Amadori, Barilla, Coop: un “impegno coerente” per gli animali

Marco Reggio

“... di sangue han sporcato il cortile e le porte

chissà quanto tempo ci vorrà per pulire...”

 

Negli ultimi tempi, diverse voci hanno messo in guardia contro la retorica della “carne felice” e del benessere animale[1]. La strategia di rassicurare i consumatori mostrando il lato “buono” dello sfruttamento animale si esprime attraverso la voce dell’industria alimentare, ma non solo.

La legislazione, sempre più spesso, formula principi generali improntati al “rispetto” degli schiavi non umani, e talvolta li traduce in normative specifiche tese a garantire degli standard minimi di attenzione alla sofferenza degli animali da reddito. Abbiamo così la percezione – soprattutto nei paesi industrializzati – di vivere in una società in cui gli allevamenti di galline sono perlopiù “a terra” (che nell’immaginario collettivo significa anche “all’aperto”), i vitelli stanno con la madre, la macellazione è un atto incruento, fatta eccezione per qualche deroga alle prescrizioni religiose di popoli che, in breve tempo, si convertiranno alle nostre più “civili” abitudini...

Contribuiscono a questa percezione gruppi, associazioni, enti che cercano di diffondere valori che, per vari motivi, hanno a che fare con lo sfruttamento “dolce”. É il caso di Slow Food[2], che nasce e si sviluppa su temi come la sovranità alimentare, la sostenibilità ambientale e la gastronomia di qualità. É il caso del settore del cibo certificato biologico, un settore che muove dalla volontà di tutelare il consumatore umano dalle derive più malsane e dissipatorie dell’attuale sistema produttivo, creando al contempo un buon volume di affari. É il caso della legislazione comunitaria europea sulla tutela degli animali da allevamento[3]; ed è naturalmente il caso della propaganda pubblicitaria di alcuni degli stessi grandi e piccoli produttori, i più attenti alle richieste del consumatore di oggi, sempre più “disturbato” dalle immagini degli allevamenti intensivi.

Ma ci sono anche realtà che si occupano di “proteggere” gli animali, fra i sostenitori della carne felice.

“Tutto il nostro plauso va a Barilla[...], Amadori[...] e Coop” (Compassion in World Farming).

Pochi giorni fa, Compassion in World Farming[4] ha assegnato i Premi Europei Benessere Animale 2012. Questa quinta edizione della manifestazione ha visto protagoniste le aziende italiane. Coop Italia, Barilla e Amadori sono state premiate per l’”impegno coerente per il miglioramento delle condizioni di vita degli animali allevati per produrre cibo”[5].

La notizia farà sorridere – o scandalizzare – molti animalisti, almeno quelli coscienti del fatto che ogni misura per il benessere animale non è nulla di fronte alla schiavitù degli allevamenti. Tanto più se i passi fatti dalle aziende sono piccoli, così piccoli da ridursi ad operazioni di immagine. É il caso di dire: piccoli a piacere. Pare dunque superfluo rilevare l’ipocrisia di questi premi. Ed è anche banale rilevare come lustrare la facciata presentabile sia un modo per giustificare attività che di presentabile hanno ben poco.

Può essere tuttavia utile sottolineare quali mosse – tutte di tipo linguistico – permettano di far passare la pubblicizzazione dello schiavismo per un’opera di carità. Oltre che utile, è anche facile, dato il livello di sfrontatezza di questi signori. Basta vedere che cosa dichiarano alla stampa.

Coop. Di questa azienda è stato già detto qualcosa, relativamente alla capacità di costruirsi un’immagine pulita agli occhi degli “amanti degli animali”[6]. Al ritiro del premio, il Responsabile Sostenibilità, Innovazione e Valori di Coop Italia dichiara “migliorare le condizioni di allevamento significa non solo garantire agli animali allevati una vita degna di essere vissuta ma anche migliorare la loro salute”. L’espressione “vita degna di essere vissuta” è certamente pretenziosa. Chi l’ha pronunciata sembra essere proprio sicuro che negli allevamenti si possa garantire una vita dignitosa, anzi è certo che Coop la garantisca. Noi qualche dubbio lo abbiamo. Siamo sicuri, però, che le vite delle mucche spremute per produrre latte, o quelle dei vitelli, dei maiali, dei polli ingrassati negli allevamenti, o ancora quelle dei pesci imprigionati nelle reti, sono per i supermercati Coop vite degne di essere violate. Un buon profitto è infatti garantito – nel rispetto del benessere animale, s’intende... – ogni volta che queesta vita “degna di essere vissuta” smette di essere vissuta. Ovviamente, nel momento in cui qualche esperto Coop ha deciso che è arrivata l’ora del macello.

Qualcosa di più rivelatore ci dice Barilla. La dichiarazione alla cerimonia, resa dal Direttore Salute, Sicurezza, Ambiente ed Energia, è quasi un lapsus: “Il benessere degli animali da allevamento è un valore per Barilla”. Non abbiamo dubbi, in effetti, che sia così. Il benessere animale è proprio un ottimo investimento. A voler essere un po’ cinici, potremmo calcolare in termini di introiti (garantiti dal rientro d’immagine) ogni metro quadro di allargamento delle gabbie, o ogni balla di fieno aggiunta per mettere a loro agio i prigionieri. Non dubitiamo neppure che vada preso alla lettera quello che Barilla aggiunge subito dopo: “un’impegno che non si fermerà bensì continuerà, saldamente ancorato nella nostra strategia di sostenibilità”. Sostenibilità degli allevamenti, sostenibilità del marketing.

Un concetto simile sembra esprimere Amadori, per bocca della Responsabile Corporate Communication: “il Premio Good Chicken di Compassion per Il Campese e il Pollo 10+ ci dice solo una cosa: che ancora una volta siamo sulla strada giusta”. Ed è vero: queste aziende sono sulla strada giusta per nascondere il sangue che turba i loro clienti.

“Chissà quanto tempo ci vorrà per pulire... ”.

Con l’aiuto di imprese di pulizia come Compassion in World Farming, forse neanche troppo.



[1] Si vedano, per es.: M.Cole, Dagli “animali macchina” alla “carne felice”. Un’analisi della retorica del “benessere animale” alla luce del pensiero di Foucault sul potere disciplinare e su quello pastorale, in “Liberazioni” n.3 (http://www.liberazioni.org/articoli/Liberazioni-n03-inverno2010.pdf); E.Brocca, L.Caffo, M.Reggio, Prigionieri Felici, in “Altri Versi”, Oltre la Specie (http://www.bioviolenza.blogspot.it/2012/05/prigionieri-felici.html); Le 5 Libertà: tanto rumore per nulla (http://bioviolenza.blogspot.com/2012/08/cinque-liberta-tanto-rumore-per-nulla.html); e, in generale, il progetto BioViolenza (www.bioviolenza.blogspot.it).  

[5] http://www.ansa.it/terraegusto/notizie/rubriche/salute/2012/10/29/Premiate-3-aziende-italiane-benessere-animale_7713140.html. Le dichiarazioni delle aziende, riportate di seguito, sono tutte tratte da questo articolo.

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Giovedì, 25 Ottobre 2012 10:32

Che cos'è lo sfruttamento sostenibile?

Da: www.bioviolenza.blogspot.it



Che cos'è lo sfruttamento sostenibile?

Uno scherzo? Una provocazione?
Forse un'allusione alle guerre umanitarie?
O alle missioni di pace?
 
Siamo andati, due anni fa, a chiederlo a Slow Food, l'associazione che organizza il Salone del Gusto di Torino.

Abbiamo pensato che fosse - Slow Food con il suo Presidente Carlo Petrini - una delle realtà più ferrate sul tema, dato il gran parlare che fa di produzioni "sostenibili", allevamento "etico", rispetto dei diritti.

Siamo andati a chiederlo l'anno scorso alla fiera della pesca sostenibile, Slow Fish (eh sì, ci ha incuriosito anche la pesca sostenibile, lo ammettiamo).

Siamo andati a chiederlo alla cerimonia di inaugurazione del Salone del Gusto 2012 e abbiamo volantinato alla stampa presente le ragioni di chi lo sfruttamento sostenibile, negli allevamenti bio-eco-compatibili, lo vive quotidianamente: gli animali.
 
Andremo a chiederlo pubblicamente, in piazza, domenica 28 ottobre.
Davanti al Salone del Gusto 2012, dalle 10 alle 19, presso Lingotto Fiere, via Nizza 280 - Torino.
Per chi vuole partecipare, i dettagli sono qui:
 
Nel frattempo, una prima risposta l'abbiamo trovata vedendo l'anteprima fotografica del Salone su corriere.it.
 
Probabilmente, lo sfruttamento sostenibile è questo:

stand al salone del gusto 2012
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Ripubblichiamo (fonte: Femminismo a Sud):

 

Il cacciatore e la dolce euchessina

 

I ‘creativi’ dello spot del ‘salame Cacciatore’ sono riuscit*, in una mirabile opera di condensazione, a concentrare tutti gli stereotipi possibili e immaginabili, inanellando specismo e sessismo in maniera talmente sorprendente da farci quasi gridare estatic* al genio assoluto! (parte l’applauso!)

