Martedì, 08 Novembre 2011 08:50

Vegetarianesimo e veganesimo: posizioni a confronto.

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Di seguito pubblichiamo la lettera aperta apparsa sul sito di Progetto Vivere Vegan e la relativa risposta di Marco Reggio.
Segue un link ad un altro articolo interessante sul tema

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Vegetariano o vegano? Una enorme differenza per gli animali.
Lettera aperta 

di Progetto Vivere Vegan http://www.viverevegan.org/letteraaperta.html?v=CA02fY5jxyI

Può sembrare strano o provocatorio, ma la questione è importante. Gli allevamenti da cui provengono latticini e uova portano alla morte moltissimi animali. Ogni anno milioni di mucche, vitelli, galline ovaiole e pulcini maschi soffrono e muoiono per questo commercio. Ma ancora molte organizzazioni animaliste continuano a progettare e ad appoggiare eventi “vegetariani”. 
E’ ora di cambiare e dire le cose come stanno.

Da sempre, noi di Progetto Vivere Vegan, abbiamo scelto di usare il termine VEGAN, che indica una filosofia di vita che vuole evitare la sottomissione, lo sfruttamento e la morte degli altri animali, in ogni aspetto del vivere quotidiano (quindi non solo a tavola, come per i vegetariani). Non è un vezzo: è una scelta ben precisa, che abbiamo fatto per poter meglio veicolare e promuovere le idee per la liberazione animale.

Quando abbiamo iniziato (prima di costituirci come onlus, eravamo attivi già all’inizio degli anni '90), in Italia erano in pochi a sapere cosa significasse la parola “vegan”. La critica che più spesso ci veniva mossa era proprio quella di comunicare in modo poco comprensibile: che senso aveva promuovere una parola che i più non capiscono? Il senso ce lo aveva – e ce l'ha tutt'ora. L'utilizzo di un termine nuovo ci ha fornito una grande possibilità, quella di spiegare esattamente le idee che vi stanno dietro, senza possibilità di fraintendimenti. Infatti il rischio di confusione è sempre presente, dato che le persone spesso associano il termine “vegan” a “vegetariano”. Questo ultimo viene comunemente interpretato nei modi più disparati, ma in linea di massima con “vegetariano” le persone intendono chi segue una dieta lacto-ovo-vegetariano (spesso includendo anche il pesce), che può essere intrapresa per semplici motivi di piacere personale o salutismo. 

Ora, grazie al nostro lavoro siamo sempre riusciti a spiegare chiaramente che noi siamo vegan per dei motivi ben precisi: è una scelta che dipende da una valutazione etica (il rispetto per la vita degli animali) e di conseguenza essere vegan significa evitare ogni tipo di prodotto che deriva dagli animali, perché sappiamo bene che anche quelli tradizionalmente considerati meno cruenti (latticini, uova, lana…) implicano sofferenza e morte. Per poter presentare un pensiero nuovo e rivoluzionario, avevamo bisogno di partire da zero, di definirci in modo chiaro ed evitare fraintendimenti. E – a costo di sembrare arroganti – possiamo affermare che avevamo ragione: se quando abbiamo cominciato eravamo quasi soli, oggi i gruppi e le associazioni che parlano di veganismo sono moltissime; anche le grandi associazioni tendenzialmente protezioniste hanno imparato ad usare questa parola; nei negozi e nei ristoranti si trovano sempre più prodotti che sono esplicitamente etichettati vegan; e anche i medici ed i nutrizionisti ora conoscono il termine, e non di rado promuovono la dieta vegana (anche se solo per i suoi benefici sulla salute).

