Dragon Trainer 2 - L'Entertainment investe sull'empatia?

di Eva Melodia   

Poche sere fa, da brava mamma con figli piccoli a carico, sono stata al cinema con tutta la mia famiglia a vedere il secondo film della trilogia di Dragon Trainer 2, entartaiment allo stato puro del noto colosso DreamWorks Animation.

Il Film, non è affatto solo per ragazzi ed è costruito su un susseguirsi di immagini emozionanti e cariche di azione, piuttosto creativo, indiscutibilmente indimenticabile per i bambini, ma anche per qualche adulto.

Al di là della qualità del film e di tutte le possibili considerazioni sulle implicazioni socio-economiche che queste produzioni generano, è da notare con un certo interesse come tutta la storia poggi sul potere accattivante dell'empatia verso gli animali.

La storia si dipana attorno alla grande amicizia tra un umano ed un “altro da umano”, in questo caso un magnifico drago, e che tutto il coivolgimento del pubblico è scatenato più che dalle prodezze degli umanoidi, dalle fattezze, scelte, movenze e situazioni vissute, dell'”animale”, di colui che inizialmente è alieno e nemico da uccidere, per poi diventare di famiglia, alleato, e amato: con il sollievo di grandi e piccini.

Sdentanto, così si chiama il simpatico personaggio che è appunto, "simpatico". Tutto in lui ispira apertura ed accoglienza e, cosa importantissima, non è affatto umanizzato (egli non parla, non legge, non scrive, non compie rituali umani) come invece siamo soliti vedere gli animali nei cartoon al cinema. Al contrario è proprio animalesco ed essendo un altro-da-umano fantastico, appare evidente come il disegno che gli da vita sia realizzato a partire da un attento studio degli ispiratori naturali di simpatia ed empatia del mondo reale: gli animali.

E' facile vedere in Sdentato il proprio gatto o cane, come è successo anche a noi (il nostro sdentato si chiama Gatta Blu e vive tra il letto e il giardino facendo risse con i gatti del vicinato). In questo drago infatti si riconoscono l'accovacciarsi felino, lo sguardo languido del gatto che vuole ottenere qualcosa, come anche l’espressione perfida prima di un attacco o il modo inconfondibile di giocare di un cane. E’ possibile ed anzi probabile che Sdentato sia il frutto dell’osservazione di molti tipi di animali e della riproduzione di quelle peculiarità che senza alcuno sforzo attivano la nostra empatia, facendo emergere amicizia invece che paura.

Per farla breve, Sdentato è tutto il bene che possiamo provareper gli animali, venduto in un biglietto da 8 euro, magari in 3D.

Egli é anche paladino di comportamenti umani encomiabili (lui), mostrandosi sempre amichevole ed ingenuo e disponibile tanto a cambiare idea, quanto a sacrificarsi per altri...anche sconosciuti.

Insieme ad altri draghi, tutti buffi e bitorzoluti, chi panciuto e chi strabico, viene definito come uno strano animale da compagnia di un protagonista umano particolamente empatico che passa nobilmente il suo tempo a cercare di costruire un mondo meno belligerante e “guerrafondato” grazie alle solide basi di questa amicizia trans-specifica. La loro amicizia poi, è fondata non su chissà quali fantasiosi scambi intellettuali (come dicevo il drago non è umanizzato), ma su fattori esperienziali (come di fatto nella realtà si costituiscono le relazioni amichevoli transpecifiche quando ad esse ci si abbandona) come la condivisione del piacere di toccarsi, viversi, sostenersi ed in questo caso, sulla grandissima esperienza del volare.

Insomma, per tutta la durata del film ci riempiamo di fantasioso buon cuore ad ogni minuto, mentre la trama incalza sui buoni sentimenti, tanto che escludendo qualche breve immagine, verrebbe da pensare ad una vocazione antispecista nella sceneggiatura aspettandosi un finale “go vegan and live with love”.

Ovviamente invece, trattasi del solito conflitto tutto culturale tra potenziale empatico umano quotidianamente inespresso (il potenziale aspecista che è in noi)  e la trita, persecutoria, logica specista.

E’ in secondo piano infatti che scorrono le brevi sequenze con cui si ribadiscono le regole della realtà accettata e volte a difendere la consolidata follia, per cui, mentre si coltiva l’amicizia con draghi dall’aspetto volutamente simile a polli ciccioni, i protagonisti mangiano proprio polli! Interi! Arrostiti sul fuoco del bivacco.

Dunque della proiezione fantasiosa di uno stesso animale, il “pollo”, è la versione capace di aggredire e distruggere (quella del drago-pollo che nel film si chiama Tempestosa, la draghessa amica della protagonista femminile) ad essere meritevole di amore e rispetto, mentre il pollo più simile alla realtà, quello innocuo ed innocente anche perché incapace di distruggere e probabilmente mai particolarmente intenzionato a fare del male ad alcuno, è addirittura sbeffeggiato mentre viene mostrato infilzato da uno spiedo.

I pesci poi… poveri pesci. Sono considerati più simili a fenomeni atmosferici (alle volte piovono senza che la loro agonia interessi a nessuno) che ad individui morenti e sacrificati per nutrire i simpatici predatori alati.

Questo secondo capitolo non esita a trasmutare la comune gattara in una vichinga con la “passione” per i draghi, ma fatto notabile è che vesta per tale ragione un ruolo eroico. Tanta è la passione (com-passione) di questa eroina per i draghi da indurla addirittura ad abbandonare il figlio neonato (niente di meno), pur di difenderne le sorti. Nonostante ciò, e come nelle comuni dinamiche dell’animalismo banalizzato, è sempre lei che allegramente si reca allo sterminio dei pesci urlando “evviva, è l’ora della pappa!”. 

Certo, l’epoca ed il popolo scelti per ambientare la storia (i vichinghi) non li immaginiamo facilmente vegani, ma se di fantasia si tratta, se si incoraggiano le virtù socievoli di cui gli umani sono capaci, perché non farlo davvero rilevando l’ottusa discriminazione ormai insostenibile con cui si opprimono piccoli e grandi animali di ogni tipo? Mi sarei anche accontentata si un sorvolare in rassegnato silenzio, sarebbe bastato a denotare un po’ di decenza… invece no. I polli morti e bruciacchiati allietano la convivialità dei protagonisti, mentre delle povere pecore raccontate come fossero solo occhi senza anima incastonati in una palla di pelo (per quanto caratterizzate in modo da risultare decisamente divertenti), fanno la parte ora del “cibo”, ora della palla da gioco, durante tutta l’allegra routine di un popolo che, stando alla storia, avrebbe addirittura sconfitto la barbarie della violenza gratuita.

 

In tutto ciò, è impossibile ignorare la pesante dose di sessismo, insita fin dalla scelta dell’ambientazione culturale fortemente virilista - che fu della società vichinga - ben mantenuta in vita nella trama dal ruolo predominante di maschi alla guida di draghi e di popoli, con le grandi femmine a fare sempre da spalla. Mi viene naturale ipotizzare che nel brodo specista patriarcale in cui navighiamo, il pathos dell’amicizia tra l’umano e il drago non avrebbe avuto così tanta presa (il marketing lo sa) se l’umano protagonista fosse stata femmina, poichè l’empatia e la solidarietà tratteggiate sul personaggio verso l’animale si sarebbero annacquati nella comune icona della donnetta lacrimosa e sensibile, ed in fondo ogni bene è quel che finisce bene solo se c’è una qualche donnetta da salvare.

E’ anche da queste trame di film colossal che possiamo ancora una volta misurare la cultura nemica con cui abbiamo a che fare, il nostro vero antagonista, ciò che permea l’attuale sistema. Possiamo anche intuire però come tutta la speranza sia lì, a portata di mano, proprio a partire dal fatto per cui il grande cinema investe in tali temi, pur di portare una cartone animato in tutte le sale del mondo ed attirare anche gli adulti, sapendo di fare centro sicuro.

Sanno che quando il film finisce di quella Furia Buia sentiremo segretamente la mancanza… o almeno… la sentiranno tutti coloro che non hanno in famiglia un vero animale per amico.

