Siamo tutte frocie

Mettere a frutto il potenziale queer del veganesimo

di Egon Botteghi

 

Nell'ambito della giornata di lotta e studio politico “Liberazione Generale due”, andata in scena il 24 Maggio 2014, a Verona, Marco Reggio ha presentato la relazione “Il potenziale queer del veganesimo: dalla solidarietà agli animali alla sovversione degli stereotipi di genere”.

Cito dall'abstract del suo intervento:

“è interessante prendere in considerazione il vegetarismo maschile, in cui i soggetti rinunciano ad alcune prerogative umane (allevare e uccidere altri animali per cibarsene), ma contemporaneamente ad alcuni caratteri considerati tipicamente maschili (lo stereotipo diffuso vuole gli uomini “predatori”, carnivori e insensibili). Alla prima affermazione di solidarietà, quella verso gli animali da carne, si contrappone la vegefobia, negazione simbolica del vegetarismo tesa a rimuovere lo sfruttamento animale e quindi a sostenerlo materialmente. Contro la seconda rinuncia, vengono messe in campo versioni più o meno esplicite o consapevoli dell’odio omofobico: “se non mangi la carne sei un finocchio”. Se i vegan in generale tendono a negare l’esistenza della vegefobia, i maschi vegan tendono a respingere le (velate) accuse di omosessualità negandola, e spesso rimarcando la propria mascolinità “doc”. Al contrario, è interessante vedere come il potenziale straniante, deviante (queer?) del veganismo, se riconosciuto, possa aiutare gli attivisti antispecisti a mettere in discussione radicalmente il modello di mascolinità dominante, l’eterocentrismo e il binarismo di genere.”

Alle orecchie delle diverse persone presenti, che nelle loro quotidianità esperiscono cosa sia l'omotransfobia (la giornata era organizzata anche in collaborazione con il circolo lgbtqi Pink, oltrechè con persone vegan-gender non conforming), la parola “vegefobia” è risuonata come una fucilata nella suggestiva navata dell'ex chiesa che ci stava “ospitando”, causando in molti un fastidioso stridore.

D'altra parte, la digos e la polizia che faceva la ronda fuori dalla porta, per “proteggerci” dagli eventuali attacchi di gruppi omofobi di destra, era lì a ricordarci che il “problema” non era il nostro veganesimo, ma la nostra frociaggine.

Tuttavia ritengo che il dibattito che ne è scaturito, proprio perchè portato avanti anche da soggetti incarnati nella doppia esperienza dell'omotransfobia e nella lotta per la liberazione animale, abbia portato ad un risultato interessante, dove la supposta vegefobia possa essere una chiave di lettura a favore della liberazione generale e della connessione reale delle lotte.

Chiaramente la parola “vegefobia” è coniata su quella di “omofobia”, ora comunemente in uso come “lesbo-omo-transfobia” (una riflessione a parte andrebbe fatta, a mio avviso, sulla bi-fobia, ancora imperante sopratutto in ambito lgbtqi) e non è forse un caso che anche l'uso della parola “omofobia” sia stato argomento di riflessione in alcuni gruppi di lavoro della giornata.

Personalmente nutro dei dubbi sull'uso della parola “omofobia”, ed ancor di più su quello di “omofobia interiorizzata”, perchè rimanda ad una specificità psicopatologica che invece, nella fattispecie, è assente e che rischia di patologizzare, ma anche di rendere impersonale e neutro, un problema di malfunzionamento sociale.

Per rientrare all'interno delle cosidette “fobie specifiche”, l'omofobia non dovrebbe essere frutto di un consapevole pregiudizio nei confronti di sessualità e identità sessuali altre, quanto piuttosto legata ad una dinamica irrazionale interna al soggetto (come ad esempio nel caso della fobia per i gusci d'uova).

L'omofobia invece trae linfa in altri modi. Cito da un sito di psicologia e psichiatria (Ipsico):

“ L’omofobia, inoltre, si alimenta in vari modi. Innanzitutto la società è spesso diffidente nei confronti delle diversità, fino al punto di considerarle pericolose. Tale mancanza di fiducia riguarda tutte le minoranze portatrici di valori nuovi o diversi (es. anche i primi cristiani) perché minacciano quelli convenzionali. Il pregiudizio anti-gay, inoltre, è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la comunità omosessuale. Gli individui che presentano alta omofobia, di fatto, non conoscono la realtà gay e lesbica e ne hanno un’idea astratta basata su ciò che hanno sentito dire dagli altri. Infine, noi tutti tendiamo ad agire in modo coerente con ciò che viene ritenuto desiderabile e giusto in base alle convenzioni sociali dominanti. Questo meccanismo, ad esempio, è alla base del fatto che si è soliti deridere i gay perché è consuetudine farlo.”

Quindi io parlerei di ignoranza e di “omo-trans-negatività”.

Non mi fanno schifo i gay, le lesbiche e le persone transessuali perchè sono colto da disgusto irrazionale che mi porta alla paralisi, ma perchè mi sento minacciato nella mia soggettività, in quei valori che mi strutturano come identità dominante.

Detto questo, cosa va a minacciare il veganesimo e quali sono le reazioni di rifiuto tali da poter parlare, a torto o a ragione, di vegefobia, inserendosi quindi nel vocabolario di una delle più grandi lotte di liberazione della modernità, quella delle persone lgbtqi?

L'analisi che Reggio ha presentato nella giornata di Liberazione Generale Due ha come centro il “Manifesto Queer Vegan” di Rasmus Rahbek Simonsen, apparso in Italia nel numero 14 della rivista antispecista “Liberazioni”, nell'autunno del 2013, ed uscito quest'anno anche per le stampe della casa editrice Ortica.

In questo saggio l'autore vuole rispondere alla domanda:”Che cosa significa per una persona dichiarare di essere vegana? In che modo il passaggio da una dieta carnivora a una vegana influisce sul senso della propria identità?” [1].

 Questo “dichiararsi”, questo “disvelarsi”, rimanda, al “coming out” delle persone omosessuali e transessuali, a quel momento cioè in cui la persona non eterotipica decide di vivere apertamente la sua sessualità ed identità sessuale altra, con tutti i rischi del caso in una società eteronormata.

Questo avviene, secondo Simonsen, perchè “il consumo di carne è diventato un potente mezzo per affermare o agire la propria virilità” [2] e quindi “i maschi vegani sono generalmente stigmatizzati a livello sociale nella misura in cui essi vengono meno all'adempimento del mandato eteronormativo a mangiare in un determinato modo”[3].

Il maschio vegano che si rifiuta di mangiare carne, preferibilmente rossa e poco cotta, è un elemento disturbante all'interno della buona educazione eteronormata occidentale, dove la simbologia della carne rimanda al potere di chi deve comandare per forza e prestigio.

Quindi “per un uomo, il rifiutare di prendere parte alla prescrizione al consumo di carne perturba il discorso sul genere e sulla sessualità maschili... i maschi vegani diventano un problema per il discorso eterosessuale.” [4].

Simonsen è però consapevole dei limiti dell'accostamento di dichiarare al mondo il proprio veganesimo “all'atto del coming out di individui dall'identità queer”, tanto da dire “dovremmo comunque essere cauti a equiparare lo stigma del veganesimo con quello della omosessualità” [5].

Questa cautela credo che sia ben presente anche in chi ha presentato questo saggio nella giornata di cui sopra, perchè tracciare delle similitudini non vuol dire dichiarare che due cose siano completamente assimilabili.

Credo però che sia fondamentale, per non risultare offensivi nell'usare questa metafora, che vuole essere anche più di una metafora e che può diventare un potente mezzo di azione, che le persone vegan conoscano la reale situazione del coming out lgbtqi e della portata dello stigma che le persone lgbtqi devono affrontare.

Raramente, io credo, una persona che si dichiari vegan rischia per questo di essere buttata fuori di casa, di perdere il lavoro, di perdere l'affetto familiare, di essere aggredita fisicamente come succede, in casi tutt'altro che rari, alle persone che si dichiarino omosessuali e transessuali (per non parlare delle situazioni dove vige ancora la pena di morte o dove sono messi regolarmente in atto dispositivi come lo stupro correttivo).

Per rimanere sul personale, che come femminista ritengo fondamentale, nella mia esperienza di vegano e di persona transessuale le differenze sono enormi.

Quando, ormai diversi anni fa, sono diventato vegano, l'approccio che gli altri avevano con me non è cambiato sostanzialmente, e comunque niente che non  ricadesse sotto una mia precisa decisione. Mentre anni dopo, con il mio coming out come persona transessuale, ho perso il lavoro e parte della mia famiglia!

Per chi esperisce sulla propria pelle queste cose la differenza può essere sostanziale e quindi può apparire offensiva un'analogia troppo frettolosa e che non rifletta in maniera profonda e ragionata il posizionamento, le difficoltà e le lotte delle persone lgbtqi nella nostra società.

Si rischia di apparire come dei colonizzatori di una posizione che non è la propria e che non viviamo veramente.

Innanzitutto c'è il tema della decisione.

Si può decidere di diventare vegani per diverse ragioni, e sopratutto è una cosa che si decide.

L'essere omosessuali e transessuali non si decide: ti trovi ad essere  giudicato  un elemento spregevole e “deviato” per qualcosa che sei intimamente, il giudizio negativo si attacca alla tua persona per quello che è, non per qualcosa che fai, come nel caso di una “scelta alimentare”.

Questa è una grande differenza che è nata con l'invenzione, in età moderna, della figura dell'omosessuale, che non esisteva nell'antichità, dove veramente ad essere condannato era l'atto di “sodomia” e non la persona in sé.

Altro punto fondamentale è quale tipo di discriminazione e quale tipo di lotta fare emergere in primo piano, nella complessità della filigrana, quando si parla di vegefobia accostandola all'omo-transfobia.

Come è emerso nella discussione a Verona, in seguito alla presentazione di Reggio, veramente, a molti uomini vegani che si percepiscono e vengono percepiti come eterosessuali, è capitato, in seguito al loro dichiararsi vegan nella cerchia di amici, di essere vittime di battute riguardo alla loro virilità e la loro sessualità, e di essere quindi vittime di battute omo-negative (per non dire omofobiche) e di trovarsi quindi a difendere il loro orientamento eterosessuale.

Riflettiamo però qui quale sia la “devianza” presa di mira e stigmatizzata, la “veganità” (dichiarata) o la presunta omosessualità che potrebbe discendere dalla nostra dichiarazione?[6]

Il problema sembra essere, quindi, per il maschio vegano, non tanto il fatto di non mangiare carne in sé, ma il sospetto che questa pratica, considerata svirilizzante, possa essere il sintomo di un essere intimamente omosessuale.

La derisione, lo scherno,  la riprovazione sociale, in questo caso, ricade sull'omosessuale.

Quindi, come giustamente scrive Reggio già nell'abstract citato, la reazione del “maschio vegano” di fronte a questi attacchi omofobi è fondamentale per capire se il potenziale queer del veganesimo sarà sfruttato o meno.

Mettendo da parte, almeno in questa sede, il grosso limite del fatto che stiamo parlando solo di pratiche maschili, invisibilizzando una volta di più l'azione delle femmine, percorriamo fino in fondo questa strada che ci viene aperta dall'omonegatività, per andare ad una delle radici della nostra lotta di liberazione.

Questo è quello che intendo quando dico di rendere produttivo l'accostamento tra veganesimo e omosessualità.

A chi crede di offenderci dandoci del finocchio perchè vegano, dovremmo allora rispondere con l'orgoglio di essere percepito come tale, come le frocie ed i queer che rivendicarono per sé queste parole nate come triviali offese.

Ai maschi vegan (ma solo a loro?) viene data l'opportunità di funzionare come un altro avamposto alla lotta contro l'eteronormatività, al machismo ed al sessismo.

Il veganesimo etico non dovrebbe quindi più ignorare la questione lgbtqi o addirittura essere tra i fautori dell'oppressione delle persone queer.

Succede infatti, che ben lontano dell'essere queer, certo veganesimo, che si dichiara anche etico e liberazionista, porti avanti invece delle idee discriminatorie sulle persone trans, ad esempio, in nome di un essenzialismo neo umanista, dove la Natura è vista come maestra di tutte le cose e dove non c'è posto per le persone che si sottopongono, contro natura, ad una riassegnazione del sesso.

Lo stesso essenzialismo rischia di riportare la figura femminile ad un deterministo biologico, di buona madre e buona nutrice, e spesso si associa la figura della vegana ad una femmina sempre disponibile a dispensare cibo e cure all'interno della sua comunità.

Quindi non perdiamo l'occasione di uscire da un certo modo solipsistico e miope di condurre la nostra lotta per la liberazione animale e che può portare, come anche Simonsen avverte nel suo saggio, alla creazione di una soggettività vegana “che ci pone su una china scivolosa verso il totalitarismo” (idem).

Il vegano dovrebbe essere orgoglioso e consapevole di perturbare il buon ordine eteronormato, all'interno del quale gli uomini e le donne devono esibire dei comportamenti che gli sono propri.

Il perturbamento è proprio quello che può saldare, sempre secondo Simonsen, il veganesimo al queer.

Allora dichiariamoci tutte frocie e transessuali: “ il motto di un veganesimo queer potrebbe dunque suonare così: Condividete il negativo! Unitevi alla causa comune di quelli che provocano l'infelicità all'interno del sistema dello sfruttamento animale. La devianza... è il fulcro manifesto di questo testo, ciò che assicura l'interconnessione tra queer e veganesimo” [7].

 

locandina liberazione generale 2

[1] R. R. Simonsen, Manifesto Queer Vegan, in Liberazioni, numero 14.

[2] Idem.

[3] Idem.

[4] Idem.

[5] Idem.

[6] Ringrazio per la discussione su questo punto Alex B., autore de “La società de/generata. Teoria e pratica anarcoqueer”, Nautilus, 2012.

