Mercoledì, 25 Luglio 2012 08:08

Anet intervista Egon Botteghi: lottare contro l'oppressione per una liberazione totale

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Proponiamo qui la preziosa testimonianza di un attivista per la liberazione animale umana e non umana, che ci offre una chiave di lettura importantissima, associando i percorsi di transizione umani e il nostro ruolo sociale con lo sfruttamento animale.


 

Ciao Egon. Siamo interessat* alla tua storia, di chi come tanti/e, sta sperimentando il lato oscuro dell'oppressione. Puoi cominciare spiegandoci brevemente questo momento della tua vita?

Mi chiamo Egon Botteghi ed ho 40 anni. Questo non è il nome che mi hanno dato alla nascita i miei genitori, questo è il  nome che mi sono dato io verso i 14 anni, quando ho cercato di incarnare una personalità, una specie di mio doppio, quella sensazione che ho sempre avuto di non essere come veramente apparivo, di sentirmi diverso da quello che l'esteriorità testimoniava per me. Per questo ho scelto questo "esotico" nome mittel europeo, che ha al suo interno la parola "ego", io. Solo molto più tardi ho scoperto che questa sensazione, questo disagio, questa difficoltà aveva un nome, disforia di genere, e che io ero un transessuale.

Queste esperienze emergono molto presto nel vissuto delle persone (io ho avuto la prima "avvisaglia" a quattro anni) ma nel mio caso ho combattuto strenuamente contro questa mia "condizione", perché ero convinto che accettarla sarebbe equivalso alla morte civile, alla fine più misera immaginabile. Così ho fatto di tutto nella vita per sopravvivere nel mio corpo di donna, e tra le tante cose che ho fatto ce ne sono molte di cui vado orgoglioso, come i miei due figli ed il rifugio per animali da reddito "Ippoasi", che è poi come un terzo figlio. Questo è infatti quello di cui mi occupo attualmente, dal 2008, cercando, attraverso questa fattoria didattica vegana, di divulgare ed approfondire l'antispecismo, di creare spazi di incontri tra la gente e tra le specie e le esperienze.

In questo momento la mia vita è divisa tra il cercare di far sopravvivere questo progetto, che è in un momento critico per via dello sfratto incombente e delle problematiche economiche della mia famiglia, il percorso di transizione da donna a uomo, e la cura dei miei figli. Il percorso di transizione l'ho iniziato l'anno scorso, quando finalmente mi sono reso conto che potevo farcela a sopportare quest'onere, ma anche l'onore di accettare finalmente me stesso, e mi sono rivolto ad uno  dei centri specializzati in Italia per la diagnosi e la cura della disforia di genere, all'ospedale Careggi di Firenze."


qual è, secondo te, la connessione tra il percorso transessuale e l'attivismo animalista?

La connessione la vedo sul fatto che anche le persone trans fanno parte dei tanti oppressi, un'oppressione molto forte. La prima connessione è il legame di destino di oppressione che accomuna le persone trans e gli animali non umani. Questa oppressione è molto forte, perché comunque la transfobia è forte e ha origine nella cultura dominante specista, per cui la persona umana dominante è di un certo tipo. Chi si pone al di fuori di questa tipologia o chi si trova ad essere al di fuori di questa tipologia viene oppresso. La persona trans vive molto profondamente questa esclusione perché si pone al di fuori dell'immaginabile. Per la cultura dominante, la persona trans è quasi una non-persona perché fa delle scelte che la pongono "contronatura", è come se fosse creata in laboratorio. Il suo esistere sovverte una situazione granitica. Una nasce donna e poi vuole diventare uomo: sembra una cosa da Frankenstein, quindi si pone al di fuori del vivente, al di fuori della cultura in cui vive, al di fuori di ciò che la gente considera persona. Quindi viene facile considerare la persona trans come un corpo e ciò porta alle uccisioni e aggressioni, che sono all'ordine del giorno. basti pensare che l'Italia ha le percentuali più alte d'Europa.