 

 

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Nutrizione umana nella formazione medica di base

di Eva Melodia

Un argomento spendibile per chiedere alle persone un cambiamento dei comportamenti alimentari fondati sul carnivorismo ruota attorno a generiche ed ipotetiche informazioni sulla nutrizione umana - spesso raccattate velocemente su internet - secondo cui si dovrebbe scegliere il veg*anesimo per favorire la propria salute. Così inteso, tale argomento è definito “indiretto” e per ovvie ragioni non gode di grande simpatia presso gli attivisti animalisti, indipendentemente dalla contestualizzazione. Esso infatti non solo non rivendica né ribadisce alcun interesse direttamente riferibile agli animali - è dunque indiretto -, ma al contrario pone al centro interessi umani, i quali, sono considerati animali solo raramente e spesso solo per questioni di comodo (quindi sono solo perifericamente un soggetto di interesse animalista), sono percepiti come aguzzini nonché primaria causa della sofferenza degli altro-da-umani e sono quasi sempre definiti immeritevoli di attenzione parificabile a quella che si cerca di riportare sulla sofferenza degli altro-da-umani. In più, la sofferenza umana chiamata in causa da una pessima alimentazione è di fatto una problematica relativa cioè condizionata e dipendente da molti fattori terzi: non è certo una sofferenza inequivocabile, assoluta e perenne come quella inflitta agli animali negli allevamenti.

Più in generale poi, queste tematiche sono da sempre considerate controproducenti e rischiose: fare leva sui danni della nutrizione carnea alla salute umana ad esempio, può rivelarsi un boomerang qualora un domani si inventasse una pillolina capace di annientare i danni di tale tipo di  nutrizione, facendo crollare l’argomento stesso in quanto incapace di sollevare un seria questione più strettamente etica, se non in maniera molto periferica.

Collegati alla nutrizione umana ed al salutismo presunto dell’alimentazione veg però, esistono anche argomenti da trattare e diffondere obbligatoriamente, poiché sono un prerequisito necessario per sostenere come validi argomenti direttamente riferiti agli interessi degli animali.

Per essere più chiari, chiedere alle persone di diventare vegan al solo scopo di riconoscere gli interessi animali come legittimi, senza che sia quanto meno sostenibile che in tal modo non si muore di stenti, sarebbe irragionevole: serve dunque parlare ed informarle sugli aspetti salutistici della questione attraverso informazioni sulla nutrizione umana.

Inoltre, affermare e dimostrare che una nutrizione salutistica per gli umani inizia dal veganesimo, implica al contempo anche l’affermare e soprattutto il dimostrare che gli esseri umani non sono predatori, aprendo così le porte alle tesi capaci di smontare la cultura patriarcale che dal mito dell’uomo predatore trae la sua forza.

Eppure di tutto ciò che riguarda l’uso delle tematiche su salute e nutrizione umana, sia che si tratti dell’eventuale strumentalizzazione dell’argomento indiretto, piuttosto che del bisogno di diffondere affermazioni ed informazioni capaci di favorire tematiche più strettamente etiche, non si ha più traccia.

Il dibattito sugli argomenti diretti ed indiretti e talvolta la sua veemenza ad esempio, hanno comportato a mio modo di vedere un totale appiattimento di interesse verso gli argomenti indiretti, il loro possibile utilizzo, od eventuali preposizioni complementari, come nel caso della questione “salutistica”; non necessariamente con volontà, ma di fatto i Sig.ri Argomenti Indiretti ne sono usciti quasi criminalizzati e (almeno nell’ambiente più radicale) penalizzati, quasi fossero essi stessi - e sempre - causa di legittimazione specista.
 

Per queste ragioni la tematica nella sua interezza è quasi del tutto abbandonata. Solo pochi speranzosi della domenica cercano di sollevare occasionalmente l’argomento, ed il risultato è che il nostro grande occhio critico ha forse deciso di ignorarne completamente le implicazioni politiche.

Si direbbe strano visto che in Italia non esiste alcun ministero delle “politiche animali”, mentre esiste un Ministero della Salute. Esso è tra i ministeri in cui girano più soldi e dal quale dipende, almeno per l’immaginario collettivo, la vita di tutti i cittadini. Significa, evidentemente, che esiste un deciso interesse da parte delle persone, dello Stato e della politica verso questo Ministero e che ha un peso politico tale per cui non si capisce proprio come si possa decidere di ignorarne il tema, indipendentemente da quale tipo di lotta si stia portando avanti.

In particolare, il peso politico della generalizzata convinzione secondo cui gli animali sarebbero parte naturale (e per molti “necessaria”) di una salutare nutrizione umana non può che essere di primaria importanza, visto come tale convinzione, con le sue beffarde connotazioni pseudoscentifiche, faccia da supporto alla resistenza difensiva cui tutti noi si deve fare fronte in ogni tentativo di incoraggiare all’aspecismo ed alle sue pratiche.

Si tratta di un peso politico prima ancora che culturale, perché è strettamente e direttamente collegato alle strategie politiche con cui lo Stato forma la sua classe medica, un gigantesco apparato, strutturato come un formicaio, da cui viene diffusa la cultura sanitaria (e quindi anche nutrizionale) ai cittadini.

Su tale tema sappiamo che ci sarebbe parecchio da ridire. A cominciare dall’ingerenza dell’industria bellico-farmaceutica nelle questioni di salute pubblica e per finire con la forma mentis maschilista della “Scienza Medica” stessa, tutto il gigantesco macchinario che si occupa di salute umana non può che risultare un baraccone discutibile, ma in particolare ciò che diventa un macigno inamovibile è la - probabilmente voluta - totale ignoranza in merito alla nutrizione umana, nonostante ormai si sappia essere alla base di qualsiasi voglia aspirazione di salute.

Sono stata curata per il diabete presso un centro di prevenzione del diabete dove di nutrizione non sapevano quasi nulla, dove addirittura a stento si conoscevano alimenti considerati esotici come l’ignoto sesamo, dove il cous cous è un legume, e dove di interazione degli alimenti tra loro rispetto al metabolismo umano si sapeva ancora meno: un panorama desolante.
Ancora personalmente ho assistito a grigliate di carne per festeggiare il centro oncologico di un ospedale, conosciuto fiumi di malati oncologici cui di alimentazione non si parla neanche, visto reparti di allegorlogia dove quel che inserisci nel corpo attraverso la bocca non conta nulla, nonché portato a compimento gravidanze vegan guardate con occhi stupiti e approsimativi, dove il massimo della conoscenza possibile si rivelava in una ricetta per integratori vitaminici generici. Ancora ho conosciuto pediatri che arbitrariamente invocavano il demonio per l’alimentazione veg*ana piuttosto che al contrario la senteziavano come salutista a prescindere, senza chiederti se per caso mangi solo patatine fritte. Una sfilza infinita di esempi, comprensiva di operati cardiopatici cui non viene imposta alcuna dieta seria preferenziale e che quindi continuano ingenuamente a mangiare ogni animale esistente, in ogni forma, con ogni derivato, ad ogni pasto, convinti che la formula per risparmiarsi la salute consti in “mangiare di tutto, basta non mangiarne troppo”.

Ovviamente dopo un po’ mi sono chiesta come mai uno stato di simile ed intollerabile ignoranza a danno esclusivo dei pazienti-cittadini regnasse sovrana ed ho scoperto che in Italia non esiste alcuna formazione propedeutica, basilare, necessaria oramai alla classe medica, in materia di nutrizione umana.

Ci si laurea in medicina specializzandosi nelle più disparate competenze mediche, spesso senza che nessuno ti abbia spiegato ad esempio che lo zucchero per gli umani è letteralmente un veleno.
E cara grazia quindi se i medici approfondiscono le tematiche legate alla loro specializzazione in fatto di nutrizione, sta al paziente cittadino rincorrere il medico meno ignorante e sperare in bene.

Questo è diritto alla salute?

E sopratutto: possiamo davvero credere di competere con un millenario sistema educativo che genera migliaia di medici ogni anno, se questo li mantiene nella più bieca ignoranza, cercando di convincere sessanta milioni di italiani che “vegan si può”, solo perché noi (una esigua minoranza con anche ovvie problematiche di salute) come fenomeni da baraccone, ci prodighiamo in balletti e piroette per dimostrare quanto stiamo bene? Possiamo davvero vincere questa battaglia contro una cultura millenaria se la classe medica - benché ormai la scienza medica avvalori le nostre tesi attraverso i crescenti studi - di fatto ci è avversa?
Diventa infinitamente più difficile sostenere l’etica della scelta vegan e dell’antispecismo se continua ad aleggiare nell’aria l’idea che si tratti di una forzatura per martiri che vanno contro i propri basilari interessi di salute, e poiché la lotta in realtà è tutta contro le lobby dello sfruttamento (prima ancora che contro i singoli individui), è necessario a mio avviso ridurre la forza di questo paletto che rende i singoli individui ancora più resistenti, per non sprecare forze che andrebbero anzi meglio dedicate ad arginare la forza dei gruppi di potere implicati nello sfruttamento animale.