Qui potete vedere lo spot in questione, le cui immagini iniziali mostrano una famigliola in stile ‘mulino bianco’, composta di bella mamma bionda che porge, con atteggiamento complice,  una fetta di salame ad un bel bambino (ovvio referente assente: il maiale sgozzato ed ammazzato per realizzare quel pezzo di carne)  sotto gli occhi compiaciuti del padre, belloccio pure lui  - ma come sempre un po’ meno belloccio della madre, perché lei lo avrà conquistato con la sua avvenenza, lui con la sua personalità e quel piglio ‘biricchino’ che condivide col figlio, evidente nel gesto di ambedue di ‘rubare’ la fetta di maiale, ops, salame dalle mani della moglie/madre.  La musichetta dello spot, semplice e rilassante, insieme alla voce femminile fuori campo, dal tono rassicurante e materno, ci mettono nella condizione di bearci di questo classico quadretto familiare (borghese) – bella casetta, belli loro, belli gli amici che si intravedono seduti a tavola nel giardino in quest’atmosfera bucolica ma artefatta. Ed ecco che l’attenzione si sposta sul bambino, il quale, uscito di casa, si va a sedere su di una panchina nel giardino per – ipotizziamo – gozzovigliare con quei saporitissimi e irriconoscibili pezzi di maiale sgozzato, ops, salame… Quand’ecco che viene interrotto, in questo suo solipsistico piacere, da una bambina, bionda e belloccia pure lei – peraltro, ora che i due sono nella stessa inquadratura notiamo che lui, capelli un pò scompigliati e aria monella indossa una polo blu e pantaloni blu scuro casual, lei, capelli lisci e biondi, indossa invece un toppino rosa e pantaloni attillati chiari – che desidera con la medesima intensità lo stesso salame (del resto, quale donna di qualsivoglia età  non desidera il salame?).

Ma invece che strapparlo dalle mani del bambino e scappare a gambe levate con il bottino già in bocca  - atteggiamento troppo attivo per una donna, che agli uomini è concesso, ma alle ‘signorine per bene’ assolutamente no – che fa? Beh, prima si limita a guardarlo come un disperso in mare fisserebbe, dopo mesi alla deriva, un tozzo di pane o un sorso d’acqua. Poi utilizza l’unica tattica concessa ad una donna per mettere le mani su ciò che desidera, ossia, seduce, ravviandosi i capelli in un gesto così stereotipato che forse solo ad assistervi durante uno spettacolo di mimi o di commedia dell’arte potrebbe essere più didascalico! Lui a quel punto, ‘conquistato’,  fa così cadere le difese, e le concede l’agognata fetta di salame fissandola negli occhi. A quel punto la voce  - femminile –  fuori campo esulta, dichiarando con enfasi che ‘l’uomo è cacciatore!!’, compiaciuta di una tale perfetta messa in scena dei ruoli di genere  (e specie) da parte di due bambini, oramai, concedetemi il francesismo, fottuti per sempre nella loro libertà di potersi immaginare qualcosa di diverso che due macchiette svuotate di ogni possibilità di autodeterminazione! La chiusa dello spot, in cui una voce maschile  - che con la sua autorevolezza garantisce che il salame ‘Cacciatore’ è garantito dal consorzio (perciò insomma, c’è da fidarsi!!) – è il punto esclamativo che chiude questa perfetta carrellata di luoghi comuni specisti e sessisti (che, per chi non se ne fosse ancora accort*, vanno sempre a braccetto): quindi l’uomo è cacciatore, la donna preda, l’uomo è attivo e ha carattere, la donna è passiva e ha solo la sua bellezza come strumento di realizzazione dei propri desideri, il tutto condito in salsa rosa-borghese, e chiaramente cancellando la scia di sofferenza, morte e sangue che si lascia dietro questa bella immagine dell’uomo che è ‘naturalmente cacciatore’… si è peraltro volutamente solo ‘accarezzato’ di sfuggita il trionfo del salame, sennò non se ne usciva viv* da questa analisi!

E cosa c’entra la dolce euchessina in tutto ciò? Beh, a parte l’ovvietà dei luoghi comuni presenti anche in quella pubblicità (nulla di nuovo sotto il sole, insomma, indipendentemente dal passare del tempo), il fatto che tutte queste meraviglie propinate nello spot, veramente hanno la capacità di causare un effetto che, utilizzando le parole del famoso carosello, si potrebbe definire di ‘depurazione dell’organismo’!

E si ostinano ad autodefinirsi ‘creativi’….

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Mercoledì, 24 Ottobre 2012 08:08

Antispecismo: un movimento apolitico?

Pubblichiamo alcune brevi riflessioni di Antonio Volpe, stimolate da una discussione su facebook sul tema del carattere politico del movimento antispecista, a partire dalle polemiche seguite al corteo antivivisezionista di sabato 20 ottobre contro Harlan

Antispecismo: un movimento apolitico?

Non capisco come si possa pensare di far crescere il movimento politicamente, e quindi anche convincere dell'assurdità dell'"apoliticità", senza spiegare alla gente come l'apoliticità sia una contraddizione in termini (non solo logici, ma materiali) che serve al sistema capitalista per spoliticizzare, appunto, il pensiero e i gesti della gente, riducendoli al qualunquismo, all'immobilità e quindi alla perfetta docilità.

Perché gli slogan vanno anche bene, ma poi bisogna articolare dei discorsi in comune in un regime dialogico, che richiede una gran gran pazienza.

Serve a poco affermare in modo apodittico (cioè senza argomentare) che l'antispecismo è politico, che non riguarda solo i non umani ecc... Perché? Perché siamo tutti sfruttati. Bene. Ma se alla gente è stata scippata la possibilità di pensare e agire politicamente, come può vedere questo comune sfruttamento? Il massimo che può dire è governo ladro, ma questo dimostra la totale incapacità di analisi della condizione di dominio in cui si è installati, dalla testa ai piedi.

Se non riusciamo a dare strumenti analitici alla gente, la politica resterà sempre quella roba sporca che sta in parlamento, e il resto guerra di bande.

Se non riusciamo a spiegare che lo sfruttamento di questo capitalismo è peggiore di quello di fabbrica, perché la catena di montaggio materiale è stata disarticolata e riarticolata in una catena di montaggio immateriale globale e capillare che ha isolato i singoli lavoratori impedendo loro qualsiasi possibilità di agire in comune per allargare gli spazi di libertà e fronteggiare l'estorsione capitalista. Se non riusciamo a dare strumenti per la lettura delle strategie disciplinari che innervano i rapporti sociali, le relazioni di tutti, fin nelle relazioni interpersonali. Strumenti per leggere come il potere sulla vita e sulla morte dei viventi non riguardi solo gli animali non umani, perché è un unico bio/zoo-potere che coinvolge umani e non umani.  Per leggere le dinamiche dei microfascimi (l'autoritarismo crescente e disseminato, la guerra ai migranti, le retoriche securitarie, ecc...)

Se non riusciamo ad articolare questi discorsi, e articolarli in un dialogo paziente che non paga subito, avremmo sempre più "apolitici" a cui non frega un cazzo né dei neofascisti né tantomeno del capitalismo, che non capiranno che lo sfruttamento animale è un pilastro di quello, e che non si esce dall'uno senza uscire dall'altro (fra l'altro: un mondo di animali liberati e umani sfruttati? ma come si fa anche solo a immaginarlo? un mondo che calpesta ogni giorno ogni dichiarazione dei diritti dell'uomo nel nord come nel sud del mondo che si intenerisce per maiali e vacche? ma per favore...).

Senza dialogare, senza proporre, senza spiegare, in questo movimento l'antispecismo sarà sempre più un'isola in mezzo a un oceano crescente di spoliticizzazione e qualunquismo (vogliamo parlare di fascismo? beh questo criptofascismo è peggiore del neofascimo dichiarato, perché è immensamente più diffuso, capillare, e subdolo). Gli antispecisti finiranno in un'oasi protetta in mezzo a uno sterminato animalismo colluso col potere e i rapporti di forza vigenti, feroce contro le veline e docile col sistema. Non bastano, non più, slogan, striscioni e tafferugli. E' come parlarsi fra di noi che siamo già tutti (almeno su alcuni punti...) d'accordo, un parlarsi addosso cieco verso l'esterno: un mondo che è un po' di più grande di micro(o nano?)cosmo antispecista. "Nano" non è sarcasmo, ma un'unità di misura

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E' chiaro che l'antispecismo è politico. Ma non ha senso addossare la colpa agli "apolitici" di quel che a loro è stato scippato in trent'anni di strategia di spoliticizzazione da parte del potere. Non si cresce "da soli", ma in comune, nel dialogo: pretendere che ognuno capisca individualmente è una posizione speculare a quella dell'individualismo proprietario capitalista, che ci vuole tutti isolati nel calcolare le nostre scelte in base a criteri di utilità, calcolo nel quale ricadono anche l'etica e la "politica" o quel che resta di essa.

Leggendo gli interventi è chiaro che qui non si capisce neppure che ad essere sfruttati e addomesticati siamo *anche* noi, ognuno di noi, nella sua singolarità (che è roba diversa dell'individualità proprietaria), che ad essere scippato della condivisione, della libertà e della possibilità di scegliersi è *anche* ognuno di noi umani. Non dico i migranti, non dico l'80% della popolazione mondiale, ma neanche del proprio sfruttamento e disciplinamento ci si rende più conto.

Ed di questo, ripeto, tanto più davanti a un potere così forte e pervasivo come quello del capitalismo attuale (il più pericoloso dei fascismi), non si può dare colpa ai singoli. E' insostenibile, perché parte dello sfruttamento stesso è questo scippo collettivo della politica.

Non è fare chissà quale contorsione discorsiva questo: c'è un dibattito in merito che va avanti da vent'anni.

