Erich Priebke e il diritto al lutto: perchè sono solidale con chi ha sputato su una bara

di Marco Reggio

Oghje tù ti ne vai a l'ultimu riposu
Ghjè l'esempiu chè tù ci dai fratellu generosu
Purtatu da li toi sin'à l'altu pratu
Palatini è Eroi caminanu à u to latu
 
Ma la to risa canta e schiatta cum'un fiore
Chì u dulore pianti e sbucci l'amore
Chì u furore pianti e sbucci l' amore

 

Il lutto è una cosa seria, non c’è dubbio. Come sostiene Judith Butler[1], è anzi un fatto centrale nella società e nella costituzione della sfera politica: da sempre, la contesa su chi o cosa sia degno di essere compianto è un elemento sensibile delle lotte per il riconoscimento dei diritti, per la liberazione, per il superamento del binarismo di genere, del razzismo (e – aggiungiamo – dell’antropocentrismo: è possibile essere in lutto per gli animali?[2]). Chi può essere compianto e chi no: un gioco di inclusione/esclusione nella sfera del sociale che viene incessantemente riprodotto, rimodellato, rinegoziato. Non essere degni di lutto, infatti, significa non essere intelligibili, in un certo senso quasi non possedere un’esistenza. E’ per questo che la rivendicazione del diritto al lutto si fa sentire con forza in alcune occasioni: penso alla tragedia di Lampedusa[3], in cui parte del conflitto – tutto biopolitico- si gioca sul dove seppellire i corpi dei migranti eritrei.

Non troppi giorni dopo, muore Erich Priebke, il “boia delle Fosse Ardeatine”, mai pentito delle atrocità commesse. Muore in Italia, per motivi che non hanno un nesso con il suo ruolo nella storia (cioè di vecchiaia), e la storia del braccio di ferro sul suo funerale è cosa nota. L’esito parziale è quello di una contrapposizione di piazza fra fascisti e popolazione locale, una contrapposizione che si esprime – anche – su un “oggetto” carico di simbologia e di forze emotive contrastanti, ossia la bara con il cadavere. Qualcuno ha gridato allo scandalo di fronte agli sputi antifascisti sulla salma[4], chiamando in causa nientemeno che la pietas, e, quel che è peggio, strumentalizzando persino Fabrizio De Andrè che viene arruolato, postumo, fra i difensori di uno stragista nazista, mostrando così un culto del cadavere e una propensione a trafugare le salme piuttosto fastidiosa per chi sente una vicinanza politica con il poeta. Addirittura:

“E tutti voi che avete sputato sul carro funebre, o avete plaudito a chi l’ha fatto, o avete lasciato che si creassero le condizioni per poterlo fare, o sornionamente avete fatto finta di nulla perché la cosa non vi riguardava (ma ‘per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti’, come avrebbe detto il Faber) — tutti voi, nessuno escluso, mi fate profondamente schifo”.

Parole utilizzate in tutt’altro contesto vengono cannibalizzate ad uso e consumo della difesa di un simbolo della violenza del potere nella sua massima espressione: oltre al culto del cadavere, anche una certa passione per gli xenotrapianti.

Confesso che, nel vedere le immagini di Albano Laziale, ho provato un senso di smarrimento: qualcosa non mi piaceva dell’assalto ad un feretro. Vedevo comunque nel passaggio del carro funebre un fatto privato, ma che privato non era. In effetti, è il carattere pubblico del lutto a farne un fatto politico. Il rispetto per il lutto privato può essere infatti riaffermato, ma anche eletto a terreno di contesa simbolica, anche in situazioni in cui lo scontro tocca livelli più alti.


Selvaggi

Nel gennaio 1996 il governo di Parigi nomina prefetto per la Corsica Claude Erignac, con l’obiettivo di domare la lotta del popolo còrso per l’autodeterminazione, ed in particolare per spegnere il fenomeno della lotta armata che resiste tributo ai patrioti - corsicada decenni (gli attentati avvengono con frequenza impressionate, ma sempre ai danni di obiettivi simbolici, politici o economici e solo raramente di persone: una pratica di resistenza a bassa intensità che si affianca ad un contropotere dall’iconografia militarista che sfoggia arsenali di alto livello). Nel febbraio del 1998, Erignac verrà ucciso in un agguato, rivendicato poi dai gruppi indipendentisti come atto politico premeditato[5]. Poco dopo, la targa commemorativa viene danneggiata[6]. L’azione viene condannata da molte forze politiche còrse, con qualche critica anche da parte di quelle che non avevano condannato l’omicidio politico. Anche se la “profanazione della memoria” del massimo rappresentante dello stato centrale sull’isola è oggettivamente terreno di contesa politica (proprio perchè l’atto di dedicare una targa ad un proprio funzionario, da parte di un apparato statale, è un fatto politico in sè), si percepisce che questo atto appare meno giustificabile dell’omicidio stesso. Oltre alla semplice retorica del “rispetto dei morti”, non c’è in questo nè una contraddizione, nè un atavico senso del rispetto, pseudo-religioso: sarebbe comodo gettare su una forma di (legittima) resistenza l’ombra dell’etica primitiva: questi selvaggi isolani hanno un profondo senso della morte...

In realtà, credo si tratti del riconoscimento del diritto al lutto come fatto privato, e, in una certa misura, persino come fatto pubblico.

Ma voglio riprendere il filo un po’ disordinato dei pensieri che mi ha suscitato la vicenda. 


Mostri

Nella sua saga sugli zombie, George Romero ha messo in scena magistralmente due elementi fondamentali della politica del lutto: la demarcazione fra chi è piangibile e chi non lo è informa e investe la segmentazione della società in classi sociali, in gruppi razziali(zzati); l’esistenza delle persone non finisce con la morte, nè quando il lutto è un fatto ammissibile, organizzato e codificato, nè quando è negato. Nel primo caso, ovviamente, il compianto vive nel ricordo altrui, nelle tracce fantasmatiche delle relazioni che ha intrattenuto, nella celebrazione. Nel secondo caso, riaffiora inevitabilmente nell’ambito del patologico (il classico esempio è quello della malinconia omosessuale[7]). Nel secondo film della “serie”[8], l’epidemia di morti che ritornano in vita si scatena in un contesto di scontro fra il potere bianco, incarnato dalle forze speciali di polizia, e le minoranze ispaniche e nere. Lo Stato americano ha approvato leggi speciali che regolamentano la sepoltura dei cadaveri, che vengono resi inoffensivi. Gli abitanti dei ghetti si oppongono, nascondendo i propri morti, e rivendicando proprio il diritto al lutto. La negazione di questo diritto è, in questo gioco di forze sociali contrapposte, la causa del diffondersi dell’epidemia, cioè il secondo elemento di cui sopra, il patologico. Un patologico mostruoso, al confine fra umano e animale, fra la vita e la morte.zombie