Bisogna quindi agire di fatto in direzione dell’interesse per la salute umana svilppando una cultura sulla nutrizione umana a partire dalla base formativa, al passo con i tempi. Se anche - e di sicuro - per ora non otteremmo certo molti medici che propongono la nutrizione vegan come la migliore al mondo, qualcuno inizierebbe ad esserci, quanto meno avremmo medici incapaci di sostenerla come impossibile e deleteria, ma sopratutto medici impossibilitati a diffondere l’informazione più dannosa in assoluto, e cioè che gli umani devono mangiare carne.
Ciò innescherebbe un meccanismo di sviluppo e diffusione delle informazioni anche su vegetarianesimo e veganesimo - pratiche nutrizionali sempre più diffuse e con cui i medici iniziano a sentire di dovere fare i conti - che necessariamente si trascinerebbe dietro la trattazione delle più complesse ed ostiche argomentazioni etiche, con una spinta centrifuga che noi da soli, pochi attivisti, non possiamo dare.

Sostengo quindi che sarebbe opportuno lavorare con metodo per ottenere una riforma della formazione basilare medica in tale direzione, anche se appunto, si tratterebbe di un investimento che in parte ottiene come risultato, lo sfruttamento di un argomento indiretto ed i cui effetti si vedrebbero non certo nell’immediato o con il preciso fiorire di una propaganda del tutto favorevole al veg*anesimo di frotte di medici militanti.
Al lato pratico, data la presenza di medici e competenze affini dentro al nostro movimento, non dovrebbe essere difficile sviluppare un progetto che miri a tale riforma. Una volta sviluppato, esso andrebbe proposto alle figure politiche aperte alle riforme - aperte anche a riforme che violano gli interessi di lobby, ovviamente quindi non sto pensando a nessuno che bazzichi l’area dell’attuale governo - lasciando serenamente che l’attenzione cada anche sulla questione salutistica, sul diritto alla salute negato, senza temerne svantaggi.

Io ipotizzo che queste istanze verrebbero accolte e sostenute in maniera sempre più credibile e determinata.

Spero che su questa mia proposta si apra una via, o quanto meno un dibattito.

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Animal Studies: abbonamenti e notizie


In autunno uscirà il primo numero di Animal Studies: rivista italiana di antispecismo – curata dalla redazione di Asinus con l’intento di diffondere, anche in ambiente scientifico e accademico, il complesso dibattitto sull’animalità e le sue diverse intersezioni concettuali.

Qualora foste interessati ad abbonarvi alla rivista cliccate qui

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Il primo numero si chiamerà “politiche della natura”, sarà curato da Marco Maurizi e conterrà, fra le altre cose, un inedito di Slavoj Žižek sull’animalità e la filosofia.

Il secondo numero dedicato alla scienza e agli animali, curato da Mimma Bruni conterrà, invece, un inedito di Tom Regan.

E poi? E poi, se ci aiutate, faremo di tutto per continuare a dibattere e far dibattere su questi temi.


Animal Studies è una rivista trimestrale peer–review che affronta da un punto di vista filosofico problemi di tipo etico, politico, scientifico e culturale legati al nostro complesso rapporto con la natura, con particolare attenzione alla questione del rapporto con gli animali non-umani. Oltre ad articoli di approfondimento e interviste ai protagonisti dei dibattiti nazionali e internazionali su tali tematiche, la rivista presenta al lettore un’aggiornata documentazione sull’argomento (libri, convegni, film ecc.) in un’apposita rubrica di recensioni, utile strumento di orientamento. La rivista si pone infine come luogo ideale di dibattito, offrendo ampio spazio ad interventi che discutono e problematizzano le tesi ed i contenuti pubblicati, in un’apposita sezione dedicata al confronto tra gli autori e tra autori e lettori. Animal Studies intende così proporre al lettore un panorama aggiornato e ampio delle diverse posizioni teoriche nella convinzione che solo la spassionata ricerca della verità possa condurre a soluzioni praticabili dei problemi posti e contribuire ad un reale avanzamento morale e civile della società contemporanea.

ISSN 2281-2288

 

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Mercoledì, 26 Settembre 2012 14:52

Nasce Musi e Muse - rivista antispecista on line

Settembre 2012

Nasce Musi e Muse, rivista antispecista

Rivista trimestrale ad accesso aperto.

On line il numero zero.

Sito della rivista: www.musiemuse.org

Presentazione dal sito

Musi e muse (MeM) è una rivista stagionale on line ad accesso aperto, edita da un gruppo di persone interessate ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali con la prospettiva della liberazione animale.

MeM intende esprimere una voce diversa rispetto alle tesi più note in Italia (animalismo, diritti animali, antispecismo) ed in particolare rispetto a quelle analisi che si avvalgono di concetti come «altro», «differenza», «dominio», la cui astrattezza si presta ad un uso multifunzionale che li rende inadeguati alla descrizione della storicità e contestualità delle relazioni tra umani e animali.

L’obiettivo di MeM è indagare il modo in cui le relazioni interspecifiche si concretizzano in specifiche forme che mettono a contatto soggetti viventi in una stessa comunità. Tali forme costituiscono interdipendenze complesse che legano umani e animali in una mescolanza di elementi affettivi e di reciproca utilità e sprigionano particolari circolazioni di potere.

Particolare spazio viene dato alle circostanze che, nelle relazioni singole come in quelle socialmente istituzionalizzate, piegano l’interdipendenza in squilibrio creando situazioni di sfruttamento e distruzione dell’animale da parte dell’umano.

Per permettere una fuoriuscita da tali situazioni, nella prospettiva del raggiungimento di relazioni eque ed egualitarie tra umani e animali, MeM propone analisi ispirate all’etica del care, un approccio che riconosce il carattere politicamente fondamentale dell’interconnessione tra le soggettività e valorizza le esperienze personali di contatto, condivisione e dialogo con gli animali. Tale approccio costituisce una via per individuare punti di contatto con i movimenti di liberazione di altri soggetti, in particolare con i movimenti femministi la cui eredità risulta imprescindibile per quanto concerne l’analisi della politicità di quelle realtà che la tradizione filosofica definisce «natura».

La rivista propone saggi di approfondimento, italiani o tradotti, insieme ad interventi, interviste e testi più personali.

Indice del nr. 0

Numero 0 (Estate 2012)

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Veicoli dello specismo nell’infanzia

di Eva Melodia
 

Se esiste una cosa certa,  in questa nostra complicata lotta, è che gli antispecisti non colonizzeranno il mondo riproducendosi.

Statisticamente infatti, i vegani-solo-vegani figliano poco, e meno che meno gli antispecisti i quali, pur non avendo necessariamente ambizioni estinzioniste, vivono una inibizione dettata forse dallo scoramento totale rispetto al sistema sociopolitico umano in cui si sentono calati, imbrigliati e nel quale sarebbero costretti a crescere i propri figli, percependo quindi la nascita non certo come un dono quanto come una condanna.

Chi, come me ad esempio, ritiene che l’empatia sia una potenzialità umana che (salvo metodica inibizione attraverso stratagemmi specisti) si manifesta spontaneamente nei bambini come negli adulti, verrà accompagnato dalla quasi certezza che il proprio figlio, cui non negherebbe mai la possibilità di esprimere e vivere la propria compassione verso gli individui “altri”, sarà per questo più probabilmente a sua volta (proprio come il genitore), un adulto sofferente, incapace di vivere serenamente in quel circondario doloroso che è l’inferno in terra per gli animali.

Non solo. E’ probabile che anche motivazioni di natura morale e politica condizionino questo ambiente nell’intenzione di avere figli, motivazioni che per la loro complessità e specificità, non verranno qui neppure menzionate.

Resta il fatto che toccare argomenti quali la maternità, la genitorialità, l’infanzia, quando affrontiamo la tematica genericamente chiamata specismo (1) non è affatto frequente e che ciò comporta il massimo dell’improvvisazione da parte dei pochi che per una ragione o per l’altra, si trovano a dover affrontare la vita accanto a cuccioli umani.

Per tale ragione cercherò di condividere la mia esperienza e ciò che da questa ho acquisito rispetto al mio tempo e luogo in questa terra, utile forse anche a chi questa esperienza non la affronterà mai.

