Segnaliamo un articolo comparso sul blog antisessista e antispecista Femminismo a Sud:

In questa orribile settimana di inizio aprile non riesco a non pensare alla mattanza di maiali e agnelli (e quanti altri animali non umani!) che, inesorabile, si sta compiendo… per la gioia di tutti quegli esseri umani che non riescono ad essere felici senza far pagare ad altri esseri in dolore, sangue e morte il tributo al loro benessere.

Basta uscire dalla rassicurante cinta delle città, che tutto divorano inconsapevoli, per vedere camion e camion di morte diretti verso i mattatoi ...

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Pubblicato in Spunti di Riflessione

Farefuturo e gli animali

L’intraprendenza della destra nel panorama animalista

fonte: www.liberazioni.org
 

Premessa

Oggi, soprattutto nei paesi occidentali, l’emergere di una serie di situazioni  peculiari ha comportato una maggiore attenzione, da parte della popolazione,  nei confronti della condizione animale. Fra tali situazioni si possono annoverare:  l’inurbamento, che ha determinato un progressivo allontanamento dalla durezza  della vita contadina; l’accentuazione della condizione di emarginazione e  solitudine che ha accresciuto la domanda di animali da compagnia; lo stato  di guerra permanente, che ha favorito lo svilupparsi di una sostanziale ripulsa  per le sofferenze gratuite. È su questi elementi che il movimento antispecista  ha rivolto la propria attenzione, con l’obiettivo di trasformare una generica  benevolenza verso gli animali in un cambiamento radicale della società. Ogni  azione che tenda a rallentare o, peggio ancora, paralizzare il corso di questa  trasformazione va contrastata perché volta a bloccare la crescita del movimento  animalista radicale e, soprattutto, la possibilità di un’autentica liberazione dei  soggetti dominati.

In questo ambito, l’intraprendenza animalista della destra italiana è  particolarmente pericolosa. Essa potrebbe, da un lato arrestare la crescita  dell’antispecismo e dall’altro rafforzare negli ambienti antisistemici – così  importanti per nuove e future alleanze – la convinzione che la questione animale sia  una faccenda emotiva di scarsa rilevanza. Gruppi neofascisti operanti sul territorio  stanno aprendo sezioni animaliste accanto alle classiche sezioni ecologiste.  Ministre e Sottosegretarie hanno sviluppato da qualche tempo un iperattivismo  in campo zoofilo che ha ottenuto approvazioni da parte di associazioni e gruppi  protezionisti. In questo contesto, particolarmente preoccupante è l’iniziativa  avviata dalla fondazione Farefuturo con la pubblicazione di una monografia dal  titolo esplicito: Dalla parte degli animali  (1). Si tratta di un volumetto denso di  asserzioni di carattere strumentale e ideologico, fuorvianti rispetto all’approccio radicale dell’animalismo antispecista odierno, in quanto tendono a spostare i  temi riguardanti la questione animale da un ambito rivoluzionario, che prevede  una trasformazione profonda della società umana, ad uno riformista e welfarista,  dove il richiamo ad una maggiore sensibilità verso gli animali s’arresta di fronte  ai bisogni umani. Ragionare sul messaggio generale di questa pubblicazione  possiede perciò una doppia utilità: a) offre un quadro dettagliato del pensiero  della destra riguardo all’alterità animale; b) indica, per contrasto, i rischi di  naufragio quando si presta orecchio a certe ammalianti sirene.


Struttura e contenuti

La monografia conta 20 brani, tra articoli e interviste, disomogenei nello  stile e nei contenuti, oltre ad una serie di riquadri di approfondimento e  informazioni aggiuntive. Sono gli articoli lo spazio concettuale più interessante  da visitare. Tra questi vale la pena di ricordare quello condivisibile di Tiziana  Lanza (2), quelli interessanti ma dichiaratamente ambientalisti di Tessa Gelisio (3)  e di Isabella Pratesi (4); quelli gradevoli, ma astratti e privi di un vero e proprio  messaggio politico, di Cecilia Moretti (5), di Pietro Urso (6) e di Domenico Naso (7) che  potrebbero ben figurare nelle pagine culturali di un quotidiano di qualità. Non a  caso, però, questi articoli sono quasi tutti posti in un’ideale seconda sezione.  Gli altri, quelli veramente pericolosi per la capacità di intercettare l’attenzione  del lettore, promovendo una visione retrograda, superata e antitetica rispetto  l’antispecismo radicale, costituiscono il variegato blocco iniziale. Lo scopo di  questi articoli consiste nel suggerire come la questione animale sia in fondo  apolitica, per poi attribuire alla destra un’attenzione esclusiva verso il problema  e accattivarsi simpatie fino ad oggi indisponibili. Insomma, si cerca di sostenere  la trasversalità della sensibilità verso gli animali per poi mettere fuori gioco la  concorrenza politica. Osserviamo come è condotta l’operazione. Fase 1:

 

Non esistono temi di destra o di sinistra ma soluzioni e proposte che si adeguano nello  spazio e nel tempo e che danno risposte alle esigenze che maturano (8).

 

L’idea è riproposta dal successivo articolo di Barbara Mennitti che, pur contenendo passi interessanti e una brillante intuizione cui la filosofia  antispecista è giunta solo con molta difficoltà (9), non esita a inquadrare la nuova  cultura in uno spazio a-politico:
 

Oggi, fortunatamente, determinate battaglie non sono più – se mai lo sono davvero  state, poi – appannaggio di una sola area politica, non sono, per intenderci, di destra  o di sinistra. Sono semplicemente battaglie di civiltà che scaturiscono da sensibilità  trasversali che [...] prescindono dall’appartenenza politica (10).

 

Talvolta il discorso si fa più esplicito e contemporaneamente più raffinato.  Il problema animale non implica un cambiamento della società, bensì  semplicemente di mentalità, espungendo così qualsiasi sorta di rilevanza  politica:

 

Quindi una liberazione animale non ristretta in un’astratta ed utopica visione di  cambiamento delle strutture economiche delle società, ma in un’ottica antropologica,  ossia di cambiamento culturale dell’ancestrale rapporto uomo-animale (11).

 

Preparato il terreno, cioè precisato che per principio il tema è privo di rilevanza  politica, si apre la fase 2:

 

È vero semmai che il rispetto per gli animali [...] sia un bene sempre più diffuso, a  partire dalla destra (12),

 

oppure:

 

Anzi, la destra dovrebbe farsi carico, più della sinistra, proprio dei temi e delle esigenze  che si proiettano nel tempo e nello spazio in un progetto che per sua natura deve  superare la tendenza fondamentalmente egoista di chi guarda al proprio tempo e al  proprio spazio (13).

 

Come si vede, si tratta di affermazioni o apodittiche (è vero) o ipotetiche  (dovrebbe), in ogni caso ben articolate e profferite in perfetto gergo politichese.  Il lettore deve venire a conoscenza delle importanti iniziative che fioriscono  grazie all’attivismo della destra; così si citerà il costituito gruppo parlamentare  Pdl diritti degli animali e la politica “animalista” da questo attuata e tradottasi in un «insieme di interventi normativi volti a rendere meno traumatizzante il  rapporto uomo-animale» (14).

