Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina

di Egon Botteghi

 

Quando ho letto la notizia dell'orango Sandra, che potrebbe essere liberata dallo zoo in cui vive reclusa da vent'anni, in quanto riconosciuta dai giudici argentini  come “persona non umana”(vedi notizia su La Stampa, e qui la notizia in lingua originale), ho subito pensato alla psicologa argentina Florencia Gonzales Leone, conosciuta a Napoli durante un convegno internazionale sull'identità di genere.

Con lei ebbi infatti un interessante scambio di opinioni riguardo all'avanzatissima legge argentina che permette alle persone gender variant di cambiare i propri documenti con un semplice atto amministrativo, senza dover ricorrere ad alcun intervento medico e legale sul proprio corpo, concedendo quindi piena autodeterminazione sulla propria identità di genere (vedi articolo di Repubblica; e qui la traduzione integrale della legge argentina).

Secondo Leone, questo rispetto per l'identità propria di ogni individuo, trova radici nel tragico passato argentino, con la vicenda dei desaparecidos, dove la presenza e l'identità di migliaia di persone sono state cancellate dalla violenza assurda del regime dittatoriale.

A tal proposito la psicologa sud americana scrive, in un articolo sull'argomento pubblicato da Intersexioni:

 

“Io vengo dall’Argentina, un paese in cui la dittatura militare ci ha lasciato trenta mila “desaparecidos” e tutta una società ferita, una storia che è piena di vuoti. Sono migliaia i libri, gli archivi e la storia che è stata bruciata, distrutta, come migliaia le famiglie di tutto il paese. Il motivo? Risolvere la problematica della diversità (di idee, di ideologie, ecc.) attraverso l’eliminazione della “diversità”. Trenta mila desaparecidos! 30 mila! per capire l’importanza della libertà di pensiero, di espressione, di ideologia e di vita in qualunque paese al mondo.

Ancora oggi, ogni Giovedì nella “Plaza de Mayo” di Buenos Aires, un gruppo di donne, chiamate Madres de Plaza de Mayo, lotta per il diritto a sapere dove sono finiti i corpi dei loro figli e dove sono oggi i loro nipoti. Qual è lo scopo ultimo di questa lotta? Il diritto all’identità! L’Argentina è un paese che ancora oggi prova a lottare con molto sudore ogni giorno per ricostruire la sua identità. Noi argentini abbiamo un’identità spezzata, rubata, negata che stiamo provando a mettere insieme attraverso la riappropriazione di ogni pezzo di un grande puzzle che ci permetterà di arrivare a scoprire chi siamo. Tutto questo è possibile solo attraverso la difesa della memoria, del rispetto per le idee proprie ed altrui e soprattutto con leggi che tutelano i diritti di ogni singolo cittadino.

Un’identità ha diversi modi di essere “rubata”, e per questo quando al convegno ascoltavo l’esigenza e il dispiacere dei cittadini italiani per la mancanza di leggi in Italia rispetto all’identità di genere, ho iniziato, un po’ inconsciamente, a porre in associazione questi temi tra loro, in special modo le identità rubate, perché un governo che non garantisce i diritti di ogni singolo individuo alla fine sta rubando a quel cittadino il suo diritto a esistere.

 La legge sull’identità di genere in Argentina, numero 26.743, permette che le persone trans* (travestiti, transessuali e trans gender) siano iscritte all’anagrafe e nella carta di identità col nome e il sesso che loro stessi hanno scelto. Inoltre questa legge consente e comporta che tutti i trattamenti medici di adeguamento all’espressione di genere siano garantiti dal sistema sanitario nazionale, sia pubblico sia privato.

La legge 26.743 è stata approvata il 9 maggio di 2012 e a oggi è l’unica legge al mondo che non patologizza la condizione trans.


Il 10 dicembre del 2013, in Argentina, si festeggiano i primi 30 anni di democrazia.

È una data concreta e simbolica per ricordare che, nè in Argentina né in nessun altro paese del mondo, si debbano attendere 30 mila desaparecidos per capire il vero senso della vita e il diritto a esistere¡K Mai Più!!”

Florencia Gonzales mi raccontava, che in seguito a questa legge, le persone gender variant che vogliono adeguare il proprio documento alla propria identità sociale percepita, devono solo recarsi in questi uffici per l'identità, luoghi nati appunto dopo la tragica vicenda dei desparicidos, e non nei tribunali, come qui in Italia.

Sono convinto che non sia un caso che la sentenza che attribiusce ad un animale non umano l' “habeas corpus” e quindi il diritto alla libertà venga dallo stesso paese in cui è stato sancito il diritto alla completa autodeterminazione alle persone trans, facendosi carico dell'inanienabile rispetto all'identità di ognuno, dimostrando ancora una volta l'intima correlazione tra le lotte per la liberazione.

 Sandra e il diritto all'identità: una storia argentina - di Egon Botteghi

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Dragon Trainer 2 - L'Entertainment investe sull'empatia?

di Eva Melodia   

Poche sere fa, da brava mamma con figli piccoli a carico, sono stata al cinema con tutta la mia famiglia a vedere il secondo film della trilogia di Dragon Trainer 2, entartaiment allo stato puro del noto colosso DreamWorks Animation.

Il Film, non è affatto solo per ragazzi ed è costruito su un susseguirsi di immagini emozionanti e cariche di azione, piuttosto creativo, indiscutibilmente indimenticabile per i bambini, ma anche per qualche adulto.

Al di là della qualità del film e di tutte le possibili considerazioni sulle implicazioni socio-economiche che queste produzioni generano, è da notare con un certo interesse come tutta la storia poggi sul potere accattivante dell'empatia verso gli animali.

La storia si dipana attorno alla grande amicizia tra un umano ed un “altro da umano”, in questo caso un magnifico drago, e che tutto il coivolgimento del pubblico è scatenato più che dalle prodezze degli umanoidi, dalle fattezze, scelte, movenze e situazioni vissute, dell'”animale”, di colui che inizialmente è alieno e nemico da uccidere, per poi diventare di famiglia, alleato, e amato: con il sollievo di grandi e piccini.

Sdentanto, così si chiama il simpatico personaggio che è appunto, "simpatico". Tutto in lui ispira apertura ed accoglienza e, cosa importantissima, non è affatto umanizzato (egli non parla, non legge, non scrive, non compie rituali umani) come invece siamo soliti vedere gli animali nei cartoon al cinema. Al contrario è proprio animalesco ed essendo un altro-da-umano fantastico, appare evidente come il disegno che gli da vita sia realizzato a partire da un attento studio degli ispiratori naturali di simpatia ed empatia del mondo reale: gli animali.

E' facile vedere in Sdentato il proprio gatto o cane, come è successo anche a noi (il nostro sdentato si chiama Gatta Blu e vive tra il letto e il giardino facendo risse con i gatti del vicinato). In questo drago infatti si riconoscono l'accovacciarsi felino, lo sguardo languido del gatto che vuole ottenere qualcosa, come anche l’espressione perfida prima di un attacco o il modo inconfondibile di giocare di un cane. E’ possibile ed anzi probabile che Sdentato sia il frutto dell’osservazione di molti tipi di animali e della riproduzione di quelle peculiarità che senza alcuno sforzo attivano la nostra empatia, facendo emergere amicizia invece che paura.

Per farla breve, Sdentato è tutto il bene che possiamo provareper gli animali, venduto in un biglietto da 8 euro, magari in 3D.

Egli é anche paladino di comportamenti umani encomiabili (lui), mostrandosi sempre amichevole ed ingenuo e disponibile tanto a cambiare idea, quanto a sacrificarsi per altri...anche sconosciuti.

Insieme ad altri draghi, tutti buffi e bitorzoluti, chi panciuto e chi strabico, viene definito come uno strano animale da compagnia di un protagonista umano particolamente empatico che passa nobilmente il suo tempo a cercare di costruire un mondo meno belligerante e “guerrafondato” grazie alle solide basi di questa amicizia trans-specifica. La loro amicizia poi, è fondata non su chissà quali fantasiosi scambi intellettuali (come dicevo il drago non è umanizzato), ma su fattori esperienziali (come di fatto nella realtà si costituiscono le relazioni amichevoli transpecifiche quando ad esse ci si abbandona) come la condivisione del piacere di toccarsi, viversi, sostenersi ed in questo caso, sulla grandissima esperienza del volare.

Insomma, per tutta la durata del film ci riempiamo di fantasioso buon cuore ad ogni minuto, mentre la trama incalza sui buoni sentimenti, tanto che escludendo qualche breve immagine, verrebbe da pensare ad una vocazione antispecista nella sceneggiatura aspettandosi un finale “go vegan and live with love”.

Ovviamente invece, trattasi del solito conflitto tutto culturale tra potenziale empatico umano quotidianamente inespresso (il potenziale aspecista che è in noi)  e la trita, persecutoria, logica specista.

E’ in secondo piano infatti che scorrono le brevi sequenze con cui si ribadiscono le regole della realtà accettata e volte a difendere la consolidata follia, per cui, mentre si coltiva l’amicizia con draghi dall’aspetto volutamente simile a polli ciccioni, i protagonisti mangiano proprio polli! Interi! Arrostiti sul fuoco del bivacco.

Dunque della proiezione fantasiosa di uno stesso animale, il “pollo”, è la versione capace di aggredire e distruggere (quella del drago-pollo che nel film si chiama Tempestosa, la draghessa amica della protagonista femminile) ad essere meritevole di amore e rispetto, mentre il pollo più simile alla realtà, quello innocuo ed innocente anche perché incapace di distruggere e probabilmente mai particolarmente intenzionato a fare del male ad alcuno, è addirittura sbeffeggiato mentre viene mostrato infilzato da uno spiedo.