 

Condivido in pieno l’idea per cui non è da adulti che si “diventa” specisti, ma al contrario da bambini, in quei primi anni della vita in vengono poste le basi del metodo attraverso cui instaurare relazioni con il proprio ambiente ed in particolare con “gli altri”, codificando ciò che è l’alterità stessa ed i comportamenti moralmente accettabili rispetto ad essa.

Eppure tutte (o quasi) le attenzioni e le azioni antispeciste in ambito educativo-culturale sono rivolte al mondo adulto (ovviamente più accessibile) così che i pochi pionieri di una esperienza genitoriale davvero antispecista si scoprono soli ed allo sbaraglio rispetto ai momenti più delicati dell’intera loro impronta educativa, ma sopratutto, che quella malattia sociale chiamata specismo, continui indisturbata a mettere radici molto profonde.

Sappiamo che prima dell’arrivo del bambino ci si può ampiamente dedicare all’approfondire l’accudimento in senso stretto ed in molti suoi aspetti. Esistono manuali di tutti i tipi, fino al ridicolo eppure, non esiste nulla di simile ad un prontuario che ci insegni a trasmettere la nostra empatia o meglio, quell’etica complessa da spiegare a parole che ispira la nostra intera esistenza, o che almeno ci metta al corrente di quali trappole comuni esistano capaci di intercettare genitori/genitrici e figli/figlie facendoli cadere nelle vie dello specismo senza che neppure se ne accorgano.

Se per un antispecista, sopratutto attivista, l’essere sospettoso e difensivo rispetto ai tanti simboli, abitudini, dogmi e obblighi legali può essere la via della salvezza che permette di riconoscere ii subdoli veicoli dello specismo, per tutti coloro che invece sono in quella fase etica in continuo divenire, dove si è presa una decisione forte rispetto al sé antispecista nel mondo, ma dove ancora non si sono elaborate tutte le tessere di cui questo mondo specista si compone, può essere davvero difficile proteggere il proprio figlio dalle ricette sviluppate appositamente per indurre all’accettazione della discriminazione di specie, ormai talmente consolidate nel tempo da risultare davvero efficienti ed efficaci.

La trasmissione dello specismo avviene per lo più per via diretta, attraverso la comunicazione con i genitori e l’ambiente familiare, di idee e teoremi specisti tramandati da persona a persona, spesso in maniera trasparente agli occhi del genitore stesso. Questo importante mezzo però, al giorno d’oggi è accompagnato dal supporto sociale che colma ogni eventuale lacuna e rafforza la propaganda politica (usando il semplice metodo del ripetere all’infinito la stessa falsità) grazie all’inserimento nella vita quotidiana di veicoli apparentemente innocui ed anzi benefici tra i quali giochi, libri, e ciò che viene identificato come cibo.

Le mie osservazioni si limitano a questo: un insieme di teorie derivanti da anni di attenzione prestata alla realtà che mi circonda e di esperienza personale, sulle quali ho consolidato le mie tesi. Non un testo scientifico quindi, ma considerazioni facilmente verificabili attraverso l’esperienza, perché fondati sulla mera osservazione di fenomeni costantemente presenti e sotto gli occhi di tutti.

Limitandomi all’osservazione di tre veicoli in particolare, cioè libri, cibo e giochi, sono consapevole di trascurare mezzi finemente sviluppati quali circhi con animali, sagre, zoo, et simili, espressioni di educazione aberrante e diretta, ignobili legittimazioni dello sfruttamento degli animali. Questi “spettacoli” spesso, vengono identificati come “per” bambini, elevati così ad occasioni ludiche sicure e non pericolose tanto da incoraggiare i genitori ad una accettazione indifferente, acritica e passiva. Mezzi dunque potenti, ma che, a differenza di quelli su cui punterò l’attenzione, sono esplosivi, usano sapientemente poche e topiche occasioni - i bambini non vanno al circo tutti i giorni - senza entrare mai realmente nella quotidianità.

Libri, cibo e giochi invece, sono ciò che i genitori accolgono nella vita dei loro bambini quotidianamente, negandosi il ruolo di filtro contro impurità ed informazioni da respingere con forza. Oggetti che diventano costanti accompagnatori gioiosi verso un mondo adulto che di gioia non ne esprimerà affatto, intriso e fondato com’è sul dominio in ogni sua forma, ed è per questo, che a parer mio vanno ancora di più denunciati, resi visibili, possibilmente fosforescenti rispetto al buio di consapevolezza in cui stiamo vivendo.

Sono inoltre conscia di come questi oggetti siano emblema della cultura consumistica occidentale del nuovo millennio e che per questo potrebbero essere considerati settari inducendo a dubitare che possano essere funzionali per una analisi davvero globale. Pur nei miei limiti conoscitivi però, sono certa che un mondo umano totalmente specista come questo sia reso possibile solo e necessariamente anche grazie all’uso di espedienti nell’infanzia e che dunque, anche le culture ancora libere da capitalismo e consumismo, avranno sviluppato strumenti dal potere ed intenzioni similari.

Premesso tutto questo, sono consapevole che ogni mia tesi presta il fianco alla negazione della sua valenza, attraverso l’osservazione di eccezioni e particolarità, proprio perché al contrario si fonda sulla generalizzazione, utile sopratutto ad avere un quadro di insieme.

Ogni obiezione quindi che un lettore o una lettrice volesse farmi, sarà la benvenuta, sopratutto se vorrà con me andare ancora più a fondo in quello che di fatto è solo per ora una occhiata veloce ad una macchina per la propaganda davvero gigantesca.

 

Attrazione fatale: i bambini e gli animali

E’ evidente che l’attrazione passionale dei cuccioli umani verso altri animali è ben poco (e poco onestamente) studiata e che al contempo è ben furbescamente sfruttata.

Quando pensiamo ai bambini piccoli, pensiamo infatti in primis ad un mondo fatto di copertine e peluches e giocattoli che quasi sempre evocano esplicitamente gli animali non umani.

Libri per bambini, illuminazioni, decorazioni, borse, giochi, tutto insomma nel merchandising del neonato prende in prestito l’immagine di un animale – plasmandolo certo, ma lasciando che rappresenti “altro” rispetto all’umanità che circonda il bambino – per veicolare ciò che gli pare: tenerezza, cura, sicurezza, ma anche e di più come vedremo, dominio e sfruttamento.

Se anche il consumo e la presenza smodati di questi oggetti dipende sicuramente dal delirante potere del marketing, di fatto non è un caso che siano quasi solo gli animali ad essere funzionali in tal senso.

A quanto pare infatti, per i bambini l’incanto per la diversità, per la comunicazione in diversi linguaggi, è immediato ed irresistibile, talmente allettante da rendere gli animali i più potenti simboli mediatici per i bambini più piccoli, come dimostra anche il successo di alcuni marchi come ad esempio Winnie The Pooh o Hallo Kitty, i quali ormai onnipresenti, vivono una vita propria accanto a noi.

 

Un autostrada chiamata “Genitori”

I bambini sono sensibili e fiduciosi e come tutti gli esseri intelligenti ricercano piacevolezza, armonia con chi li circonda, circostanze serene. La madre ed il padre (o chi ne fa le veci), che sono la primarie interfacce con il mondo nei primi anni di vita sono “indiscutibili”, essendo affidata sopratutto a tali figure ogni aspettativa di vita e di apprendimento di norme utili alla sopravvivenza.

Qualsiasi insegnamento specista quindi, che consciamente o inconsciamente provenga da un inoltro materno o paterno – la madre ed il padre ricevono dalla cultura del loro mondo ed inoltrano al figlio credendo di fare il suo massimo “bene” – sarà accettato dal bambino in maniera ovviamente acritica e depositato ad un livello di accettazione molto profondo, tale per cui il bambino fattosi adulto sarà molto più resistente alla tentazione di mettere in dubbio ciò che in un momento così delicato e di solito prezioso, ha ricevuto in “dono” da quelle che rimangono le figure più importanti della sua vita.

Sfruttando quindi l’autostrada che sono i genitori o le genitrici - o chi per loro abbia un ruolo di forte legame di cura parentale con il bambino -, i quali per primi risultano coinvolti in una eco passiva dei dogmi specisti, anche e spesso in caso di antispecismo dichiarato, ecco che i veicoli dello specismo trovano la via per raggiungere il bambino, mostrarsi ad esso come innocuità e normalità, sereno ordine delle cose, imprescindibile ed indiscutibile giustezza filtrata come meglio non si può, dalle creature preposte a proteggerci da ogni male: mamma e papà.