Il doppio regime cui sono sottoposti gli zombie (tutelati e protetti dai parenti che vedono in loro le persone vive che conoscevano, ricercati e trucidati dalla polizia che vi vede “soltanto” dei morti ribelli) parla della loro “natura” liminare, appunto. Che i morti viventi siano esseri situati sul crinale fra la vita e la morte è in fondo una tautologia. Quello che mi pare interessante è piuttosto il fatto che vengano collocati, da parte del regista, nella zona di indistinzione fra il piangibile e l’impiangibile. Anzi, non è la morte fisica il punto di passaggio, il punto di contesa decisivo fra soggetti ammessi al discorso politico, alla legittimazione sociale, allo status di reale, in definitiva allo status di umano. Uno dei punti nodali è l’accesso al lutto. Le classi subalterne dell’america razzista di Romero, rimosse dal discorso dominante, tornano dunque sottoforma di mostri che puntano dritto ad uno dei centri nevralgici della produzione di senso della società statunitense (il centro commerciale).

La differenziazione dell’accesso al lutto, naturalmente, può essere più sottile. Può potenziare rapporti di forza storici e contingenti, come mostra Butler:

Uno statunitense di origine palestinese che di recente ha presentato al ‘San Francisco Chronicle’ i necrologi per due famiglie palestinesisterminate dalle truppe israeliane, si è sentito rispondere che non possono essere accettati necrologi senza che ci sia una prova certa dell’avvenuta morte. La redazione del ‘Chronicle’ ha poi aggiunto, tuttavia, che poteva essere accettata la formula in memoriam, e che quindi i necrologi dovevano essere riscritti e ripresentati nella forma di memoriali. Anche questi memoriali sono stati rifiutati, con la motivazione che il giornale non intendeva offendere nessuno. Dobbiamo chiederci: a quali condizioni il pubblico cordoglio rappresenta un’’offesa’ per il pubblico stesso?  [...] Forse queste morti non sono considerate delle vere morti, e queste vite non sono ritenute degne di lutto, perchè si tratta di palestinesi o di vittime di guerra? Che relazione c’è tra la violenza che ha distrutto queste vite, indegne di lutto, e il divieto posto al loro pubblico cordoglio? La violenza e il divieto non sono due facce della stessa medaglia?”[9]


Cavie

Questo percorso tocca, per ora in modo distratto, il tema della piangibilità degli animali, e quello della distinzione fra umano e non umano. Mi torna alla mente un fatto di alcuni anni fa, che ha cortocircuitato – al di là delle intenzioni dei protagonisti – la sacralità del corpo umano, il diritto al lutto, e la vulnerabilità dei corpi animali sottoposti a sperimentazione scientifica.

A Newchurch, in Inghilterra, nell’ambito di una campagna di pressione animalista contro un allevamento di cavie per la vivisezione, avviene un fatto insolito. Nell’ottobre 2004 viene trafugato il corpo di una parente dei proprietari dell’allevamento[10]. Che cosa hanno fatto gli animalisti, al di là delle loro intenzioni? Credo abbiano sollevato una contraddizione sul valore dei corpi a seconda della specie di appartenenza: il corpo umano, specie se di un dirigente di industria o di un (parente di) proprienewchurchtario di allevamento, è inviolabile ben oltre quanto suggerito dalla sua sensibilità, dal suo essere senziente, dalla sua capacità di provare piacere o dolore; il corpo animale è violabile nonostante la sua sensibilità. Prendo per buona questa distinzione, in realtà un po’ fuorviante, fra umani e non, poichè dovremmo parlare di corpi sperimentabili e corpi sperimentanti, di chi può e chi non può fungere da cavia. Ad ogni modo, il corpo del manager o dell’allevatore è un centro di aggregazione di simboli, di potere, di tutela anche quando è inerte, anche in quanto semplice spettro di relazioni terminate con la morte; il corpo delle cavie che in quel momento erano segregate – vive – negli stabulari o nell’allevamento non erano degne di un dibattito sulla legittimità del loro utilizzo. Gli animalisti hanno opposto, alla violenza scientifica, un paradigma laico che suscita in me assonanze, affinità. Vedete? Un oggetto senza vita è più importante di migliaia di vite in gioco, solo perchè il primo è umano, e le altre sono animali (e che animali: perlopiù topi, ratti e porcellini d’india...). Di nuovo, una questione di lutto e di chi ne è degno.

Eppure, questa storia è laica, troppo laica: è possibile davvero confrontare fino in fondo il valore simbolico di questi corpi? L’azione animalista è efficace nella misura in cui rileva la contraddizione. Ma sembra suggerire anche uno scambio: vivi contro morti. Questo scambio, implicitamente indicato, sembra costruito sulla messa in discussione di un lutto privato, un lutto che non ha chiesto di essere pubblico (questo spiega forse perchè da una parte l’azione fu efficace, mentre dall’altra attirò le accuse di “terrorismo” sull’animalismo radicale e la conseguente repressione). Dopotutto, nessuno ha voluto, fino a quel momento fare della salma di una parente di un allevatore una bandiera della pratica vivisettoria. Contrariamente a quanto è stato fatto con Erich Priebke.

 

Di ritorno ad Albano Laziale

Ecco, torna continuamente questo “caso Priebke”, su cui voglio prendere posizione per dire che, in fondo, se si sceglie di esibire un dolore privato come lutto pubblico, esso diventa un fatto politico, e con ciò diventa legittimo terreno di scontro. E allora se ne devono accettare le conseguenze, senza strumentalizzare il diritto al lutto. Fra queste conseguenze, credo che insulti e sputi siano il minimo per l’ideologia nazi-fascista.

C’è di peggio, però. Il tentativo di stigmatizzare gli sputi è il tentativo di spingerli fuori dell’agibilità politica. Facendosi schermo della pietas, i fascisti possono quindi non solo ripetere la propria litania qualunquista per cui gli opposti estremismi godono di un medesimo status o degli stessi diritti (fascismo e antifascismo come facce della stessa medaglia...). Essi possono affermare, agitando uno spettro nella pubblica piazza, che se non c’è spazio per l’apologia dell’orrore nazista, non ci deve essere neppure per l’antifascismo.



[1]  Cfr. Judith Butler, Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo, Meltemi, Roma 2004, tr. it. a cura di O. Guaraldo; e J. Butler, La rivendicazione di Antigone. La parentela tra la vita e la morte, Bollati Boringhieri, Torino 2003, tr. it. I. Negri.

[2] Cfr. James Stanescu, Species Trouble: Judith Butler, Mourning, and the Precarious Lives of Animals, in “Hypatia”, vol. 27-2, agosto 2012, pp. 567-582. Traduzione italiana in corso di pubblicazione per la rivista “Liberazioni” (www.liberazioni.org).