Come vivi sulla tua pelle questa esperienza?

E' ancora più inquietante e fa soffrire, nel mio caso, specie le persone della mia età. Queste cose sono interiorizzate, questo tipo di giudizio l'ho interiorizzato, ci ho messo molto per disfarmene. Ho iniziato la transizione tardi, a 39 anni perché ero terrorizzato. Quello che mi spaventava era proprio questo, avevo questa immagine in cui la persona che fa questa scelta muore in solitudine, prende le valigie e se ne va dalla comunità accettata, dove ha delle relazioni e una rete di supporto. Ero terrorizzato, avevo paura di trovarmi cosi, anche le persone che ti vogliono bene lì per li non sono contente della scelta. Avevo paura di perdere i miei genitori a causa della mia scelta di transizionare, e ho aspettato molto prima di arrivare a  dirmi che anche se perdevo l'approvazione dei miei genitori e avrebbero smesso di parlarmi, non mi interessava, avrei proseguito il mio percorso.
Dentro di me ho questo concetto del mostro, io stesso mi sento un mostro, mi chiedo: ma cosa sono, cosa faccio? E' possibile che una persona si possa mettere in testa di fare questa cosa assurda? È' un'assurdità, una cosa non concepibile. A volte, mi sento come di non esistere, non avere un posto nelle possibilità del vivente. Uno nasce così e così ci resta: Invece alle volte, ti trasformi in qualcosa che non era previsto, è quasi come fosse una scelta tua, diventare qualcosa di non previsto, di non naturale. Ti prendi tutte le conseguenze del caso. Poi, invece, parlando con altre persone, scambiando esperienze, anche se ogni trans è diverso, ci sono alle volte degli aspetti che ti legano, un sentire un percepire le cose che ti accomuna alle altre persone trans. Le persone nascono cosi. Al giorno d'oggi si può optare per fare cose che non si potevano fare fino a non molti anni fa. Per me è stato durissimo accettarlo in prima persona e ancora oggi sono terrorizzato. E' molto difficile farlo accettare all'esterno. Per la maggior parte delle persone è una cosa assurda, legata alla devianza, alla patologia. Va a toccare la parte più pruriginosa, quella legata al corpo e alla sessualità. L'immaginario collettivo corre subito alla trans brasiliana che si prostituisce e da li non si smuove. Quando una persona "normale"(secondo i canoni della società dominante) inizia questo percorso, tutt* restano sorpresi.

Tu che incarni una doppia posizione, come attivista animalista e antispecista, vivendo l'antispecismo come una delle punte più avanzate della politica radicale antagonista di critica del sistema, non delle piccole parti ma della creazione di un mondo, sei anche impegnato in questa risoluzione personale che ha valenze politiche. Dove sta, secondo te, l'aspetto politico di questa doppia veste di attivista e qual è la tua esperienza di questa doppia situazione, sia impegnato nel percorso trans e sia come attivista animalista anche in modo pratico, dato che gestisci un rifugio. Come percepisci queste connessione, al di là dell'aspetto teorico?

