Femminismo e animalismo: un'intervista ad Agnese Pignataro

da: Frequenze di Genere, puntata del 15 dicembre (Radio Città Fujiko)

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frequenze di genere
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Assemblea dibattito

venerdì 7 dicembre presso il Circolo Libertario S'Arxa, in via S. Giacomo 38, dalle 18.00 in poi.

Il Collettivo antispecista OcheBarrose nasce a Cagliari a fine ottobre del 2012.

Siamo attiviste di tutte le età e con diverse esperienze alle spalle, accomunate dall'antispecismo, l'antifascismo, l'antirazzismo e l'antisessismo.

Primo atto del collettivo è stato un comunicato che è stato fatto girare in rete, sopratutto a livello locale, in cui si denunciava il tentativo di infiltrazione nel movimento di liberazione animale e umana di razzisti e fascisti di ogni risma.
Questa vergogna esiste da tempo a livello nazionale ma nella nostra città è di pochi mesi fa: da quando un gruppo di individui noti per dichiarazioni di stampo xenofobo, comincia a partecipare e addirittura organizzare eventi “animalisti”. A costoro si uniscono presto, in manifestazioni di piazza, anche noti fascisti locali che pensano evidentemente di usare questo movimento come un ariete e prendersi uno spazio e un'agibilità che non hanno mai avuto e che non hanno e non devono avere in nessun campo.
Tutto questo nel silenzio durato mesi di altre realtà che si definiscono antispeciste.
Non potevamo più star zitte e stare a guardare!

Il collettivo OcheBarrose intende rivalutare la pratica antispecista nel suo senso pieno che non può essere altro che contro lo sfruttamento e l'oppressione di tutti gli esseri senzienti , e quindi, conseguentemente, contro ogni forma di razzismo e di discriminazione basati sulla specie, l'etnia, il genere o l'orientamento sessuale, e contro il fascismo e l'autoritarismo che tutte queste pratiche aberranti raccolgono in sé.

Sono noti a tutt* gli/le attivist* i fatti di Correzzana, quando, durante la manifestazione contro Harlan, un gruppo di compagn* ha cercato di allontanare un gruppo di fascisti, per essere poi bollat* come persone che “vogliono distruggere il movimento” quando quello che cercavano di fare era esattamente il contrario: proteggerlo.
Noi siamo assolutamente in sintonia con quest* compagn*che hanno la nostra piena solidarietà.
Se fossimo state là avremmo fatto la stessa identica cosa.

Come “OcheBarrose” abbiamo diverse proposte da fare, la prima è quella di un coordinamento nazionale di antispecist* antifascist* per darci solidarietà reciproca, scambiarci informazioni e condividere eventi che rientrino in questa concezione dell'antispecismo che, per noi, è l'unica che ne esprima il vero e profondo senso.
Abbiamo in cantiere anche altre proposte a livello locale che vorremmo discutere con chi ha questo nostra stessa esigenza.
Per questo il Collettivo OcheBarrose si rivolge alle/gli attivist* che si sentano in sintonia con questo pensiero e propongono di incontrarsi per discutere di antispecismo e antifascismo in un'

ASSEMBLEA DIBATTITO

venerdì 7 dicembre presso il Circolo Libertario S'Arxa, in via S. Giacomo 38, dalle 18.00 in poi.

Seguirà un sostanzioso aperitivo vegano benefit a offerta libera.

Razzisti e fascisti dichiarati o meno, ma che lo siano per esternazioni e pratiche, non sono, ovviamente graditi.

Evento Facebook: http://www.facebook.com/events/480724991969782/

Collettivo OcheBarrose
per info e contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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Pubblichiamo qui un post pubblicato su Femminismo a Sud in risposta all'articolo di Barbara X "Antispecismo è antifascismo"

Antifascismo è Antispecismo?

Dopo aver letto l’articolo di Barbara X pubblicato su FaS, ho sentito la necessità di esprimere alcune riflessioni in merito.

Di seguito riporto, perciò, le parti che più mi hanno colpito – e in calce i miei commenti.

Quel sabato, finalmente, si è deciso di dare un segnale forte e di carattere politico a tutti i partecipanti: si è cercato di far capir loro, tramite una presenza abbastanza compatta di antifasciste e antifascisti, che tutti i soggetti interessati alla battaglia antispecista che abbracciano pseudoideologie di destra (più o meno estrema) non sono e non saranno mai i benvenuti a manifestazioni per la liberazione animale.

Penso sia fondamentale riaffermare che l’antispecismo non può essere ‘di destra’, per i motivi già pubblicati da Feminoska qui.
Detto questo non v’è dubbio che la destra possa essere ‘interessata’ alla battaglia antispecista, così come a tutti quegli argomenti e movimenti sociali di cui vede la possibilità di appropriarsi. O magari è semplicemente interessata alla lotta animalista (che tocca il cuore di tanti “indifferenti”) e della lotta antispecista se ne frega (e c’è da dire che spesso neanche molti di coloro che si dichiarano antispecisti sanno cosa questa parola significhi veramente).

Mi fa già strano pensare che finalmente l’antifascismo abbia deciso di dare un segnale forte e di carattere politico ai partecipanti alla manifestazione: scriverla in questo modo dà l’idea che fino ad oggi le manifestazioni antispeciste non siano state di interesse di quegli antifascisti accorsi al corteo per contrastarne la deriva di destra . Dico sembra, ma in realtà ho paura che sia proprio così. A mio avviso un corteo antispecista dovrebbe essere intrinsecamente composto da partecipanti antispecisti, e quindi antifascisti, invece di vedere la partecipazione di ‘realtà esterne’ a ribadirne i contenuti essenziali.

Mi sembra logico concludere, quindi, che al corteo antispecista la maggior parte delle persone non fosse antispecista, ma fosse lì per altri motivi. La cosa è sicuramente grave, ma non penso che la responsabilità sia solo degli antispecisti che il corteo l’hanno organizzato, ma piuttosto degli antifascisti in generale, che se ne fregano altamente della lotta antispecista e che quindi se ne sono fregati di questo corteo (come di quelli precedenti).

Tutti gli antifascisti se ne fregano dell’antispecismo? No, e io sono uno di quelli, ma sicuramente la maggior parte sì. E’ un dato di fatto e non ha senso fare finta di nulla. Se a Correzzana c’erano, per sparare dei numeri a caso, solo 200 antispecisti su 4000 partecipanti al corteo, la responsabilità non è di quei 200 presenti, ma delle migliaia di antifascisti che pensano che non abbia senso appoggiare ed abbracciare la lotta antispecista. E sono convinto che senza ricadere in dinamiche autoritarie, se non in risse belle e buone, 200 antispecisti non abbiano grandi opportunità di ribadire la connotazione antispecista del corteo se agli altri 3800 gli frega solo del benessere degli animali non-umani, in un’ottica esclusivamente zoofila.

 

Si sono sentite frasi più o meno deliranti di questo tenore: “Che ne sai se un giorno un fascista può comprendere che la sua ideologia è sbagliata?” “Non puoi allontanare i fascisti usando i loro mezzi: altrimenti sei fascista pure tu” “Prendiamo le distanze dagli idioti che hanno preso parte a cori offensivi” ecc.

A me questi sembrano dei commenti sterili, che tanto vanno di moda nei nuovi social network. E trovo sterile citarli in quanto non meriterebbero secondo me la minima attenzione tanto sono vuoti di contenuti.

Molti degli equivoci in ambito animalista/antispecista hanno origine dalla convinzione (evidentemente errata) secondo cui essere antispecisti ti permetterebbe di essere “antitutto”: questo non è vero.

Ci sono tanti antispecisti che non sono antifascisti; ci sono antispecisti appartenenti all’area delle destre (più o meno estreme); antispecisti omo/transfobici; antispecisti sessisti; antispecisti razzisti e via dicendo. Ci sono cioè individui vegani e che non considerano inferiore a se stessi nessun altro essere vivente altro-da-umano, che hanno tuttavia serie difficoltà a relazionarsi con un migrante o con un’altra persona a vario titolo discriminata per la sua diversità.

Parlare di antispecisti che non sono antifascisti è analogo a dire ci sono vegani che mangiano le bistecche. O uno è antispecista, e quindi antifascista, o uno non lo è. Penso sia importante avere ben chiaro in mente cosa uno ha in mente per antispecismo, altrimenti se non si tratta di un concetto forte ma di una scatola vuota il rischio è che si possa all’occorrenza, noi come la destra, riempirla con quello che fa più comodo.

Esistono persone che dicono di essere antispeciste e che in verità contraddicono quotidianamente questa loro affermazione? Sicuramente sì, e alcuni lo fanno con gli atteggiamenti descritti da Barbara X. Questo però non deve portare a stravolgere il significato di antispecismo, ma invece a far emergere nei singoli queste contraddizioni in modo sia critico che autocritico.