Ovviamente non giudichiamo negativamente le persone vegetariane. Il nostro ruolo non è quello di
giudicare le scelte ed i percorsi dei singoli. Al contrario, il nostro scopo è proporre un nuovo modo
di rapportarsi con gli animali non-umani basato sul rispetto e sul riconoscimento del loro diritto alla vita, e promuovere pratiche per modificare la società in tale senso. In questa ottica, ovviamente non possiamo appoggiare le organizzazioni che si dicono animaliste e che usano il termine “vegetariano” in positivo. Fare questo significa veicolare implicitamente l'idea che il consumo di alcuni prodotti animali come latticini ed uova sia accettabile; e per noi ovviamente questo non è accettabile.

Se vogliamo cambiare il mondo in cui viviamo, dobbiamo farci capire bene. Dobbiamo dire chiaramente che anche alimenti come uova e latticini sono cruenti, che la loro produzione implica la morte di pulcini, galline ovaiole, mucche, vitelli. E l'uso di termini come “vegetariano” va nella direzione opposta. Per questo siamo contrari a tutte le iniziative che lo fanno (come ad esempio la Settimana Vegetariana Mondiale di cui si parla tanto in questi giorni e alla quale noi non prendiamo parte) e ribadiamo che questo non significa mettere in dubbio le buone intenzioni di chi le promuove: semplicemente, per noi è chiaro che questa impostazione ci porta indietro invece di aiutarci a progredire, e vogliamo dirlo chiaramente.

Invitiamo quindi gli attivisti e le associazioni che operano per la liberazione di tutti gli animali nonumani a non promuovere ed appoggiare le attività e le iniziative che usano il termine “vegetariano”. A non organizzare pranzi e cene “vegetariane” o “veg” (termine fuorviante che vuole accomunare in modo confuso scelte di vita opposte) a favore degli animali. A non aderire a manifestazioni “vegetariane” perché così si sostengono, anche se indirettamente, pratiche cruente. E li invitiamo ad impegnarsi per una comunicazione corretta e chiara a partire dai propri siti e blog.

Insomma, vegetariano, per gli animali, vuol dire comunque sfruttamento, violenze e morte. Non è colpa nostra, ma qualcuno deve cominciare a dirlo: senza delle prese di posizione chiare non si può andare avanti verso l'obiettivo che ci poniamo, la liberazione degli animali. Non siamo “estremisti”, né polemici: abbiamo un progetto, e cerchiamo sempre di valutare oggettivamente le scelte migliori da compiere per costruirlo. Non crediamo che “vada bene tutto” semplicemente se fatto nel nome degli animali, e se sembriamo duri nella nostra critica è solo perché vogliamo essere costruttivi; di sicuro chi condivide i nostri obiettivi ci comprenderà bene.

Facciamoci capire, usiamo le parole giuste e agiamo in modo coerente…

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Che cosa rappresenta il veganismo?
Alcune considerazioni sulla Lettera Aperta di Progetto Vivere Vegan

di Marco Reggio

La lettera aperta di Progetto Vivere Vegan (1) è, a mio avviso, un importante stimolo per il dibattito interno al “movimento” animalista / antispecista. Se non si circoscrive il suo messaggio ad una serie di considerazioni sulle strategie comunicative, essa ha infatti il merito di aprire la discussione sulle strategie politiche e segnatamente sul significato da attribuirsi alle pratiche del vegetarismo e del veganismo.

Dalle tesi sostenute nella lettera, si evince che alla base delle critiche rivolte agli “eventi vegetariani” sta una concezione del vegetarismo e del veganismo come stili di consumo o come forme di boicottaggio (generalmente definite come “stili di vita”; in questo testo si parla di “filosofia di vita”). Tale concezione sembra data per scontata da Progetto Vivere Vegan, e la critica si concentra quindi su quelle iniziative che propagandano il (lacto-ovo)vegetarismo come stile di vita incruento o eticamente sostenibile. Sul piano delle modalità di consumo e dell’impatto delle scelte dei singoli, è chiaro infatti come i regimi alimentari vegetariani siano assimilabili o quasi a quelli onnivori. Se dobbiamo promuovere uno stile di vita, insomma, tanto vale che sia vegan.