Infine la fase 3: il tentativo di mettere fuori gioco il movimento animalista  radicale, tradizionalmente caratterizzato da simpatie di sinistra, facendo ricorso  alla derisione o alla critica. L’articolo di Adriano Scianca (15) è, da questo punto  di vista, emblematico e riassume tutta la filosofia di questo numero della  rivista: esso inizia sostenendo che ha poco senso chiedersi se l’animalismo  sia di sinistra o di destra, per poi sostenere nelle successive cinque pagine –  facendo leva su nomi tradizionalmente assegnati alla cultura di destra – che le  radici dell’animalismo stanno proprio lì. Dunque, a destra ci sarebbero i grandi  nomi; e a sinistra? Nulla che possa competere con la vera cultura: gli animalisti  di sinistra sono etichettati come «radical chic», «neofricchettoni», «pasdaran  dell’ecologismo intollerante e moralistico», «talebani». Fiorella Ceccacci Rubino  descrive in modo migliore il movimento animalista radicale, ma solamente per  sviluppare una critica più sottile:
 

L’animalismo non rappresenta più una dimensione culturale minoritaria di frange  estremiste legate a formazioni politiche di estrema sinistra – fautrici di visioni  antisistemiche e antagoniste alle democrazie liberali e al loro modello socio-economico  perché lo sfruttamento animale veniva visto come parte di un complessivo sfruttamento  delle risorse umane e ambientali operate da una cinica e brutale economia di mercato  tutta centrata sull’accumulazione del capitale – ma una grande cultura liberale volta  a voler estendere alcune conquiste di libertà dell’uomo anche a tutte le altre specie  viventi che hanno il diritto di vivere come Madre Natura le ha fatte (16).
 

Si potrebbe individuare lo scopo fondamentale della pubblicazione proprio  in questo doppio movimento: il primo, volto a togliere rilevanza politica alla  questione animale per sottrarla al contesto naturale, la cultura di sinistra (17), in cui è emersa e si è sviluppata – ciò spiegherebbe l’insistenza sulla trasversalità;  e il secondo volto ad attribuire alla destra la prerogativa di un animalismo  “moderato”, mostrato come l’unico “sensato” e “possibile”. L’obiettivo di questo  doppio movimento è chiaramente quello di issare i propri vessilli su un territorio  finora non colonizzato, ma che si vorrebbe occupare.

Sebbene tale “spoliazione” possa concretizzarsi grazie a circostanze  favorevoli – non ultima l’incapacità di risposta di un movimento animalista  radicale assopito – si tratta tuttavia di un successo che non può stabilizzarsi  poiché basato su elementi inconsistenti. Un approccio che miri ad assegnare  dignità all’animale non può essere né antropocentrico, né zoofilo, né, infine,  può essere confuso con l’ambientalismo. Vizi che, invece, transitano in modo  rumoroso per buona parte di questa monografia.

 

Antropocentrismo

L’antropocentrismo, ossia l’idea secondo cui l’umano risiede al centro  dell’universo, possiede una natura ontologica che proclama l‘umanità come  la più alta manifestazione dello spirito universale. Esso, sviluppatosi in ambiti  religiosi e filosofici e reiteratosi storicamente, si è andato sedimentando nella  cultura sopravvivendo nell’individuo come un indiscutibile e indiscusso a priori.  È evidente il passaggio che conduce allo specismo: la centralità ontologica  dell’umano e il suo sradicamento dal fondo naturale (materico, istintuale, bestiale)  implicano inesorabilmente una presunta superiorità rispetto agli altri animali.  È evidente che l’antropocentrismo e lo specismo costituiscono due visioni  correlate che chi si impegna per la liberazione animale non può che contrastare  con vigore. Questa monografia, il cui titolo “Dalla parte degli animali” sembra  suggerire la volontà di una opposizione alla struttura specista della società e  di un decentramento rispetto al paradigma umanista, si rivela, invece, fin dalle  prime pagine, un’inaccettabile accozzaglia di dichiarazioni antropocentriche e  speciste, che nulla hanno a che vedere con l’ambizioso e condivisibile proposito  enunciato nel titolo. Non può, dunque, ritenersi uno scritto animalista. Queste  dichiarazioni sono pronunciate con chiarezza, a partire dall’editoriale firmato da  Adolfo Urso. Citando il film Avatar, egli afferma:
 

La natura non sarà Ejwa, ma comunque non è un bene che può essere sottratto al  beneficio universale, tanto più da una generazione che si arroga il diritto di decidere per tutte le altre (18). 

 

Frase infelice. Gli animali vengono ridotti al rango di enti della natura. Niente  da obiettare se l’intenzione fosse di considerarli parte della natura così come,  del resto, è il caso anche per l’essere umano. In realtà, con questa espressione  Urso cancella l’individualità dell’animale riducendolo a cosa. La conferma di ciò  è nel fatto che considera l’animale non un bene in sé, bensì in quanto “utile” a  questa generazione e a tutte quelle che seguiranno. Del resto, in questa sorta  di introduzione al volume non mancano altre conferme di quanto detto: «La  biodiversità è una ricchezza che va preservata» perché è «la vera, profonda  energia dell’umanità»(19). Se su questa affermazione si può concordare, bisogna  però aggiungere che se pronunciata mentre si afferma di stare dalla parte degli  animali stona parecchio. Del resto l’equivoco si dissolve poco dopo quando  Urso afferma:

 

In questo contesto [...] emerge con forza che la nuova sfida dei diritti è proprio la  tutela e la protezione degli animali e quindi di una natura che l’uomo ha il dovere di  valorizzare per poter meglio utilizzare (20);

 

e ancora:

 

Certo anche noi pensiamo che una buona parte dei cacciatori siano anche ambientalisti  convinti e sensibili alla tutela degli animali [...] (21),

 

dimostrando a tutto tondo non solo a quale tipo di rispetto e di tutela ci si  riferisca, ma soprattutto come l’autore abbia a cuore la valorizzazione degli  animali ai fini del loro utilizzo. Il concetto viene ribadito molte volte negli articoli  seguenti. Si ricorda che «la fauna selvatica è «patrimonio indisponibile dello  Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale”» (22),  ribadendo pertanto che gli animali non sono per sé, ma per noi. Splendida la  dichiarazione di Giorgio Celli (etologo di fama) che afferma di non capire perché  alcune persone (i cacciatori), «con il pagamento di una quota, possano arrogarsi  il potere di eliminare creature di cui io ho “necessità psicologica”» (23).  Degna di nota è anche l’insistenza su un noto gioco di prestigio per mezzo del  quale si reinterpreta il famoso passo della Genesi in cui Dio consegna all’umano  il dominio sulla Terra. Il tema, monotono, viene ripreso tre volte - dalla Blattler, dalla Mennitti e da Lorenzetti – per trasformare l’ordine terrorizzante di un Dio  violento e patriarcale nella concessione benevola all’uomo della gestione del  patrimonio zootecnico. Si tratta di un argomento che mette in luce la natura  crudele nascosta sotto la maschera della gentilezza, di un paternalismo non  richiesto e non necessario. Infatti gli altri popoli non sono nati per essere  gestiti, ma per rimanere liberi. Non hanno bisogno di essere conservati, perché  si conservano da soli. Di fatto, c’è meno violenza nel cacciatore inuit che nel  produttore di salami bio, di certo più allineato al dettato biblico di quanto non  lo sia il primo.