L’antispecismo non va posto al di sopra di tutto: è una parte del tutto, una parte che, col trascorrere del tempo, acquista certamente di importanza e si arricchisce di significato. Tuttavia anche gli antispecisti volgono la propria attenzione verso una determinata prospettiva sociale: e a seconda delle scelte che compiono (a partire dalla banalità del quotidiano), assumono una determinata posizione politica, a prescindere dal fatto che conferiscano pari dignità e diritti agli altro-da-umani.

Affermare questo vuol dire che essere antispecisti e fascisti è possibile, cosa che non condivido per le motivazioni esplicitate più sopra.

In linea teorica è una bestemmia;

Appunto.

ma da un punto di vista pratico certi atteggiamenti sono realtà di tutti i giorni.

Sono il primo a riconoscere che bisogna innanzitutto combattere i nostri  personali fascismi, ma non accetterei mai che il concetto di antispecismo venisse associato a quello di fascismo.

Del resto (e non lo scopro certo io) vi è -ahimè- una grande quantità di antifascisti, anarchici, comunisti, antirazzisti che se ne impipano della questione animale e che mangiano carne: costoro sono dunque specisti, pur battendosi per i diritti degli esseri umani. L’antispecismo non può essere di destra? Certo, se si hanno le fette di melanzane davanti agli occhi non si può che “vederla” così. Ma all’atto pratico (ciò che evidentemente interessa maggiormente) vi è un elevato numero di antispecisti che per formazione, atteggiamenti e addirittura simpatie volgono il proprio sguardo, più o meno consapevolmente (occorre sottolinearlo), verso la destra in tutte le sue sfumature.

Per me queste persone non sono antispeciste , anche se magari sono convinte di esserlo e si dichiarano tali.

Ecco perché è fondamentale puntare all’unificazione (ed equiparazione) delle battaglie per i diritti, creando connessioni, intersezioni, ponti: sotto quest’ottica, l’antispecismo non può che essere antifascista, e le battaglie per i diritti degli umani oppressi devono cominciare necessariamente a contemplare anche la liberazione animale.

Appunto, allora pensiamo la stessa cosa, e quindi gli autoproclamatisi ‘antispecisti di destra’ si sono appropriati di un concetto non loro, e sono da smascherare.

Rimane il fatto che il concetto di nonviolenza di molti antispecisti è sovente un impulso privo di finalità concrete, derivante da un certo tipo di formazione, sociale e politica. Senza considerare che la confusione, troppo spesso, regna sovrana: molte delle critiche giunte agli antifascisti e alle antifasciste nel dopo Correzzana, provengono da attivisti antispecisti che su internet augurano regolarmente le peggiori torture ai maltrattatori di animali. Come mai, allora, tutta questa indulgenza verso i fascisti?

Augurare le peggiori torture ai maltrattatori animali su internet lo collegherei al discorso sulle modalità caratteristiche dei social network già criticate sopra. Trovo ingiusto inoltre, andare a parlare dell’annoso dilemma violenza-nonviolenza per gli antispecisti, senza accennare al fatto che è un problema che attraversa tutti i movimenti di lotta da decine e decine di anni. Mi sembra un argomento che esula dal concetto di antispecismo, e che si può affrontare, possibilmente  in modo trasversale e più approfondito, in altro momento. Sinteticamente, comunque, c’è molta confusione sui concetti di nonviolenza, violenza, danneggiamento, resistenza, uso della forza… confusione che fa comodo ai qualunquisti e ai populisti, ma che bisogna ammettere è uno dei punti deboli della “sinistra”.

Tornando al 20 ottobre (e cambiando discorso), bisognava parlare chiaro sin dall’inizio: bisognava dire agli antifascisti, appena arrivati, di non adottare nessuna misura per cacciare i fascisti presenti; non bisognava lasciare che gli antifascisti si facessero tutto il corteo in coda, a fare da muro; e non bisognava nemmeno consentire agli stessi di giungere al termine del corteo. Mi sembra davvero troppo comodo servirsi di antifascisti e antifasciste per allontanare certa gentaglia, per poi infangarli e compiacere così a quella stessa gentaglia. Chi ha fatto questo lavoro sporco, sono compagne e compagni che conoscono bene le dinamiche di piazza e che hanno utilizzato determinati striscioni, bandiere, cori in una situazione di tensione, per mantenere il sopravvento su chi non era bene accetto. Oltre al “muro”, non ci sono altri mezzi non violenti per tenere distanti i nazifascisti.

Secondo me questa visione è completamente sbagliata: non è che gli antifascisti dovessero stare davanti (o dietro,  o di fianco) al corteo. Il corteo doveva essere composto di antifascisti (essendo gli antispecisti anche antifascisti). Se il corteo non è stato composto da antifascisti forse è proprio perché la sua composizione non è stata prevalentemente antispecista, ma probabilmente animalista o zoofila. Le domande importanti secondo me sono allora: perché il corteo era composto solo in minima parte da antispecisti, e quindi antifascisti? Perché gli antifascisti, che avrebbe dovuto supportare il corteo a prescindere dall’emergenza della presenza di fascisti, non l’ha fatto?

Dunque risulta perfettamente inutile lamentarsi delle cosiddette infiltrazioni delle destre nei cortei antispecisti: le destre non si fanno vive a queste manifestazioni perché gli ideali animalisti costituiscono un poderoso richiamo per chiunque; si fanno vive perché sanno che dall’altra parte c’è una porta socchiusa, c’è una barriera molle…

Questo penso sia più un problema della galassia antifascista tutta, che ha lasciato un vuoto nelle lotte care agli antispecisti non condividendone i principi.

Sono tantissimi e tantissime coloro che, a prescindere dalla Resistenza Partigiana, non hanno la benché minima cognizione di cosa sia la resistenza antifascista di oggi (legata peraltro a doppio filo con quella). Nessuna conoscenza delle dinamiche della lotta, né della “dialettica di piazza”: i comunicati che ho letto negli ultimi giorni, infarciti di passaggi che sembrano tratti da un testo di Pansa, lo dimostrano ampiamente.

Questo mi pare un’altro dei problemi della galassia antifascista tutta, che non è purtroppo, ad oggi, riuscita a trasmettere in modo capillare e diffuso il significato della lotta antifascista.

In definitiva, sono state criticate e ingigantite in modo assai sospetto (e pericoloso) certe scelte adottate da antifasciste e antifascisti il 20. Bene. La prossima volta, mi sa tanto che verrà lasciato ampio spazio ai moderati e alla barriera molle; saranno loro ad andare dai nazisti e dai fascisti che si ripresenteranno alla manifestazione di turno: voglio proprio vedere quali mezzi adotteranno per allontanarli (ammesso che gliene interessi per davvero): un viso imbronciato e una fronte corrugata non sono sufficienti, lo dico prima…

Spero che la prossima volta gli antifascisti vengano al corteo perché hanno riflettuto sulle tematiche antispeciste e le ritengono degne di essere abbracciate, non che vengano solo per portare avanti la (giustissima) lotta antifascista militante. Spero, al prossimo corteo, di vedere più antispecisti che animalisti, zoofili e passanti.

P.S. non so se chi ha scritto commenti inaciditi al post in cui è riportato l’articolo di Barbara X condividano quanto ho detto, ma sicuramente, se si fossero dilungati oltre alla ‘muraglia’ delle 140 battute, l’intera discussione ne avrebbe giovato.

Luca

foto ippoasi
Foto: Ippoasi

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Riceviamo e pubblichiamo, dal Collettivo Antispecista OcheBarrose