Ecco che i veicoli, percorrono sfrecciando l’autostrada, affrettandosi d’arrivare alla meta prima dello sviluppo di un senso critico ed indipendente da parte del nuovo nato, adempiendo anche grazie ad immagini e simboli, a compiti specifici.

 

Dalla cultura, il dogma

Il dogma specista non è certo una favoletta semplice nonostante la sua miserabile visione semplificata del mondo. Esso si fonda su altri dogmi per così dire minori, la cui assimilazione profonda richiede anni prima che possa indurre il pensiero critico a risposte appunto dogmatiche e quasi inconsce.

Tali dogmi minori vengono assimilati come conoscenza dell’esistente, del suo ordine e delle sue norme, identificate nel concetto di “natura” (2) grazie al quale il bambino impara le regole del gioco che si chiama vita - necessarie affinché prima o poi possa diventare un adulto indipendente - e sulle cui asserzioni impara a trarre conclusioni più o meno logiche:

 

- l’esistenza in natura dell’umano quale predatore.

- la necessità in natura per l’umano di dominare l’ambiente e le altre creature esistenti per preservare il proprio bene.

- l’esistenza in natura del dominio

- l’esistenza in natura della gerarchia morale e biologica “umano-sopra-altri animali”.

 

fornendo peraltro così, una immagine della natura quale entità statica, inviolabile, ma sopratutto determinata, che solo una umanità molto scaltra e potente può soggiogare.

Lo scopo della formazione culturale nei primi anni di vita quindi, è trasmettere queste informazioni in maniera comprensibile ed accettabile - saranno le fondamenta capaci di resistere allo spirito critico che eventualmente il bambino svilupperà negli anni seguenti - violando ogni potenziale resistenza.

 

Predatori culturali

Chi fa di questi temi un business lo sa benissimo: i bambini non sono così propensi ad accogliere queste lezioni di vita, avendo probabilmente un qualche “intuito” rispetto al proprio essere nel mondo e sopratutto provando quasi sempre quale primo istinto verso l’altro-da-sè (e altro-da-umano) interesse, spesso semplice bisogno di socialità.

Le resistenze quindi sono ovvie e le si osservano quando si volesse cercare di veicolare i messaggi specisti senza manipolarli finemente, con calma, rassicurando, mediando.

Non a caso, lo specismo nel suo brutale e poco patinato esercizio diretto che io riassumo nel concetto di “predazione culturale” - quindi lo sfruttamento, l’uccisione e il consumo di un individuo - è genericamente occultata al bambino piccolo, tanto quanto la meno criticabile “predazione naturale” - quella messa in atto da veri animali predatori - per non disarmonizzare il suo gentile ed ingenuo mondo con una immagine tanto terrificante e violenta dalla quale, senza una mediazione metodica da parte degli adulti, deriverebbe quasi sicuramente un profondo disagio.

Se prestiamo attenzione ai libri per bambini piccoli ad esempio, recanti un vasto panorama di specie animali, prevarrà la presenza di animali erbivori e miti ed in ogni caso, sarà molto raro vedere un animale predatore nutrirsi e tanto meno si vedrà mammina cara che spella il coniglietto.

Troveremo ad esempio l’ape intenta a pungolare i fiori, lo scoiattolo che mangia le noci, l’orso che mangia miele e di sicuro, non il serpente che mangia il topo. Se il serpente c’è, sarà fiabescamente intento a fare altro dal nutrirsi, pur di nascondere la predazione al bambino.

Possibile che nessuno si ponga la questione?

Certo, possibile, perché noi tutti sappiamo (e capiamo) che non c’è nulla di più assurdo del pensare ad un animale veramente predatore, come empatico verso le proprie prede, soggetto a rischio di shock di fronte al sangue o ai pianti della propria vittima. Eppure, è esattamente questo che cerchiamo (e purtroppo riusciamo) a dare a bere i bambini: li cresceremo convinti di essere dei predatori, li indurremo ad accettare questa falsa natura, li obbligheremo a reprimere quell’empatia che nega tutto questo (altrimenti perché nascondere la predazione?), costringendoli ad espedienti per violarla.

L’universo dell’infanzia è dunque un teatrino di falsità, non tanto per generare un dono incantato da offrire al bambino, quanto per condurre il bambino a quell’adultismo machista che in pochi, e per ora inutilmente, denunciamo. In esso non è né prevista né accettabile una empatia verso gli animali che vada oltre un po’ di affetto per l’individuo nonumano strumentalizzato alla voce animale “da qualche tipo di sfruttamento” (da compagnia, da soma, da traino, da caccia, etc..), pena il mandare in crisi l’intera baracca del dominio.

Eccoci dunque ad osservare come agiscano alcuni (una minima parte del problema) comuni veicoli usati durante l’infanzia.

 

Il Cibo

Arriva la pappa. Un momento di felicità assoluta se il bambino risponde con apprezzamento alle sollecitazioni genitoriali di aprire bocca e mandare giù. Un momento fondamentale perché dal momento in cui la nutrizione umana passa dal latte materno al cibo solido, avviene davvero l’affidamento totale e fiducioso da parte del bambino verso chi lo nutrirà. Se per il latte materno infatti il bambino ha l’istinto a guidarlo, per il cibo "altro" avrà (un variabile forse) l'“istinto” di scegliere da chi accogliere le offerte. Cercherà di imitare i genitori, di prendere il loro stesso cibo dagli stessi piatti e spesso rifiuterà cibo dagli sconosciuti, anche nel caso di riconoscimento del cibo stesso.

Nella cultura specista e delirante del nostro tempo, l’apoteosi dell’alimentazione amorevole è la carne. Caso vuole che i bambini fino a che sdentati, proprio non siano adatti a mangiarla, così che si vede ripetersi il rituale del parentado al completo elogiare una pappina inconsistente e sbrodolante, appellandosi ad essa come al “coniglietto”, alla “ciccia”, all’”agnellino”, che altro non é che non omogeneizzato di animali morti.

In casi più rari, l’autosvezzamento ad esempio porta le madri a premasticare pezzi di animali, sempre citando gli animali vivi rispetto ad irriconoscibili pezzi di corpi serviti al bambino.

Se proviamo a metterci nei panni del bambino, che fatica a quell’età a recepire anche la più semplice comparazione, sappiamo solo che accetterà l’informazione (cos’altro potrebbe fare?), si farà contagiare dalla “gioia”, imparerà almeno per il momento che coniglio è una scatoletta di vetro da cui fuoriesce qualcosa che si mangia e anche quel simpatico quadrupede stilizzato su una copertina che mammina ha usato proprio per stimolare la sfera affettiva.

Non è incompatibile per un cucciolo umano la coesistenza di un soggetto in due diverse forme (uno vivo e l’altro morto, uno soggetto e l’altro oggetto), tanto più che fuggirà il concetto stesso di “morte” ancora per molto tempo. La logica la deve ancora “apprendere” e prima di arrivare a criticare possibili non-sense, dovrà raggiungere una maturità tale da avere già assimilato la maggior parte dei comportamenti come abitudini e dei dogmi, come tali.

Nessuno, in una famiglia normalmente specista, stimola i bambini a riflettere su vita e morte in maniera analitica e razionale. I bambini vengono allontanati dalla morte o abituati ad essa come dato di fatto da considerare il meno possibile e quasi sempre connotata di fatalità.

Un tempo, se ci pensiamo, questo avveniva anche per la trasmissione culturale della nozione di “guerra”. La guerra “veniva”, ciclicamente, periodicamente, come qualsiasi cataclisma. Lo sviluppo di una mente sociale critica rispetto a questo dogma è recentissimo e sicuramente non ancora globale.

Allo stesso modo lo è l’animale morto da mangiare. E’ così, e basta. Ciò avviene e basta. Se il bambino muovesse delle domande, le risposte sarebbero improbabili e spesso illogiche, legate a nozioni false sulla “predazione naturale” che solo un adulto ben armato di argomenti sulla “predazione culturale” saprebbe contestare.

Per anni quindi, il bambino si trascinerà nel tran tran di tutti quei rituali dove, per di più, il mangiare animali sarà esasperato proprio durante occasioni di festa e gioia, così che l’atto del nutrirsi di animali sia legato anche ai migliori ricordi o sensazioni di festeggiamento familiare.