I pesci poi… poveri pesci. Sono considerati più simili a fenomeni atmosferici (alle volte piovono senza che la loro agonia interessi a nessuno) che ad individui morenti e sacrificati per nutrire i simpatici predatori alati.

Questo secondo capitolo non esita a trasmutare la comune gattara in una vichinga con la “passione” per i draghi, ma fatto notabile è che vesta per tale ragione un ruolo eroico. Tanta è la passione (com-passione) di questa eroina per i draghi da indurla addirittura ad abbandonare il figlio neonato (niente di meno), pur di difenderne le sorti. Nonostante ciò, e come nelle comuni dinamiche dell’animalismo banalizzato, è sempre lei che allegramente si reca allo sterminio dei pesci urlando “evviva, è l’ora della pappa!”. 

Certo, l’epoca ed il popolo scelti per ambientare la storia (i vichinghi) non li immaginiamo facilmente vegani, ma se di fantasia si tratta, se si incoraggiano le virtù socievoli di cui gli umani sono capaci, perché non farlo davvero rilevando l’ottusa discriminazione ormai insostenibile con cui si opprimono piccoli e grandi animali di ogni tipo? Mi sarei anche accontentata si un sorvolare in rassegnato silenzio, sarebbe bastato a denotare un po’ di decenza… invece no. I polli morti e bruciacchiati allietano la convivialità dei protagonisti, mentre delle povere pecore raccontate come fossero solo occhi senza anima incastonati in una palla di pelo (per quanto caratterizzate in modo da risultare decisamente divertenti), fanno la parte ora del “cibo”, ora della palla da gioco, durante tutta l’allegra routine di un popolo che, stando alla storia, avrebbe addirittura sconfitto la barbarie della violenza gratuita.

 

In tutto ciò, è impossibile ignorare la pesante dose di sessismo, insita fin dalla scelta dell’ambientazione culturale fortemente virilista - che fu della società vichinga - ben mantenuta in vita nella trama dal ruolo predominante di maschi alla guida di draghi e di popoli, con le grandi femmine a fare sempre da spalla. Mi viene naturale ipotizzare che nel brodo specista patriarcale in cui navighiamo, il pathos dell’amicizia tra l’umano e il drago non avrebbe avuto così tanta presa (il marketing lo sa) se l’umano protagonista fosse stata femmina, poichè l’empatia e la solidarietà tratteggiate sul personaggio verso l’animale si sarebbero annacquati nella comune icona della donnetta lacrimosa e sensibile, ed in fondo ogni bene è quel che finisce bene solo se c’è una qualche donnetta da salvare.

E’ anche da queste trame di film colossal che possiamo ancora una volta misurare la cultura nemica con cui abbiamo a che fare, il nostro vero antagonista, ciò che permea l’attuale sistema. Possiamo anche intuire però come tutta la speranza sia lì, a portata di mano, proprio a partire dal fatto per cui il grande cinema investe in tali temi, pur di portare una cartone animato in tutte le sale del mondo ed attirare anche gli adulti, sapendo di fare centro sicuro.

Sanno che quando il film finisce di quella Furia Buia sentiremo segretamente la mancanza… o almeno… la sentiranno tutti coloro che non hanno in famiglia un vero animale per amico.

 

 

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Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

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Donne e animali: una questione femminista? pubblicato online il nr. 23 di Dep “Femminismo e questione animale”

da: anguane.noblogs.org

copertina dep 23
E’ on line il nr. 23 del 2013 di DEP, interamente dedicato a Femminismo e  questione animale”. Si possono scaricare sia i singoli contributi che il numero nel suo insieme.
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Presentazione di Strix (da anguane)

La giustificazione ideologica patriarcale della presunta inferiorità femminile si annida nelle pieghe della de-umanizzazione, che Maneesha Deckha chiama sub-umanizzazione1. Questo meccanismo relega le donne, e le categorie considerate marginali, in una fascia esterna all’umano culturale. Cultura e natura subiscono una cesura, e le donne divengono la personificazione della natura. Sherry Ortner2 afferma

Lo status secondario delle donne, presente in tutte le culture può essere semplicemente definito con il postulato che le donne sono state identificate o simbolicamente associate con la natura, all’opposto degli uomini, associati invece alla cultura. Dato che la progettualità culturale prevede di trascendere la natura, e poiché le donne sono considerate parte della natura, allora la cultura può ritenere “naturale” subordinarle, per non dire opprimerle. (p. 73)

Lo scarto delle donne dalla natura è la posizione del femminismo dell’uguaglianza, che si propone di elevare la posizione femminile tra gli umani, escludendo ogni similitudine con l’animalità. Un atteggiamento che implica la rimozione dell’oppressione verso gli animali, e consente un’osservazione silente che rende complici3. Una complicità che si esprime con l’uso dei corpi animali, rimuovendone la soggettività, attraverso la cancellazione di ogni riferimento diretto4.

Il femminismo di matrice marxista e materialista propone, dal canto suo, un’analisi di tipo economico e indica nelle ineguaglianze il punto critico della struttura sociale e della sottomissione delle donne, come parte dell’insieme più ampio dell’oppressione delle classi lavoratrici e subalterne. La liberazione, in ogni sua accezione, passerebbe, secondo questa visione, attraverso l’abolizione della proprietà privata e l’accesso egualitario ai mezzi di produzione. Gli animali sono considerati solo in quanto soggetti edibili, in base al principio di accesso alle risorse e alla sovranità alimentari, e in quanto fonte di lavoro e reddito nel complesso industriale dell’agrozootecnia.

Il femminismo radicale di sinistra, come rammenta Lori Gruen5, pur ampliando la visione marxista, mantiene il focus sul materialismo e sulla storicizzazione, combinando un’analisi di classe con un’analisi di genere. Gli obiettivi politici sono la trasformazione degli apparati sociali e delle istituzioni. La natura e gli animali sono i referenti assenti di queste posizioni.

Tracey Smith-Harris6 sostiene che buona parte del movimento femminista, nel suo insieme variegato, si concentra sulle ripercussioni politiche della marginalizzazione delle donne, e non ritiene prioritario affrontare la questione dei soggetti nonumani. Carol Adams pensa che il femminismo sia concentrato su di sé ed esprima un sistema di pensiero specie-specifico7 che obnubila ogni altra questione. Lynda Birke8 afferma che il femminismo, inteso come movimento sociale, si reputa un discorso critico in grado di abbracciare qualsiasi tema, ma che abbia di fatto tralasciato la questione animale. Queste riflessioni accomunano molte femministe che si interrogano sulla questione animale e che cercano di far incontrare questi due ambiti9, per ottenere una fattiva inclusione di ogni oppressione nelle lotte di liberazione.

Per superare la logica dualistica e binaria, che Rosemary Radford Ruether10 definisce l’“ideologia maschile del dualismo trascendente”, si dovrebbero individuare le sacche di permanenza delle visioni androantropocentriche e destrutturarle, attraverso procedimenti che prevedono la riconsiderazione dell’alterità. Il pensiero ecofemminista è una possibile soluzione, poiché rifiuta l’insieme delle forme di dominio e agisce una pratica di liberazione. Questo grazie a processi di empatia, compartecipazione, olismo, inclusività e mutualità. In questo caso il femminismo è inteso “come una filosofia trasformativa che abbraccia i miglioramenti della vita sulla terra per tutti i suoi abitanti”11.

La proposta è che il femminismo si possa occupare della questione animale senza dover rinunciare alle sue peculiarità, ma anzi creando reciproche alleanze utili a debilitare la permanenza del sistema di dominio sulle donne, la natura e gli animali. Questa convinzione emerge in diversi scritti femministi animalisti12, consapevoli che la comprensione della questione animale sia uno dei temi peculiari del femminismo per la massiccia presenza di donne nel movimento e per le comuni sofferenze. Così come la questione femminista dovrebbe entrare a pieno titolo nell’animalismo, giacché il femminismo ha una lunga tradizione di critica al sistema e di riconoscimento delle ineguaglianze. Né il femminismo né l’animalismo sono scevri da critiche perché spesso si presentano in modo settario dimenticando che la connessione è la migliore strategia politica per entrambi. Non si intende pertanto proporre un’omologazione indistinta in cui tutti e tutte si occupano di tutto, ma cercare di integrare elementi appunto comuni sia da un punto di vista teorico che della prassi.

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Note
1 Deckha Maneesha, The Subhuman as a Cultural Agent of Violence, in “JCAS – Journal for Critical Animal Studies”, VIII, 3, 2010, pp. 29-51.

2 Sherry B. Ortner, Is female to male as nature is to culture?, in Woman, culture, and society, Michelle Zimbalist Rosaldo – Louise Lamphere (eds), Stanford University Press, Stanford, CA 1974, pp. 68-87.

3 Josephine Donovan, Animal Rights and Feminist Theory, in “Signs”, XV, 2, Winter 1990, pp. 350-375. Questo saggio è tradotto in italiano nel nr. 23 2013 di  Dep (http://www.unive.it/media/allegato/dep/n23-2013/Documenti/07_Donovan.pdf), con il titolo Diritti animali e teoria femminista.

4 Carol J. Adams, The Sexual Politics Of Meat, Continuum, New York 1991.

5 Lori Gruen, Dismantling Oppression: An Analysis of the Connection Between Women and Animals, in Ecofeminism. Women, Women, Animals, Nature, Greta Gaard (ed.), Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 60-90.

6 Tracey Smith-Harris, Bringing Animals into Feminist Critiques of Science, in “Canadian Woman Studies/Les Cahier de la Femme”, XXIII, 1, pp. 85-89.

7 Carol J. Adams, Neither Man Nor Beast: Feminism and the Defense of Animals, Continuum, New York1995.

8 Lynda Birke, Intimate Familiarities? Feminism and Human-Animal Studies, inSociety and Animals”, X, 4, 2002, pp. 429-436.