Vedi anche: Assemblea dibattito 7 dicembre a Cagliari

PROPOSTA DI COSTITUZIONE DI COORDINAMENTO NAZIONALE ANTISPECISTA

Siamo il Collettivo Antispecista OcheBarrose (per i non sardi il termine “barrose” sta ad indicare “rabbiosamente tenaci”). L’idea di costituire un collettivo antispecista nonostante la presenza di altri gruppi antispecisti, animalisti e affini anche sul nostro territorio, nasce dall’esigenza di combattere battaglie che si rifacciano realmente all’ideale antispecista . Nasce dalla necessità di portare avanti un progetto di liberazione animale che non prescinda dal una lotta di liberazione umana, ma anzi che sia una linea continua che unisca in un unico grido di liberazione tutti gli esseri senzienti oppressi del pianeta. E ancora, nasce dall’idea che l’antispecismo contenga in se, come elementi essenziali, quasi fossero sinonimi, l’antifascismo, l’antisessismo e l’antirazzismo. Non si può dunque essere antispecisti senza ripudiare il fascismo, il razzismo e il sessismo. Tuttavia osserviamo che sempre di più all'interno del variegato movimento per i diritti degli animali sia localmente che a livello nazionale stanno avvenendo fatti molto gravi, su cui vorremmo che tutti i gruppi politici che si rifanno alla pratica antispecista si esprimessero pubblicamente e soprattutto intervenissero prima che la situazione degeneri definitivamente. Sempre con maggiore frequenza infatti, con la scusa dell'animalismo, gruppi organizzati o spontanei e singoli individui di chiara provenienza fascista stanno prendendo uno spazio e una visibilità che non bisogna permettere loro di avere. Siamo ormai circondati da movimenti di chiara provenienza e/o connivenza nazi-fascista che si ergono a paladini della liberazione animale. 100% Animalisti, capitanati da Paolo Mocavero, è un movimento organizzato che ha ormai preso piede e che ha un certo seguito negli ambienti animalisti. La recente presa di posizione di Enrico Rizzi del Partito Animalista Europeo sugli scontri avvenuti alla manifestazione contro Harlan suona come un ennesimo campanello d’allarme. Troviamo che le affermazioni di Rizzi il quale, non solo prende le distanze da coloro che alla manifestazione hanno strenuamente cercato di tenere i fascisti lontani, ma bolla come individui che danneggiano il movimento di liberazione animale coloro che invece stanno combattendo per proteggerlo da infiltrazioni che rischiano di distruggerlo, siano aberranti, estremamente pericolose e significative, del tutto strumentali nel cercare di annientare un vasto movimento antispecista che si oppone realmente a quei poteri con cui invece il suo partito vuole andare a braccetto. Ma poiché al peggio non c’è mai fine, è di qualche giorno fa la notizia che il movimento neo-nazista greco Alba Dorata nasce anche in Italia. E anche in questo caso, scorrendo i deliranti punti del programma, leggiamo con sconcerto che essi si dichiarano candidamente “animalisti”. Pare chiaro che la presenza di individui o gruppi che si dichiarino apertamente fascisti o razzisti o che lo siano nei fatti, non sia compatibile con quello che, almeno come antispeciste, siamo e coi nostri progetti di lotta. Non siamo infatti antispeciste per caso: antispecismo significa che la liberazione animale e umana vanno di pari passo e l'una non può esistere senza l'altra. Vuol dire che siamo antifasciste, antirazziste e antisessiste, allo stesso modo e con le stesse motivazioni per cui siamo antispeciste. Chi parla in difesa dei diritti degli animali e professa ideologie e pratiche che discriminano animali umani, mente sapendo di mentire e non ha niente a che fare con un movimento di reale liberazione comune, al contrario lo stravolge, lo usa e rappresenta un pericolo da combattere sul nascere. Scopo di questo nostro comunicato è provare a costituire un coordinamento antispecista nazionale al quale aderiscano, gruppi, associazioni, collettivi o singol* accomunat* dall’ideale unico dell’antispecismo. Che siano dunque pienamente consapevoli di cosa significhi questo termine, di quali siano le implicazioni, e gli obiettivi di lotta. Tale coordinamento ha lo scopo di aiutarci solidarmentente, di scambiarci informazioni, portare avanti delle battaglie comuni, creare una rete di antispecisti militanti, consapevoli che solo unit* riusciremo a portare avanti la nostra lotta e che solo unit* riusciremo ad arginare la deriva del movimento di liberazione animale. Noi vogliamo ribadire che la vera lotta di liberazione animale non può prescindere dal rifiuto di qualunque pratica discriminatoria anche umana. Che il sistema che divora i nostri fratelli umani e animali è un sistema che va scardinato e abbattuto nel suo complesso. E che ci riguarda tutt*: Solo con questa consapevolezza forse un giorno tutte le gabbie saranno aperte. Per concludere vorremmo anche dire che ci sono molti modi per consentire che il fascismo continui a prendersi spazio nel movimento: uno di questi è tacere. Non esprimersi, non gridare l’orrore di questo scempio, se non precisamente collaborare significa esserne complici. Chi afferma di essere solo interessat* “a chi sta dalla parte degli animali”, indipendentemente dal colore politico, apre le porte del movimento alla contaminazione con le ideologie nazi-fasciste, facendo così un enorme torto alla causa. La storia è piena di silenzi che hanno consentito il compimento di orrendi crimini. Non lasciamo nessuno spazio al razzismo, al fascismo al sessismo. E' roba infame contro la quale combattiamo ogni giorno in ogni sua manifestazione e continueremo a farlo.

Collettivo "OcheBarrose" Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Fonte: Collettivo Queer Ecovegfemminista Anguane

Dal Puledro al Bambino: intersessuali al margine del sistema

di Michela Angelini

Per gli amanti degli animali la nascita di un piccolo è sicuramente il momento emotivamente più toccante. Nella mia esperienza da veterinaria ho avuto il privilegio di assistere a diverse nascite di puledrini: prima arriva lo scroscio dovuto alla rottura delle acque, poi le contrazioni spingono pian piano il nascituro verso l'esterno. Di li a poco ci sarà un esserino tutto bagnato, accovacciato vicino la madre, pronta a fornire le prime amorevoli cure. Questo è il momento in cui, forse, è per tutti palese che le barriere di specie non sono poi così alte come crediamo: l'empatia tra madre questa e questo figlio non è diversa da quella umana.

Di li a pochi giorni, dapprima traballante, poi stabile e forte, il puledrino sarà pronto per correre attorno la mamma ed esplorare il piccolo recinto, o box, in cui vive, dove resterà per non più di sei mesi perché, poi, dovrà seguire il suo percorso di normale animale da reddito, facendo guadagnare soldi al proprietario correndo o contribuendo al concepimento di nuovi puledri, come stallone o come fattrice. Prima di abbandonare quel box, o recinto, i puledri andranno microchippati e iscritti, come maschi o femmine, all'anagrafe equina.

 

Nella primavera del 2011, però, succede una cosa insolita: nasce, da una fattrice da trotto, un(a) puledrin@ intersex, ermafrodita, o come lo definirebbe la terminologia medica un DSD, un disordine dello sviluppo sessuale. Il “piccolo DSD”, che non ho avuto purtroppo il piacere di conoscere, me lo immagino simpatico e curioso. Sicuramente fa la stessa vita di qualsiasi puledrin@ della sua età: dorme, si alza in piedi, va a poppare e saltella per il box vocalizzando i suoi primi, timidi, nitriti.

Il “piccolo DSD” è però sfortunato: di tutte le forme di intersessualità che potevano capitargli si è beccato proprio quella più evidente. Osservandolo, anche l'occhio meno esperto avrebbe notato la presenza di quel piccolo pene vicino la vulva.

Posso solo immaginare l'imbarazzo del proprietario, nel chiedere il da farsi al veterinario, mentre il “piccolo DSD” fa la sua grassa poppata, ignaro di quel che sta succedendo al di là dell'inferiata del box: “Come si fa? Lo devo iscrivere come maschio o come femmina?”. Sicuramente il veterinario, l'avrà informato che, quello che ha davanti, non è un soggetto fertile, né da femmina né da maschio, quindi non potrà mai essere né fattrice né stallone. “Non si poteva vedere dall'ecografia questa cosa?”, “Non potevamo liberarci di questo mostro prima che nascesse?”, “Proprio a me doveva capitare questa sfortuna?”, si sarà chiesto il proprietario.

So che, spinto da non so quali intenzioni, il veterinario ha proposto di intervenire chirurgicamente sul povero “piccolo DSD”. Io, però, lo immagino con la bavina alla bocca, mentre pensa alla pubblicazione scientifica che potrebbe fare amputando quell'imbarazzante pene - clitoride, plasmando una femmina normale, dotata di una normale, perfetta, meravigliosa vulva. Subito dopo avrebbe eliminato le gonadi, per evitare qualsiasi influsso ormonale di quel buffo organo, che non né ovaio né testicolo. Lo so, nella sua mente stava già nascendo l'immagine di un semidio, vestito da chirurgo plastico. Infondo un chirurgo plastico che fa, se non nascondere imperfezioni, rendendo più nella norma chi si sente diverso? L'unica differenza tra il nostro improvvisato chirurgo plastico veterinario ed un chirurgo plastico per umani, è che l'ignaro “piccolo DSD”, a differenza di un ipotetico paziente umano, non si sente affatto diverso, anormale, brutto o strano. Salta, annusa il mondo circostante, guarda curioso quel che accade lì attorno. Però potrebbe non qualificarsi alle corse e, sterile, non avrebbe alcun altro possibile utilizzo. Il piccolo “DSD” viene, così, abbattuto.

 

L'intersessualità, nel mondo animale, non è evento così raro come si può pensare, solo, a differenza di ciò che accade nell'uomo, spesso passa inosservata e registrata come “infertilità” in bovini, ovini ed altri animali da reddito, colpevoli di non compiere il loro mestiere di generatori di figli, e quindi di latte, o perché hanno comportamenti simili a quelli del sesso opposto. Come per il “piccolo DSD”, diventano animali non produttivi e finiscono al macello, senza che l'allevatore si ponga troppe domande.

 

C'è però una specie animale che, a mio avviso, se la passa peggio di tutte quando si tratta di intersessualità: l'uomo.

I medici, osservando e studiando le persone intersessuali, hanno stilato una lista di diversi casi che portano a, quelli che loro chiamano, disordini dello sviluppo sessuale:

 

- Mosaicismo cromosomico ( no xx, no xy), 1 su 1.666 nati

- Klinefelter (xxy) 1 su 1.000 nati

- Sindrome da insensibilità agli androgeni (o sindrome di Morris) 1 su 13.000 nati

- Parziale sindrome da insensibilità agli androgeni 1 su 130.000 nati

- Ovotestis (o vero ermafrodita) 1 su 83.000

 

L'intersessualità, termine che preferisco a “DSD” perché puzza meno di patologia, é una naturale variante sessuale che, noi umani, vogliamo eliminare perché non accettiamo nulla che vada oltre la biblica immagine di un Adamo, maschio virile e di una Eva, femmina fertile.