[3] Che, come dice un mio amico, non è un tragedia, ma un crimine di guerra (http://asinusnovus.net/2013/10/06/il-naufragio-di-lampedusa-una-tragedia-no-un-crimine-di-guerra/).

[4] Alessandra Colla, Pietas l’è morta, 16 ottobre 2013.

[7] “Finchè i legami omosessuali non vengono riconosciuto all’interno dell’eterosessualità normativa, essi non si costituiscono soltanto come desideri che affiorano e in seguito diventano proibiti. Si tratta, al contrario, di desideri banditi fin dall’inizio. E quando emergono lontani dalla censura, possono portare con sè il marchio dell’impossibilità, rappresentando il come se, l’impossibile nel campo del possibile. Come tali questi legami non possono essere pianti apertamente. Si tratta, allora, non tanto del rifiuto di piangere (una formulazione che afferma la presenza di una scelta), ma di una negazione del lutto resa possibile dalla mancanza di convenzioni culturali per dichiarare la perdita dell’amore omosessuale” (J. Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”, trad. it. S. Capelli, Feltrinelli, Milano 1993, p. 178).

[8] George A. Romero, Dawn of the dead, 1978.

[9] J. Butler, Vite precarie, pp. 56-57.

[10] Si veda per es.: http://www.zenit.org/it/articles/gli-animalisti-ottengono-successi-nella-loro-battaglia-intimidatoria. Un atto analogo, che qui non viene discusso, è quello della profanazione della tomba di famiglia dei Vasella in Svizzera nell’ambito della campagna mondiale antivivisezionista SHAC. In entrambi i casi, l’intento è sostanzialmente “intimidatorio”, mirato cioè ad aumentare la pressione sulle attività economiche correlate agli obiettive delle campagne.

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QUEER VEGGIE PRIDE 2013

di Barbara X

 

Sabato 6 luglio, nel cortile della camera del lavoro di via Crociferi, a Catania, avrà luogo la seconda edizione del Queer Veggie Pride, la gaia festa dell'ibridità.

Nelle settimane che precedono l'evento, tante sono le iniziative che si susseguono nella meravigliosa città siciliana, iniziative volte a costruire mattone dopo mattone l'edificio del rispetto e della coscienza.

Non dovrebbero esistere "corpi estranei" nella nostra società: ma esistono purtroppo corpi sfruttati, corpi e vite considerati inferiori, a causa della schiavitù (spesso inconsapevole) a un aberrante condizionamento culturale imposto da questo sistema capitalista e specista.

Il fascismo di oggi si chiama mercato, consumo, disprezzo per i libri, e i comunicati radiofonici del Ventennio sono oggi sostituiti dalla delittuosa stupidità della televisione, dai messaggi pubblicitari che mettono in ginocchio menti e coscienze, azzerando le differenze, le individualità.

In un simile contesto, tutto diventa merce, anche la vita: la vita degli esseri umani e quella degli animali non umani.

Sicché, iniziative come il Queer Veggie Pride sono un po' come una crepa nell'indifferente muro d'odio innalzato da questo sistema. Sempre più realtà decidono dunque di condurre le proprie battaglie per i diritti includendovi quella per i diritti degli ultimi fra gli ultimi, cioè gli animali, il cui massacro al servizio di un capriccio alimentare terribile e senza senso ha numeri impressionanti, e va drammaticamente a pesare anche sulle vite di quegli esseri umani che non hanno avuto in sorte di nascere nel "civile" occidente, oltreché sull'ambiente.

"Killing is our business and business is good": questa era la scritta che appariva all'ingresso di una base USA ai tempi della guerra del Vietnam. E quanto a raccapriccio non ha nulla da invidiare alla tristemente famosa "Arbeit macht frei" del campo di Auschwitz. E' evidente che nella società umana vi sono logiche di dominio, perversione e morte completamente estranee a tutti quei cuori coraggiosi che tutti i giorni si battono per davvero per i diritti di tutti e tutte.

Le compagne e i compagni di IbrideVoci Catania, con il Queer Veggie Pride intendono altresì lanciare un poderoso messaggio sul fronte dei diritti delle persone queer, lesbiche, gay, transgender: abbattere le barriere di genere ed eteronormatività imposte dal sistema è di per sé una grande forma d'amore. Amore per la libertà.

A Catania, nella giornata del 6 luglio, si susseguiranno numerose iniziative, dallo spazio dedicato allo yoga al laboratorio teatrale, dalla musica a un dibattito con Annamaria Rivera e con me, Barbara X. Saremo chiamate a confrontarci sull'antispecismo, ciascuna portando la propria esperienza, le proprie idee, ma sempre tenendo d'occhio la connessione fra le battaglie per i diritti.

Anche quest'anno i miei libri voleranno con me a Catania, e come nella scorsa edizione avrò modo di parlarne con le amiche e gli amici che vorranno conoscerli: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.151421521641603.30376.100003212696249&type=3

Per concludere, faccio mie le parole tratte dal documento politico di IbrideVoci e Città Futura, parole che sottoscrivo dalla prima all'ultima:

" Viviamo in una società attraversata da una paura strisciante di ogni altro essere vivente, di ogni forma di alterità e differenza, ed in cui le perverse strategie del dominio capitalista si intrecciano drammaticamente con razzismo e xenofobia, sessismo, omo/transfobia, specismo e violenza diffusa. Alla violenza della parola e delle pratiche dominanti vogliamo opporre l’alterità delle nostre soggettività desideranti e l’irriducibilità dei nostri corpi, contro le logiche perverse di un capitalismo che trasforma ogni corpo in merce, come accade a centinaia di donne e uomini migranti, deportati e privati di ogni dignità umana, e come accade con i corpi degli animali non umani, sfruttati, deanimalizzati e reificati, trasformati dal mercato globale in prodotto di consumo senza identità."