O si cresce insieme, o non si cresce affatto. Né gli apolitici nella loro ingenuità (che finisce nel "tutto va bene" per gli animali: ma noi che siamo, poi, se non animali?) né noi antispecisti nel nostro sguardo sulle cose e sul mondo. Né politicamente, né, di conseguenza, strategicamente...

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Riceviamo e pubblichiamo:


Cosa chiedere all'antispecismo?

di Serena Nascimben

 

Cosa ci si potrebbe attendere dall'antispecismo che ne giustifichi l'esistenza a prescindere dalla sua storia (dalle contrapposizioni teoriche e persino dalle attività svolte dagli antispecisti, spesso indistinguibili da quelle dei militanti in altri gruppi simili)?

La risposta potrebbe essere data dall'immaginarlo come un'area di ricerca e azione focalizzata sui rapporti tra le specie, con l'obbiettivo del superamento della concezione antropocentrica.

Certo un accordo in merito a cosa si debba intendere con il termine: specismo (considerato evidentemente da combattere) aiuterebbe…

Andrebbe chiarito prima di tutto se siano speciste solo le argomentazioni in favore di azioni di prevaricazione dell'uomo nei confronti delle altre specie e le azioni negative stesse, oppure se si creda nell'esistenza di una mentalità specista che si differenzi in qualcosa di più che nell'oggetto rispetto al razzismo o al sessismo, per prossimità con i quali si è costruito il termine stesso. E' possibile che questo qualcosa di diverso alla base del pregiudizio negativo nei confronti degli altri animali, nella maggior parte dei casi non esista, ma sicuramente il rapporto dell'uomo con l'alterità animale e tutto ciò che ne consegue a livello percezione della propria identità, fornisce interessanti spunti di riflessione e approfondimento che l'antispecismo non può permettersi di ignorare.

L'antispecismo dovrebbe perciò occuparsi in primo luogo dell'animale-uomo, perché è nell'uomo che si ha il pregiudizio nei confronti delle altre specie.

Non avrebbe senso parlare di mentalità specista nel caso dei grandi circuiti di sfruttamento che vedono l'animale solo incidentalmente protagonista, scaturendo in realtà da altro (bisogno, abitudine, volontà di guadagno in assenza di preoccupazioni etiche o di informazioni corrette): evidenziare e combattere tali meccanismi economico-politici è materia genericamente animalista. Potrebbe aver senso parlarne (o meglio trattare dell'atteggiamento specista delle mentalità) sul piano delle giustificazioni addotte da alcune fasce di consumatori finali che incrementano tali mercati, sicuramente lo si dovrebbe fare con attenzione agli ambiti culturali di provenienza e al quotidiano delle persone, perché è lì che lo specismo, inteso come pregiudizio, si manifesta più propriamente: nei piccoli conflitti di interesse con le altre specie (nelle reazioni di disgusto, di odio, nelle inutili cacce contro nemici inesistenti…).

Diversamente si starebbe considerando l'effetto finale di un processo senza incidere sulle cause perché controbattendo alle scuse o ai falsi miti, di solito, non si ottiene nulla (le persone si accorgono semmai di essere impreparate a discuterne, senza però dubitare delle proprie credenze).

Suggerire delle alternative comportamentali che scaturiscano da un'impostazione culturale nuova dovrebbe rientrare nei compiti dell'antispecismo, senza contrapporre dogmi a dogmi.

Caratteristica saliente dello specismo, accanto al pregiudizio, è poi l'atto di discriminare che è particolarmente esemplificativo della complessità del tema in oggetto, perché per certi versi potrebbe essere inteso come il suo contrario.

Ovviamente la discriminazione a cui ci si riferisce trattando dello specismo è quella finalizzata a concretizzare il pregiudizio, che lascia ai margini di un contesto più ampio chi avrebbe diritto ad accedervi e che comporta il creare disparità di trattamento tra individui simili, nei confronti di un diritto che dal punto di vista antispecista, si ritiene debba essergli riconosciuto.

Ma prima di questo, discriminare significa fare la differenza, discernere e quindi potrebbe anche intendersi come l'attitudine in grado di opporsi al pregiudizio, restituendo il vero.

Distinguendo però si separa, si contiene entro spazi, si tracciano confini, concreti o mentali che siano. E' fuor di dubbio che nel complesso gli esseri umani esercitino questo tipo di attività sulla pelle delle altre specie, ma il punto non è questo, perché proprio per combattere l'arroganza con cui l'uomo si pone nei confronti del resto del modo, occorre saper indagare nei meccanismi specisti e non ci si improvvisa.

Per fare un esempio, proponendosi di individuare i luoghi dello specismo, dal punto di vista della discriminazione, si dovrebbero elencare non solo quelli della perdita d'identità, del disagio, della violenza ecc. ma anche quelli dell'interazione uomo/a.animale, del compromesso, della ridefinizione dei rispettivi ruoli[1]:spazi quindi sostanzialmente positivi.

Sarebbe logico ed auspicabile che l'antispecismo amplificasse tali possibilità di ricerca.

A questo punto, avendo individuato più correttamente il bersaglio (colto nella possibile esistenza di una mentalità specista) resta da perseguire la massima pregnanza del termine antispecismo.

Poiché non è specificato che si voglia trattare di antispecismo animale, sarebbe giusto che si approfondissero anche i rapporti che intercorrono tra uomo e specie vegetali, tanto più che la distinzione tra i cosiddetti "regni" della natura non corrisponde affatto a demarcazioni nette.

Da sempre l'attività antropica interviene pesantemente sui vegetali[2] con conseguenze spesso impreviste anche per gli animali, uomo compreso. Sarebbe impensabile ragionare in termini antiecologici.  L'aspetto subdolo della questione è però che proprio nel tentativo di porre rimedio a squilibri ambientali[3], veri o presunti che siano, capaci per esempio di compromettere la biodiversità[4] degli ecosistemi, si compiono a volte ulteriori sopraffazioni a carico di esemplari di specie (vegetali e animali) che subiscono così un analogo, iniquo, trattamento.  

La realtà è fatta anche di piccoli eventi, massimamente complicati, non riuscire ad inquadrare i problemi in modo corretto, significherebbe prestare il fianco a coloro i quali non hanno affatto l'intenzione di porsi il problema della giustizia o della sofferenza per le altre specie. E' innegabile che l'essere senzienti della gran parte degli animali peserebbe considerevolmente in loro favore, in un ipotetico confronto tra specie animali e vegetali con vicende molto simili (pensiamo ad esempio alla nutria e all'ailanto[5]); non è però in funzione della gravità o dell'urgenza che l'antispecismo dovrebbe definire i propri interventi, ma in ragione dell'attinenza alla propria area tematica, possibilmente senza sovrapposizioni rispetto alle peculiarità di altri gruppi.  

Le analisi degli specialisti (degli storici, dei sociologi, dei politici ecc…) possono a dire il vero essere valutate correttamente solo con un pari livello di competenze, occorre perciò evitare di banalizzarne i contenuti rischiando di incrementare l'intolleranza nei confronti di chi non li condivida.

Come qualsiasi altro fenomeno, lo specismo può essere indagato da più punti di vista altrettanto validi. Non può essere allora che chi si auspica un generale cambiamento nei principi ispiratori del vivere collettivo, lo faccia contrapponendosi ad una visione più"intimista"del rapporto con le altre specie, perché le due cose non sono inconciliabili; però attenzione: si tratta di livelli diversi di comprensione del problema e più ci si allontana dall'esperienza diretta delle cose,  più è facile tradirne i valori corrispondenti.

Le parole con l'uso si trasformano rafforzando o affievolendo i propri significati di partenza, così come i movimenti e questo è normale, ma capita anche che alcuni termini divengano meri strumenti di differenziazione tra gruppi o di distinzione personale, congelandosi in un loro uso scontato e ripetitivo assolutamente da evitare.

Un esempio positivo di mutamento proviene dal mondo vegetariano che ha complessivamente accolto il pensiero animalista arricchendo la propria zoofilia di base, ma un gruppo vegetariano che di punto in bianco smettesse di occuparsi di altre tematiche legate al vegetarismo è chiaro che dovrebbe confrontarsi con coloro i quali derivino la medesima scelta dietetica da differenti motivazioni; se poi l'animalismo o altro dovessero assorbire tutte le forze di tale gruppo è evidente che questo perderebbe di ragione d'essere in quanto vegetariano. Nel caso dei rapporti tra specismo e veganesimo è evidente che se per il veganesimo l'antispecismo può rappresentare un'evoluzione, viceversa per l'antispecismo, l'identificazione con il veganesimo costituirebbe un'involuzione, restringendone il campo.

Dall'antispecismo (inteso come movimento) ci si dovrebbe aspettare la gratitudine nei confronti delle correnti di pensiero e dei movimenti che lo hanno preceduto.

Una cosa è evidenziare dei collegamenti in realtà diverse (ad esempio sfruttamento animale/sfruttamento umano…), un'altra è contribuire a addensare l'atmosfera attorno ad un tema che dovrebbe invece rimanere di ampio accesso, proprio nell'interesse dell'approfondimento delle sue potenzialità (di qui la scelta iniziale di ragionare a prescindere dalla storia dell'antispecismo).

Se ciò che potrebbe essere il contorno, diviene nei fatti una barriera invalicabile a protezione del nucleo centrale che in questo caso è l'antispecismo, il risultato non può che essere la faziosità. Quindi occorre dirlo molto chiaramente: o si ritiene che l'antispecismo meriti una trattazione separata rispetto all'esistente o conviene lasciarlo libero di costituire una definizione accessoria rispetto ad altre posizioni; rimpinguarlo di contenuti impropri, non ha senso.  Poiché quindi il "multitasking ideologico" restringe il dialogo a poche variabili che lo immobilizzano, sarebbe opportuno chiedere che l'antispecismo non divenisse l'ennesimo contenitore di idee affini, destinato a subire egemonie passeggere.