9 Lori Gruen – Kari Weil (eds.), Special issue – Animal Others, in “Hypatia”, XXVII, 3, August 2012, pp. III-IV, 477-700.

10 Rosemary Radford Ruether, New Heaven/New Earth: Sexist Ideologies and Human Liberation, Seabury, New York 1975, cit. in Carol J. Adams – Josephine Donovan (eds.), Animals and Women, op. cit., p. 2.

11 Josephine Donovan, Animal Rights and Feminist Theory, op. cit., p. 359.

12 Per citarne solo alcuni dell’ultimo decennio: Anonyma, Feminismo y Liberacion Animal, in “Sombras y Cyzallas”, 0-1, 2002, pp. 4-5; Catharine A. MacKinnon, Of mice and men: A feminist fragment on animal rights, in Animal rights: Current debates and new directions, Sunstein Cass R. – Nussbaum Martha C. (eds.), Oxford University Press, New York 2004; Ruby Hamad, Feminists must stop ignoring Animals, in “The Scavenger”, 23 feb. 2012, s.p.; Maneesha Deckha, The Salience of Species Difference for Feminist Theory, in “Hastings Women’s Law Journal”, XVII, 1, 2006, s.p.; Greta Garrd, Feminist Animal Studies in the U.S.: Bodies Matter, in “Dep”, 20, 2012, pp. 14-21 (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=138551); Greta Greta, Speaking of Animal Bodies, in “Hypatia”, XXVII, 3, 2012, pp. 520-526; Maneesha Deckha, Toward a Postcolonial, Posthumanist Feminist Theory: Centralizing Race and Culture in Feminist Work on Nonhuman Animals, in “Hypatia”, XXVII, 3, 2012, pp. 527-545; Emily Clark, ‘The Animal’ and ‘The Feminist’, in “Hypatia”, XXVII, 3, 2012, pp. 516-520; Maneesha Deckha, Animal Advocacy, Feminism and Intersectionality, in “Dep”, 23, 2013, pp. 48-65 (http://www.unive.it/media/allegato/dep/n23-2013/Documenti/03_Deckha.pdf) ; Lisa Kemmerer, Ecofeminism, Women, Environment, Animals, in “Dep”, 23, 2012, pp. 66-73 (http://www.unive.it/media/allegato/dep/n23-2013/Documenti/04_Kemmerer.pdf).

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Dal care al dialogo: il femminismo e il trattamento degli animali

Di Josephine Donovan.

Traduzione dall’inglese di Michela Pezzarini; revisione: Josephine Donovan, Agnese Pignataro.

Fonte: Musi e Muse, n. 2 (luglio 2013)

Questo articolo è tratto dal volume collettivo The Feminist Care Tradition in Animal Ethics, a Reader, Columbia University Press, 2007. Una versione molto più lunga e leggermente diversa era apparsa con il titolo «Feminism and the Treatment of Animals: From Care to Dialogue» in Signs: Journal of Women in Culture and Society, 2006, vol.31, n.2.

Immagine tratta dal sito The Public Domanin Review.

[Nota della traduttrice: ove possibile si è scelto di non tradurre il termine inglese care, che ha un campo semantico più ampio dell’italiano cura].


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Dagli anni Ottanta le femministe hanno iniziato a introdurre la teoria del care nel dibattito filosofico su come gli umani debbano trattare gli animali non umani. La teoria del care, un filone importante della teoria femminista contemporanea, è stata originariamente articolata da Carol Gilligan e in seguito elaborata, perfezionata e ampiamente criticata fin dalla sua prima formulazione nei tardi anni Settanta. Da quando le autrici e gli autori presenti nella prima parte di questo volume [The Feminist Care Tradition in Animal Ethics, a Reader] hanno applicato la teoria del care alla questione animale nei primi anni Novanta, essa si è affermata come uno dei principali filoni teorici dell’etica animale.

Questo articolo vuole tentare di affinare e rafforzare ulteriormente la teoria femminista del care in etica animale. Spero di riposizionare la discussione per porre in evidenza la natura dialogica della teoria del care: non si tratta tanto, come dimostrerò, del prendersi cura [care for] degli animali come le madri (umane e non umane) fanno nei confronti dei propri piccoli, ma piuttosto di ascoltarli, di offrire loro la nostra attenzione emotiva, prendendo a cuore [care about] ciò che ci dicono. Come sottolineo nella conclusione del mio articolo «Animal Rights and Feminist Theory»: «Non si devono uccidere, mangiare, torturare e sfruttare gli animali perché loro non vogliono ciò e noi lo sappiamo». In altre parole in questo articolo propongo di spostare la fonte epistemologica della teorizzazione sugli animali negli animali stessi. Non si potrebbe, mi domando, estendere la standpoint theory femminista agli animali, includendo in questo modo il loro punto di vista nelle nostre deliberazioni etiche?

La standpoint theory per gli animali

Poiché offre una prospettiva politica teoricamente più sofisticata di quella del care, la standpoint theory – una corrente significativa nella teoria femminista contemporanea – può rivelarsi un utile apporto alla teoria del care che si occupa del trattamento etico degli animali [1]. Specialmente nell’articolazione originaria di György Lukács, la standpoint theory sembrerebbe particolarmente adatta per l’approccio dialogico che vado proponendo. Il filosofo marxista Lukács sviluppò questa idea nell’opera Storia e coscienza di classe ([1923] 1978), in cui teorizzò che il proletariato manifesta un’epistemologia particolare e privilegiata a causa della propria mercificazione o reificazione nel processo di produzione capitalista. Quando un soggetto è trattato come un oggetto, afferma Lukács, l’esperienza evoca necessariamente una coscienza critica nata dalla paradossale consapevolezza di non essere una cosa. Nell’automatizzazione della produzione capitalista, nota Lukàcs, il lavoratore «è perciò costretto a subire come oggetto del processo la propria mercificazione, la propria riduzione a pura quantità. Ma proprio per questo egli viene spinto al di là dell’immediatezza di questa condizione» (p. 219). Sotto la «crosta quantificante», comunque, si trova un «nucleo qualitativo e vivente» (p. 223), da cui nasce una coscienza critica e sovversiva. Lukàcs sviluppa così il concetto: «la mercificazione dell’operatività separata dalla personalità complessiva dell’uomo arriva a trasformarsi in coscienza di classe rivoluzionaria soltanto nel proletariato» (p. 226).

E ancora: «A questo oggettivo occultamento della forma di merce corrisponde, dal punto di vista soggettivo, il fatto che il processo di reificazione, la mercificazione dell’operaio, mentre da un lato annienta l’operaio stesso [...] storpiando ed atrofizzando il suo ‘spirito’, dall’altro non trasforma in merce la sua stessa essenza spirituale-umana» (pp. 226-227).

La standpoint theory femminista – secondo Nancy Hartsock (1983) – ha generalmente collocato l’origine del risveglio della coscienza critica di un gruppo oppresso non tanto nella reificazione quanto nell’esperienza corporea e nella pratica (o nel ricordo) del lavoro artigianale non industriale di valore d’uso [2]; comunque, al fine di elaborare un approccio femminista alla questione animale, l’enfasi di Lukàcs sulla reificazione in quanto elemento primario costitutivo del punto di vista critico sembrerebbe più utile.

Nell’applicazione della teoria agli animali è oltremodo chiaro che essi nel processo di produzione vengono letteralmente ridotti a numeri e trasformati in merce – ancor più di quanto non avvenga ai proletari, i cui corpi almeno non sono trasformati dal processo produttivo, letteralmente, in morti oggetti da consumare – anche se accade che siano trattati come strumenti meccanici. Tuttavia il punto che appare immediatamente problematico nell’applicazione della standpoint theory agli animali è la questione sul come il loro punto di vista soggettivo debba essere articolato. Poiché è ovvio che, a differenza dei lavoratori umani, gli animali sono incapaci di condividere tra di loro le proprie opinioni critiche, come sono incapaci di organizzare la resistenza alla propria reificazione e uccisione nei mattatoi. D’altra parte il fatto che raramente i lavoratori hanno espresso un punto di vista proletario di propria iniziativa o si sono spontaneamente ribellati in massa al trattamento subito (un eterno problema del pensiero rivoluzionario), suggerisce che le differenze tra i due casi non sono rilevanti come potrebbe risultare a prima vista. Spesso, nella pratica, i teorici marxisti sono ricorsi all’idea di un’avanguardia intellettuale che guidi il proletariato e lo educhi a riconoscere e combattere le ingiustizie che gli sono inflitte (l’esempio più famoso è la concezione leninista del partito di avanguardia ). E appunto una questione centrale della standpoint theory femminista è quella del rapporto tra i teorici e le teoriche che articolano il punto di vista delle donne e le donne per conto delle quali tale punto di vista viene articolato (Hartsock 1998, pp. 234-38).

Nel caso degli animali è chiaro che c’è bisogno che i loro difensori umani ne articolino il punto di vista – colto, come qui sosteniamo, nel dialogo con essi – a testimoniare che non vogliono essere ammazzati, né sfruttati o maltrattati. C’è inoltre bisogno di difensori umani per proteggersi e organizzarsi contro le pratiche che reificano e trasformano in merce i soggetti animali.

Un’etica dialogica del care per il trattamento degli animali

«Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo» è un famoso aforisma di Ludwig Wittgenstein ([1953], 2009 p. 292). La teoria che qui espongo è appunto che i leoni parlano eccome, e che non è impossibile capire gran parte di quello che dicono. Diversi studiosi hanno già sottolineato che gli umani devono imparare a interpretare gli idiomi del mondo naturale. Jonathan Bate ci ha proposto di imparare la sintassi della terra [land], piuttosto che interpretarla attraverso la nostra «prigione linguistica», per sviluppare un’adeguata comprensione dell’ambiente (Bate 1998, p.65, nella citazione di Simons 2002, p.77).