[7] Simonsen, op. cit..

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta inviata da Camilla Lattanzi a Repubblica, in seguito alla pubblicazione di un articolo di Michele Serra sull'edizione dell'1/7/2014.

LETTERA APERTA A REPUBBLICA

Nell'infelice AMACA di martedì 1mo Luglio, Michele Serra ha purtroppo aggiunto un altro anello alla catena di luoghi comuni e dissimulazioni che caratterizza il rapporto della nostra società con gli animali. Affermando che la natura è cruenta Serra perde completamente di vista il fatto che l’episodio di Berna (un orsetto che viene soppresso dallo zoo in cui era ospitato) è in sé un’accusa all’innaturalità dello zoo stesso.

Serra però si guarda bene dal prendere posizione su queste anacronistiche e crudeli istituzioni, luoghi di segregazione e sofferenza estrema, né spende una parola sulla contenzione in uno spazio ristretto di un cucciolo d'orso assieme a un maschio adulto, sulla decisione tutta umana di sopprimere il cucciolo, sull'ottocentesca esibizione a scopo didattico del cadavere impagliato.

Né possiamo aspettarci che Serra si chieda “ma come caspita fanno in natura i cuccioli d’orso a diventare adulti?”, perché questa banale domanda farebbe cadere il suo fragile costrutto. Molto più opportuno per lui sorvolare, anche sullo sdegno che l’episodio ha sollevato nel mondo scientifico, e concentrarsi sull'esercizio del linciaggio verso la categoria de "gli animalisti".

Un linciaggio che a dire il vero non sorprende, perché capita spesso a intellettuali e commentatori provenienti dalle fila della sinistra - persone che un tempo volevano cambiare il mondo e oggi sono dei semplici ex, ben integrati nel sistema dominante - di bollare con stizza come "ideologici", "estremisti" e così via le persone che sono spinte ad agire da motivazioni etiche profonde e disinteressate, anziché da interessi personali, opportunistici, di carriera.  Oggi sono gli animalisti, domani gli ambientalisti, dopodomani i NO-TAV, i sindacati e tutto quello che disturba il processo di imborghesimento e cinica assimilazione al sistema di mercato.

L'unica bestia (se vogliamo usare il termine in senso dispregiativo, ma a essere intellettualmente onesti anche di ciò si potrebbe discutere) in tutto questo dibattito è il genere umano e il suo delirio antropocentrico di cui Serra - solo in questo senso - è un magnifico esemplare.

Guardiamoci dai quei tanti, troppi, ex comunisti, ex ribelli, ex rivoluzionari, ex noglobal che stanno purtroppo diventando i peggiori difensori dello status quo.


Camilla Lattanzi, Firenze

 aereo

Pubblicato in Spunti di Riflessione
L'articolo di Molly Jane, redattrice di Earth First!, apparso nel numero di giugno del 2013, che qui presentiamo tradotto in italiano, descrive la minaccia a cui sono sottoposti la Terra e tutti suoi abitanti.

Semplici e chiare immagini identificano il collasso che in tempi rapidi sta portando alla rovina, ma Molly Jane oltre ad individuare i temi politici che possono incidere nell'inversione di rotta della collisione epocale, e cioè il biocentrismo, l'ecologia profonda, le lotte antioppressive, la solidarietà, sollecita a una riflessione in grado di connettere le resistenze, le lotte e i movimenti.

Ancora una volta il tema delle connessioni diviene il banco di prova dell'evoluzione politica dei movimenti radicali e antagonisti che oramai dovrebbero avere la consapevolezza che la parcellizzazione degli obiettivi, e delle azioni non consente risultati di grande rilevanza.

Come pattrice jones ha sottolineato nelle recenti conversazioni durante il suo tour italiano del marzo 2014, non solo sono essenziali le unioni, le connessioni, le alleanze, ma devono essere ben chiari gli elementi della prassi politica radicale. Vale a dire che si devono individuare le tattiche in grado di avanzare richieste utili alla sopravvivenza e alla resistenza al sistema androantropocentrico, e al contempo attivare le strategie, che hanno una gittata medio lunga, utili al raggiungimento degli scopi ultimi: il sovvertimento del sistema di dominio e oppressione della Terra, degli altro-da-umani e degli umani.

Molly Jane sottolinea come la prassi rivoluzionaria sia quella dell'azione diretta, che congiunga gli aspetti teorici e pratici delle lotte che quindi non possono più essere singole rivendicazioni, ma che devono abbracciare ogni ambito oppressivo.

Tra i suoi ispiratori Molly Jane indica anche l'EZLN (l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e cita una frase paradigmatica del subcomandante Marcos, in cui si afferma che le idee sono strumenti potenti che possono essere usate per mutare radicalmente le condizioni attuali.

Un altro spunto importante per la riflessione e la prassi ecoliberazionista, viene dall'ecologia sociale e dall'ecovegfemminismo, che non sono direttamente citate nell'articolo di Molly Jane.

Come afferma Janet Biehl, pensatrice ecosociale, in queste fasi di peggioramento delle condizioni ambientali e di devastazione della natura gli Stati avanzano processo autoritari per reprimere la ribellione e per questo si deve essere pront* a non lasciarsi sopraffare. Si devono alzare le proprie voci per realizzare le sacche di resistenza, le aree di azione cooperativa, le comunità socio-ecologiche. Biehl considera tutto questo non una precondizione per una società liberata, ma la precondizione per la sopravvivenza, necessario per debellare il capitalismo nelle sue varie forme. Infatti il capitalismo ci spinge a credere di ottenere benefici emancipatori in forma di concessioni di pseudolibertà che hanno solo lo scopo di preservare se stesso e non di liberare le persone, la natura e gli animali.

È fondamentale, quindi. che si possano esprimere e diffondere i modi di realizzazione di un diverso rapporto tra umani, tra gli umani e la natura e gli animali. Ciò è possibile con prassi e teorie politiche, ma anche con scelte quotidiane in grado di rivoluzione la propria labile sicurezza ecologica.

Marti Kheel, suggerisce di rovesciare il patriarcato con una “forchetta” simbolo dello stravolgimento della logica fallologocarnea, Carol Adams e Melanie Bujok spingono affinché si riconoscano i legami tra gli sfruttamenti ambivalenti dei corpi delle donne e degli altro-da-umani. Josephine Donovan e Lisa Kammerer individuano l'alleanza tra femminismo e animalismo, invocando la sororanza tra specie. E ancora, Greta Gaard evoca ai movimenti una serie di elementi di giustizia sociale ineludibili per poter integrare le rivendicazioni politiche ed ecologiche alla luce di una critica serrata all'economia imperialista, al colonialismo culturale ed ecologico, e all'oppressione di genere e di specie. Alicia Puleo ricorda l'importanza della critica ecofemminista alla visione ecologista prevalente che è maschiocentrica. Così come Maria Mies, Claudia von Werlhof, Veronika Bennholdt-Thomsen, che denunciano la logica della colonizzazione delle donne da parte del potere maschile, auspicano una modalità sostenibile di convivenza sulla Terra, tra la natura e tra le specie, grazie a un'”economia” di sussistenza, che deve ripristinare i meccanismi arcaici e modernissimi del rispetto e della solidarietà.

Abili mani, umane e nonumane, stanno tessendo le sottili resistenze quotidiane, che corollano la vita di ognun*, in connessione reciproca, mutua, solidale, rifiutando l'egocentrismo individualista che ha danneggiato e danneggia la Terra e i suoi abitanti. Dobbiamo rileggere e riformulare le ipotesi evoluzioniste in una chiave ecolibertaria, per sfrondarle della vittoriana ed imperialista convinzione che tutto avviene per mera sopravvivenza, per semplice adattamento, per la legge della forza. Dobbiamo invece pensare e agire perché la nostra presenza qui ed ora sia la testimonianza delle moltitudini di vite che ci hanno preceduto e di quelle che ci succederanno, non vivendo nella prefigurazione del passaggio di testimone alle generazioni future, ma aderendo al rispetto della preziosità dell'esistente.

Sherilyn MacGregor sottolinea come lo stesso ecofemminismo debba riformulare le sue credenziali passando da un essenzialismo vitalista ad una politicizzazione orientata verso una “ecocittadinanza” che tenga conto della collettivizzazione delle necessità quotidiane, in cui non solo siano ripartiti ruoli e funzioni di genere, ma sia fortemente mantenuto il motto “il personale è politico” in cui ognun* si renda responsabile delle proprie azioni in termini di condizionamento della collettività, in cui la “cura” non è semplicemente una pratica etica, ma è l'insieme di tempo e risorse utilizzate per la sopravvivenza. Politicizzare quindi le pratiche della “cura” significa sia degenderizzarle, cioè farle agire concretamente da tutt* le persone, sia individuando le similitudini tra lo sfruttamento delle donne, della natura, degli animali altro-da-umani che il processo di “naturalizzazione” dei ruoli e delle discriminazioni che il capitalismo avanzato ha così ben incarnato, per debellarli e realizzare sempre più ampi spazi liberati.

 

Introduzione e traduzione di annalisa zabonati

 

*****


 

Biocentrismo, ecologia profonda, antioppressione, solidarietà = Eco-Liberazione!

Siamo sull'orlo del baratro tra esistenza e annientamento e il cataclisma dell'estinzione generale all'orizzonte, il tempo per le creature terrestri. Gli echi del collasso delle biodiversità causano una reazione a catena per ogni specie. Siamo coinvolti nell'ultimo anelito di un impero morente, scavando disperatamente per ottenere le ultime gocce di combustibile fossile, dragando, infustando e bruciando, celebrando la veglia funebre della distruzione che ha attanagliato la storia del mondo senza precedenti. L'acqua, la nostra fonte vitale, sta per essere completamente privatizzata. Le pipeline serpeggiano lungo tutti i continenti, gli impianti nucleari si fondono, le raffinerie esplodono, le cime delle montagne sono rimosse, il genocidio è il mezzo e la schiavitù globale è il fine.

Mentre un tempo i cieli si oscuravano per giorni al passaggio degli uccelli migratori, ora sono oscurati da colonne di fumo di miasmi ed estrazioni pericolose. La brutale militarizzazione delle multinazionali realizzata dal neoliberismo ci ha imprigionati a questo pianeta morente sotto la minaccia delle armi. Anche le nostre informazioni alternative non ci hanno salvato dal collasso inevitabile perpetrato dall'industrializzazione, mentre metà delle lingue del mondo muoiono sotto i nostri occhi. Il prodotto finale della nostra civiltà moderna è perciò il silenzio tombale.

Ma c'è speranza per le voci resilienti della nostra lotta, usando le parole del subcomandante Marcos: “Non dimentichiamo che anche le idee sono armi”.

Ed è tempo di affilare le nostre armi.

La radice greca della parola eco, significa casa e un ecosistema è definito come il complesso di relazioni tra gli esseri viventi. L'antico termine greco per libero è elitheros. La radice lither divenne liber in latino. Perciò, eco-liberazione è il processo di liberazione della nostra casa.

Il biocentrismo è un principio fondamentale di Earth First!, suddiviso in quattro colonne portanti:

1. gli umani e tutte le altre specie sono componenti della stessa comunità sulla Terra

2. tutte le specie sono parte di un sistema interdipendente

3. tutti gli organismi viventi perseguono il loro “benessere” con modi propri

4. gli esseri umani non sono superiori agli altri esseri viventi.

 

L'ecologia profonda è il corpus della teoria o della filosofia che emerge dal pensiero biocentrico, dato che tutti gli esseri viventi e gli ecosistemi hanno un valore intrinseco indipendentemente dalla loro utilità per i bisogni umani. Questa teoria afferma che il mondo naturale ha un equilibrio delicato basato su complesse interrelazioni in cui l'esistenza degli organismi dipende dall'esistenza di altri organismi presenti nell'ecosistema, e pertanto l'interferenza umana e la distruzione della natura sono una minaccia non solo per gli umani, ma per tutti gli esseri che costituiscono l'ordine naturale.

L'antioppressione è la prospettiva per coloro che cercano di riconoscere e decostruire le forme sistemiche, istituzionali e personali di privazione dell'autonomia, usate per condizionare gli/le altr*. Per esempio, la pratica antioppressiva nel campo del lavoro sociale è vista come un tentativo di conoscere gli elementi autoritari della società, dell'economia e della cultura, e rimuovere o rifiutare l'influenza di quell'oppressione è un tentativo per realizzare servizi e politiche gestite direttamente dalla gente che le usa. Allo stesso modo, esaminando i modelli di dominio all'interno del movimento possiamo iniziare a agire per ribilanciare gli squilibri di potere nelle nostre comunità di militant*. Utilizziamo la forza di ognun* riconoscendo le interconnessioni delle nostre lotte e al contempo approfondiamo la comprensione dei nostri ruoli, del potere e dei privilegi all'interno della società.

 La solidarietà per mettere a frutto l'incapacità a tollerare l'oltraggio violento alla nostra integrità nei ruoli di collaborator* passiv* o attiv* nell'oppressione degli altri esseri. Non è un atto di umiliazione, di carità dall'alto, ma un atto di unione tra alleati che combattono su terreni differenti per gli stessi obiettivi.

Come esseri senzienti della Terra, non siamo meri osservator* dei processi naturali, ma parte integrante di tutto ciò.

Siamo primati, siamo mammiferi, siamo animali.

Gli altri animali, le piante e le forze della natura ci forniscono informazioni su noi stess* e sul nostro posto, sulla nostra responsabilità e identità in relazione a loro. Nella costruzione sociale imperante basata sulla separazione e la supremazia, non riusciamo a riconoscerci in relazione agli altri esseri, e perciò non conosciamo noi stess*. Le popolazioni sono state derubata dei loro semi, delle loro terre, delle loro storie, dei loro sistemi.