 

I dubbi che attanagliavano proprietario e veterinario del “piccolo DSD” sono gli stessi che hanno portato la classe medica ad ideare quel sistema di “normalizzazione - invisibilizzazione” ancora in voga oggi: aborti preventivi di quelle forme di intersessualità diagnosticabili durante la vita fetale ed interventi chirurgici e ormonali su quei neonati che presentano genitali non conformi alla norma, anche se non necessariamente appaiono ambigui.

In Italia siamo, come al solito, ignoranti riguardo certe tematiche e, basandoci su una concezione di sesso e identità di genere estremamente antiquata, ci sentiamo in dovere, di donare la felicità a questi bambini giocando al chirurgo plastico con questi corpicini inermi modificandoli più e più volte. I bambini crescono e gli interventi di normalizzazione - invisibilizzazione dovranno esser ripetuti almeno fino la pubertà.

I nostri medici, ignorando che l'identità di genere, la nostra anima di donna o uomo, non dipende né dal sesso, né dall'educazione impartita, consigliano ai genitori di nascondere tutto al bambino, di non parlare con nessuno dei farmaci che prende e degli interventi chirurgici che ha fatto e farà.

Il bambino crescerà, così, malato, senza sapere di che malattia è portatore e punito per ogni comportamento non congruente al genere imposto dal medico urologo.

“Potrebbe essere cancro?”, “Morirò presto senza questi farmaci?”, “Forse morirò comunque da un giorno all'altro”. Queste sono le domande che si pone un ragazzino intersex, quando comincia a capire di essere in cura per qualcosa di così brutto da non poter esser nominato.

Crescendo, una persona intersex normalizzata al femminile (solo perché chirurgicamente è più semplice) potrebbe sviluppare un'identità di genere maschile, sentirsi uomo, perché questa è la sua natura. Chi glielo spiega, a questo punto, che la legge 164/82 esclude le persone intersessuali dal percorso di adeguamento del sesso?

 

Chi nasce con anomalie genitali, pur non avendo problemi di alcun tipo, viene messo automaticamente nella categoria “mostri da riparare o nascondere”. I genitori, schiavi di una mentalità che prevede solo vestitini o rosa o blu, non vengono formati per accettare la natura del piccolo ed imparare a crescerlo serenamente ma, convinti da improvvisati medici esperti di intersessualità, finiranno per accettare che il proprio bimbo sia da abortire o, neonato, sia da plagiare, prima nel corpo, poi nella mente.

 

L'intersessualità è, come il transgenderismo, una malattia creata da una società che non è disposta ad accettare che sesso e genere sono categorie tenute in piedi solo dalle nostre menti stereotipate. Ogni individuo, con il suo modo unico di esprimere sesso, genere ed orientamento sessuale, è una diversa tonalità di colore di un arcobaleno di varianti, che non prevede quelle gabbie in cui costringiamo i diversi da noi per allontanarli dalle nostre paure.

puledri 

APPROFONDIMENTI:

 

Intersex horse found on Ontario farm

http://www.cbc.ca/news/canada/toronto/story/2010/03/28/tor-intersex-horse.html

Hermaphrodite Horses Baffle the Racing Community

http://www.findingdulcinea.com/news/sports/2009/may/Hermaphrodite-Horses-Baffle-the-Racing-Community.html

Laparoscopic Gonadectomy in Two Intersex Warmblood Horses

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0737080611005004

L'invisibilizzazione dell'intersessualità in Italia

www.formazione.unimib.it/DATA/hot/677/balocchi.pdf

L'1,7% delle nascite presenta casi d'intersessualità ed è un dato rilevante

http://affaritaliani.libero.it/Rubriche/cafephilo/arfini2106.html

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Antispecismo e antisessismo - interviste


Servizio di TGamicianimali sull'incontro antispecista del 16 novembre organizzato da Oltre la Specie ad Ivrea, con interviste ad Annalisa Zabonati e Barbara X sulla connessione fra antispecismo e antisessismo.
(dal minuto 6.45 circa).

Il Podcast della conferenza lo trovate invece qui

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Martedì, 27 Novembre 2012 14:55

Antispecismo è antifascismo - di Barbara X

Antispecismo è antifascismo

di Barbara X

 

Nelle ultime settimane, nella piccola grande galassia animalista e antispecista, sembra essere molto in voga una determinata disciplina: ovverosia la stesura di articoli, resoconti, cronache, commenti e via dicendo sulla giornata dello scorso 20 ottobre, su quelli che -giornalisticamente parlando- qualcuno definisce come "i fatti di Correzzana".

Dato che sono stata la sostenitrice di una delle parti in causa, e considerati i suggerimenti di alcuni amici e amiche, decido di cimentarmi anch'io nel redigere alcune valutazioni personali riguardo alla giornata del 20 ottobre.

Quel sabato, finalmente, si è deciso di dare un segnale forte e di carattere politico a tutti i partecipanti: si è cercato di far capir loro, tramite una presenza abbastanza compatta di antifasciste e antifascisti, che tutti i soggetti interessati alla battaglia antispecista che abbracciano pseudoideologie di destra (più o meno estrema) non sono e non saranno mai i benvenuti a manifestazioni per la liberazione animale.

Per qualche ora, forse per un giorno, è sembrato che l'azione antifascista avesse sortito i suoi effetti. Purtroppo però bisognava ancora fare i conti con le parole e i comunicati di chi quella manifestazione l'ha vissuta e sostenuta da vicino.

Perché è stato in questa successiva fase che si è rivelata una certa impreparazione storica e sociale da parte di molti commentatori più o meno improvvisati che, come me, abbracciano la filosofia antispecista.

Si sono sentite frasi più o meno deliranti di questo tenore: "Che ne sai se un giorno un fascista può comprendere che la sua ideologia è sbagliata?" "Non puoi allontanare i fascisti usando i loro mezzi: altrimenti sei fascista pure tu" "Prendiamo le distanze dagli idioti che hanno preso parte a cori offensivi" ecc.

Queste, e tante altre amenità di questo genere, mi hanno spinto a buttar giù queste righe con le quali intendo evidenziare una determinata quanto evidente scollatura dell'enclave antispecista nei confronti del movimento antagonista.

Molti degli equivoci in ambito animalista/antispecista hanno origine dalla convinzione (evidentemente errata) secondo cui essere antispecisti ti permetterebbe di essere "antitutto": questo non è vero.

Ci sono tanti antispecisti che non sono antifascisti; ci sono antispecisti appartenenti all'area delle destre (più o meno estreme); antispecisti omo/transfobici; antispecisti sessisti; antispecisti razzisti e via dicendo. Ci sono cioè individui vegani e che non considerano inferiore a se stessi nessun altro essere vivente altro-da-umano, che hanno tuttavia serie difficoltà a relazionarsi con un migrante o con un'altra persona a vario titolo discriminata per la sua diversità.

L'antispecismo non va posto al di sopra di tutto: è una parte del tutto, una parte che, col trascorrere del tempo, acquista certamente di importanza e si arricchisce di significato. Tuttavia anche gli antispecisti volgono la propria attenzione verso una determinata prospettiva sociale: e a seconda delle scelte che compiono (a partire dalla banalità del quotidiano), assumono una determinata posizione politica, a prescindere dal fatto che conferiscano pari dignità e diritti agli altro-da-umani.

In linea teorica è una bestemmia; ma da un punto di vista pratico certi atteggiamenti sono realtà di tutti i giorni.

Del resto (e non lo scopro certo io) vi è -ahimè- una grande quantità di antifascisti, anarchici, comunisti, antirazzisti che se ne impipano della questione animale e che mangiano carne: costoro sono dunque specisti, pur battendosi per i diritti degli esseri umani.

L'antispecismo non può essere di destra? Certo, se si hanno le fette di melanzane davanti agli occhi non si può che "vederla" così. Ma all'atto pratico (ciò che evidentemente interessa maggiormente) vi è un elevato numero di antispecisti che per formazione, atteggiamenti e addirittura simpatie volgono il proprio sguardo, più o meno consapevolmente (occorre sottolinearlo), verso la destra in tutte le sue sfumature.

Chi tende al cosiddetto superamento della contrapposizione destra/sinistra è suo malgrado fautore dell'instaurazione di una grande destra informale, che oggigiorno è presente in ogni ambito e trae linfa dall'apoliticismo, da sempre l'arma al servizio delle destre.

Ecco perché è fondamentale puntare all'unificazione (ed equiparazione) delle battaglie per i diritti, creando connessioni, intersezioni, ponti: sotto quest'ottica, l'antispecismo non può che essere antifascista, e le battaglie per i diritti degli umani oppressi devono cominciare necessariamente a contemplare anche la liberazione animale.