All'antispecismo si deve chiedere di fare della realtà delle altre specie l'unico vero punto di riferimento.



[1] Si pensi alle aree - cani nelle quali si distingue tra cani di proprietà e non, alle oasi feline caratterizzate da un accesso libero e volontario per i gatti, ma vietato alla maggior parte agli umani, agli ambienti domestici (con modalità diverse di fruizione degli spazi comuni) ecc…

[2] Dall'insediamento delle popolazioni umane sul territorio, alle ordinarie operazioni di manutenzione del tessuto urbano (disboscamenti e diserbi), ma soprattutto in relazione all'esercizio dell'attività agricola (scelte varietali, ibridazioni, manipolazioni genetiche).

[3]  In Italia superano il migliaio le specie vegetali alloctone, di cui 163 sono classificate invasive. (Fonte: Scarici E.  Minaccia alla biodiversità Acer 1/12. Il Verde Editoriale, Milano, 2012 ).                                                  

[4] Tra i diversi problemi quello delle invasive alien species appare oggi come emergente a causa della facilità con cui avvengono gli spostamenti di persone e merci da una parte all'altra del globo (con il conseguente ed involontario trasporto di materiale biologico in grado di riprodursi in cattività). C'è da augurarsi l'approfondimento di tali studi, per quanto non siano del tutto escludibili interessi di parte alla ricerca (non si dimentichi che persino gli OGM vengono spesso prospettati come panacea alle più diverse problematiche ambientali). Il ruolo dell'antispecismo dovrebbe essere prettamente culturale, interpretativo: è chiaro che c'è differenza tra un'importazione di specie "specista"ed una casuale, ma il risultato può essere lo stesso e se la soluzione risulta indifferente al dibattito scientifico, di certo non lo sarà per le specie coinvolte.

[5] L'ailanto(Ailanthus altissima) fu introdotto in Europa per alimentare un lepidottero(Philosamia cynthia) che avrebbe dovuto sostituire il Bombyx mori, soggetto ad epidemie, nella produzione della seta. I risultati furono scarsi, ma l'albero di diffuse ampiamente in natura ed è oggi considerato un'infestante degli ambienti urbani oltre che possibile fonte di depauperamento di taluni ecosistemi naturali. La nutria (Myocastor corpus) fu importata allo scopo allevarla per la pelliccia, ma quando tale commercio fallì molti esemplari furono rilasciati nell'ambiente. La (remota) probabilità che questi roditori fungano da vettore per parassiti nocivi all'uomo come la Fascicola epatica e la Leptospira interrogans, ha poi incrementato la già forte intolleranza nei loro confronti, rendendoli soggetti a persecuzioni più o meno legalizzate.

 

 

Pubblicato in Spazio Libero
Segnaliamo un recente articolo sul caso Green Hill

L'articolo è stato pubblicato sulla rivista Liberazioni, nr. 10 (autunno 2012)
(può essere scaricato in formato pdf dal sito della rivista)


Green Hill: un caso su cui riflettere

di Marco Reggio
 

Scopo del presente articolo è quello di suggerire alcuni elementi di riflessione sulla mobilitazione contro Green Hill, l’allevamento di cani beagle per la vivisezione[1]. L’incalzante susseguirsi degli eventi, in questi due anni, ha ostacolato l’apertura di un dibattito che invece sarebbe stato utile per lo sviluppo di strategie di lotta antispecista, a maggior ragione adesso che la chiusura dell’allevamento sembra a portata di mano.

La mobilitazione contro uno dei più grandi allevamenti italiani di animali per la vivisezione inizia nella primavera del 2010 con l’inaugurazione della campagna «Salviamo i Cani di Green Hill», nata nell’ambiente dell’animalismo radicale sull’onda della chiusura dell’allevamento “Morini”[2] e promossa dal «Coordinamento Fermare Green Hill» (FGH). Se il riscontro in termini di partecipazione è stato fin da subito incoraggiante e ha coinvolto – seppur in posizione defilata – anche molte associazioni protezioniste, la risonanza mediatica, almeno in questa prima fase, è stata invece modesta. Dopo due mobilitazioni nazionali, FGH promuove una manifestazione nazionale a Roma (25 settembre 2010), in cui le rivendicazioni per la chiusura dell’allevamento si uniscono alle proteste contro la nuova Direttiva Europea sulla vivisezione, giudicata, dai più, deludente se non peggiorativa: partecipano circa 10.000 manifestanti.

Nei mesi successivi, si susseguono mobilitazioni di vario genere – dai presidi, alle iniziative di tipo legale, alle raccolte firme – che, pur non riuscendo a conseguire risultati significativi, contribuiscono a mantenere viva, sebbene a fasi alterne, una discreta attenzione sul caso Green Hill e sulla sperimentazione animale in Italia. In seguito, la pressione si sposta progressivamente verso obiettivi diversi: dal Comune di Montichiari, che concede i permessi per l’allevamento, alla ASL, alla Regione, che promette di promulgare leggi contro gli allevamenti per la vivisezione in Lombardia, fino al Parlamento, cui viene di fatto demandata la responsabilità di agire a livello normativo per chiudere Green Hill. Quest’ultimo passaggio è incoraggiato, in particolare, dalla presentazione da parte dell’On. Michela Vittoria Brambilla – Ministro al Turismo del governo Berlusconi dal maggio 2009 al novembre 2011, – di un emendamento alla legge comunitaria di recepimento della Direttiva Europea 63/2010 per la regolamentazione dell’uso di animali a fini scientifici ed educativi. L’emendamento, secondo la Ministra, vietando l’allevamento di cani, gatti e primati per laboratori, permetterebbe «di voltar pagina con la sperimentazione animale dopo decenni di orrori». L’on. Brambilla, nel frattempo, partecipa con crescente assiduità alle mobilitazioni, dando così grande rilievo mediatico alla protesta.

La presenza di un’importante figura del governo, insieme all’interessamento di alcuni media scandalistici,  funge da cassa di risonanza e attrae grandi consensi nella parte (maggioritaria) del movimento animalista convinta della trasversalità della lotta e dell’utilità dell’intervento dell’on. Brambilla. In questa fase, nasce il gruppo «Occupy Green Hill» (OGH) che accetta e ricerca la collaborazione della Ministra. Le mobilitazioni promosse da questo gruppo sono spesso distinte da quelle di FGH, in quanto quest’ultimo non accetta il rapporto con la parlamentare, anche se stenta ad esplicitare chiaramente questa scelta. La maggior parte degli attivisti sembra non comprendere i motivi della divisione e partecipa pertanto alle iniziative di entrambi i gruppi. L’idea dominante è che la mobilitazione contro la vivisezione non sia un fatto “politico”, e che, quindi, chiunque aiuti a dare visibilità e incisività alla lotta debba essere ben accetto , indipendentemente da come o in nome di che cosa lo faccia.

Oltre che dalla presenza dell’on. Brambilla e dalle proteste di massa (cortei e presidi), l’attenzione viene tenuta alta da alcune azioni eclatanti di FGH: l’occupazione per alcune ore del tetto dell’allevamento da parte di 5 attivisti e l’incatenamento (sempre per alcune ore) ai cancelli degli uffici amministrativi dello stesso. Per tutta la durata della campagna contro Green Hill, almeno fino all’aprile del 2012, non avvengono liberazioni o danneggiamenti rilevanti, né scontri di piazza, come accaduto invece in passato per altre mobilitazioni.

In attesa della discussione parlamentare dell’emendamento dell’on. Brambilla, si concretizzano da parte del fronte pro-vivisezione varie prese di posizione in difesa della ricerca con animali, segno della necessità di controbattere ad un’ondata emotiva antivivisezionista che rischia di puntare i riflettori sul mondo della sperimentazione animale. La diatriba finisce per qualche giorno sulle prime pagine dei quotidiani e il 28 aprile 2012, durante un corteo indetto da OGH, diversi manifestanti, non riconducibili ad alcun gruppo specifico, scavalcano le recinzioni ed entrano nell’allevamento. Sotto gli occhi di pochi rappresentanti delle forze dell’ordine presenti sul posto, i manifestanti liberano “illegalmente” decine di beagle. Alcuni di questi vengono ripresi, altri vengono portati via dai manifestanti. Dodici attivisti vengono arrestati.

Le proteste prendono slancio e, tra maggio e giugno, sia le giornate di mobilitazione internazionali indette da FGH che quelle organizzate da OGH trovano grande seguito. Il dibattito parlamentare, nel frattempo, viene rinviato. Al momento, dopo un altro corteo indetto da FGH, che ha visto la partecipazione di circa 3.000 persone, e dopo l’improvviso quanto inaspettato sequestro giudiziario dell’allevamento e l’affido temporaneo a LAV e Lega Ambiente dei 2.500 beagle ivi rinchiusi, non è stata ancora definitivamente discussa la Legge comunitaria 2001 e, soprattutto, non si sa se verrà approvata e se sì con quali modifiche[3].

 

UNA TURISTA PER CASO?

