oggi gli animali sono costretti a vivere in ambienti che non permettono loro alcun contatto con l’ambiente circostante. La relazione dell’animale con quella parte della natura che rappresenta il suo cibo dimostra chiaramente il livello dell’alienazione raggiunta. Il cibo industriale è per la maggior parte alieno e non adatto al sistema digestivo dell’animale. I bovini, che possiedono apparati digerenti selezionati per cibarsi di erba, steli e fibre, vengono invece alimentati con cereali ad elevato contenuto energetico con conseguenti danni alla salute. I vitelli sono alimentati esclusivamente con latte ad elevato contenuto proteico e privo di ferro, venendo così costretti a vivere in uno stato di anemia cronica.
L’ambiente artificiale e standardizzato degli allevamenti e dei laboratori offre scarsissimi stimoli visivi e uditivi e possibilità di esplorazione e di apprendimento altrettanto ridotte. Gli animali non hanno sollievo dalla monotonia e dalla noia e così i loro sensi si intorpidiscono. Ciò, a sua volta, li rende incapaci di fronteggiare situazione inattese o mai sperimentate in precedenza. Molti animali muoiono per lo stress conseguente all’esposizione alla luce naturale. I maiali sono soggetti ad una sorta di reazione da shock nota nell’industria suina come “sindrome da ipertermia maligna” [Porcine Stress Syndrome]. I maiali possono letteralmente cadere stecchiti quando vengono spostati dal loro recinto o se trasportati al mercato. I polli da carne possono soffrire della cosiddetta “sindrome della morte improvvisa” o “del rovesciarsi” [flip-over syndrome] a causa della quale l’uccello balza in aria e cade morto dopo aver emesso un aspro lamento. Le superfici artificiali sulle quali gli animali vengono tenuti causano squilibri articolari, tendinei e muscolari da iper- o da ipo-lavoro. Dal che consegue che la complessa struttura delle zampe si altera cusando dolori permanenti e zoppia.

Alienazione dalla natura
L’alienzione animale equivale all’alienazione dalla natura. La vita di specie dell’animale comprende pressoché qualunque altro aspetto: il prodotto, l’attività produttiva e la relazione dell’animale con l’ambiente e con la sua stessa società.

La domesticazione animale, che è iniziata introducendo modifiche al ciclo di sussistenza, sembra ora essere stata portata all’estremo. Mentre in precedenza il ciclo di sussistenza dell’animale veniva lasciato sostanzialmente immodificato, oggi si è raggiunto lo stadio in cui l’animale è quasi totalmente incorporato nella tecnologia umana. Con questo non si intende suggerire che in passato l’animale non veniva sfruttato, ad esempio sotto il feudalesimo, ma che il capitalismo odierno tende ad eliminare tutto ciò che dell’animale non può essere reso produttivo. L’animale è modificato per essere adattato al sistema di produzione con la conseguenza che le sue parti “illegittime” vengono semplicemente rimosse. L’animale viene inoltre deprivato dei suoi aspetti sociali che non sono in alcun modo sostituiti. Nelle prime fasi della domesticazione (vista dalla prospettiva animale) gli umani invadevano e diventavano parte dei loro sistemi sociali, sostituendosi spesso ai leader naturali. Al contempo, però, continuavano a sopravvivere un sistema sociale ed un ecosistema con i quali gli animali potevano relazionarsi. Al contrario, con il capitalismo industrializzato, tali sistemi non sono più integri e, quindi, gli animali sono stati trasformati in mere appendici di computer e di macchine.

Spero di aver mostrato che il confronto tra la condizione umana e quella animale nell’ambito del processo produttivo non è un’assurda bizzarria. È ovvio che umani e animali non sono identici, ma che esistono aspetti comuni e aspetti differenti. Per quanto sappiamo, gli animali non sono in grado di concettualizzare il loro ruolo all’interno della produzione umana nei termini di un conflitto di classe. È altrettanto certo, però, che essi possiedono una coscienza (collettiva) e possono persino sviluppare delle concettualizzazioni […]. La loro coscienza appartiene molto probabilmente alle loro società di cui gli umani possono anche non essere parte.


Note
1.Tratto da Barbara Noske, Beyond Boundaries: Humans and Animals, Black Rose Books, Montreal, Buffalo e Londra 1997, pp. 18-21 [N.d.T.].
2. Barbara Noske si riferisce qui a Harry Braverman, «Labor and Monopoly Capital: The Degradation of Work in the Twentieth Century», Monthly Review Press, New York e Londra 1974, laddove sostiene che la razionalizzazione del lavoro ha trasformato i lavoratori in macchine tramite la suddivisione delle abilità degli individui e la successiva valorizzazione di una sola su tutte le altre [N.d.T.].
3. Cfr. Konrad Lorenz, «The Functional Limits of Morality», in Arthur L. Kaplan (a cura di), The Sociobiology Debate: Readings on the Ethical and Scientific Issues Concerning Sociobiology, Harper & Row, New York 1978.

Pubblicato in Spunti di Riflessione

La costruzione sociale dei corpi commestibili e degli umani come predatori

Di Carol J. Adams.