In definitiva, la continua tensione verso una concezione proprietaria, che rende  l’animale oggetto di sfruttamento, prevale nettamente e vanifica i passaggi di  natura intensamente empatica che pure esistono e sono numerosi. Tutto questo  potrebbe sembrare contraddittorio e indicare una tensione non risolta tra le due  tendenze. In realtà, la contraddizione scompare se si considera che l’approccio  presentato è perfettamente in linea con le prime forme di animalismo apparse  già all’inizio del secolo scorso e ampiamente superate dagli sviluppi successivi.  Questo animalismo primitivo, riesumato in questa occasione da Farefuturo al  fine di intercettare simpatie e (eventualmente) voti (24), è ampiamente screditato  nel campo dei diritti animali ed è conosciuto col termine «zoofilia».

 

Zoofilia

Le prime forme di attenzione per la condizione degli animali, nate in Gran  Bretagna nel quadro di una visione umanitaristica, hanno effettivamente  introdotto uno sguardo diverso sulla questione. Coloro che fino ad allora  avevano espresso individualmente una sensibilità verso l’alterità animale,  crebbero di numero e si dotarono di un’organizzazione, seppur minima. In  questa fase l’animalismo propugnava una benevolenza verso gli animali, un  trattamento “più umano” nei loro confronti, ma non escludeva, nell’ambito di un  indiscusso antropocentrismo, la legittimità dell’uso degli animali per i trasporti,  per l’alimentazione e per altri servizi utili all’uomo.

Il primo articolo che afferma con chiarezza questa visione è quello dove  viene intervistato Giorgio Celli. All’intervistatore che gli chiede cosa significhi «animalismo» ed eventualmente se sia «un termine scientificamente corretto»,  Celli risponde che «forse era meglio “zoofilia”, parola più nobile e più esatta» (25).  Occorre dire che l’etologo realizza qui un mezzo centro perfetto. Infatti, per  indicare lo spirito che pervade la pubblicazione, il termine zoofilia è ineccepibile:  quindi rispetto per quanto possibile, per il resto proprietà, controllo e dominio.  Per quanto riguarda la “nobiltà”, forse la zoofilia poteva meritarsela quando è  nata, come prima risposta alle terribili violenze esercitate sugli animali non  umani. A un secolo di distanza la nobiltà della zoofilia si è dissolta se ancora  ammette «evoluzioni circensi a cavallo» (26) o se continua a considerare gli animali  ottimi regali per i bambini (27). Licia Colò, in una grigia intervista, va oltre e parla  di «animali da compagnia e quelli da utilità» (28). In sostanza, la pubblicazione  propone un quadro in cui il cuore della violenza – cioè l’impiego degli animali  per l’alimentazione – viene accettato di buon grado e senza discussione. Ecco  due esempi tra i tanti che non lasciano dubbi al proposito:

 

Qui nessuno vuole sostenere che l’unica alimentazione eticamente accettabile sia  quella vegetariana (29),

 

e, nel significativo passo dell’articolo di Lorenzetti:

 

Non è che tutti devono diventare vegetariani, ma è doveroso per tutti coglierne il  messaggio. [...] Così non è prudente stabilirla [la dieta vegetariana.] per [...] chi non è  in grado di farne una scelta consapevole. In altre parole, sebbene non ci sia l’obbligo  per l’alimentazione vegetariana, tutti sono chiamati ad avvertire la differenza tra il  mangiare carne per necessità e la fiorente industria della carne fatta di mattatoi,  allevamenti intensivi, lunghi trasporti nel patimento degli animali [...]  (30).

 

Insomma, essere rigorosamente consapevoli dei diritti degli animali a vivere  in modo autonomo e libero dal dominio umano significa attirarsi l’accusa di  integralismo animalista e l’esortazione ad abbandonare visioni estreme è  supportata ricorrendo alla perorazione di Konrad Lorenz in difesa della caccia e  della vivisezione (e della ineguaglianza tra gli uomini come elemento «fecondo,  creativo» (31)).

È chiaro che questa visione si associa a una concezione mielosa e buonista, paternalistica e utilitaristica, che ammette l’esclusione solo e al più di ciò che  è giudicato come un cascame di vecchie tradizioni. Così si chiederanno misure  per superare anacronismi come le pellicce e le corride; per il resto si dovranno  trovare soluzioni di compromesso come migliori trasporti verso il macello,  comitati etici che vigilino sulla vivisezione (32), limitazioni alla caccia, ma nulla  che possa compromettere i benefici che derivano all’uomo dall’uso – più o  meno pietoso – degli animali.

 

Ambiguità concettuale

Il terzo motivo che rende equivoco questo numero di «Charta Minuta»  è il ripetuto sconfinamento della questione animale in ambito ecologicoambientalista.  Sconfinamento che avviene in entrambe le direzioni possibili:  quando si parla di animali si invade la questione ambientale; quando si parla di  ambiente si coglie l’occasione per parlare di animali. La questione ambientale è  un’autentica emergenza e fa piacere che stia diventando un motivo di riflessione  per la destra (33). Ma trasferire la questione animale in quella ambientale, come se  vi fosse una connessione diretta e necessaria tra le due, rappresenta una grave  confusione concettuale. Infatti, è impensabile usare argomentazioni ecologiche  e ambientaliste all’interno di un discorso sui diritti umani violati in modo diretto  dalle logiche del dominio, questo perché i due aspetti sono formalmente  indipendenti. Allo stesso modo, quando si parla dei diritti degli animali violati  dalle logiche oppressive e consumistiche della società umana, non ha senso  parlare di ecologia. Se lo si fa, si ottiene l’inaccettabile conseguenza di spostare  l’attenzione dall’animale individuale e singolo, con i suoi diritti in sé e per sé,  verso un indistinto mondo di cose che deve essere preservato, a beneficio della  specie dominante.