Uno dei punti meno dibattuti – se si eccettuano le polemiche di basso profilo che tipicamente animano i social network – è il ruolo giocato dall’on. Brambilla nella campagna contro Green Hill. L’onorevole del PdL inizia il suo impegno pubblico nella campagna con la manifestazione nazionale di Roma, ma la sua presenza si fa più assidua e plateale a partire dall’autunno 2011. Ritengo si possa affermare che sia soprattutto suo il “merito” della risonanza mediatica della protesta contro l’allevamento, protesta che – nonostante i numeri significativi ed alcune azioni eclatanti di FGH – stenta ad affermarsi sui maggiori organi di stampa e sui canali televisivi nazionali. In realtà, quella che a tratti potrebbe sembrare una presenza episodica, dettata dalla volontà di racimolare qualche voto, va inquadrata in una strategia di creazione del consenso cominciata in precedenza. L’on. Brambilla, infatti, è notoriamente un’animalista già nel momento in cui si affaccia alla politica nazionale tra le fila del partito di Silvio Berlusconi. Nella primavera del 2010 aveva lanciato il manifesto «La Coscienza degli Animali», insieme a Umberto Veronesi e ad altre personalità del mondo dello spettacolo, della politica e della cultura. I principi enunciati sono improntati ad una visione zoofila e protezionista della questione animale, con dichiarazioni di intenti abolizionisti in alcuni campi limitati (caccia e circhi), visione questa che ben si concilia con la trasversalità politica dei suoi promotori e che non viene contestata neppure negli ambienti animalisti radicali, che evidentemente ne sottovalutano la portata[4].

Il tipo di animalismo che l’on. Brambilla incarna si sposa con alcuni aspetti che caratterizzano fin dall’inizio la campagna contro Green Hill. In particolare, il fatto che l’obiettivo scelto sia un allevamento di cani beagle ha permesso di coinvolgere nella protesta molte persone legate al mondo dei canili e della zoofilia, e nella maggior parte dei casi con scarsa preparazione politica e con scarsa propensione alla stessa. Tale area è già politicamente trasversale e, quindi, accoglie con favore la dichiarazione d’ingresso nella mobilitazione da parte dell’on. Brambilla: «Non faccio politica» (un’evidente assurdità, soprattutto per una Ministra!). In secondo luogo, anche la volontà di concentrarsi su un singolo e specifico obiettivo presenta implicitamente la questione della tortura degli animali come un fatto “tecnico”, risolvibile estirpando uno ad uno gli allevamenti. Questo aspetto, insieme al diffuso uso nell’ambiente animalista sia radicale che protezionista di argomenti antivivisezionisti di tipo “scientifico”, ha forse favorito il prevalere di un approccio “apolitico”.

Dopo un anno di visibilità mediatica grazie alla campagna contro Green Hill e dopo i mutamenti nello scenario politico nazionale, l’on. Brambilla è ora accreditata come personaggio “emergente”, portatrice di un cospicuo consenso per il PdL: la stampa prevede, fra le altre possibilità, che fondi una lista civica nazionale per le prossime elezioni.

Parallelamente, in campo animalista, ha rafforzato la sua piccola associazione, la «Lega italiana per la difesa degli animali e dell’ambiente» (LeIDAA), fino a fondare un soggetto nazionale, «Nel Cuore - Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente», che si pone come interlocutore delle istituzioni, grazie all’adesione delle più grandi associazioni ambientaliste e animaliste italiane: OIPA, ENPA, LAV, LNDC, LeIDAA, LIPU, Marevivo e WWF.

Il dibattito nel mondo antispecista sulla presenza dell’on. Brambilla rimane scarso; la maggioranza dei militanti (anche “di sinistra”) ne accettano e ne difendono l’operato. Il suo emendamento alla Legge comunitaria 2011 è considerato come qualcosa da sostenere comunque, benché prenda in considerazione unicamente cani, gatti e primati, e non sia chiaro se contenga reali miglioramenti sul fronte delle limitazioni alla vivisezione. Altrettanto poco chiaro è se la sua approvazione porterebbe alla chiusura di Green Hill, come da lei sostenuto.

 

PET, CAVIE, MALTRATTAMENTI

Nonostante alcuni cambiamenti di rotta rispetto alle precedenti campagne, la percezione dell’opinione pubblica animalista è quella di un movimento che prende di mira una singola azienda, per determinarne la chiusura, con l’intento implicito, una volta ottenuto il successo sperato, di concentrarsi su un’altra azienda, e poi sulla successiva, e così via. La visione sottesa a tale operare è quella di un sistema – il sistema vivisezione – che crollerebbe per progressiva mancanza di fornitori. Infatti, come nel caso della campagna «Chiudere Morini», il conflitto generato dal basso non è diretto ai laboratori, ma agli allevatori. Da un lato, questo richiamo all’obiettivo immediato (chiudere il posto x) è uno dei motivi del successo numerico della mobilitazione, poiché il conseguimento di un risultato raggiungibile è allettante per chi si muove in un ambito difficile, come quello della lotta allo sfruttamento animale. Dall’altro, incentiva (forse non ineluttabilmente) un approccio squisitamente strumentale, quasi “tecnico” alla questione. In virtù di tale approccio, qualunque strategia comunicativa così come qualunque cavillo burocratico vanno bene, purché “funzionino” per determinare la chiusura, in questo caso, di Green Hill. Probabilmente non è una coincidenza che la vittoria che in questi giorni si prospetta sembra essere stata innescata da un esposto legale sulle irregolarità evidenziate nella gestione della struttura; irregolarità, tra l’altro, per lungo tempo eluse dagli stessi enti pubblici preposti ai controlli e al rilascio delle autorizzazioni. L’“affaire Green Hill”, insomma, mostra di essere un caso di mala-gestione (privata e pubblica). Proprio per questo riesce a spostare l’attenzione dalla questione etica più complessa (l’uso degli animali nella ricerca e la chiusura degli allevamenti) a quella contingente (il problema del benessere degli animali all’interno degli allevamenti), mostrando dunque, almeno da questo punto di vista, la debolezza di una campagna, che si vorrebbe abolizionista, impostata però sul principio emergenziale del “tutto fa brodo”.

Allo stesso modo può essere interpretato anche il nome della campagna: «Salviamo i cani di Green Hill». Il modo di percepire la lotta da parte delle migliaia di animalisti accorsi alle varie proteste sembra improntato dal desiderio di salvare quel gruppo di cani, il cui valore simbolico è stato ingigantito in questi due anni dagli slogan dei vari gruppi di pressione; slogan che hanno trovato terreno fertile in una zoofilia abituata a considerare il problema dei pet e del randagismo in un’ottica emergenziale più che strutturale. Una maggiore consapevolezza e, soprattutto, una maggiore riflessione collettiva sul carattere sistemico della vivisezione (e della produzione in serie delle cavie animali) avrebbe forse permesso di evidenziare la sostituibilità[5] di quei cani e degli animali da laboratorio più in generale. Si tratta di un elemento di cui tenere conto, a maggior ragione, alla luce dei recenti sviluppi del caso[6].

Accanto a questo aspetto, va considerata la scelta di impostare la protesta sull’empatia nei confronti di una particolare specie (i cani) di una particolare razza (i beagle). Infatti, il doppio status di cui godono gli animali detenuti dentro i capannoni di Green Hill ha implicazioni su diversi piani: l’ambivalenza del loro status morale sul piano giuridico, contemporaneamente da pet e da cavia, si riflette anche, sul piano emotivo e simbolico. I proclami di lotta in favore delle cavie di ogni specie sono stati perlopiù vanificati, proprio a causa di questa ambiguità. Non solo: alcune strategie specifiche della campagna hanno avuto l’effetto collaterale di rafforzare lo iato fra cavie-pet e cavie-tout-court. In particolare, la scelta di fare leva sull’applicazione della legge sui canili e sugli allevamenti di cani per mettere in difficoltà l’allevamento ha incentivato implicitamente proprio  la mobilitazione (emotiva e fisica) a favore dei “cani”. Paradossalmente, il fallimento nell’uso di tale leva giuridica ha sancito la vera natura della questione: a Green Hill si applica la legge sulla sperimentazione animale, poiché i suoi detenuti non sono randagi – potenziali animali d’affezione –, ma materiali da esperimento scientifico[7].

Con queste premesse, lo scivolamento del movimento verso parole d’ordine e strategie ambigue è sembrato quasi inarrestabile. Infatti, come detto, l’enfasi sul maltrattamento dei cani rinchiusi nelle strutture della Marshall ha finito per oscurare rapidamente la denuncia della detenzione in sé e della finalità di tale pratica (rifornire i laboratori): le percosse, le soppressioni motivate da ragioni economiche e perfino le irregolarità formali hanno costituito – a tratti – potenti leve per suscitare indignazione e mobilitazione, con il rischio, però, di promuovere la classica logica delle “mele marce”.

 

DAGLI ALLEVAMENTI AI LABORATORI

Un altro aspetto, tipico delle campagne di pressione animaliste, dalla campagna SHAC (Stop Huntingdon Animal Cruelty) in poi, è quello di concentrarsi sulla vivisezione come impresa, più che come sistema. Che cosa significa che la vivisezione è un’impresa (perché, in effetti, è anche questo)? Significa che, sia nel pubblico che nel privato, è un’attività produttiva sostenuta da altre attività produttive, tra cui la fornitura di animali da esperimenti. L’approccio delle campagne mira a togliere ossigeno all’“impresa vivisezione”, colpendone i fornitori. Quest’ottica, dal punto di vista strategico, non tiene conto dei più elementari meccanismi del capitalismo nell’era della globalizzazione, cioè di un mondo in cui alla chiusura di un allevamento in Italia si può rispondere con l’importazione di cavie da Paesi in cui regole, costi e impatto del dissenso sono minori. In tal senso, questa strategia si riduce ad un semplice escamotage per parlare, genericamente, di vivisezione. Soprattutto, però, denota una visione ancora non sufficientemente matura per la costituzione di un movimento contro l’uso di cavie nella ricerca scientifica, poiché non individua nel paradigma della sperimentazione animale (privata e, soprattutto, universitaria) il bandolo della matassa. La scelta di individuare gli allevamenti di cavie, anziché i laboratori, come possibili obiettivi di una campagna è densa di implicazioni che vanno ben al di là della sola questione economica; implicazioni che dovremmo iniziare ad indagare prima possibile: altrimenti, i proclami abolizionisti dei settori più radicali della protesta rischiano di restare semplici dichiarazioni di intenti.

