Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

Pubblicato in Attualità - Notizie
 
SETTIMANA MONDIALE DI MOBILITAZIONE PER L'ABOLIZIONE DI ALLEVAMENTI E MACELLI - GENNAIO 2013
 
Chiediamo a tutti i singoli e gruppi di segnalare il prima possibile gli eventi organizzati nella propria città (anche se date e altri dettagli non sono definitivi) compilando questa form
 
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 Settimana Mondiale per l’Abolizione della Carne:19-27 gennaio 2013

Elenco iniziative previste (in continuo aggiornamento)
 
Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi
Venerdì, 21 Settembre 2012 13:06

Un dio sostenibile

Dal sito del Progetto BioViolenza
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Un dio sostenibile

 
Di tanto in tanto, navigando in rete si trovano spunti interessanti per capire in che modo la retorica della "carne felice" può far presa sull'opinione pubblica.
E' il caso di un simpatico articolo che racconta delle difficoltà di un giovane allevatore appassionato al benessere degli animali, nel caso specifico alcuni maiali e - in futuro - alcune capre. Come al solito, ci viene raccontata la favola dello sfruttamento (questa parola è nostra...) in condizioni "rispettose" (questa, invece, è loro...).
Ma, a parte questo, compaiono espressioni capaci di catturare la nostra attenzione di persone ostinatamente convinte che la schiavitù è sempre schiavitù, anche se è dolce, sostenibile, o se i suoi prodotti transitano da un gruppo d'acquisto (solidale...).
Per esempio, "la scelta produttiva dei proprietari del terreno è coraggiosa". Interessante, che si usi un termine per indicare il suo contrario. Perchè disporre della vita di esseri indifesi, determinarne le attività sessuali, i parti e i ritmi vitali, e stabilirne l'ora della morte, possiamo anche chiamarlo coraggio, ma in sostanza intendiamo viltà.
Oppure: "allevamento secondo criteri rispettosi del benessere animale". Il solito ossimoro in stile happy meat, si dirà. Certo. E' che anche il concetto di rispetto ci sta un po' stancando. Funziona sempre molto bene quando si ha qualcosa da nascondere: basta dire che quel qualcosa almeno è rispettoso delle vittime. Ma qui non ci si spinge a tanto: l'allevamento rispetta un concetto, altrettanto fumoso, e cioè il "benessere".

O ancora - dice l'autore dell'articolo: "mi fa vedere come siano puliti i maiali se li si lascia vivere come dio comanda, mi spiega che sono molto intelligenti, che hanno imparato a schiacciare il bottone della fontanella in modo che il getto dell’acqua vada di lato a formare un piccolo stagno". Quanta distanza sembra esserci dal cartesianesimo dei "vecchi" allevatori di animali, che vedevano in essi poco più che macchine. Sembra quasi la descrizione di una vera e propria relazione fra esseri senzienti, umani e non umani. E di una relazione si tratta, in effetti, anche se viziata - ahinoi - da una asimmetria ineludibile, quella fra dominante e dominati. Affannarsi a ricercare nei non umani caratteristiche umane (e delle più alte: l'intelligenza di chi adopera strategie complesse per costruirsi uno stagno, per esempio) è un esercizio che i paladini dei diritti animali conoscono bene, proprio perchè lo hanno praticato a lungo, convinti che l'umanità possa vedere nei non umani dei "quasi umani", come se fosse il grado di somiglianza alla nostra specie a determinare il grado di dignità che siamo disposti a concedere. Forse, però, questo allevatore, così consapevole delle facoltà mentali dei suo schiavi, ci mostra che non è poi così importante che gli animali siano o meno dei piccoli Einstein, se il destino che li attende è comunque il macello.
E infine: l'allevatore ci dice come sia bello "se li si lascia vivere come dio comanda". Come dio comanda... Anche nella versione "bio", lo sfruttamento degli animali è un fatto ineluttabile, è dio che lo vuole. E chi può ribellarsi a dio? Tanto più che è un dio solidale, un dio moderno, il primo dio sostenibile.
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Martedì, 25 Settembre 2012 14:42

La mia vita intensiva - video

"This Is My Life" La mia vita intensiva. - Allevamento bovini da carne.

Video su un allevamento bovino "a norma di legge".