La confusione “animalismo/ambientalismo” è diffusa nell’immaginario sociale,  a causa del sostrato ancora fortemente antropocentrico dell’opinione pubblica  che, per quanto si dichiari contro la violenza non necessaria sugli animali,  continua a vederli come parte dallo sfondo ambientale, il che ovviamente non  è auspicabile nei confronti di soggetti meritevoli di considerazione morale.  In questa monografia la confusione si compie in due modi. Il primo consiste nel presentare questo numero della rivista come un tutt’uno. È infatti difficile  comprendere come gli articoli della Pratesi o della Gelisio – completamente  incentrati su preoccupazioni ambientali – possano essere inseriti in una  serie di riflessioni che programmaticamente si definisce «dalla parte degli  animali». Il secondo, assai più grave, si manifesta tramite la mescolanza  disordinata dei due argomenti all’interno degli stessi articoli. Da questo punto  di vista il capolavoro assoluto è lo scritto di Fernando Ferrara, il responsabile  di un’associazione ambientalista. Questo articolo meriterebbe una citazione  pressoché integrale, tanto è illustrativo di quanto detto. Anche se solo di due  pagine, esso trasuda un’apologia antropocentrica senza limiti ed un’esaltazione  immotivata per l’impresa scientifica la quale dev’essere difesa «da qualsivoglia  forma di estremismo ideologico» (34). A chi si riferisce, Ferrara? Naturalmente ai  «sedicenti animalisti», ai «sostenitori dell’animalismo estremo». Ma esistono  animalisti ragionevoli? Certamente. Ecco allora il clou di uno scritto che per la  collocazione centrale e l’ornamento tipografico sembra ricevere una specie di  imprimatur dalla redazione:
 

Nelle varie posizioni dell’ambientalismo e dell’ecologismo, inteso come protezione  delle specie animali selvagge e degli ecosistemi che le ospitano, è possibile individuare  diversi livelli di protezione, ad esempio: associazioni animaliste legate all’allevamento  e all’addestramento dei cani da caccia; ricercatori che praticano la sperimentazione  animale; gli ammaestratori del circo, e coloro che semplicemente si dedicano alla  cura e al possesso di un animale di compagnia.

Passo oltremodo interessante non tanto per la perdita del controllo del  pensiero (dopo i due punti non compare un solo esempio che suffraghi l’attesa),  quanto per l’illustrazione del tipo di animalismo che piace alla destra.

 

A modo di conclusione

Possiamo porci due domande correlate. La prima è: perché Farefuturo e i suoi  collaboratori commettono l’errore di presentare una posizione limpidamente  antropocentrica, di proporre una visione animalista ormai screditata e di  saltabeccare dall’ambientalismo all’animalismo zoofilo? La seconda consiste  nel chiedersi se si tratti proprio di un errore. Un errore è un giudizio espresso  per ignoranza e non coscientemente e volontariamente. Farefuturo commette  l’errore indicato perché gli umani (dunque anche quelli di destra) sono figli del loro tempo e tendono ad adottare tutti gli equivoci e le visioni ideologiche che  circolano nella società. La distorsione intorno alla questione animale è ancora  ampia per cui non bisogna sorprendersi se lo stesso errore lo si ritrova anche  in chi decide di proporre un dossier sull’animalismo. Infine, per rispondere alla  seconda domanda, un soggetto (soprattutto) politico tenderà prima ad attingere  e poi a propagare quelle visioni che sono congeniali ad altri soggetti con i quali  decide di intrattenere rapporti. Dunque, Farefuturo è certamente vittima di una  confusione ideologica, ma va visto anche come un soggetto attivo che si frappone  alla liberazione degli animali. Farefuturo, conducendo questa operazione sul  lettore, si impegna a disattivare la potenziale carica sovvertitrice del pensiero  antispecista e delle corrispondenti pratiche abolizioniste e liberazioniste. Di  conseguenza, a differenza della sinistra che non entra (finora) in sintonia con  l’animalismo antispecista per ignoranza ideologica, la destra non può farlo per  stringenti motivi concreti, molto materiali e di interesse. E, come si è visto,  nel momento in cui tenta di ragionare sugli animali non umani, si blocca su  terreni ampiamente superati dalla storia dell’animalismo. Dunque la destra può  certamente fare danni, mentre da essa non può scaturire alcun progresso. 

 

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Note

 

1 È questo il titolo di un numero della rivista bimestrale «Charta Minuta», IV, 4, Luglio/  Agosto2010

 

2 Tiziana Lanza, Il tempo dell’armonia, cit., pp. 89-97

 

3 Tessa Gelisio, Un mare di tesori, tra eccellenze e problemi, cit., pp. 75-80

 

4 Isabella Pratesi, Wwf, siamo la nuova arca di Noé, cit., pp. 51-58

 

5 Cecilia Moretti, Faccia a faccia nelle pagine di un libro, cit., pp. 113-119

 

6 Pietro Urso, Ama il prossimo tuo come te stesso... (anche se è animale), cit., pp. 121-126

 

7 Domenico Naso, Da Ra alle vacche sacre, la divinità nell’animale, cit., pp. 129-133

 

8 Adolfo Urso, Avatar a destra, cit., p. 0

 

9 Barbara Mennitti, Semplicemente una battaglia di civiltà, cit., p. 8: «Molto spesso la  discussione sulla legittimità dello sfruttamento degli animali e sui suoi limiti si articola intorno al  loro grado di “intelligenza” [...], dovremmo forse porci il problema di rispettarli anche in quanto  diversi da noi»

 

10 Ibidem, p. 5

 

11 Fiorella Ceccacci Rubino, Verso una nuova normativa del rapporto uomo-animale, cit., p. 23

 

12 A. Urso, Avatar a destra, cit., p. 1

 

13 Ibidem, p. 0

 

14 F. Ceccacci Rubino, Verso una nuova normativa, cit., p. 19. Naturalmente in questo articolo  e in altri dello stesso tenore ricorre spesso il riferimento a iniziative normative a favore degli  animali, rimanendo, però, sempre nel vago, poiché sarebbe difficile, per non dire impossibile,  esibire conquiste degne di quella “civiltà” continuamente e vanamente richiamata

 

15 Adriano Scianca, Storia di un amore che non ha ideologie, cit., pp. 105-110

 

16 F. Ceccacci Rubino, Verso una nuova normativa, cit., p. 23. Quale sia il grado di protezione  offerto dalla «grande cultura liberale» «a tutte le altre specie viventi» lo si può ben immaginare  considerando come questa non sia capace nemmeno di offrire una vita degna di essere vissuta  a milioni di animali che la stessa definisce d’affezione. Figuriamoci allora cosa possa offrire agli  altri animali: quelli da reddito o «da utilità», secondo la bella definizione di Licia Colò

 

17 La sinistra a cui Farefuturo si riferisce non è il PD né l’IDV. Questa “sinistra” è cieca rispetto  al problema dei mattatoi, della vivisezione, della caccia. La sinistra, quella vera, quella costituita  da ambienti che possiedono una tensione verso un mondo profondamente diverso dall’attuale,  è quella critica verso il modello di società esistente, come ben descritto dal passo della  Ceccacci Rubino. Ad essa guarda l’animalismo radicale, anche se attualmente l’interesse non è  ricambiato

 

18 A. Urso, Avatar a destra, cit., p. 1

 

19 Ibidem

 

20 Ibidem

 

21 Ibidem

 

22 Susanna Blattler, Quello “sport” che l’Italia non vuole, cit., p. 33

 