              


[1] L’allevamento Green Hill, sito a Montichiari (BS), è di proprietà della multinazionale britannica Marshall Farm (http:// www.marshallbio.com). Dal 23 luglio 2012 è stato posto sotto sequestro probatorio dal Tribunale di Brescia.

[2] L’allevamento di topi, cavie e cani per la sperimentazione, sito a S. Polo d’Enza (RE), di proprietà della ditta Stefano Morini Sas, ha chiuso alla fine del 2009, dopo una campagna di pressione avviata nell’ottobre del 2002 dal «Coordinamento Chiudere Morini» (http://www.chiuderemorini.net).

[3] I fatti riportati sono desunti dalle agenzie di stampa e dai documenti ufficiali diffusi tramite internet (siti web, newsletter, comunicati, ecc.) dei principali gruppi che hanno organizzato e partecipato alla mobilitazione contro Green Hill (http://fermaregreenhill.net, http://occupygrenhill.it,  http://www.michelavittoriabrambilla.it). Una cronologia degli eventi è reperibile in ANet: http.//www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=193:ghdueanni, dove è anche pubblicata una raccolta di commenti e comunicati riguardo all’“emendamento Brambilla” e al relativo dibattito: http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=6:su-green-hill-e-labolizione-della-vivisezione-in-italia. Le successive considerazioni sulle caratteristiche della campagna contro l’allevamento Green Hill si basano essenzialmente su queste fonti. Va precisato, per completezza, che chi scrive non ha partecipato alle mobilitazioni: le osservazioni espresse sono dunque basate sulle prese di posizioni pubbliche dei vari attori in gioco, il che, inevitabilmente, costituisce al tempo stesso un limite e una ricchezza del presente saggio. Alcuni elementi di analisi della campagna contro Green Hill sono contenuti, inoltre, nel mio «Antispecisti neri? Parliamone…», in http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=186:antispeneri).

[4] Unica eccezione è l’articolo di Aldo Sottofattori, La coscienza degli animalisti, http://www.liberazioni.org/ra/ra/t30.htm.

[5] Il salvataggio dei 2.500 beagle detenuti nell’allevamento di Montichiari è letteralmente il salvataggio di quei beagle, che vengono rimpiazzati (replacement) da altrettanti cani, probabilmente allevati in altri stabilimenti della stessa multinazionale, poiché gli esperimenti cui sono destinati e il business che ne deriva, naturalmente non cessano.

[6] Nei giorni in cui questo articolo veniva scritto, la Procura di Brescia ha ordinato il sequestro della struttura e l’affidamento temporaneo dei beagle tramite LAV e Legambiente. Ovviamente, l’affido di 2.500 cani alle strutture legate al volontariato animalista pone problemi rilevanti con notevoli implicazioni politiche, di cui sarà necessario discutere, non appena il quadro diverrà più chiaro. Per ora, credo sia utile rilevare che la gestione delle vittime è stata scaricata in modo dichiarato, da parte delle stesse istituzioni colpevoli dei maltrattamenti, sul buon cuore degli animalisti: «La procura ha nominato i nuovi custodi per non fare pesare su Comune e ASL un compito oneroso sotto molti punti di vista, benché con il sequestro del mangime presente nell'allevamento il cibo ai beagle è garantito per i prossimi due mesi. Ma secondo la procura c'era pure il “concreto pericolo che la Green Hill 2001, realizzando l'impossibilità di riprendere l'attività, possa non corrispondere più lo stipendio al personale deputato al nutrimento dei cani, i quali potrebbero cessare il servizio”», Wilma Petenzi, «La società ricorre: “Dissequestrate”», in «Corriere della Sera», 25 luglio 2012, http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/12_ luglio_25/20120725BRE02_11-2011163467643.shtml.

[7] La legge invocata in un primo tempo da FGH è la Legge Regionale 33/2009, che obbliga tutti i canili e gli allevatori di cani ad un numero limite di 200 cani e a metrature e spazi all’aperto che Green Hill non potrebbe permettersi. La legge applicata all’allevamento è invece la Legge 116/92, che norma i laboratori e – sommariamente – i loro fornitori.

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Gary Yourofsky: dal pianeta vegan è caduta una stella?


Pubblichiamo il testo dell'intervento preparato da Oltre la Specie per la giornata (R)esistenze Animali del 6 ottobre, prima tappa del "tour" italiano di Gary Yourofsky
Vedi anche: C'era una volta Gary
 
PER UN ANTISPECISMO CRITICO, CONSAPEVOLE E POLITICO
 
 
Ringraziamo Gary Yourofsky per il suo incessante lavoro in favore degli animali. Crediamo che alla sua impostazione di lotta allo sfruttamento animale (operare perché tutte le persone comprendano la sofferenza animale e si decidano a fare la scelta vegan) occorra affiancare altre riflessioni di più largo respiro, frutto del lavoro teorico-politico di questi ultimi anni di riflessione sulla questione animale. Senza queste altre considerazioni crediamo che i cambiamenti auspicati da tutti noi resteranno cambiamenti circoscritti, individuali e perciò irrilevanti per abbattere alla radice l'impianto di sfruttamento su cui si basa tutta l'economia e la cultura speciste. Senza la demolizione di questo impianto del dominio l'accalorato invito al cambiamento di Yourofsky ha un sapore utopistico. La sua analisi della realtà mette certamente in discussione i nostri usi e consumi personali e quotidiani ma non i rapporti di forza intraumani e tra gli umani e gli altri animali.
 
E' convinzione di Oltre la Specie che l'antispecismo apolitico non possa esistere data la natura squisitamente politica della questione animale e dei rapporti di forza in atto tra animali umani e animali non-umani. Dichiarare che l'antispecismo è apolitico equivale, di fatto, a sostenere che è trasversale (cioè che siano irrilevanti le posizioni degli animalisti rispetto a tutte le altre questioni che non sembrano riguardare direttamente gli animali). Trasversalità significa aprire le porte a ideologie che crediamo incompatibili con il progetto di liberazione animale. Per esempio la misantropia (cioè l’odio per l’umanità) è incompatibile perché è antropocentrismo al contrario: si pone l'animale umano al vertice della crudeltà facendone un animale totalmente particolare e anomalo. Nei casi più estremi la 'non posizione' politica lascia inevitabilmente spazio ad idee provenienti dalla destra. A queste visioni del mondo ci opponiamo perché si rifanno, sempre e comunque, (nonostante i tentativi di ripulirsi dalla propria infamante storia) al dominio del forte sul debole. Non capiamo come possa essere coniugabile una difesa degli animali (deboli in quanto vulnerabili nei confronti della specie più forte - l'uomo) con, per esempio, le retoriche nazionaliste quando non apertamente razziste.
 
Quando non ci scontriamo con tali ideologie ritenute "estreme” spesso ci incontriamo con il vero e proprio qualunquismo, triste fenomeno che imperversa in buona parte dell’animalismo. L'insofferenza verso la casta politica e verso i litigiosi movimenti extraparlamentari non rende possibile a molti animalisti immaginare un percorso che punti davvero alla liberazione animale (che, ovviamente, comprende anche quella degli umani). Ci si rassegna a considerare importanti solo le espressioni più pratiche dell'attivismo (dalla controinformazione alle liberazioni dirette di animali) senza comprendere che in mancanza di un obiettivo che vada oltre le sole logiche emergenziali, queste hanno difficoltà a produrre un reale cambiamento. Siamo fermamente convinti che eliminare lo specismo senza cambiare radicalmente la società sia impraticabile ed incoerente. Per sua natura il capitalismo necessita del massimo dello sfruttamento delle risorse ambientali, animali ed umane. La società è sorretta su pratiche terribili di schiavitù animale che hanno radici in millenni di sfruttamento. Concentrarsi esclusivamente sulle scelte che possiamo fare oggi come consumatori non fa che confinare le aspirazioni liberazioniste in dispute commerciali su prodotti più o meno cruelty free. Tale impostazione, spesso riassunta con il termine “stile di vita vegan” impedisce alla nostra coscienza critica di crescere fino a comprendere l'intero impianto istituzionalizzato e sistematico di sfruttamento che fa della lotta a favore degli animali una lotta che inevitabilmente investe l'intera società.
Perché il progresso dovrebbe frenare la sua folle corsa per motivi etici? Le tradizioni legate allo sfruttamento animale sono molto radicate e costantemente rivitalizzate dall'industria e dai media.
Non puntare a cambiare il paradigma dominante è inoltre incoerente in quanto noi esseri umani siamo animali e in quanto tali siamo per forza inclusi nel progetto rivoluzionario di liberazione.
L'antispecista che si considera "apolitico" non ha capito che qui non si tratta di comprare più tofu e seitan. E’ essenziale capire, per diventare un movimento serio e non velleitario, quali siano le idee basilari di cui farsi promotori. Noi non confidiamo nell'approccio moralistico. Si tende spesso a colpevolizzare il singolo individuo dopo aver denunciato le sofferenze a cui gli animali vengono sottoposti. L'individuo onnivoro poco interessato alle tematiche animali, quando non viene considerato un essere malvagio, è dipinto come un soggetto inconsapevole che commette il male per cecità. Sebbene siamo certi che siano i condizionamenti culturali e sociali a informare i comportamenti quotidiani delle persone (trasformandoci in "consumatori medi"), non crediamo che sia utile alla causa presentarsi come i detentori della verità autentica. Indicare come unica soluzione alla sofferenza animale la “retta via del veganismo" non risponde alla complessità della cosiddetta questione animale. Dobbiamo ovviamente invitare gli individui ad accollarsi la responsabilità delle proprie azioni ma ci sembra di vitale importanza coinvolgere le persone in riflessioni più approfondite sulle relazioni di violenza che regolano la vita di tutti noi e che ci rendono contemporaneamente sia carnefici che vittime. Non siamo convinti che questo processo possa svolgersi nel tempo di una conferenza, di una manifestazione o un tavolo informativo, così  come non crediamo di dover giudicare le persone in base al fatto che abbiano o meno cambiato idea dopo che li abbiamo messi davanti alla "verità". Preferiamo percorsi che sviluppino una reale consapevolezza dell’immane “guerra della compassione” che abbiamo da affrontare, consapevolezza che non può essere basata sul senso di colpa.
Se è vero che i principali ostacoli al cambiamento sono l'abitudine, la convenienza, il gusto e la tradizione dobbiamo da un lato avere il coraggio di condannare l'inerzia dilagante e dall’altro  comprendere che il potere, nelle sue innumerevoli manifestazioni d’oppressione, pubblicizza e ribadisce continuamente i suoi privilegi, il suo conservatorismo, il suo edonismo e il suo tradizionalismo.
 