Similmente Patrick Murphy ha auspicato la nascita di una «dialogica ecofemminista» in cui gli umani apprendano a leggere i dialetti degli animali. Murphy ha sostenuto che è possibile riconoscere gli altri non umani come soggetti parlanti e non solamente oggetti del nostro discorso» (1991, p. 50) [3]. Precedentemente il fenomenologo Max Scheler aveva espresso un pensiero simile rispetto alla necessità di apprendere la «grammatica universale» dell’espressione dei viventi ([1923] 2010). Più di un secolo fa la scrittrice americana Sarah Orne Jewett rifletteva con queste parole proprio sulla possibilità di imparare la lingua dei non umani:

Chi sarà il linguista che imparerà la prima parola del monito di un vecchio corvo che avverte la compagna del pericolo […]? Per quanto tempo ci toccherà andare a scuola quando le persone dovranno imparare a parlare con gli alberi e gli uccelli e tutti gli animali nella loro lingua! […] Non è necessario soggiogarli perché ci diventino familiari e ci rispondano, possiamo incontrarli sul loro stesso terreno. (1881 pp. 4-5) [A riprova che una comprensione del vissuto animale è già possibile, rimando al capitolo intitolato «L’enigma del corvo» in Quando il lupo vivrà con l’agnello (V. Despret 2004) sul linguaggio e sulle abitudini di alcune comunità di corvi studiate da B. Heinrich e descritte in Ravens in Winter (1991), n.d.t.]

Sicuramente c’è ancora chi solleva l’interrogativo epistemologico su come essere certi di sapere che cosa pensi o provi un animale. Direi che la risposta è che nell’interpretazione di un animale mettiamo in atto gli stessi processi mentali ed emotivi che impieghiamo per interpretare un umano [4]. Il linguaggio del corpo, lo sguardo, la mimica facciale, il tono della voce… sono tutti segni importanti. È anche utile conoscere gli usi e la cultura della specie; inoltre, come avviene tra umani, la frequentazione di un individuo permette di capirne bisogni e preferenze che sono del tutto personali. Prestando attenzione, studiando ciò che viene significato, si giunge a conoscere e ad avere a cuore l’essere significante [5]. In questo modo i referenti assenti della famosa definizione di Carol Adams (1990) sono reintegrati nel discorso e alle loro storie è permesso prendere parte alla narrazione, aprendo così, in breve, la possibilità di dialogo con loro.

La premessa qui sottesa è che una delle principali modalità attraverso cui avviene la conoscenza è quella dell’analogia basata sull’omologia. Se quel cane abbaia, uggiola, cammina avanti e indietro leccandosi una ferita aperta – e poiché so che con una ferita aperta mi comporterei (e mi sentirei) anch’io in modo simile, lamentandomi e agitandomi ansiosamente per il dolore – concludo che l’animale sta provando un dolore simile al mio e sta così esprimendo tutto il suo disagio. In breve, si immagina quello che l’animale sta provando sulla base di ciò che si proverebbe in una situazione simile [6]. Aggiungo che la manifestazione ripetuta di reazioni simili in contesti simili conduce per induzione alla conclusione generale che i cani quando sono feriti provano dolore come noi, insomma cioè che provano dolore – e che questo non piace neppure a loro. Quindi chiedersi se gli umani possano capire gli animali è, a mio giudizio, una domanda oziosa: che possano farlo è ampiamente dimostrato dal fatto che ci sono ripetutamente riusciti, come sostiene Midgley (1983, pp.113, 115, 133, 142).

Va da sé che, come accade tra umani, c’è sempre il rischio di interpretare erroneamente la comunicazione dell’interlocutore animale e di intrepretare come omologo un comportamento che omologo non è. Sappiamo bene che tutta la comunicazione è imperfetta, e restano molti i misteri nel comportamento animale (così come in quello umano). Le teoriche e i teorici femministi dell’etica del care hanno esplorato alcune delle difficoltà inerenti al tentativo di valutare i bisogni di un umano che non comunica e/o il rischio di imporgli quelle che sono le nostre opinioni o bisogni. Ma come riassume Alison Jaggar, le teoriche e i teorici del care sostengono che generalmente «tali rischi possono essere evitati» – o almeno ridotti al minimo, aggiungerei io – «migliorando le pratiche della sollecitudione, intesa come una disciplina i cui prerequisiti includono atteggiamenti e capacità quali l’apertura, la ricettività, l’empatia, la sensibilità e l’immaginazione» (1995, p.190).

Capire che un animale prova dolore o disagio – anche entrando in empatia o in simpatia con esso o essa – non garantisce, d’altra parte, che l’umano agirà eticamente nei suoi confronti. L’originaria reazione emotiva ed empatica dunque deve essere arricchita da una prospettiva etico-politica (raggiunta con la preparazione e l’educazione) che permetta all’umano di analizzare la situazione con occhio critico in modo da stabilire chi è responsabile della sofferenza dell’animale e quale sia il modo migliore di alleviarla. Nel suo recente libro Davanti al dolore degli altri, Susan Sontag ci mette in guardia: le persone di fronte ad immagini rappresentanti il dolore di altri esseri umani (Sontag non prende in considerazione immagini di animali) non hanno automaticamente una reazione morale, e se l’autrice definisce «in termini morali […] un mostro» la persona che non ha una reazione compassionevole per difetto «di immaginazione e di empatia» (p. 11), sostiene anche che varie ideologie spesso interferiscono con la risposta etica. Troppo spesso, dichiara Sontag, l’empatia implica una posizione privilegiata e un senso di superiorità privi di riflessione personale su come si stia contribuendo alla sofferenza di cui ci si rammarica. Sontag auspica quindi che un’elevata consapevolezza politica «umanitaria» accompagni la risposta simpatetica, permettendole di sfociare in un’azione che sia veramente etica. Le foto di atrocità «non possono essere più di un invito a prestare attenzione, a riflettere» (pp. 97, 109) su chi è responsabile di quella sofferenza – e a porsi altre domande come questa.

Si è fatto notare nell’introduzione che l’etica femminista del care include una prospettiva politica. Come hanno rilevato diverse autrici e autori che contribuiscono a questo volume [The Feminist care Tradition in Animal Ethics, a Reader], nel condurre le persone a vedere il male e a prendersi a cuore [to care about] la sofferenza, si tratta in larga misura di fare piazza pulita delle razionalizzazioni ideologiche che legittimano sfruttamento e crudeltà sugli animali. E riconoscere il grossolano abuso dell’eufemismo ai fini di camuffare tale atteggiamento (come ampiamente documentato nel libro di Joan Dunayer Animal Equality, 2001) è un importante passo in questa direzione.

Non si tratta però soltanto di integrare il care con una prospettiva politica, poiché l’esperienza del care [come cura e interesse empatico, n.d.t.] può condurre da sé all’analisi politica – come rileva Joan Tronto (1993) (2006) nel suo appello per un’«etica politica della cura» (p.170): «La cura diviene uno strumento per l’analisi politica critica, quando usiamo questo concetto per svelare le relazioni di potere» (p.191).

In altre parole, nonstante Tronto non si occupi della questione animale, quando si prova empatia per un animale sofferente, ci si chiederà spontaneamente perché questo animale stia soffrendo. È possibile che la risposta conduca ad un’analisi politica delle cause del suo disagio. Dunque l’educazione al pensiero critico, sottolineano queste teoriche e teorici, è tassativa se si vuole che un’etica del care funzioni.

C’è anche bisogno di educare alle pratiche di cura e all’empatia, come proposto da Nel Noddings (1984, p.153) [7]. Anni fa a questo riguardo Gregory Bateson e Mary Catherine Bateson asserivano che «l’empatia è una disciplina» e quindi può essere insegnata (1987, p. 195). In molte religioni come disciplina spirituale, sottolineano, ai fini della comprensione empatica si fanno degli esercizi basati sull’immaginazione: tale pratica potrebbe essere debitamente introdotta in istituzioni laiche come le scuole (soprattutto quelle superiori). Certamente una larga parte dello scopo di tale disciplina non dovrà essere la semplice identificazione emotiva ma anche la comprensione intellettiva, l’apprendimento dell’ascolto, dell’interessamento serio e profondo a ciò che gli animali ci dicono, della rispettosa e sollecita interpretazione del loro linguaggio. L’etologia, disciplina in pieno sviluppo, ci sta fornendo nuove e importanti informazioni che ci supporteranno in tale studio.

Concludendo dunque, un’etica femminista del care per gli animali deve essere politica nella prospettiva e dialogica nel metodo. Rifiutando l’imperativo imperialista del metodo scientifico, in cui «la voce del soggetto scientifico […] parla con un’autorità generale e astratta [e] gli oggetti interrogati ‘si esprimono’ solo in risposta alle domande poste dalla persona di scienza» (così Sandra Harding ha caratterizzato l’incontro nel laboratorio di ricerca, 1986, p.124), gli umani devono smettere di imporre la loro voce su quella degli animali.

La nostra relazione con gli animali non deve più essere quella della «conquista di un oggetto estraneo» – come sostiene Rosemary Radford Ruether – bensì «la conversazione tra due soggetti». Dobbiamo riconoscere «che l’’altro’ ha una sua propria ‘natura’ che dev’essere rispettata e con cui si deve entrare in conversazione» (1975, p. 195-96). Su queste basi e riflettendo sul contesto politico, si può fondare un’etica dialogica per il trattamento degli animali [8].