 La nostra società industrializzata funziona sulla base del concetto di processo ricorsivo infinito. Le cose in cui ci imbattiamo e ci attraggono nel nostro mondo “civilizzato” sono:

1. gli altri umani, oppure

2. cose create dagli umani (come ad esempio costruzioni, città, culture popolari, filosofie, lingue moderne, scienze, etc.).

Immaginiamoci davanti a uno specchio, con un secondo specchio alle nostre spalle. Vedremo il riflesso di un riflesso di un riflesso di un riflesso, fino al limite della nostra capacità percettiva. E accadono molte cose strane in questi ricorsi infiniti...piccoli cambiamenti, micro-movimenti che si amplificano in questa sequenza circolare.

In natura, dal livello molecolare alla galassia, le piccole interazioni tra molti esseri danno vita a una complessità e ad una forza emergenti, a un caos espansivo e vitale, ad una rete di sempre più complicate e intrecciate serie di relazioni interconnesse: 4,6 miliardi di anni di evoluzione. La vita.

 Piccoli cambiamenti in strutture infinite ed eternamente riflettenti creano una complessità similare, ma su scala sempre più ineffabile. La mutazione equivale al processo cancerogeno delle cellule del corpo. Omogeneità. Odio per noi stessi. Uccisione di ciò che ci dà la vita.

La considerazione misantropica dell'umanità come patologia infestante della Terra, sfortunatamente comune anche nel dialogo ambientalista radicale, non è la posizione visionaria del biocentrismo o dell'ecologia profonda, ma è una posizione reazionaria di un sistema di indottrinamento di una concezione “noi/loro” della nostra realtà verso gli altri esseri. Allo stesso modo dobbiamo demolire gli steccati, i confini e i muri per politicizzare la sacralità del luogo, così da rompere lo specchio dietro di noi in infiniti circuiti di realtà supposte.

Dobbiamo amare quello per cui combattiamo. Dobbiamo amare noi stess* per amare qualsiasi cosa, e per amarci dobbiamo conoscerci. Inoltre, per vincere dobbiamo vedere noi stessi nelle vite altrui, e vedere le loro in noi.

 Dobbiamo anche pensare che le ineguaglianze sociali sono una forma di squilibrio ecologico. Lo sfruttamento è sempre lo sfruttamento di una risorsa. Potenzialmente la prima risorsa che si dovrebbe rimuovere dalla catena del mercato imperialista per ridarla alla rete della vita e fermare l'industrialismo, è il lavoro umano. Uno degli esempi storici più dolorosi ed eclatanti è la tratta transatlantica degli schiavi, che strappava industrialmente la gente dalla loro terra, dalla loro cultura, dalla loro lingua per distruggere l'ecosistema più velocemente.

 La decolonizzazione non è una metafora. L'antioppressione, la solidarietà indigena e la liberazione collettiva non sono i temi principali di questo numero del giornale (Earth First! - NdT), ma sono il cardine da cui far evolvere la strategia del movimento.

 Ma lo dobbiamo fare consapevolmente, perché l'industrializzazione e la colonizzazione sono state realizzate in un intreccio pernicioso di coloni-nativi-schiavi. Persino i desideri di decolonizzazione dei bianchi, dei non-bianchi, degli immigrati, delle persone postcoloniali e oppresse, possono essere connesse nella rioccupazione, riabitazione e ristabilimento che rinforzano il maledetto sistema fascista in cui siamo coinvolti tutt*!

 Bruceremo le flebili illusioni di questo assurdo gioco o continueremo a giocare e a perdere?

 La prassi si definisce come teoria, o idea, in azione. Dato che la nostra teoria è l'azione diretta, dobbiamo continuare a muoverci verso alleanze e fusioni potenzialmente significative dati gli sforzi comuni. Dobbiamo usare la forza che sappiamo avere nei nostri cuori e nelle nostre menti per fermare la macchina che ci sta distruggendo, connettendo i punti tra la guerra alla dignità umana e il collasso ecologico, per attaccare i comuni oppressori. Non abbiamo scelta. Tutta la Terra e i suoi abitanti sono in pericolo se non potremo o non vorremo prendere questa decisione.

 Sfidiamo tutto! Decolonizziamo tutto! Il tempo dell'orologio del mondo ci dice di unire gli scopi di tutti gli esseri viventi del pianeta, e di fermare la fine della storia! Affiliamo le armi del biocentrismo, dell'antioppressione, dell'ecologia profonda e della solidarietà. Eco-Liberazione! Earth First!

 

________________________________

 L'autrice (Molly Jane) riconosce idee, saperi e ispirazioni per la stesura di questo articolo a* seguenti pensator*/movimenti: Movement Generation, Catalyst Poject, EZLN - Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Critical resistance, Grace Lee Boggs, Idle No More, Communities for a Better Environment e molt* altr* nella lotta di classe.

****************

 

fonte originale

http://earthfirstjournal.org/journal/brigid-2013/eco-liberation-the-renewal-of-radical-environmentalism/


Pubblicato in Articoli

Arte e resistenza animale: scene da un mondo senza sfruttamento- intervista a Hartmut Kiewert

a cura di Resistenza Animale

(Fonte: resistenzanimale.noblogs.org)

traduzione dall’inglese: Julie McHenry

revisione: Arianna Ferrari

[ ENGLISH VERSION ]

[ VERSIONE TURCA ]

nest

Nest – H. Kiewert


Hartmut Kiewert (http://hartmutkiewert.de) è un artista antispecista tedesco. Nei suoi dipinti ha rappresentato lo sfruttamento animale e il desiderio di un mondo in cui tale sfruttamento sia soltanto un ricordo. Ha partecipato, con le sue opere, a diverse iniziative per la liberazione animale, fra cui la 3rd European Conference for Critical Animal Studies (Karlsruhe, 2013), l’International Animal Rights Conference, (Lussemburgo, 2013) e la Conference for Critical Animal Studies (Praga, 2011).

Gli abbiamo rivolto alcune domande sul significato politico dei suoi quadri e sul tema della resistenza animale.

Le tue opere rivelano un interesse che ci sembra non solo di tipo artistico, ma anche “politico”. Presenti la violenza sugli animali e la loro schiavitù, e sembri mostrare la capacità degli animali di agire autonomamente, per se stessi. Evadono, si ribellano, guidano (simbolicamente?) il popolo verso la rivoluzione, come hai mostrato nella tua versione del quadro di Delacroix “La libertà che guida il popolo”. Sembra che questa idea di resistenza animale ti sia familiare… In che modo è presente nella tua opera?

Nella mia opera mi riferisco esplicitamente ai contesti politici ed ai contesti dei movimenti sociali, in particolar modo al movimento di liberazione animale, ovviamente.  E’ mia intenzione offrire spunti di riflessione sul contradittorio e violento rapporto umano-animale con il mezzo dell’arte e creare nuovi punti d’accesso sul tema.  I discorsi non prendono solo la forma di testo o di linguaggio, ma anche la forma delle immagini.  La pittura ha una lunga storia di riflessione sui rapporti umano-animale che risalgono alle prime raffigurazioni nelle caverne.  Credo si tratti di un adeguato terreno per rinegoziare queste relazioni.  Nelle mie opere più recenti, provo a mostrare prospettive utopistiche su questi rapporti.  Utopie di un mondo post-sfruttamento animale.  Mi sforzo di evitare l’antropomorfismo, che è invece consueto nella maggior parte dell’arte. Di solito l’arte ha riprodotto il rapporto di dominio verso gli altri animali usandoli come aree di proiezione o come mere metafore. Quindi sì, vorrei rappresentare gli animali non-umani come attori, che modellano il loro ambiente secondo i loro stessi termini e che vivono e creano le proprie vite, proprio come gli esseri umani.  Nonostante questo, rimango anche sorpreso dalle istanze reali di resistenza non-umana che illustrano proprio questo aspetto: che sono dei soggetti e non dei prodotti o delle proprietà.

La vostra lettura della mia reinterpretazione di “La libertà che guida il popolo” di Delacroix è interessante.  Non avevo pensato ad animali che incitano la gente alla rivolta – un pensiero stupendo!  Dipingendolo, avevo in mente un’idea più ordinaria di esseri umani che liberano gli animali.  Ma questa è la potente caratteristica delle immagini: hanno la capacità di produrre nuovi modi di vedere le cose, che in certi casi erano sconosciuti all’autore.

Un altro dipinto che ci è sembrato molto interessante è “Nest” (l’edificio in rovina sullo sfondo è una nota azienda di produzione carni tedesca). Sembra quasi riferirsi alla resistenza umana, quella che chiamiamo “Resistenza”, per esempio la lotta di liberazione dal nazi-fascismo (richiama le scene di antifascisti che prendono fiato durante le loro azioni). Da dove proviene l’idea di quest’opera?

L’idea di questo dipinto era di trasferire i cosiddetti “animali da reddito” – in questo caso maiali – dal loro ambiente assegnatogli e creato dagli esseri umani per lo scopo di sfruttarli ad un ambiente completamente diverso.  Uso frequentemente questa idea nella mia arte.  Li trasferisco nelle case borghesi o, come in “Nest”, nella libertà davanti alle rovine dell’industria dello sfruttamento animale. Attraverso questo trasferimento vorrei suggerire altri punti di vista sui cosiddetti “animali da reddito” e diffondere l’idea della liberazione animale.

Nei tuoi quadri ci sono molti “paesaggi” abbandonati dallo sfruttamento umano. Sono disabitati, riappropriati dagli animali liberi. Immagini che visioni del genere possano essere realtà? Come potrebbe essere possibile tale cambiamento, la transizione dall’allevamento intensivo ad un mondo in cui gli animali possano autodeterminare la propria vita?

Beh, per prima cosa: sì, credo che sia possibile – e certamente auspicabile – abolire lo sfruttamento animale, come è anche auspicabile abolire ogni altra forma di sfruttamento e dominio.  Di certo non so come sarebbe esattamente un mondo senza la dominazione e nemmeno quale sarebbe la giusta via per arrivarci.  Ma sono piuttosto certo che la reale liberazione non possa essere raggiunta attraverso strutture gerarchiche, bensì solo attraverso contro-strutture opposte al male esistente.  Attraverso movimenti di base che incorporino le visioni utopistiche nelle proprie lotte e che riflettano costantemente sulla possibilità per loro stessi di cadere nelle strutture di dominio.  Certamente non è un percorso facile, ma millenni di ideologie e di istituzioni sociali basate sul dominio e sulla violenza non sono cose che si possono riporre come un panno vecchio e scomodo.

Poiché i meccanismi ideologici che legittimano lo sfruttamento animale sono intimamente legati ai meccanismi che legittimano lo sfruttamento e la discriminazione fra gli esseri umani, la liberazione animale e la liberazione umana sono due facce della stessa medaglia.  Quindi anche se in alcuni dei miei dipinti non ci sono esseri umani ma solo animali, non sostengo per niente l’opinione secondo cui tutto si “sistema” eliminando gli esseri umani. Gli animali umani non sono né buoni né cattivi di per sé, ma i modi in cui strutturano le loro società possono essere buoni o cattivi. L’unico scopo del capitalismo è di massimizzare il profitto. Soddisfare i bisogni degli esseri umani costituisce per il capitalismo solo un sottoprodotto o uno scarto, mai il fine della sua produzione. Questa è la ragione per cui migliaia di persone ancora stanno morendo di fame, anche se ci sono più che sufficienti risorse produttive e cibo. Ma a causa di strutture private tante persone non possono neanche avere accesso ai beni fondamentali per la loro vita. Quindi, senza dubbio, il capitalismo è una forma cattivissima e folle per organizzare la riproduzione economica umana. Dobbiamo perciò tentare di trovare altri modi per organizzare le nostre società, che superino non solo lo sfruttamento animale, ma anche il capitalismo, il razzismo, il nazionalismo, e così via.  Poiché tutte le forme diverse di dominazione e oppressione si sostengono a vicenda, tutti i diversi movimenti sociali dovrebbero trovare modi per rapportarsi e sostenersi l’un l’altro e provare ad imparare uno dall’altro, per prendere il potere al fine di apportare cambiamenti reali, per eliminare tutte queste strutture violente.

Tu hai dipinto molte scene con umani e non umani: si tratta di scene piene di angoscia. Ma in altre, umani e non umani coesistono: sono scene rassicuranti, piacevoli, pacifiche. Credi sia un cambiamento possibile? Quanto può durare questa transizione dallo sfruttamento alla coabitazione?

Bella domanda.  Come ho detto, penso che un altro rapporto fra gli esseri umani e non-umani sia possibile.  Se gli esseri umani vogliono avere la possibilità di raggiungere una qualità di vita decente per loro stessi senza ridurre il pianeta ad un mucchio di rifiuti che non può sostenerli, non possono ottenerlo isolandosi dal loro ambiente e dagli animali che condividono questo pianeta.  Dobbiamo tentare di distanziarci da quella forma reificante di socializzazione che il capitalismo porta a perseguire.  All’interno di questo processo dovremmo, di conseguenza, riconoscere che gli animali non sono dei prodotti e che, come noi, desiderano una buona vita.  Nessuno è libero finché tutti non sono liberi.

Con il processo di trasformazione delle società in società libere dal dominio, in cui gli esseri umani non mantenessero più la separazione ideologica fra esseri umani vs. animali e fra cultura vs. natura, anche le infrastrutture si trasformerebbero in modo da rispettare gli animali non umani come soggetti delle loro proprie vite.  Per esempio, si potrebbero piantumare i tetti che così servirebbero come nuovi spazi abitativi per altri animali. Oppure, se immagino un mondo decentralizzato, auto-organizzato, molto traffico sarebbe eliminato, per via dell’aumento di strutture di riproduzione economica localizzate. Questo significherebbe anche che tutti gli esseri potrebbero muoversi più liberalmente per via della riduzione del pericolo causato dal traffico.

