Marco Reggio

Etica ed etichette: il veganismo entra nei supermercati?[1]

 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo non è il solito (demagogico) articolo contro i supermercati vegan. Non è certo un articolo a favore, ma vorrei provare ad affrontare la questione da una prospettiva  diversa rispetto a quella usuale.

Un po' di anni fa, lo stile di vita vegan era la modalità più ovvia di proporre i temi antispecisti al “pubblico” generico e alle singole persone. Lo slogan “go vegan”, che sintetizzava il proposito di convertire una a una le persone in quanto consumatori/trici, poteva persino costituire un modo di esprimere una radicalità, una presa di distanza dagli approcci zoofili e protezionistici. In modo quasi scontato, questo atteggiamento di ambiguità rispetto al carattere più o meno politico della questione (che oscillava tra la semplice scelta rispetto a differenti stili di consumo e l'affermazione di una presa di posizione incarnata contro i mattatoi) produceva una miriade di discorsi che, oggi, molt* attivist* considerano problematici: dal veganismo come efficace strumento di boicottaggio di un intero settore all'uso di argomenti indiretti quali la salute umana, gli sprechi di risorse, l'inquinamento, ecc.; dalla fissazione sulla parolina magica “vegan” al purismo delle varie “polizie vegane”, eternamente in cerca di birre da vietare perché chiarificate con l'albume d'uovo, di quantità infinitesimali di sostanze animali nelle caramelle, indaffarate nell'aggiornamento maniacale di vere e proprie liste di proscrizione con i vari E120[2] ad uso dei “veri vegani”. Quando qualche attivista[3] si proponeva di (ri)portare l'attenzione sullo sfruttamento di animali, il purismo vegan faceva molta fatica a mettersi in discussione, e spesso tacciava le voci critiche di disfattismo.

 

La conquista del supermercato

Nel frattempo, lo stile di vita vegan si affermava sull'unico terreno su cui si era impegnato, quello del consumo. A furia di elaborare strategie di propaganda basate sul presupposto della riduzione delle persone (soggetti? cittadin*? individui? Usare un termine o l'altro non è indifferente, ma ai fini del presente discorso non è poi così importante) a meri consumatori, si è ottenuto un primo “risultato”: i reparti alimentari dei supermercati hanno iniziato ad adeguarsi, o meglio a fiutare l'affare. E, infatti, ora traboccano di seitan, tofu e biscotti “cruelty free”. Anche sorvolando sul fatto che i supermercati stessi costituiscono un problema (una banalità di base di recente riscoperta persino da alcuni sacerdoti dell'antispecismo), in questi templi del capitalismo non cessano naturalmente di fare mostra di sé i pezzi dei corpi animali dei reparti di macelleria e pescheria. Anzi, questi reparti si ingrandiscono senza sosta.

E i sostenitori dello stile di vita vegan?

Molti di loro si sono accorti – di solito senza sentire alcuna necessità di fare autocritica – che qualcosa non quadrava. E hanno, di conseguenza, assunto posture critiche nei confronti del consumo vegan. Lo hanno fatto nei modi più disparati, ma in genere senza mutare davvero atteggiamento, forse proprio per mancanza di autocritica. Credo che una breve disamina delle reazioni più diffuse, tra quelle che riscuotono maggiori consensi fra i/le vegan animalisti/antispecisti in Italia, possa essere utile per comprendere alcuni aspetti meno discussi della questione.

 

Dallo stile di vita alla filosofia di vita...

Una prima reazione consiste – nulla di originale, in sé – nel mutare le parole d'ordine. Per esempio, lo “stile di vita vegan” con il suo corredo di “diventa vegan”, “ogni vegan salva x animali al giorno”, “non consumare derivati dello sfruttamento animale è un imperativo morale”, è potuto facilmente diventare “filosofia di vita vegan” (o altre varianti). Il problema è che non c'è sostanzialmente nulla che distingua la prima formulazione dalla seconda. La “filosofia di vita”, infatti, è sempre una presa di posizione individuale, assunta da un soggetto autonomo, razionale e a-relazionale (il tipico soggetto liberale occidentale, insomma); è un'assunzione di responsabilità che si diffonde poi in modo sostanzialmente moralista (talvolta quasi colonialista), che pretende di imporsi agli altri dall'alto della sua inattaccabilità argomentativa, che costituisce un perfezionamento dello stile di vita, una sua estensione a tutti gli aspetti dell'esistenza, ma pur sempre a partire dal soggetto-consumatore. Più sinceramente, però, sorge il dubbio che ad una parola screditata (“stile”) in quanto associata al tema delle “mode” passeggere, dei trend più o meno giovanili, delle “tendenze”, si sia voluta sostituire una parola più “nobile”. In effetti, “filosofia” fa più figo. Come negli altri casi, il punto è che l'abbandono dello stile di vita/consumo non è nato da una critica ragionata, ma dalla semplice necessità di distinguersi da un discorso che era via via meno etichettabile come discorso di minoranza, e quindi come discorso radicale. Questo caso è comunque relativamente marginale, e non ha avuto un successo particolarmente significativo.

 

Sempre più vegan

Un grande filone di risposte al fenomeno dei supermercati vegan è invece quello della radicalizzazione, dell'approfondimento dei requisiti del consumo vegan. Se l'ingiunzione a rifiutare carne, pesce, latte e derivati, uova e miele è ormai assumibile nella pratica quotidiana con relativa semplicità, è sempre possibile irrigidire questa ingiunzione, modificando pezzettino per pezzettino la definizione stessa di prodotto vegan. Per esempio, si potrà sostenere che alcuni ingredienti, anche se non derivano direttamente dallo sfruttamento animale, non sono etici, il che significa “eticamente non accettabili per il bravo vegano”. L'olio di palma, la cui produzione è causa di deforestazione, depauperamento dei suoli e, indirettamente, sofferenze e morte per molti animali, potrebbe quindi non essere soltanto oggetto di un boicottaggio o di una denuncia parallela, aggiuntiva rispetto a quella di chi sottolinea la violenza insita nella produzione di carne, latte e uova. L'olio di palma, pur essendo un prodotto vegetale, può, secondo questa logica, rientrare fra gli ingredienti “proibiti” in un prodotto che si definisca vegano. Questo significa che “vegan”, pur di non essere associabile ad alcun articolo della grande distribuzione, diventa un termine ombrello che significa tutto e niente. Consideriamo che un analogo discorso può essere fatto (e viene fatto!) non solo per gli ingredienti, ma anche per le modalità di produzione e per i soggetti che producono. Sfruttare i lavoratori è, ovviamente, una pratica a dir poco criticabile, ma con questa logica può divenire un ulteriore criterio per determinare cosa non è vegan. Similmente, le modalità di produzione che si basano su tecnologie altamente inquinanti possono rientrare fra i candidati a indicare il prodotto da escludere dalla dieta vegan: siamo sicuri che la soia sia davvero vegan? E il riso ogm? E ci sono poi i produttori, appunto. Se un produttore di biscotti vegan perfettamente compatibili con quanto detto sin qui fosse anche un produttore di merci che tanto compatibili non sono? O, peggio, se fosse una multinazionale? O, di peggio in peggio, una multinazionale della carne?

In sostanza, stiamo parlando di tutto e di niente, come si diceva sopra. “Vegan” significa “senza derivati animali e rispettoso di umani, ambiente, diseguaglianze sociali, ecc.”. Insomma, qualcosa come “vegan + equo e solidale”. Oppure, significa: “eticamente accettabile da tutti i punti di vista possibili” (!).

Una breve parentesi per chiarire un aspetto forse banale. Chi scrive non vede di buon occhio gli ogm, né lo yogurt di soia Granarolo, né le linee di biscotti Esselunga, né tantomeno la produzione attuale di olio di palma ad uso dei ricchi consumatori occidentali. Non è questo il punto. La lotta contro alcuni prodotti, alcuni produttori o contro alcuni fenomeni come lo sfruttamento lavorativo, l'espropriazione delle terre delle piccole comunità da parte delle multinazionali, la pubblicizzazione di prodotti cancerogeni come se fossero innocui, sono tutte lotte degne di essere intraprese, quanto la lotta contro lo sfruttamento animale (che peraltro non è da esse slegata). Il punto è se chi è interessato al termine “vegan” per questioni identitarie abbia compreso che addossando a tale termine la responsabilità di individuare senza appello tutti i mali del mondo se ne faccia un termine inservibile, inutile anche a denunciare quella forma di violenza che, avendo come vittime dei soggetti scarsamente considerati dall'opinione pubblica, necessita forse di una denuncia più forte e, soprattutto, più esplicita. Per questo, una critica delle “repliche” ai corner vegan nei supermercati avanzate da parte di chi ha a cuore il termine può fare emergere alcuni spunti utili alla liberazione animale.

 

“Non basta essere vegan”: dal supermercato vegan al super vegan

Il secondo grande filone delle risposte di chi, fino a poco tempo fa, ripeteva fino allo sfinimento lo slogan “go vegan”, è quello di mantenere, grosso modo, la definizione classica di prodotto “cruelty free”, spostando l'attenzione sulla posizione politica generale di chi mangia vegan. Chi mangia vegan, si dice, è – fatta eccezione per i salutisti e qualche ambientalista – animalista o antispecista. Critica cioè la discriminazione di specie, o l'antropocentrismo, o comunque le pratiche di violenza ai danni di tutti gli animali (con maggiore o minore consapevolezza del fatto che gli umani sono anch'essi animali). E siccome questa posizione – prosegue il ragionamento - deve confrontarsi, in qualche modo, con un assetto mondiale che è fatto di ingiustizie e di distribuzioni di potere inique sotto diversi aspetti, che esulano dalla sorte degli animali non umani oppure la implicano ma in modo meno diretto da come siamo abituati a pensare (gli ogm, Granarolo, Esselunga, l'olio di palma, ecc...), la parola “vegan” designerà solo un aspetto parziale della presa di posizione critica. Al vecchio “go vegan” si sostituisce dunque una retorica fatta di “essere vegan non basta”, “essere vegan è solo il primo passo”, “vegan perché antispecisti”, e così via. Beninteso: slogan condivisibili, tutto sommato. Il problema è però più sottile. La fiducia nel proselitismo vegan svanisce nonostante il successo ottenuto, perché ci si accorge che si tratta di una vittoria di Pirro. L'aumento del numero di vegan non significa automaticamente aumento di individui disposti a prendere posizione sullo specismo, e se la maggiore facilità ad alimentarsi senza prodotti animali promette di spingere verso un ulteriore aumento dei consumatori “animal friendly”, innescando un circolo virtuoso, è anche vero che questo circolo virtuoso riguarda soltanto l'ambito del consumo. Il che era francamente prevedibile, ma questo è un altro discorso. Il punto importante qui è che molt* si sono accorti di aver puntato sul termine sbagliato, perché questo termine è sussumibile dal capitalismo che – si sa, almeno fuori dai circoli antispecisti – è in grado di riassorbire qualsiasi istanza, dal pacifismo al comunismo, dall'anarchismo alle rivendicazioni delle comunità LGBT. Dopo essersi accorti di questo prevedibilissimo fenomeno, hanno pensato, semplicemente, di alzare la posta. “Vegan” è un termine recuperabile dal mercato? Può essere facilmente fagocitato, rimasticato e reimpastato persino per promuovere lo sfruttamento animale? Proponiamo un altro termine, meno ambiguo. La proposta, manco a dirlo, è “antispecista”.

Il problema non è tanto se questa proposta sia sensata o meno, ma che fondi la propria forza sulla potenza della parola in sé. È ovviamente possibile – e utile – discutere della terminologia, se la discussione verte sul significato dei termini[4]. Spesso l’etichetta di “antispecista”, quando viene proposta come soluzione delle contraddizioni dei/lle vegan, porta con sé pochi o nessun contenuto di reale critica al veganismo. Ne costituisce, insomma, un superamento puramente terminologico.

Di fatto, l’”antispecista” non è altro che un vegano 2.0.

In questi casi, “antispecista” può per esempio rimandare all’immagine di una persona vegan ma attenta ai problemi dello sfruttamento umano. In aggiunta al boicottaggio dei derivati animali, il “super vegan” esprimerà il proprio dissenso verso il capitalismo trasferendo semplicemente la propria modalità di lotta ad altri ambiti, allargando cioè (all’infinito?) la gamma di prodotti “vietati”. Non avendo sottoposto a critica il consumerismo vegan – e avendo frainteso il senso della sua inadeguatezza politica -, non farà altro che riprodurlo, propagarlo, sostenendo per esempio che McDonald’s si sconfigge principalmente... non entrandoci. Un errore strategico la cui portata diventa ancora più ampia: il rimedio è peggiore del male.

In altre versioni, “antispecista” significa semplicemente “consumatore vegan avverso alla grande distribuzione”. In questi casi, la soluzione al supermercato vegan è quella di disertarlo, continuando a proporre – in sostanza – uno stile di vita vegan, ma questa volta attento ai temi del km zero, del biologico, dell’autoproduzione. Ancora: il problema non è se il cibo bio o autoprodotto siano  cattive pratiche (anzi, è il contrario), ma se possano costituire una risposta politica al recupero della domanda vegan come target di consumatori da soddisfare.

In altri casi ancora, “antispecista” rimanda a un veganismo che rifiuta con sdegno motivazioni che non siano etico-politiche. Il vero antispecista sarebbe quello che compra i biscotti senza latte e uova solo perchè non vuole uccidere i vitelli e le galline. Anche questo – che è uno spostamento d’accento per me molto condivisibile – si rivela inutile se è declinato in termini di consumo. E infatti, puntualmente, dopo la diffusione delle merci vegan, spuntano anche i “biscotti antispecisti”. Gli antispecisti inorridiscono, ma sbagliano clamorosamente il bersaglio: “l’azienda che li produce non è antispecista!”, “è una multinazionale!”, “se i biscotti sono antispecisti non si possono trovare il supermercato, per definizione”. Tutto ciò è grottesco, e talvolta il grottesco è un sintomo di derive identitarie. In realtà, se non si fa autocritica sul fatto di aver sostenuto, più o meno esplicitamente, per anni, che una posizione etica può essere rappresentata da un’etichetta, è inutile radicalizzare la propria etica, per poi scoprire che può essere sempre contenuta in un’etichetta, e che il terreno di scontro saranno sempre... i biscotti.

La questione è – letteralmente – se l’etica possa diventare un’etichetta, cioè una certificazione con una lista di ingredienti. Non aver colto che una presa di posizione etica (politica) non è esprimibile come somma di requisiti (la dieta vegan + il boicottaggio dell’olio di palma + un po’ di antisessismo e antirazzismo q.b., per esempio), rende insormontabile il problema delle etichette, di quelle etichette vegan che si stanno moltiplicando nei supermercati.

 

Spostare l’asticella della purezza?

Temo che qualsiasi proposta di sostituire “vegan” con una nuova etichetta sia poco produttiva, se prima non si è decostruito il veganismo per come lo conosciamo, e cioè come una pratica connotata da due vizi di fondo. Il primo è, come si è detto, quello di accettare acriticamente le regole del gioco del capitalismo, per cui i soggetti sono anzitutto consumatori, le ingiustizie sono l’effetto di tare individuali e il volontarismo è il comune denominatore di ogni soluzione possibile: ognun* cambia le proprie abitudini quotidiane, e il mondo cambierà radicalmente[5]. Come si è visto, questa logica può essere facilmente estesa a piacere: come c’è un consumo vegan, potrà esserci un consumo “antispecista”, “vegan etico”, ecc.

Il secondo vizio di fondo è quello identitario. Al di là del modo in cui si intendono le parole-chiave, l’attenzione stessa alle parole in sé è problematica. O almeno lo è il modo in cui la scelta delle etichette finisce per farla da padrona nel dibattito. Provate a discutere in un gruppo di vegan, un blog, un forum o – meglio ancora – su un social network, del fatto che ormai è facile trovare il cappuccino di soia o la brioche vegan al bar. Vi imbatterete in:

- quell* che se ne rallegrano, perché il mondo sta finalmente cambiando;

- quell* che sostengono che questo significa poco, in quanto dentro alla brioche c’è l’olio di palma;

- quell* che ricordano che l’unica soluzione è farsi i dolci in casa;

- quell* che più sottilmente dicono che non si tratta di una vittoria, ma in compenso è un segnale di attenzione (ci temono? vogliono comprarci a suon di cornetti?);

- quell* che dicono che dovrebbe diffondersi l’antispecismo e non il veganismo (come se l’antispecismo potesse diffondersi nelle vetrinette dei bar).

Immancabilmente, la discussione finirà su che cosa o chi si può definire vegan. Qualcuno dirà che quella brioche non è vegan, qualcun altro che il vero vegan non compra le brioche, oppure che il punto è se un vegan che compra il cornetto sia un vero antispecista, che cosa sia un vero antispecista, e così via. È evidente che al centro delle nostre preoccupazioni non c’è un progetto politico in grado di evidenziare la violenza sugli animali mettendola in connessione con il neoliberismo, né una tensione verso un veganismo destabilizzante[6] e anticapitalista, ma soltanto un’ansia identitaria che ben si sposa con l’attenzione agli stili di consumo.