 


Note

1. Carol Adams ha avviato questa linea di pensiero nel suo articolo del 1997 «’Mad Cow’ Disease and the Animal Industrial Complex» (si vedano soprattutto pag. 29, 41-42 e 44). Adams elabora una lettura leggermente diversa dalla mia, descrivendo le mucche come «lavoratrici alienate» il cui punto di vista è stato ignorato. Si veda anche l’articolo di Deborah Slicer (1998). Se la teoria del care e la standpoint theory derivano da tradizioni filosofiche diverse, esse trovano un punto di contatto nel riguardo per le sofferenze altrui. E nella formulazione originale della standpoint theory femminista, Nancy Hartstock (1983) ha identificato come standpoint femminista l’ontologia relazionale femminile che è alla base della teoria del care. Ciò detto, la differenza tra la teoria del care e la standpoint theory femminista risiede nel fatto che la seconda è più una teoria politica che intende individuare le cause delle sofferenze e affrontarle ed eliminarle politicamente; la teoria del care è piuttosto una teoria morale finalizzata ad alleviare le sofferenze nell’immediato. Entrambi gli approcci sono necessari, come sostengo di seguito.

Mentre i poststrutturalisti e i postmoderni hanno criticato la standpoint theory femminista per il suo presunto essenzialismo e per l’attribuzione di una percezione privilegiata agli oppressi (proletariato), rimane tuttavia ovvio che certi gruppi sono trattati come se fossero detentori di una identità essenziale che permette di abusare di loro.

Il che è perfettamente formulato nel titolo dell’articolo di Laura Lee Down sull’argomento: «If ‘Woman’ is just an Empty Category , Then Why Am I Afraid to Walk Alone at Night?» (2005) [Se 'donna' è solo una vuota categoria, allora perché ho paura di camminare per strada da sola di notte? n.d.t.] . Si veda anche Godfrey (2005). Come le donne gli animali, nel loro essere determinati in quanto oggetti, sono costretti entro una identità essenziale, alla quale resistono in quanto soggetti. Tale resistenza critica, di cui gli umani prendono conoscenza comunicando con loro, è il punto di vista degli animali.

2. Fa eccezione Catherine McKinnon: in «Sexuality, Pornography, and Method» ([1990] 1995) propone di considerare l’«oggettivazione sessuale» come la base per l’emergenza del punto di vista delle donne (135). Per uno sguardo d’insieme delle standpoint theories femministe, si veda Harding (1968, p.141-51).

3. Negli ultimi anni un certo numero di altri teorici letterari hanno iniziato ad esplorare la possibilità di un’analisi dialogica del punto di vista animale. Si veda Josephine Donovan, «Aestheticizing Animal Cruelty», in College Literature 38, n. 4, 2011, pp. 201-217.

4. Questa affermazione va a contraddire in una certa misura Thomas Nagel che nel suo «Cosa si prova ad essere un pipistrello» ([1974] 2013), sostiene che a noi umani è preclusa la «fenomenologia del pipistrello»; cioè che possiamo solo immaginare che cosa potrebbe essere per noi essere pipistrelli ma non che cosa significhi essere pipistrelli per i pipistrelli. Fino ad certo punto Nagel ha ragione, naturalmente il fatto che siamo limitati dal nostro apparato mentale è un truismo epistemologico. Tuttavia ritengo che sia possibile fare uno sforzo maggiore nella decifrazione della comunicazione animale e che pur non potendo mai comprendere appieno come ci si senta ad essere un pipistrello, possiamo comprendere alcuni dati fondamentali rilevanti della sua esperienza sufficienti alla formulazione di una risposta etica. Per una visione alternativa a quella di Nagel si faccia riferimento a «Understanding Dogs» di Kenneth Shapiro (1989), in cui si sostiene che noi riconosciamo la validità della comunicazione «cinestetica» interspecifica.

Nonostante Val Plumwood proponga un’«etica dialogica interspecifica» nel suo recente Environmental Culture (2002, p.167-95), che parrebbe essere coerente con ciò che propongo in questo scritto, ella sostiene – incorentemente – che questa etica considera accettabile uccidere e mangiare animali non umani: «[questi] si possono considerare allo stesso tempo come alterità comunicanti e come cibo» (p.157). Ciò contraddirrebbe lo scopo di un’etica dialogica, che è quello di rispondere eticamente a ciò che «l’alterità comunicante» ci dice, invariabilmente appunto che non vuole essere uccisa e mangiata.

5. Questa è una mia modifica della terminologia strutturalista classica.

6. In merito alla conoscenza degli stati d’animo altrui, nel testo classico che è «Le altre menti» ([1946] 1993), J. L. Austin sottolinea che un prerequisto primario di tale comunicazione è il fatto che si sia già provata quella sensazione in prima persona (p.102). Austin tuttavia come Nagel nega la possibilità di conoscere «cosa si provi ad essere un gatto o uno scarafaggio» (p.102, nota).

7. Noddings (1991) comunque ha espresso delle riserve sull’applicazione della teoria del care agli animali. Si veda anche la mia critica alla posizione di Noddings (Donovan, 1991).

8. Altre teoriche e teorici che hanno sostenuto ed esplorato la teoria etica dialogica sono Martin Buber, Simone Weil, Iris Murdoch e Michail Bachtin. Si troveranno ulteriori approfondimenti nel mio articolo «Attention to Suffering: Sympathy as a Basis for Ethical Treatment of Animals» (in The Feminist care Tradition in Animal Ethics, a Reader, capitolo 7).


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Pubblicato in Articoli
Giovedì, 13 Dicembre 2012 09:34

Carmela - di Stefano Benni

Carmela [1]


Zio Giovanni si coprì un po' gli occhi per ripararsi dal sole e la vide al prato.
Camminava pensosa e lenta, guardandosi intorno. Ogni tanto girava di scatto la testa, come se avesse sentito qualche rumore. Poi riprendeva la passeggiata.
Spiccò, col suo bel vestito bianco, nell'ombra dell'ippocastano. E zio Giovanni la chiamò.
- Carmela...
Si avvicinò sospettosa. Zio giovanni la trovò un po' invecchiata, una ruga in più attorno agli occhi. Le sorrise, si sedette sulla panca di pietra, e le offrì un chicco d'uva.
Carmela lo mangiò con calma, poi chiese:
- Allora, zio, cosa c'è?
- Perchè dici così?- disse zio Giovanni sfregandosi la barba ispida. - Ci dev'essere qualcosa?
- Quando vieni con quella faccia seria, vuol dire che qualcosa non funziona. Ormai ti conosco da un pezzo. Quanti anni sono?
- Sette, Carmela.
- Sette anni. Mi sembra ieri. Eravamo poche, allora, nella casetta. Una decina, mi pare...
- Quando sei nata tu, eravate otto. Adesso siete più di venti.
- Sì, e stiamo strette. Dovresti darci più spazio. Per non parlare del Francese, e delle Chiacchierone, e di Dodo.
- Proprio così - Rise zio Giovanni. - In effetti questo prato comincia a essere molto abitato. Ma dimmi, non ti piace il Francese, vero?
- Proprio no, - Disse Carmela, grattandosi - è un gran borioso. E poi quell'abitudine di svegliarsi presto e rompere le scatole a tutti...
- E' di ottima famiglia - disse zio Giovanni.
- Può anche essere un principe, ma è un rompiscatole e un vanitoso. Sempre a guardarsi il vestito, e poi non vedi come cammina? Sembra che abbia un uovo nel culo...
- Ti piaceva di più Vercingetorige?
- Vercingetorige era un signore - sospirò Carmela. - Gentile con tutte, non ha mai fatto il capo né lo sbruffone. Non meritava quella fine.
- Lasciamo perdere, Carmela - Disse zio Giovanni.

Restò in silenzio. Le rane gracidavano nel pantano. Nel cielo azzurro, un pò velato, un volo di storni si apriva e si ricomponeva, cercando un albero su cui posarsi. Le colline erano bronzo e oro.

- Vedi, Carmela, devi sapere... Sandrino è un pò malato.

- Lo credo, - disse lei - tutto il giorno a correrci dietro, solo con una maglietta addosso. Finisce sempre sudato. Ormai è autunno, comincia a far freddo. Mica è vestito come noi.

- Certo. La sua povera mamma glielo diceva sempre: copriti, copriti. Insomma, adesso lui è a letto con la febbre alta, bianco come un cencio...

- Avevo notato che da un pò non veniva a trovarci, ma pensavo che fosse perchè è cominciata la scuola... i compiti o chissà cosa.

- No, è a letto da quattro giorni. E' molto debole. E' venuto il dottore.

- Barbagrigia?

- No, - rise zio Giovanni - quello è il medico per voi. Lui ha un altro medico, uno molto serio, che viene dalla città. L'ha visitato tutto, ha sentito il polmone e il respiro. Ha detto che è molto debole.

- E ha detto che bisogna fare per curarlo?

Zio Giovanni si alzò in piedi e si fece molto serio. Guardava verso la valle, ma si vedeva che aveva la testa da un'altra parte.

- Ecco le chiacchierone - disse.

Passarono in tre, sculettando, parlottando tra loro come al solito. La più giovane delle tre, Germana, vide Carmela e disse:

- Ciao vecchietta...

- Ciao, bruttona testa pelata. Ti vedo più grassa del solito.

- Sempre acida sei. Cosa c'è, il Francese non ti guarda? Preferisce quelle più giovani?

- Il Francese piacerà a te, - disse Carmela - oca che non sei altro.

Se ne andarono, sempre chiacchierando. Il cane passò di corsa, e scapparono via urlando spaventate.

- Brutte fifone, - disse Carmela - fifone e maligne. Io non so cosa ci trovi in loro.

- Ma dai, sono buone in fondo - disse zio Giovanni.

- Tu lo sai certo meglio di me - disse Carmela. - Insomma, visto che non ti decidi a parlare, vuoi che ti ripeta io cosa ha detto il dottore?

- Ma dai come puoi saperlo.