Saper condurre l'aspirazione etica animalista a un'istanza politica, comporta il saper convertire i bisogni attuali in nuovi 'spazi di possibilità'. Solo così la tanto agognata libertà cesserà di essere un mero e illusorio auspicio. Gli animali saranno finalmente liberi dal giogo dello specismo e dell’antropocentrismo solo grazie ad un'assunzione condivisa e collettiva di responsabilità, al ridimensionamento dei conflitti intra ed interspecifici, alla critica e bando di tutti i pregiudizi. Collegare lo specismo al complesso sistema dell'ingiustizia istituzionalizzata costituisce contemporaneamente il punto di arrivo e il punto di partenza per una buona teoria e una buona prassi di liberazione animale.
 
   
Oltre la specie
www.oltrelaspecie.org
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Da: Musi e Muse

Intervista a Florence Burgat di Agnese Pignataro.

Articolo originariamente pubblicato su Diogene – Filosofare oggi, n°22 (marzo-maggio 2011), pp. 50-53.


Nel suo percorso di ricerca, lei ha messo in luce e denunciato l’indigenza ontologica che la filosofia attribuisce da sempre agli animali non umani. Con la pubblicazione di Liberté et inquiétude de la vie animale (Kimé, 2006), ha mostrato la fecondità del pensiero fenomenologico per sottrarre l’animale a questa indigenza. Può evocare rapidamente il suo lavoro precedente? Perché si è rivolta alla fenonomenologia?

In Animal, mon prochain (Odile Jacob, 1997), sono partita dal discorso sulla differenza tra l’umano e l’animale nella filosofia moderna e contemporanea. Mi è sembrato che si delineassero due grandi strade: quella di un’opposizione radicale (l’animale è definito da ciò di cui è privo, ossia la ragione, l’anima, la coscienza, il linguaggio, e mai nella sua singolarità); e quella di un continuismo tra i due. Ho cercato di mostrare il modo in cui questo discorso produce il concetto di «animalità» e costruisce una visione indigente degli animali che giustifica (o almeno rende non problematica sul piano morale) la loro utilizzazione o sfruttamento. Se da un lato le ragioni per cui occorreva criticare il discorso sulla differenza radicale erano perfettamente chiare, dall’altro ho notato che anche il continuismo porta a una visione indigente degli animali, nella misura in cui essi sono visti come possessori delle qualità e degli attributi riconosciuti all’uomo ma allo stato di abbozzo, di brutta copia. La fenomenologia, dal canto suo, offre gli strumenti che permettono di pensare l’originalità dell’esistenza propria di quei viventi che contribuiscono alla costituzione del mondo, ovvero per i quali le cose hanno un significato, manifestato dal loro comportamento.

 

Per uscire dalla cornice dualista che abbiamo ereditato da Cartesio, lei rifiuta sia il materialismo che l’evoluzionismo. Quali sono secondo lei i punti deboli di queste correnti di pensiero, dal punto di vista teoretico e morale, nel pensare gli animali?

Rispetto all’evoluzionismo, vorrei precisare che la mia critica si rivolge a quello che ho chiamato l’evoluzionismo del senso comune. Il limite di queste due strade consiste, a mio avviso, nel fatto che esse riaffermano una visione gerarchica degli esseri, perché in entrambi i casi l’essere umano rimane appollaiato in cima ad una struttura, la scala evolutiva, monopolizzando tutti gli attributi e possedendoli in senso pieno. Il materialismo tende a livellare dal basso, per così dire. Il fatto di proclamare che l’uomo è un animale o di parlare di animale umano non mi sembra in alcun modo costituire un progresso nel lavoro di rivalorizzazione dell’essere animale. Del resto, i difensori del materialismo e della continuità finiscono sempre con l’introdurre una differenza ineffabile tra umani ed animali sul piano morale. Un taglio che non può essere fondato su alcun criterio reale ed è quindi in verità ancora più netto.

Lei ritiene che la rottura ontologica fondamentale non si collochi tra l’animale e l’umano, ma tra il vegetale e l’animale: l’animalità costituirebbe una dimensione ontologica nuova in seno al vivente. Per quale ragione?

Il criterio del movimento spontaneo è decisivo. In effetti, l’animale lascia liberamente il luogo in cui si trova per recarsi altrove, «da qualche parte», rendendo questo luogo una contingenza, come direbbe Hegel. Questo spostamento porta l’individuo a percepirsi come un essere separato ed consegnato a un mondo ostile. La vita animale, insomma, affronta la doppia prova della libertà e dell’inquietudine. Accanto a questi criteri, non dobbiamo mai dimenticare che la sensibilità animale, che riveste forme molteplici in funzione delle specie, è diversa dall’irritabilità vegetale. La sensibilità è indissociabile da una esperienza del piacere o del dolore, mentre l’irritabilità è una reazione senza soggetto, che non si manifesta in prima persona. Mi si potrebbe rimproverare di riproporre a mia volta un modello privativo in merito ai vegetali. Non si può tuttavia negare la presenza negli animali di un sistema nervoso centrale, che è la condizione biologica necessaria, anche se non sufficiente, della coscienza.

Contro l’idea di Heidegger della povertà di mondo dell’animale, lei argomenta in favore dell’esistenza di più mondi animali. Ciò che caratterizza fondamentalmente questi mondi è l’incompletezza, per via della distanza spaziale e temporale che separa l’animale dagli oggetti che soddisferanno i suoi bisogni. In questo modo, secondo lei, l’animale è sottomesso alla prova dell’attesa e della pazienza e sperimenta inoltre un senso di finitezza. Non ha l’impressione di spingersi troppo oltre?

Parliamo appunto di un sentimento, e non di una coscienza riflessiva della finitezza. Non si tratta di riconoscere agli animali il sapere concettuale della finitezza, ma un’esperienza vissuta in occasione di questo o quell’evento (la morte di un altro, lo spavento causato da un grande pericolo, l’imminenza della propria morte). È un sentimento che possono avere o no a seconda della loro biografia. In ogni caso, dobbiamo disfarci dell’assimilazione tra l’esperienza vissuta e la rappresentazione che possiamo averne a posteriori e attraverso concetti. La singolarità della vita animale risiede secondo Hans Jonas nel nodo che racchiude la motricità, la percezione e l’emozione; si tratta quindi di una vita che si interiorizza e perde la sua tranquillità. Nessun filosofo si è spinto più in là di Hegel, che scrive che l’animale è pervaso da «un sentimento di incertezza, di ansietà e di infelicità». Questa disposizione non dipende da situazioni contingenti (come la cattività) ma costituisce la condizione esistenziale fondamentale degli animali.

Basandosi sulle analisi di biologi come Jacob von Uexküll o Frederik Buytendijk, lei spiega che ogni mondo animale è regolato da una sua propria struttura di significati. Può descrivere il doppio processo di ricezione e creazione di significati nel soggetto animale?

Per Uexküll è un soggetto ogni individuo che agisce e percepisce, a cui si aprono quindi un mondo della percezione e un mondo dell’azione. Gli animali sono dei soggetti in questo senso. Per loro, esistono degli oggetti rilevanti, ovvero che hanno una connotazione di attività, che chiamano all’azione e che sono dunque dotati di un significato particolare. Uexküll chiama «cerchio funzionale» questa struttura, che collega il soggetto a quegli oggetti che fanno parte del suo mondo. Per spiegare ciò, egli prende come esempio una stanza umana vista da un uomo, un cane e una mosca, per valutare il significato ogni volta particolare che si lega agli oggetti presenti in essa. La tavola non ha la stessa connotazione di attività per l’uomo (scrivere), per il cane (sdraiarvisi sotto) e per la mosca (superficie su cui posarsi). Non esistono oggetti in quanto tali, nè significati unici di un oggetto: ciascuno è portatore di più significati specifici. È il soggetto che dà un significato all’oggetto e non solo sulla base del suo equipaggiamento biologico ma anche in funzione del suo modo di vivere. Penso in particolare agli animali domestici o di compagnia, che abitano due mondi contemporaneamente. Uexküll parla di «luoghi magici» nei quali il cane ama recarsi per ragioni che sfuggono alle spiegazioni oggettive. Si potrebbe arrivare a parlare, con Marc Richir, di una libertà fenomenologica, nella misura in cui gli animali non hanno un punto di vista definitivamente fissato sulle cose.