Questa ossessione per l’identità, intesa come una continua (ri)definizione di chi o cosa può essere incluso nella comunità (nel senso più negativo del termine), struttura tutto l’impegno all’allargamento della base di attivist*, argomento di cui si parla da molto tempo. “Allargare la base”, cosa che spesso coincide con “veganizzare”, significa troppo spesso adoperarsi affinché nuovi soggetti aderiscano ai rigidi requisiti che possono farne membri della nostra comunità. Per inciso, questo identitarismo comunitario è responsabile anche della violenza verbale ed escludente che spesso si scatena contro i/le vegetarian*, talvolta trattati peggio degli onnivori[7].

Come sottolinea Maurizi nel testo citato sopra, anche se le riflessioni “teoriche” sono importanti, esse non possono sobbarcarsi l’onere di decidere delle strategie reali, le quali si svilupperanno solo nel movimento reale, nei gruppi che realmente si troveranno a discutere e decidere gli obiettivi di breve e medio termine. Ma se il “movimento” è identitario, gli obiettivi saranno decisi in funzione di un criterio unico e sommo: l’autoconservazione.

Come uscirne? Certamente, come dice Chloë Taylor[8], dovremmo forse smettere di dire che “siamo vegan” per dire invece che “mangiamo vegan”. Ma siamo sicur* che questo sia sufficiente, se poi ci affanniamo a dire che “siamo antispecisti”? Anche questo “ci”, questo “noi” cui faccio riferimento non deve essere dato per scontato: in questo contesto, si rivela parte del problema. Persino parlare di quanto emerso finora sembra necessitare di un “noi”, di un’appartenenza comune da cui proferire parola, un’appartenenza che è già, però, fin dall’inizio, un punto da mettere in discussione, forse il punto da mettere in discussione.

Ma anche dando per scontato che si debba per forza partire da un “noi”, seppur senza connotazioni troppo identitarie – per rispondere al quesito se sia sufficiente “alleggerire” il veganismo come nella proposta di C. Taylor – si può forse riflettere su un altro aspetto della questione. Invece di affannarci a definire chi è “con noi”, non sarebbe più produttivo investire energie nel ricercare la relazione con altri soggetti con cui condividere lotte, percorsi, incontri e saperi, apert* alle possibilità di reciproca contaminazione e senza dover per forza giocare il gioco dell’inclusione/esclusione, della distribuzione di patenti di antispecismo? Il rischio – da correre – è che si scoprano relazioni e prospettive che da dentro il recinto della nostra “comunità vegan” non siamo neanche in grado di scorgere.



 


 

NOTE

 

1 Ringrazio feminoska e Aldo Sottofattori per l’attenta lettura e i preziosi suggerimenti durante la stesura dell’articolo.

2 La sigla E120 è puramente casuale: chi scrive non si interessa dei nomi dei vari additivi usati dall'industria alimentare.

3 Un buon esempio è quello di Antonella Corabi: cfr. “Diffondere lo stile di vita vegan: una critica” (http://www.veggiepride.it/index.php/documenti/54-diffondere-lo-stile-di-vita-vegan-una-critica).

4 È il caso di Marco Maurizi che, di recente (Animalismo o antispecismo?, in “Liberazioni”, n. 22), ha proposto proprio di abbandonare il termine “animalismo” – e la centralità del veganismo – in favore di “antispecismo”. Che li si condivida o meno, sono però gli argomenti di Maurizi che sono interessanti e che dovrebbero essere oggetto di discussione, e non certo le parole che li riassumono (del resto, l’autore lo dice molto esplicitamente).

5 Ancora, per una critica di questa tendenza, si veda l’articolo di M. Maurizi, Animalismo o antispecismo?. Cfr., inoltre, Serena Contardi e Antonio Volpe, Editoriale, in “Animal Studies”, n. 7/2014.

6 Come è il caso del veganismo queer proposto da Rasmus R. Simonsen (Manifesto queer vegan, Ortica 2014).

7 Cfr. Marco Reggio, Che cosa rappresenta il veganismo?, antispecismo.net.

8 Foucault e "l'etica del cibo", in “Liberazioni”, n. 19/2014.

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Fonte: intersexioni.it

Dignità delle persone e autodeterminazione:

oltre i confini del binarismo di sesso/genere

di Michela Balocchi ed Egon Botteghi

Le intersezioni di intersexioni

Il collettivo intersexioni nasce nella primavera del 2013 dalla volontà di un piccolo gruppo eterogeneo di persone, già legate tra loro da esperienze pluriennali di collaborazione sul tema dei diritti umani e legate anche da forti rapporti di amicizia e stima reciproca. L’eterogeneità del gruppo è data da molteplici fattori: proveniamo da diversi percorsi lavorativi ed educativi, cosa che ci arricchisce reciprocamente; da diverse aree geografiche, cosa che ha reso la nostra presenza sul territorio più diffusa di quanto lo possa essere un’associazione con base locale; da diverse appartenenze o non-appartenenze identitarie e vari sono i nostri posizionamenti (2), cosa che ci rende buone alleate, decisamente allergiche a essenzialismi e determinismi biologici (3). Ci accomuna l’interesse per l’analisi delle cause delle discriminazioni basate su caratteristiche ascrittive, così come di quelle economiche e sociali, l’impegno all’elaborazione teorica unito al desiderio di incidere concretamente sulla realtà per contribuire a cambiarla, a migliorarla, la contaminazione tra teoria e pratica, tra accademia e militanza e soprattutto uno sguardo intersezionale dai margini, anche come studiose di confine (4).

Quello di intersexioni è sicuramente un progetto ambizioso e complesso. Siamo state le prime, e al momento siamo le uniche, in Italia ad unire l’impegno sul tema della conoscenza scientifica delle questioni intersex e dell’advocacy per i diritti umani delle persone con tratti intersex/dsd (5) all’analisi di altre aree che vedono diritti umani violati e forme di oppressione e di prevaricazione per genere, identità ed espressione di genere orientamento affettivo-sessuale, caratteristiche somatiche ed etniche. Se alcune di noi già lavoravano, dal punto di vista teorico e/o pratico, alla decostruzione delle strutture di potere collegate alle ideologie genderiste, sessismo, omotransintersex-negatività e razzismo, evidenziandone interconnessioni e forme di produzione e riproduzione macro e micro sociali, a questo si è unita – fin dalla fondazione del collettivo – una riflessione sullo specismo, che ci ha aiutate ad approfondire, da punti di vista per molte di noi inediti, le radici comuni tra le diverse forme di dominio e di violenza, di cui si possono riscontrare le origini comuni nell’economia e ideologia pastorale e patriarcale (Mason 2007).

 

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Bisogni di leggerezza

 

Il variegato panorama mainstream ci offre, specie negli ultimi tempi, delle perle di saggezza a cui si non possiamo rimanere indifferenti.

Per chi pensava che oltre al filone stile PETA (belli, famosi, ricchi e possibilmente bianchi) non si potesse più andare, ebbene, certe nostrane spontaneità dimostrano il contrario. Può capitare, infatti, nel nostro Paese che avvicinandoti a un tavolo informativo per prendere un volantino si diventi vulnerabili all'incontro ravvicinato col membro sventolante, momentaneo sponsor appena di ritorno dell'Isola dei Famosi. E se si auspicava che l’abuso di certo nudismo prèt a porter, di cui forse è andato perduto il significato rivendicativo, ecco che arriva in rete il trailer di Vegan Chronicles. Una figa-ta!

All’insegna del ‘famose ‘na risata’ (a spese dell’artri) confermando in modo imbarazzante tutti gli stereotipi del caso, ci viene proposto in salsa rosa uno dei leit motiv più gettonato da quella stessa cultura del dominio e del controllo di cui siamo intrisi e che accomuna tutti: la vagina.

Chi conosce un testo fondamentale come ‘The Sexual Politics Of Meat’ scritto daquella buontempona di Carol Adams, ha più o meno intuito come ‘stupro degli animali’ e ‘corpo delle donne’ siano elementi imprescindibili l’uno dall’altro.

(per parziale presa visione qui il link).

Di che si tratta? In sostanza i due giovani/sprovveduti/ingenui/vegani autori – cosa si sono immaginati di proporre in risposta ai cassamortari che postano sul loro sito foto (credendole provocatorie) che li ritraggono sorridenti accanto a poveri animali sgozzati? Una terapia radicale a base di vagina, come scientificamente sottolineano i due bravi.

Niente di nuovo, dunque.

Gli autori/interpreti mostrano alla telecamera, tramite un altro pc, una grande vagina-tipo. “C’è un’entrata e poi un corridoio, e se la situazione lo consente una seconda uscita" Uau!!! Ma chestile! Ammiccano e ridacchiano. Si capisce chiaramente che sono degli esperti, anzi lo affermano in diretta. Soprattutto sono molto originali almeno tanto quanto i loro antagonisti. E soprattutto sono giovani, più o meno carini,bianchi,eterosessuali, famosi e soprattutto vegani.

Che si strumentalizzi il corpo delle donne (senza neanche pagare i diritti d’autore) è cosa nota, così come lo sono i corpi di altri animali.

Sfugge forse ai ragazzi di Vegan Chronicles che tra le nefandezze che circolano in rete ad esempio, c’è una foto in cui una vagina, presumibilmente vergine, è stata ricostruita pari pari con delle fette di mortadella(si sono impegnati di più ).

Ma non importa,quando si parla si stile di vita , non esistono esitazioni: ogni mezzo è lecito!

Che importa poi se si ripercorrono e confermano certe routine culturali patriarcali,misogine, omofobe, feroci,alienanti, rozze e vivisettorie. Fra un po’ ci sarà l’elezione di miss e mr Vegan, con tanto di maglietta dedicata, e ‘sta a guardà er capello!!!

In tutte queste operazioni identitarie va da sé che proprio i protagonisti vengano offuscati: i du’ pischelli e loro seguito? NOO! Sempre con ste manie di protagonismo! Parliamo di tutti quegli animali che, ancora una volta, diventano invisibili.

Già, proprio“quelli”, i torturati, i denigrati, gli allevati per essere ammazzati, gli umiliati e offesi, quelli a cui persino realtà animaliste vorrebbero negare la capacità di autodeterminazione e il desiderio di libertà (al contrario, invece, l’allevatore sa bene di cosa sono capaci i suoi schiavi).

Così presenti e così invisibili in un’orgia collettiva di sguardi pornografici. È proprio allora che la vagina medicale torna sulla breccia. Parte smembrata del corpo femminile (con funzione anche “riproduttiva”,sottolineano i due spiritosi) tanto che si potrebbe collocarla su un bancone di macelleria, rosa tre le rose.

Ma si sa ,c’è bisogno di leggerezza. E soprattutto di machismo (che per altro in diversi casi ottiene persino il plauso di certo femminile. Aiuto!)

Un sentito ringraziamento, dunque, agli spiritosi ignari seppellitori di lotte, lacrime e sangue, che in pieno stile consumistico, si ripropongono esattamente uguali alla società che si vorrebbe cambiare.

Ragioniamo gente, ragioniamo. Fortunatamente mangiamo vegano, ma non siamo vegane.

 

Laura Lucchini, Francesca De Matteis

 

brittney

CreditFoto: BrittneyWest's Art

Pubblicato in Spunti di Riflessione

Facebook non è certo il mondo intero, ma uno spaccato del mondo, in qualche modo può mostrarlo... soprattutto se, come nel mio caso, lo si utilizza a fini di divulgazione politica, magari su diverse tematiche, aggregando quindi persone molto diverse tra loro.

Ci tengo a precisare che, a parte qualche parente o amico di primissimo pelo, non ho mai chiesto l'amicizia a nessuno. Sono consapevole di come il mio profilo risulti fortemente doloroso e lascio che a farsene carico sia chi decide di accettare (oppure no) le mie miriadi di documenti durissimi e le spigolose critiche morali che in nome della sola amicizia non avrebbero alcuna ragione di essere fatte.

I miei "amici" su facebook sono quasi tutti contatti arrivati fino a me considerandomi "amica" perché animalista, amica perché antispecista, amica perché movimentista, perché ecologista, perché buddista, etc.. una, più, o tutte queste cose messe insieme.

Leggendo dunque tra i miei tanti contatti, per la maggior parte sconosciuti, scopro talvolta altissimi momenti di umanità che taluni desiderano condividere, ma purtroppo anche molti picchi di bassezza ignobile e spudorata.

In particolare solo le perle razziste a sprecarsi, come anche le grasse risate sulla sofferenza altrui, soprattutto animale.

Tutto ciò ha il patetico filo conduttore di una cultura del dominio, e lo sappiamo (qualcuno lo sa): l'oppresso, cieco e “instupidito” non fa che opprimere a sua volta, per partecipare e riscattarsi in qualche modo...difendendo i propri piccoli privilegi e finendo con l'ostentare l'empatia di una zucchina.

Eppure, io non cancello nessuno. Neanche quando a leggervi provo immenso dolore e le mie speranze vacillano.

Non vi cancello cari razzisti, spessissimo animalisti, perché è tanto per voi quanto per il più efferato dei macellai (o mangiatore goliardico di persone altro-da-umane) che continuo a coltivare speranza: è per voi, in fondo, che mi affanno. Se è vero che esiste un problema, e l'oppressione dei deboli per me è il problema... ecco che voi ne fate parte tanto da essere, in fondo, con la vostra superbia e stupidità, la forza motrice di questa macchina delle ingiustizie.

Tanto quanto il piccolo ingranaggio umano che accompagna ridacchiando il maiale al macello, voi che senza un minimo di amor proprio o dignità, inneggiate contro Rom e negri siete l'ottusa rotella su cui continua a scorre il nastro trasportatore di ogni abbietta ineguaglianza sociale. Ignoranti per definizione (fate i nazionalisti, ma spesso non sapreste distinguere la nazionalità neanche leggendola sulla carta di identità), se non avete ancora tutti e due i piedi nella fossa c'è per voi speranza come per qualsiasi pellicciaro o cacciatore e per ciò, mai mi sognerei di escludervi dai potenziali redivivi al regno degli umani.

Per questo non cancello nessuno, né quelli che fotografano le grigliate, né quelli che esultano contando altri 700 migranti morti.

Penso a loro... e immagino che da dove forse vi osservano ora, riescono meglio di me a provare la pietà che di fatto meritate.

Non vi cancello perché purtroppo non basta cancellare un profilo, non basta neppure cancellare qualcuno dalla propria vita, per cancellare i danni che provoca pompando la propria ostinata ignoranza.

Resto qui invece, in attesa, sperando che un giorno sia dato anche a voi di fare due più due, perché così vorrebbe l'intelligenza datavi da madre natura e magari così, riuscirò nell'intento di aiutarvi a contare:

  • 1+1 = i bombardamenti nei paesi arabi e nord africani li fanno i paesi occidentali;
  • 2+2 = i bombardamenti e le guerre servono solo a trattenere il potere o a riportarlo, nelle mani dei pochi che  controllano energie e risorse, sfruttando sia il pianeta (anche il vostro) che gli individui (anche voi) come fossero risorse;
  • 3+3 = i migranti sono quasi sempre persone in fuga dalle oppressioni che i vostri pesantissimi culi hanno voluto finora ignorare. Per altro, sarebbe carino che imparaste la differenza tra le parole "migrante", "rifugiato", "clandestino"...non tanto perché faccia grande differenza morale, ma almeno per fornire il sospetto che siate capaci di comprendere un testo;
  • 4+4 = i soggetti che sfruttano ed opprimono il “baubau” (l'odiato da voi migrante) sono gli stessi che continuano a prendere a calci i vostri (sempre) pesantissimi culi, ma mi rendo conto che spesso non non vi accorgete di avere un culo talmente gonfio di calci da non sentire più i colpi;
  • 5+5 = i flussi migratori sono un (il) business gigantesco di cui la mafia moderna è diretta e prima promotrice. Magari pensate che le miriadi di venditori ambulanti che vediamo lungo tutta la costa a vendere Nike contraffatte, abbiano personalmente disegnato il logo sulle scarpe... resta il fatto che spesso siete proprio voi i puntuali acquirenti, disposti a tutto  per avere di che fare i fighi con gli amichetti, chiaramente sotto costo;
  • 6+6 = la mafia è dentro le istituzioni grazie a connivenza e servilismo della miriade di ignoranti che sfogano le proprie frustrazioni esprimendo odio verso capri espiatori, ovviamente senza comprendere minimamente i fenomeni che li circondano, figuriamoci concetti complessi come i fenomeni sociali e migratori..
Syria

Dunque, tornando a noi: no, non vi cancello. Aspetto il momento in cui con un po' di buon senso la smetterete di dare la colpa all’uomo nero come fanno i bambini piccoli e gli adulti gravemente disinformati ed inizierete a fare qualcosa di utile per risolvere giganteschi problemi che pesano tonnellate di sofferenza, iniziando  con lo smettere di foraggiare la mafia comprando Dolce e Gabbana in spiaggia. Magari la smetterete di dare potere al caporale di turno con la vostra omertà e di accettare contratti a tempo determinato di una settimana rinnovati per anni, di votare per chi ha trovato un lavoro da schiavo al vostro parente, di allungare la lingua per leccare il culo al potente di turno ogni volta che passa per la vostra strada, il quale guarda in po’ è quello che propone gli interventi militari “umanitari”.

Chissà. Se ciascuno cominciasse a fare la propria parte, forse i problemi si affronterebbero alla radice, senza queste iniezioni strappa lacrime ad ogni strage annunciata e correlati sfoghi razzisti.

Forse si riuscirebbe a dire basta all'industria bellica senza difenderla solo perché sono gli stessi che producono fucili da caccia, dolce passatempo per i rambo “civili” e un po' vili..