Rimane il fatto che il concetto di nonviolenza di molti antispecisti è sovente un impulso privo di finalità concrete, derivante da un certo tipo di formazione, sociale e politica. Senza considerare che la confusione, troppo spesso, regna sovrana: molte delle critiche giunte agli antifascisti e alle antifasciste nel dopo Correzzana, provengono da attivisti antispecisti che su internet augurano regolarmente le peggiori torture ai maltrattatori di animali. Come mai, allora, tutta questa indulgenza verso i fascisti?

Da sempre (ce lo insegna la storia) il nemico nazifascista è stato combattuto con l'intransigenza (e con le armi, se consideriamo la Resistenza Partigiana): dovrei forse dolermene?

Vicinissimo a dove sono nata io, un gruppo di partigiani ha fatto saltare in aria una jeep con a bordo tre figuri dell'allora comando locale della Gestapo: dovrei essere dispiaciuta per questo che, per fortuna, non è stato l'unico atto di una guerra che ha portato alla Liberazione?

Chiaramente, no. Questa non è cieca violenza: è una prova di forza con la quale la società civile ha voluto salvaguardarsi dal pericolo nazifascista. E' ora di finirla col mettere sempre tutto sullo stesso piano. Se su un tavolo abbiamo un piatto di fusilli al pomodoro e arriva qualcuno che pretende di affiancargli un piatto pieno di merda, gli si dice di no: gli si dice di no perché fa schifo, perché è sbagliato. Ecco cosa manca alla società di oggi: la capacità di discernimento, la volontà di separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

corteo dopo l'assassinio di Samb Modou e Diop Mor
corteo dopo l'assassinio di Samb Modou e Diop Mor

Tornando al 20 ottobre (e cambiando discorso), bisognava parlare chiaro sin dall'inizio: bisognava dire agli antifascisti, appena arrivati, di non adottare nessuna misura per cacciare i fascisti presenti; non bisognava lasciare che gli antifascisti si facessero tutto il corteo in coda, a fare da muro; e non bisognava nemmeno consentire agli stessi di giungere al termine del corteo. Mi sembra davvero troppo comodo servirsi di antifascisti e antifasciste per allontanare certa gentaglia, per poi infangarli e compiacere così a quella stessa gentaglia. Chi ha fatto questo lavoro sporco, sono compagne e compagni che conoscono bene le dinamiche di piazza e che hanno utilizzato determinati striscioni, bandiere, cori in una situazione di tensione, per mantenere il sopravvento su chi non era bene accetto. Oltre al "muro", non ci sono altri mezzi non violenti per tenere distanti i nazifascisti.

Certe tiratine d'orecchi agli antifa da parte di alcuni antispecisti suonano dunque assai strane: erano questioni che si potevano chiarire in privato, senza sbandierarle a sorpresa nei comunicati ufficiali. Ed è pure deprimente leggere che i fascisti andavano cacciati da quel corteo in virtù del fango tirato addosso a chi si è battuto seriamente per la liberazione animale, e non per la loro ideologia di tenebre e morte.

Certe cose sarebbero da dire a quegli "idioti" di partigiane e partigiani che sono ancora vivi e che hanno sparato e fatto attentati per distruggere il mostro nazifascista anche per coloro che, con violenza e disprezzo, hanno insultato e infangato i compagni e le compagne presenti a Correzzana. Alle volte, stare dietro così insulsamente alla propaganda delle destre degli ultimi due tre decenni gioca brutti scherzi.

Ho letto valutazioni e commenti su internet di una violenza e di un odio spaventosi: e tralascio le idiozie scritte dai fascisti e dagli apolitici (quelle fanno ridere, tanto sono penose). Mi è capitato di leggere pensieri patetici che non hanno alcuna aderenza con la realtà, sia della Resistenza che dei nostri giorni.

Fuori da certo antispecismo, quando c'è il sentore che qualche scelta adottata in un'azione possa essere oggetto di strumentalizzazioni da parte di qualcuno di destra, ci si guarda bene dal sottolinearla, rimarcarla, ecc. Oggi invece, da buona parte della galassia animalista/antispecista, si fanno grandi riverenze alle sensibilità (?) delle varie destre e dei benpensanti, con la scusa ipocrita di una nonviolenza che è solo fair-play deteriore, che nulla c'entra con la filosofia antispecista (ricordiamoci sempre che l'antispecismo è un campo dell'umano), con la storia e con questo sistema che reprime, - e che non trova alcun riscontro nella natura di nessun essere vivente. Un conto è essere antispecisti, un altro è essere fuori dalla realtà.

Riguardo ai fatti del 20 ottobre, ancora non ho capito di quale violenza si vada cianciando. La sana intransigenza mostrata da antifascisti e antifasciste quel giorno è una cosa, la violenza fisica un'altra. E' brutto e sospetto il gettare pubblicamente fango addosso a delle persone che si tengono ben stretti i loro ideali. L'unica violenza, sotto gli occhi di tutti e tutte, si è verificata nei giorni successivi, sui social network, sul web: un'infamata dietro l'altra, un prendere le distanze dall'antifascismo militante che mi spiega come mai molti antispecisti prendano pure le distanze -nei fatti, anche se non nelle parole- dalle tematiche antirazziste, anti omo/transfobiche, antisessiste. Più in generale, certe prese di posizione improntate al buonismo e a una non meglio precisata nonviolenza, costituiscono un grave passo indietro: una vera e propria chiusura verso le tematiche antifasciste, una posizione ipocrita da parte di chi afferma di battersi contro la violenza e poi sostiene tesi quantomeno imbarazzanti sotto tanti profili, corredandole di insulti verso gli antifascisti: "Idioti" "Coglioni" "Poveretti"...

Questo è inaccettabile, e facilita nel comprendere quanto e come certe persone siano calate nei tristi e squallidi tempi che stiamo subendo (non già vivendo), tempi che vedono quasi un'intera società assumere atteggiamenti, pensieri ed espressioni tipicamente riconducibili alla destra.

La violenza è anche e soprattutto questa: condannare chi non vuole rinunciare a quella sana combattività che, fino a pochi anni fa, contraddistingueva tutti i movimenti.

Dunque risulta perfettamente inutile lamentarsi delle cosiddette infiltrazioni delle destre nei cortei antispecisti: le destre non si fanno vive a queste manifestazioni perché gli ideali animalisti costituiscono un poderoso richiamo per chiunque; si fanno vive perché sanno che dall'altra parte c'è una porta socchiusa, c'è una barriera molle...

Sono tantissimi e tantissime coloro che, a prescindere dalla Resistenza Partigiana, non hanno la benché minima cognizione di cosa sia la resistenza antifascista di oggi (legata peraltro a doppio filo con quella). Nessuna conoscenza delle dinamiche della lotta, né della "dialettica di piazza": i comunicati che ho letto negli ultimi giorni, infarciti di passaggi che sembrano tratti da un testo di Pansa, lo dimostrano ampiamente.

E ancora: quali e quante applicazioni pratiche possono trovare nella realtà di una società violenta, feroce come la nostra, le idee antispeciste relative a una rigorosa nonviolenza? In una situazione estrema, è nella natura di qualsiasi essere vivente ricorrere all'autodifesa. Negli ultimi giorni ho letto di argomentazioni completamente antinaturali e contro ogni logica. Che razza di storiella è quella dell'accusa del combattere il nemico, mettendosi così sul suo stesso piano? E allora, partigiane e partigiani erano nazisti perché sparavano alle SS? E' evidente che c'è qualcosa che non va, se si arriva a queste conclusioni, qualcosa che non va dal punto di vista della memoria storica, della cultura, della capacità di giudizio e discernimento.

In definitiva, sono state criticate e ingigantite in modo assai sospetto (e pericoloso) certe scelte adottate da antifasciste e antifascisti il 20. Bene. La prossima volta, mi sa tanto che verrà lasciato ampio spazio ai moderati e alla barriera molle; saranno loro ad andare dai nazisti e dai fascisti che si ripresenteranno alla manifestazione di turno: voglio proprio vedere quali mezzi adotteranno per allontanarli (ammesso che gliene interessi per davvero): un viso imbronciato e una fronte corrugata non sono sufficienti, lo dico prima...

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Riceviamo e pubblichiamo:

Transpecismo – una proposta di riflessione su teoria queer e antispecismo

di Willyl'amo

Individuare un parallelismo fra gli studi queer e la tematica antispecista permette di mettere in reciproca relazione due teorie politiche delle differenze, con l'intento di intersecare diverse - ma non divergenti - indagini sulle contiguità dei confini di genere, identità sessuale e specie.

Mettere a confronto il binarismo messo in atto dalla società fra etero e gay/lesbiche, che deriva dalla separazione percettiva riferita all'essere uomo e l'essere donna, da una parte, e quella fra umano e non umano, dall’altra, suggerisce a coloro i quali desiderano evidenziare l'esistenza di un terreno del mutevole, che per agire contro la naturalizzazione di identità separate è necessario attuare strategie non identitarie.

I rigidi binarismi prodotti dalla società borghese hanno avuto storicamente il compito di riconoscere per ghettizzare, perché le categorizzazioni di genere e inclinazione sessuale, nonché le classificazioni scientifiche dei viventi in specie, hanno diviso per controllare piuttosto che descritto per includere.