Seguendo Merleau-Ponty, lei definisce il comportamento come «una relazione dialettica con ciò che lo circonda»: in che modo questa concezione confuta gli esperimenti di laboratorio sugli animali (in particolare quelli behavioristi)?

In laboratorio, vengono indotte reazioni in un contesto vitale costruito in modo analitico. La spontaneità, che caratterizza il comportamento nella sua dimensione di indeterminazione, e la totalità non scomponibile che esso costituisce, sono distrutte. Georges Canguilhem, in La conoscenza della vita (1965), scrive che un «animale in situazione di sperimentazione si trova in una situazione anormale per lui, di cui non ha bisogno in base alle proprie norme, che non ha scelto, che gli viene imposta. Un organismo non è mai uguale alla totalità teorica delle sue possibilità».

Lei evoca la riflessione di Hegel sulla capacità degli animali d’interessarsi agli oggetti lasciandoli sussistere. Dobbiamo quindi pensare che gli animali possiedano una forma di sapere disinteressato?

Per Hegel, gli animali non sono unicamente sottomessi ai bisogni biologici, ma sono esseri desideranti. Nella sua analisi del desiderio animale, Hegel non abbozza una definizione del sapere animale ma di un atteggiamento che alcuni animali mantengono verso le cose in certi momenti. Al di là del fatto che nel desiderare qualcosa l’animale fa esistere questa cosa nel modo del «non ancora», e manifesta dunque un rapporto non immediato nei suoi confronti, Hegel apre un’altra dimensione: una forma particolare di essere presso le cose, di lasciarle essere senza tuttavia restare indifferente ad esse. Egli vede in ciò un atteggiamento contemplativo, che può essere considerato una parte del sapere, a condizione di predisporre nel sapere uno spazio per una modalità non appropriante. Per cui si tratta più di una modalità del desiderio che della conoscenza in quanto tale.

Come Erwin Straus, lei vede la relazione alinguistica tra l’io e il mondo che si manifesta nel sentire come il luogo di una comprensione reciproca tra umani ed animali. Al di là dei mondi di significato propri ad ogni specie esiste dunque anche un mondo in comune?

La questione del mondo è complessa: questo concetto non ha lo stesso senso in Husserl, Uexküll, Heidegger… Per Erwin Strauss, il mondo comune è quello dell’affezione, del sentire e del muoversi. È difficile distinguere ciò che è proprio a ogni specie e contemporaneamente comprendere in cosa siamo una comunità attraverso questo nodo già evocato della motricità, della percezione e dell’emozione. Il mondo comune si dà anche nel mistero dell’attaccamento che si può annodare tra individui non appartenenti alla stessa specie. È un sentiero aperto per la meditazione filosofica.

Lei è vegetariana ed esprime nelle sue opere una indignazione profonda verso le pratiche violente degli umani nei confronti degli animali: in che misura pensa che la filosofia, e in particolare la fenomenologia, possa contribuire a migliorare la condizione degli animali nella nostra società?

Nel mio lavoro si possono distinguere due tipi di testi. Alcuni, piuttosto brevi e direttamente impegnati contro queste pratiche violente, intendono far apparire la mostruosità di un processo nel quale tutto accade come se le catene che conducono alla morte dei miliardi di animali esistessero in un mondo parallelo, dal momento che il nesso tra la moltitudine di prodotti ricavati da queste morti e gli individui morti per essi non si presenta mai alla nostra mente. È come se la cosa non esistesse, e ciò non si deve solo all’invisibilità dell’uccisione, ma al fatto che questa morte non è tematizzata come crimine e a volte neanche come morte. Alcuni altri lavori – e si tratta allora dei miei libri – tentano di contrastare le concezioni soggiacenti a queste utilizzazioni. La fenomenologia fornisce gli strumenti che permettono di far passare gli animali dalla categoria di «semplice vivente» a quella di esistente, per così dire. Ogni animale traccia la propria vita ed è un essere biografico. Occorre far valere questo dato contro la determinazione (storica, scientifica, economica, filosofica) che annienta miliardi di animali terrestri e marini.


Approfondire

Florence Burgat, Une autre existence. La condition animale, Albin Michel, Paris 2012.

Florence Burgat, Liberté et inquiétude de la vie animale, Kimé, Paris 2006.

Florence Burgat, Animal mon prochain, Odile Jacob, Paris 1997.

Pubblicato in Articoli
Lunedì, 08 Ottobre 2012 19:25

Steve Best in Italia

Steve Best, docente di filosofia a El Paso -Texas, attivista animalista e autore di numerosi libri e articoli sull'antispecismo e l'attivismo liberazionista propone una lettura delle lotte di liberazione animale come la formulazione contemporanea delle battaglie per l'abolizionismodella schiavitù del XIX secolo, presentando le lotte di liberazione animale come il nuovo abolizionismo. Nel settembre di quest'anno è tornato in Italia e ha tenuto alcune conferenze. Proponiamo qui i video dei due eventi realizzati a Roma, uno al Rewild Cruelty-free Club di Roma il 4 settembre



e l'altro alla Sapienza il 5



Pubblicato in Materiali
Ripubblichiamo il seguente post, tratto da bricioledicescaqb.blogspot.it/
Segnaliamo inoltre un altro testo su Gary Yourofsky che abbiamo ripubblicato.


C'era una volta Gary . . . resoconto di una serata SENZA Gary Yourofsky


Questo sarà un post difficile.
Chapeau al collettivo "essereAnimali" che, in quel di Faenza, ha organizzato oggi "(r)esistenze animali", una giornata di informazione antispecista dislocata in tre tempi su tre differenti location.
Il momento più atteso della giornata era senza dubbio l'incontro con il (FORSE) troppo famoso Mr. Gary Yourofsky.

Nella sede del Museo Internazionale della Ceramica, un vasto pubblico ha atteso impaziente l'arrivo di questo personaggio divenuto famoso in Italia solo nell'ultimo anno grazie alla diffusione in rete del suo speech (se vi interessa potete trovarlo QUI).

Per dovere di cronaca si deve dire che la notorietà di Gary, basata sul discorso citato prima, ha conosciuto anche momenti meno favorevoli grazie a QUESTO articolo che ci ha portati a conoscenza di certe sue dichiarazioni spiazzanti. 

Alla scoperta delle dichiarazioni sopra citate, smisi di provare tutta quella stima nei suoi confronti ... questo però non toglie che il suo famoso discorso possa essere considerato, in ogni caso, una forte arma nella battaglia per la difesa dei diritti animali, motivo per cui è giusto continuare a proporlo a famigliari e amici.

Dopo questa breve introduzione, parliamo ora di come (NON) si è svolto l'incontro di Gary con il pubblico questa sera.

Accolto da un mare di applausi ha iniziato il suo intervento con l'ausilio di una perfetta traduttrice e dopo neanche una decina di minuti dall'inizio, guardando nel vuoto, si è interrotto dicendo a bassa voce "I can't do this . . .  it's too bizzarre" e in pochi istanti ha abbandonato la scena.
Poco dopo veniamo informati che la presenza di una traduttrice e gli intervalli necessari per le traduzioni (per altro rapide e precise) lo portano a perdere il filo del discorso.
Alcuni minuti dopo, l'organizzazione comunica al pubblico che il discorso tanto atteso non ci sarà . . . Nonostante gli sia stato anche proposto di continuare liberamente nella sua lingua madre senza nessuna interruzione Gary non ha nessuna intenzione di risalire sul palco.
A nulla è valso pure l'intervento della moglie che si è dimostrata estremamente dispiaciuta.

In sintesi,  Mr.Yourofsky non lo ha più visto e sentito nessuno.

Le notizie che continuavano ad arrivare da dietro le quinte hanno portato alla luce anche una seconda e "terribile" problematica  . . .  "C'ERANO TROPPI VEGANI".

Cosa pensare dunque ?  Voleva forse una platea di onnivori da redimere e impressionare con enfasi vocale e gestualità che non era consentita dalle pause per la traduzione ?

Non saprei, ma di certo il Sig. Gary oltre ad aver dimostrato di essere capriccioso come una ragazzina che non trova l'ultimo CD dei Backstreet Boys (ma esistono ancora ?) ha mancato notevolmente di rispetto a tutti gli animali umani presenti in sala (organizzatori compresi) andandosene senza nemmeno degnarsi di una parola di scuse.
>>>Forse non le ha ritenute necessarie<<<
Beh, per me lo erano . . . dato che come me, moltissime altre persone avevano fatto ore di strada per poterlo ascoltare dal vivo.

Grandissima delusione doverlo archiviare come l'ennesimo fenomeno vittima del proprio ego.

La giornata è stata comunque occasione per incontrare amici lontani, passare con loro ore piacevoli e chiudere in bellezza con uno squisito e ricco buffet.

Grazie ancora a "essereAnimali"
Pubblicato in Attualità - Notizie
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