Forse si inizierebbe a dire no alle esportazioni coatte di democrazia, si lotterebbe per sistemi democratici garantisti di degna civiltà, si lotterebbe per il disarmo e per l'equità nei diritti in tutto il mondo così che magari l'algerino avrebbe meno fregola di abbandonare la propria vita per venire in Italia a fare lo schiavo e l'italiano non sentirebbe tutta 'sta urgenza di andare a cercare lavoro in un call-centre in India.

Forse si smetterebbe anche di ridere di fronte ad un agnello sgozzato sulla tavola o ad un bambino affogato in mare.

Resta il fatto che io non vi cancello, al contrario, vi aspetto.


Crediti Immagine: IHH Humanitarian Relief Fo

 
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“La merda come disvelamento”
come far cascare il velo di Maya dell'equitazione in una semplice mossa.

di Egon Botteghi

 

“Al matematico devono fare orrore le mie elucubrazioni matematiche, infatti il suo addestramento lo ha sempre distolto dall'abbandonarsi a pensieri e dubbi, come quelli che sviluppo io.[...]egli ha conservato una forma di disgusto di fronte a queste cose come se fossero qualcosa di infantile. Cioè, io sviluppo tutti quei problemi che un bambino nell'apprendere l'aritmetica ecc. percepisce come difficoltà e che l'insegnamento reprime, senza risolverli. Io dico dunque a questi dubbi repressi: voi avete ragione, domandate pure, ed esigete una chiarificazione” (Ludwig Wittgenstein, Philosophische Grammatik)

Una volta Ludwig Wittgenstein affermò che le domande dei bambini sulla matematica, quelle domande che sembrano a noi adulti ingenue, fuori luogo e mal poste, sono invece le domande fondamentali che andrebbero ascoltate.

Questo mi riporta a quanto accade nell'interazione tra istruttore di equitazione ed allievi “alle prime armi”, a quanto accadeva anche a me al tempo in cui lavoravo entusiasticamente come istruttore di equitazione, passando le mie giornate nel rettangolo del campo ostacoli, tra aspiranti cavalieri ed amazzoni, grandi e piccoli, e cavalli che dovevano prestare il proprio corpo alla funzione del “far imparare”[1].

I bambini e le bambine, come anche le persone adulte, che nel loro status di insipienza momentanea regredivano allo status di infanti, mi ponevano infatti delle domande importanti sulle prassi e sugli strumenti che io gli stavo proponendo, delle perplessità e delle resistenze che sarebbe stato giusto ascoltare ed analizzare, a cui io però ero addestrato a rispondere prontamente, disinnescando la loro portata e placando la loro ansia di poter fare del male al cavallo.

La maggior parte delle persone, ed io fra queste, si avvicinano infatti all'equitazione per un interesse per l'animale cavallo, o per gli animali in genere, o per un generico desiderio di passare del tempo a “contatto con la natura”.

L'addestramento al dominio viene dopo.

Purtroppo l'equitazione ci viene presentata e proposta in risposta a questi interessi, come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come modo per essere vicino a questi animali.

Il cavallo è trasformato nell'animale da equitazione e chi pratica l'equitazione in amante degli animali, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia e sodalizio.

L'equitazione è l'arte di addestrare i cavalli all'ubbidienza e l'arte di tacitare le domande fondamentali che  molti esseri umani si pongono sul cosa stia veramente succedendo al cavallo nel momento che lo cavalco, e di quale siano le sue esigenze reali.

Una delle domande ricorrenti riguardava l'uso dell'imboccatura[2].

Moltissime persone rimanevano un po' sgomente all'idea che il cavallo dovesse indossare nella sua bocca questo pezzo di ferro, per poter essere da loro direzionato.

Spontanea insorgeva la domanda, spesso accompagnata con faces di disgusto e/o di apprensione: “Ma non fa male? Ma non sta scomodo?”

Io mi affrettavo a spiegare diligentemente che la bocca del cavallo non è uguale alla nostra (come se in questa domanda si celasse un errore di “antropomorfizzazione del cavallo o troppa immedesimazione), che quindi l'imboccatura trova il suo alloggiamento nelle barre, cioè in quella porzione della bocca del cavallo che è priva di denti e che quindi non causa il dolore che sentiremmo noi ad avere un pezzo di ferro che ci batte sui denti.

Poi insegnavo loro come far indossare l'imboccatura al cavallo, come mettergli un dito in bocca per indurlo ad aprirla.

Il passo successivo, per molte ore di insegnamento, era però poi quello di insistere ed insistere a dosare con molta attenzione la forza delle loro mani sull'imboccatura, perchè poteva risultare molto dolorosa per il cavallo.

Insomma il problema non era lo strumento in se, ma imparare ad usarlo bene per non causare eccessivo dolore.

Ma quante ore di equitazione, e quante bocche di cavalli da scuola torturate per fare in modo che un cavaliere od un'amazzone acquisissero una buona mano?

In realtà il problema è proprio quello che faceva arretrare di disgusto alcuni neofiti e cioè l'imboccatura, perchè il fatto che vada sistemata sulle barre, prive di denti, non toglie niente all'essenzialità del fatto che l'imboccatura sia uno strumento che provoca dolore, agendo mediante pressione proprio attraverso il contatto tra il metallo e l'osso.

Le barre sono infatti parte ossee con un margine affilato (con una sezione della stessa misura di un guscio d'uovo) coperte solo da un sottile strato di gengiva e dalle mucose della bocca. In corrispondenza delle barre l'osso della mandibola non è imbottito né in alcun modo protetto dal morso ed è esposto ai traumi come le creste tibiali dell'essere umano[3].

Ma la spiegazione che allora avevo confezionato serviva a tranquillizzarci tutti sul fatto che l'uso del morso non fosse un problema in sé, anche se era contro intuitiva.

Innanzitutto era rassicurante perchè data dall'autorità indiscussa di quella situazione e cioè io, l'istruttore, la persona che in quel momento deteneva il controllo su tutti gli attori, cioè allievi e cavalli e poi perchè ci vuole poco a tranquillizzarci quando una cosa proprio non siamo disposti a vederla.

Analoga la situazione con l'uso degli speroni.

Più difficile dissimulare il fatto che lo sperone esista apposta per provocare dolore al cavallo e quindi più articolata doveva  essere la risposta atta a far apparire comunque il cavaliere come un buon amico del cavallo, un binomio affiatato, come si dice in gergo.

Sullo sperone c'è addirittura un galateo dell'uso, per cui andrebbero tolti una volta scesi da cavallo, a meno di non essere un militare o un machissimo esponente della monta western, che va sempre in giro con gli speroni bene in vista sugli stivali.

Gli speroni poi in genere non si fanno indossare ai neofiti, ma solo alle persone che abbiamo acquisito una certa esperienza (ma se il cavallo è pigro si mette al bambino subito in mano una bella frusta!)

Gli speroni sono infatti degli strumenti di metallo (oggi anche in plastica), da applicare al tacco degli stivali, che terminano con varie forme, a secondo della severità (ci sono anche quelli che terminano con delle rotelle appuntite).

Servono, conficcandoli nei fianchi dei cavalli, come ausilio per indurli ad avanzare e spesso (ma anche qui il bon ton suggerirebbe di non farlo troppo in pubblico) vengono usati per impartire una vera e propria punizione.

A chi mi domandava se questi speroni non fossero troppo dolorosi per i cavalli, io rispondevo, anche qui, di non immaginare i fianchi dei cavalli delicati come i nostri e di non immaginare quindi di ricevere una gragnuola di colpi sulle costole, perchè i fianchi dei cavalli sono meno sensibili.

Quanti cavalli ho invece visto fiaccati dagli speroni, con ferite aperte sui fianchi dalle punte delle rotelle, con il derma scollato tra muscolo e pelliccia in corrispondenza della zona di azione degli speroni e presi a speronate in qualsiasi circostanza (perchè quando ci vuole ci vuole ed il cavaliere alla fine deve farsi ubbidire) che sia un campo prova, un campo ostacoli in una gara ufficiale o una simpatica passeggiata tra amici.

La domanda però che faceva emergere tutta la schizofrenia tra la mia condizione di cavaliere professionista ed animalista, era quella che le persone che mi riconoscevano appunto come amante degli animali da sempre, mi rivolgevano sul mio ingaggio all'ippodromo.

Nei dieci anni che ho infatti lavorato come artiere a cavallo negli ippodromi di corse al galoppo (ed un paio di anni anche in quelli al trotto), alcune persone che mi conoscevano bene, mi chiedevano  come potessi essere coinvolto, senza star male, in questo mondo così duro con i cavalli, e come potessi montare questi cavalli senza sentirmi responsabile per la loro sorte.

Allora io rispondevo che umani e cavalli condividevano lo stesso destino, cioè quello di lavorare per vivere e che la vita era dura per entrambi, sia per gli artieri che per i purosangue, ma che questi ultimi erano trattati con tutte le attenzioni (lettiera dei box altissima e pulita, iper nutriti, etc, etc...).

Ma quando i cavalli non erano, o non erano più, competitivi, che fine facevano?
 

E quanti cavalli ho visto infortunarsi ed essere abbattuti?

O infortunarsi nelle mani di un artiere violento?

E la vita a cui erano costretti, tra box e piste e gabbie di partenza, quale vita era per un erbivoro nomade e sociale?

Dopo anni di esperienza anch'io mi ero trasformato da amante dei cavalli in amante dell'equitazione, subendo questo slittamento in maniera abbastanza inconsapevole, e mi impegnavo a difendere questa pratica, che era il mondo in cui vivevo, con questa retorica mistificante in cui però credevo sinceramente, perchè era l'attività che mi permetteva di passare la mia vita con questi animali e quindi soddisfare la mia esigenza originaria: stare in mezzo ai cavalli.

E' con una certa ironia della sorte che mi ritrovai così, ad un certo punto della mia vita, nel tentativo di approfondire sempre di più la mia conoscenza del cavallo e dell'arte dell'equitazione, a pagare soldi per essere costretto ad ascoltare quelle domande che molte persone mi avevano rivolto in precedenza gratuitamente.

Nal 2008 infatti partecipai ad uno stage di un istruttore francese, noto per essere un maestro accreditato nell'uso della Bitless Bridle, un finimento senza morso considerato cruelty free, inventato dal Dr Robert Cook che nel 2000 vinse, ad Equitana USA, l' Enterprise Award per “il finimento equino più innovativo”.

Certo di stare per incrementare la mia abilità nell'usare questo strumento ancora quasi sconosciuto in Italia, di cui la nostra era una delle poche scuole promotrici, presi Mirtillo, un cavallo con cui stavo lavorando, e partii.

Quello stage cambiò la mia vita in una maniera che non avrei mai immaginato.

Da quel giorno infatti non montai più a cavallo e se qualcuno me lo avesse detto prima avrei pensato che fosse completamente matto.

Quell'istruttore non era infatti lì con lo scopo che io credevo (anche se mi avevano avvertito che avremmo lavorato più a terra che a cavallo) ma con quello di metterci a nudo di fronte alle nostre responsabilità, di costringerci a guardare per farci cambiare paradigma.

Con un semplice gesto ci fece cadere dal naso gli occhiali con cui guardavamo al nostro mondo di bravi cavalieri e ci costrinse a chiamare le cose per nome.

Fu molto semplice per lui, perchè in effetti ci fece vedere delle cose che tutti noi conoscevamo benissimo, senza però darci il modo di trovare delle giustificazioni.

La nostra lingua mistificatoria rimase muta.

Da francese qual'era, usò un bellissimo francesismo per spiegare quello che stava facendo con noi: “Io vi metto il naso nella merda, poi voi potete decidere anche di rimanerci, ma non potete dire che non è merda”.

Primo di quello stage avevo già fatto un lungo cammino per naturalizzare sempre di più la gestione dei cavalli che lavoravano con noi e per “eticizzare” l'equitazione che praticavamo.

Mi ero alla fine convinto a togliere i ferri ai cavalli; li facevamo vivere in compagnia in paddock [4] più ampi possibili, montavamo senza imboccatura e con una sella-non sella, per sentire meglio il corpo e le risposte del cavallo, ma in quel momento mi ridestai dal sonno dell'equitazione e capii che non c'era un modo giusto per fare una cosa sbagliata.

Il velo di Maya era caduto ed io mi sentivo nudo, spaesato, privato del mio mondo ma con la ferma volontà di non tornare indietro e di non nuocere più ai cavalli.

Tornai a casa e non senza angoscia e difficoltà smantellai la scuola di equitazione, ricevendo molte critiche da parenti, amici ed allievi e a poco a poco il maneggio si trasformò in un rifugio per animali da reddito.

Non sapevo se avrei resistito senza montare, un elemento che mi apparteneva come i pesci all'acqua.

Passai lunghi mesi nel paddock con i cavalli, limitandomi a guardare cosa facevano, cercando di conoscerli per come non avevo mai fatto, e qualcuno di loro, piano piano, si riavvicinò a me.

In quel periodo sognavo spesso di montare a cavallo, quasi che la mia nostalgia prendesse le ali di notte.

Un giorno mi ridestai da un sogno e decisi di scriverlo, perché vi era spiegata la ragione della mia promessa e del perché mi sembrerebbe di tradire un cavallo montandoci sopra:

“Un giorno, su di una strada, vidi venirmi incontro un cavallo ed un uomo che gli camminava a fianco.

Si trattava di un purosangue arabo e del suo orgogliosissimo padrone.

Il cavallo era stupendo, da lasciare senza fiato, con un pelo sauro che brillava al sole, il muso pieno di espressione, gli occhi neri che sembravano truccati ed era ricoperto di broccati e pietre preziose.

L'uomo aveva baffi scurissimi e si ergeva in tutta la sua altezza pieno di importanza.

Una volta arrivati di fronte a me si fermarono; sapendo che anch'io ero un cavaliere e che avevo vissuto una vita insieme ai cavalli, l'uomo mi rivolse la parola:

“Ammira i risultati a cui si può arrivare con il giusto addestramento, condotto nell'amore, nella conoscenza e nel rispetto di queste creature”:

Così i due mi omaggiarono di uno spettacolo per me mai visto.

Il cavallo, apparentemente libero e guidato solo da piccoli, ieratici gesti del conduttore, si esibì in una danza di salti, piroette, inchini da rimanere senza fiato.

Quello che quei due facevano insieme era senza precedenti e sfidava tutto quello che sino ad allora si era creduto sul rapporto tra uomo e cavallo.

Sembrava che avessero una reciproca fiducia illimitata e sopratutto che parlassero lo stesso linguaggio.

Fui pervaso da una ammirazione e da un invidia senza pari.

Quale cavaliere non vorrebbe capire e farsi capire così alla perfezione dal proprio animale?

Nel bel mezzo della mia estasi, alla fine dell'esibizione, fui però attirato da qualcosa dentro lo scuro degli occhi del cavallo, e ne fui quasi risucchiato.

Mi avvicinai allora alla sua testa perfetta e quello che vidi mi sconvolse.

Tristezza, profonda tristezza.

Il cavallo mi disse sommessamente, ma decisamente, che quello che avevo visto era uno spettacolo senza senso.

Allora udìì chiaramente “Liberami!”

Per favore, liberami.

Io sono un  cavallo. Voglio correre se ne ho voglia, ma sopratutto voglio camminare con quelli della mia specie.

Voglio un branco con il quale spostarmi per brucare, per abbeverarmi nei fiumi e nelle pozze.

Voglio la pioggia che mi bagna, il sole che mi asciuga, il vento che mi fa tremare.

Voglio temere per i predatori, rilassarmi con i miei compagni, fremere per l'accoppiamento.

Non voglio l'oro sulla mia pelle, i vostri applausi per le mie impennati, le vostre punizioni per i miei sbagli.

Sono un cavallo, liberami.

 



[1]     L'espressione “navi scuola” che è usata per indicare molti cavalli da maneggio impiegati nelle scuole di equitazione mi ricorda la stessa espressione usata per le prostitute, il cui corpo era utilizzato per imparare il sesso e per consumare le prime esperienze. Espressione che viene utilizzata anche in riferimento ad alcune donne considerate di “facile arrembaggio”, con cui chiunque può consumare una esperienza sessuale. L'analogia tra impiego dei cavalli da scuola e uso dei corpi femminile nella prostituzione mi è stata riferita, come sensazione che creava un forte disagio ed un forte senso di ingiustizia, da diverse persone che hanno provato ad imparare ad andare a cavallo ed hanno quindi frequentato le scuole di equitazione.

[2]     L'imboccatura è un pezzo di ferro (ma può essere fatto anche di altro materiale o rivestito di altro materiale) che viene collocato nella bocca del cavallo e tenuto in posizione dalla testiera. Alle due estremità dell'imboccatura sono sistemate le redini, strisce di cuoio o di materiale sintetico, che vengono impugnate dal cavaliere o dal guidatore che impartisce gli ordini al cavallo.

[3]     Confronta anche Robert Cook, 2004

[4]     Recinti

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La pubblicazione in Italia del Manifesto Queer Vegan di Rasmus Rahbek Simonsen rappresenta, credo, un piccolo sforzo utile ad avviare riflessioni con ripercussioni sia teoriche che a livello di attivismo politico. Ma l'aspetto più sintomatico del fatto che Simonsen qualche cosa di significativo l’abbia effettivamente detto è rappresentato, paradossalmente, da una recensione firmata da tale Lupo Glori, alias Rodolfo De Mattei (un vero anti-identitario!), pubblicata di recente su un sito di ispirazione cattolica tradizionalista, diretto nientepopodimeno che da un ex vice-Presidente del CNR, Roberto De Mattei.