23 Federico Brusadelli: intervista a Giorgio Celli, Siamo tutti parte di una grande famiglia, cit., p. 44

 

24 Questo interesse non è neppure recondito. Nell’articolo della Ceccacci Rubino ci si chiede  espressamente quanti vegetariani, quanti possessori di un animale di affezione, quanti contrari  alla caccia votano per il Pdl. È pertanto fin troppo evidente quale sia la preoccupazione della destra  e quali motivazioni abbiano spinto Farefuturo a realizzare questo numero di «Charta Minuta»

 

25 F. Brusadelli: intervista a Giorgio Celli, Siamo tutti parte di una grande famiglia, cit., p. 43

 

La domanda appare abbastanza strana se si considera che «animalismo» è un termine che  corrisponde a una definizione e quindi non si comprende bene il senso di “scientificamente  corretto”

 

26 Ibidem, p. 48

 

27 Ibidem, p. 49

 

28 Domenico Naso: intervista a Licia Colò, Una Onlus a difesa di chi non ha voce, cit., p. 100

 

29 B. Mennitti, Semplicemente una battaglia di civiltà, cit., p. 6

 

30 Luigi Lorenzetti, L’uomo, pessimo custode del creato, cit., pp. 30-31

 

31 A. Scianca, Storia di un amore che non ha ideologie, cit., p. 110

 

32 Umberto Veronesi, Perché sono vegetariano, cit., p. 16

 

33 Ma non c’è da illudersi. L’ambiente, per la destra, è un luogo di predazione, un ambito da  spremere senza ritegno. Se dà segnali di disponibilità, si tratta di segnali estremamente pericolosi  perché ogni intervento in direzione della natura è caratterizzato dalla ricerca di profitto. Un esempio  è la grande abbuffata portata avanti dalla green economy

 

34 Questa citazione come le seguenti sono tratte da Fernando Ferrara, Ma l’uomo è centrale nel  sistema ambiente, cit., p. 72.

Pubblicato in Articoli
Martedì, 17 Gennaio 2012 12:35

Blizt nel presepe vivente di una chiesa.

Questa la notizia:
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=19419D



"L'obbedienza non è più una virtù" scriveva nel lontano 1965 Lorenzo Milani.

Non c'è bisogno di ricordare a nessuno che si trattava di un prete, rivoluzionario e sotto molti aspetti anticonvenzionale, ma pur sempre un uomo di salda fede cattolica.

Il contesto (l'obiezione di coscienza al servizio militare) era ovviamente un altro, ma la sostanza e il valore della sua affermazione rimangono intatte, conservano la "forza della verità" di gandhiana memoria.

Un'azione "illegale", se – e ribadiamo se – conserva il suo carattere di azione nonviolenta e se mira ad ottenere un pieno riconoscimento della vita in tutte le sue forme, non ha il diritto di essere così ferocemente condannata, indipendentemente se la si ritenga più o meno utile alla causa della liberazione animale, e a prescindere dal fatto che gli animali cui è stata restituita una vita dignitosa - nella fattispecie due conigli – siano stati o meno "rimpiazzati" da due conspecifici, tristemente condannati ad un simile destino di prigionia del tutto priva di qualunque scopo, se non quello di ribadire la tracotanza umana e il disprezzo per quelle creature che San Francesco – invece – tanto amava. Ed è proprio questo il paradosso più deprimente: che proprio nella chiesa dedicata al Santo del Cantico delle Creature si siano esposti esseri viventi ai quali ogni diritto è stato negato, lanciando un messaggio diseducativo e fuorviante, lasciando credere che la loro vita e la loro libertà non abbiano alcuna rilevanza: statue animate e semoventi in un Presepe di statue inanimate e immobili.

 

Ma non era Gesù Cristo che diceva "Quello che farete alla più piccola delle mie creature l'avrete fatto a me?"!

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Segnaliamo inoltre, a titolo di approfondimento, un articolo uscito sul sito del giornale antispecista Veganzetta riguardante questa vicenda.

Pubblicato in Attualità - Notizie
Venerdì, 13 Gennaio 2012 15:28

Linciaggi felici - di Antonio Volpe

Linciaggi felici

A premessa della presentazione di questo caso, che andando a sommarsi a tanti altri casi simili – piccoli o grandi che siano, altrettanto inquietanti – comincia a fare paradigma e struttura, vorrei osservare che le discussioni sulla giustizia nel mondo animalista stanno, in generale, diventando sempre più difficili anche a causa di quel non argomento che ha però la stessa natura ed efficacia di un anatema e di una scomunica che è l’accusa, buona per ogni occasione e per ogni interlocutore, di buonismo. Similmente a quella, parallela e facilmente abbinabile, di politicamente corretto, l’accusa di buonismo si basa su un termine che non si sa più che significhi e che concetti veicoli: non è, come detto sopra, un argomento, e non è più – se mai lo è stato – un concetto o un insieme di concetti. Diventato puro segno senza significato, esso assume lo stesso ruolo di un oggetto sempre a portata di mano utilizzabile come arma impropria. A conti fatti, esso quindi un significato lo veicola, seppur non come segno linguistico, ma come oggetto che produce effetti: la violenza linciatoria da scatenare in assenza di argomenti per far precipitare il dialogo in rissa o, peggio, in picchiaggio. Un po’ come il classico posacenere o la bottiglia che si spaccano in testa all’interlocutore di una discussione che non si riesce più a reggere, ma in un mondo talmente de significato che non sa più che cosa siano un posacenere o una bottiglia e quale sarebbe il loro uso proprio.

Premesso questo, il caso che presentiamo, è – guarda caso, non a caso – un caso di linciaggio. Un caso peggiore degli altri e, in qualche modo, di un linciaggio duplice: duplicato all’infinito, in realtà.

Qualche giorno fa, su Facebook, è cominciato a girare il post di un utente italiano che condivideva un’immagine e un commento di un utente – almeno a suo dire – brasiliano.