- Si' che lo so. Ha detto, questo ragazzo ha la polmonite, è debole, e anche un pò denutrito. Non guarirà, se continua a mangiare polenta. Ci vuole un bel brodo caldo... eccetera, eccetera.

- Beh, non ha detto proprio cosi', ma...

- Non prendermi in giro, zio - disse Carmela inclinando la testa. - E' la stessa cosa che è successa a Nunzia. Allora si ammalò la zia...

- Vedi Carmela, è... come dire... la tradizione... la più vecchia di voi...

- Lo so, lo so. Tocca a me. Mica mi lamento. Lo sapevo che sarebbe accaduto prima o poi.

- Io avrei pensato a una delle Chiacchierone. Ma il dottore ha deto no, ci vuole... un brodo buono.

- Dovrei essere orgogliosa insomma.

- Carmela . Ti prego. E' difficile per me... Se tu potessi vedere Sandrino, cosi' smunto e pallido nel letto, con gli occhi socchiusi. Prova a leggere ma non ci riesce, si addormenta subito. E l'altra notte delirava...

- Certo, certo - disse Carmela. - Ne ho viste di malattie, nella casetta. Capisco è naturale. E' cosi' da sempre. Uno se ne va, un altro guarisce, uno muore, un altro rifiorisce.

- Non ricominciare con i tuoi discorsi filosofici per favore, sai che non li capisco.

- Cercherò di essere semplice. Vedi, io comprendo le tue ragioni, ma le ragioni sono sempre le vostre. Voi decidete per noi. A te non succede che una bella mattina qualcuno entra in casa e ti dice, zio Giovanni, vieni con me che è il tuo ultimo giorno.

- Beh, qualche anno fa succedeva - disse zio Giovanni. - Dormivamo con lo schioppo vicino al letto. Mio fratello l'hanno ammazato mentre faceva l'acqua nel pozzo, a mezzanotte...

- Ho sentito la storia, me l'ha raccontata Dodo, che l'aveva sentita dal cavallo. Brutti tempi. Beh, insomma, allora puoi capire cosa provo io...

- Capisco si, - disse zio Giovanni - e non mi va giù. Tutta notte ho rimuginato un'altra soluzione. In fondo, pensavo, esiste anche il brodo di dado...

- No, - disse Carmela alzando fieramente la cresta - il brodo di dado non nominarlo neanche. Ci vuole un gran brodo nutriente di gallina ruspante. E io sono la più vecchia e la più appetitosa. Anche se Sonia è più grassa di me, quella porca mangiavermi, e in teoria neanche Saveria sarebbe male, ma è ancora una che spara due uova al giorno.

- Ma se tu fossi in me cosa faresti? - Disse zio Giovanni, con la testa tra le mani.

- Io metterei in pentola il Francese, cosi' non rompe con i suoi chicchirichi' ogni mattina. Oppure farei una bella Chiacchierona all'arancia, magari Germana.

- Quella ce la mangiamo a Natale.

- Allora Dodo la scampa anche quest'anno?

- Credo di si... lo facciamo... arrotondare ancora un pò.

- Questa è una buona notizia. Dodo è un tacchino molto colto e socievole. Uno dei migliori che abbiamo avuto. Posso farti una confessione?

- Certo.

- Vedi... mi vergogno un pò, ma siccome tra poco salirò la Grande Scala, te lo confesso. Abbiamo provato a volare.

- Ma dai...

- Si'. Io, Dodo e Nefertiti, la faraona, quella che poi è stata uccisa dalla faina. Un giorno abbiamo studiato per bene un corvo, poi siamo saliti in cima alla staccionata dei maiali. Cioè, io ce l'ho fatta subito a salire, sbattendo le ali, e anche Nefertiti. Pure Dodo ci ha provato, ma è caduto tre volte. Era da ridere...

- E poi cosa avete fatto?

- Beh, Nefertiti è decollata per prima... ma ha le ali piccole, ha fatto un tuffo ed è colata a picco. Un disastro, piume dappertutto. Poi ci ha provato Dodo, è saltato giù e si è messo a correre sbattendo le ali, ma non si staccava da terra, alla fine ha fatto un balzellone ed è finito contro il pagliaio. E diceva: ce l'ho fatta, avrò volato almeno venti metri. E noi non lo abbiamo disilluso, ma ne avrà fatti al massimo due o tre.

- E tu...

- E io, - disse Carmela socchiudendo gli occhi - beh, lo ricorderò sempre. Mi sono lanciata, ho sbattuto le ali e... non so se era volare o cos'altro, ma ero in aria e sono arrivata fino al letamaio. E stato bello.

- E non hai più riprovato?

- No.

- Perchè?

- Perchè se avessi riprovato avrei voluto di più. Volare davvero, volare in alto, come le oche selvatiche, lassù in cielo. E sarei stata triste, perchè avrei dovuto riflettere ancora di più sul mio destino di gallina. Io non sono nata per volare. Se volassi, adesso scapperei via, mi vedresti salire in cima all'albero, e poi via tra le nuvole, un puntino bianco che scompare. E addio brodo per Sandrino.

- Già, Cinzia, ti ricordi?, cercò di scappare.

- E perchè non doveva farlo, poverina? - disse Carmela. - Non fu un bello spettacolo.

Di nuovo restarono in silenzio. Il cane si avvicinò, capi' che la situazione era seria e si allontanò con discrezione.

- Vuoi un altro pò d'uva? - disse zio Giovanni.

- No, non facciamola lunga. Mi raccomando, fai le cose per bene. Non come ha fatto la zia con la collega padovana dell'anno scorso, che correva per tutta l'aia col collo storto. Non sono spettacoli edificanti.

- No, fidati... la zia non ha esperienza. Io invece ne ho... preparate tante di voi.

- Di' pure che ne hai ammazzate.

Zio Giovanni fece una faccia come se dovesse morire lui.

- Uffa, che barba - disse Carmela. - Sempre cosi. Prima piangete, poi al dolce neanche vi ricordate di noi. E' naturale è la catena alimentare, come dite voi. Del resto, io ho sterminato più lombrichi di uno stormo di cornacchie. Anche cannibale sono stata. Ti ricordi quando mori' Elide? E tu, quante galline hai mangiato, zio Giovanni? Hai tenuto il conto? E' il destino. Il racconto del mondo è fatto di galline mangiate e galline vive. Le galline mangiate sono cento volte di più di quelle vive. E cosi' gli uomini morti sono quasi più di quelli vivi. Io non so dove stanno tutte queste galline e questi uomini, ma se questo posto esiste è molto affollato, più di questo prato e di questo mondo...

- Dio, quando sei cosi' filosofa mi fai paura - disse zio Giovann.

- Io penso. Penso da quando sono uscita dall'uovo. E penso che anche tu zio, presto o tardi, finirai nel pentolone. Io sarò ossicini, tu ossa più grandi. E' la mia ora, sette anni è una bella età per una gallina. E soprattutto mi fa piacere aiutare Sandrino. Non mi ha mai tirato pietre, e quando raccoglieva le uova mi carezzava la testa. E una volta ha tirato una gran legnata in una zampa a Germana per farla stare zitta...

- Ma Carmela...

- Sandrino è un bel pulcino... guarirà e verrà su bene, forte e cacciatore, massacrerà pernici e anatre. Allora, ecco le mie ultime volontà. Nella pentola voglio una carota, un sedano e una cipolla dell'orto. E niente salsa, giuralo. Sono già buona di mio. Avanti, procediamo.

- Carmela, non parlare cosi'.

- Dai, zio. Non serve aspettare. E' peggio per te e per me. Addio.

Zio Giovanni la prese in braccio, le carezzò un attimo le piume delle ali e le mise una mano attorno al collo, con delicatezza.

Carmela chiuse gli occhi.

Chissà se dopo volo, pensò.


di Stefano Benni

Irene, gallina salvata (Ippoasi)

Irene, gallina salvata (Ippoasi)


[1] S. Benni, Carmela, in La grammatica di Dio. Storie di solitudine e allegria, Feltrinelli 2007. Ringraziamo Antonella Corabi per averci segnalato il brano.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Mercoledì, 28 Novembre 2012 08:07

Roma: il canile occupato da* volontari*


Dopo lo sfratto dei gatti di Torre Argentina e la minacciata chiusura dell’oasi felina di Porta Portese, è il turno del parco canile Vitinia ex Poverello ad essere sotto attacco

Vedi anche: Comunicato di solidarietà di Oltre la Specie

NON C’E’ DUE SENZA TRE
DA OGGI 139 CANI DAI RECINTI DEL PARCO CANILE VITINIA EX POVERELLO A
FREDDE GABBIE DI CEMENTO

ROMA NON E’ PIU’ UNA CITTA’ PER GLI ANIMALI

Simona Novi, Presidente AVCPP: “E’ l’unico parco canile comunale di Roma. I cani vivono in recinti di 30 metri quadrati nel verde, non nelle gabbie di cemento. L’associazione si è fatta carico dell’intera ristrutturazione del canile eppure Roma Capitale da lunedì 26 novembre deporta i cani in strutture private prive di adozioni e visibilità”

ROMA, 26 novembre 2012  – Si chiama Parco Canile Vitinia ex Poverello. E’ l’unico parco canile comunale di Roma. Recinti di 30 metri quadrati nel verde, con comode case di legno, all’interno della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano.

Da 5 anni Roma Capitale non ha più garantito la sua manutenzione. La stessa associazione che lo gestisce - Associazione Volontari Canile di Porta Portese – una onlus che dal 1997 gestisce tutti i canili di Roma Capitale, dopo decine di lettere di sollecito al defunto Ufficio Diritti degli Animali, ha denunciato la mancanza di manutenzione nel marzo del 2010 al Prefetto di Roma. Con tanto di foto e filmati. Ed articoli sui giornali.