La connessione politica secondo me è importantissima, ad esempio anche l'omosessualità ha una valenza politica, come altre situazioni. E' un decostruire un'immagine del sistema, che è il sistema dominante, che io chiamo l'impero eterosessista, e far vedere come sia una costruzione, che appunto esercita un dominio su società e singolo, che è una costruzione e non un dato di fatto. Perché la potenza di questa immagine che vuole l'essere umano eterosessuale, che deve fare una famiglia composta da uomo e donna, procreare in un certo modo e avanti cosi,  è spaccia tutto ciò come l'essere umano in natura. Questa è la potenza di questa costruzione, darla come naturale. Invece di naturale non c'è proprio niente. Si tratta solo di modalità diverse, una persona può essere etero oppure no. Personalmente, penso che tutte le persone sarebbero bisex, se non fossero condizionate. Potrebbero quantomeno scegliere liberamente la propria sessualità. Fare una scelta di questo tipo e renderla manifesta e rifletterci è un'azione politica. Ad esempio, si occupano di questo gli studi queer, seguiti soprattutto da filosofe americane (Judy Butler, per fare un esempio). Questi studi sgretolano la potenza di questa gabbia eterosessuale che ci portiamo dietro da qualche tempo, non essendo sempre stato cosi, almeno non in questa forma. Per me è importantissimo, ha una potenza di liberazione enorme. Questa pratica libera le persone. Gli animali non-umani hanno le gabbie fisiche da cui possono essere liberati, le persone umane hanno gabbie mentali da cui non possono essere liberate, devono liberarsi da sole. Se più persone riflettessero sulla non necessità di portare avanti questo modulo di famiglia etero mononucleare, la sua valenza politica sarebbe fortissima. Per me è stata una liberazione, poter accedere al percorso con meno paura, grazie agli studi che ho fatto, perché ne sentivo la necessità di saperne di più. Vedere che le mie esigenze, che io percepivo come immorali, mostruose, vengono invece riflettute e mostrate come positive da filosofe, ecc. mi ha levato un peso, mi sono detto: allora non sono un mostro, sono un guerriero! (ride)
E' stata una grande liberazione. Il mio non è un doppio ruolo ma una continuazione. Non mi piace parlare di tolleranza, non voglio essere tollerato. Per me è questione di apertura totale, bisogna aprirsi verso tutte le cose che possono esserci, senza giudicare.

Al di là della convinzione che la liberazione debba essere totale, per umani e altro-da-umani, pensando, ad esempio, al 25 aprile che si avvicina, la rievocazione della liberazione dal fascismo, collegato alla liberazione animale, è un'azione politica dichiarata, è patteggiare per una certa visone della vita. Cos'è per te la politica?

Questa è una domandona!(ride) Politica è come un* agisce. Per me l'antispecismo è una cosa politica. Non si può dirsi antispecista e apolitic*, si può essere apartitic*. Ma se sei contro una certa forma di dominio, e certi meccanismi, questo è politico. E' una politica che si pone anche in un certo punto. E' chiaro che una persona antispecista poi non può rifarsi a certe tradizioni dove l'oppressione è un modo d'azione, altrimenti c'è una contraddizione troppo forte, possono dire di essere un'altra cosa. Un* deve combattere l'oppressione in tutte le sue forme. Non si può voler liberare certe categorie ma perseguitarne altre.

L'antispecismo per te è questa punta più avanzata di una visone politica di liberazione, che comprende antirazzismo, antisessismo, anti-omo/transfobia. Ma come ti spieghi che poi nell'azione pratica alcun* attivist* sono transfobici, razzisti, ecc.?

Non posso giudicare, dipende dalle situazioni. Può essere una forma di ignoranza, nel senso che non hanno riflettuto abbastanza su certe cose e parlano per luoghi comuni. Oppure hanno avuto delle esperienze personali che magari le portano a parlare con emotività rispetto ad alcuni argomenti. Un* antispecista che, ad esempio, ha avuto un furto da un rom, magari comincia a parlare male dei rom a causa di ciò che gli è successo.

Nel caso, ad esempio, di una persona trans che afferma la propria identità, o di una persona omosessuale che afferma il proprio orientamento, perché un* dovrebbe essere contrari*? O dirsi favorevole a parole ma poi agire esprimendo una contrarietà a questi modi di essere?