L’immagine era quella di un uomo, fotografato da lontano, sdraiato in una pozza di sangue. Il commento, nella traduzione dell’utente italiano, suonava più o meno: "Questo è quello che facciamo nel nostro paese a chi fa del male agli animali. Quest’uomo aveva ucciso a bastonate una cagnetta dopo averla stuprata: è stato linciato e ucciso a coltellate". (Perdonateci l’impossibilità di una precisione millimetrica, ma nessuno dei documenti di quella vicenda pare essersi salvato). L’utente italiano chiosava che sebbene non fosse d’accordo con quei metodi, non si dispiaceva per la fine dell’assassino. Il suo post era già stato condiviso diverse volte. Come nei casi di morti "accidentali" di cacciatori, in genere colpiti da "fuoco amico", i commenti di felicitazione si sprecavano. Qualcuno ai soliti "bastardo, te lo sei meritato" e varianti sul tema, aggiungeva che fosse "un doppio bene che un mostro simile" fosse stato "tolto di mezzo, perché uno così quello che fa agli animali lo fa anche ai bambini". Notando solo di passaggio la scarsa conoscenza della sessualità umana degli "animalisti" coinvolti nella vicenda, constatiamo che questa ha avuto vita piuttosto breve, benché significativa, probabilmente a causa di segnalazioni allo staff dello stesso social network. L’intenzione di segnalare il caso alla polizia postale, avanzata da qualcuno, come apologia di reato e possibile istigazione a delinquere, sarebbe quindi sfumata, per la cancellazione, da parte di Facebook, delle prove, e, de facto, del reato stesso. Il post è scomparso da tutte le bacheche, e l’utente italiano si è lamentato, da un altro profilo in suo "possesso", della chiusura del suo primo account. Lo ha fatto con veemenza, ringraziando sarcasticamente "i benpensanti del cazzo che" gli hanno fatto "bloccare l’account XXX per aver fatto girare la foto del bastardo che aveva stuprato e ucciso una cagnetta e poi è stato linciato", minacciandoli di far bloccare uno a uno i loro account segnalando le foto di cani martoriati che avrebbero pubblicato.

Prima di allegare qui un commento che mi è capitato di scrivere sotto ad uno dei post che condivideva quello originario, vorrei fare notare almeno un paio di cose, piuttosto gravi – tanto per usare un eufemismo.

La prima è l’escalation di violenza nel mondo animalista che il passaggio dal festeggiare la morte "accidentale" – è la seconda volta che lo metto fra virgolette, e il motivo è semplicemente che scatenare una guerriglia, benché totalmente asimmetrica e contro creature inermi, implica qualcosa di più che il rischio di "incidenti" – di cacciatori, al celebrare e indicare come esemplare l’esecuzione sommaria di un singolo colpevole di violenza, ancorché certamente efferata, implica. Un’escalation fragorosa, perché se anche nel caso dei cacciatori c’è poco da festeggiare – come si suol dire, due torti non fanno una ragione –, si tratta comunque di morti causate dagli stessi che esercitano una violenza, nell’esercizio di tale violenza. Non che la morte, di nuovo, sia una conseguenza augurabile, o, peggio, una giusta punizione – comminata poi da che tribunale? dal Fato, dalla Natura? Ma, appunto, lì non c’è una mano esterna che punisce, tanto più a mente fredda: si tratta degli incidenti fisiologici del mettere in atto la violenza con mezzi – le armi – fatti apposta per uccidere. Nel caso in questione invece c’è un colpevole di violenza su cui un altro esistente (anzi un gruppo) si prende il diritto della vendetta in nome di un terzo esistente colpito dalla violenza del primo. Quindi né autodifesa, né, in alcun modo, giustizia. Ma l’arroganza di una punizione senza processo sommata all’arroganza di agire la violenza in nome di chi la violenza l’ha – già – subita. Di nuovo, due torti non fanno una ragione. Anzi, tre, dato che al linciaggio mortale con pretesa di giustizia si somma poi il linciaggio mediatico, simbolico e morale, della seconda vittima. A cui è sottratto perfino il diritto di una difesa postuma, sia circa l’effettività della violenza – e se non fosse stato lui? A nessuno è venuto il dubbio, pare, ripetendo la sicumera dei giustizieri – sia circa i motivi che possono aver spinto ad essa. Motivi che non la toglierebbero di certo, la violenza, ma la renderebbe forse comprensibile e quindi, detto in generale, forse disinnescabile. Nel caso particolare, non sanabile, almeno in parte? Dato che togliere la vita di un assassino non la restituisce alla sua vittima, come non pensare almeno a una conversione – non mi imbarazza affatto usare questa parola – che possa rendere un assassino un difensore della vita? La violenza dell’assassinio non certo viene tolta, né la vita assassinata restituita. Ma il senso di colpa controrimosso, o generato, creando così le condizioni per una dedizione alla presa in cura della vita, che può diventare un compito, proprio in nome di quella vita tolta. Ma se all’assassino viene tolta, a sua volta, la vita, non c’è nessuna possibilità di conversione, di senso di colpa, di presa in cura come compito. C’è solo una seconda esistenza cancellata, e un corpo morto.

La seconda cosa che vorrei far notare, almeno di passaggio, è la duplicazione infinita del linciaggio, ripetuto simbolicamente per via mediatica. Questa infinita duplicazione, più che monito e minaccia a potenziali attori di violenza, è una lezione che si dà ai propri simili – umani animalisti – su come considerare la violenza e soprattutto il chi l’ha agita: non uomo, nemmeno animale, ma pura feccia, escremento e insieme mostro, quindi pervertimento sia dell’uomo che dell’animale. Benché chi condivida la prospettiva del linciaggio tenda a considerare l’Umanità intera una corruzione della Natura – che non si capisce mai che sarebbe –, allo stesso tempo non manca mai di stigmatizzare in modo irreversibile chi agisce violenza come un mostro fra gli umani. Una contraddizione che permette però, nella confusione dei discorsi, di raddoppiare la stigmatizzazione: un mostro umano è IL mostro fra i mostri. Inutile far notare che se qui si trattasse di mostri, essi non avrebbero nessuna colpa, dato che seguirebbero la loro Natura mostruosa: in un secondo raddoppiamento, la mostruosità coincide con la colpa stessa. Escremento supremo fra escrementi, portatore di una colpa moltiplicata per se stessa, il mostro umano merita solo di essere spazzato via con un’operazione igienica.

Esemplare la prospettiva di un’utente che proponeva, in uno dei vari thread di "sterminare tutti gli umani, eccetto quelli che amano gli animali". Per i mostri non mostruosi una piccola possibilità si lascia. Un po’ comodo, per dei misantropi. Un po’ "razzista". Un po’ totalitari.
Infine, la notazione quasi ovvia del fatto che tutti questi fenomeni si dànno in una totale inconsapevolezza e, ancor più, nel più totale deserto di riflessione e tematizzazione. A dominare è l’automatismo della reazione. Non che avere giustizieri consapevoli e consapevolmente risoluti al linciaggio sarebbe meglio, ci mancherebbe. È solo una constatazione.

Qui di seguito la risposta, un po’ riveduta, che ho dato a un’utente che condannava "la violenza a mente fredda".