Se dobbiamo fare una richiesta, una rivendicazione precisa sul mondo che vogliamo, è altrettanto chiaro che prefiguriamo un “mondo vegano”, e non un mondo senza carne ma… con il formaggio (o più precisamente senza macelli ma con le gabbie). Tuttavia, non credo che l’ottica dello stile di vita possa essere data per scontata. Prima di arrivare a questo punto, vorrei però discutere alcune questioni sollevate dalla lettera aperta.

Una scelta di natura etica

Gli estensori sottolineano che il loro veganismo è di natura etica, e sembrano attribuire alla parola vegan la capacità di veicolare tale importante significato. Il vegetarismo, a detta loro, sembra essere facilmente associabile a motivazioni salutistiche o di piacere personale. Dal punto di vista logico e semantico, nulla giustifica questa idea. Tanto il vegetarismo quanto il veganismo possono essere (e di fatto sono) abbracciati per motivi etici, salutistici, ambientali o di equa distribuzione delle risorse fra gli umani. Ne consegue che se l’intento è – come per Progetto Vivere Vegan – quello di chiarire la matrice etica dello stile di vita, sarà tale matrice etica che andrà sottolineata, e non il grado di coerenza con cui si esprime a livello di consumi. Come si legge più avanti, “grazie al nostro lavoro siamo sempre riusciti a spiegare chiaramente che noi siamo vegan per dei motivi ben precisi”. E’ evidente che Progetto Vivere Vegan è riuscita nel suo intento, ma è difficile credere che il “suo lavoro” sia consistito nel diffondere una parola. Tale opera, più verosimilmente, si è configurata come trasmissione di contenuti: sulla motivazione della scelta vegan e sulla condizione degli animali nella società.

Pertanto, credo che questa insistenza sulla parola “vegan” derivi da due elementi: un approccio identitario, da una parte; un’equazione fra veganismo e liberazione animale, dall’altra. Trascuro qui il primo aspetto (2), per concentrarmi sul secondo. L’equazione fra uno stile di consumo cruelty-free (o tendente ad esserlo) e la liberazione degli schiavi animali è indubbiamente superficiale, e ha come corrispettivo l’equazione fra propaganda del veganismo e denuncia dello sfruttamento animale. Nella pratica, infatti, il proselitismo vegan (3) si accompagna ad una denuncia della condizione delle mucche da latte, delle galline ovaiole, e così via. Indubbiamente, la propaganda (lacto-ovo)vegetariana può accompagnarsi ad una simile denuncia, ma dalla portata più limitata. Tuttavia, non è la propaganda vegan in sé una denuncia dello sfruttamento animale, più di quanto non lo sia quella vegetariana, o addirittura la semplice opera di sensibilizzazione sul dramma animale priva di inviti a modificare il proprio stile di vita. Gli stessi autori, infatti, ci dicono: “Se vogliamo cambiare il mondo in cui viviamo, dobbiamo farci capire bene. Dobbiamo dire chiaramente che anche alimenti come uova e latticini sono cruenti, che la loro produzione implica la morte di pulcini, galline ovaiole, mucche, vitelli.” Ed è infatti questo che dobbiamo dire.

La seconda tesi portante del testo è che le iniziative connotate come “vegetariane” implichino un’incitazione al consumo di derivati animali e dunque una tacita giustificazione dello sfruttamento. Questo è naturalmente vero in alcuni casi, ma pensare che sia sempre – automaticamente – così è un errore logico: vegetariano (se accettiamo la centralità dell’etica proposta da Progetto Vivere Vegan) significa “contrario all’uccisione non necessaria di animali non umani per mangiarne i corpi”. Questa definizione, come si vede comprende i vegan, che – non a caso – sono da molti considerati una tipologia di vegetariani, quella tipologia di vegetariani che, in più, non mangiano neppure latte, uova, formaggi, miele (ossia: “sono contrari allo sfruttamento di animali per produrre alimenti diversi dal loro stesso corpo”). In quest’ottica, la scelta del termine non può che obbedire a considerazioni legate a strategie comunicative. Ma è difficile sostenere che ogni volta che si usa il termine “vegetariano” oppure il termine “veg” si legittimi il consumo di derivati animali.