Lupo Glori sembra sinceramente spaventato dalla pubblicazione di questo librettino rosa. In effetti, l'"ideologia del gender" è già abbastanza destabilizzante di per sè per chi parla di famiglia "naturale"; l'antispecismo è già di per sè una “delirante visione”, “finalizzata a mettere sullo stesso piano gli uomini e le bestie” (sic). Figuriamoci se provano a dialogare fra loro...

"Cosa hanno in comune la teoria queer e l'animalismo vegano"? chiede Lupo. Molto semplice rispondere: sono entrambi fumo negli occhi per l'ortodossia cattolica. Ma se fosse solo questo non sarebbe molto interessante accostare le due parole, queer e vegan, in un saggio, come fa Simonsen. Per fortuna, qualche idea in più su cosa abbiano in comune questi due termini, Simonsen sembra averla.

De Mattei mostra di aver compreso bene quali siano questi elementi sottolineati dall'autore del Manifesto. Veganismo e femminismo queer condividono un'“orgogliosa rivendicazione della devianza, intesa come comportamento antisociale e antinormativo”, una critica radicale all'identitarismo, una “resistenza metaforica e materiale all'ordine sociale dominante”. Entrambi attaccano le istanze essenzializzanti condensate nell'idea di “contronatura”, un'idea non a caso applicata sia all'omosessualità che al veganismo. Entrambi sono oggetti di pratiche di discriminazione (De Mattei denuncia – pardon, cita – l’omofobia e la vegefobia).

Insomma, Satana è fra noi... vegetariano e frocio. Un vero finocchio.

E non poteva certo lasciare indifferente un giornale diretto da un vice-Presidente del CNR contestato perchè ha detto che il terremoto in Giappone è stato un segno della bontà di Dio o che la caduta dell’Impero Romano è stata causata dagli omosessuali.

A dare retta a gente come Simonsen, dice Glori, non si sa dove si va a finire. Si comincia con la dissoluzione della famiglia tradizionale, per arrivare alla morte della società e della specie umana, passando per un'allegra orgia interspecifica. Eh sì, perchè alla fine della sua invettiva, il Nostro evoca lo spettro della zoorastia: umani che sodomizzano animali e - orrore ancor più grande - animali che sodomizzano umani. In effetti, su un sito di De Mattei (Roberto...) l’allarme era già stato lanciato da tempo: i rapporti sessuali con animali dilagano ed è “davvero sorprendente la faccia tosta degli animalisti che anziché sdegnarsi per il fatto in sé rivendicano ancora una volta i pseudo diritti degli animali e ne denunciano la violazione”.

Insomma, Glori-De Mattei-Lupo-Rodolfo è davvero terrorizzato. Anche se, a leggere la sua fedele descrizione degli spunti di Simonsen, il suo appassionato riassunto dei temi più originali del libro, la sua padronanza delle tesi più ardite di Lee Edelman, sembra quasi che ne sia affascinato. Forse, questo “queer vegan” sotto sotto attrae anche gente insospettabile...

 

Grazia Didio

 

queer vegan manifesto 

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Martedì, 21 Ottobre 2014 09:17

Che la solidarietà circoli

CHE LA SOLIDARIETA' CIRCOLI

Riceviamo il seguente appello, relativo a due attiviste antispeciste denunciate per diffamazione per aver difeso, con un volantino, due cavalli sfruttati a Cagliari.

La nostra solidarietà va ora chi deve subire un processo per aver espresso solidarietà verso due individui sfruttati.



Il 16 dicembre a Cagliari "Carrozza service Snc" porta in tribunale per diffamazione due attiviste antispeciste, con decreto di giudizio immediato e condanna altamente probabile.
Incriminato un volantino in cui si stigmatizzava l'uso quotidiaqno di due cavalli per tirare una carrozza con su 20 turisti in genere sovrappeso, più il cocchiere, in piena estate, con l'asfalto rovente, in mezzo al traffico caotico cittadino e una stazione di posta rigorosamente sotto il sole estivo dalle 9 del mattino fino anche alle 15.00 del pomeriggio e passa.

Inutile che ci dicano di avere autorizzazioni ed essere in regola, ma in regola con cosa?
Siamo contro lo sfruttamento di chiunque: animali umani e non umani, ed essere costretti a tirare una carrozza macinando decine di chilometri con il morso e la bava alla bocca, non sappiamo come altro si possa definire.
Noi abbiamo raccontato quello che vedevamo, se saremo condannate per questo, certo non smetteremo di denunciare pubblicamente ogni situazione in cui animali o umani vengono sacrificati sull'altare del profitto di pochi, "in regola" o meno che siano.
Una condanna non ci stupirebbe, perché è noto che di solito paga chi denuncia le situazioni di sfruttamento e non chi sfrutta.

Chiediamo agli antispecisti locali e non solo di aiutarci a chiarire la verità e a far conoscere il più possibile questa ennesima storiaccia!!!

Vorremmo che questo processo si ritorcesse contro gli sfruttatori!


Dani e Livia, attiviste e imputate antispeciste

(contatto su facebook: blimunda seteluas)

Che la solidarietà circoli
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L'ambiente antispecista si trova ad una svolta. Da un lato deve iniziare a pensarsi finalmente come un movimento, che significa avere degli strumenti teorici e delle prassi politiche in grado di coagulare persone e gruppi su proposizioni ideologiche e su obiettivi strategici, e dall'altro deve riconoscere le sue zone d'ombra.

Dirsi antispecista non è sufficiente per far parte di un movimento. E un insieme di persone e gruppi non fanno un movimento. Inoltre le questioni politiche devono essere all'ordine del giorno per coloro che sono impegnati nell'attivismo antispecista.

L'antispecismo è una delle posizioni che assieme ad altre, antisessismo, antiomotransnegatività, antirazzismo, antiageismo, antiableismo, anticlassismo, antifascismo ecc., concorrono a delineare i presupposti per una critica al sistema eterosessista capitalista specista e neocoloniale.

Cominciare dal basso senza pretendere di essere inclusiv* è una delle considerazioni che potrebbe contraddistinguere l'antispecismo che si interroga sulle oppressioni dei soggetti altro-da-umani considerati l'estrema colonia dell'oppressione e dello sfruttamento.

Al contempo si dovrebbe avere uno sguardo critico anche al proprio interno, per favorire una presa di coscienza politica in linea con le potenzialità dell'antispecismo politico. Partendo da questo si possono ritenere essenziali almeno tre questioni: il paternalismo, il sessismo e l'omotransnegatività che aleggiano e ancora inchiodano il movimento antispecista su posizioni integraliste e autoritarie.

Il paternalismo è l'atteggiamento benevolo e opportunista utilizzato da chi si autonomina fautor* dei diritti o portavoce di qualcun* altr*. Nell'antispecismo e nell'animalismo questa condotta è molto spesso frutto simbolico e reale della retorica della presunta superiorità umana e conseguenza della difficoltà a cogliere i segnali e i messaggi da coloro che vivono direttamente le discriminazioni dentro e fuori il movimento[1], seppur all'interno della mitologia antispecista che rivendica invece una pariteticità presunta. E così si dà voce ai/alle senza voce, si critica l'antropomorfismo che invece è una lettura interpretativa del mondo con gli strumenti della nostra specie confondendolo con l'antropocentrismo, si diffida di coloro che militano anche in altre realtà politiche, si tende a sminuire la portata dei privilegi come sesso/genere, classe, cultura, ecc.

Il sessismo è l'altro nodo cruciale del movimento, che tende a minimizzare la sua presenza e il continuo flusso di elementi discriminatori sulla base del sesso e del genere. Il tipico atteggiamento ancora una volta proviene dall'idea onnicomprensiva dell'antispecismo quale panacea di ogni oppressione. E così si pensa che tutto si risolva rassettando le cucine e cucinando fianco a fianco, concedendo la parola alle attiviste, promulgando l'uguaglianza e aborrendo la discriminazione palese e ridondante, ma senza osservare le minuzie dell'oppressione di atteggiamenti e comportamenti fallocentrici che perpetuano la domesticazione delle donne, sorridendo ancora troppo spesso delle “gattare in scarpe da tennis” perché emotive, perché lontane dal prototipo dell'“eroe liberatore”, perché le attiviste, pur in numero assai più elevato degli attivisti, si ricavano e gli viene lasciato sempre lo spazio della cura e dell'empatia, ma mai della politica, novelle angeli del rifugio antispecista o delle liberazioni progettate dagli uomini.

E infine, ma non ultima l'omotransnegatività, baluardo del sessismo che lo usa come arma per reprimere, controllare, eliminare tutt* coloro che non rientrano nei canoni dell'eteronormatività binaria. Volutamente si ribadisce l'estraneità dal pensiero radicale di omotransfobia che indica una paura per le persone lgbtqi qualora invece si tratta di vera e propria oppressione, subalternità e inferiorizzazione addirittura esprimendo discutibili pareri sulla naturalità della condizione lgbtqi, specie trans, e sul peccato originario di utilizzo di farmaci (gli ormoni necessari per un riassetto dell'integrità mente-corpo) provenienti dalle deplorevoli fauci della farmacopea multinazionale. Non solo ma addirittura gli/le attivist* lgbtqi quando assieme alle attiviste femministe propongono delle riflessioni critiche sul movimento antispecista subito si alzano scudi a difesa dello status quo, dichiarando che si devono di volta in volta riferire chi cosa e come ha agito in modo da non sparare nella mischia, non comprendendo de facto che il problema non è solo individuare chi agisce in modo paternalista, sessista e omotransnegativo ma far emergere queste discriminazione sommerse, quotidiane, insidiose, minime, che hanno appunto una dimensione micro che poco o punto si presta a considerarle eclatanti e quindi condannabili. È l'annoso problema che viene ogni volta ribaltato chi è vittima e chi è carnefice, senza considerare che la questione non va posta in questi termini, ma deve essere realmente smantellato il complesso patriarcale pastorale che vede i gruppi e le persone marginali sempre svantaggiate e oggetto di oppressione. Non va nemmeno colta la provocazione che, oltre ad assimilare senza distinzione i vari protagonisti di un atteggiamento più che di un'azione o episodio, porta a deplorare chi non si espone, chi non denuncia, chi è in qualche modo complice perché chi vive la microdiscriminazione si assume molto spesso la responsabilità degli accadimenti, in un processo di autoresponsabilizzazione indotta. Così come non va semplicemente affermato che chi non si ribella è complice del sistema e quindi accetta la situazione in essere. In primis perché per essere complici bisogna avere la possibilità di scelta, e in secondo il sistema si adopera per avere emissar* in grado di mantenere l'ordine costituito. Non va neppure bene indicare tutto sotto l'egida del “punto finale”o dell'“obbedienza dovuta” che de-responsabilizza chi è sessista, paternalista, omotransnegativ*.

Chi come antispecista ha la dignità di analizzare a partire dalle proprie esperienze dirette queste discriminazioni all'interno del movimento deve essere accolt*, ascoltat*, incoraggiat* e non lasciat* sol* e nemmeno essere accusat* di essere indecifrabile, pernicios*, pericolos*.

Quanto è emerso quindi nel seminario sul sessismo e l'omotransnegatività del X incontro di Liberazione Animale del 2014 è materiale prezioso perché esperienze di vita vissuta, perché è documentazione sulle presunzioni di totalità e onnicomprensività dell'antispecismo, perché smarca dei temi che hanno e continuano ad infastidire molt* attivist*, che peraltro preferiscono non prendere posizioni politiche su questi argomenti e anzi vedono con fastidio persino l'uso dell'appellativo compagn*.

Leggere i testi di Egon Botteghi e di Annalisa Zabonati significa porsi in un'ottica intersiziale politica radicale, riconoscere le difficoltà emergenti da quell'esperienza e consente pertanto di aprirsi a una rilettura autenticamente libertaria e antispecista del movimento nel suo insieme e di coloro che dicono di appartenervi.


[1]      Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2 – Atti della Giornata, 2014.

Lo Staff di Antispecismo.Net 



Discorso critico sul sessismo

Il sessismo nel movimento animalista antispecista

di Annalisa Zabonati

Premessa

Il Collettivo Anguane nasce nel 2012 dalla volontà di un piccolo gruppo di attivist* animalist* antispecist* in seguito alle esperienze di strisciante, ma a volte molto palese, sessismo 1 e omotransnegatività 2 proprio in quell’ambiente. Ci siamo dat* il compito di riflettere su queste forme di discriminazione a partire da noi stess* per poter avere uno sguardo diretto e una critica in grado di permettere una discussione franca sulla questione.

Se all’inizio, come spesso accade, pensavamo di avere delle responsabilità dovute alla nostra scarsa denuncia del sistema fallicoantispecista, ci siamo poi rinfrancat* confrontandoci con altr* compagn* di movimenti radicali, compreso ovviamente quello animalista-antispecista, oltre alla documentazione che abbiamo fatto circolare tra di noi e con altr*, non considerandoci casi isolati e/o speciali.

Pensavamo di aver trovato “casa”, il luogo fisico, psicologico e politico in cui delineare un progetto di coinvolgimento totale. Ma abbiamo dovuto rivedere i nostri entusiasmi e ricrederci sulla capacità effettivamente rivoluzionaria dell’antispecismo o almeno di certa parte dell’ambiente antispecista.

Abbiamo raccolto le idee, le esperienze e cominciato a considerare l’iterazione di alcuni atteggiamenti e comportamenti nei movimenti radicali, affrontata rivendicando uno spazio “femminista” dentro e fuori i movimenti stessi, con la consapevolezza che nella vita quotidiana il mondo è costruito ad immagine e somiglianza del maschio bianco occidentale borghese, nonostante certo femminismo liberal-radical-chic pensi di riuscire a stanare l’androcentrismo patriarcale accettando di sedere nell’agorà patriarcale e di mantenere atteggiamenti conciliatori.

A tutt’oggi negli ambienti libertari, radicali, antagonisti e nell’animalismo antispecista, imperversa fin troppo spesso il famigerato “club degli uomini” da cui le attiviste donne e le/gli attivist* lgbtqisono nella migliore delle ipotesi tollerat*, nella peggiore esclus* ed emarginat*.

 

Riconoscere i sistemi di dominio e controllo androantropocentrici per sovvertirli

La cultura del dominio esercita il controllo dei s-oggetti umani e altro-da-umani con paradigmi androantropocentrici, quali il patriarcato (il sistema socio-culturale, politico ed economico in cui l’autorità è appannaggio degli uomini e le risorse e i beni sono da loro governati), l’androcrazia (il governo degli uomini attraverso la violenza, la colonizzazione/imperialismo – reali e figurati – la proprietà e l’egemonia), la domesticazione e l’allevamento (il sistema pastorale inteso come dominio e sfruttamento dei nonumani da parte degli umani), che assieme ad altri schemi di controllo e oppressione possono essere efficacemente indicati come sistema kiriarchico3 in cui una categoria/casta/genere/specie/classe/condizione monopolizza le relazioni di potere a proprio vantaggio avversando le altre, che subisce condizioni di oppressione intersiziale4.

Per mantenere questo modello funzionante e funzionale l’ideologia del dominio degli uomini subordina le donne e chi non rientra nel prototipo eterosessuale, quindi le persone lgbtqi attraverso la pratica diffusa del sessismo, che con le parole di Suzanne Pharr è

[…] quel sistema che subordina le donne agli uomini, tenuto in piedi da tre potenti armi progettate per infliggere dolore e privazione alle donne. [...] queste armi sono l’economia, la violenza e l’omofobia5.

Lo sviluppo e il mantenimento del dominio prevede un sistema circolare di oppressione, il complesso oppressivo, che si basa sul maltrattamento sistematico, la disinformazione/mal-informazione, le menzogne, gli stereotipi, le sanzioni sociali, le istituzioni fallocentriche, la repressione, le discriminazioni a tutti i livelli.

I meccanismi attraverso cui si attua il sistema oppressivo sono l’assimilazione, il biasimo per i s-oggetti oppressi, la normalizzazione, l’autosvalutazione, l’invisibilizzazione, l’isolamento, la violenza, il tokenismo6, le pratiche di “washing”. Questi potenti strumenti eternano la servitù e indeboliscono le resistenze, insinuando continuamente il dubbio sulle proprie capacità.

Le oppressioni hanno radici comuni e sono tutte interrelate: sessismo, razzismo, omotransnegatività, classismo, capacità/abilità, antisemitismo, ageismo/età, specismo, etc., senza gerarchie di oppressione, sono tutte distruttive e tutte da smantellare con un approccio che potremmo definire olistico e intersezionale politico. L’etica olistica è un processo collettivo che si basa sulla solidarietà e la reciprocità che ha la sua matrice nell’interdipendenza e soprattutto nel rispetto7. L’intersezionalità politica è suggerita dall’approccio anarchico che critica l’intersezionalità “liberale” che somma le varie oppressione per farne un ibrido magmatico che non distingue i vari principi di funzionamento per ogni sfruttamento. Propone invece una rilettura del concetto per rilevare sia le similitudini che le differenze dei meccanismi oppressivi, comprendendone ogni funzionalità singola e quali siano i modi utilizzati dai sistemi di dominio per mantenersi e autoriprodursi8.