Secondo me, si tratta di una mancanza di riflessione verso certe cose, mancanza di confronto, di conoscenza perché spesso la gente parla senza sapere di cosa parla. Ad esempio,  nell'esperienza trans nella maggior parte dei casi chi sceglie di transizionare si trova in conflitto col proprio attivismo antispecista, perché fa uso medicinali, prodotto dalle stesse case farmaceutiche che poi boicotta; si sottopone a delle operazioni, e quindi si trova ad avere a che fare con la classe medica, che comunque usa certe sostanze testate, ecc.. Una persona antispecista che non ha questo disagio fa presto a dire "sei incoerente perché alla fine dai i soldi alle multinazionali, ti fai operare ecc.". Siccome la considerano incoerente, si sentono in diritto di non accettare la persona trans. Ci vorrebbe più dialogo e confronto. Certe cose, a prima vista, sono proprio cosi. Ma ascoltami per capire perché lo faccio, come mi sento, confrontati con la persona che hai davanti, visto che parlate la stessa lingua, senza dare giudizi semplicistici perché non ti trovi in quella situazione. Non sai quanto travaglio interiore viene vissuto dalla persona trans vegan, che ha pensato per anni su come trovare una soluzione per non cadere in contraddizione, poi la scelta però è una cosa personale.
Anzitutto, bisogna parlare con queste persone, un* giudica il/la trans perché usa ormoni, anche in una situazione cosi, però quando il cane sta male lo porta  dal veterinario, che comunque usa farmaci e quant'altro. Per il cane non si va a guardare la vivisezione, per una persona che sta male, che rischia la depressione e il suicidio, si va a vedere anche la pagliuzza. Questo giudizio è davvero prescindibile dalla transfobia? Perché non si giudica il diabetico? Perché solo la persona transessuale?
Perché il/la trans è la persona che si sveglia una mattina all'improvviso e vuole cambiare, è pazza, deviata, e quindi la transfobia non accetta il/la trans di per sé. Viene considerata una scelta.

Sulla tua pelle, come e quando hai vissuto questi momenti di discriminazione?

Ad esempio, il mio ex compagno non accetta ancora la mia scelta di usare certi farmaci. Per fortuna, c'è una sensibilità molto alta e accetta me, siamo vicinissimi, però secondo lui l'uso di certi farmaci è una contraddizione, non se ne capacita. All'inizio era proprio transfobico, non ne accettava l'esistenza. Ora ha capito che una persona può essere trans, che non ha colpe, però secondo lui dovrebbe fare altre cose, dovrebbe accettare il proprio corpo cosi com'è e lottare per modificare la società in modo che anche se si nasce in un certo corpo, ci si può stare bene lo stesso perché sarai accettat* dalla società. La transessualità è considerata contronatura perché la tua scelta ricade su altre persone non umane. Alle volte  questo giudizio è pesante. Mi ritengo fortunato, perché vivo in un contesto antispecista, vivo in un rifugio, le persone che frequento si definiscono antispeciste. Quando comunico questo percorso tutte le persone sono tranquille. A volte, vengono anche persone in visita al rifugio, e spiego loro la mia situazione. Nessun* è mai scappat* e nessun* ha detto nulla, la maggior parte delle volte si chiacchierava con queste persone sulla transessualità.
Poi, purtroppo, arrivano alle spalle voci transfobiche da parte di persone che si definiscono antispeciste. Ci è stato riferito che una persona antispecista e vicino a situazioni a noi vicine, ha detto che io coi soldi dei benefit per gli animali mi ci pago le operazioni di riassegnazione sessuale. Si tratta proprio di ignoranza, anche perché le operazioni sono coperte dal servizio sanitario pubblico. Si tratta quindi cattiveria gratuita.

Parliamo di oppressione di genere, che tu vedi anche tramite l'occhio della transizione. Parli di un imperialismo eterosessuale che porta a reprimere ogni persona che vive al di fuori da questa egemonia. Ti sei interessato anche alle politiche femministe. Sei arrivato al pensiero queer, che è un'evoluzione del pensiero femminista, infatti le prime a parlarne sono state delle donne, filosofe attiviste, che scendevano in piazza per dichiarare la loro necessità di esprimere una sessualità o transizione a seconda delle loro necessità, una richiesta di liberazione dei corpi di donne e dei corpi in genere. Qual è il tuo pensiero rispetto a questo, al femminismo e all'oppressione di genere?