Qual è il significato del vegetarismo e del veganismo?

Il punto principale è che l’accusa di legittimare lo sfruttamento reggerebbe, comunque, solo all’interno di un approccio “life-style” o di un approccio che veda nel veganismo una forma di boicottaggio. Che si pensi o meno che il boicottaggio individuale dei prodotti dello sfruttamento animale abbia un impatto rilevante qui ed ora (io penso assolutamente di no), questo approccio si caratterizza per il fatto di ritenere che la liberazione animale avverrà essenzialmente grazie alle presa di coscienza dei singoli umani ed alla conseguente adozione di uno stile di vita incruento da parte di un numero crescente di persone. Non intendo in questa sede entrare nel merito della fondatezza di tale opinione(4). Vorrei solo mostrare che esistono altri modi di intendere il veganismo (ed il vegetarismo!) in quanto istanze etiche. Il vegetarismo – che si esprima con il solo rifiuto di cibarsi di animali morti o che più coerentemente si esprima come vegetarismo “stretto” – può essere un gesto simbolico (ma espresso con il proprio corpo) di contestazione alla legittimità di allevamenti e mattatoi. Questo gesto, a livello di coerenza pratica, può trovare delle limitazioni di vario tipo nella vita quotidiana, nella volontà o nella determinazione di chi lo esprime, ed anche nel livello di consapevolezza di chi lo compie. Mille problemi – certo, non insormontabili -, mille debolezze, il timore di essere emarginati socialmente, il timore inconscio di ammettere a se stessi la vera natura del gesto possono portare a non esprimere apertamente la natura etica di questa pratica, a non diffonderla, ed anche a non perseguirla in modo coerente (cioè vegano).

Se la intendiamo in questo senso, non è detto che il lavoro dei militanti più “coerenti” e più motivati debba andare solo nella direzione dell’affinamento della coerenza individuale, cioè verso la trasformazione dei vegetariani in vegani. E’ auspicabile – credo – che vada nella direzione di una chiarificazione delle motivazioni profonde di tale gesto, nell’incitamento alla sua espressione pubblica, e ad un più chiaro collegamento con la denuncia del massacro quotidiano degli animali. Insomma, il nostro lavoro dovrebbe essere quello di aumentare la consapevolezza collettiva (compresa quella di noi stessi) del carattere politico del rifiuto della carne, del latte, delle uova. E il rifiuto che accomuna tutti coloro che fanno questa scelta politica è il rifiuto della carne, non dei derivati animali. Questo non significa che non si debba lavorare per la consapevolezza del carattere politico del rifiuto di uova e latticini, ovviamente.

Parlare degli schiavi e non degli schiavisti

Inoltre, dovremmo lavorare affinché si parli degli animali, e non degli umani. Degli schiavi, insomma, e non degli schiavisti (pentiti o meno).

Il vegetarismo ed il veganismo, sono conseguenze pratiche della contestazione di un fenomeno che avviene nella nostra società, la detenzione di animali per l’alimentazione umana: il nostro scopo è contestare questo fenomeno, prima ancora che fare propaganda alle conseguenze di questa contestazione. Anche altri fenomeni (numericamente e politicamente meno rilevanti ma in genere non meno aberranti) di cui sono vittime gli animali non umani vengono contestati, ma in quei casi sembra più facile focalizzarsi sulla denuncia e l’opposizione a tali fenomeni che non sulle conseguenze a livello di consumo individuale: si contestano gli allevamenti di animali da pelliccia più che diffondere uno stile di vita “senza pelle”; si contestano i circhi e gli zoo, più che diffondere una condotta di vita che non prevede la fruizione di tali “svaghi”; si contesta la vivisezione, più che diffondere un boicottaggio dei prodotti testati; si contestano specifici prodotti alimentari (il foie gras, la carne di cane o gatto, ecc.) più che chiedere ai solidali di non consumarli. Quando si parla di carne e derivati in generale, invece, l’approccio è spesso ribaltato. Non vorrei qui indagare in dettaglio i motivi (che sono probabilmente vari e collegati a specificità proprie di ognuno di questi fenomeni), ma soltanto far notare che concettualmente è possibile adottare un approccio simile anche per gli allevamenti nel loro complesso.