 

Il sessismo come microaggressione

La microaggressione, concetto sviluppato a partire dagli anni ’70 per illustrare i comportamenti razzisti contro gli afroamericani prima e successivamente contro immigrati di origine asiatica e latina, definisce l’umiliazione verbale e comportamentale diffusa e quotidiana, intenzionale o involontaria, che ferisce e offende una persona o un gruppo per l’appartenenza a un genere, per l’orientamento sessuale, per l’identità di genere, per la “razza”, per la classe, etc.9. Le microaggressioni sono invisibili e impalpabili, ma non per questo meno devastanti sotto il profilo psicologico e sociale. Si basano sulla sottovalutazione del loro impatto sui soggetti-bersaglio e sulla tolleranza alle discriminazioni.

Hanno una forma subdola, fondata su almeno tre meccanismi principali:

  • la microsvalutazione (commenti verbali e/o comportamentali che escludono, negano o annullano pensieri, emozioni ed esperienze);

  • il microinsulto (commenti e/o marcature maleducati, insensibili, avvilenti);

  • il microassalto (attacchi verbali e non verbali violenti attraverso insulti, evitamenti e discriminazioni).

Le microaggressioni sono la manifestazione di una visione oppressiva che crea, nutre e rinforza la marginalizzazione. Poiché ci crediamo immuni da questi comportamenti e atteggiamenti li neghiamo evitando accuratamente di affrontarli. Ognun* esprime forme infinitesimali di razzismo, sessismo, eterosessismo, specismo, ableismo, ageismo, etc. perché siamo nat* e cresciut* in ambienti che sono impregnati di forme diversificate di discriminazione10.

 

Il sessismo come micromachismo

Il micromachismo è il risultato di pratiche di dominio e violenza maschili che permeano i rapporti quotidiani tra i generi, al fine di mantenere i privilegi di sesso e genere fondati sul binarismo eterosessista e sulla conseguente subordinazione delle donne e di coloro che non rientrano nella normatività etero. Funziona sulla bassa soglia, con intensità minime e sottili, apparentemente inavvertibili, che producono pressioni e inoculano esitazioni sull’autostima e il senso di sé11. L’espropriazione continua e costante di autorevolezza verso le donne e tutti i soggetti ritenuti inidonei a ricoprire ruoli sociali privilegiati forgia i comportamenti discriminatori.

Tipici funzioni del micromachismo sono:

  • la negazione delle discriminazioni di genere e sessuale e dell’importanza della pressione sessista;

  • l’imposizione e il mantenimento delle differenze di ruolo e delle diversità di genere e di sesso nelle competenze e nelle capacità;

  • la continua riproposizione alle donne e alle persone lgbtqi di ruoli e funzioni di basso profilo considerate tipicamente femminili e femminilizzanti;

  • la ridicolizzazione delle rivendicazioni femministe (e per estensione anche quelle lgbtqi);

  • l’estraneità presunta ai comportamenti e atteggiamenti machisti.

Come per le microaggressioni, il o meglio i micormachismi sono dei microabusi e delle microviolenze usati in modo diffuso e permanente. Gli uomini sono “addestrati” socialmente a sviluppare queste capacità che giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo di un’ideologia dell’egemonia maschile/patriarcale/androcentrica. Ovviamente per poter esercitare il micromachismo gli uomini sono sostenuti da un forte alleato quale è l’ordine sociale12 che rende fertile il terreno del monopolio del potere in tutti i campi e che vede le donne e le persone lgbtqi continuamente valutate e giudicate, mantenendo così le gerarchie e le relazioni di dominio. Al pari di ogni pratica di discriminazione il micromachismo, che ovviamente rinforza il patriarcato e l’androcentrismo, utilizza:

  • l’oggettificazione, cioè la convinzione che lo status di persona sia appannaggio solo del maschio bianco, borghese, occidentale, eterosessuale attivando la circolarità dell’abuso in considerazione dell’assenza della qualità di personaper le donne e per gli/le lgbtqi;

  • l’identificazione proiettiva, l’inoculazione psicologica di proprie idee e atteggiamenti condizionanti.

Per osservare in modo più analitico i micromachismi, Luis Bonino13 propone una classificazione che auspica possa essere ulteriormente ampliata, integrata e dettagliata. Questa prevede i micromachismi coercitivi o diretti, i micromachismi occulti o indiretti, e i micromachismi della crisi, che nella quotidianità molto spesso si ritrovano accorpati.

Attraverso il micromachismo coercitivo l’uomo usa la forza fisica, psichica, economica, sociale e personale per soggiogare la donna e le persone lgbtqi e renderl* inerm* e subordinat*, limitandone la libertà e l’autodeterminazione attivando reazioni di disistima, impotenza e inibizione alienanti. Le manovre per esercitare questo tipo di micromachismo si basano sull’intimidazione fondata sull’abuso e l’aggressione, il controllo economico che prevede la monopolizzazione e la limitazione dell’accesso al denaro sia nelle relazioni familiari e di coppia che nella società, l’assenza di contributo al governo domestico, l’uso esclusivo e abusante dello spazio fisico e temporale dentro e fuori l’ambito relazionale, l’insistenza asfissiante per ottenere ciò che si desidera, l’imposizione sessuale, intimazione della superiorità e della logica maschili, la manipolazione sulle decisioni e le scelte.

micromachismi occulti sono molto efficaci nella realizzazione dell’asimmetria relazionale e di potere al punto da minare l’autonomia e il senso di sé della donna e della persona lgbtqi. L’obiettivo è quello di ottenere la subordinazione “inconsapevole” e condizionata che conferisce carattere di inalterabilità delle condizioni di vita. Si fonda soprattutto sulla svalutazione continua e minuta delle capacità e delle risorse al punto da rendere la persona insicura e dubbiosa oltre che dipendente, anche dall’approvazione dell’uomo. Si presentano sotto la forma di sfruttamento della capacità di cura femminile/femminilizzata, sviluppata dal condizionamento socio-culturale, utilizzata per forzare la disponibilità delle donne e relegarle a ruoli di assistenza e accudimento. Un altro meccanismo occulto è quello della maternalizzazione che induce le donne a svolgere il ruolo materno nelle varie relazioni oltre a costringere ad assumere come naturale la funzione di madre e moglie. L’intimità è proposta come unica possibilità relazionale che crea dipendenza affettiva spesso frustrata da comportamenti che inducono il sentimento di carenza dell’intimità, all’interno di un circolo vizioso basato in realtà sulla pseudointimità nutrita dall’esautorizzazione, la squalifica, la negazione delle qualità positive, l’esaltazione delle qualità maschili, la collusione con terze persone e soprattutto con il terrorismo misogino cioè la denigrazione improvvisa e in pubblico.

Un altro strumento del micromachismo occulto è il paternalismo che prevede l’utilizzo di comportamenti apparentemente benevoli, ma che celano l’autoritarismo e la bassa considerazione per le donne e le persone lgbtqi, rinforzato dallamanipolazione emozionale e affettiva usata come dispositivo di controllo delle relazioni.

Un altro tipo di micromachismo è quello della crisi usato quando ci sono situazioni di difficoltà conseguenti a mutamenti relazionali e/o sociali che scompensano e minacciano la presunta superiorità maschile. Per mantenere il controllo sono quindi attivati i meccanismi dell’ipercontrollo delle attività delle donne e delle persone lgbtqi, l’appoggio apparente che ha in realtà l’intento di neutralizzare l’avanzamento di richieste di maggiori spazi e autorevolezza, ma anche la colpevolizzazione per le proprie aspirazioni, la minaccia di abbandono, l’accusa di scarsa considerazione dei ruoli di genere.

Questi diversi micromachismi, che possono prevederne anche altri, provocano nelle donne e nelle persone lgbtqi senso di impotenza, di esaurimento delle risorse personali ed emotive, il sentimento di disistima e di insicurezza, la paralisi sociale e relazionale, un malessere diffuso. D’altro canto per gli uomini invece i micromachismi rinforzano le loro posizioni di dominio, di affermazione dell’identità maschile, di conferma del potere attraverso l’obbedienza e il controllo delle relazioni.

Sessismo nei movimenti sociali e politici

I movimenti sono dei gruppi di “minoranza”, sottoposti a forti pressioni che inducono i propri componenti ad enfatizzare i differenti fattori di coesione per mantenere un concetto positivo del gruppo stesso. Queste comunità necessitano di processi interattivi e sociali in grado di mantenere una forte identità in grado di contrastare le minacce esterne, dato che sono gruppi che propongono valori diversi da quelli della maggioranza di potere e in quanto tali sono considerati marginali e devianti14.

L’ideale del “buon attivista” o “attivista eroico”15 alimenta la convinzione dell’adeguatezza personale agli obiettiviperseguiti e perseguibili e della congruenza tra teoria e prassi nel pubblico come nel privato. I concetti si trasformano inslogan emblematici che riassumono in modo simbolico e sincretico le convinzioni ideologiche. Gli stessi slogan sono assunti come “profezie autoavverantesi” che solo per il fatto di essere pronunciati confermano le posizioni politiche ed ideologiche espresse, specie nei valori antidiscriminatori. Spesso il risultato è la negazione dei pregiudizi, degli stereotipi e dei meccanismi inconsci di dominio che favoriscono la creazione di identità collettive idealizzate impermeabili alle critiche.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi dei gruppi di “minoranza” si trovano spesso a fronteggiare forti ostilità sia all’esterno che all’interno del gruppo stesso, con la difficoltà a riconoscere le incongruenze tra i componenti del gruppo di appartenenza.

Il femminismo, la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non sono sempre considerate centrali per le lotte rivoluzionarie collettive, ma troppo spesso sono valutate solo come una questione dedicata che va affrontata dalle donne o comunque da chi è pro-femminismo e/o alleato del femminismo e dalle persone lgbtqi e loro alleat* ritenendo necessario mantenere il focus sul “lavoro politico”16, come se il tema sessismo/patriarcato/genere/liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non fosse né rivoluzionario né tanto meno cruciale.

Gli attivisti maschi che cercano di esprimere delle critiche alla visione mascolinizzata del gruppo, oltre che della società intera, devono rinunciare alla quota di potere che gli viene dall’appartenenza al genere maschile. Per questo è importante affrontare la questione del sessismo nei movimenti radicali, anche se ciò significa attaccare l’identità del gruppo e l’autopercezione dei singoli componenti. Il principio che “i panni sporchi si lavano in famiglia” è bandito perché il sessismo sta bene e vive in mezzo a noi

Per atmosfera sessista intendiamo ambienti dove gli uomini parlano forte e più delle donne, tagliano loro la parola, gli dicono che sono belle, fanno battute sessiste e quando glielo si fa notare rispondono: “Ma no, stavamo solo scherzando! Non siamo mica sessisti, non avete proprio il senso dell’umorismo…”

Situazioni dove gli uomini prendono più spazio fisico e sonoro delle donne, dove sono loro che scelgono gli argomenti di conversazione, che sono di solito tipicamente maschili, ovvero che riguardano il campo pubblico e completamente distaccato da tutto ciò che è personale (tecnica, attivismo, attualità mondiale…). In questo genere di discussioni la parola degli uomini è più credibile, più ascoltata, legittima, e per prendere parte alle discussioni bisogna avere degli aneddoti da raccontare, delle conoscenze, mostrarsi forti. Si tratta spesso di misurarsi per sapere chi è il/la più forte, il/la più interessante.

Sono ambienti in cui le interazioni uomo/donna si situano unicamente all’interno della sfera della seduzione. Seduzione che in un ambito “normale” etero è anche impregnata di rapporti di potere e di codici eterosessisti. Questi ambienti creano degli spazi dove gli uomini sono più a loro agio delle donne, dove sono loro che controllano ciò che succede. I gay possono scegliere se far finta di ridere alle battute omofobe o tacere; le lesbiche sono scambiate per donne eterosessuali o considerate come non interessanti perché non disponibili; le donne etero giudicate poco attraenti sono escluse dai giochi della seduzione, ecc.17.

L’obiettivo dei movimenti radicali è quello di favorire e realizzare contesti sociali egualitari e questo deve cominciare da subito, a partire dai movimenti stessi che iniziando da analisi politiche devono svilupparle in comportamenti e idee quotidiani che sfidino la morale comune, anche degli/delle attivist* al fine di sprigionare le potenzialità rivoluzionarie per contrastare le discriminazioni dentro e fuori i movimenti

I fattori di discriminazione possono essere molteplici, l’età (se l’età della persona non è in media con quella del gruppo), l’esperienza (se non è abbastanza “vissuta” come gli/le altr*), il carattere (se non è abbastanza intraprendente), il look (se non è abbastanza cool per i canoni dello stile giusto), la lingua (se non parla la stessa lingua del gruppo), l’orientamento sessuale (per esempio se è gay in un ambiente prevalentemente eterosessuale), il peso (per esempio se è grassa in un mondo di magri), il fisico (se non è abbastanza fit per aggregarsi o è diversamente abile), le capacità tecniche (è meno brava o ignora come fare determinate cose pratiche). Questi fattori fanno sì che le persone discriminanti mettano in ombra le altre nei momenti collettivi, per esempio prendendo più spazio nelle discussioni, nel prendere decisioni, nei giochi di seduzione, ecc..18.

Per poter concretizzare questo ci dobbiamo impegnare a smantellare il sessismo che aleggia negli ambienti radicali e antagonisti, a cominciare da ieri19.

 

Il sessismo nel movimento animalista e nell’antispecismo

Il movimento animalista e antispecista internazionale e italiano presentano manifestazioni e atteggiamenti sessisti e omotransnegativi. Da un lato ci sono esempi di un uso sessista del corpo delle donne in campagne di denuncia dei maltrattamenti animali, dall’altro nei gruppi si riscontrano spesso discriminazioni e talora molestie e violenze verso le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi. La percezione del micromachismo e delle conseguenti microaggressioni da parte delle/degli attivist* animalist* non è un fenomeno nuovo, come ha dimostrato Marti Kheel nel 1985, con il suo articoloSpeaking the unspeakable: Sexism in the animal rights movement, in cui evidenzia che la consapevolezza delle interazioni sessiste nell’animalismo è qualcosa di indicibile che avviene tra le fila del movimento20.

pattrice jones, anni dopo, ribadisce in molti suoi scritti l’uso strumentale delle differenze di genere anche per i nonumani, e in uno suo articolo denuncia un episodio di violenza avvenuta tra attivisti durante un meeting animalista21.

Nel suo scritto Marti Kheel descrive i microsessismi quotidiani di cui è stata testimone diretta come attivista animalista e dichiara

Mentre il crescente interesse degli uomini per il movimento per i diritti animali è degno di plauso, alcune delle conseguenze dell’influsso maschile nel movimento non lo sono. Come è accaduto in numerosi altri movimenti (come ad esempio nel movimento pacifista), gli uomini vi sono entrati e hanno preso il sopravvento. Nonostante un numero notevole di associazioni importanti siano gestite da donne (Society for Animal Rights, United Action for Animals and the Animal Welfare Institute), la maggior parte delle associazioni più diffuse è coordinata da uomini. Anche la divisione del lavoro nei movimenti più grandi tende a seguire gli stereotipi sessuali22.

Ma l’osservazione e l’esperienza del sessismo non deve fermare le donne e le persone lgbtqi e la loro militanza23

Come possono le donne combattere il dominio e la gerarchia nel movimento animalista? Per esempio, segnalando il sessismo quando si manifesta, incoraggiando forme di organizzazione non gerarchica e insegnando agli attivisti maschi comportamenti non sessisti. Un’altra opzione che alcune donne hanno scelto è quella di creare associazioni e gruppi solo di donne, come abbiamo fatto noi. I gruppi separati di donne non sono una novità. Esistono da molti anni nel movimento pacifista, e organizzano eventi dedicati come ad esempio i Women’s Peace Camps in Inghilterra, Italia e alle Seneca Falls di New York24.

L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di “supposto sapere” sulle varie forme di oppressione e dominio. L’antispecismo si basa però su teorie coniugate al maschile. Le riflessioni e gli scritti dei teorici maschi, il “boys’ club”, sono maggiormente diffusi e sono considerati i soli depositari del “sapere animalista/antispecista”25, nonostante la produzione teorica delle studiose e attiviste sia altrettanto cospicua e di notevole spessore. Tali atteggiamenti e comportamenti “corporativi” condizionano e danneggiano le prassi politiche, l’attivismo, la militanza, gli attivisti e le attiviste di ogni sesso, genere, orientamento sessuale.

Gli attivisti maschi sono fortemente refrattari alle discussioni sulle modalità sessiste di agire all’interno dei gruppi, con il risultato che sono negati e rimossi tutti quei comportamenti chiaramente discriminatori nei confronti delle attiviste e de*attivist* trans e omosessuali. La tolleranza manifestata è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla scarsa o nulla conoscenza dei temi derivanti dalle rivendicazioni delle lotte di liberazione femminista e lgbtqi.