In tale ambiente i pets e anche gli ex-“animali da reddito”, che forse potrebbero ancora esistere, potrebbero emanciparsi dagli esseri umani passo per passo. Ma credo che, a causa della diminuzione del consumo di prodotti derivati dallo sfruttamento degli animali che dovrebbe accompagnarsi ad una successiva transizione ad un mondo libero della dominazione, non ci sarebbero così tanti “animali da reddito” come ne abbiamo oggi. Con questo processo la separazione fra cultura e natura svanirebbe così come la separazione fra animali “domestici” e “selvatici”.

Spesso “scegli” i maiali come soggetti. Perchè? Sono i migliori simboli dello sfruttamento animale?

Da un lato i maiali sono molto spesso usati come una metafora specista – almeno nella lingua tedesca (NdT: anche in italiano!).  La metafora del maiale è spesso usata per denigrare delle persone o per descrivere cose negative.  Quindi l’immagine di un maiale fa scattare tante connotazioni – il che è sempre un buon modo per raggiungere la gente.  Dall’altro lato i maiali sono molto simili agli umani – il 98% del loro DNA è identico al nostro. Per di più sono animali molto intelligenti, sociali, e curiosi proprio come gli essere umani.  Per questo ho pensato che le persone possono identificarsi con i maiali nei miei quadri e iniziare a riflettere sul loro rapporto con loro – che è solitamente e sfortunatamente un rapporto mediato soprattutto dalla loro dieta.

Pubblicato in Articoli

Chi non vorrebbe un elettrodo in testa? (impressioni dalla conferenza sulla vivisezione in Cattolica)

di Marco Reggio

 

L'ansia del Metodo è stata la caratteristica della mente europea alle prese con la realtà: credere che le cose non si rivelano a noi senz'altro, ma che occorre andare a cercarle con uno sforzo guidato. Metodo letteralmente significa cammino, ma il termine ci fa pensare piuttosto a una partita di caccia. I metodi scientifici europei, che hanno generato un'immensa ricchezza di conoscenze, hanno molto della violenza. Un saggio europeo ha detto: "Bisogna torturare la natura opprimendola di domande". I metodi di sperimentazione hanno molto della tortura, che a volte diviene disgraziatamente effettiva; la vivisezione rivela chiaramente l’essenza di questi metodi. Nulla li ferma e giungono a limiti insospettati di crudeltà ritenuta più che giusta, santa, da chi ne fa uso [1]

Quello che segue non è un resoconto né un commento esaustivo sulla conferenza sulla vivisezione svoltasi presso l'Università Cattolica di Milano il 17 marzo (qui il video integrale), ma semplicemente una breve riflessione su alcuni punti degni di interesse.
Delle diverse questioni emerse durante la conferenza, nei dibattiti che l'hanno preceduta e seguita, ce ne sono un paio che meritano qualche considerazione. Come da un po' di anni a questa parte, la discussione interna al fronte antivivisezionista si concentra sull'opposizione fra argomenti scientifici e argomenti etici. La diatriba può essere ricondotta a due questioni: a) se sia corretto dire che il modello animale è sempre inutile o addirittura dannoso; b) se sia utile, inutile o addirittura dannoso utilizzare tale argomento per condurre una lotta antispecista o anche "solo" per l'abolizione della sperimentazione animale.
Non mi soffermerò a lungo su questi due punti, che tracciano - del resto - dei confini un po' ristretti per una discussione utile a chi si oppone alla vivisezione [2].

Il primo punto, nella versione "radicale" ("il modello animale è sempre fallace") è evidentemente falso, e il fatto stesso che la comunità scientifica sia pressochè unanime su questo è indicativo, pur al netto dei conflitti di interesse, dei finanziamenti privati, ecc.. Certo, in una versione "moderata" ("a volte o spesso il modello animale è fuorviante"), tale tesi può essere presa in considerazione. Ma, in tal caso, essa non riveste più il carattere di strategia decisiva per l'abolizione della vivisezione: al massimo, può costituire un buon argomento per sospendere singoli protocolli di ricerca, per spostare fondi verso i metodi sostitutivi / alternativi, per ridurre il numero di animali utilizzati. Tutte cose non da poco, ma certamente ben lontane e distinte dall'eradicazione della tortura.
Il secondo punto è invece quello da cui nasce il dibattito in Italia, e non starò qui a tornare su argomenti già discussi a fondo. Rilevo soltanto che il dibattito fra antivivisezionisti scientifici e "pro-test" si basa su un presupposto comune, cioè il fatto di partire dall'utilità per gli umani come metro di misura dell'ammissibilità della tortura sugli animali.
Nonostante le mancanze (contrapposte) dei ricercatori fautori della "ragion di stato" e degli animalisti che condividono tale logica, credo sia possibile superare, in parte, la contrapposizione fra antivivisezionismo scientifico ed etico. Devo prima chiedermi, però, che cosa significano effettivamente i due modi di porsi, quello dei pro-test e quello dei sostenitori dell'inutilità della vivisezione. Per questi ultimi, bisognerebbe capire più profondamente, credo, il rifiuto di affrontare la questione sul piano etico. Queste parole di Michel Foucault mi sembrano dare qualche strumento utile: 

Da ormai molti anni, più d'un secolo probabilmente, sapete quanto numerosi sono stati coloro che si sono chiesti se il marxismo era, sì o no, una scienza. Si potrebbe dire che la stessa domanda è stata posta, e non si smette di porla, a proposito della psicanalisi o, peggio ancora, della semiologia dei testi letterari. Ma a tutte queste domande: è una scienza o non è una scienza?, le genealogie o i genealogisti risponderebbero: ebbene, quel che vi si rimprovera è proprio di fare del marxismo, e della psicanalisi, o di questa o quell'altra cosa, una scienza. Se abbiamo un'obiezione da fare al marxismo è che potrebbe effettivamente essere una scienza. In termini un po' più dettagliati, dire che ancor prima di sapere in che misura qualcosa come il marxismo o la psicanalisi sia analogo ad una pratica scientifica nel suo funzionamento quotidiano, nelle sue regole di costruzione, nei concetti utilizzati; ancora prima di porsi questa questione dell'analogia formale e strutturale del discorso marxista o psicanalitico con un discorso scientifico, non bisognerebbe interrogarsi sull'ambizione di potere che la pretesa d'essere una scienza porta con sè? Le domande da porre non sarebbero: Quali tipi di sapere volete squalificare dal momento che chiedete: è una scienza? Quali soggetti parlanti, discorrenti, quali soggetti d'esperienza e di sapere volete dunque "minorizzare" quando dite: "Io che faccio questo discorso, faccio un discorso scientifico, e sono uno scienziato"? Quale avanguardia teorico-politica volete intronizzare per staccarla da tutte le forme circolanti e discontinue di sapere? Quando vi vedo sforzarvi di stabilire che il marxismo è una scienza non penso in realtà che stiate dimostrando una volta per tutte che il marxismo ha una struttura razionale e che dunque le sue proposizioni risultano da procedure di verifica; per me, state facendo innanzitutto un'altra cosa, state attribuendo ai discorsi marxisti ed a coloro che tengono questi discorsi quegli effetti di potere che l'Occidente, fin dal Medioevo, ha assegnato alla scienza ed ha riservato a coloro che fanno un discorso scientifico [3].

Quando assistiamo alla disputa fra antivivisezionisti scientifici e pro-test quello che è in gioco non è tanto la "verità", quanto gli spazi di potere/sapere che le due parti si contendono.

I ricercatori invocano un'autorità che deriva loro da un ruolo riconosciuto socialmente, dalla presenza di un dispositivo di sapere (la ricerca accademica) consolidato, con le sue regole, i suoi riti, e in un certo senso le sue divinità minori (Garattini?). Questo dispositivo, naturalmente, non è monolitico, ha contemporaneamente caratteri potenzialmente liberatori e attualmente oppressivi, e non è fatto solo di elementi metodologici, ma anche di assunti etici e politici. Così, è possibile per questi ricercatori forzare un pochino la mano: il fatto che un topo conti meno di un umano diventa intrinseco al discorso scientifico, ma soprattutto il concetto di cavia, con la sezionabilità, l'appropriabilità, la violabilità dei corpi animali, diventa intoccabile. Tutto questo si produce con l'operazione di cui sopra, che è un tentativo di mettere da parte saperi prodotti altrove, da altre sensibilità o da altri interessi. Come il controsapere antispecista, appunto, che rigetta l'idea della discriminazione di specie, rimette al centro l'idea darwiniana per cui siamo tutt* animali [4], ripensando il concetto di "utile" di cui sopra, e in definitiva propone paradigmi scientifici "altri". "Altri" significa: che prendono posizioni diverse nella società, che producono diversi effetti di potere, non solo perchè non prevedono di torturare i ratti, ma perchè chiedono di ripensare il vivere comune, a partire dalla ricerca (e quindi dalla nostra "naturale" curiosità verso l'ambiente esterno e interno), dalle relazioni con il "diverso", con la qualità della vita e della morte. Quella della qualità della vita è la seconda questione che mi ha impressionato (ci arrivo dopo). Tornando al sapere, l'operazione dell'antivivisezionismo scientifico è un'operazione speculare. Si afferma l'esistenza di una "vera scienza", che con un vero e proprio putsch detronizzerebbe la scienza crudele, utilizzandone gli stessi mezzi: messa a tacere dei saperi eretici, visione fideistica della verità scientifica, esclusione della società civile dal dibattito sulla liceità delle pratiche di ricerca, ricorso all'autorità scientifica. Questa "vera scienza" ne condivide, in fondo, i principi: "utile" coincide con "utile umano", che a sua volta coincide con ciò che è vantaggioso per una piccola parte dell'umanità, evidentemente bianca, occidentale, ricca. Non è forse un caso che fra i più accalorati sostenitori dell'antivivisezionismo scientifico si trovino molti di quelli che con frequenza gridano "vivisezioniamo i pedofili" (o i carcerati, o altri individui ai margini). Una nota non secondaria: fra i saperi decentralizzati, le forme di intelligenza e di espressione non scientifica che l'appello alla Scienza marginalizza, ci sono proprio le voci animali, cioè le espressioni di dissenso, di sofferenza, e di ribellione delle cavie stesse.

Un aspetto molto interessante è che il propulsore di questo movimento di conquista della "vera" scienza è costituito comunque (anche) da saperi eretici e da una serie di elementi non scientifici, primi fra tutti lo slancio emotivo di compassione per gli animali ed il senso di giustizia. Queste energie vengono liberate e rapidamente imbrigliate nelle tendenze più naif delle medicine alternative, new age, della diffidenza - quando non del complottismo - verso big pharma, e così via. Questi elementi non si risolvono in un quadro di contestazione politica dell'esistente capace di investire e connettere più piani: la distribuzione delle risorse globali secondo la concentrazione di denaro e di sapere; il rapporto fra discriminazione di specie, genere, etnia, censo; il paradigma della cavia; lo status politico degli animali che si distribuisce in modo tutt'altro che uniforme (si pensi ai pet, alle cavie, agli animali da carne, e a tutti quegli individui che si collocano in zone di confine fra queste categorie); la posizione della scienza nella società; il ruolo dell'opinione pubblica (che nella conferenza è stata tirata per la giacchetta da entrambe le parti). Si tratta di un passo necessario ora che, grazie a mobilitazioni di proporzioni inedite come quella del Coordinamento Fermare Green Hill, si stanno aprendo possibilità di confronto pubblico con un mondo della ricerca attaccato per certi versi alle proprie prassi, alle proprie posizioni di potere, e soprattutto ad una visione del mondo condivisa da molti. Evitare questo lavoro significa consegnarci nell'ambito di un discorso prestabilito, in cui non resta altro che la lotta per conquistare il diritto a parlare in nome della Scienza. Questo significa forse che l'antivivisezionismo etico non basta. Tuttavia, penso che un primo passo necessario sia l'abbandono dell'antivivisezionismo scientifico, che può essere lasciato agli scienziati che ritengono di aver qualcosa da dire sul modello animale da un punto di vista di metodo scientifico. Anni fa, una campagna di opposizione locale alla vivisezione, in riferimento alla volontà degli sperimentatori di non essere messi in discussione, aveva affermato, con un'espressione molto chiara, "la compassione non si delega". Quella compassione che muove gli antivivisezionisti rischia ancora oggi di essere delegata alla lobby della vivisezione se ammettiamo che i problemi etici e politici relativi alle pratiche scientifiche non possono essere discussi dai "comuni mortali". Ma rischia anche di essere delegata, in un altro senso, ad un approccio sterile che punta tutte le sue carte sulla presunta inutilità della vivisezione. 

Il secondo punto che mi ha colpito riguarda proprio questa visione del mondo sopra menzionata. Durante i loro interventi, i "pro-test" hanno mostrato le immagini di una gatta (double trouble il suo nome) con degli elettrodi in testa, provocando l'ira di molti presenti. Lo hanno fatto per sostenere che in fondo quella gatta non soffriva: mangiava, saltava, si puliva come tutti i gatti. Mi sono chiesto il perchè di questo autogoal. Una provocazione, evidentemente, per far saltare i nervi agli animalisti intemperanti. O forse un modo ingenuo di cercare di smascherare la propaganda antivivisezione: in effetti, è stato detto che la vera storia dietro a queste foto mostra che noi manipoliamo le immagini. Nessuna delle due ipotesi mi convince. Una provocazione si poteva fare molto meglio, e anche volendo contestare le manipolazioni animaliste, si poteva scegliere meglio. Per esempio, si poteva andare in cerca di una vera manipolazione, non di qualche forzatura poco significativa. In effetti, l'altro esempio utilizzato - quello di una scimmia lanciata nello spazio e tornata "sana e salva" - è altrettanto sconcertante.