In tal senso, il nostro messaggio principale, non dovrebbe essere “diventa vegan”, che è un messaggio  rivolto al singolo in quanto consumatore. Il nostro messaggio dovrebbe essere “aboliamo gli allevamenti”, e cioè un messaggio rivolto alla collettività. Nella misura in cui questo messaggio si rivolge anche ai singoli, nella forma “renditi parte attiva in questa rivendicazione”, non si rivolge a delle persone integrate in un sistema di consumo, ma a delle persone integrate in una società, fatta di leggi, valori etici non scritti, tabù, dibattiti politici e possibilità di cambiamento dell’assetto generale, in altre parole si rivolge a dei cittadini.

Una delle conseguenze del coinvolgimento dei singoli cittadini può manifestarsi nel cambiamento del proprio stile di consumo, che auspicabilmente diventerà uno stile di consumo vegan, ma il significato che tale cambiamento individuale assumerà sarà diverso da quello sotteso dalla Lettera Aperta: il veganismo o vegetarismo dei singoli sarà essenzialmente da considerarsi come una espressione individuale di adesione alla rivendicazione di dismettere allevamenti e macelli. O quanto meno come espressione di condivisione della contestazione del massacro. Questa espressione individuale ha un valore simbolico forte nel momento in cui è esplicitata come tale, e come tale può fungere da testimonianza di un movimento genuinamente abolizionista. L’occasione di incarnare nel proprio corpo in una sfera così centrale sul piano psicologico e simbolico quale è l’alimentazione è un’occasione che – a ben vedere – pochi movimenti possono trovare con altrettanta facilità, ed è proprio per questo che è importante utilizzarla al meglio, senza ridurla all’idea che l’astensione individuale dal consumo dei prodotti “cruenti” costituisca di per se stessa un’efficace ricetta contro la sofferenza immane che si cela dietro l’odierna produzione di beni.

 

 

1 La Lettera Aperta è visibile sul sito di Progetto Vivere Vegan: http://www.viverevegan.org/letteraaperta.html?v=CA02fY5jxyI

2 Anche se molto ci sarebbe da dire sulla tensione identitaria che traspare chiaramente dalla lettera.

3 Con “proselitismo vegan” si intende l’attività di “conversione” dei singoli consumatori allo stile di vita vegano, spesso considerata negli ambienti animalisti come la principale attività da intraprendere per il cambiamento della società in senso antispecista.

4 Diversi sono i contributi che hanno messo in discussione tale visione. Cito qui i seguenti:
- A. Corabi, Diffondere uno stile di vita vegan: una critica (http://www.veggiepride.it/index.php/documenti/54-diffondere-lo-stile-di-vita-
vegan-una-critica
);
- M. Balluch, Abolitionism versus Reformism (http://www.vgt.at/publikationen/texte/artikel/20080325Abolitionism/index_en.php), trad. it in “Liberazioni”, anno II, n.6.
Si vedano inoltre: www.meat-abolition.org e www.aboliamolacarne.blogspot.com.

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Sullo stesso argomento, vedi anche "Veganismo: necessario, ma non sufficiente", da vegina.net

 

Letto 2076 volte Ultima modifica il Martedì, 17 Aprile 2012 12:57

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