Se, infatti, la terminologia della distinzione è progredita nel definire il “diverso” da sé in ambito intraumano, anche l'evoluzione in corso del modo di chiamare l'animale ha sancito una metamorfosi della sua percezione sociale. Passare dal definire “invertito” al pronunciare la parola “omosessuale”, ha aperto per “gay e lesbiche” la possibilità di concepirsi e raccontarsi successivamente come soggetti culturali “queer”.

Parallelamente, per l'animale non umano, il veder modificata la propria dimensione esistenziale dall'essere una “macchina” al divenire una “bestia”, consente alla società animale umana di intuire che alla fine di questa trasformazione semantica debba emergere un “noi” animale: un “noi” che costituisce il vero punto di partenza verso un riconoscimento di status morale generalizzato.

E' quindi facile capire come esista una stretta corrispondenza fra il modo di concepirsi e quello di essere concepiti, perché intercorre una significativa differenza fra essere identificati come “pericolosamente” diversi, ed essere visti come “non regolari fra irregolari”', facendo in modo che un loro confluisca in un comune noi.

Se le identità attuali vengono spiegate in termini di complesse formazioni socio-culturali, decostruire nella società diventa la priorità di ogni analisi delle differenze. Il riferimento alle dinamiche di potere coercitive a partire dalle formulazioni culturali informa i campi di studi queer come i campi di studi dei movimenti antispecisti.

Mentre le contrapposizioni dicotomiche generate dal pensiero dominante si negano vicendevolmente, ognuna di esse dipende dall'altra per la sua stabilizzazione.

Abbandonare le comunanze di metodi ed orizzonti tipiche delle negoziazioni interne al sistema serve per superare le dipendenze autobloccanti, i vincoli che inficiano le prospettive di liberazione ancora attaccate alla falsa contrapposizione natura-cultura che indica un'unica strada di emarginazione/emancipazione selettiva.

La contestazione dell’idea che il genere possa esaurire il discorso politico sulla sessualità può essere riportata all’interno di una riflessione interspecifica, osteggiando la convinzione che un attaccamento affettivo di prim’ordine non possa travalicare i labili confini di specie.

La trasversalità che compie promettenti incroci post-identitari suscita un interesse sociale a partire dai “presi di mezzo”, che siano transgender o cani, o animali sinantropici, o ancora capi di bestiame geneticamente e comportamentalmente maltrattati per indurre somiglianze all’umano finalizzate alla più semplice gestione da parte del dominante.

Nell'area antagonista LGBTQI si possono distinguere, ed anche qui ibridare, due momenti facenti riferimento al bisogno di cittadinanza e alla voglia di trasgressione dalla normatività eterosessuale. Analogamente, negli ambiti di critica all'antropocentrismo emergono due tendenze apparentemente contrastanti: si propongono infatti riletture anticivilizzatrici che richiamano alle leggi di natura e spinte progressiste interclassiste che viaggiano agli antipodi nella storia dell'umanità.

L'aspetto importante che si pone a cavallo fra gli obiettivi di inclusione e quelli di stravolgimento sociale è che vengano abbracciate le marginalità e le dissidenze non pacificate, perché è cruciale il fatto che la produzione di categorie sia il lato oscuro della repressione. Diventa evidente ed imprescindibile che per abbandonare le comunanze con il modo di pensare massificato si modifichino radicalmente metodi e orizzonti tipici dei sistemi di potere insieme alle visioni votate alla loro sovversione.

Il superamento dei logos dominanti occidentalizzati non è l'unica difficoltà che assilla le convivenze; le voci stesse delle comunità omosessuali e animali devono rilanciare di fronte alle pressioni assimilative che cercano un'integrazione per via capitalista, perché riferendosi al transitorio spesso si finisce per rimanere intrappolati in discorsi “per iniziati”, difficili da tradurre in una lingua che implica un nuovo senso comune. Come l'imprenditoria gay si è fatta conquistare dallo sfrenato liberismo costruito intorno al concetto dell'omomercato, anche il protezionismo dei diritti animali di tipo “brambillesco” (per citarne uno oggi particolarmente in voga) rischia di condurre ampie fette del movimento di liberazione animale all'interno del castrante recinto delineato dal mercato del “pet”.

Come sempre le sfide portate avanti dalle minoranze dei cosiddetti diversi – o, peggio, degli inferiori - richiedono una precisa scelta a priori del mondo che vogliamo... affinché le sfumature date dalle differenze, se misurate sulle realtà inconfutabili dei liberi sentimenti, stabiliscano i profili dell'intero corpo sociale - integro poiché non parcellizzato - dei senzienti.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
da: Anguane - Collettivo Queer Ecovegfemminista

Veganismo Nativo: le Native femministe mangiano il tofu!

by Margaret Robinson

Margaret Robinson è una nativa Mi’kmaq vegana che vive a Toronto. Ha conseguito un Ph.D in teologia presso l’University of St. Michael’s College, a Toronto. Attualmente lavora presso il Centro per le Dipendenze e la Salute Mentale. È coordinatrice del progetto “Rischio e resilienza tra le persone bisessuali in Ontario: uno studio di comunità sul benessere mentale delle persone bisessuali”

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Il veganismo è spesso associato con l’essere bianchi, ma una lettura ecofemminista e post-colonialista delle leggende Mi’kmaq serve come base per una dieta vegan radicata nella cultura Nativa, scrive Margaret Robinson.

14 Novembre 2010

Proponendo quest’idea ci sono due barriere significative. La prima è  l’associazione del veganismo con i bianchi. Nel libro Real Natives Don’t Eat Tofu (I veri Nativi non mangiano tofu), Drew Hayden Taylor riporta che l’astensione dal mangiare carne é una pratica dei bianchi. In uno scherzo all’inizio del documentario Redskins, Tricksters and Puppy Stew (Pellerossa, imbroglioni e stufato di cucciolo) chiede “Come è chiamato un Nativo vegetariano? Un pessimo cacciatore”.

L’ecologista Robert Hunter dipinge le persone vegan come “eco-gesuiti” e “ fondamentalisti veggie”, che “forzano i/le Nativi/e a fare cose alla maniera dei bianchi”. Proiettando l’imperialismo bianco verso le persone vegan Hunter permette agli onnivori bianchi di creare un legame con i/le Nativi/e attraverso il mangiar carne. In Stuff White People Like,(Cose che piacciono ai bianchi) l’autore satirico Christian Lander dipinge il veganismo come una tattica per mantenere la supremazia bianca. Scrive “Come molte delle attività dei bianchi, essere vegan/vegetariano permetto loro di sentirsi d’aiuto all’ambiente e dà loro un modo delicato per sentirsi superiori agli altri.”

Rappresentare il veganismo come una cosa da bianchi cancella la maggior parte delle persone vegan in tutto il mondo e le loro scelte alimentari dall’orizzontee tico e religioso, e raffigura i bianchi come le sole persone che hanno a cuore la salute o l’etica del consumo di animali. Quando il veganismo è costruito come una cosa bianca, le persone Native che scelgono una dieta senza carne sono dipinte come se sacrificassero la loro autenticità culturale. Ciò rappresenta una sfida per coloro tra noi che vedono la propria dieta vegana come compatibile eticamente, spiritualmente e culturalmente con le proprie tradizioni native. Il secondo ostacolo al veganismo indigeno è l’associazione con il privilegio di classe. Gli oppositori rivendicano che una dieta vegan è un piacere e che le persone povere devono mangiare quello che è disponibile, non potendo permettersi di essere schizzinose. Con una simile logica, la persona povera non può permettersi di astenersi da caviale o tartufi. Le argomentazioni basate sulla classe di appartenenza danno per scontato che specialità culinarie raffinate, e frutta e verdura importate costituiscano la maggior parte della dieta vegan. Superano anche al costo della carne e danno per scontato che l’industria sussidiaria di carne e latticini in Nord America sia rappresentativa di tutto il mondo. Di fatto, molte della aree più povere del pianeta hanno una dieta che è primariamente a base di vegetali, dato il basso costo della produzione vegetale.

La mia proposta non è quella di rimpiazzare la vibrante cultura tradizionale con una associata alla cultura del privilegio bianco. L’attuale stile alimentare della maggior parte della popolazione Mi’kmaq (First Nations people of New England and Canada – popolazioni native) è di fatto bianco ed è afflitto dalla povertà. Come spiega un* partecipante allo studio di Bonita Lawrence sulle persone Native urbane di sangue misto, “la gente è stata abituata a pensare che la povertà sia indigena – e così la vostra zuppa di maccheroni e la vostra dieta povera sono indigene.” La mancanza di accesso a cibi ricchi di nutrienti è un problema che la popolazione Nativa ha in comune con altri gruppi oppressi dal razzismo e dalla povertà. Come disse Konju Brigs Jr. in Veganism is a revolutionary force in the class war (Il veganismo è una forza rivoluzionaria nella lotta di classe), negli Stati uniti le comunità di colore povere sono spesso private dell’accesso a cibi freschi sani e sproporzionatamente si ritrovano afflitti da malattie dovute alla dieta e allo stile di vita occidentali”. Briggs Jr. identifica questa come una tattica della lotta di classe, mirata a “mantenere le persone cronicamente impoverite, non consentendo loro di essere in salute e vivere a lungo e dall’eccellere come esseri umani”.