Tratto da: C. Adams, «Ecofeminism and the Eating of Animals», Hypathia, No. 6, Spring 1991, pp. 134-137.

Traduzione di Marco Reggio originariamente pubblicata su Diogene – Filosofare oggi, n°22 (marzo-maggio 2011), pp. 44-46, ripubblicata su Musi e Muse

 


Siamo o no predatori? Nel tentativo di considerare noi stessi come esseri naturali, alcuni sostengono che gli umani sono semplicemente predatori, come alcuni altri animali. Il vegetarismo, pertanto, è considerato innaturale, mentre il carnivorismo di altri animali viene reso paradigmatico. I sostenitori dei diritti animali sono criticati «perché non capiscono che il fatto che una specie dia o riceva sostentamento da un’altra rappresenta la modalità con cui la natura mantiene la vita» (Ahlers 1990, p. 433). Le profonde differenze rispetto agli animali carnivori vengono ignorate poiché la nozione dell’umano come predatore è conforme all’idea secondo cui noi abbiamo bisogno di mangiare carne. In realtà, il carnivorismo è un dato di fatto solo per il 20% circa degli animali non umani. Possiamo davvero generalizzare a partire da questo dato e sostenere di conoscere precisamente che cosa sia la «modalità naturale», e possiamo estrapolare il ruolo degli umani conformemente a questo paradigma?

Alcune femministe hanno sostenuto che mangiare animali sia naturale perché noi non possediamo il doppio stomaco o i molari piatti tipici degli erbivori ed inoltre gli scimpanzé mangiano carne e lo considerano un cibo speciale (Kevles 1990). Questo argomento tratto dall’anatomia implica un’operazione di filtraggio selettivo. Infatti, tutti i primati sono principalmente erbivori. Sebbene alcuni scimpanzé siano stati osservati mentre mangiavano cadaveri – al massimo sei volte al mese – alcuni di essi non ne mangiano mai. La carne di cadavere costituisce meno del 4% della dieta degli scimpanzé; molti mangiano insetti, e non mangiano latticini (Barnard 1990). Vi sembra paragonabile alla dieta degli esseri umani?

 

Gli scimpanzé, come la maggior parte degli animali carnivori, sono apparentemente molto più adatti a catturare animali rispetto agli esseri umani. Noi siamo molto più lenti. Loro possiedono canini molto sporgenti per strappare la pelle; tutti gli ominidi hanno perso i lunghi canini 3,5 milioni di anni fa, apparentemente per facilitare la frantumazione necessaria ad una dieta a base di frutta, foglie, semi oleosi, germogli e legumi. Se anche noi riusciamo ad afferrare le prede, non possiamo lacerarne la pelle. È vero che gli scimpanzé si comportano come se la carne fosse un cibo speciale. Quando gli umani vivevano come raccoglitori e quando il petrolio era raro, la carne degli animali morti era una buona fonte di calorie. Può darsi che la connotazione di «cibo speciale» abbia a che fare con una capacità di riconoscere fonti di calorie concentrate. Comunque, non abbiamo più bisogno di fonti di calorie concentrate come il grasso animale, dal momento che il nostro problema non è la scarsità di grasso ma piuttosto l’eccesso di grasso.

Quando viene presentato l’argomento per cui mangiare carne sarebbe naturale, si presume che si debba continuare a consumare animali perché questo è ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere: per sopravvivere conformemente ad una vita libera dai vincoli artificiali e culturali che ci privano della possibilità di esperire la nostra reale essenza. Il paradigma degli animali carnivori fornisce la rassicurazione che mangiare animali sia naturale. Ma come facciamo a sapere che cosa è naturale quando si tratta di alimentazione, sia per via della costruzione sociale della realtà, sia per via del fatto che la nostra storia indica un messaggio molto ambivalente riguardo il cibarsi di animali? Alcuni li mangiavano, ma la maggior parte no, o almeno non in grande quantità.

L’argomento riguardante che cosa sia naturale – ovvero, secondo un significato di tale termine, non culturalmente costruito, non artificiale, ma qualcosa che riporta alla nostra vera essenza – si ritrova in un contesto diverso che desta sempre dei sospetti da parte delle femministe. Viene spesso sostenuto che la subordinazione della donna all’uomo è naturale. Questo argomento cerca di negare la realtà sociale facendo appello a quella «naturale». L’argomento del predatore «naturale», analogamente, ignora la costruzione sociale. Dato che mangiamo cadaveri in modo molto diverso da qualsiasi altro animale – smembrati, non appena uccisi, non crudi, e accompagnati da altri cibi – che cosa rende naturale tale abitudine?