 Qui il problema non è arrabbiarsi o meno davanti ad atti di singoli, ma essere in grado o meno di leggere le logiche speciste, che non implicano semplice discriminazione morale dei non umani, ma che sono piuttosto un insieme di dispositivi dell'assegnazione di valore ai viventi, umani e non umani che siano. Si parla non a caso di "macchina antropologica", come quell'insieme di meccanismi di assimilazione e distinzione, incorporazione ed espulsione dei viventi dall'aureo alveo degli "umani". Ora, ciò che deve essere chiaro di questi processi è che essi non investono solo le"'altre specie", ma tutte quante, cioè quella umana compresa. La macchina antropologica decide del valore dei viventi in generale, e insieme del loro essere "degni" o meno di vivere - o di morire, in un mondo in cui anche la morte è sottratta alla decisione dei singoli: la negazione del testamento biologico è simmetrico e speculare alla prativa vivisettiva. Quindi, ad essere catturati nella decisione di valore, oscillando fra umanità e non umanità, in-umanità. dis-umanità, non sono solo gli "animali", ma pure tutti quei "non abbastanza umani" che ci si può permettere di emarginare, colpire con la forza della legge o della violenza, recludere, coartare, deportare, uccidere. Ovvero stranieri, migranti, nomadi, negri, ebrei, armeni, malati di mente, tossici, piccoli delinquenti, e così via, e, ovviamente, "pervertiti" e maltrattatori di animali. Chi partecipa dei meccanismi di assegnazione di valore agli umani, legittimandone l'espulsione verso l'inumano, il disumano, il mostro e l'anormale, partecipa della stessa 'macchina' che decide del valore degli animali non umani. Chi discrimina, emargina, uccide umani, o legittima tali comportamenti, partecipa allo stesso dispositivo che isola, reclude, sfrutta e uccide animali - che siano quelli protetti come "animali da compagnia" (un'estensione antropocentrica dell’uomo) o quelli da massacrare nei macelli e nei laboratori. Quindi chi crede di "fare giustizia" e "vendicare" animali spargendo sangue umano, in realtà sta preparando, di nuovo, lo spargimento del loro sangue, la loro cattura, la loro prigionia, la loro tortura, la loro uccisione. Non è un caso che l'antispecismo si batta contro ogni forma di discriminazione, oppressione e violenza: non è questione di dirsi: siamo buoni con tutti gli animali, persino i cani che, maltrattati o meno, mordono e a volte uccidono, perché non esserlo anche con gli umani, magari anche con gli assassini? Abbiamo fatto 30, perché non far 31? NON E' questo! E' che se vanno messi in arresto i meccanismi che decidono cosa sia umano e quindi degno di vivere, non si possono decostruire solo i discorsi che fanno degli animali dei mostri o dei viventi di serie B. Non si può denunciare solo la violenza sui non umani. E la violenza simbolica e materiale contro tutti gli esistenti, quella contro cui ci si deve battere. Così come vanno vigilati e smontati i discorsi che fanno degli assassini non umani dei mostri, negando i processi che li hanno portati alla violenza - cioè esattamente un inanellamento di catene di violenza che li ha agganciati e incatenati, negando altre possibilità di esistenza - così va fatto con gli umani, smettendola di negare la violenza che li precede e li decide. Questo, signore e signori, non è affatto buonismo: al limite può essere pietà, che non si capisce per quale motivo sarebbe "meritata" - la pietà manco si "merita" - da cani mordaci che uccidono umani - spesso bambini - e non da umani. Ma è sicuramente – al contrario del "cattivismo" tanto di moda, effetto di un benpensare infinitamente più politicamente corretto di ogni impegno a comprendere la multicausalità dei fenomeni e la complessità dei loro contesti, nonché, lo dico francamente, di ogni pietà per il carnefice – questo, dicevo, è sicuramente realismo.

E cosa c’è di più scorretto, in questa società specista, discriminatoria, oppressiva, qualunquista e xenofoba in senso allargato – cioè che teme, isola e lincia qualunque estraneo alla sua artificiale normalità – di impegnarsi nel capire? E, addirittura! Eresia! Di compatire l’assassino? E di più corretto e buonista dell’urlare alla gogna e alla forca per farsi passare da buoni e paladini dei più deboli, indossando la divisa dell’ordine che si indigna un tanto ‘ar chilo, condanna, lincia, e se ne frega – in perfetto stile fascista – della violenza strutturale e quotidiana che investe tutti, proprio a cominciare da chi si "impegna" alla ricerca di capri espiatori da sacrificare per perpetuarla?

Io, sinceramente, preferisco l’eresia.

Antonio Volpe x Antispecismo.Net

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Venerdì, 18 Novembre 2011 15:12

Invisibili e annegati

Degli ultimi giorni sono le tragiche notizie dell’alluvione che ha colpito la Liguria ma basta effettuare una veloce ricerca in rete per rendersi conto di quanto si tratti di casi tutt’altro che isolati e sporadici1.

Edizioni di telegiornali riportano con servizi a raffica quelle che sono le conseguenze e gli effetti di avvenimenti come questi: morti, sfollati, danni di varia entità.

Ciò che puntualmente viene quasi sempre omesso però, più per un concreto disinteresse che non per dimenticanza, è il verificarsi di tragedie parallele, non meno dolorose ed in un certo senso quasi ancor più inevitabili per loro stessa natura: quelle che coinvolgono canili, gattili e colonie di animali non umani di vario genere, sparsi un po’ ovunque sul territorio italiano.

 

Tralasciando volutamente il fragoroso silenzio attraverso il quale è passata la morte di (senz’altro)parecchi individui non umani domestici in situazioni come queste (e che meriterebbe forse un discorso a parte), la condizione di questi “speciali” carcerati appare ancor più assurda e drammatica poiché istituzionalizzata, sovvenzionata ed entrata come “forma del vivere dei randagi” nella cultura di buona parte della società.

Il termine randagio è di per sé ormai carico di valenze negative, nonostante non indichi altro che il girare da soli, per conto proprio.  E' ormai divenuta forma mentis radicata l'idea che un qualsiasi cane extra-nucleo familiare umano non sia libero ma sia RANDAGIO, ergo: stia male. Idea questa, a suo modo più forte nei confronti del cane rispetto al gatto, forse in virtù di quel margine di concessione paternalistica che ai felini regaliamo, perché loro sì, in fondo sono ancora selvatici (che cosa poi si intenda di preciso con questo è ancora tutto da vedersi).

Per questo, in una miscela esplosiva che da un lato ci ha disabituato con forza ad incrociare per strada cani liberi nelle nostre città2e dall’altro ci ha resi culturalmente schiavi dell’assioma nel quale l’uomo è condizione necessaria per il cane, le strutture come i canili sono l’inevitabile risposta della società per tutti quei cani che tale condizione non l’hanno soddisfatta e che continuando a non soddisfarla si condanneranno, inconsapevolmente e senz’altro non volontariamente, a restarvi come prigionieri ed a morirvi in caso di alluvione.

Perché al danno della condanna alla reclusione, si somma la beffa dell’esser reclusi in luoghi spesso parecchio limitrofi, decentrati e collocati in zone che gli effetti di alluvioni di vario tipo li subiscono in forma potenziata in virtù della loro stessa conformazione geografica e strutturale.