Diversi ricercatori (Johnson, 1977; Travers, 1995; Mi’kmaq Health Research Group, 2007) hanno notato che il sistema delle riserve ha prodotto una dieta con un alto contenuto di zuccheri e carboidrati e basso contenuto in proteine e fibre. Come risultato, gli/le Mi’kmaq hanno patito un serio incremento dell’obesità, del diabete mellito e dei calcoli biliari. Il professore di ecologia umana Kim Travers ha individuato tre cause di una dieta povera di nutrienti tra le popolazioni Mi’kmaq: il basso salario, la mancanza di accesso ai trasporti e l’inadeguatezza delle riserve alle coltivazioni agricole, alla pesca o alla caccia. Travers sottolinea che gli/le abitanti delle riserve sono spesso costrett* a mangiare proteine altamente raffinate come burro di arachidi, wurstel o mortadella. Questa dieta è un effetto dell’oppressione su di noi come Nativ*, non un’espressione della nostra tradizione o dei nostri valori. Tradizionalmente, la dieta Mi’kwaq era ricca di carne, consistente in castoro, pesce, anguilla, uccelli, porcospini e a volte animali più grandi come balene, alci o caribù, accompagnati da verdure, radici, noci e frutti di bosco. Nella lingua Mi’kmaq la parola cibo è la stessa per castoro, stabilendo così la carne come archetipo del cibo commestibile. L’uso degli animali come cibo è rappresentato abbondantemente anche  nelle leggende Mi’kmaq. La produzione e il consumo del cibo nella cultura Mi’kmaq è coniugata al genere. La caccia era un’attività maschile, connessa con il mantenimento della virilità. La prima uccisione di caccia di un ragazzo fungeva da simbolo della sua entrata nell’età virile. Rifiutare la caccia era rifiutare anche il metodo tradizionale della costruzione dell’identità maschile. Tuttavia il contesto in cui questa identità era costruita è cambiato significativamente dall’arrivo dei colonialisti eur0pei. La carne, come simbolo del patriarcato unito alle forze colonizzatrici, è indubbiamente molto più assimilabile delle pratiche come il vegetarianismo.

L’autrice vegana femmista Carol J. Adams sostiene che la creazione del concetto di carne  richede la rimozione dalle nostre coscienze dell’animale, il cui corpo morto viene ridefinendo come cibo. La Adams scrive:

La funzione del referente assente è di tenere la nostra carne separata da qualunque idea che lei o lui una volta erano un animale, per tenere il “moo” o il “coccodé” o il“beee” lontani dalla carne, per tenere lontano qualcosa dall’essere visto come qualcuno. Una volta che l’esistenza della carne è stata disconnessa dall’esistenza di un animale ucciso per diventare “carne”, la carne diventa disancorata dal suo referente originale (l’animale) diventando invece un’immagine fluttuante, spesso usata per riflettere lo status delle donne come quello degli animali.

Mentre è evidente nell’industria della pelliccia, nell’industria della pesca e dell’allevamento, il distanziamento di cui parla Adams non è fondante nei miti Mi’kmaq. In queste storie il rendere altro la vita animale, che conforta psicologicamente l’uso del mangiar carne, è rimpiazzato da un modello di creazione in cui gli animali sono rappresentati come nostri fratelli e sorelle.

Nelle leggende Mi’kmaq la vita umana e animale sono in un continuum, spiritualmente e fisicamente. Gli animali parlano, sono capaci di trasformarsi in umani, e alcuni umani sposano queste creature che hanno cambiato forma e crescono bambini animali. Gli stregoni umani possono prendere la forma di un animale, alcune persone si trasformano nel loro animale totemico e altri ancora sono trasformati in animali contro la loro volontà. Un’esegesi ecofemminista delle leggende Mi’kmaq ci permette di inquadrare il veganismo come una pratica spirituale che riconosce gli umani e gli altri animali come aventi uno stato di persona condiviso. La Micmac Creation Story narra di Glooskap, di sua nonna e spesso di suo nipote e di sua madre. Glooskap è stato creato dall’argilla rossa e inizialmente non ha mobilità, rimanendo sulla propria schiena, nello sporco. Sua nonna era originariamente una roccia, suo nipote la schiuma del mare e sua madre una foglia. Nella storia di Nukumi, la nonna, il Creatore crea una vecchia donna da una roccia coperta di rugiada. Glooskap la incontra e lei accetta di diventare  sua nonna, fornendogli saggezza in cambio di cibo. Nukumi spiega che in quanto an la ziana ha necessità della carne perchè non può vivere solo di piante e bacche. Glooskap chiama Martora e chiede di poter offrire la sua vita, così  che la nonna di Glooskap possa vivere. Martora accetta in virtù della loro amicizia. Per questo sacrificio, Glooskap fa di Martora suo fratello. Questa storia rappresenta, attraverso i personaggi di Glooskap e Martora, la relazione di base dei Mi’kmaq con le creature attorno a loro. Gli animali desiderano fornire cibo e indumenti, rifugio e utensili, ma devono sempre essere trattati con il rispetto dovuto ad un fratello e un amico.Alcune versioni di The Micmac Creation Story parlano anche della nascita del nipote di Glooskap dalla spuma del mare intrappolata nella gliceria. Per festeggiare l’arrivo del nipote, Glooskap e la sua famiglia fanno una festa a base di pesce. Glooskap invita i salmoni dei fiumi e dei mari a venire a riva e offrire le loro vite. Anche se non priva di problematiche, questa dinamica è aperta alla possibilità di rifiuto da parte dell’animale. Inoltre, il racconto mina la diffusa visione che gli umani abbiano un innato diritto ad usare la carne animale come cibo. Glooskap e la sua famiglia non vogliono uccidere tutti gli animali per la loro soppravivvenza, indicando moderazione nelle loro pratiche di pesca. Il filo conduttore è quello della dipendenza, non della dominazione. La soppravivvenza umana è la giustificazione per la morte degli amici animali di Glooskap. Gli animali hanno una vita indipendente, un loro scopo e una loro relazione con il creatore. Non sono stati fatti per essere cibo, ma diventano cibo volentieri come sacrificio per i loro amici. Questo è ben lotanto dalla prospettiva del cacciatore bianco, per cui le popolazioni animali sono ritenute da controllare, trasformando il macello in un servizio offerto, piuttosto che in uno ricevuto.

Un’interessante eccezione a questo argomento è la Storia di Glooskap e la Sua Gente, che dà la colpa agli animali stessi per l’aggressione da parte dell’uomo. In questo racconto Malsum, una controparte malefica di Glooskap, rivolta gli animali contro l’eroe. Glooskap annuncia “Ho creato gli animali per essere amici dell’uomo, ma loro si sono comportati con egoismo e slealtà. D’ora in poi, saranno i vostri servitori e vi approvigioneranno di cibo e indumenti”. Qui Glooskap, non il Creatore, è la fonte della vita animale e ha potere su di loro. L’originale visione di armonia è perduta e prende posto l’inequalità come punizione per aver ascoltato Malsum. In questo modo, la storia è simile all’espulsione di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, con gli animali al posto di Eva. Glooskap mostra agli uomini come costruire archi, frecce e lance. Mostra anche alle donne come raschiare le pelli e fare abiti. “Ora avete il potere anche sulla più grande delle creature selvatiche,” egli disse, “ma vi incarico di usare questo potere con dolcezza. Se prendete più cacciagione di quanta ve ne serva per vivere e vestirvi, o uccidete per il piacere di uccidere allora sarete visitati da un gigante senza pietà chiamato Carestia”. Anche in questa storia, che cerca di giustificare il dominio, la corretta relazione con gli animali è solo per cibo e abiti. Gli animali mantengono un diritto sulle loro vite, e i loro diritti non possono essere messi da parte con leggerezza.

Queste storie caratterizzano gli animali come persone indipendenti con diritti, desideri e libertà. Se è richiesto il consenso di un animale per giustificare il suo consumo, allora si apre la possibilità che il consenso possa essere revocato. Pesca e caccia eccessive e la totale distruzione dell’habitat naturale potrebbero certamente spingere gli animali a ripensare l”‘accordo”. Un’altra caratteristica di alcune storie Mi’kmaq è il rammarico che accompagna la morte di un animale. In Story of Badger and His little Brother (Storia di Tasso e del suo fratellino), gli uccelli sono stati invitati in un wigwam (N.d.T. abitazione Nativa americana, a forma di cupola, solitamente ricoperta di pellame e corteccia) e chiesto loro di chiudere gli occhi. Tasso inizia ad uccidere gli uccelli. Suo fratello, sentendosi in colpa per averne uccisi più di quanti ne servissero loro per mangiare, mette in guardia gli uccelli e li aiuta a scappare. In The Story of Nukumi and Fire (La storia di Nukumi e del fuoco), Nukumi spezza il collo a Martora e lo posa al suolo, ma Glooskap si pente immediatamente delle loro azioni. Nukumi parla al Creatore e Martora è riportato in vita e ritorna alla sua casa sul fiume. Al suolo ora è steso il corpo di un’altra martora. Questo aspetto del racconto è molto lontano da una storia delle ragioni del mangiare gli animali. Martora è sia vivo che morto – morto come una martora disponibile per il consumo della nonna, ma vivo come Martora, l’amico di Glooskap e la sua gente. The Adventures of Katoogwasees (Le avventure di Katoogwasees) parla di come la nonna di Glooskap usò la magia per ottenere una quantità illimitata di carne di castoro da un singolo osso, riflettendo il desiderio di abbondanza slegato dal bisogno di cacciare.