Poi, di fronte al silenzio delle istituzioni, ha iniziato – a sue spese e fuori convenzione – ad occuparsi della sua manutenzione, fino ad arrivare a renderlo oggi una struttura salubre con tutti i recinti rimessi a norma. Eppure proprio oggi, Roma Capitale ha deciso che tutti e 139 i cani ancora presenti all’interno devono essere caricati su furgoni e trasferiti in strutture private, decentrate, in gran parte prive di adozioni. In gabbie di cemento, umide e freddo. Lontani dai volontari e dagli operatori che li hanno accuditi fino ad ora. Senza neanche la sicurezza che nelle strutture indicate  sia garantita a tutti i cani la continuità nella assistenza sanitaria visto che molti sono cani anziani con patologie, da anni curati interamente a spese di AVCPP.

E il tutto senza aspettare il tanto atteso sopralluogo del Ministero della Salute, richiesto dalla stessa AVCPP fin dal mese di agosto. Il tutto senza la riunione della Commissione Ambiente, richiesta con urgenza da Monica Cirinnà, consigliera comunale PD, ex Delegata del Sindaco ai Diritti degli Animali nonché membro della Commissione Ambiente stessa.

I volontari non ci stanno. E da oggi hanno deciso di occupare la struttura. Minacciando di bloccare la via del Mare se qualcuno tentasse di mettere le mani sopra anche solo uno di questi cani.

“Il Comune di Roma ha ignorato la manutenzione della struttura per 5 lunghi anni. Tutti i lavori e addirittura la gestione della parte sanitaria sono ricaduti sulle spalle della nostra associazione – dichiara Simona Novi, Presidente AVCPP – In silenzio, ci siamo fatti carico di tutto. Perché per noi conta solo il benessere degli animali, non i comunicati stampa o la politica. Avremmo continuato nel silenzio ad occuparci di tutto ma davanti ad un sopruso immotivato non ci stiamo ed abbiamo occupato la struttura.”.

La ASL RMC – racconta Novi – davanti all’assoluta latitanza di Roma Capitale fin da gennaio 2012 ha iniziato ad indicare prescrizioni. E noi abbiamo sperato che il loro intervento smuovesse la situazione. Il risultato? Prima la chiusura agli ingressi di nuovi cani. Ora addirittura la chiusura definitiva della struttura ed il trasferimento – oggi – di tutti e 139 i cani che ancora ospitiamo all’interno. E pensare che sarebbe bastato indire una Conferenza dei Servizi per mettere intorno ad un tavolo tutti gli attori in gioco e trovare le soluzioni per adeguare la struttura ad eventuali nuove normative.

“La sordità di Roma Capitale è stata totale. Non una riunione, non un confronto. Solo diktat scritti. Eppure il parco canile Vitinia ex Poverello non è diverso da tanti altri parchi canile di tutta Italia. Anzi, da un punto di vista gestionale, AVCPP ha soddisfatto tutte le normative vigenti e molto di piu’”.

Da oggi il parco canile Vitinia ex Poverello, sulla via del Mare, al km 13.800, 500 metri dopo il Grande Raccordo Anulare andando verso Ostia, è occupato e continuerà ad esserlo fino alla convocazione della Commissione Ambiente e alla apertura della Conferenza dei Servizi.

“Lottiamo per i cani che abbiamo ospitato in passato, per quelli che ospitiamo oggi e per quelli che ospiteremo domani: a nessun cane deve essere sottratta la possibilità di vivere a contatto con la natura, in una dimensione compatibile con il suo essere animale. Attendendo una felice adozione in un contesto tranquillo, accudito da volontari ed operatori attenti e motivati. Noi da qui non ce ne andiamo – conclude Novi - La storia della nostra associazione parla per noi: noi siamo quelli del sequestro di 1.031 cani di un canile privato convenzionato romano con 34 comuni della provincia di Roma. Era il 19 gennaio del 2002. Noi siamo quelli che da 5 anni ricevono intimidazioni (anche personali), minacce e persecuzioni da una “centrale del fango” che dal 2008 ha deciso che la gestione dei canili comunali di Roma non deve più essere “animalista”. Non arretriamo davanti a nulla. Figuriamoci se permetteremo a qualcuno che si è sempre disinteressato degli animali della Capitale di sottrarre ai cani un posto dignitoso dove vivere una degna pensione, sempre nella speranza di una felice adozione”.

Per info, Ufficio Stampa AVCPP 331 6005643

Si veda anche questo articolo: http://www.giornalettismo.com/archives/623319/il-canile-poverello-occupato-dai-volontari/

Pubblicato in Attualità - Notizie
Lunedì, 08 Ottobre 2012 19:25

Steve Best in Italia

Steve Best, docente di filosofia a El Paso -Texas, attivista animalista e autore di numerosi libri e articoli sull'antispecismo e l'attivismo liberazionista propone una lettura delle lotte di liberazione animale come la formulazione contemporanea delle battaglie per l'abolizionismodella schiavitù del XIX secolo, presentando le lotte di liberazione animale come il nuovo abolizionismo. Nel settembre di quest'anno è tornato in Italia e ha tenuto alcune conferenze. Proponiamo qui i video dei due eventi realizzati a Roma, uno al Rewild Cruelty-free Club di Roma il 4 settembre



e l'altro alla Sapienza il 5



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Martedì, 25 Settembre 2012 12:09

Balla coi leoni - di Daniela Danna

Segnaliamo questo articolo che rivela un racket anche per noi sconosciuto
L'articolo è tratto da "Il Manifesto" del 18/8/2012, ripubblicato sul sito Lion Walks.

Balla coi leoni

di Daniela Danna

Perché Liam e Bram, Kirstin e Agnes e tutti gli altri, un gruppo in maggioranza di ventenni europei, camminano di fianco alle guide di Lion Encounter davanti ai turisti che hanno pagato 130 dollari ciascuno per passeggiare, a loro volta, insieme a due leoncini nel Parco Nazionale dello Zambesi? Sono volontari, li stanno proteggendo dagli animali pericolosi che si possono incontrare in una sconsiderata passeggiata nella natura selvaggia africana. Ma non lo sanno.

Siamo a Victoria Falls, vicino alle cascate del Fumo Che Tuona, e i volontari sono venuti a partecipare a un programma di conservazione dei leoni. Secondo le informazioni del documento Pre-Departure Information Victoria Falls Lion Rehabilitation, al mattino: “Fai una passeggiata con i leoni con i clienti, o trascorri il tempo nel campo con i cuccioli più piccoli, a preparare la loro alimentazione”, i doveri della tarda mattinata “possono includere la pulizia dei recinti, l’alimentazione dei cuccioli o la ricerca dei lacci dei bracconieri”, “Le attività pomeridiane possono comprendere l’interazione con i cuccioli, le passeggiate coi leoni, una camminata nel bush, o la manutenzione dei recinti.” A che serve passeggiare col leone? Risponde la pagina web con la pubblicità del progetto diretta a potenziali volontari: “Trascorrere del tempo con i leoni in natura ogni giorno è una parte essenziale della educazione del cucciolo. Se i cuccioli devono essere rimessi in libertà, è importante che passino il tempo in questo ambiente. Hanno bisogno di adattarsi ad esso, imparare da esso, capire, osservare, sentire e sentire l’odore della natura selvaggia”, Di questi grandi felini, di cui chiunque ne subisce il fascino, ne sono rimasti meno di 30.000 in tutta l’Africa, sono soggetti a malattie portate dalle mosche, il loro habitat si restringe inesorabilmente, la metà dei cuccioli muoiono prima di raggiungere la maturità, quindi un programma di allevamento e reimmissione pare sensato.

I leoni sono creature magiche. Vederli da vicino e persino toccarli è un’esperienza travolgente. Non si pensa molto chiaramente, nelle vicinanze di un leone, sopraffatti dalla sua potenza e dalla sua bellezza. Ci vogliono alcuni giorni per mettere tutto a fuoco, e capire che cosa siamo veramente venuti a fare.

I leoni di Lion Encounter a Vic Falls sono quattro: Thuli e Tembeli, due sorelle di sei mesi e due fratelli – femmina e maschio – di un anno, Sengwa e Sarawi. A dispetto delle immagini che Lion Encounter diffonde, noi volontari non siamo da soli con i leoni nel bush – un pugno di pazzi in uno scenario romantico. Nel poco tempo in cui non se ne stanno chiusi nelle loro gabbie (10m per 10m) con recinti a doppia protezione – gli animali selvatici se li mangerebbero – ma li facciamo uscire per le Lion Walks, i quattro poveri leoncini sono perennemente circondati da branchi di umani. Ci sono i locali che lavorano per Lion Encounter, poi i gruppi di turisti paganti (almeno venti persone due volte al giorno), e infine tutti i volontari: tra arrivi e partenze sempre non meno di una decina.

Da dove vengono i leoni? Vengono separati dalla madre che li partorisce in cattività ad Antelope Park, scrive in una mail Lesley Breederkamp, responsabile dei contatti con i volontari per la multinazionale African Impact. Alcuni volontari sono arrivati attraverso questa organizzazione, altri attraverso altre, come ad esempio Go Eco, pagando quindi prezzi diversi. Come agenzie turistiche, queste agenzie di viaggi di volontariato probabilmente comprano pacchetti di proposte per rivenderli, senza organizzare direttamente il lavoro dei volontari, semplicemente li trovano – con pubblicità ingannevole – e li mettono a disposizione. Sono intermediari, il contratto finale è con Lion Encounter. African Impact interverrà soltanto per confermare le regole che prevedono che il lavoro dei volontari sia interamente deciso da Lion Encounter, per quanto inutile, irragionevole o pericoloso. Se non ci si presenta prima dell’alba per essere trasportati al parco su un pick up scoperto – è inverno e senza il sole fa veramente freddo, molti di noi tossiscono e starnutiscono ma l’uscita un’ora prima che la temperatura ritorni decente è imperativa – si viene sbattuti fuori senza troppi complimenti.