 Occorre per questo rivedere con forza quella che è la nostra concezione della relazione con l’animale non umano cane, vissuta spesso ai limiti di una distruttiva simbiosi. Il tentativo di colmare quella che percepiamo come distanza (e che potremmo percepire quantomeno più costruttivamente come diversità) diventa occasione di calcare con forza la loro specificità, nel nostro “stampo dimensionale” di animali umani, con tutte le conseguenze del caso. Atteggiamento questo, ai limiti del paradosso se si tiene conto che per tutti coloro che restano esclusi da questo tipo di relazione, l’alternativa pare essere una sola: il confinamento in prigioni. L’idea che probabilmente può essere alla base di questa deformazione culturale, è quella per la quale gli individui  altri non sono né visti, né percepiti, né “vissuti” come ulteriori abitanti dello spazio in cui anche noi ci muoviamo, quanto come ospiti di una società che questo spazio lo fagocita appropriandosene e che decreta quale sia il loro posto in seno a se stessa.

Inutile specificare come a coloro che non godono del posto in prima fila su letti e divani, è riservato quello spazio che nella casa coincide con il ripostiglio, ove si finisce col cacciare (relegare) a forza tutte quelle cose che ci troviamo tra i piedi e delle quali non vogliamo o non possiamo disfarci, in una parola oggetti, nonostante invece si stia parlando di individui nati liberi, come tutti noi.

 
1  DICEMBRE 2008 “DollyDog” - Reggio Calabria

Morti 800 cani
Solo 270 animali, tra quelli ospitati nella struttura (in tutto 1.070) sono stati messi in salvo. (Agr) (fonte http://www.chiliamacisegua.org/2008/12/13/comunicato-dolly-dog-800-cani-morti-ora-si-cerca-un-aiuto-disperato/)

 

DICEMBRE 2009  CANILE "IL RIFUGIO" - PRATO

Un cane morto, Zara, ed uno disperso

(fonte http://www.gonews.it/articolo_46292_Anche-canile-interessato-dallalluvione-Solo-animale-morto.html)

 

OTTOBRE 2010 Canile di Monte gazzo – Genova

Nessun animale non umano morto, ma il canile resta isolato per 4 giorni.

(fonte http://www.geapress.org/animali-in-emergenza/canile-con-140-animali-isolato-da-quattro-giorni-per-l%E2%80%99alluvione-nel-ponente-di-genova/6667)

 

MARZO 2011 Canile di Alba Adriatica

Morti 33 cani

(fonte http://www.rivieraoggi.it/2011/03/02/115277/canile-di-alba-adriatica-affogano-33-cani/)

 

OTTOBRE 2011 “CANILE DI GROPPOLI” - COMUNE DI MULAZZO – LUNIGIANA

Morti 12 cani, di cui otto cuccioli, e 25 i cani dispersi

(fonte http://www.meteoweb.eu/2011/10/alluvione-mulazzo-trovati-morti-12-cani-sono-annegati-nel-canile/94444/

 

 

2  Esclusion fatta per piccoli paesi o zone dell’Italia in cui la loro libertà però, non viene vissuta come loro proprietà caratteristica quanto come effetto collaterale di una mal gestione amministrativa, autorizzata per questo a porre rimedio più o meno come vuole.

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Venerdì, 04 Novembre 2011 11:30

Dossier su Green Hill

Abbiamo raccolto una serie di riflessioni, comunicati e scritti vari seguiti all’annuncio dell’approvazione dell’emendamento sulla vivisezione (Commissione Affari Sociali), che testimoniano di un dibattito che si sta sviluppando nel “mondo” animalista riguardo al tema dell’abolizione della vivisezione e sull’allevamento di cani “Green Hill”. L’elenco non è ovviamente esaustivo: chiunque avesse scritti o comunicati da segnalare, può farlo scrivendoci a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Green Hill: due anni di lotte

Cronologia della lotta contro Green Hill - a cura di Antispecismo.net (aggiornata a fine luglio 2012)


Comunicati su vivisezione ed emendamento Brambilla

Comunicato On. Brambilla:

http://www.michelavittoriabrambilla.it/index.php?option=com_content&view=article&id=53256:berlusconi-qresto-per-cambiare-il-paeseq&catid=1:manifesto&Itemid=14

 

Testo integrale dell’emendamento:

http://www.camera.it/453?bollet=_dati/leg16/lavori/bollet/201110/1019/html/12#213n1

 

Successivo comunicato On. Brambilla:

http://www.michelavittoriabrambilla.it/index.php?option=com_content&view=article&id=53312:berlusconi-qresto-per-cambiare-il-paeseq&catid=1:manifesto&Itemid=14
 

Comunicati da alcune associazioni animaliste (commenti sostanzialmente positivi sull’emendamento):

 

LAV: http://www.lav.it/index.php?id=253

e più in dettaglio http://www.lav.it/index.php?id=690 

 

OIPA:

http://www.oipa.org/italia/vivisezione/2011/emendamenti.html

 

Enpa: http://www.enpa.it/it/comunicati_stampa/comunicati.asp?RECORD_KEY[ultimora2]=ID&ID%5Bultimora2%5D=933

 

Comunicati di analisi critica dell’emendamento e sugli sviluppi mediatici e politici della vicenda:

 

Comunicato di critica all’emendamento Brambilla – da Laboratorio Antispecista Palermo: http://www.laboratorioantispecista.org/2011/10/20/la-proposta-brambilla-sulla-una-vittoria/

 

Commento critico all’emendamento – on. Sonia Alfano:

http://www.soniaalfano.it/blog/2011/10/31/contro-la-vivisezione-a-parole-la-brambilla-e-la-propaganda-sulla-pelle-degli-animali/

 

Commento critico – di Lorenzo Guadagnucci:

http://lorenzoguadagnucci.wordpress.com/2011/10/19/la-vivisezione-la-lotta-animalista-lanalfabetismo-della-politica/

 

Un commento critico sull’emendamento Brambilla e le sue implicazioni politiche – a cura del gruppo “Munus umanus”:

http://munusumanus.blogspot.com/2011/10/il-regalo-avvelenato-della-regina.html

 

Comunicato sull’emendamento Brambilla e le sue implicazioni sulle lotte antivivisezionista e la campagna Fermare Green Hill – di Individualità antispeciste non trasversali:

http://informa-azione.info/green_hill_cosa_sta_succedendo

 

Comunicato della Campagna Fermare Green Hill:

http://www.fermaregreenhill.net/wp/qualcosa-si-muove/


Comunicato LEAL:

http://www.leal.it/diventera-la-vergogna-europea/


Commento critico di Munus Umanus:

http://munusumanus.blogspot.com/2011/11/pur-che-leffetto-green-hill.html#!/2011/11/pur-che-leffetto-green-hill.html

 


articolo di analisi di Aldo Sottofattori sul manifesto “La Coscienza degli Animali”:

http://www.liberazioni.org/ra/ra/t30.htm

articolo di Barbara X "Adesso basta! da che parte stai?"

http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=181:adesso-basta-da-che-parte-stai-di-barbara-x

articolo di Marco Reggio "Antispecisti neri? parliamone"

http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=186:antispeneri

articolo di Marco Reggio "Green Hill: un caso su cui riflettere"

in Liberazioni, n. 10 - ottobre 2012 - qui l'articolo

"Antispecismo: un movimento apolitico? - di Antonio Volpe

http://www.antispecismo.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=268:antispecismoapolitico

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