Dunque, per pura necessità di conservazione la relazione tra i genitori, il cibo, e il bambino, è fortissima e poco razionale. Le istruzioni date dai genitori su cosa mangiare, sono la bibbia della sopravvivenza, non semplici informazioni su cui fare grandi ragionamenti o su cui elaborare serenamente dubbi. Se a questo aggiungiamo la capacità di fare del corpo di animali morti cibo “buono” e che diventa costume sociale, finanche stile di vita, ecco che riconosciamo una botte di ferro in cui lo specismo cresce crasso.

 

I Libri

I libri per bambini sono un perfetto strumento per la moderna trasmissione specista. Con l’allegoria e l’uso puntuale di poche parole, aiutano a creare i primi approcci del bambino al pensiero adulto, a quel pensiero che fa del bambino sognatore ed empatico un adulto intriso di cinismo, competizione, determinazione al dominio.

Prendiamo allora dei libri per lattanti - fino a 3-4 anni - e osserviamo il susseguirsi di titoli specisti. La prima cosa che questi devono insegnare ai bambini è che esiste una classificazione dei viventi che ne definisce la posizione e il dovere esistenziale, sia essa fisica - cioè dove devono stare - sia essa comportamentale - cioè cosa devono fare, perché tutto sia a norma e regola sfruttando il bisogno dei bambini di classificare ed ordinare, avere punti di riferimento fissi ed inviolabili (norme e regole) che trasmettano loro sicurezza.

Gli animali secondo questa letteratura sono “determinati” al ruolo che viene loro attribuito e il bambino lo prende ovviamente per vero, affidandosi come sempre ai genitori per scoprire ciò che è meglio e utile sapere.

Esistono quindi gli animali del circo, gli animali della fattoria, gli animali della Savana. (3)

Si sprecano i titoli che inizino gli infanti a questa logica del dominio, dove il dominio è andato talmente oltre la possibilità dell’animale di ribellarsi, che non richiede più alcuno sforzo per essere esercitato: è così e basta. Chi riesce a negare che il maiale è un animale da allevamento o della fattoria? Chi ha mai più visto un maiale fuori da un simile contesto? Chi dovrebbe mai fare il minimo sforzo per mettere forzosamente il maiale dentro uno di questi contesti? Nessuno, perché il maiale nasce direttamente dentro alla fattoria o all’allevamento, gli appartiene indiscutibilmente, irrevocabilmente. E’ così e basta.

Alcuni esempi quali Il Trenino della Fattoria, Celestino va al Circo, Un cucciolo tutto per me ci spiegano come il maiale appartiene alla fattoria, l’elefante appartiene alla savana o al circo, il cucciolo ad un proprietario.

In questi pochi testi (scelti a caso tra una miriade) si potrebbero denunciare molti stratagemmi utili a veicolare il messaggio specista, ma possiamo concentrarci ad esempio, ed anche solo a partire dal titolo, sul come il messaggio dell’appartenenza sia fondamentale tanto come iniziatico al possesso di individui, tanto come ad una forma di teoria degli insiemi sociali. Infine, e sempre solo dal titolo, come sia implicita la pre-destinazione d’uso dell’animale, e come tutto ciò rappresenti appieno la presunta felicità del mondo intero, animali compresi.

Ai genitori ed alle genitrici volenterosi, l’onere di intercettare i milioni di giochi di parole, falsità, mistificazioni che vengono così propinate ai futuri adulti, diventando forse sospettosi, ma anche decisamente difensivi rispetto al benessere empatico dei propri bambini.

Torniamo un attimo alla trattazione della predazione nei libri. A differenza dei giocattoli infatti, i libri si tradiscono raccontando interamente le eventuali balle che vogliono trasmettere.

Quando un libro si cimenta con l’animalità selvatica o selvaggia ad esempio, possiamo osservare come in realtà nasconda completamente l’unico aspetto che davvero fa la differenza tra la vita domestica ed una naturale quando l’animale in questione è un predatore e cioè la predazione.

Il perché è semplice: il bambino potrebbe provare empatia per il predato e rimanere ferito o scioccato. Come a dire che l’empatia non deve essere messa alla prova. Non è ancora il momento, è meglio che essa non venga stimolata o lasciata libera di esprimersi senza essere finemente indirizzata su un percorso di anestetizzazione.

Volendo proprio essere specisti ma coerenti, si dovrebbe educare da subito i bambini alla predazione - come si è in effetti fatto per millenni e come in effetti fanno i veri predatori con i loro cuccioli.

Che dite? Ci accorgeremmo forse così, di come l’empatia spezzata presto e violentemente ( invece che tardivamente e con la cura di indirizzarne le capacità selettive, come usa da qualche decennio), darebbe i suoi coerenti frutti, e cioè una società fatta di adulti sempre meno ricettivi della sofferenza altrui, ancora più competitivi e conflittuali, tanto abituati ad ingoiare crudezza fin dagli albori della loro infanzia, da essere più costruttori di Far West che “costruttori di pace”?

La verità, è che nel caso di intenzioni serie ad essere sinceri con i propri figli insistendo sul valore e veridicità dei dogmi specisti, spiegare le dinamiche vere della predazione in un tempo precoce dello sviluppo del bambini, comporterebbe l’assumersi il rischio che costoro arrivino precocemente e con tutta l’empatia potenziale “carica” all’atroce dubbio per cui il coniglio fornitogli nel piatto non sia affatto un caso di omonimia tra l’amico quadrupede e il vasetto della Plasmon, bensì più drammaticamente l’amico quadrupede ucciso, e dovendosene per forza fare una ragione, sviluppare le risposte necessarie in termini di cinismo ed insensibilità.

Invece, proprio l’evoluzione della “civilizzazione” ha cominciato ad allargare le maglie nell’accettazione sociale dell’empatia, e forse, proprio a partire da una maggiore cura ed attenzione nei confronti delle esigenze infantili.

Riconoscendo il diritto ad un pochino più di pace nei primi anni della vita, ciò ha dato il via alla possibilità per il bambino di non essere totalmente violato brutalmente nella propria empatia appena messosi seduto.

Volendo e dovendo però educare lo stesso alla predazione che posso tranquillamente ridicolizzare come “di stampo specista”, affinché nulla cambi in quello che è il modello universalmente accettato tra dominanti e dominati, è necessario per la trasmissione culturale fornirsi di strumenti (tanto di stratagemmi comunicativi quanto di vere e proprie falsità) che ne facilitino l’accettazione percorrendo un iter sostanzialmente diviso in tre fasi.

 

- Una prima fase dove il bambino è molto piccolo e durante la quale, lentamente, ma inesorabilmente, gli animali vengono introdotti quali soggetti-oggetti pre-destinati ad esistere per un interesse umano, ovviamente in un quadro più che gioioso e felice per tutti.

- Una seconda fase poi, dedicata ai bambini non più lattanti, utile ad indurli al credere in una “natura”  brutale. Se la natura stessa è brutale, significa che la brutalità appartiene alla vita, accettarla ed esercitarla diventa quindi non solo un dovere di natura, ma anche un rituale per esorcizzarne il terrore.

Ricordiamo tutti i documentari sui leoni, quelli che ci sciorinavano all’età delle elementari circa e che raggiungevano il loro apice nella predazione della povera gazzella. Mai un documentario sul coniglio e sulla sua infinita dedizione a mangiar carote. Gli stessi espedienti tutt’ora spopolano nei materiali educativi più o meno progressisti e / o ecologisti per i bambini di oggi.

Da questa fase deve uscire un bambino convinto al di là di ogni ragionevole dubbio, che in fondo in fondo esiste un solo possibile destino per tutti gli animali viventi: l’orrido destino di finire preda di altri animali, salvo essere umani, cioè così furbi (superiori) da tirarsene fuori attraverso quello che viene spacciato per progresso (o civiltà) e che invece è misero dominio specista.

- Infine, ancora più avanti nel tempo dell’infanzia, subentrerà anche l’insegnamento scolatico con i suoi vari livelli e le sue pseudoscientifiche informazioni sul dominio umano della natura, inteso come l’evoluzione dell’umano, traslato da predatore maximo a dominatore supremo (proprio e guarda il caso), in un tempo davvero delicato per lo sviluppo dell’identità sessuale (3).

 

Disgregare tutta questa infinità di assunti e falsità non è facile. Servono argomenti, specializzati ed affinati per i contesti in cui vengono affrontati, serve essere preparati, perché al nostro cospetto abbiamo una formazione dottrinale quasi perfetta.
 