 

Ecco il programma del Queer Veggie Pride 2013:

QUEER VEGGIE PRIDE
la gaia festa dell'ibridità
SABATO 6 LUGLIO 2013
CATANIA, CORTILE CGIL, VIA CROCIFERI
-DALLE ORE 20
APERTURA DEI NATURAL, VINTAGE & DESIGN SHOP
E DELL'OSTERIA VEGAN
-ORE 20
"YANTRA"
YOGA CON INA ASERO
CONCERTO DI TABLA DI RICCARDO GERBINO
-ORE 20,45
"CHE GENERE DI ANTISPECISMO?"
INCONTRO CON BARBARA X E ANNAMARIA RIVERA
-ORE 21,30
"È QUESTO CHE TROVO MERAVIGLIOSO"
DA SAMUEL BECKETT
LABORATORIO TEATRO DEL MOLO 2
DIRETTO DA GIOACCHINO PALUMBO
-ORE 22
ZUMBA CON FEDERICA SCUDERI
-ORE 22,30
MUSICA LIVE
PIPPO BARRILE (KUNSERTU)
VALERIO CAIRONE
& GIORGIO MALTESE
PAOLO MIANO
'80 QUEER DANCEHALL

 

Qui la pagina dell'evento facebook: https://www.facebook.com/events/467246966692247/

Questo il sito ufficiale (in fase di aggiornamento in questi giorni) della manifestazione: http://queerveggiepride.blogspot.it/

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Mercoledì, 05 Dicembre 2012 15:09

Comunicato su aggressione fascista a Milano

Fonte: http://daxvive.info/comunicato-sullaggressione-al-nostro-compagno-antifascista-avvenuto-il-2-dicembre-2012-presso-il-metro-della-stazione-centrale-di-milano/

Comunicato sull’aggressione al nostro compagno antifascista del 2 dicembre 2012 presso la metro della Stazione Centrale di Milano

Sono quasi passati dieci anni dalla tragica notte del 16 marzo 2003 e oggi ci ritroviamo in una situazione umana e giudiziaria simile a quella passata.
Fortunatamente l’aggressione ha avuto un esito meno grave, anche se potenzialmente poteva essere mortale.
Per noi la dinamica dei fatti è molto chiara oggi, come chiara lo era il giorno dopo l’uccisione di Davide Cesare nel 2003.
Allora, con tenacia ferrea, riuscimmo a smascherare le menzogne di Stato subito incentrate sulla de-politicizzazione dell’accaduto sminuito in concerto anche dai media in una “rissa tra punk” e riuscimmo ad abbattere la grave falsità di “sequestro di salma da parte degli amici e amiche del deceduto Davide Cesare Dax”, che giustificava le cariche nei riguardi dei compagni e compagne presenti presso l’ospedale San Paolo di Milano.

Perchè questo parallelismo?
Perchè la ferita aperta dieci anni fa nell’antifascismo militante ancora sanguina e la nostra determinazione insieme alla ricerca delle responsabilità di coloro che inneggiano a violenza, razzismo, omofobia e squadrismo sono diventate perentorie.
La cultura dei coltelli porta morte e i luoghi che la diffondono sono sempre più numerosi e chiari. Nonostante gli appoggi della destra istituzionale milanese e lombarda, non riusciranno a spogliarsi delle responsabilità politiche che hanno avuto in questa vicenda. Le sedi squadriste dei fascisti devono essere chiuse, senza se e senza ma, senza la minima tolleranza.

Oggi non piangiamo un compagno come dieci anni fa solo per il “caso”.
Il nostro compagno è fisicamente imponente; la sua “pellaccia” ha resistito e solo la fortuna non ha portato al peggio.
Vogliamo chiarire qualche punto rispetto all’accaduto di domenica nella metro della Stazione Centrale alle ore 16:15 circa, tra i due boneheads e il militante antifascista. Senza scendere nei dettagli, lavoro che lasciamo agli inquirenti (verso cui la fiducia è limitata), riteniamo altresì fondamentale dire due parole agli amici, amiche, compagni, compagne e a tutti coloro che in questi anni abbiamo conosciuto e con cui abbiamo coltivato forti legami.
I nazifascisti erano due, hanno ingaggiato un corpo a corpo sulla banchina della metro verde, accoltellando con 3 colpi d’arma bianca il nostro compagno, fendenti che hanno causato lacerazioni di fasce muscolari addominali e sfiorato per pochi millimetri l’arteria aorta.
I due hanno inseguito il ferito fino alla banchina della metro gialla, sempre nella Stazione Centrale, rimostrando le armi e cercando di infliggere altri colpi, il tutto verosimilmente sotto le telecamere di videosorveglianza. Per fortuna, il nostro compagno ha trovato riparo in un bar.
Lasciamo a voi altre interpretazioni legate alle documentazioni reali di medici e prove video che andranno a incidere sulla lealtà e l’azione di questi due individui.
Il punto che sottolineiamo è che non ci interessa catalogare questi personaggi in una o in un’altra squadraccia milanese: restano membri della stessa servitù fascista.

SENZA MEMEMORIA NON C’E’ FUTURO, CONTRO IL FASCISMO TOLLERANZA ZERO

I compagni e le compagne di DaxMilano, 5 dicembre 2012

daxresiste

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Martedì, 27 Novembre 2012 14:55

Antispecismo è antifascismo - di Barbara X

Antispecismo è antifascismo

di Barbara X

 

Nelle ultime settimane, nella piccola grande galassia animalista e antispecista, sembra essere molto in voga una determinata disciplina: ovverosia la stesura di articoli, resoconti, cronache, commenti e via dicendo sulla giornata dello scorso 20 ottobre, su quelli che -giornalisticamente parlando- qualcuno definisce come "i fatti di Correzzana".

Dato che sono stata la sostenitrice di una delle parti in causa, e considerati i suggerimenti di alcuni amici e amiche, decido di cimentarmi anch'io nel redigere alcune valutazioni personali riguardo alla giornata del 20 ottobre.

Quel sabato, finalmente, si è deciso di dare un segnale forte e di carattere politico a tutti i partecipanti: si è cercato di far capir loro, tramite una presenza abbastanza compatta di antifasciste e antifascisti, che tutti i soggetti interessati alla battaglia antispecista che abbracciano pseudoideologie di destra (più o meno estrema) non sono e non saranno mai i benvenuti a manifestazioni per la liberazione animale.

Per qualche ora, forse per un giorno, è sembrato che l'azione antifascista avesse sortito i suoi effetti. Purtroppo però bisognava ancora fare i conti con le parole e i comunicati di chi quella manifestazione l'ha vissuta e sostenuta da vicino.

Perché è stato in questa successiva fase che si è rivelata una certa impreparazione storica e sociale da parte di molti commentatori più o meno improvvisati che, come me, abbracciano la filosofia antispecista.

Si sono sentite frasi più o meno deliranti di questo tenore: "Che ne sai se un giorno un fascista può comprendere che la sua ideologia è sbagliata?" "Non puoi allontanare i fascisti usando i loro mezzi: altrimenti sei fascista pure tu" "Prendiamo le distanze dagli idioti che hanno preso parte a cori offensivi" ecc.

Queste, e tante altre amenità di questo genere, mi hanno spinto a buttar giù queste righe con le quali intendo evidenziare una determinata quanto evidente scollatura dell'enclave antispecista nei confronti del movimento antagonista.

Molti degli equivoci in ambito animalista/antispecista hanno origine dalla convinzione (evidentemente errata) secondo cui essere antispecisti ti permetterebbe di essere "antitutto": questo non è vero.