“Gli studi scientifici” – Lion Encounter infatti vanta la collaborazione con ricercatori universitari – “dimostrano che i leoncini allevati in cattività mostrano gli stessi istinti di quelli cresciuti dalle madri”, scrive Lesley. Non c’è da preoccuparsi allora se vengono tolti alle madri a due settimane di vita, quando persino i gattini non possono essere separati dalla madre prima di due mesi, per non avere scompensi. Gli istinti di belva feroce sono gli stessi. Quando i volontari esprimono dubbi sul fatto che questi leoni verranno rimessi in libertà, il direttore locale Steve Jonasi risponde che è vero, questi leoni verranno spostati al programma di allevamento quando saranno troppo grandi per passeggiare con i clienti, ma i loro figli verranno poi reimmessi in natura. Il “programma” esiste da sette anni, un leone diventa adulto a due, e ancora nessuno è stato rilasciato. “Non abbiamo i permessi, il governo non ce li dà”. Permessi? Per rilasciare in natura un animale selvaggio? Ma andiamo avanti.

Lion Encounter è una impresa innovatrice: nessuno aveva pensato prima a far passeggiare i turisti con dei leoni. I leoni devono essere abbastanza piccoli per lavorare. “Temdeli forse non la faremo più lavorare, non reagisce bene quando i clienti la accarezzano, non vuole farsi fotografare” dice una guida. La famiglia Conolly, che risiede ad Antelope Park vicino a Gweru in Zimbabwe, possiede tre luoghi dove queste “Lion walks” vengono fatte, e non ha concorrenza. “I Conolly sono inglesi”, mi racconta una delle guide “una volta eravamo sotto gli inglesi, oggi ancora quasi tutti i businessmen sono inglesi”.

African Impact invece è una ditta basata in Sudafrica, e fa commercio di buoni sentimenti. La maggior parte dei volontari presenti erano ventenni inglesi, che avevano visto il documentario “Lion Country” prodotto dal canale televisivo ITV, che romanticizza le gesta della famiglia Conolly.

La verità è che nessun leone del “programma” è mai stato immesso in natura. C’è stato nel 2007 un tentativo fallito, strettamente monitorato con collari elettronici, elicotteri e gruppi di impala radunati e spostati coi camion per fare da preda agevolata ai leoni “reimmessi nella natura” nei possedimenti dei Conolly.

“Credevo di venire a lavorare con animali feriti, loro parlano di “riabilitazione”, cioè di un ritorno allo stato precedente, ma questi leoni non hanno mai vissuto allo stato selvatico”. Né mai ci torneranno: “Ogni volta che vanno fuori strada durante le passeggiate li riprendono, li minacciano con i bastoni. Dove vuoi che vadano se li rilasciano in natura? Mi fanno pena. Sono delusa e la cosa mi rattrista”. Agnes è arrivata per un programma di “Lion rehabilitation”, “Arrivata qui trovo dappertutto “Lion Encounter”, e parlano dei loro “clienti”. Ma cosa c’entra con la riabilitazione dei leoni?”

E gli “handler” – traducibile a senso come “domatori” – sono “i padri” dei leoni, quelli che li controllano e ne hanno la responsabilità. “Hanno preso gli uomini più coraggiosi di Victoria Falls, e ci hanno formati per sei mesi ad Antelope Park” racconta uno di loro. I leoni conoscono bene gli handler, appena questi si avvicinano le bestie si agitano e non li perdono di vista: hanno chiaramente paura di loro.

Agnes è nata in Polonia e viene dalla Germania: “I leoni sono così tristi. È evidente che non verranno mai rilasciati nella natura. Devono obbedire ai comandi, devono farsi fotografare. Io penso anche che li picchino perché hanno paura degli handler”. Le guide – zimbabwiani neri – sono pagate 370 dollari al mese, meno di quanto tre turisti pagano per un’oretta coi leoni. I volontari invece pagano un centinaio di dollari al giorno – ma non servono per la carne dei leoni, questa proviene dagli animali cacciati nel Parco: elefanti “in sovrannumero” per cui i “cacciatori professionisti” e ricchi e sanguinari turisti pagano 30.000 dollari a trofeo. L’avorio esce legalmente dal paese, la carne rimane per il consumo umano e leonino. Non che sia necessariamente una  cattiva cosa, ma chi decide quando un elefante è in sovrannumero? Gli stessi che usano i volontari in un circo?

I volontari ricevono precise istruzioni per la loro giornata nel Parco: “Non mettetevi mai dietro i leoni mentre i turisti fanno fotografie. Offritevi per aiutarli a fare le foto. E tenete sempre in mano il vostro lion stick, il bastone per i leoni”. Per il resto, chiacchierate pure con le guide, socializzate  tra di voi, dovete solo camminare di fronte o in fondo al gruppo, insieme alle guide e all’uomo col fucile, c’est tout. Ma è una zona selvaggia, potrebbero esserci mandrie di bufali – molto pericolosi, – elefanti, serpenti cobra, magari leoni selvatici. “Vedete queste orme di gattone?” ci dice una guida “Sono di ierisera”. “Che cosa facciamo qui?” chiedo finalmente a Lesley. “Siete i fratelli e le sorelle dei leoni” mi risponde impunita. Traducendo dalla favola romantica: siete quelli che proteggono questi cuccioli dagli altri animali selvatici. Peccato che nessuno ci abbia detto chiaramente che saremmo venuti a proteggere i clienti paganti di Lion Encounter, pagando a nostra volta.

“A cosa vi servono tutti questi soldi?” chiedono Kirstin e Agnes al direttore Steve. “A costruire una recinzione, non vedi quanto è grande il parco?” Questa poi è la prima volta che la sentiamo. Tutto per il bene degli animali, of course.

Così anche i volontari che fanno “community work” vengono portati alle Lion walks (che è chiaramente il fulcro del “programma”). Una volta alla settimana anche i volontari dei leoni vanno in orfanotrofio. Kirstin in Germania insegna ai bambini con problemi e, disgustata dal circo dei leoni, si è messa d’accordo con la fondatrice e direttrice dell’orfanotrofio per andare da loro a fargli lezione tutti i giorni. Viene richiamata dal direttore Steve: “Se non fai il lavoro con i leoni, puoi anche rimanere qui a dormire ma devi pagare di nuovo. Il lavoro che vuoi fare non è nel nostro programma”. È utile? Chissenefrega. “Al massimo possiamo concederti di passare al community work”. È il lavoro che sta facendo Amber, che in Arizona studia pedagogia: “La mattina prima che sorga il sole ci portano a innaffiare gli orti, con secchi di acqua gelida, le mani e le braccia bagnate, e scarpe e vestiti. Poi ci hanno portato a pulire l’ospedale e l’orfanotrofio. Io voglio lavorare con gli orfani, non nell’orfanotrofio. Ma se hanno scritto così suppongo che sia colpa mia”. Se c’è una cosa di cui l’Africa, con tutti i suoi disoccupati, non ha proprio bisogno sono mani in più per lavori non qualificati! Ma forse qualche scudo umano per proteggere i turisti nella savana – nonché i cuccioli, vere macchine per far soldi – ci può stare di certo. Anche perché, ehi, abbiamo i volontari! Non può che essere un progetto bellissimo. Loro sono molto coraggiosi. Ma non lo sanno.

Quanto raccontato in questo articolo è frutto di esperienza di prima mano: anche io ho fatto la volontaria “per la conservazione dei leoni” all’inizio di agosto, per lasciare il programma – perdendo completamente i soldi anticipati per vitto e alloggio, per “cattiva influenza” sugli altri volontari.

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Giovedì, 13 Settembre 2012 14:34

Ecofemminismo su "Dep"

"Dep" nr. 20 dedicato all'Ecofemminismo


Il numero 20 del luglio 2012 della Rivista Dep - Deportate, Esuli e Profughe è dedicato all'ecofemminismo (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=137950). L'intero numero è liberamente scaricabile http://www.unive.it/media/allegato/dep/n20-2012/Dep_20_2012c.pdf.

I contributi presentati in questo numero monografico di Dep illustrano lo stato dell'arte della riflessione ecofemminista, che volge uno sguardo d'insieme alle varie forme di dominio e oppressione. Nei vari scritti si propone una rilettura dell'ideologia patriarcale che da millenni si alimenta dello sfruttamento delle donne e della Natura, in tutte le sue forme. Un'attenzione specifica è data ai modi di esprimere non solo il dissenso e la ribellione delle donne alla loro condizione, ma anche alle strategie che sono attuate per rispondere in modo politico alle esigenze di riformulazione delle relazioni tra gli umani, gli altro-da-umani e la natura.

L'obiettivo qui proposto è di fornire una serie di stimoli alla riflessione e alla riconsiderazione di un pensiero teorico, quello ecofemminista appunto, che è una delle possibili declinazioni del femminismo che accoglie l'ecologismo, ma anche di una necessaria presa di posizione delle attuali condizioni in cui tutti gli abitanti della terra purtroppo versano.


Due articoli focalizzano la questione delle connessioni del dominio sulle donne e agli altro-da-umani
Greta Gaard, Feminist Animal Studies in the U.S.: Bodies Matter (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=138551)
Annalisa Zabonati, Ecofemminismo e questione animale: una introduzione e una rassegna (http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=139007)

Per Dep sono in preparazione un'antologia di testi sull'ecofemminismo, con una sezione dedicata agli altro-da-umani, un numero Dep interamente dedicato agli altro-da-umani e un'antologia delle precursore dell'ecofemminismo animalista/femminismo veg*ano.


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