In base a diverse analisi su gruppi antispecisti suffragate da ricerche in ambienti politici radicali e antagonisti e da testimonianze di attivist* che hanno vissuto direttamente o indirettamente queste discriminazioni, non si può negare la presenza di interazioni sessiste nonostante la rimozione oscurantista e retrogada che tende a minimizzare, azzerare, ridicolizzare ogni tentativo di critica e/o denuncia. Persino alcune attiviste negano l’evidenza del sessismo e dell’omotransnegatività a riprova delle difficoltà a smarcarsi da habitus implacabili e gerarchici, e sembrano inconsapevoli delle discriminazioni derivanti da questi atteggiamenti e comportamenti. Dichiarano che la questione di genere e sesso è ininfluente rispetto all’enormità dello sfruttamento animale, rimuovendo così le connessioni tra le oppressioni e rinforzando la complicità al sistema di dominio. La complicità al sistema egemonico è comunque una condizione di collaborazione non consensuale ma coatta dovuta alla condizione di scarsa o assente libertà e autodeterminazione26.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi che sottolineano la presenza di comportamenti sessisti e omotransnegativi si espongono alle critiche perché mettono in discussione il funzionamento e la strutturazione dei gruppi in cui militano e sono avvertit* come disturbant*, perché incrinano la mitologia della compassione e dell’empatia di chi si batte per i più deboli e per i “senza voce”. Un altro stralcio di paternalismo buonista che finalmente si sta sfaldando27 e ribalta le logiche antropocentriche di molto attivismo animalista e antispecista.

Il movimento animalista e antispecista presenta ancora una pesante patriarcalizzazione delle relazioni, in cui donne, uomini e attivist* lgbtqi sono sottopost* alla genderizzazione di ruoli e funzioni. Il sessismo è strisciante e quasi invisibile, perché ripulito delle sue parti più manifeste ed eclatanti e si esprime soprattutto attraverso il microsessismo quotidiano. La razionalizzazione e la negazione del sessismo e dell’omotransnegatività sono i meccanismi utilizzati per minimizzare e celare questi comportamenti e atteggiamenti soprattutto affermando che le teorie e le prassi alternative e radicali sono di per sé sufficienti ad escludere l’utilizzo dei meccanismi di controllo e dominio dei gruppi di potere, quale ad esempio quello dei maschi eterosessuali.

Il sessismo danneggia tutto il movimento e gli animali nonumani, perché produce una cultura che impedisce la libera circolazione delle idee e lo scambio autentico delle esperienze. Se non si affrontano i temi e le questioni collegate al dominio di genere e di sesso si perpetuano le oppressioni e, anzi, se ne creano di ulteriori, immobilizzando la forza propulsiva del movimento stesso28. Si mantengono e si evidenziano profonde distanze sia tra i militanti e le militanti che tra i diversi gruppi che compongono il movimento stesso29.

Il movimento antispecista ritiene di includere la critica e lo smantellamento delle discriminazioni nel loro insieme, riconoscendone le matrici comuni, e pertanto non può esimersi di fare i conti con i processi psicologici, sociali, culturali e politici che inducono atteggiamenti e comportamenti marcatamente sessisti anche tra le proprie fila.

Le attiviste e gli/le attiviste lgbtqi troppo spesso si mimetizzano, non esibiscono interessi e saperi e lasciano lo spazio a chi tradizionalmente se lo prende, assumendo e mantenendo ruoli secondari, declinati ancora troppo frequentemente alla devozione e all’abnegazione.

Si esprime una sessizzazzione pervasiva e sommessa, inconsapevole ma renitente, diffusa e continua che combina e ricombina l’habitus quale struttura strutturante. Si sviluppano pratiche, valori, credenze, interpretazioni che mantengono e rinforzano i privilegi sessisti, faticando a sviluppare il loro riconoscimento utile a demolirli.

Nell’ambiente antispecista sono stati riscontrati e si continuano a constatare i seguenti microsessismi30:

  • divisionedi compiti e ruoli in base al sesso e al genere degli/le attivist*;

  • negazione delle difficoltà comunicative e relazionali che scaturiscono dalla scarsa rappresentanza in ruoli di coordinamento e rappresentanza della seppur numerosa presenza femminile ed lgbtqi nell’attivismo di base (grassroot);

  • antisessismo e antiomotransnegatività presunti dell’antispecismo;

  • evitamento dei temi inerenti la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi, del femminismo e dell’attivismo lgbtqi radicale;

  • convinzione cristallizzata e inamovibile che l’antispecismo al suo interno sia scevro da discriminazioni e abusi tra umani;

  • certezza che la liberazione animale sia prioritaria;

  • convincimento che la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi avverrà in concomitanza con la liberazione animale e pertanto non è necessario prenderla in considerazione;

  • minimizzazione della significatività del femminismo e e del movimento lgbtqi;

  • credenza della superiorità ideologica dell’antispecismo sulle altre teorie e prassi di liberazione.

Piuttosto che affrontare il sessismo sul “fronte interno” risulta più abbordabile la stigmatizzare della sessualizzazione mediatica di alcune organizzazioni animaliste protezioniste che espongono i corpi femminili per protestare contro le sofferenze degli animali, in uno scenario di evidente conservatorismo patriarcale che utilizza la sessuopornografia rinforzando de facto il sessismo da un lato e lo specismo dall’altro31

Quando abbracciamo un movimento animalista sessista o un movimento per i diritti delle donne specista rinforziamo l’oppressione32.

Ciononostante i “due” sessismi, all’interno del movimento e del movimento verso l’esterno sono parte integrante del medesimo sistema androantropocentrico patriarcale e pastorale. Al contempo, come molto spesso è sottolineato dalle attiviste e dalle teoriche antispeciste e lgbtqi, gli stessi movimenti di liberazione delle donne e lgbtqi non possono più esimersi dal ritenere la liberazione animale parte integrante delle loro lotte.

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Note
 1 Il termine sessismo (sexism) sostituisce e integra nel movimento femminista del 1968 il concetto dimaschilismo (male chauvinism), anche se a vario titolo sono usati entrambi e a volte come sinonimi.
 2 I concetti di omofobia e transfobia sono criticabili in quanto riconducibili ad una “patologia” psicologica, la fobia appunto. Il rifiuto e la negazione della dignità delle persone lgbtqi è invece un costrutto sociale e politico che impatta sulle vite di chi è emarginat*, discriminat* e dominat* per la non conformazione alla norma eterosessuale/eterosessista, per questo si opta per l’utilizzo di termini quali omonegatività, transnegatività e omotransnegatività, riconducibili proprio alla condotta sociale collettiva a cui aderisce anche la singola persona, cfr. Celia Kitzinger, The Social Construction of Lesbianism, Sage Publication, 1988; FacciamoBreccia (a cura di),L’Itaglia è tutta qua, Istant Book_1, 2009; Paolo Pedote – Nicoletta Poidimani, We will survive! Lesbiche, gay e trans in Italia, Mimesis, Milano 2007.
3 Schüssler Fiorenza Elisabeth, Changing horizons: Explorations in feminist interpretation, Fortress Press, Minneapolis 2013.
4 Zabonati Annalisa, “Il complesso patriarcale pastorale: le comuni radici del dominio”, LiberAzione Gener-ale 2Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
5  Suzanne Pharr, Homophobia: a Weapon of Sexism, Womens Project, USA, 1988/1997, p. 9.
6 Il termine si riferisce alla cosiddetta discriminazione positiva, cioè alla pratica di inclusione di alcune persone delle minoranze in posizioni di prestigio, senza però capacità d’influenza, al fine di dirottare e annullare le critiche al potere e all’autorità.
7 Kheel Marti, “From heroic to holistic ethics: The ecofeminist challenge”, in Ecofeminism: Women, Animals, Nature, Greta Gaard ( Ed.), Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 243-271.
8 Volcano Abbey – Rouge J., “Insurrections at the intersections: feminism, intersectionality and anarchism”, Quiet Rumors: An Anarcha-Feminist Reader, Dark Star Collective (Ed.), Ak Press, Oakland, CA, USA, 2012, tr.it. Annalisa Zabonati, “Insurrezioni alle intersezioni: femminismo, intersezionalità e anarchismo”, http://anguane.noblogs.org/?p=1447.
9 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, in American Psychologist, LXII, 4, 2007, pp. 271-286; Derald Wing Sue, Microaggressions and Marginality. Manifestation, Dynamics, and Impacts, Wiley & Sons, New Jerey 2010.
10 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, op. cit..
11 Luis Bonino Méndez, “Las microviolencias y sus efectos. Claves para su detección”, in Revista Argentina de Clínica Psicológica, VIII, 1999, pp 221-233Luis Bonino Méndez, “Los varones hacia la paridad en lo doméstico. Discursos sociales y práticas masculinas”, ©2000; Luis Bonino Méndez, “Micromachismos. La violencia invisible en la pareja”,©2000.
12 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit., p. 4.
13 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit..
14 Barbara Biglia, “Transformando dinámicas generizadas: Propuestas de activistas de Movimientos Sociales mixtos”, inAthenea Digital, 4, 2003, pp. 1-25; Barbara Biglia – Esther Luna González, “Reconocer el sexismo en espacios participativos”, in Revista de Investigación en Educación, X, 1, 2012, pp. 88-99.
15 Kheel MartiDirect Action and the Heroic Ideal: An Ecofeminist Critique, in Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Nocella Anthony J. – Best Steve (Eds.), AK Press, Oakland-CA 2006, pp. 306–318.
16 Walia Harsha, “Challenging patriarchy in political organizing”http://www.coloursofresistance.org/731/challenging-patriarchy-in-political-organizing/ .
17 Les enrageuse, Lavomatic. Laviamo i panni sporchi in pubblico. Spunti di riflessione sulle violenze di genere nel movimento antiautoritario, tr. it. Mel’ma, 2010, pp. 26-27.
18 Ma di Mel’ma, Scagliare una pietra al patriarcatoAnarchia e femminismo. Lettera aperta per capire le femministe, 2010, p. 11.
19 Beallor Angela, Sexism in the anarchist movementNortheastern Anarchist #2 Spring 2001.
20 In Feminists for Animal Rights Newsletter, II, 1, 1985, tradotto in italiano https://anguane.noblogs.org/?p=987.
21 pattrice jones, “Violation & Liberation. Grassroots Animal Rights Activists Take On Sexual Assault”, inhttp://www.earthfirstjournal.org/article.php?id=247.
22 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
23 “É un termine, quello di militanza, che nei movimenti italiani degli anni zero (dal ciclo cosiddetto ‘no global’ in avanti) è spesso stato sostituito dalla più anglosassone definizione di ‘attivista’. Questa parziale eclissi o sostituzione va assunta nella sua ambivalenza: se da un lato marca l’irriducibile distanza dalle forme di organizzazione rappresentativa, dall’altro rischia però di smarrire – insieme alle stucchevoli malinconie identitarie – anche il senso della determinazione storica del pensiero e delle pratiche (parallelamente cancellato dalle recenti riforme universitarie). Affrontando la questione della militanza dobbiamo allora mettere a critica un doppio rischio: da un lato, l’idea di una continuità lineare e atemporale delle pratiche politiche e di organizzazione; dall’altro, un nuovismo che presume di potersi liberare di ciò che sta alle proprie spalle senza conoscerlo e renderlo produttivo. In breve, del bagaglio di ricchezze di cui farsi innovativamente continuatori e degli errori da non ripetere. Nostalgia delle radici e assenza di genealogie sono infatti pericoli alla fin fine speculari, e solitamente si rafforzano per reciproca reazione” – “Stili della militanza – Dal movimento operaio a Occupy”, UniNomade, 6/2/2013, http://www.uninomade.org/stili-della-militanza/.
24 Ibidem.
25 Rohman Carrie, “Disciplinary Becomings: Horizons of Knowledge in Animal Studies”Hypatia, XXVII, 3, 2012, pp. 510-515.
26 Patrizia Romito – Geneviève Cresson, Vita di relazione, svalorizzazione di sé e sofferenza mentale, inCurare nella differenza, Paola Leonardi (a cura di), FrancoAngeli, Milano 1995pp. 226-245.
27 Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2, Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
28 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
29 Glasser L. Carol, “Tied oppressions: An analysis of how sexist imagery reinforces speciesist sentiment”,The Brock Review, XII, 1, 2011, pp. 51-68.
30 Zabonati Annalisa, “Donne e animali: breve excursus tra teoria, prassi e militanza”, M&M – musi e muse, 3, 2014.
31 Deckha Maneesha, “Disturbing images. Peta and the feminist ethics of animal advocacy”, Ethics & the Environment, XIII, 2, 2008, pp. 35-76; Glasser L. Carol, “Tied oppressions”, op.cit..
32http://www.vegina.net.


 

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Antispecismo.Net ha scelto di ripubblicare il testo - denuncia di Egon Botteghi volendo prendere posizione rispetto al tentativo qualunquista e negazionista di sminuire la portata dei temi trattati, finalmente sottoposti a lente di ingrandimento.
Come gruppo sosteniamo appieno la scelta di Egon di mantenere la denuncia al di fuori dell'analisi di singole realtà o persone, nonostante la conoscenza diretta ed indiretta ormai acquisita delle situazioni più critiche. 
Intendiamo sottolineare come questa lo staff di Antispecismo.Net consideri parimenti degne di osservazione (analisi, critica, ed opposizione) ogni forma di oppressione, discriminazione od esclusione degli individui. Per tale ragione mai liquideremmo un simile testo come un "tentativo di farsi pubblicità" - affermazione incredibilmente davvero apparsa in questi giorni in pubblica piazza -, considerando sessismo e omo/transfobia parte integrante del paradigma che vogliamo abbandonare e vedere dimenticato dalla società umana. La nostra posizione condivisa è consultabile anche come introduzione al testo di annalisa zabonati "Discorso critico sul sessismo: il sessismo nel movimento animalista antispecista - di annalisa zabonati".

Di seguito l’intervento di Egon Botteghi per il Collettivo Anguane in  vista del dibattito su “Discorso critico sul sessismo e il sessismo nel movimento animalista”

coordinato dal Collettivo Anguane durante il X incontro di Liberazione Animale.

13 Settembre 2014

Buongiorno a tutt*, mi chiamo Egon e come alcun* di voi sanno, sono un uomo transessuale. Ho iniziato la mia transizione da donna a uomo nel 2011, mentre ero già impegnato da alcuni anni nel movimento per la liberazione animale, nel cosiddetto movimento antispecista italiano. Nel 2008 ho infatti co-fondato un rifugio per animali domestici da reddito, trasformando il centro ippico che stavo gestendo e liberando i cavalli con cui lavoravo da molto tempo.

E’ stato il primo dei cambiamenti imprevedibili della mia vita, che mi hanno portato, da essere un allenatore e addestratore di cavalli e un istruttore appassionato di equitazione, in un altrettanto appassionato detrattore degli sport equestri e della schiavitù equina.

Questo cambiamento è stato possibile perchè la motivazione originale del mio essere “persona di cavalli”, derivava, fin da quando ero bambino, da un genuino interesse per questi animali (e per tutti gli animali in genere), così come accade per la maggioranza dei proprietari dei cavalli, che sono veramente convinti di amare il proprio animale.

Purtroppo l’equitazione ci viene presentata e proposta come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come un modo per essere vicino a questi animali, facendo scomparire il punto di vista del cavallo e la reale conoscenza delle sue esigenze. Il cavallo è trasformato nell’animale da equitazione, e chi pratica l’equitazione in “amante degli animali”, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia.

Per questo ritengo importantissimo divulgare le informazioni su queste pratiche, come sto cercando di fare con una mostra sull’equitazione e fare quello che è stato fatto a me, quando partecipai allo stage che nel 2008 cambiò la mia vita. L’insegnante che teneva il corso, da francese che era, usò un francesismo:

Io vi metto il naso nella merda, poi voi decidete se starci o meno, ma non potete più dire che non è merda”,

ci disse, mostrandoci un documentario sul rapporto uomo-cavallo (Alexander Nevzorov “Il cavallo crocifisso e risorto”).

Così, cercando di liberare le altre persone, ho cominciato a connettermi con la necessità della mia stessa liberazione ed il dolore per quello che non avevo mai voluto affrontare è esploso: nonostante la cosa mi terrorizzasse, dovetti riconoscere di essere una persona transessuale.

Quanto questo possa essere difficile lo dico con le semplice parole di un’altra persona FtM (female to male, transessuale da donna a uomo): “Non è facile scoprire di essere l’indiano in un film di cowboy”.

Sì, ero il cattivo della situazione, quello dalla parte sbagliata della barricata, e con enorme tristezza ho dovuto constatare che questo valeva anche in ambiente antispecista.

Quando ho iniziato la transizione credevo di trovarmi in una situazione privilegiata rispetto a tant* altr*: vivevo e lavoravo con persone vegan ed antispeciste e quindi pensavo che non avrei incontrato difficoltà di inclusione.

In realtà ho dovuto scoprire con shock che l’unica ferita quasi mortale l’ho ricevuta in questo ambiente e che per questo ho perso il lavoro ed il progetto che avevo fondato e seguito per anni, cosi’ che ho avuto la necessità di allontanarmi per un certo periodo dal movimento per sopravvivere.

Sottoscrivo quanto Annaliza Zabonati ha scritto nel suo saggio contenuto negli atti di “Liberazione Generale”:

L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di supposto sapere sulle varie forme di oppressione e di dominio… La tolleranza manifestata [rispetto alle persone lgbtqi] è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla non conoscenza dei temi derivanti dalle lotte di rivendicazione di liberazione femminista e lgbtqi”.

Furono proprio Annalisa ed Erika, ora mie compagne nel collettivo anarco-veg-femminista Anguane, ad intervistarmi per prime su questi temi per conto di Antispecismo.net.