Adoro le femministe!(ride) Ci si può fare l'idea che una persona che nasce nel corpo di donna e transiziona in uno maschile, possa odiare le donne o disprezzarle, dato che non si trova bene nel proprio corpo. Ma non è cosi! I giornali usano un linguaggio assurdo, "sei nata donna, vuoi essere uomo e aborri le donne". Alcuni FtM sono fortemente maschilisti, purtroppo. Personalmente ho una venerazione per le donne e per il femminismo, e come mi sento nel mio corpo è tutta un'altra questione. Tutto diventa un ostacolo quando sei nel percorso. Per i più giovani forse ora è più facile. Io me lo vivevo come colpa, Sono nata donna, categoria oppressa - ce l'ho nel DNA di lottare per gli oppressi- mi è venuto spontaneo di studiare, informarmi, lottare per la liberazione della donna. Il fatto di sentire questo desiderio di mascolinità, me lo vivevo come senso di colpa, mi dicevo: tu sei il primo che non accetti di essere donna. Data la mia propensione verso i più deboli, mi dicevo: tu vuoi passare verso la posizione del più forte. C'ho riflettuto molto.

L'ambiente stesso ti colpevolizza. Ho vissuto per anni come lesbica butch. Negli anni in cui frequentavo le lesbiche, molte erano separatiste. nei rapporti di coppia rivestivo spesso un ruolo maschile, e questo andava bene. puoi vestirti da uomo, fare la parte dell'uomo ma non bisogna oltrepassare una certa soglia! Non vorrai mica diventare un uomo?! E' un tradimento per le donne e specie per le lesbiche. Ho avuto difficoltà anche nell'essere bisessuale. No! Anche quello è un tradimento - o sei etero e sei una merdaccia, se sei bisex sei falso e represso, perché non hai il coraggio di dire che sei omo. Al tempo, le persone bisessuali non esistevano nemmeno. Come oggi si fa fatica a far capire l’esistenza  delle persone trans, al tempo dicevano bisex now, gay later (bisex ora, gay più tardi). Ho avuto una vita di negazione continua, interiorizzavo e mi sentivo in colpa.
Ho accettato solo ora che mi piacciono le donne, perché mi piacciono! Era normale che mi piacessero gli uomini, viene il dubbio sulla cosa strana, mi dicevo: forse non mi piacciono davvero le donne.

Tornando al femminismo, io ho questa spina nel fianco: gli uomini trans che sono maschilisti. Ce ne sono tanti, perché è una forma di volersi adeguare ad una certa immagine, una forma di difesa, e mi vergogno per loro. Come non capisco l'antispecista che parla male dei cinesi, dei rom, delle persone lgbt, gli FtM che sono maschilisti non li capisco.

Si tratta di un bisogno, secondo me. Queste emulazioni di un certo cliché nascondono un'insicurezza. Chi nasce donna è donna biologica, qualunque cosa faccia, come si veste o comporta, nessun* può dire il contrario perché è nata donna. Chi fa la transizione deve dimostrare continuamente di essere cosi. Magari la femminilità è costruita, come tutta la cultura camp mostra, è molto facile capire come si può costruire una certa femminilità, ad esempio mi metto i tacchi, il rossetto, ecc.. Per una trans è questione di sicurezza, vestirsi e comportarsi per confermare agli altri di essere donna. C'è il bisogno di un rimando da parte degli altri, di essere riconosciut* dagli altri. Perché non sei sicura di te.

A volte c'è una forzatura in questi stereotipi, soprattutto le MtF non hanno seguito un percorso politico di liberazione.