I Giocattoli e le favole

Altri efficaci veicoli aiutano il bambino ad abituarsi ai comportamenti sociali spacciati per predazione naturale, perfetti esercizi di dominio specista.

I giocattoli per i più piccoli, esattamente come i libri, raccontano gli animali nella loro accezione docile, rassicurante. Rari ad esempio sono i peluches di predatori, ma anche fossero, certo non vengono raccontati dalle fattezze, come tali.

Il gioco, potentissimo, veicola molti messaggi: il dominio dell’uomo sulla donna, il dominio del regnante sui sudditi (principesse, principi, etc), il tutto inoculato con il prezioso supporto di simpatiche favole.

Il gioco è davvero strategico quale veicolo e spalancandone le porte o guardandolo attentamente, è addirittura scontato trovare le più palesi intersezioni (peggio, interdipendenze) tra il dominio della donna e il dominio degli animali, grazie alle quali non ci resterebbe altro da fare che capire se è nato prima l’uovo o la gallina. Proprio perché così prezioso in tal senso, mi riprometto di entrare maggiormente nel fine dettaglio con una analisi interamente dedicata ad esso, limitandomi per ora al sottolineare alcune evidenze.

Brevemente dunque, ripensiamo le favole che impregnate di dominio in ogni parola, aprono al bambino il mondo della gerarchia, della piramide sociale, della fortuna da inseguire - intesa come esplosione di ricchezza dentro ad un mondo naturale fatto di povertà e miseria - il tutto con la costante presenza, quale condizione necessaria, delle nozioni speciste sulla natura (e sull’ordine naturale delle cose e sull’”umano predatore naturale”), così capaci di raccontare come naturale (quindi da accettare) anche la predazione sociale: un universo intero fatto di predazione in cui se non predi sei preda, se non predi sei stupido e devi avere paura.

Giocare per apprendere è ciò che fanno tutti i bambini; presto avranno una fattoria (perché stare senza?) in cui il rituale di dominio su dove mettere e quando gli animali verrà ripetuto all’infinito. Sarà dunque normale per il bambino comportarsi come un fattore e decidere del destino degli animali, accettando così l’esistenza delle fattorie e degli allevamenti come un buon dato di fatto, la cui parte oscena e traumatica rimarrà ben ben celata: non si vedranno, né si parlerà di, mattatoi ancora per un bel po’.

Le oscenità infinite di questo sistema, resteranno nascoste fino a che il lavorio cesellante dello specismo stesso così trasmesso, non avrà compiuto la sua opera avendo accompagnato il bambino fino all’età dell’autodeterminazione ed indipendenza, nella quale i convincimenti specisti saranno allora già così forti ed assodati, da creare le giustificazioni necessarie a sedare qualsiasi istanza critica ed autocritica.

Forte delle resistenze emozionali che impediranno di mettere in discussione facilmente quanto insegnato dagli amati genitori, tutta la struttura conoscitiva unita alla vita vissuta dentro il sistema stesso - e grazie all’aiuto di pochi altri stratagemmi mediatici utili alla sedazione delle tensioni sociali ed emotive -, sarà così ben organizzato da resistere ad ogni eventuale tentativo di decostruzione da parte qualsiasi buona analisi morale o etica.

P.S.: Mentre cercavo una immagine da associare a questo mio articolo per la pubblicazione, sono incappata quasi immediatamente in questo perfetto esempio di gioco-veicolo specista dal titolo “Animali per bambini” che vi invito ad osservare in un articolo di presentazione: “Animali per Bambini”, un’app pensata per i più piccoli.
 

Conclusione

E’ quindi possibile che la rivoluzione cominci dall’inizio della vita umana, non intesa come inizio storico, bensì come infanzia, durante la quale si possono inniettare gli anticorpi dello specismo lasciando semplicemente che l’empatia sia e indebolendo tutti quei costruitti che come martelli pneumatici devastano le resistenze dei bambini.

Resta il fatto che per ora l’infanzia dell’umanità è letteralmente pilotata dallo specismo ed il sistema è infinitamente più forte di noi pochi oppositori, cosa con cui dobbiamo fare i conti.

Possiamo quindi pensare a come - cosa, quando, chi, perché - potenziare la nostra influenza in quella fase della vita degli umani (l’infanzia), consapevoli di quanta forza specista provenga proprio da lì, da quel momento, e nell’attesa che la resistenza e gli anticorpi crescano come sta già accadendo, smettere di lamentarci dell’incomprensibile (non più così incomprensibile!) e smisurata ostinazione specista, concentrando tutte le forze rimanenti contro i pochi altri paletti sociali, politici, economici e culturali che aiutano un adulto (o una moltitudine) specista a reprimere e rinnegare la propria vocazione empatica, a nascondere di sé il bambino.

 

(1) Il termine specismo e le sue vaste implicazioni possono essere approfondite a cominciare da autori come Peter Singer con il suo Liberazione Animale e Tom Regan. In linea di massima è bene specificare l’uso che ne faccio in questo testo, riferendomi a specismo sia quale discriminazione sulla base di connotazioni biologiche genericamente riferite alla “specie biologica”, ma anche quale discriminazione di un generico individuo “altro” (del visibilmente diverso) o più precisamente, della discriminazione fondata sull’animalizzazione politica di individui senzienti.

 

(2) Un interessante testo in proposito cui rimando è Per farla finita con l'idea di Natura - di Yves Bonnardel

 

(3) L’interazione tra educazione specista e sviluppo dell’identità sessuale è tematica spinosa e sensibile, motivo per cui, in questo testo è solo accennata.

 

 

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Mercoledì, 23 Maggio 2012 08:51

Maggio 2012 - ANet: IL PUNTO.

Passano i mesi e Antispecismo.Net (ANet per gli amici) resiste e cresce!

E’ cresciuto lo staff che si occupa dei contenuti: siamo aumentati di numero accogliendo nuovi partecipanti e ci siamo arricchiti degli spunti, delle esperienze e delle visioni che ciascuno ha portato dentro questo progetto, a partire dalla propria storia unica e personale.

E’ cresciuto il blog: un lavoro eterogeneo di proposta ed elaborazione degli argomenti ha permesso di raccogliere molto materiale percepito come interessante per la crescita dell’antispecimo in Italia. Ciò ha comportato anche un aumento delle visite nonché degli scambi, riuscendo per ora, - a rischio di qualche polemica - a mantenere fede all’idea originale, quella che voleva ANet essere sì un blog, ma anche uno spazio aperto dove (senza troppi filtri) anche autori esterni allo staff potessero veder ospitati i propri materiali.

Cresce in tal senso l’esperimento di resistenza di un modello orizzontale che in uno staff altamente eterogeneo - come estrazione e provenienza - come quello di ANet, non poteva certo essere dato per scontato, e grazie a ciò, decisioni e trattazioni non sempre facili si sono risolte senza creare scompiglio ma al contrario dei bei dibattiti.

La scelta ad esempio - non proprio favorevolmente accolta - di non respingere materiali proposti dall’esterno che avessero firma anonima, motivata dalla struttura e dai propositi del progetto stesso, è stata occasione di fervore senza livore, grazie al quale comunque come staff abbiamo sentito il desiderio di mantenere la nostra integrità, di respingere eventuali pressioni, di difendere come legittime le nostre scelte, assumendocene una responsabilità di gruppo.

In questo preciso spirito, quello che accoglie critiche e spunti per il cambiamento, è mutata una impostazione scelta originariamente rispetto al progetto, quella di impedire i commenti agli articoli. Questa scelta ci era sembrata in un primo tempo la migliore, nella convinzione che fosse necessario incoraggiare dibattiti diversi dal “botta-e-risposta” cui ci hanno abituati molti forum e blog. Pensavamo cioè che fosse utile incentivare, nelle discussioni sui testi proposti, la stesura, da pare degli utenti del sito, di testi compiuti, organici, strutturati, sacrificando in qualche modo la spontaneità del commento di poche parole. Tuttavia, questa scelta non ha avuto un seguito sufficientemente significativo da far sperare che possa diventare una modalità di dialogo caratterizzante lo spazio di Antispecismo.net. Abbiamo probabilmente sottovalutato la resistenza a scrivere repliche, commenti, critiche in forma strutturata, in una modalità che viene percepita evidentemente come troppo impegnativa. Dopo qualche mese di attività, pensiamo che sia più utile pertanto fornire agli interessati la possibilità di intervenire senza particolari vincoli, coscienti come siamo che spunti importanti per l’antispecismo vengano anche da commenti brevi ed “estemporanei”. Del resto, pensiamo che la linea del sito sia ormai piuttosto chiara e che il blog abbia un suo seguito maturo capace di una interazione di valore (molto utile al dibattito).
Da oggi, sarà quindi possibile commentare ciascun articolo senza bisogno di registrarsi. 