In quell’intervista risposi a cuore aperto, mostrando già le criticità che il mio essere gender non conforming scatenava nell’ambiente “progressista” in cui vivevo e lavoravo e raccontai il primo episodio apertamente transfobico in cui ero incappato:

… purtroppo, arrivano alle spalle voci transfobiche da parte di persone che si definiscono antispeciste. Ci è stato riferito che una persona antispecista e vicino a situazioni a noi vicine, ha detto che io coi soldi dei benefit per gli animali mi ci pago le operazioni di riassegnazione sessuale. Si tratta proprio di ignoranza, anche perché le operazioni sono coperte dal servizio sanitario pubblico. Si tratta quindi di cattiveria gratuita.”

Al tempo sottovalutai il peso che queste posizioni ostili avrebbero avuto sulla mia vicenda, come sottovalutai, anche se mi faceva atrocemente soffrire, l’accusa che mi veniva rivolta come persona transessuale, anche dalle persone che in quel momento sostenevano di volermi bene e di essere al mio fianco:

se sei transessuale e prendi ormoni, allora non sei un vero antispecista, non sei più dalla parte degli animali, ma finanzi il sistema e le case farmaceutiche e sei CONTRONATURA”.

Questa è una frase che i transessuali antispecisti si sono sentiti dire dai loro “compagni” di movimento decine e decine di volte. Una compagna, ad esempio, scrivendo ad un compagno in carcere, gli raccontava che era in coppia con un ragazzo transessuale, anch’egli vegan ed antispecista. Questi gli ha risposto che per lui era inconcepibile e fuori discussione che un transessuale potesse essere considerato antispecista, perchè consumatore di ormoni!

Vorrei quindi analizzare questa accusa, che ha il sapore di una sentenza, pezzo per pezzo.

Se sei transessuale”:
la quasi totale maggioranza degli antispecisti non sa cosa sia una persona transessuale (nonostante ci sia una forte presenza di persone transessuali nel movimento, sia a livello nazionale che internazionale, e questo, vedremo perchè, non è un caso) e quando gli viene spiegato deve capire che non è una scelta. Non si sceglie di essere transessuali come oggi scelgo che vestito mettermi o cosa mangiare, è una condizione che insorge molto probabilmente dalla nascita (la scienza è ancora alla ricerca di spiegazioni), di cui si può prendere consapevolezza a vari stadi della vita e con cui devi fare, prima o poi, i conti. Non è una posizione facile o privilegiata nelle nostre società, questo è indubbio.

Quindi “se sei transessuale e fai uso di ormoni”, lo fai perchè non hai scelta! Non hai scelta perchè una delle condizioni primarie per la sopravvivenza è il riconoscimento di quello che si è.

Quindi, in una società come la nostra, dove la donna è quella con la vagina e le tette e l’uomo è quello con il pene ed i peli, una persona che nasce con una identità maschile in un corpo femminile, ha la necessità di portare delle modificazioni al proprio corpo per poter essere riconosciuto e per poter sopravvivere.

Il non riconoscimento porta ad una vita da inferno, che può sfociare nel suicidio.

Come sostiene Michela Angelini, medico veterinario transgender e vegan, attivista lgbtqi, “la transessualità è una questione sociale”.
Quindi non si possono colpevolizzare le persone transessuali se accettano l’unica soluzione che è al momento, nello sviluppo della nostra società, praticabile per rimanere in vita, contando poi che moltissime persone transessuali, una volta fatto il percorso di transizione, continuano a parlare ed agire contro la società binaria e sessista, che divide i corpi e le vite di donne e uomini in maniera così biunivoca.

Se un domani vivremo in una società che riconoscerà le varianti all’essere uomo-pene o donna-vagina e le rispetterà per quello che sono, una società dove una persona gender non conforming potrà scegliere di vivere serenamente anche senza interventi, lo dovremo anche alle persone transessuali che oggi si operano per sopravvivere ma che continuano a lottare per divulgare conoscenza e pratiche di liberazioni dei corpi.

Le stesse persone che additano le persone transessuali come a traditori della causa e alimentatori del sistema, quando si ammalano ed hanno bisogno di medicinali allopatici, pena il rischio di una debilitazione grave, le comprano, perchè non hanno alternative valide.

Non possiamo dire ad una persona transessuale di vivere serenamente nel suo corpo non conforme all’identità e pretendere di farsi rispettare per l’identità percepita, perchè questa modalità e la società che potrebbe supportare questa possibilità ancora da noi non esiste. Deve essere ancora costruita, e non si può costruire da morti. Se io vado in giro glabra e con le tette, sarò sempre considerato una donna, avendo poi anche il documento che parla per me e quanto questo possa diventare incompatibile con la vita, deve essere molto chiaro.

Le stesse persone che mi esortavano, nell’isola felice in cui credevo di vivere, a farmi considerare un uomo pur restando con il mio corpo femminile, mi hanno dimostrato di non riuscire a vedermi come tale.

Non si può neanche tacere il fatto che una persona transessuale, vegana ed antispecista, non prende “alla leggera” il passo di assumere ormoni cross-sex. Queste persone spesso passano anni ad interrogarsi, a studiare, sondare, ed anche soffrire, nel tentativo di capire come far collimare la propria sofferenza con le proprie esigenze etiche. Tutto quello che c’è da sapere su come sono prodotti, da chi e per quali scopi i farmaci che prende già lo sa, e forse ha anche cercato alternative più “naturali”, che però non hanno funzionato. Non sarà l’ennesimo antispecista integerrimo e giudicante a svelargli delle verità!

Sei contro natura!:
troppo spesso molti antispecisti si dimenticano, o ignorano completamente, come la Natura sia stata la più grande alleata delle più grandi oppressioni e inique distribuzioni di potere. La personificazione della potente e sempre buona e perfetta Natura, il ritorno al cui stato tutt* aspiriamo, ha preso da anni il posto di Dio nel regolare la scala dei valori dei viventi. I neri erano per natura inferiori ai bianchi, così come le donne agli uomini, così come, per la Natura, non doveva esistere l’omosessualità ed il sesso fuori dagli schemi procreativi.

Insomma la Natura è sempre stata specchio dei desideri di quello che era più conveniente alle strutture del potere. Per dirla con le parole di Franz De Waal:

come illusionisti, prima infilano nel cilindro della natura i loro pregiudizi ideologici, poi li tirano fuori per le orecchie, così da mostrarci come la natura concordi con loro”. (“L’età dell’empatia”).

Questa ideologia è perpetuata dagli antispecisti per pura ignoranza, e questo è un fatto grave in un movimento che si suppone radicale e rivoluzionario.

La transessualità comunque esiste in natura. Esiste in molti animali, che cambiano proprio sesso durante la vita, ed è sempre esistita nell’essere umano. Il fatto che dagli anni ’50 del secolo scorso, in occidente, il transessuale sia stato individuato come un individuo che cambia sesso con l’ausilio della medicina, è una questione intrinseca alla nostra stessa società. Qui non si pone la questione dell’uovo e della gallina, ma la risposta è chiara: prima c’erano le persone transessuali e poi i ritrovati tecnici della medicina occidentale che ha deciso di “curarli” in una determinata maniera.

Come detto, la persona transessuale non sceglie di essere tale, non lo fa perchè è un tipo particolarmente esuberante, o confuso o alla ricerca di forti e nuove emozioni e non è un derivato della tecnologia medica e delle storture del sistema.

Scoprirsi transessuali, intraprendere un percorso di riassegnazione di genere, equivale a scendere di molti piani nella scala dei valori che la nostra società assegna ai viventi. Nel mio caso ero nato come donna bianca, possidente, sana, occidentale, quindi vicino alla perfezione rappresentata dall’uomo bianco, possidente, eterosessuale, e seguire il mio destino di persona transgender equivaleva a scendere di categoria, a prendere “un ascensore per l’inferno” e ad unirmi alle schiere dei dannati che sperimentano ogni sorta di oppressione nella nostra piramide sociale… voleva dire scendere parecchi piani, fino a trovarmi nella sfera dell’altro da umano, di animale, direi quasi di oggetto, per questo era tanto terrifico per me.

Questo ha voluto dire molto nella prospettiva del mio attivismo antispecista, perchè ha cambiato in modo drastico il mio posizionamento.

Sentire che la lotta ti appartiene, che ne va della propria vita, passare da una posizione di privilegio ad una di svantaggio, vedere nel mondo persone trucidate perchè sono come anche tu sei, condividere a volte con quelli per cui lottavi anche prima, come ad esempio gli animali altro da umani, lo stesso posizionamento “dal basso”, mi ha reso ancora più attento a leggere la complessità della realtà, ad essere “resistente”, a non cadere in banalizzazioni ed in giudizi, che credendo di fare del bene, creano altre categorizzazione di sfruttamento ed inutile stigma.

Non ero più nell’eterea schiera dei “buoni”, e per lo più bianchi e occidentali, che, pur essendo nati con tutti i privilegi (che però stentano a riconoscere perchè rimangono a loro stessi invisibili non avendone mai sperimentato l’eclisse) si affannano nella lotta per i “senza voce”, per i poveri animali oppressi e sfruttati: ero diventato anch’io allo stesso livello degli animali, condividevo il solito piano.

E non era un piano che potevo abbandonare alla fine della manifestazione o della discussione perchè io su quel piano ci vivevo.

Adesso ero anch’io un essere che poteva essere cacciato, ucciso, denigrato, negato.
Da quando io stesso sono diventato, per il senso comune, un ibrido tra vivente ed oggetto, tra uomo e donna, tra sano e malato, tra umano ed animale, da quando il confine, creato dalla nostra società, che ha il potere di accettare o di escludere, passa proprio in mezzo al mio corpo vivente e reale, il mio modo di fare attivismo è diventato più consapevole e sono diventato anche un ponte,un ponte tra le varie lotte contro le oppressioni.

Nel mio caso cerco di gettare un ponte, un dialogo tra le lotte per la sopravvivenza delle persone lgbtqi e gli animali altro da umani e cerco di mettere in guardia la teoria e la pratica antispecista da posizioni essenzialistiche e giudicanti.

Già due anni fa, in occasione del penultimo incontro di Liberazione animale, presentai un articolo ed un workshop dal titolo “Soggetti politici e diritti: lo status di chi non deve esistere”, dove mettevo a confronto la terribile somiglianza tra le norme che regolano la vita delle persone che in Italia affrontano la riassegnazione del sesso e le norme che regolano la vita degli animali da reddito nel nostro paese.

Fu un intervento un po’ spiazzante: l’organizzazione mi aveva affidato il compito di parlare di rifugi, ed io parlai sì di rifugi e dei problemi che hanno a salvare gli animali da reddito per colpa della burocrazia, ma parlai anche della sterilizzazione forzata dei transessuali, sempre ad opera della burocrazia. La maggior parte delle persone ne fu molto colpita, ma il silenzio raggelante di alcuni ancora mi rimbomba nelle orecchie.

E il silenzio è quello che accompagna queste vicende: le aggressioni omo-transfobicche all’interno del movimento non vengono denunciate e le persone che ne sono vittime vengono lasciate sole, come fosse una questione di scaramucce personali e non un’aggressione all’essenza del movimento stesso.

Un altro silenzio di cui mi dispiaccio è quello intorno alla questione intersex.
Tra le persone che infatti mi sono state più vicino nel difficilissimo momento dell’inizio della mia transizione c’erano Alessandro Comeni, uomo intersessuale, e Michela Balocchi, sociologa che si occupava della questione intersex, per cui sono venuto a conoscenza del trattamento che queste persone ricevono, fin da neonati. Ho subito pensato che questo doveva essere un tema che doveva entrare di diritto nell’agenda dell’antispecismo nostrano, aiutando così la difficile creazione di un movimento intersex anche nel nostro paese.

Spinti dalle connessioni che c’erano nelle nostre lotte, abbiamo fondato il collettivo Intersexioni, composto da attivisti e studiosi della questione intersex, transessuale, cross-dress, omosessuale, femminista ed antispecista.

Grazie al lavoro di questo collettivo, alcune persone che operavano su altri fronti del pensiero critico e della liberazione, sono diventate vegan e molti si stanno comunque interessando alla questione animale.

Purtroppo non ho visto la stessa contaminazione dalle parti del movimento antispecista: il mio appello per lottare anche per la sopravvivenza delle persone intersex è caduto nel vuoto.

La consapevolezza però che la questione della lotta al sessismo, all’eteronormatività, all’omo-trans-negatività è centrale in un movimento radicale come quello che l’antispecismo vuole essere è troppo forte per darsi per vinti, per cui è stato avviato nel 2013 il progetto “Liberazione Gener-ale”, che vuole essere un momento di studio politico e di creazione di pratiche per rendere produttive le connessioni tra le varie lotte, la cui prima sessione, svoltasi a Firenze, era proprio incentrata sulle intersezioni tra liberazione animale e questione lgbtqi.

La sessione di quest’anno, il cui focus era il sessismo sulle donne, sugli animali e sulle persone lgbtqi, ha mostrato ancora una volta la difficoltà di parlare di certi argomenti in ambienti radicali che viaggiano su binari paralleli e che non dialogano abbastanza ed è comunque stato un successo anche solo per il fatto di aver unito nell’organizzazione gruppi ed associazioni antispeciste con un circolo storico lgbtqi come il circolo Pink di Verona.

Coraggiosamente e come atto politico è stato infatti scelto come luogo la città di Verona, da anni protagonista di pesantissimi attacchi, da parte della destra e dell’amministrazione, verso il “deviante” (che si tratti di omosessuali, transessuali, famiglie non tradizionali o homeless, che vengono trattati con gli stessi dispositivi degli animali considerati “nocivi” e contrari al decoro).

In quella sede sono usciti spunti molto interessanti su quello che l’antispecismo può fare nella lotta all’eteronormatività, che è uno dei pilastri portanti del “grattacielo”, se avrà il coraggio di sfruttare le possibili incursioni nei “bassifondi” che la vegan-negatività può “regalare”.

Sarebbe anche utile creare una campagna di sostegno per le persone trans prigioniere in carcere, vittime della repressione contro il movimento di liberazione animale.

Come dice l’attivista e studiosa Pattrice Jones, grande esempio di ponte, ogni progetto dovrebbe essere costruito per incrementare e favorire le connessioni,

favorendo le connessioni saremo maggiormente in grado di smontare la struttura [del sistema], lavorando insieme su questi progetti, edificheremo ponti tra i movimenti, così tutti avremo più partecipanti, e i progetti comuni ci permetteranno di ottenere due o tre obiettivi in una volta, e anche se non troviamo quei progetti bisogna tenere a mente le connessioni, qualsiasi cosa stiamo facendo.”

Quindi il movimento antispecista, per essere veramente un movimento radicale e libertario efficace e sinceramente tale, deve operare su queste giunture che tengono insieme, sempre prendendo a spunto le parole di Jones, “la casa del padrone” , per scardinarle.

Ma per scardinare una struttura ben costruita dobbiamo lavorare sodo, quindi non si può parlare di eterosessismo, omotransnegatività, sessismo, senza intervenire su di esso, sopratutto quando insorge all’interno stesso del movimento. Non si può colmare l’imbarazzante silenzio su episodi conclamati con un vano parlare. Il movimento dovrebbe unirsi a difesa dei propri valori non negoziabili, non certo per coscrivere e bandire, ma per crescere e consolidarsi e divenire realtà.

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Drew Winter, attivista e scrittore, e Missy Lane, attivista per i diritti umani, nel 2012 nel blog Radical Theory1criticano la politica dell'esercito israeliano a a favore dei soldati vegan e dichiarano che gli attivisti per i diritti animali non dovrebbero considerare favorevolmente questa posizione.

Dal 1 novembre2 2012 infatti, l'esercito israeliano (IDF - Israelian Defence Force) mette a disposizione de* soldat* vegan gli anfibi in ecopelle, consentono il rifiuto delle vaccinazioni in quanto realizzate con la vivisezione e mettono a disposizione una somma di denaro extra per poter acquistare cibo vegan.

Winter e Lane dichiarano che questa misura è una delle varie campagne che tendono a migliorare l'immagine del Paese e a celare gli effetti dell'occupazione dei territori palestinesi, che Baleka Mbete, attivista dell'African National Congress, dichiara essere non solo comparabile ma persino peggiore dell'apartheid perpetrato per anni in Sudafrica.

L'operazione di tolleranza verso l'animalismo è passata anche attraverso un disegno di legge contro le pellicce e il pinkwashing verso la comunità lgbtqi, che Winter e Lane affermano essere un successo per i progressisti israeliani, ma un abbaglio reazionario in quanto in contraddizione con la realtà sionista e militare espansionista. Anzi usare gli animali per ricevere approvazione dei propri comportamenti è un ulteriore sfruttamento perpetrato ai loro danni. I due autori infatti affermano che in quanto attivisti vegan riconoscono l'interconnessione delle ingiustizie e la connessione delle liberazioni umana e nonumana, prevedendo la necessità di criticare un regime che definiscono assassino.

La stessa posizione è espressa da Aeyal Gross3, docente di diritto internazionale e lui stesso veg*n, il quale asserisce che la nuova ondata vegan in Israele è un vegan-washing, termine da lui coniato, che, similmente al pinkwashing per le persone lgbt, tenta di nascondere l'occupazione e l'apartheid presenti in Israele attraverso pratiche progressiste e la promozione di normative a favore degli animali. Uno degli esempi più eclatanti di questo vegan-washing è appunto la serie di facilitazioni per i/le vegan dell'esercito israeliano che serve a coprire la negazione dei diritti umani di base e il veganismo diviene strumento di propaganda. Per questo è fortemente suggerito che il veganismo non sia fine a se stesso, ma sia all'interno di una visione più ampia delle lotte di liberazione e contro tutte le oppressioni.