Ci sono tanti antispecisti che non sono antifascisti; ci sono antispecisti appartenenti all'area delle destre (più o meno estreme); antispecisti omo/transfobici; antispecisti sessisti; antispecisti razzisti e via dicendo. Ci sono cioè individui vegani e che non considerano inferiore a se stessi nessun altro essere vivente altro-da-umano, che hanno tuttavia serie difficoltà a relazionarsi con un migrante o con un'altra persona a vario titolo discriminata per la sua diversità.

L'antispecismo non va posto al di sopra di tutto: è una parte del tutto, una parte che, col trascorrere del tempo, acquista certamente di importanza e si arricchisce di significato. Tuttavia anche gli antispecisti volgono la propria attenzione verso una determinata prospettiva sociale: e a seconda delle scelte che compiono (a partire dalla banalità del quotidiano), assumono una determinata posizione politica, a prescindere dal fatto che conferiscano pari dignità e diritti agli altro-da-umani.

In linea teorica è una bestemmia; ma da un punto di vista pratico certi atteggiamenti sono realtà di tutti i giorni.

Del resto (e non lo scopro certo io) vi è -ahimè- una grande quantità di antifascisti, anarchici, comunisti, antirazzisti che se ne impipano della questione animale e che mangiano carne: costoro sono dunque specisti, pur battendosi per i diritti degli esseri umani.

L'antispecismo non può essere di destra? Certo, se si hanno le fette di melanzane davanti agli occhi non si può che "vederla" così. Ma all'atto pratico (ciò che evidentemente interessa maggiormente) vi è un elevato numero di antispecisti che per formazione, atteggiamenti e addirittura simpatie volgono il proprio sguardo, più o meno consapevolmente (occorre sottolinearlo), verso la destra in tutte le sue sfumature.

Chi tende al cosiddetto superamento della contrapposizione destra/sinistra è suo malgrado fautore dell'instaurazione di una grande destra informale, che oggigiorno è presente in ogni ambito e trae linfa dall'apoliticismo, da sempre l'arma al servizio delle destre.

Ecco perché è fondamentale puntare all'unificazione (ed equiparazione) delle battaglie per i diritti, creando connessioni, intersezioni, ponti: sotto quest'ottica, l'antispecismo non può che essere antifascista, e le battaglie per i diritti degli umani oppressi devono cominciare necessariamente a contemplare anche la liberazione animale.

Rimane il fatto che il concetto di nonviolenza di molti antispecisti è sovente un impulso privo di finalità concrete, derivante da un certo tipo di formazione, sociale e politica. Senza considerare che la confusione, troppo spesso, regna sovrana: molte delle critiche giunte agli antifascisti e alle antifasciste nel dopo Correzzana, provengono da attivisti antispecisti che su internet augurano regolarmente le peggiori torture ai maltrattatori di animali. Come mai, allora, tutta questa indulgenza verso i fascisti?

Da sempre (ce lo insegna la storia) il nemico nazifascista è stato combattuto con l'intransigenza (e con le armi, se consideriamo la Resistenza Partigiana): dovrei forse dolermene?

Vicinissimo a dove sono nata io, un gruppo di partigiani ha fatto saltare in aria una jeep con a bordo tre figuri dell'allora comando locale della Gestapo: dovrei essere dispiaciuta per questo che, per fortuna, non è stato l'unico atto di una guerra che ha portato alla Liberazione?

Chiaramente, no. Questa non è cieca violenza: è una prova di forza con la quale la società civile ha voluto salvaguardarsi dal pericolo nazifascista. E' ora di finirla col mettere sempre tutto sullo stesso piano. Se su un tavolo abbiamo un piatto di fusilli al pomodoro e arriva qualcuno che pretende di affiancargli un piatto pieno di merda, gli si dice di no: gli si dice di no perché fa schifo, perché è sbagliato. Ecco cosa manca alla società di oggi: la capacità di discernimento, la volontà di separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

corteo dopo l'assassinio di Samb Modou e Diop Mor
corteo dopo l'assassinio di Samb Modou e Diop Mor

Tornando al 20 ottobre (e cambiando discorso), bisognava parlare chiaro sin dall'inizio: bisognava dire agli antifascisti, appena arrivati, di non adottare nessuna misura per cacciare i fascisti presenti; non bisognava lasciare che gli antifascisti si facessero tutto il corteo in coda, a fare da muro; e non bisognava nemmeno consentire agli stessi di giungere al termine del corteo. Mi sembra davvero troppo comodo servirsi di antifascisti e antifasciste per allontanare certa gentaglia, per poi infangarli e compiacere così a quella stessa gentaglia. Chi ha fatto questo lavoro sporco, sono compagne e compagni che conoscono bene le dinamiche di piazza e che hanno utilizzato determinati striscioni, bandiere, cori in una situazione di tensione, per mantenere il sopravvento su chi non era bene accetto. Oltre al "muro", non ci sono altri mezzi non violenti per tenere distanti i nazifascisti.

Certe tiratine d'orecchi agli antifa da parte di alcuni antispecisti suonano dunque assai strane: erano questioni che si potevano chiarire in privato, senza sbandierarle a sorpresa nei comunicati ufficiali. Ed è pure deprimente leggere che i fascisti andavano cacciati da quel corteo in virtù del fango tirato addosso a chi si è battuto seriamente per la liberazione animale, e non per la loro ideologia di tenebre e morte.

Certe cose sarebbero da dire a quegli "idioti" di partigiane e partigiani che sono ancora vivi e che hanno sparato e fatto attentati per distruggere il mostro nazifascista anche per coloro che, con violenza e disprezzo, hanno insultato e infangato i compagni e le compagne presenti a Correzzana. Alle volte, stare dietro così insulsamente alla propaganda delle destre degli ultimi due tre decenni gioca brutti scherzi.

Ho letto valutazioni e commenti su internet di una violenza e di un odio spaventosi: e tralascio le idiozie scritte dai fascisti e dagli apolitici (quelle fanno ridere, tanto sono penose). Mi è capitato di leggere pensieri patetici che non hanno alcuna aderenza con la realtà, sia della Resistenza che dei nostri giorni.

Fuori da certo antispecismo, quando c'è il sentore che qualche scelta adottata in un'azione possa essere oggetto di strumentalizzazioni da parte di qualcuno di destra, ci si guarda bene dal sottolinearla, rimarcarla, ecc. Oggi invece, da buona parte della galassia animalista/antispecista, si fanno grandi riverenze alle sensibilità (?) delle varie destre e dei benpensanti, con la scusa ipocrita di una nonviolenza che è solo fair-play deteriore, che nulla c'entra con la filosofia antispecista (ricordiamoci sempre che l'antispecismo è un campo dell'umano), con la storia e con questo sistema che reprime, - e che non trova alcun riscontro nella natura di nessun essere vivente. Un conto è essere antispecisti, un altro è essere fuori dalla realtà.