Credo che i due relatori fossero invece davvero convinti di una cosa: la vita di double trouble, come quella della scimmia in questione, è una vita degna di essere vissutaE questo è il punto inquietante, perchè mi porta a chiedermi qualcosa di più su questi "razionalisti", più realisti del re e più razionali della ragione. Qual è il loro orizzonte di vita? Cioè: a che cosa aspirano per se stessi e per gli altri membri della società? Fin dove sono capaci di guardare? e di vedere? Questo orizzonte davvero mi sembra molto angusto, così angusto da tenere insieme una serie di elementi di cui forse capisco, ora, la coerenza. La difesa dei propri interessi di carriera accademica, insieme ad un odio generico ed irrazionale del "vegano", e un'incapacità di comprendere i desideri di una gatta, una resistenza a pensare il cambiamento sociale. Che cos'è, per esempio, questa vegefobia dei pro-test? Mi sembra sia (anche) insofferenza verso chi vuole cambiare lo status quo, in qualsiasi senso lo faccia, per liberare le cavie o per contestare altri aspetti della società che siano più che secondari. La domanda più inquietante: che vita desidera per se stessa, una persona che trova normale per una gatta vivere con un elettrodo in testa? Se un elettrodo nel cranio viene considerato come una specie di agopuntura, qual è il livello di accettazione delle proprie condizioni di vita?
Me lo chiedo proprio in riferimento alla vita quotidiana: un aspirante ricercatore che si rinchiude tutti i giorni in laboratorio, obbedendo agli ordini ed ai piccoli ricatti di un sistema di potere consolidato, che desideri avrà? Il suo corpo, che desideri avrà? 

Forse una certa incomunicabilità fra le due parti deriva da questo, anche. La richiesta di prendere in considerazione i bisogni profondi dei non umani è semplicemente incomprensibile. L'aspirazione al cambiamento sociale sembra così roba "da anni settanta", specie se appare in tutta la sua radicalità, come quando gli antispecisti esortano ad abolire i confini di specie (anzichè spostarli, seppure in senso inclusivo) e a criticare lo smembramento dei corpi come pratica centrale della scienza nell'era capitalista [5]. Si tratta di discorsi - quelli antispecisti - che contengono troppo, e al tempo stesso, troppo poco, quando l'interlocutore possiede un orizzonte così limitato. Ancora, la domanda centrale diventa una domanda preliminare: che cosa vuoi tu dalla tua vita? Se tu fossi quella gatta, che cosa vorresti? Ti rassicurerebbe sapere che i fili nella tua testa non toccano terminazioni nervose? O che la gabbia è ampia?
Può darsi che anche gli antispecisti debbano essere meno equivoci quando dicono che le gabbie non vanno allargate ma aperte. Le gabbie non sono solo fisiche. Anche l'etologia è una gabbia. Anche se dire che l'etologia di un gatto non è stata violata nel caso di double trouble è falso, è chiaro che i pro-test hanno fatto riferimento proprio alla possibilità, da parte della ricerca, di rispettare l'etologia ignorando al contempo l'individuo nei suoi bisogni.
Ti basterebbe, se fossi quella gatta, sapere che puoi esprimere i "tuoi" comportamenti etologici, come mangiare, dare la caccia a un topolino di plastica, o farti la toeletta "come un gatto di casa"? E, dato che in realtà sei un umano, ti è sufficiente nutrirti, lavorare, cagare, pisciare, e ogni tanto andare al cinema?

Che cosa desiderate, tu e double trouble


double trouble 


Note

[1] Maria Zambrano, Il freudismo, testimone dell’uomo contemporaneo, in Verso un sapere dell’anima, p.106.

[2] Rimando soltanto ai primi articoli che in Italia hanno sollevato la questione (A. Pignataro, Per una società senza cavie - parte prima / parte seconda)e al successivo dibattito fra M. Filippi e S. Cagno: M. Filippi, L'insostenibile leggerezza dell'antivivisezionismo scientifico, S. Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?,  M. Filippi, Penso di sì. Risposta all'articolo di Stefano Cagno, L'antivivisezionismo scientifico è controproducente?.

[3] Michel Foucault, "Corso del 7 gennaio 1976", in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977, pp. 169-170.

[4] Nonostante il nome illustre che l'accompagna, e nonostante nessuno si avventuri a contraddirla apertamente, tale idea non gode di grande fortuna nella nostra società. Basta aprire un libro di testo per bambini per rendersene conto: per un'affermazione di principio che colloca gli umani nel regno animale, ve ne sono cento che ricordano ai bambini che loro - o meglio, i loro genitori e gli insegnanti - non sono "bestie".

[5] Gli interventi dei relatori Massimo Filippi e Carlo Prisco hanno sollevato tali questioni.
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Transessuali si nasce, genitori si diventa

di Egon Botteghi

Mi chiamo Egon Botteghi, sono un uomo transessuale ed ho due figl*.
Solo dicendo questo, mi rendo conto di rappresentare un ossimoro vivente per molte persone.
Per “uomo- transessuale” i più intendono erroneamente una persona nata biologicamente maschio, talmente gay da voler essere donna e con una viscerale aspirazione alla prostituzione ed alle follie della notte.
Allora bisogna spiegare che quella sarebbe casomai una donna transessuale, a cui bisogna rivolgersi al femminile, e spiegare che non a non tutte le donne trans piacciono gli uomini (ci sono molte donne trans lesbiche) e che la maggior parte di loro non fà la sex worker.
Quindi devo puntualizzare che “uomo transessuale” è quella persona che ha fatto il percorso inverso a quello che si pensa comunemente e cioè una persona nata biologicamente femmina, che ha una identità percepita maschile e che quindi ha intrapreso un percorso per vedersi riconosciuta tale identità. Molt* vengono così a sapere per la prima volta dell'esistenza degli “ftm”.
Quando però dico di essere genitore, lì vedo proprio i neuroni della persone che ho di fronte andare in tilt, perché quasi nessuno pensa che una persona transessuale possa avere dei bambin*, anzi è assai radicata la convinzione che per una persona transessuale sia proprio impossibile avere figl*.
E' senz'altro vero che in Italia, una volta iniziato l'iter di transizione, diventa praticamente impossibile avere dei figl*, in quanto la fertilità viene distrutta dalle cure ormonali e dagli interventi chirurgici e che le persone t* si sentano costrette ad abbandonare un eventuale progetto di genitorialità. Ma c'è l'idea radicata che una persona transessuale non possa mai aver avuto, nel corso di tutta la sua vita, il desiderio e la volontà di avere dei figl*, in quanto “vittima” di un rifiuto e di una repulsione totale verso il proprio corpo “originario”.
Chi può immaginare una donna transessuale che, in un determinato momento della sua esistenza, abbia deciso di usare il suo seme ed il suo pene per generare un* bambin* e sia diventata padre o un uomo transessuale che possa aver portato avanti una gravidanza e sia diventato madre?
Io, come tanti altri padri e madri transessuali, siamo la dimostrazione vivente che non è così e che le persone transessuali non sono tutte ascrivibile alla storiella tanto cara alla psichiatria “dell'anima prigioniera nel corpo sbagliato”. La nostra vita psichica, sociale e corporea è spesso molto più complessa e sfaccettata di questa immagine che si tramanda dalla metà del secolo scorso.
Anche l'identificarsi con le parole “padre” e “madre” getta scompiglio nelle convinzioni che sulle persone t* si hanno anche all'interno della stessa comunità lgbtqi.
Faccio un esempio: il blog a tematica lbtqi “Queer blog” ha condiviso una mia video intervista che una giovane e brava giornalista (Elena Iannone) ha girato, il che mi ha fatto molto piacere http://www.queerblog.it/post/128353/la-storia-di-egon-genitore-transessuale.
In questa circostanza c'è stato però un particolare che mi ha messo in imbarazzo e mi ha creato un po' di disagio e cioè il fatto che sia stato condiviso nel giorno della festa del papà e che quindi io sia stato percepito come padre dei miei figli.
Sembrerebbe elementare (uomo uguale padre) e questa assegnazione al genere maschile non può farmi altro che piacere, ma le persone transessuali sono spesso interessanti perché riescono a mettere in crisi lo schema binario di sesso e genere. Perciò io posso dichiarare di essere un uomo ma di essere madre, di essere un uomo mamma.
Questo perché io sono la mamma biologica dei miei figli, perché i miei figli un padre lo hanno già e non sono io ed è a lui che in quel giorno hanno consegnato i lavori fatti a scuola.
Sono mamma perché i miei figli continuano a chiamarmi così ed io non gli toglierò mai questo loro diritto. Loro hanno una mamma uomo, una situazione che non è nella norma ma è nella loro realtà ed in questo non ci trovano niente di sconveniente.
Comunque non è stato facile neanche per me accettare l'idea di essere genitore e di essere transessuale.
Partivo infatti dall'idea, che è un po' una sorta di vulgata, purtroppo condivisa anche da molti psicologi, che i miei figli avrebbero subito danni irreparabili, che sarebbero impazziti vedendo la loro madre trasformarsi in “maschio” sotto i loro occhi innocenti.
Tale sentimento era rafforzato anche dalla rete parentale dei miei figli, che preoccupata per la loro sorte, riversava su di me ogni genere di accuse (dal dire che non amavo veramente i miei figli al sostenere che l'averli messi al mondo nella mia condizione era una grandissima colpa).
Il lavoro con la terapeuta che mi ha seguito fu, innanzitutto, bloccare questa valanga di negatività e posporre la questione, facendomi concentrare su me stesso. Il motto era “prima di essere genitore sei una persona”.
A me sembrava una cosa terribile, come sovvertire un ordine naturale delle cose, abituato a pensare che le madri si dovessero sacrificare per la loro progenie, fino all'annullamento laddove si rendesse necessario.
La mia stessa esperienza, però, di figlio di una madre “intrappolata” nel suo ruolo di “angelo del focolare”, che l'ha portata ad una insoddisfazione e ad una infelicità profonda, mi ha aiutato a seguire la strada che mi veniva proposta.
Le rassicurazione della psicologa su come i miei figli avrebbero reagito ai miei cambiamenti mi suonavano però avventate e superficiali e se non fosse stato per il rapporto di fiducia ormai creatosi, sarei scappato a gambe levate.
La dottoressa sosteneva infatti, in linea con le poche ricerche effettuate sul campo, che i miei figli, abbastanza piccoli, non avevano ancora quella rigida strutturazione che hanno gli adulti e che impedisce loro di accogliere e vivere certi cambiamenti con serenità e naturalezza.
Una volta deciso di affrontare la tematica figli, la psicologa mi diede delle semplici e chiare indicazioni da rispettare:
Non creare confusione ai bambini, rispondendo sempre sinceramente alle loro domande, aspettando che fossero loro a porle e non forzando quindi i loro tempi. Sopratutto farli sentire che la loro madre, nonostante i cambiamenti, non se ne stava andando e che loro non la stavano perdendo.
Il ruolo di genitore che ama e che accudisce deve essere una certezza al di là di ogni apparenza esteriore: non importa che forma abbia loro madre, l'importante è che mantenga nei loro confronti il suo ruolo di figura di riferimento affettiva e di cura.
Per questo io, come detto in precedenza, continuo a farmi chiamare “mamma” dai miei figli, nonostante il mio aspetto maschile, vincendo l'imbarazzo che questo può comportare in pubblico, e per questo mia figlia, nonostante i miei peli e le mie caratteristiche tutt'altro che femminili, mi guarda spesso rapita e mi dice “come sei bella mamma!”.
Il mantenere questa rassicurante “vicinanza affettiva”, presuppone un impegno all'osservazione ed al dialogo con i miei figli molto attento, e questo ha fatto in modo che loro siano molto aperti e fiduciosi nei miei confronti.
Una delle cose più belle che potessi sentire è mio figlio che, quest'estate in occasione di una vacanza, mi dice “mamma, quando sarò genitore voglio essere come te”.
Io introdussi ai miei figli il discorso sulla transessualità “servendomi” degli amici FtM ed MtF che frequentavano la nostra casa.
Ed in particolare si presentò l'occasione un giorno che il maggiore chiese perché una mia amica MtF avesse la voce maschile e quindi io, insieme a lei, gli spiegammo la sua esperienza di persona che vive in un corpo non congruo al sentire psichico e non sente come proprio il sesso biologico di nascita.
La sua reazione fu un “ma io sono contento di essere nato maschio, sono contento di essere come sono”, che indicò una buona comprensione per la situazione e sopratutto una reale capacità di discernere e di essere in contatto con se stesso (tanto per sfatare il mito che i bambini possono essere influenzati da omosessuali e transessuali, “deviandoli” dalla loro reale identità ed orientamento e che quindi è meglio non parlare di certe cose nelle scuole, etc..).
Dopo un anno che già io vivevo al maschile e a qualche mese dall'inizio della terapia ormonale "mascolinizzante", finalmente, sempre il maggiore, mi chiese perché tutti mi chiamassero Egon, nonostante il mio nome anagrafico fosse un altro.
Allora, chiamando anche la piccina, ed in presenza del padre, spiegai che quello, pur non essendo il nome che in effetti mia madre e mio padre mi avessero dato, era il nome che avevo scelto per me e che desideravo che gli altri mi chiamassero così, tutti tranne lui e sua sorella, che potevano continuare a chiamarmi come volevano.
In quell'occasione si irritò un poco, dicendo che voleva che tutti continuassero a chiamarmi con il mio nome anagrafico (paura di perdere la madre), ed io continuai a tranquillizzarlo sul fatto che per lui niente sarebbe cambiato.
Quindi li misi a conoscenza della mia condizione di disagio e del percorso che avevo iniziato e da allora ho sempre cercato di rispondere alle loro domande ed ai loro dubbi con schiettezza e semplicità, modulandomi chiaramente sulla loro capacità di comprensione e ribadendo in ogni occasione che io rimanevo la loro mamma e che li amavo tantissimo.
Un dialogo che mi fece capire la sensibilità dei miei bambini risale ormai ad un paio di anni fa ed avvenne tra me e mio figlio più grande: ero a petto nudo e mio figlio mi disse “ Certo mamma che io non ho mai visto un uomo con il petto grande come il tuo”,
ed io “ E' perché sono nato donna”
e lui “Lo so bene che sei nato donna, ma quando hai cominciato a sentirti uomo, ad un anno?”
ed io “Ad un anno no, sei troppo piccolino. Tu hai detto che sei contento di essere un maschio?”
lui “Sì, sono contento”
io “E sei soddisfatto?”
lui “Sì, sono soddisfatto”
io”Bene, io alla tua età non ero soddisfatto di essere una femmina”
lui “Capisco come ti sentivi”
ed il suo sguardo era così carico di comprensione che avrei voluto abbracciarlo per ore.
Questo dialogo lo utilizzai anche (sempre su consiglio della psicologa) a distanza di tempo, quando si trattò di informare i miei figli dell'operazione di mastectomia a cui mi sarei sottoposto di li a breve.
In un momento di intimità, sdraiati tutti e tre sul lettone a farci le coccole, chiesi loro se si ricordassero di quando mi avevano detto che il mio petto era troppo grosso.
Così gli spiegai che, in effetti, era per me fonte di imbarazzo, e per quanto fosse stato importante avendoli nutriti da piccoli, adesso sentivo l'esigenza di toglierlo per “sembrare sempre più un maschio”.
Mio figlio era così a suo agio nei miei confronti, che nonostante il suo carattere tendenzialmente chiuso, sentì di poter esprimere la sua opinione contrastante e mi disse che avrebbe preferito che non lo facessi. Capiva però anche le mie ragioni e da quella sera, specie la piccola, non fecero altro che domandarmi se avevo telefonato al dottore e cosa aspettassi ad operarmi.
Noto in effetti una certa differenza tra la figlia più piccola e quello più grande nel vivere la mia transizione, legati forse all'età ed alle peculiarità caratteriali.
La bambina, che forse non ha ricordi della mia vita al femminile, prende tutto con molta apertura: quando mi presenta a qualcuno, immancabilmente cinguetta allegramente “mia mamma si chiama Egon, perché si sente un maschio”.
Il più grande invece, in qualche occasione, mi ha confidato un po' di disagio, cosa che, nonostante il mio primo sentimento sia sempre di panico, denota il buon funzionamento del rapporto.
Questo suo disagio è sempre in relazione al rapporto con gli altri (la volta che vengo scambiato per il padre o quando il compagno di scuola fa un commento su di me).
Di solito in questi casi si innesta una relazione circolare di rassicurazione: mio figlio parla con me, io, un po' in preda all'agitazione, parlo con la psicologa, la psicologa parla con me e mi rassicura e mi mette in condizione di ascoltare e di rassicurare efficacemente mio figlio.
Questo è un circolo virtuoso che ha spezzato un circolo che era invece vizioso, quello del senso di colpa.
Io, infatti, non mi perdonavo di creare queste difficoltà sociali ai miei figli, come fosse una mia colpa e una mia scelta.
L'esperienza mi ha invece portato a riflettere che, innanzitutto, qualsiasi bambino può essere oggetto di sfottò da parte del gruppo dei pari per le più svariate ragioni e che quindi “non serve” avere la madre transessuale per essere preso in giro. Inoltre, l'essere transessuale, non è una scelta e quindi io non posso cambiare la mia condizione. Mio figlio potrebbe ricevere commenti spiacevoli anche se io fossi nero o disabile o straniero... potrei cambiare il colore della mia pelle?
Potrei colpevolizzarmi per questo? O qualcuno potrebbe colpevolizzare qualcosa d'altro se non una società non aperta alle differenze?
L'unica cosa che posso fare è rafforzare i miei figli nei confronti di queste evenienze, ed anche qui la psicologa mi ha dato alcuni suggerimenti, come ad esempio raccontargli di quando succede lo stesso anche a me.
Quindi, riassumendo quanto imparato finora dalla mia esperienza, nella costruzione di un buon rapporto con i figli che sia funzionale al loro viversi serenamente la transizione del genitore (ma che ha poi tantissime ricadute positive sul rapporto in genere) mi sentirei di evidenziare:
l'appoggio psicologico di una persona esperta di cui ci si fidi l'età dei bambini, più sono piccoli più la situazione iniziale è facile il rispondere sinceramente alle domande dei figli senza prenderli in giro e senza creargli confusione, aspettare spontaneamente che loro chiedano, e sopratutto il farsi sentire vicini e continuare ad assolvere nei loro confronti lo stesso ruolo di genitore, nella maniera più amorevole possibile.
Questa è la personale storia, la mia, di un genitore transessuale Ftm che ha perso ma ha anche ritrovato un lavoro, che ha comunque, ricostruito con pazienza, l'appoggio della rete parentale di origine, che ha avuto un ex partner oppositivo su molti punti ma mai sull'affidamento condiviso dei figli.
Conosco invece genitori transessuali a cui l'ex partner impedisce loro di vedere i figli, figli (magari più grandi e strutturati) che non riescono ad accettare il genitore trans e lo escludono dalla propria vita e persone trans che, rimaste senza il lavoro che permetteva loro di mantenere i figli, sono state costrette ad interrompere la transizione per riavere la loro attività (niente ripensamenti quindi, ne “errori di diagnosi”, quanto invece pressione sociale).
Conosco anche persone che hanno una relazione talmente solida con il partner da avere resistito al “terremoto” della transizione di uno dei due, e sono rimasti insieme...ma in quel caso, se si è sposati, ci penserà lo stato a dividerli, con il divorzio imposto!