Rimpianto e gentilezza sono invece le caratteristiche della storia di Muin, The Bear’s Child (Muin, il figlio dell’Orsa).  In una versione di questo racconto un giovane ragazzo, Siko, è intrappolato in una cava dal suo crudele patrigno e lasciato lì a morire. Gli animali lo sentono piangere e cercano di salvarlo, ma solo mamma Orsa, Muiniskw, riesce a muovere le pietre che bloccano l’ingresso. Siko è allevato come un orso. Più tardi la famiglia orso di Siko è attaccata dai cacciatori e sua madre viene uccisa. Siko dice ai cacciatori “Sono un umano, come voi. Risparmiate la cucciola orsa, è la mia sorella adottiva.” Gli Indiani stupiti mettono giù le loro armi e risparmiano la vita dell’orsetta di buon grado. Sono spiacenti di aver ucciso mamma orsa, che era stata così buona con Siko. Qui possiamo vedere che il rimpianto per la morte dell’animale è contestualizzato nella gentilezza del rapporto tra umani e animali. Alla fine della storia, Siko dichiara ”Sarò chiamato Muin, figlio dell’Orsa, da oggi in poi. E quando sarà cresciuto e sarò cacciatore, non ucciderò mai una mamma orsa o i suoi piccoli!”. Altre versioni di questo racconto mostrano Muin che si rivela prima che gli orsi siano uccisi e che i Mi’kmaq risparmiano la vita a tutte le mamme orso e ai loro piccoli, da allora in poi, come segno di gratitudine a Muiniskw per la protezione offerta al ragazzo.

Questo rimpianto é espresso anche nei rituali che circondano l’atto di caccia. L’Anziano Mi’kmaq Murdena Marshall descrive un rituale simile, una danza “per ringraziare lo spirito dell’animale per aver dato la propria vita per il cibo. Nella danza, una persona mostra le abilità di caccia attraverso una messa in scena della caccia stessa. La gente canta e condivide storie durante la performance”. In contrasto con la visione illuminista degli umani come separati dagli animali a causa della parola e del pensiero, qui gli animali sono non solo capaci di pensiero e parola, ma si può dire che sono pari alle persone. Il valore dell’animale non giace nella sua utilità all’uomo, ma nella sua propria essenza come essere vivente.

Non tutte le tradizioni culinarie del popolo Mi’kmaq hanno la carne al suo centro. La madre di Glooskap era una foglia su un albero a cui era stata data vita e forma umana dal sole. La festa celebrata per la nascita della madre di Glooskap è interamente vegetariana e il nipote, il cui ruolo è solitamente quello del cacciatore, diventa raccoglitore in questa occasione. Se riconsciamo che le attività tradizionalmente svolte dalle donne Mi’kmaq, come la raccolta di frutta, vegetali e bacche sono pienamente tradizioni Native, allora possiamo creare una narrativa indigena contro la promozione della carne.

Ecofemminismo e veganismo dei popoli Nativi

I valori derivanti da una esegesi ecofemminista delle storie Mi’kmaq possono servire come punto di partenza per un veganismo nativo. La personalità degli animali, la loro autodeterminazione e il nostro rimpianto per la loro morte, tutto ciò mostra che scegliere di non chiedere il loro sacrificio è una leggitima opzione Mi’kmaq. Dal momento che la cultura vegana testimonia che il consumo di animali come cibo, abbigliamento e riparo non è più necessario, allora la tradizione Mi’kmaq suggerisce che la caccia e l’uccisione dei nostri fratelli animali non è più autorizzata. Se le donne hanno iniziato la caccia, come nella storia della nonna di Glooskap, di sicuro abbiamo il potere di terminarla. Dato che la popolazione Nativa è il bersaglio di un genocidio, le pratiche culturali che adottiamo o rigettiamo sono di vitale importanza. Bonita Lawrence nota come le pratiche quotidiane sono state usate storicamente per valutare l’autenticità delle rivendicazioni dell’identità nativa e accordare lo status di Indiano/a. Alcuni possono sostenere che l’incarnazione dei valori Mi’kmqa in nuove pratiche, come il veganismo, non è uno sviluppo legittimo. Finora coloro che danno valore solo alla conservazione di una tradizione immutabile si uniscono ai poteri colonialisti nel non accettare una indigenità contemporanea.

C’è molto di più della mia cultura e della nostra relazione con la terra, in modo particolare come donne, che non nella caccia e uccisione degli animali. La moderna pesca commerciale, spesso spacciata come un’offerta di sicurezza economica alle comunità Native, è in realtà ben più lontana dai valori Mi’kmaq di quanto lo sia la moderna pratica vegana. La prima vede il pesce come oggetto che può essere raccolto per lo scambio commerciale, con potere economico che prende il posto della sussistenza, mentre il secondo è radicato nella relazione con gli animali basata su rispetto e responsabilità. Bisogna inoltre fare attenzioni alle circostanze e ai bisogni che cambiano tra la popolazione Mi’kmaq. Pochi/e tra noi possono mantenersi con le attività tradizionali di caccia, pesca o raccolta. Come dimostra una ricerca, i/le Mi’kmaq che vivono in zone residenziali sono solitamente dipendenti da cibo confezionato. Inoltre, metà della popolazione Nativa del Canada vive nelle aree urbane (Siggner & Costa, 2005). Quando con “Nativo” si definisce esclusivamente uno stile di vita primordiale, ciò riflette la nostra volontaria estinzione come popolo.

La reinterpretazione della tradizione e della malleabilità del rituale ha permesso ai nostri antenati di sopravvivere al genocidio, alla carestia, alle malattie, agli spostamenti forzati, all’isolamento nelle riserve, ai collegi (nel testo residential schooling - N.d.T.) e a subire altre malattie coloniali. Similmente, dobbiamo trovare dei modi per adattarci alla crescente individualità della vita urbana. Una soluzione è incorporare i nostri valori tradizionali in nuovi rituali. Con l’adozione di una dieta vegetariana o vegana, la preparazione dei nostri pasti e il loro consumo possono essere fusi con un sgnificato trascendente, dato che richiamiamo la nostra connessione con gli altri animali, condivisa con il Creatore, e prefigura un tempo in cui possiamo vivere in armonia con gli animali, come Glooskap fece prima dell’invenzione della caccia. Pratiche culinarie, valori e quotidianità condivise possono creare legami tra la gente Nativa che aiuta a contrastare l’isolamento e l’individualismo della vita urbana.

Il veganismo ci offre un senso di appartenenza ad una comunità morale i cui valori e la visione del mondo sono resi concreti attraverso pratiche quotidiane che mantengono i valori dei nostri antenati, anche se in conflitto con le loro pratiche tradizionali. In gioco nella creazione di un veganismo nativo c’è l’autorità della gente Nativa, specialmente delle donne Native, nel determinare l’autenticità culturale per se stessi/e. Il discorso del bianco dominatore dipinge la cultura Nativa come focalizzata nel mantenere un passato pre-coloniale. Questo va sostituito con il riconsocimento che la cultura Nativa è una tradizione vivente, che risponde alle circostanze e ai cambiamenti sociali ed ambientali. Nel portare interpretazioni post-colonialiste ed ecofemministe nelle nostre storie, nel ri-raccontare le storie tradizionali, nel creare nuove storie, le donne Native rivendicano l’autorità per la propria cultura. Nel fare ciò, riconosciamo che le nostre tradizioni orali non sono fisse nel tempo e nello spazio, ma sono adattabili ai nostri bisogni, ai bisogni dei nostri fratelli e sorelle animali e alla terra stessa.

fonte originale

Nota di traduzione: nel testo, si è voluta mantenere la maiuscola dell’inglese Native, come segno di rispetto.

Traduzione a cura di E.B.



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Lunedì, 12 Novembre 2012 08:46

21/11 Monza: io mi sento la coda... e quindi?

Monza, mercoledì 21 novembre dalle ore 19.30
c/o "La Pentola Vegana", via Lecco 18, Monza

cena e dibattito

"Io mi sento la coda... e quindi?"
a cura di Oltre la Specie

Disponibile per l'occasione piatto unico completo a 6 euro

GRADITA PRENOTAZIONE!

Info e prenotazioni: 039-490403
348-2603861

Dettagli nella locandina

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