La carne è un costrutto culturale fatto per sembrare naturale e inevitabile. Nel momento in cui viene elaborato l’argomento dell’analogia con gli animali carnivori, l’individuo che lo elabora ha probabilmente consumato animali da prima ancora di aver imparato a parlare. Le razionalizzazioni del consumo di animali sono state probabilmente suggerite quando questo individuo, all’età di quattro o cinque anni, è rimasto sconcertato nello scoprire che la carne proviene da animali morti. Il sapore dei corpi morti viene prima delle giustificazioni razionali, ed offre una forte base per credere che tali razionalizzazioni siano vere; inoltre, i figli del boom economico hanno dovuto fare i conti con un ulteriore problema, e cioè con il fatto che durante la loro crescita carne e latticini sono stati consacrati come due dei quattro gruppi di cibi fondamentali. (Questo è accaduto negli anni Cinquanta come conseguenza di un’azione lobbystica dell’industria della carne e del latte. All’alba del nuovo secolo, ci sono invece dodici gruppi di cibi fondamentali.) Quindi gli individui non hanno semplicemente sperimentato una gratificazione a livello di gusto nel mangiare animali, ma forse credono davvero a quanto è stato loro detto incessantemente fin dall’infanzia, ossia che gli animali morti sono necessari per la sopravvivenza umana. L’idea che mangiare carne sia naturale si sviluppa in tale contesto. L’ideologia fa sembrare naturale, predestinato ciò che è artificiale. In realtà, l’ideologia stessa scompare dietro la facciata per cui si tratterebbe di una questione di «cibo».

Noi interagiamo con singoli animali quotidianamente nel momento in cui li mangiamo. Ciò nonostante, questa relazione e le sue implicazioni sono ricollocate in modo che gli animali scompaiano e che si possa dire che stiamo interagendo con una forma di cibo che è stata chiamata «carne». In The Sexual Politics of Meat, ho chiamato questo processo concettuale in cui l’animale scompare la struttura del referente assente. Gli animali di nome e di fatto vengono resi assenti in quanto animali affinché esista la carne. Se gli animali sono vivi non possono essere carne. Dunque, un corpo morto sostituisce l’animale vivo e gli animali diventano referenti assenti. Senza gli animali non ci sarebbe alcun carnivorismo, eppure sono assenti dall’atto di mangiare carne poiché sono stati trasformati in cibo.

Gli animali vengono resi assenti attraverso il linguaggio che rinomina i corpi morti prima che i consumatori condividano il fatto di cibarsene. Il referente assente ci permette di dimenticarci dell’animale in quanto entità a sé stante. L’arrosto nel piatto è smembrato a partire dal maiale o dalla scrofa che una volta era. Il referente assente ci permette inoltre di resistere ai tentativi di rendere presenti gli animali, perpetuando una gerarchia fra mezzi e fini.

Il referente assente deriva dalla prigionia ideologica e la rinforza: l’ideologia patriarcale stabilisce la posizione culturale di uomo e animale; crea dei criteri che presuppongano l’importanza della differenza di specie quando si considera chi può essere un mezzo e chi può essere un fine, e poi ci indottrina a credere che abbiamo bisogno di mangiare animali. Contemporaneamente, la struttura del referente assente mantiene gli animali assenti dalla nostra comprensione dell’ideologia patriarcale e ci rende restii a considerare gli animali come presenti.

Ciò significa che dobbiamo continuare ad interpretare gli animali dal punto di vista dei bisogni e degli interessi umani: li vediamo come utilizzabili e consumabili. Molti discorsi femministi sono partecipi di questa struttura nel momento in cui non riescono a rendere visibili gli animali.

L’ontologia riassume l’ideologia. In altri termini, l’ideologia crea ciò che appare come ontologico: se le donne sono ontologizzate come oggetti sessuali (o stuprabili, come sostengono alcune femministe), gli animali sono ontologizzati come fonti di carne. Ontologizzando donne e animali come oggetti, il nostro linguaggio elimina contemporaneamente il fatto che qualcun altro agisca come soggetto / agente / esecutore di violenza.

Sarah Lucia Hoagland dimostra come funziona tale meccanismo: «John ha picchiato Mary» diventa «Mary è stata picchiata da John», poi «Mary è stata picchiata», infine «donne picchiate», e quindi «donne maltrattate». Hoagland fa notare che «ora qualcosa che gli uomini fanno alle donne è diventato al contrario qualcosa che è parte della natura delle donne. E perdiamo completamente di vista John».

La nozione del corpo animale come commestibile si presenta in modo analogo e rimuove l’azione degli umani che comprano animali morti per consumarli: «Qualcuno uccide gli animali in modo che io possa mangiarne i corpi sotto forma di carne» diventa «gli animali vengono uccisi per essere mangiati come carne», poi «gli animali sono carne», infine «animali da carne», e quindi «carne». Qualcosa che facciamo agli animali è diventato al contrario qualcosa che è parte della natura degli animali, e perdiamo completamente di vista il nostro ruolo.


Bibliografia

Julia Ahlers, «Thinking like a mountain: Toward a sensible land ethic», Christian Century, April 25, pp. 433-34.

Neal Barnard, «The evolution of the human diet», in The power of your plate, TN: Book Publishing Co, 1990 Summertown.

Sarah Lucia Hoagland, Lesbian ethics: Toward new values, CA: Institute for Lesbian Studies, 1988 Palo Alto.

Bettyann Kevles, «Meat, morality and masculinity», The Women’s Review of Books, May 1990, pp. 11-12.

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