Queste riflessioni, sull'identità, sull'oppressione, non sono fatte da tutte le persone trans. Non mi permetto di giudicare nessun*, però alcuni davvero pensano di essere nel corpo sbagliato e basta. Vogliono essere uomini, vogliono confondersi con gli uomini biologici, avere il ruolo del maschio dominante, senza fare nessuna riflessione su tutto questo. Cosi come alcune trans vogliono essere la donna oggetto, col tacco alto ecc. Non tutt* sono interessat* a queste riflessioni. Rispetto alla trans, c'è spesso in effetti questo aspetto di estremo erotismo, ma è anche un questione di lavoro a volte, perché magari lavorano nella prostituzione o nell'industria porno. Ci sono anche differenze culturali, ad esempio le trans brasiliane hanno per cultura un modo di presentarsi e di comportarsi che può rabbrividire le femministe italiane. Frequento un consultorio, dove il primo step è quello psichiatrico (la psichiatria, poi, è un capitolo a parte). Comunque in questo spazio non si vedono mai queste ragazze, non sono interessate. Non potrebbero nemmeno transizionare in Italia, perché ci legislazioni differenti.  molte di loro non sono interessate a questi discorsi, a queste analisi di tipo politico/sociale.
Il disagio della persona trans è legato al corpo. La corporeità e una cosa che viene sempre fuori, ecco perché spesso si trovano le persone trans che discutono di mastoplastica o ricostruzioni vaginali o falloplastica. Il disagio trans è legato al fatto di avere un corpo che non riconosci. L'aspetto corporeo ed erotico vieni fuori perché è legato al disagio stesso. L'attaccamento al corpo è uno dei primi problemi.

Che cosa ti senti di dire a chi leggerà questa intervista, qual è il messaggio che vuoi mandare come attivista antispecista e attivista trans?

Secondo me c'è un chiaro legame tra le due lotte perché l'oppressione della persona trans e del non umano derivano dalla stessa fonte, lo specismo. C'è la visione che il padrone del mondo sia un maschio bianco etero. Per me lo specismo è uguale al patriarcato, per il solo fatto che il patriarcato sia una forma di oppressione quindi è legato allo specismo. Il modello dominante è un maschio.
L'oppressione arriva dallo stesso punto, è una lotta comune. in genere le persone trans non vedono questo punto comune, ma anche hi è attivista trans spesso non vede il collegamento con gli animali non umani. Sarebbe bello che all'interno del movimento lgbtiq si parlasse anche di queste cose, come ad esempio è successo al SAT Pink, che durante la serata d'inaugurazione ha offerto una cena vegan - motivata con tanto di volantino! Tra l'altro, me l'hanno portato e mi hanno detto "è dei tuoi!".- Sarebbe bello riuscire a far capire alle persone la connessione di queste lotte, da un lato agli attivisti lgbtqi la connessione con la lotta di liberazione animale e la sensibilizzazione verso certe tematiche e dall'altra parte a chi si professa antispecista, che in Italia sono le persone che lavorano per liberazione animale, riuscire a far loro capire la connessione con la problematica trans e farli riflettere sulla proprio transfobia e sessismo, di cui non si accorgono. Sono cose che bevi col latte della mamma, spesso non hai il distacco per vederle. La chiave di lettura antispecista dovrebbe consertirti di essere critic* verso le varie forme di oppressione e discriminazione.  Parlando con un amico anarchico e addentro a varie forme di lotta, mi raccontava che ad un incontro di liberazione animale una persona trans ha fatto notare che il linguaggio usato era sessista. La risposta è stata che l'argomento erano gli animali, che tutt* erano d'accordo ma non centrava nulla con la discussione. E' una costruzione talmente interiorizzata che diventa difficile notarlo, ma l'attivista dovrebbe rifletterci, specie in punte cosi avanzate come l'antispecismo.

Come possiamo invitare le persone a fare queste connessioni?

Dobbiamo mostrare queste connessioni, bisogna parlarne, riuscire a non stancarsi di ripeterle, far riflettere. Io credo che l'educazione sia alla base di tutto.

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