 

preciado

Pubblicato in Articoli

Relazioni e dominio: una chiacchierata a partire da un articolo di Lynda Birke

di Egon Botteghi e Marco Reggio


Marco.
Mi è parso di capire che la pubblicazione dell’articolo di Lynda Birke, "Vite intrecciate: comprendere le connessioni umano-animali", sull’ultimo numero di Musi e Muse, ti abbia creato un po’ di disagio.
Forse non è la parola giusta, “disagio”, comunque, che pensieri ti ha suscitato?

Egon.
Può darsi che "disagio" sia invece la parola giusta...
Leggere su quella bella rivista online, interessata "ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale", le opinioni di una etologa-sociologa che ammette la pratica del montare a cavallo come scambio "sano" interspecifico, temo possa legittimare, nel mondo animalista, tale pratica che io trovo invece deplorevole.
L'articolo è molto interessante, ma quando mi sono imbattuto in questo ho provato un moto di disappunto: "Cavalcare è un’abilità che si affina in molti anni; si impara a rispondere e ad anticipare, a comunicare quindi, per cinestesia. La conoscenza diventa memoria del corpo: non ho bisogno di pensare a cosa fare se un cavallo scarta di lato: il mio corpo risponde prima che l’«io» della mia mente cosciente abbia formulato il pensiero. Anche il corpo del cavallo acquisisce nuove abilità nella comunicazione tattile implicita nel cavalcare. Qualche tempo fa ero in groppa a un vecchio cavallo in pensione da anni quando ho pensato: chissà se si ricorderà l’half-pass? L’half-pass è un movimento laterale del repertorio di dressage. Non avevo neppure formulato il pensiero (e di certo non l’avevo terminato), che il cavallo ha eseguito esattamente quel movimento. I miei nervi e i miei muscoli avevano anticipato la conclusione di un lungo discorso tra me e me, e i suoi avevano risposto. I corpi ricordano."
Quanto dice sull'abilità equestre è vero, ma messo così sembra un elogio che si può ritrovare in tutti i manuali di equitazione che con l'animalismo e la liberazione animale non c'entrano niente, anzi sono la cultura di secoli di dominazione sugli equini.
In queste parole può esserci celato anche un concetto pericoloso, usatissimo per giustificare l'uso del cavallo, e cioè quello che anche il cavallo ci guadagna qualcosa, che acquisisce nuove capacità, che cresce.
Questo assunto è usatissimo da coloro che cercano di dare giustificazioni meno "becere" all'uso del cavallo, sia da lavoro che da diporto, come ad esempio nella filosofia steineriana, per cui il cavallo si "innalza" nell'incontro con l'uomo.
Gli etologi italiani più alla moda e considerati "illuminati", che si occupano di equini, per giustificare l'atto di cavalcarli, ancora dicono che la vita psichica del cavallo viene arricchita dall'incontro con l'essere umano... insomma, noi li rendiamo più intelligenti!
Per questi studiosi la relazione diviene così importante che sopravanza i diritti delle singole parti, dei singoli attori della relazione.
Per me è invece più importante il diritto del cavallo a non imparare l'half pass, o come si dice in italiano, "l'appoggiata", in quanto privo per lui di senso, che la "meravigliosa" connessione di questi due corpi.
Corpi però che non sono sullo stesso piano, dove uno impartisce ordini e l'altro esegue.
Senza contare che "l'appoggiata" è una figura del dressage, come ricorda la stessa autrice, che è una disciplina olimpica tra le più devastanti per la psiche ed il fisico del cavallo e di derivazione militare.

Marco.
Io non conosco i cavalli, ma devo dire che ho trovato l'articolo molto interessante, perchè riesce a descrivere una relazione che si instaura nonostante la base di questa relazione non sia paritaria, e che sembra positiva per entrambi i soggetti. Ma dico "sembra", perchè in effetti non sapevo nulla dell'half pass, della sua origine, e così via, e dovremmo sempre farci la domanda se al cavallo fa piacere questa relazione, se alcuni elementi di questa relazione siano un peso che sopporta, o che accetta volentieri, o ancora che rifiuterebbe se possibile. Certo, anche io ho un senso di mancanza nel leggere testi come questo. Mi succede per esempio con Vinciane Despret o Donna Haraway: si trovano osservazioni non solo illuminanti, ma in grado di aprire una visione migliore delle nostre relazioni con gli animali, davvero più rispettose della loro complessità, secondo me. Al tempo stesso, mi sembra che manchi una parola chiara su un aspetto delle relazioni, cioè l'elemento di unilateralità, di sfruttamento economico. Una prospettiva che mette al centro le relazioni, e riesce a vederne dei potenziali positivi anche nei contesti di sfruttamento, mi sembra necessaria, ma quando ignora l'esistenza dello sfruttamento, il carattere (anche) economico del rapporto, può essere controproducente, almeno nei casi più eclatanti, in cui di fatto si finisce per giustificare lo sfruttamento, purchè "dolce" (come ha mostrato Agnese Pignataro a proposito delle tesi di Larréere e Porcher, nel suo articolo "Allevamento di animali domestici ed etica del care: armonia o conflitto?").
Nonostante questo, mi chiedo se non si possa trarre qualcosa (o anche molto) dalle voci di etologi, sociologi, persino allevatori, in materia di relazioni fra noi e gli animali, partendo non tanto dal fatto che l'animale "ci guadagna qualcosa", ma che gli umani ci "guadagnano", in termini di relazione, una relazione vissuta nel e col corpo. Questo, certamente, per noi deve avere come punto di partenza la non costrizione, il rispetto dei desideri altrui, ma anche dove non c'è si possono trovare elementi per una prospettiva diversa.

Egon.
Sicuramente gli esseri umani guadagnano qualcosa nella relazione con l'animale altro, ma credo che bisogna cercare di essere sempre molto vigili ed onesti sul che cosa e sopratutto sul come gli animali altri vengono coinvolti.
Gli esseri umani sono relazionali e relazionanti nel profondo, secondo me, vivono nella relazione e le relazioni li rendono vivi.
Quando però si "sconfina" oltre la specie c'è da tenere sempre a freno, a mio avviso, una spinta "predatoria" ed acquisente rispetto a questo altro, un impulso alla manipolazione, al voler toccare, al voler appropriarsi, al voler farsi riconoscere. Una sorta di ansia egocentrica.
Un etologo il cui campo preferito erano gli insetti, riferendosi a noi umani, al nostro modo chiassoso di relazionarci, affermava che, in quanto scimmie, siamo destinati a ciò.
Riusciamo a godere dell'altro senza invaderlo?
Il presupposto secondo me deve essere sempre la libertà dai condizionamenti fisici e psicologici, che nel caso del cavallo, ad esempio, sono moltissimi.
E' vero che nella relazione chiunque sia coinvolto cambierà qualcosa di sè dopo questo incontro, ma quale attenzione poniamo affinchè la relazione con l'animale altro non sia di tipo coloniastico?
Certo che chi lotta per la liberazione degli animali sarà avvantaggiato nello sforzo se conosce qualcosa di loro, e se questi animali sono domestici, questa conoscenza passerà giocoforza attraverso i luoghi della loro prigionia e quindi attraverso gli allevamenti e gli allevatori, i campi di equitazione, gli zoo e sarà ancora più preziosa quella che avverrà nei rifugi.
Però perchè alle volte non noto tutto questo zelo e fervore nel cercare di conoscere (ed aiutare nella loro loro lotta per la sopravvivenza) gli animali che non si possono toccare, che non dipendono da noi, che in qualche modo non gratificano il nostro egocentrismo e voglia di protagonismo (penso ai selvatici, ma non solo quelli esotici, ma quelli che vivono intorno a noi, ai limiti delle città e nelle campagne, con la loro eroica resistenza e penso agli animali sinantropi, così affascinanti nell'aver scelto il nostro habitat e nell'usarlo mantenendo però la loro libertà e selvatichezza ed anzi, in qualche modo, "sfruttandoci")?
Riusciamo a sentirci in relazione soddisfacente con i gabbiani che nidificano e allevano la prole sul tetto del palazzo di fronte? Per quanto mi riguarda la mia risposta è sì, e tanto di più dal momento che le loro stridula grida esistono a prescindere da me.