Riguardo ai fatti del 20 ottobre, ancora non ho capito di quale violenza si vada cianciando. La sana intransigenza mostrata da antifascisti e antifasciste quel giorno è una cosa, la violenza fisica un'altra. E' brutto e sospetto il gettare pubblicamente fango addosso a delle persone che si tengono ben stretti i loro ideali. L'unica violenza, sotto gli occhi di tutti e tutte, si è verificata nei giorni successivi, sui social network, sul web: un'infamata dietro l'altra, un prendere le distanze dall'antifascismo militante che mi spiega come mai molti antispecisti prendano pure le distanze -nei fatti, anche se non nelle parole- dalle tematiche antirazziste, anti omo/transfobiche, antisessiste. Più in generale, certe prese di posizione improntate al buonismo e a una non meglio precisata nonviolenza, costituiscono un grave passo indietro: una vera e propria chiusura verso le tematiche antifasciste, una posizione ipocrita da parte di chi afferma di battersi contro la violenza e poi sostiene tesi quantomeno imbarazzanti sotto tanti profili, corredandole di insulti verso gli antifascisti: "Idioti" "Coglioni" "Poveretti"...

Questo è inaccettabile, e facilita nel comprendere quanto e come certe persone siano calate nei tristi e squallidi tempi che stiamo subendo (non già vivendo), tempi che vedono quasi un'intera società assumere atteggiamenti, pensieri ed espressioni tipicamente riconducibili alla destra.

La violenza è anche e soprattutto questa: condannare chi non vuole rinunciare a quella sana combattività che, fino a pochi anni fa, contraddistingueva tutti i movimenti.

Dunque risulta perfettamente inutile lamentarsi delle cosiddette infiltrazioni delle destre nei cortei antispecisti: le destre non si fanno vive a queste manifestazioni perché gli ideali animalisti costituiscono un poderoso richiamo per chiunque; si fanno vive perché sanno che dall'altra parte c'è una porta socchiusa, c'è una barriera molle...

Sono tantissimi e tantissime coloro che, a prescindere dalla Resistenza Partigiana, non hanno la benché minima cognizione di cosa sia la resistenza antifascista di oggi (legata peraltro a doppio filo con quella). Nessuna conoscenza delle dinamiche della lotta, né della "dialettica di piazza": i comunicati che ho letto negli ultimi giorni, infarciti di passaggi che sembrano tratti da un testo di Pansa, lo dimostrano ampiamente.

E ancora: quali e quante applicazioni pratiche possono trovare nella realtà di una società violenta, feroce come la nostra, le idee antispeciste relative a una rigorosa nonviolenza? In una situazione estrema, è nella natura di qualsiasi essere vivente ricorrere all'autodifesa. Negli ultimi giorni ho letto di argomentazioni completamente antinaturali e contro ogni logica. Che razza di storiella è quella dell'accusa del combattere il nemico, mettendosi così sul suo stesso piano? E allora, partigiane e partigiani erano nazisti perché sparavano alle SS? E' evidente che c'è qualcosa che non va, se si arriva a queste conclusioni, qualcosa che non va dal punto di vista della memoria storica, della cultura, della capacità di giudizio e discernimento.

In definitiva, sono state criticate e ingigantite in modo assai sospetto (e pericoloso) certe scelte adottate da antifasciste e antifascisti il 20. Bene. La prossima volta, mi sa tanto che verrà lasciato ampio spazio ai moderati e alla barriera molle; saranno loro ad andare dai nazisti e dai fascisti che si ripresenteranno alla manifestazione di turno: voglio proprio vedere quali mezzi adotteranno per allontanarli (ammesso che gliene interessi per davvero): un viso imbronciato e una fronte corrugata non sono sufficienti, lo dico prima...

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Pubblichiamo il seguente articolo, tratto da Femminismo a Sud.

L'articolo prosegue il dibattito aperto dalla testimonianza sul corteo contro la caccia di Brescia del 15 settembre 2012.


Antispecisti di destra? eh no, compagn*!


Ho appena letto la testimonianza pubblicata su Infoaut dal titolo Provocazioni fasciste al corteo anticaccia a Brescia, che a prescindere dal resoconto dei fatti – sul quale non ho chiaramente nulla da eccepire – mi lascia molto contrariata in quanto a conclusioni.
Ultimamente sento molto spesso parlare di ‘antispecismo e destra’ – mi torna ad esempio subito in mente l’articolo uscito su Left qualche tempo fa dal titolo animalismo nero – e questo è stato peraltro uno dei temi trattati, con estrema serietà, all’ultimo Incontro di Liberazione Animale, tenutosi alla fine di agosto vicino a Torino (il titolo di uno dei workshop era proprio ‘Antispecisti di destra?’, da un ottimo contributo pubblicato dalla Veganzetta e consultabile qui).

Ecco perciò mi sento di dire con una certa tranquillità che spesso, trovandomi in ambiente antispecista, non ci sono stati dubbi riguardo al fatto che non vi sia posto per ‘destrorsi’ nel nascente movimento, siano essi nostalgici fascistoni conclamati o più insidiosi ‘intellettuali’ di quelli che vorrebbero ‘cancellare le obsolete definizioni di destra e sinistra, comunismo e fascismo’ (e guarda caso sono quasi sempre di destra quelli che vogliono ‘dimenticare il passato’ – come ad es. la filosofa Alessandra Colla che, ho da poco con mio stupore scoperto, è tra i redattori della rivista Asinus Novus – cosa questa che mi piacerebbe approfondire, ma questo non è –ancora – né il luogo né il tempo – ma è chiaramente una domanda aperta la mia, in attesa di un sereno confronto in merito).

Altro conto, come è stato testimoniato da tanti dei presenti all’incontro di agosto, sono quei cortei un po’ generalisti nei quali non si può parlare di un’organizzazione da parte di un cosidetto ‘movimento antispecista’ (ma quale? Pare davvero ancora troppo prematuro parlare di movimento) che raccoglie tutta una serie di individualità tra le quali ne spiccano molte inclini più che altro alla zoofilia, a tratti vagamente squilibrate e del tutto avulse da qualsivoglia contesto politico.
Queste persone, che sicuramente possono rappresentare  - anche solo, a voler essere ottimisti – per la propria ingenuità delle dinamiche di piazza un pericolo per sé stessi e per gli altri non sono antispecisti, checché magari a volte si proclamino tali. Questo perché l’antispecismo ha una valenza politica che queste persone non prendono assolutamente in considerazione, facendo un minestrone di sentimentalismi, istanze personali, confusione e superficialità non da poco (sono proprio quelle persone che hanno permesso al corteo summenzionato che una persona venisse aggredita, così come quelle che al corteo contro ‘Green Hell’ stringevano la mano ai poliziotti per dare loro solidarietà come lavoratori  - subendo poi peraltro sgomenti una carica!)