Fonte: Etica Forum

"Questo progetto di Etica Forumsi pone come obiettivo l’indurre alla riflessione, partendo da immagini e parole sull’allevamento intensivo, anche di piccole dimensioni, anche laddove sono più che rispettati gli standard qualitativi europei sulla detenzione di animali d’allevamento.
Quindi nei filmati che proporremo non ci saranno immagini cruente, non ci saranno video sui macelli,  e quindi non si rifletterà tanto sulla morte degli animali d’allevamento ma bensì sulla vita, sull’assenza delle piccole e grandi cose che dovrebbero essere scontate e mai negate, ad ogni essere senziente del pianeta. Questo è un progetto che volutamente vuole mettere da parte la sensibilità data dalle immagini forti, quindi l’orrore istintivo dato da visioni stomachevoli, e vuole aiutare a crescere e conoscere la nostra sensibilità interiore che tutti abbiamo, per capire se tutto ciò, per quanto possa essere “socialmente accettabile” secondo la nostra società e secondo le nostre abitudini, sia realmente giusto e necessario."

(continua su Etica Forum)
Pubblicato in Materiali

Riportiamo la notizia Stalla distrutta da un incendio: muoiono oltre 200 "capi di bestiame"

 

E' ipocrisia o schizofrenia che porta d'un tratto gli autori di tanti articoli ed i loro lettori a provare compassione e indignazione per la morte di agnelli, pecore e capre in un incendio (forse doloso?) quando la più totale indifferenza sarebbe rivolta ad un'analoga sorte, di quegli stessi esseri senzienti, se istituzionalizzata e programmata, all'interno di un macello?

Non prendiamoci in giro. La morte è privazione della vita, diritto primario di ogni specie vivente, e lo è indipendentemente dalla modalità in cui avviene, indipendentemente dalla motivazione per cui è attuata.

Un rogo può essere accidentale, e il fatto che gli animali non umani in questione siano morti quasi tutti dipende soprattutto dalla loro stabulazione, che, ovviamente, non ha permesso loro di fuggire dalle fiamme, mettendosi in salvo. Un po' come avverrebbe in una prigione, se colpita da una simile tragedia: se sei intrappolato, molto probabilmente non hai scampo.

La morte improvvisa e accidentale fa scandalo, mentre quella programmata, continua e legalizzata non fa notizia?

Eppure se guardiamo ai numeri non c'è confronto! Duecento “capi di bestiame” non sono che una percentuale minima rispetto ai milioni che ogni giorno, con l'approvazione, il silenzio e l'indifferenza dei più vengono privati del loro diritto alla libertà e alla vita in nome di uno stile di vita non sostenibile da alcun punto di vista, ma soprattutto, ci preme sottolinearlo, dal punto di vista etico.

Già il termine “capo di bestiame” riduce l'animale non umano ad oggetto, a strumento per un fine umano, dimenticando che gli animali hanno vite e interessi propri al di là di ogni ridicola negazione dogmatica. Dell’approccio consumistico rispetto ad individui senzienti si può parlare proprio perché qualsiasi ragione abbia motivato i colpevoli del probabile dolo, essi hanno agito convinti di arrecare un danno economico al pastore, ignorando completamente la vita di quelle creature e dimostrandosi perfettamente in linea con il pensiero totalitario specista.

Dovremo forse provare dispiacere per i lesi interessi del pastore, interessi evidentemente secondari rispetto a quelli dei non umani morti? No, non possiamo. Auspichiamo anzi un mondo dove una situazione simile sia, per il pastore che questa società ha reso diretto oppressore, occasione di obbiezione di coscienza e dove tale obbiezione sia accolta dalla stessa società come un sentimento da sostenere e proteggere con incentivi e aiuti alla conversione dell’attività.

Nel frattempo vorremmo che per le poche creature salvatesi non si auspicassero cure e guarigioni finalizzate a farle ancora soffrire come oggetti di sfruttamento, a farne di nuovo cuccioli da uccidere per lucro e godimento del palato, ma che siano invece affidate a chi ne rispetta l’esistenza davvero. Ci offriamo quindi di trovare loro una casa dove possano “esistere” al di là dell’odio che la nostra specie mostra per loro e i loro figli.

Attraverso le associazioni locali restiamo a disposizione per i superstiti e chiediamo alle associazioni tutte che volessero adottare, di mettersi immediatamente in contatto con noi.


Eva Melodia, per Antispecismo.Net

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