Marco.
Il problema che poni, ovviamente, non è semplice. Mi sembra che in parte si riconduca a una domanda: è possibile che relazioni nate da motivazioni egoistiche, da rapporti di dominio o di sfruttamento, o persino relazioni che sono soltanto economiche, stimolino lo sviluppo di elementi relazionali in cui i soggetti in gioco traggono beneficio (piacere, accrescimento, ecc.)? Non credo che né io né tu possiamo avere una risposta, ma a volte io rifletto su storie anche banali che dimostrano la complessità di questo tema. Per esempio, una mia amica ha avuto in regalo un uccellino. Lei non è antispecista, animalista e non ha una particolare sensibilità verso gli animali nel senso che intendiamo noi "attivisti", né una particolare sensibilità politica che possa darle strumenti di critica della detenzione di un animale in gabbia. In passato, ha comprato animali e non è contraria a farlo, in linea di massima (gli è stato regalato, questo uccellino, ma potrebbe averlo anche comprato, direi). Eppure, dopo una settimana di convivenza ha preso la gabbietta, l’ha messa nell’unico bagno del suo bilocale, l’ha aperta e ora vive con un uccellino che svolazza… in bagno! (Naturalmente, si tratta di una specie che non poteva essere semplicemente liberata). Ora ne è nato un rapporto che evidentemente è bello per entrambi. Certo, nasce da un atto di liberazione (aprire una gabbia). Ma questo atto di liberazione non è l’atto di un antispecista con le sue categorie morali già costruite, tutt’altro. E’ l’atto di una persona che ha maturato questa intenzione proprio a partire da un rapporto che io direi viziato in partenza, cioè da un individuo che viene comprato e regalato come se fosse un qualsiasi oggetto. In effetti, questo presupposto indubbiamente inquina i rapporti, ma che spazi ci sono perché possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?

Egon.
Hai assolutamente ragione Marco... nè io nè te possiamo risolvere con un aut-aut la complessità di questo tema e delle questioni morali che pone. Ti ringrazio ancora per stimolare questo scambio: evidentemente noi due siamo in una relazione di crescita.
Provo però a rispondere alla tua ultima, affascinante domanda: "che spazi ci sono perchè possiamo sorprenderci di noi stessi, degli altri e dei membri di altre specie?"
Come la vedo io in questa fase della mia vita, questo spazio è uno spazio direi quasi geopolitico.
Secondo me dovremmo imparare a vedere gli individui delle altre specie come appartenenti a popolazioni con cui dobbiamo contrattare il nostro essere sul pianeta, il nostro spazio sulla terra.
Non vedo questo in ottica protezionistica, per preservare gli ecosistemi che sostengono anche la specie umana, che perirebbe insieme agli altri, ma proprio come esercizio di diplomazia con altre specie che detengono i nostri stessi diritti di appartenenza ad un territorio.
Noi non dovremmo interpretare e decidere cosa sia meglio per le popolazioni di animali altri, ma proprio essere in grado di tradurre le loro richieste.
Così il mio sogno potrebbe essere fare il console presso alcune società di bonobo...

bastaschiaviblogspot.it
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Il 24 maggio 2014 si terrà a Verona l’incontro di LiberAzione Gener-ale 2, promosso dal Collettivo Anguane, dal Circolo Pink, dal SAT-Pink, da Intersexioni, da Liberazioni – Rivista di Critica Antispecista, Anet.

Per svolgere la giornata in modo collettivo e trasversale proponiamo una Call for Papers che ha lo scopo di raccogliere le idee, le proposte, le bibliografie, i testi utili per la condivisione e la discussione nella giornata di LiberAzione Gener-ale 2. Questo per favorire le attività che si svolgeranno nei gruppi di lavoro e nelle plenarie previste, auspicando la redazione di progetti comuni di lotta, riflessione e diffusione.

Il testo della convocazione è indicato di seguito e potete scaricare il pdf in calce.

Buon lavoro a tutt*!

 

LiberAzione Gener-ale 2
Giornata di studio e di lotta
Il sessismo nelle sue declinazioni
contro le donne, gli/le lgbtqi, gli/le altro-da-umani
 ___________________
Different tendencies of sexism
against women, lgbtqi, other-than-humans

Il Collettivo Anguane, Anet, Circolo Pink, SAT – Sportello Accoglienza Trans, Liberazioni-Rivista di Critica Antispecista, OLS – Oltre La Specie, il Collettivo Intersexioni propongono la 2^ edizione di “LiberAzione Gener-ale”, giornata di studio e di lotta, che si svolgerà sabato 24 maggio 2014 a Verona. Il tema di questa giornata sarà il sessismo nelle varie coniugazioni che assume. Le prassi e le riflessioni che contraddistinguono i gruppi che organizzano l’evento si basano sui paradigmi dell’intersezionalità delle oppressioni e sulle connessioni tra le lotte. In quest’ottica proponiamo un confronto aperto e collettivo che produca un sapere condiviso e che getti le basi di azioni politiche in grado di contrastare le insidie del patriarcato capitalista eteronormativo e specista.

 *****

Il sessismo è l’insieme dei pregiudizi e delle credenze che attribuiscono caratteristiche innate in base al genere e/o al sesso. Questi tratti “naturalizzati” si basano sul principio della gerarchizzazione delle relazioni e sulla costruzione sociale, economica, psicologica, politica, storica di valori e norme che contraddistinguono i vari gruppi umani. Questi pregiudizi collettivi sono trasmessi e interiorizzati tali da divenire un patrimonio condiviso e personale che permea la vita di ognun*.

I rapporti di dominio e sfruttamento che ne conseguono divengono gli universali attraverso cui si esplicita il controllo sui corpi e sulle menti di donne, lgbtqi, altro-da-umani. Tutti questi soggetti, e tutte le altre “marginalità”, ricadono nel cono d’ombra in cui li relega il sistema di dominio prevalente che si avvale del potente meccanismo della discriminazione, dell’esclusione, dell’aggressione, dell’eliminazione.

Ognuno di questi ambiti non è una monade isolata, ma si intreccia inestricabilmente con le altre, che divengono così i vari banchi di prova per l’espressione dell’egemonia: ci si esercita sulle une per sfruttare gli/le altr* e si controllano quest* per dominare gli/le altr*. Le generazioni di dominanti ereditano i principi del mantenimento dei privilegi e rinsaldano le alleanze per detenerli inalterati, creando una cosmogonia centrata sull’unico essere superiore, a cui immagine persino la divinità è declinata: il maschio bianco occidentale borghese carnivoro.

Le resistenze sono da sempre stigmatizzate ed eliminate innalzando roghi, creando luoghi di concentramento, forzando i corpi ad essere meri strumenti in balia delle esigenze dell’unico essere predominante.

Per superare l’impasse in cui versano oramai i movimenti di base e le prassi politiche radicali e antagoniste si deve operare da un lato il riconoscimento delle intersezioni degli abusi e delle emarginazioni, raccogliendo l’eredità delle lotte che hanno determinato tutte le forme di ribellione, eversione e resistenza finora espresse, in ogni latitudine e in ogni tempo, e dall’altro è tempo oramai di unire i singoli sforzi e creare alleanze, solidarietà e mutualismo di pratiche, di teorie e di azioni politiche in grado di sovvertire il sistema dominante.

 

Le aree che proponiamo di affrontare ed indagare in questa giornata sono il sessismo come forma di dominio e controllo:

1. sulle donne attraverso il patriarcato e l’androcentrismo

2. su* lgbtqi attraverso il binarismo sessuale e l’eteronormatività

3. su* altro-da-uman* attraverso lo specismo e il carnivorismo

I lavori della giornata si struttureranno nel seguente modo:

- avvio dei lavori in plenaria

- proseguimento dei lavori in gruppi di discussione

- presentazione delle proposte in plenaria

- chiusura dei lavori.

Durante la giornata saranno disponibili un buffet vegan per pranzo e uno per cena ad un prezzo accessibile, e dopo la fine dei lavori è prevista una serata di intrattenimento solidale.

 *****

 Le proposte di elaborazione dei temi indicati (max 2000 caratteri) dovranno riportare: un titolo provvisorio; una descrizione del tema che si intende affrontare; l’indicazione delle fonti cui si fa riferimento; i recapiti del proponente (gruppo o singol*). Devono essere inviate in formato elettronico a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro il 20 aprile 2014, a cui sarà data una risposta da parte del gruppo organizzatore entro il 30 aprile 2014.

 Tutte le proposte potranno essere inserite negli “atti di LiberAzione Gener-ale 2”.


Scarica call for papers (pdf)

locandina liberazione generale 2

Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi

uno spaccato su pattrice jones, ecofemminista statunitense, che nei prossimi giorni sarà in Italia. 

ecco le date degli incontri: http://www.intersexioni.it/incontro-toscano-con-leco-femminista-statunitense-pattrice-jones/




pattrice jones. l'attivismo radicale e l'antispecismo praticato

di

annalisa zabonati (strix)[1]

 

pattrice jones, rigorosamente con iniziali minuscole a significare ribellione e orizzontalità, è un'attivista ecovegfemminista anarchica, come lei stessa si definisce, che dalla fine degli anni '70 ha iniziato ad occuparsi dei diritti delle persone omosessuali e di antirazzismo. Nel 2000 ha co-fondato un santuario chiamato Eastern Shore Sanctuary and Education Center (ora Vine Sanctuary http://vine.bravebirds.org/, Vine è l'acronimo di Veganism is the Next Evolution), nel Maryland. Negli ultimi anni ha coordinato il Global Hunger Alliance, un'organizzazione internazionale che accoglie varie associazioni che contrastano l'allevamento intensivo e supportano ricerche e soluzioni veg per la fame e la sete nel mondo. I suoi campi di studio sono il razzismo, il sessismo, lo specismo, l'omofobia e lo sfruttamento ambientale, ma anche la cooperazione, la gestione del lutto e dello stress, la cura dei traumi psicologici.

Alcune sue concettualizzazioni sono espressione della diretta esperienza di attivista, come ad esempio i principi di sfruttamento di genere degli animali (gendered form of animal exploitation) e di riabilitazione di animali da combattimento (rehabilitation), quali i galli da combattimento che riscatta nel suo centro. Per sfruttamento di genere degli animali pattrice jones intende la proiezione degli stereotipi che gli umani rivolgono agli altro-da-umani, interpretando tali cliché come espressioni naturali dei ruoli sessuali. Questo è definito da jones come la costruzione sociale di genere verso gli animali, includendo ad esempio il pregiudizio sui galli connotati come aggressivi, spavaldi e prepotenti in quanto maschi. Il trattamento riabilitativo, invece, prevede innanzitutto il riconoscimento delle caratteristiche personali e lo smantellamento del pregiudizio negativo nei confronti di questi animali, prima abusati, poi sfruttati nei combattimenti e infine, se sopravvivono ai combattimenti e alle proibitive condizioni di vita, eutanasizzati, rimuovendo la loro capacità di vivere pacificamente e non fornendo loro la possibilità di trovare altri modi di esprimersi e di esistere.

Uno dei nuclei centrali delle discriminazioni è per pattrice jones il sessismo, inteso come la confusione tra sesso (maschio e femmina) e genere (maschile e femminile), che forma un sistema che assegna determinate caratteristiche proprio in base al sesso e al genere. Sono categorie socialmente costruite ma interpretate come naturali, e chi se ne discosta è  considerato “innaturale”. Ma le culture sessiste vanno oltre, usano gli animali per sconfinare tra sesso e genere, e così alcuni comportamenti considerati tipici di un appartenente ad un dato sesso biologico sono tout court accreditati al genere. Nei confronti degli animali questo produce un atteggiamento pregiudizievole, proiettando nei loro comportamenti degli stereotipi sessisti.

Come si nota, quindi, il pensiero di pattrice jones definisce lo specismo come parte di un sistema di discriminazioni che contempla il razzismo, il sessismo, l'omofobia, il classismo, solo per citarne alcuni. Il suo attivismo continua a cercare di creare ponti tra il movimento di liberazione degli animali altro-da-umani e altri movimenti radicali e sociali, convinta che il movimento animalista (intendendo questo come il contenitore delle varie anime di cui si compone il movimento, dal protezionismo al liberazionismo) debba evolvere politicamente anche verso temi ambientali e sociali, così come i movimenti ambientalisti e sociali dovrebbero includere tra i propri temi la questione animale e delle donne.

Le oppressioni, intersecate tra di loro, si rinforzano e a volte creano degli ibridi che possono addirittura diventare più virulenti e pervasivi degli originali, come nel caso ad esempio dell'HIV e dell'AIDS, delle zoonosi e delle pandemie quali l'aviaria e l'influenza suina. Tutte forme di discriminazione che vedono implicati gli altro-da-umani, come produttori e vettori di malattie.


Sistema di intersezione delle discriminazioni (pattrice jones, in http://vine.bravebirds.org/connections/)


pattrice jones ha una grande esperienza come psicologa, operatrice sociale, educatrice e come attivista sociale e politica, e ciò le consente di offrire analisi pragmatiche di temi così complessi come appunto lo specismo, il sessismo, l'omotransfobia e le intersezioni tra le varie forme di oppressione. Nel suo breve saggio Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed[2], cerca di trovare e proporre una via verso la multidimensionalità dell'approccio alla questione animale, che prevede da un lato le istanze di liberazione, e dall'altra i possibili minuti cambiamenti sorretti da modifiche legislative, che contemplino sempre un maggiore riconoscimento dei diritti degli animali, anche se appunto espressi da un sistema specista. Raccomanda così a tutti coloro che si occupano di animalismo di valutare le situazioni caso per caso, di avere un approccio pratico alle proposte e alle analisi, di attenersi ai bisogni e ai desideri dei nonumani piuttosto che a quelli degli umani. Auspica che qualsiasi riforma produca un alleviamento della sofferenza dei nonumani, e rifiuta qualsiasi appoggio ad ogni forma di sfruttamento degli animali anche quando si assicurano forme più “umane” di trattamento. Per questo suggerisce che devono essere attivate tattiche diversificate all'interno di una trama che indichi l'obiettivo ultimo, si devono boicottare aziende, multinazionali, istituzioni sia come prodotti del capitalismo che della logica patriarcale e dello sfruttamento e maltrattamento animale che forgia l'enorme macchina dell'agribusiness, sia con azioni dirette che con la controinformazione critica.