Per tornare alla testimonianza di cui sopra, ciò che forse la compagna non ha preso nella dovuta considerazione (così come a suo tempo i redattori di Left) è non ‘ciò che si vede’, e cioè il fascista che viene a provocare il corteo o la zoofila che dice di lasciar correre e non si rende conto della gravità della cosa…. Ma ciò che ‘non si vede’ perché non c’è: e cioè interesse da parte dei compagni di sinistra per la lotta antispecista.

E qui apriamo un vaso di Pandora, ma ritengo sia ora di farlo, perché a volte pare (e sottolineo pare) quasi che articoli come quello al quale mi trovo a rispondere siano volti a legittimare quello stesso disinteresse, adducendolo al fatto che l’antispecismo sarebbe una pratica politica di destra…. Eh no, compagn*!

Come femminista e antispecista, convinta dell’intersezionalità delle diverse lotte, mi sono scontrata più e più volte con il dileggio, il disinteresse o l’aperto fastidio nei confronti della lotta antispecista da parte di persone con una pratica politica attiva e di sinistra alle spalle: femminist*, antirazzist*, antifascist* (sensibilissim* alle diverse istanze!) che di fronte alla lotta antispecista dimostravano indifferenza totale, quando non dileggio o aperto disprezzo (vogliamo parlare delle intoccabili grigliatone di sinistra??), la definivano insomma senza tanti giri di parole – e anzi con assordanti silenzi – come una lotta futile e tutto sommato inesistente.

E sebbene intimamente io senta di voler mostrare solidarietà alla compagna attaccata e a quelli intervenuti in suo aiuto, vorrei portare alla loro attenzione il fatto che, probabilmente, quello che hanno vissuto lo hanno vissuto proprio perché molti di quelli con cui condividono tante importanti battaglie non erano lì con loro quel giorno.

Ed esorto perciò noi tutti, che abbiamo a cuore la lotta antifascista, a renderci conto che quando i fascisti si fanno spavaldi è perché sentono una debolezza, un vuoto, uno spazio in cui possono cercare di infiltrarsi: perciò se ciò dovesse accadere nell’ambito della lotta di liberazione animale, il primo esame di coscienza dovrebbe venire proprio dal movimento antagonista e da quei tantissimi militanti e attivisti che ad oggi, nei confronti del nascente movimento antispecista, non hanno dimostrato che perplessità e indifferenza.

(link originale)
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Provocazioni Fasciste al corte Anticaccia del 15 settembre a Brescia

Riportiamo qui la testimonianza di una compagna presente al corteo contro la caccia svoltosi il 15 settembre a Brescia sui fatti avvenuti al concentramento della manifestazione

"Ieri ho avuto l'ennesima conferma (una conferma diretta, data la mia presenza al corteo anticaccia di Brescia) di quanto e come il movimento animalista/antispecista (almeno qui al nord) sia scivolato in una deriva politica e di coscienza davvero pericolosissima. Un manipolo di fascisti (uno di loro con una svastica tatuata sul bicipite) si è presentato indisturbato al concentramento della manifestazione. Una infame provocazione. Cinque o sei fra compagne e compagni sono andati a dire a quei soggetti che era vietata loro la partecipazione al corteo (a un corteo che fra l'altro si svolgeva in una città gravemente ferita nel 1974 dalla bomba fascista di piazza Loggia, un ordigno che ha seminato morte nel cuore della città). Per tutta risposta i fascisti hanno gravemente insultato e minacciato i/le compagne/i, aggredendone una, ne è nata una colluttazione. Successivamente è intervenuta la polizia, che ha prima identificato e poi allontanato i provocatori fascisti.
Detto questo, non può mancare un commento dedicato agli altri partecipanti del corteo e agli organizzatori dello stesso. Questi ultimi, avvertiti con largo anticipo della presenza fascista, hanno allargato le braccia e hanno fatto partire il corteo, allegramente indifferente: "Ma cosa volete? Non fanno mica niente di male. Lasciateli perdere e fateli partecipare: siamo tutti qui per la stessa causa..." Agghiacciante. Mi sono sentita gelare il sangue. In altri tempi chi organizzava le manifestazioni, avrebbe urlato al megafono ai partecipanti: "Aspettate, c'è un gruppo di fascisti venuto a provocare: andiamo tutti a sostenere i compagni che li stanno cacciando e poi partiamo!" Invece, niente di tutto questo. Il corteo è partito spensierato, allegro: del resto stava accadendo qualcosa che non lo poteva minimamente interessare. Vergogna anche a tutti quegli idioti che sono venuti a dirci di lasciarli stare, di farli partecipare, prendendosela con noi: vergogna, vergogna, vergogna!
Sapevo che il movimento animalista/antispecista era quasi totalmente andato in merda per queste infiltrazioni fasciste e di destra, ma vedere l'atteggiamento indifferente di centinaia di persone (di destra, alla fine: altrimenti sarebbero venute a darci man forte...) è stato per me sconcertante.
Ieri a Brescia una manciata di compagni e compagne hanno dato un segnale in controtendenza rispetto all'andazzo degli ultimi tempi: i fascisti devono stare fuori dal movimento. Non bisogna concedere loro nemmeno un centimetro di spazio. Chi non è libero non può liberare. Chi odia le persone più deboli e discriminate, non può fare nulla per gli animali non umani. Bisogna mirare a ripulire da questa feccia il movimento animalista/antispecista. Chi rimane indifferente, è complice dei fascisti. Ora e sempre Resistenza! Liberazione animale, liberazione umana: go vegan!"