Haggai Matar, giornalista e attivista israeliano, segue da tempo le evoluzioni del movimento animalista e vegano in Israele4, che risulta avere una sempre maggiore visibilità anche grazie a varie azioni dimostrative di condanna del maltrattamento degli animali, azioni di liberazione animale e di investigazioni. La reazione delle forze dell'ordine in alcuni casi ha portato all'arresto degli/delle attivist*.

Fino a qualche tempo fa l'attivismo era orientato verso il protezionismo e il riformismo legislativo, sostenuto anche dall'opinione pubblica israeliana che condannava alcuni comportamenti maltrattanti. Dopo il tour di Gary Yourifsky del 2012 c'è stata un'impennata di interesse su questi temi, che hanno visto l'adesione anche di personaggi pubblici verso una sempre maggiore condivisione dello stile dei Meatless Monday (letteralmente i lunedì senza carne)5, a cui partecipano anche il premier Benjamin Netanyahu, tra i responsabili dell'eccidio palestinese, e la moglie Sara. Da allora sono iniziati ad apparire diversi ristoranti e locali vegan a Tel Aviv e in altre città, ma diverse critiche sono poste dalla sinistra radicale, dagli attivist* per i diritti umani e da* vegan politicizzati6. Una delle maggiori critiche, oltre all'aspetto consumistico che ha assunto questo tipo di veganismo, è legata ai luoghi di produzione delle coltivazioni biologiche, che sono locate negli insediamenti cisgiordani. Lo stesso Yourofsky, ampiamente criticato per le sue affermazioni razziste e sessiste, è stato biasimato per aver accettato di svolgere una conferenza presso l'università di Ariel, in Cisgiordania, ateneo voluto dall'esercito israeliano. A sostegno della necessità di allargare il fronte vegan per favorire l'attivismo animalista ci sono i produttori biologici e alcune associazioni animaliste. Daniel Erlich, animalista della prima ora, afferma ad esempio che non solo si è rifiutato di sostenere azioni di ricostruzione di pollai distrutti dall'esercito nei territori occupati, ma che non intende sostenere l'oppressione umana a scapito degli animali nonumani. In questo senso considera le conferenze ad Ariel uno degli strumenti per contrastare l'olocausto animale.

Un esempio di veganismo politico di base che ha visto 2009 la realizzazione di eventi nel sud di Israele, a Be’er Sheva7, grazie ad alcun* attivist* istraelian* di Food Not Bombs, in cui è forte la connessione tra pacifismo e veganismo, distribuendo pasti vegan alle persone indigenti in genere, e comunque a chiunque si presenti alle iniziative FNB. Be'er Sheva è una città di operai con molti ebrei nordafricani e mediorientali, che vive in prima persona il razzismo israeliano interno che vede contrapporsi gli ebrei europei, askenaziti, agli ebrei orientali, mizrahiti. Il sud Israele è uno dei punti da cui spesso partono gli attacchi verso i palestinesi. Anche per queste ragioni sono state promosse iniziative Food Not Bombs in quell'area.

Un esempio diverso è Amirim, un villaggio vegano creato nel 1976, che ospita 160 famiglie composte da 600 persone, come racconta una delle sue fondatrici, Ohn-Bar8, nipote di un ebreo russo vegetariano, che emigrò negli Stati Uniti, dove incontrò la futura moglie con cui decisero di costituire una famiglia sionista vegetariana. La madre di Ohn-Bar era una dei loro figli, che assieme al marito decise di emigrare dagli Stati Uniti in Israele, dove nacquero i loro 7 figli. Una discendenza di 5 generazioni di veg*ni, che intrecciano motivi di carattere salutista con quelli etici. Un luogo che ospita molti turisti in cerca di una vacanza alternativa9, un esempio che pare rafforzare le posizioni critiche sul vegan-washing.

Israele è quindi una delle prime nazioni vegan?10 I dati statistici, sembrano confermare una tendenza verso uno stile veg*n, in cui però si ravvisano atteggiamenti consumistici e un generico “amore per gli animali”, così come si evidenziano elementi di una moda che sta invadendo le strade e le case israeliane.

Il collettivo anarchico israeliano Anarchists Against the Wall11, gruppo di azione diretta nato nel 2003 in seguito alla costruzione del muro tra Israele e Cisgiordania, opera in supporto alla popolazione palestinese e si occupa anche di diritti animali. Sono stati proprio i circoli anarchici ad introdurre in Israele il concetto di diritti animali negli anni '90, anche se era già presente già dai primi anni '80 un'associazione antivivisezionista, che però rimaneva staccata da analisi politiche più radicali. I testi in ebraico sulla vivisezione e sulla liberazione animale appaiono quindi nel 1991 e Liberazione animale di Peter Singer vede la luce solo nel 1998.

Dapprincipio questo collettivo, proprio per indicare l'attenzione ai diritti animali, si denominò Anonymous, che presto divenne anche il bacino di reclutamento per azioni di liberazione animale, ponendo la loro sede logistica non casualmente in via Ben Yehuda a Tel Aviv, in cui si trova la maggior concentrazione di pelliccerie.

Oggigiorno Anonymous for Animal Rights12 è diventata un'associazione protezionista e generalista che si occupa di campagne di orientamento dei consumi, confermando l'attenzione solo sui diritti animali. Una costola di quel gruppo si allontanò per formare nel 2002 il collettivo veganarchico One Struggle che riuscì ad introdurre le questioni antispeciste tra le fila del movimento antiautoritario. Qualche mese dopo il collettivo realizzò il tentativo di distruggere parte di uno degli accessi lungo il Muro presso il villaggio di Mas'ha e, nella tradizione di dare un nome alle azioni dirette, l'azione divenne appunto Anarchists Against the Wall. In Israele i gruppi anarchici sono antispecisti e lo dimostra il fatto che si oppongono alle azioni di solidarietà con gli allevatori e i pescatori palestinesi realizzate da gruppi radicali israeliani, ma anche i loro contributi per realizzare le connessioni tra le lotte e individuare le sacche di intersezione tra le oppressioni13. L'anarchismo inoltre rappresenta in Israele la forma più diffusa di critica radicale al sionismo neocolonialista israeliano14, anche grazie a varie forme di dissidenza e azione diretta15.

Nell'ottobre del 2012 tre attivisti israeliani si marchiarono a fuoco il numero 269 per le strade di Tel Aviv16. 269 rappresenta il numero assegnato ad un vitello in un allevamento ed è diventato il simbolo di tutti gli animali oppressi. Azioni simili sono state successivamente realizzate in 80 città nel mondo e hanno fornito spunti notevoli per una riflessione sulle sofferenze patite dai nonumani, nonostante ciò il gruppo 269life ricevette numerose critiche da parte di altri gruppi animalisti, femministi e per i diritti umani. Durante una loro dimostrazione un'attivista, con un bambino in braccio fu fatta uscire dal gruppo di astanti e le fu preso il bimbo, le fu strappata la maglia e venne simulata la mungitura forzata. Il gruppo ha dichiarato di aver realizzato questa azione per dimostrare la violenza agita contro le mucche e altri animali negli allevamenti, ma essendo un evento emotivamente coinvolgente ha attirato le critiche di femministe e attiviste per i diritti delle donne, ma anche di alcuni animalisti, tacciando la dimostrazione di misoginia e “promozione della cultura dello stupro”. Le critiche mosse a riguardo indicavano che la donna era stata oggettificata e molestata e che il seno era stato denudato con la forza, dimostrando una forma esplicita di dominio sessuale. Solo in seguito è stato reso noto che che coloro che avevano inscenato l'azione erano delle attiviste e che 269life è composto per la maggior parte da donne. Ma le posizioni di questo gruppo talora non sono molto definite e rimangono ancorate alla priorità dei diritti animali rispetto a quelli umani, mettendo così in dubbio una loro visione di collegamento dei diritti e delle lotte17.

La liberazione animale e il superamento dello specismo sono il nucleo centrale del gruppo 269life18, partendo dal veganismo quale passaggio ineludibile. Le loro azioni necessitano visibilità e clamore per avere un effetto significativo sull'opinione pubblica e sovvertire lo status quo con l'obiettivo di distruggere il sistema di sfruttamento attuale, concentrando la riflessione e la prassi sulle “reali vittime” del complesso industriale della carne. Il messaggio che intendono proporre è quello dello smantellamento dello specismo, in cui il numero 269 è il simbolo della consapevolezza collettiva, in grado di proporre un monito radicale, che diventi un tipo di comunicazione diffusa e che sviluppi azioni di contrasto nelle strade e tra la gente comune. Questo gruppo ha avuto forte risonanza anche all'estero e divers* attivist* in vari Paesi hanno emulato le loro azioni e creato gruppi con lo stesso nome.

Il progetto Shutting Down Mazor Farm19 si batte per la chiusura dell'allevamento di primati BFC Monkeys Breedinf Farm Ltd. a Mazor in Israele. Questo allevamento utilizza primati, che vende a laboratori di Europa, Stati Uniti e Israele, catturati nei loro luoghi d'origine, specie nelle isole Mauritius, deportandoli forzatamente, ma anche li alleva direttamente in loco. Il progetto vede la collaborazione dell'attivismo animalista e antispecista israeliano ed internazionale con diverse azioni e campagne, tra cui la pressione sulla compagnia di volo israeliana EL-Al che ha da qualche anno deciso di non collaborare più ai “viaggi della morte” per questi primati. Le azioni di denuncia hanno indotto la Procura di Stato israeliana a limitare le importazioni e le esportazioni dei primati ed hanno influito sulla decisione della Suprema Corte di Portorico di bandire dallo stato ogni sede dell'allevamento Mazor nel 2011. Le attività della Mazor Farm sono state fortemente ridotte anche se purtroppo l'azienda opera ancora, e l'obiettivo del progetto Shutting Down Mazor Farm rimane quello della chiusura definitiva dell'allevamento.

Le associazioni animaliste israeliane di stampo protezionista hanno costituito nel 1993 una Federazione denominata Noah20. I gruppi più diffusi e noti in Israele, oltre al già citato Anonymous for Animal Rights, sono HaKol Chai21, Israel Animal Defence Force22, Israeli Society for the Abolition of Vivisection23, Shevi24, Tnu Lachaut Lechut-Let the Animal Lives Israel25, Shalom Veg26. Come in altri Paesi, queste associazioni propongono una posizione riformista e orientata al benessere degli animali, e le loro campagne e mobilitazioni hanno anche consentito la realizzazione di una normativa in tal senso27. Gestiscono inoltre rifugi per animali, realizzano progetti educativi, affrontano i temi legati alla religione e al trattamento dei nonumani, quest'utlimo aspetto molto significativo nella società israeliana, in cui sono dibattuti molto i temi anche ad esempio della macellazione rituale.

Nei territori occupati, Ahmad Safi e Sameh Ereqat nel 2008 hanno fondato la prima e unica associazione animalista in Cisgiordania e a Gaza, la Palestinian Animal League – PAL, che si occupa anche di pacifismo attivando processi di pace attraverso i diritti animali, grazie anche ad iniziative e progetti pedagogici ed educativi rivolti ai bambini che cercano di proporre il rispetto per gli umani e gli animali nonumani. Nei territori palestinesi la violenza non è solo tra umani, e come afferma Safi spesso inizia e finisce sugli e con gli animali dato che il clima di continuo sopruso condiziona fortemente le relazioni che sono basate sulla desensibilizzazione alla sofferenza. L'obiettivo di PAL è di creare una cultura della comprensione e del riconoscimento, che si esprime attraverso azioni di informazione e formazione nei villaggi, nelle scuole e nelle fattorie per promuovere la cura e il rispetto per gli animali. Il principio di responsabilità è per loro lo strumento in grado di interrompere il ciclo della violenza sugli animali e sugli umani. PAL utilizza anche un'unità veterinaria mobile che fornisce un servizio gratuito di cura e sterilizzazione per i nonumani, sperando in futuro di formare altri veterinari nell'assistenza sanitaria nelle fattorie palestinesi. Per contrastare l'avvio dei processi di industrializzazione dell'agribusiness, ancora molto lontani dalla realtà palestinese, PAL promuove il veg*anismo, e Safi intende scrivere un libro di cucina mediorientale vegan, con utili informazioni nutrizionali che potrà essere usato per promuovere una cultura di attenzione e rispetto verso gli animali.

Il blogger palestinese Omar Ghraieb nel 2011 ha sottolineato che potrebbe sembrare folle scrivere di animali a Gaza mentre gli umani non hanno diritti28. Ma proprio i diritti sono il terreno comune tra umani e nonumani, partendo dall'idea che essere umani significa non tanto appartenere alla specie umana quanto trattare con umanità qualsiasi persona, umana e nonumana. Quello che ha sottolineato Ghraieb, che è nato e vissuto per molti anni in Europa e la cui famiglia ha sempre convissuto con animali d'affezione, è la normalità con cui si trattano in modo brutale gli animali. La continua condizione di sopravvivenza e di vita reclusa di queste popolazioni, a suo avviso, sembra portare a una sorta di anestesia verso gli altri animali. La commistione tra il trattamento degli altro-da-umani nei paesi occidentali e negli altri paesi è una questione molto controversa che molt* attivist* ecoveg “postcoloniali” dibattono con forza in ogni incontro, come è avvenuto durante la Conferenza nel 2013 di Resistance Ecology in cui si è dibattuto proprio delle implicazioni culturali, sociali e razziali del e nel movimento animalista-anitispecista internazionale. Ma a Gaza non è facile avere attenzione e sensibilità verso i nonumani, proprio per come gli umani si trattano tra di loro.

A chiusura di questa panoramica animalista, antispecista e vegana nell'area israeliana e palestinese, è significativo il contributo della blogger palestinese Nadia Harhash che ha raccontato la sua esperienza diretta con i due cani con cui vive la sua famiglia, Brownie e Zoë29, che condividono la paura per le proprie vite a causa dei continui bombardamenti a cui è sottoposta la popolazione palestinese in queste terribili settimane, che in realtà stanno durando da anni.



Sitografia

269life http://www.269life.com/#&panel1-1

ALF Israel http://www.alfisrael.com/english

Animal Rights in Israele http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/Israel.htm

Anonymous for Animal Rights http://anonymous.org.il/english

CHAI – Concern for Helping Animals in Israel http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm

Hidden Cameras in Laboratories in Israel http://invitro.org.il/node/82

ISAV – Israeli Society for the Abolition of Vivisection http://www.isav.org.il/about-us

Israel Animal Defence Force http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201

Israel Animal Liberation Press Office https://ialpo.wordpress.com/

NOAH - The Israeli Federation of Animal Protection Societies http://www.israelgives.org/amuta/580235836

Palestine Animal League http://www.interfaithveganalliance.org/pal/

Radical Theory http://drewwinter.wordpress.com/

Shalom Veg http://www.shalomveg.com/

Shevi – Animal Liberation Israel http://www.free.org.il/english/index.html

Vegan Antifa http://veganarchyliberation.wordpress.com/

We Must Shut Down Mazor Farm http://www.invitro.org.il/node/109

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Note

2 Giornata internazionale vegan.

3 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

4 http://www.animalliberationfront.com/ALFront/Actions-Israel/RiseOfIsraeliAR.htm.

5 Iniziativa nata nel 2003 negli Stati Uniti da parte di Sid Lerner, in associazione con the Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, che ora si svolge in una 40 di Paesi. La scelta del lunedì si basa sull'abitudine occidentale di far iniziare la settimana proprio in questo giorno, prodromo spesso di nuove proposizioni a partire proprio dall'inizio settimana http://www.meatlessmonday.com.

6 http://972mag.com/promoting-animal-rights-at-the-expense-of-human-rights/81628/.

7 http://www.archive.lasthours.org.uk/articles/food-not-bombs-in-beer-sheva/.

8 http://haolam.de/artikel_9393.html.

9 http://amirim.com.

10 http://www.theveganwoman.com/israel-going-first-vegan-nation/.

11 http://www.awalls.org/.

12 http://anonymous.org.il/english.

13 http://aaron.resist.ca/israeli-anarchism-being-young-queer-and-radical-in-the-promised-land.

14 http://972mag.com/anarchists-the-most-important-activists-on-the-jewish-israeli-left/50269/.

15 http://www.eco-action.org/dod/no8/israel.html.

16 Qui il video dell'azione dimostrativa http://www.youtube.com/watch?v=RA4q1pU957c.

17 http://veganarchyliberation.wordpress.com/.

18 http://www.269life.com/#&panel1-1.

19 http://www.invitro.org.il/node/109.

20 http://www.israelgives.org/amuta/580235836.

21 http://www.chai.org.il/en/home/e_index.htm.

22 http://www.animalpolice.org.il/?CategoryID=201.

23 http://www.isav.org.il/about-us.

24 http://www.free.org.il/english/.

25 http://www.letlive.org.il/eng/.

26 http://www.shalomveg.com/.

27 Per una panoramica delle leggi israeliane a favore degli animali http://en.wikipedia.org/wiki/Israel_and_animal_welfare.

28 http://gazatimes.blogspot.it/2011/04/gazaif-human-life-means-nothing-why.html.

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