Questo consentirebbe di poter ridurre la domanda di prodotti di origine animale, sviluppando un'educazione vegana, ma anche realizzare azioni dirette in considerazione del fatto che gli animali esistono, vivono e  soffrono. Consapevoli che rimangono in uno stato di sofferenza perché pagano le conseguenze dell'atteggiamento degli attivisti che troppo spesso teorizzano e non agiscono. Una dura presa di posizione che risulta scomoda per tutti coloro che si considerano unici depositari delle “verità antispeciste e liberazioniste”.Gli attivisti animalisti devono inoltre 

trovare soluzioni creative ai conflitti, evitando gli argomenti che dividono e favorire invece gli sforzi cooperativi per scoprire gli ambiti comuni, per trovare i fatti che possono risolvere le differenze, raggiungere il consenso, ove possibile, e accettare che gli alleati possano essere in disaccordo su teorie talora indimostrabili[3].


pattrice jones afferma con determinazione che non solo gli animali hanno il diritto all'autodeterminazione, ma anche che a guidare gli attivisti devono appunto essere i bisogni degli animali, perché gli animali vogliono essere liberi e alleviati dalle sofferenze. Per questo si appella a tutti coloro che si occupano della questione animale affermando che

il benessere animale e la liberazione animale non devono essere progetti separati. […] È il tempo di accantonare le differenze basate sulle teorie, per agire per gli animali attuali nel mondo reale[4].

pattrice jones è una femminista e individua i legami tra il sessismo e lo specismo, evidenziando l'uso dei corpi femminili umani e altro-da-umani sia per la perversione dei cicli riproduttivi[5], sia per lo sfruttamento delle femmine di altre specie per le femmine umane (come ad esempio l'estrazione dei principi attivi del Premarin dalle cavalle gravide, usato per “curare” la menopausa delle umane). Patriarcato e pastoralismo[6] sono strettamente interrelati e l'uno rinforza l'altro, perpetuando l'ideologia e le pratiche dello sfruttamento e del dominio. Esempi di questa egemonia androantropocentrica sono l'utilizzo del latte vaccino (e di tutti i tipi di latte di femmine di altre specie) il cui uso massivo, da numerosi fonti mediche, è indicato tra le cause del cancro al seno per le umane; l'aggressione sessuale quale forma di espressione del potere, a cui tutte le umane sono sottoposte nella loro vita, come lo sono le altro-da-umane sottomettendole sessualmente, ma anche controllando la loro riproduzione e i corpi stuprati; gli stereotipi sessuali, come accennato più sopra, che vedono la deformazione di alcuni comportamenti specifici di protezione della specie, interpretati secondo gli schemi maschilisti umani; la violenza domestica, che spesso include la violenza anche verso gli animali d'affezione presenti nelle case dei maltrattanti al fine di intimidire, traumatizzare e controllare le donne; le uova come indizio esplicito del controllo e dello sfruttamento riproduttivo, estrema forma di fusione del predominio sui corpi femminili. Queste sono solo alcune macroscopiche evidenze dell'intersezione delle oppressioni, che pattrice jones rileva, suggerendo vivamente di non poter tralasciare né per il femminismo lo specismo, né per l'animalismo il sessismo.

Rincara la dose, aggiungendo che sessismo, specismo e sfruttamento ambientale sono spesso separati, e solo ogni tanto si riconoscono delle connessioni tra i “problemi”, ma

In verità, questi sono solo sintomi differenti della stessa violazione. Nonostante non abbiamo una parola per questa ingiuria, la riconosciamo quando la osserviamo[7].

Il fulcro della questione è il costante e diffuso meccanismo di alienazione, separazione e dissociazione, che separa gli umani da tutto ciò che li circonda. Per avere un effetto di supremazia si utilizza così la costruzione di confini artificiali che favoriscono la discriminazione tra sé egli altri, chiunque siano questi altri[8], facilitando le varie forme di oppressione, sfruttamento e maltrattamento. Le relazioni sono deformate al punto da non riconoscere la comune origine di tutti i viventi, rifiutando la necessità di rispettare un ecosistema in grado di accogliere tutti. È così distrutto e reciso ogni legame con la terra, con  gli altri animali e tra gli umani stessi. I paradigmi su cui si fondano questi risultati catastrofici sono lo straniamento e lo sradicamento che perpetuano il ciclo della violazione e della separazione, base di ogni forma di schiavitù. Per uscire però dalle pastoie della confusione che si ingenera ogni volta che si parla di violenza, tendendo a giustificare la propria e a rigettare quella altrui, jones suggerisce, come nelle migliori tradizioni nonviolente, di distinguere tra violenza e forza e contestualizzare le azioni collegate. In questo senso allora

Prima ci si deve chiedere se l'azione è consona al risultato che si intende raggiungere, e successivamente si prosegue interrogandoci se lo stesso risultato possa essere velocemente e con sicurezza raggiunto con altri mezzi. Ma ci si deve anche domandare se la forza usata sia proporzionale al danno che provocheremmo, in modo da correggerlo o prevenirlo[9].

Un altro aspetto significativo del suo pensiero è la posizione libertaria, che esprime affermando che i nonumani si organizzano in comunità e cooperano in attività complesse senza il bisogno di trattati, accordi e costituzioni[10], sapendo in modo naturale quello che gli umani devono pensare, studiare, confermare, attraverso le idee anarchiche. Per questo pattrice jones suggerisce che

Se vogliamo realizzare i nostri sogni per avvantaggiarci dell'anarchismo, dobbiamo studiare l'anarchia come si esprime nella pratica, cioè imparare dagli animali e da altri soggetti marginali[11].

Ma non si ferma qui, e anzi propone una rilettura dei principi della “liberazione”, affermando che la libertà è parziale, se non propriamente falsa, se include la separazione dell'individuo dal resto della comunità e dall'ecosistema. Ogni gruppo formula delle regole di sopravvivenza che consentono di equilibrare le singole necessità con i bisogni collettivi e ambientali. In questo senso jones ne riconosce l'”anarchismo naturale”, che potremmo anche definire archetipico, non come l'affrancamento dagli obblighi, ma piuttosto come liberazione dalle limitazioni ingiuste o innaturali. Umani, nonumani e ambiente sono così tutti, a pari merito, elementi di un insieme correlato, per raggiungere il quale la liberazione è un processo di ristabilimento delle relazioni, quindi un processo connettivo.

Per fare questo dobbiamo essere “ponti”

Tutti parlano di costruire ponti tra movimenti, ma penso che dobbiamo andare oltre. Quelli di noi che vogliono coprire il divario tra il movimento di liberazione animale e i movimenti per la pace, la giustizia e la liberazione, devono essere i ponti che immaginiamo. Così come i ponti devono estendersi e sopportare pesi, anche noi dobbiamo estenderci e sopportare i disagi[12].

 

Riferimenti bibliografici

jones pattrice, “Violation & Liberation Grassroots Animal Rights Activists Take on Sexual Assault”, in http://www.earthfirstjournal.org/article.php?id=247, s.d.

jones pattrice, “Crossing the mammalian-avian line”, in Satya Magazine, november-december 2004.

pattrice jones. “Mothers with Monkeywrenches: Feminist Reflections on the Animal Liberation Front”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II, (Eds.), Terrorist or Freedom Fotghters. Reflections on the Liberation of Animals, Lantern Books, Herndon-VA, 2004.

jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, january 2005.

jones pattrice, “What's wrong with rigths?”, in Satya Magazine, october 2005, trad. it. “Cosa c’è di sbagliato nei “diritti?”, in http://anguane.noblogs.org/?p=1269, 2013.

jones pattrice, “Fear of Feeling: Trauma and Recovery in the Animal Liberation Movement”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Paura dei sentimenti: trauma e guarigione nel movimento di liberazione animale”, in http://asinusnovus.net/2013/11/29/paura-dei-sentimenti-trauma-e-guarigione-nel-movimento-di-liberazione-animale/, 2013.

jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

jones pattrice, “I Know Why the Caged Birds Scream”, in Satya Magazine, february 2006.

jones pattrice, “Conquistadors of the Senses”, in http://www.freezerbox.com/archive/article.php?id=471, 2006.

jones pattrice, “Stomping with the Elephants: Feminist Principles for Feminist Solidarity. Feminist Principles for Radical Solidarity”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II. (Eds.), Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Ak Press, Oakland-Edinburgh, 2006, pp. 319-334.

jones pattrice, “Sharks Bite Back: Direct Action by Animals Around the World”, in Satya Magazine, april-may 2007.

jones pattrice, “Beyond Despair”, in Satya Magazine, june-july 2007.

jones pattrice, Aftershock: Confronting Trauma in a Violent World: A Guide for Activists and Their Allies, Lantern Books, New York 2007.

jones pattrice, “Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation. A Guide for the Perplexed”, in Strategic Analysis Report, august 2008.

jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, in Randall Amster et alii (Eds.),  Contemporary Anarchist Studies. An Introductory Anthology of Anarchy oin the Academy, Routledge, New York, pp. 236-246.

jones pattrice, Afterword: Liberation as Connection and the Decolonition of Desire, in Breeze Harper A. (ed.), Sistah Vegan, Black Female Vegans Speak on Food, Identity, Health, and Society, Lantern Book, New York 2010, pp. 187-201.

pattrice jones. “Roosters, hawks and dawgs: Toward an inclusive, embodied eco/feminist psychology”, in Feminism & Psychology, August 2010, XX, 3, pp. 365-380.

jones pattrice, Fighting cocks: ecofeminism versus sexualized violence, in Kemmerer Lisa A. (ed.), Sister Species: Women, Animals and Social Justice, University of Illinois Press, Champaign 2011, pp. 45-56.

jones pattrice, “Solar-Powered Insects and Mad Scientists”, in http://blog.bravebirds.org/archives/629, sept. 2012.

jones pattrice, “The Beginning of the End of Chimp Research?”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1092, jan. 2013.

jones pattrice, “A Systems Approach to Agriculture Reform”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1408, jul. 2013.

jones pattrice, “Roadside Abstractions”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1426, aug. 2013.

jones pattrice, “Intersectionality and Animals”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1553, oct. 2013.

jones pattrice, “Ewe Helps Rooster Stay Out of the Snow”, in http://blog.bravebirds.org/archives/1632, feb. 2014.

jones pattrice, “Conjunction Junction (That’s Our Function)2, in http://blog.bravebirds.org/archives/1686, feb. 2014.



[1]     Nel testo potrà essere indicato sia il maschile che il femminile, così come il presunto neutro maschile per comodità narrativa. Altrettanto sarà per il lemma animale, senza accezione specista e antropocentrica.

[2]     jones pattrice, Strategic Analysis of Animal Welfare Legislation A Guide for the Perplexed, Strategic Analysis Report, Eastern Shore Sanctuary & Education Center, August 2008

[3]     Ivi, p. 16, traduzione mia cura.

[4]     Ivi, p. 17, trad. a mia cura.

[5]     jones pattrice, “Their Bodies, Our Selves: Moving Beyond Sexism and Speciesism”, in Satya Magazine, jan. 2005.

[6]     Cfr. Zabonati, Annalisa (2013), “Patriarcado y pastoralismo: las raíces comúnes del dominio”, in Puleo, Alicia H., Tapia González, Aimé, Torres San Miguel, Laura, Velasco Sesma, Angélica (eds.), Hacia una cultura de la sostenibilidad: análisis y propuestas desde la perspectiva de género, Departamento de Filosofía y Cátedra de Estudios de Género de la Universidad de Valladolid, in corso di pubblicazione.

[7]     jones pattrice, “Stomping with the Elephants: Feminist Principles for Feminist Solidarity. Feminist Principles for Radical Solidarity”, in Steve Best - Anthony J. Nocella II. (Eds.), Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Ak Press, Oakland-Edinburgh, 2006, pp. 319-334, p. 321 (trad. a mia cura).

[8]     Idem.

[9]     Idem, p. 324 (trad. a mia cura).

[10]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, in Randall Amster et alii (Eds.),  Contemporary Anarchist Studies. An Introductory Anthology of Anarchy oin the Academy, Routledge, New York, pp. 236-246.

[11]   jones pattrice, “Free as a Bird. Natural Anarchism in Action”, op. cit., p. 238 (trad. a mia cura).

[12]   jones pattrice, “Of Brides and Bridges: Linking Feminist, Queer, and Animal Liberation Movements”, in Satya Magazine, june-july 2005, trad. it. “Unioni e ponti: le connessioni tra i movimenti femministi, queer e di liberazione animale”, in http://anguane.noblogs.org/?p=198, 2011.

Pubblicato in Attualità - Notizie

da: anguane.noblogs.org:

 

Durante l’incontro di Liberazione Animale 2013, si è svolto un workshop sui privilegi e il sessismo che  ha affrontato dei temi interconnessi con le lotte di liberazione delle donne e degli animali, per individuare i punti di contatto e le strategie di sovvertimento dell’ideologia del dominio.

Qui proponiamo il dibattito di questo seminario, pubblicato nel volume che raccoglie i vari interventi all’Incontro di Liberazione Animale, che potete scaricare al link del Libro a seguito del IX incontro per la Liberazione Animale.

 

Continua a leggere su anguane

 

privilege

Pubblicato in Documenti
© 2016 Antispecismo.Net. All Rights Reserved. Designed By WarpTheme

Please publish modules in offcanvas position.