Adesso dunque vogliamo andare avanti e vedere cosa ne sarà: per questo ci incontreremo per la prima volta in una riunione fisica in occasione del Veganch’io 2012, invitando anche tutti coloro che apprezzano ANet e hanno voglia di contribuirvi con le proprie idee e tempo da dedicare. Speriamo possa essere una occasione per alimentare con nuove e fertili proposte il potenziale ancora inespresso, tanto come di conoscere ed incontare altre persone da ancorare saldamente allo staff!



Lo Staff di Antispecismo.Net

 

Giovedì, 29 Marzo 2012 09:31

"Terzo Antispecismo": un dibattito

"Terzo Antispecismo": un dibattito


Il 15 marzo 2012 Leonardo Caffo ha pubblicato su Minima & Moralia un articolo dal titolo "Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica" in cui propone un cambio di rotta filosofico sostanziale nei confronti dell'antispesimo morale e politico. Assumendo una posizione metafisica realista, argomenta in favore dell'impossibilità di dare per certa la liberazione animale come concatenata, de facto, a quella umana e invita, inoltre, a riprendere coscienza dell'intuzione specista. L'articolo ha suscitato un lungo dibattito attualmente in corso, che qui riproponiamo nelle sue prime battute, e che ha caratterizzato anche parte dello speciale di RAI Scuola dedicato all'animalità.

L. Caffo “Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica”, in Minima & Moralia – 15/04/2012

1 Dall’animal cognition agli animal studies

1.1. Ebbene si: la parola ‘antispecismo’ esiste. Dal 1975, anno della pubblicazione di Animal Liberation di Peter Singer, molte cose sono cambiate. Non troppe, sfortunatamente. Scopo di queste pagine è evidenziare principi e parametri di una trasformazione: quella degli studi di animal cognition in animal studies. Non è che non esistano più analisi legate alla cognizione animale, anzi: sono importanti, entro certi limiti non invasivi di cui diremo, ed è fondamentale che continuino a esistere. Tuttavia, in modo del tutto inedito, assistiamo a un cambio di rotta (concettuale, of course) che trova... Continua a leggere


M. Maurizi “Tre passi avanti e due indietro. Una riposta a Caffo” in Asinus Novus – 18/04/2012

Sono rimasto molto sorpreso, e negativamente, dall’articolo di Leonardo Caffo intitolato Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica, pubblicato sul blog “minima et moralia”. Leggere Caffo è sempre una ventata di novità, si percepisce una ricerca – spesso quasi un’esigenza viscerale – di nuove strade e questo è un’ottima cosa, soprattutto in un ambiente, come quello “animalista”, dove c’è un po’ troppo la tendenza a fossilizzarsi su slogan ripetuti ad nauseam. Lo stile ironico dell’autore, poi, rende la lettura sempre piacevole, il che non guasta. Purtroppo in questo caso l’articolo, nonostante un promettente inizio, cede ad una vis polemica che manca clamorosamente il suo oggetto e rischia di confondere invece che di chiarire la posta in gioco degli attuali dibattiti interni all’antispecismo. Insomma, ciò che manca in questo intervento è proprio... Continua a leggere

In vista di un’etica lungimirante. Commentando due post su etica dell’ambiente e antispecismo -17/03/2012 

Due interessanti post, comparsi su due diversi blog ma – per combinazione – nello stesso giorno, il 15 marzo, offrono un ottimo spunto per riflettere, da due angolazioni differenti, ma a mio avviso complementari, sul rapporto fra etica, scelte (individuali e politiche) e ambiente, ovvero – detto in termini classici e stringati – sulla maniera di considerare e regolare la relazione fra “umanità” (specie umana, o homo sapiens, inteso come singolo e come collettività) e altre specie viventi (condensate simbolicamente nel classico termine: “natura”): annosa ma sempre (più) attuale questione... Continua a leggere 

Munus Umanus “Il New Realism sbarca ad Antispecismo City. Prove di colonizzazione”

L'articolo che Leonardo Caffo ( http://www.minimaetmoralia.it/?p=7009&cpage=1#comment-160482 ) ha pubblicato sul blog di Miminum Fax Minima et Moralia, pare stia già provocando irritazione in ambito antispecista, in particolare a molti pensatori il cui approccio, Caffo, dice prendere di mira.
Una prima risposta, arriva da Marco Maurizi: http://marcomaurizi.blogspot.it/2012/03/tre-passi-avanti-e-due-indietro-una.html, persona dotata di grande pazienza, oltre che al rigore critico che, come sempre, mostra di avere in abbondanza.
La sua risposta è assolutamente da leggere, perché è, appunto,un paziente cimento critico, che risponde all'articolo di Caffo punto su punto. 
Io ammetto di essere molto meno paziente, e premetto fin da subito che non mi cimenterò in una risposta puntuale.
Piuttosto cercherò di mostrare le falle che l'approccio, non chiaramente esplicitato, di Caffo, apre nel suo stesso discorso.
L'articolo comincia con una condivisibile critica dello specismo, inchiodato a una pre-comprensione... Continua a leggere

Coscienza etica e/o processi storico-politici. Ancora qualche commento sull’antispecismo - 22/03/2012

Mi càpita a volte – come credo càpiti a molti/e – scrivendo con curiosità intorno a un determinato argomento o tema, di sviluppare ulteriori riflessioni, di suscitare in me per primo ulteriori interrogativi.
 A maggior ragione, poi, se intorno a quel tema o argomento il dibattito “ferve”.
D'altra parte, questo blog - come suggerisce il suo nome - è soprattutto un work in progress. Non ci sono “verità definitive”, qui, né ragionamenti che portino a conclusioni “indiscutibili” e “inoppugnabili”. Qualche punto fermo qua e là c'è, ma il resto è da considerarsi un discorso aperto, in attesa di sviluppi e “migliorie”.
E così, rileggendo il mio post precedente, e “rimuginando” sulle riflessioni già fatte, anche grazie alla lettura di un contributo di Marco Maurizi, Tre passi avanti e due indietro. Una riposta a Caffo, che come suggerisce il titolo, sottopone a critica lo scritto di Caffo – da me analizzato e commentato (si veda In vista di un'etica lungimirante, in questo blog) – ho avvertito la necessità di aggiungere ancora qualche considerazione...Continua a leggere
 
In lotta contro “il male”? Etica, liberazione, antispecismo: una nota a margine 

Le considerazioni che seguono si collegano alle riflessioni fatte in due precedenti post: In vista di un'etica lungimirante, e Coscienza etica e/o processi storico-politici, dei quali costituiscono una nota a margine. (Ma valgono anche come annotazioni a sé stanti.)
La considerazione che segue spiega perché forse l'antispecismo come “assoluto” (o in forma “pura”) sia un obiettivo esigente e arduo da raggiungere – e perché tutto sommato lo “specismo moderato” [al quale pure accennava Leonardo Caffo ma – come si legge nel primo dei succitati post – in un senso diverso da quello da me qui espresso] possa essere invece un traguardo politicamente e socialmente (ma anche “tecnicamente”) a portata di mano...Continua a leggere 
 

M. Maurizi: Le parole e le cozze - 26/03/2012

Lo confesso: sono sempre stato allergico ai gruppi, ai collettivi, alle associazioni, ai partiti, ai movimenti. “Incontro sempre la pressione compulsiva a consegnarsi, a partecipare: è qualcosa cui ho resistito fin dalla mia prima giovinezza”, diceva Adorno e non posso che sottoscrivere. Anche laddove c’è la più ferma e coraggiosa decisione di lottare per la Verità, il meccanismo identitario dei gruppi distorce questo nobile sentimento e fa sì che spesso si tenda a difendere esclusivamente quella “verità” che sostiene i nostri sforzi. “Quanta verità può sopportare un uomo?”, scriveva Nietzsche e anche qui non posso non sottoscrivere. Si è disposti ad accettare solo la verità che ci identifica, che ci fortifica, che al limite ci motiva e ci spinge ad agire...Continua a leggere 

Leonardo Caffo: il terzo antispecismo entro lo speciale di RAI FILOSOFIA sull’animalità
 
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