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Lunedì, 23 Luglio 2012 09:01

Complottismi o fascismi? - da Lorcon

da: http://photostream.noblogs.org/

Il seguente articolo è comparso originariamente su Umanità Nova numero 26 anno 92 (22 luglio 2012)


Complottismi o fascismi?
Le teorie del complotto sono una costante degli ultimi secoli ma negli ultimi anni, complice la diffusione di internet, c’è stato un vero e proprio fiorire di complottismi sui più svariati argomenti.
Si va dall’11 settembre, ad HAARP, al signoraggio, ai rettiliani, agli Iluminati fino alle deliranti speculazioni che negli ultimi mesi pretendono di collegare, in base a sconclusionate teorie numerologiche, il naufragio della nave da crociera Concordia agli accordi internazionali siglati dal governo Monti.
Queste teorie, al di là del loro contenuto specifico, hanno alcune caratteristiche comuni:
  1. la tendenza a ricercare una simbologia che riveli in maniera manifesta le trame del potere ( ad esempio tutte le speculazioni sulla piramide massonica presente sui biglietti da un dollaro)
  2. la tendenza ad operare una divisione manichea del mondo: da un lato chi ha scoperto la chiave d’accesso ad un universo misterico, il vero reale, e dall’altro la massa ignorante ed i grandi manovratori occulti
  3. la riduzione della complessità del mondo ad un unico disegno che, per definizione,è in grado di spiegare qualsiasi fenomeno
  4. l’assoluta non-falsificabilità delle ipotesi di partenza: qualsiasi critica all’ipotesi cospirativa è la prova del successo della cospirazione stessa
  5. e soprattuto la presenza di una visione misticheggiante, in cui ci si propone come portatori della Verità si rinnega la materialità dei conflitti politici, si interpreta la lotta politica come il precipitato di un conflitto manicheo fra due gruppi accomunati da destini mistico-spirituali contrapposti
E queste peculiari narrazioni sono molto simili a quelle che storicamente sono state diffuse dai vari movimenti fascisti.
Non c’è da stupirsi di questo: i movimenti fascisti hanno come comune radice ideologica, dove per ideologia si intende la costruzione di strumenti interpretativi e categorie di pensiero coerenti tra di loro, una visione del mondo che affonda nella ricerca di una purezza originaria perduta, tramite la costruzione artificiosa di un passato mitizzato, insidiata dalle forze del male che in grado di ideare grandi piani occulti per imporre la propria supremazia. È una storia che ritorna nei Protocolli dei Savi di Sion, opera in realtà scritta dalla polizia zarista, nelle teorie esoteriche del nazismo , nelle filosofie di stampo evoliano e, nel mondo moderno, anche degli estremismi religiosi (basti pensare al millenarismo della figura del Mahdi nell’islam sciita).
Non è un caso che uno tra i principali soggetti politici di quest’area, il network “Lo Sai?”, si vanti di collaborazioni oramai organiche sia con Forza Nuova, sia con l’area terzoposizionista che tenta di fare proseliti a sinistra (Stato & Potenza e altre associazioni di questo tipo) e che non solo respinge qualsiasi divisione tra destra e sinistra ma disconosce apertamente il conflitto di classe.
Secondo questi personaggi al mondo esiste il un Grande Complotto (che va dalle scie chimiche all’affondamento della Costa Concordia fino al Signoraggio) che è portato avanti da sette massoniche che sono in grado di controllare tutti gli apparati di potere per allo scopo di instaurare il Nuovo Ordine Mondiale (NWO). Questo gruppo occulto di potere ha avrebbe caratteristiche di estrema segretezza e dovrebbe essere d è il promotore di tutti gli avvenimenti che avvengono al mondo. Ovviamente siccome per imporre il proprio ordine avrebbero prima bisogno di generare il caos (in base a non si sa quale teoria) qualsiasi rivolta avvenga al mondo è in realtà diretta dalla massoneria piuttosto che dagli illuminati. Così arriviamo al delirio puro: le rivolta di piazza del 15 ottobre sarebbero sono state volute da una élite, e le rivolte greche sarebbero sono in realtà favorevoli alla BCE. Messaggio di fondo? Rivoltarsi è inutile. Ma vi è di più: da questi gruppi dopo il 15 ottobre sono partite delle vere e proprie campagne di delazione, che con la scusa della caccia all’infiltrato hanno fatto girare centinaia di foto per dare un’identità ai rivoltosi.
D’altra parte è la logica prosecuzione di un pensiero che basa il suo immaginario, anzi potremmo parlare di una vera e propria mitologia, sulla presenza di un livello inaccessibile alla comprensione dei più, con delle caratteristiche di vero e proprio culto iniziatico; questo ovviamente sposta il piano del confronto ad un livello a cui non si può minimamente accedere e l’azione politica e sociale viene quindi del tutto depotenziata, e resa sterile a vantaggio di una visione delirante e giustificatrice del mondo.
Su questo piano , e forse più che nelle collaborazioni pratiche alle iniziative, si realizza appieno la complementarietà tra questi gruppi e le formazioni fasciste (e in genere totalitarie) propriamente dette: l’abolizione della razionalità e la sua sostituzione con la mitologia.
Gruppi come “Lo Sai?”promuovono una visione basata sull’impotenza dei comuni mortali di fronte ad un potere incomprensibile, mistico, in cui non c’è spazio per l’autorganizzazione e l’autonomia di classe. Anzi, l’esistenza delle classi sociali viene negata, rimossa in favore di una visione interclassista che si maschera dietro una presunta necessità di apoliticità per potersi opporre efficacemente al NWO. Si pretende che questo discorso sia apolitico, mentre si sdoganano le peggio formazioni fasciste. Si afferma che le ideologie sono finite mentre ci si accompagna con i rappresentanti delle ideologie totalitarie. Questi gruppi parlano tanto di organizzarsi per resistere al NWO ma mai propongono soluzioni o esempi. Anzi: attaccano sistematicamente le insurrezioni popolari, in piena coerenza con i discorsi della destra fascista, che accusava il movimento dei lavoratori di essere manovrato dai “perfidi giudei” di turno.
Non è un caso che questi gruppi ultimamente stiano lavorando anche con i cascami del terzoposizionismo. Negli ultimi anni si è potuto osservare un rinascere di gruppi che portano avanti lo slogan “ne fronte rosso ne reazione, terza posizione”. Questi gruppi, in cui si sono collocati diversi relitti del terzoposizionismo fascista degli anni ’70 (Organizzazione Lotta di Popolo, TP e altri gruppuscoli) insieme agli orfanelli dello stalinismo, portano la categoria della geopolitica come unica chiave interpretativa della contemporaneità. Viene operato un vero e proprio slittamento del piano del conflitto: dal terreno di classe a quello dello scontro mondiale tra stati-nazione da un lato e potenza imperiale americana dall’altro. In pratica il grande nemico si incarna negli interessi del blocco anglosassone e del suo alleato sionista.I buoni da appoggiare invece diventano tutti coloro che si oppongono ad un sistema mondiale dominato da un unico impero: il blocco dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (Cina, Federazione Russa, e vari stati dell’area ex-sovietica), Cuba, Venezuela, Iran, Siria. La contrapposizione anche in questo caso viene spostata su di un piano totalmente inaccessibile alle lotte che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione e del mutamento radicale delle società: l’unico modo di incidere effettivamente sulle sorti del “grande conflitto” passa attraverso una delega al potere politico statale. L’internazionalismo proletario viene sostituito con un internazionalismo degli stati “antimperialisti”, poco importa se tra essi troviamo stati che si basano sulla sistematica repressione delle classi popolari e la negazione di qualsiasi libertà. Le lotte contro le aggressioni antimperialiste per costoro non si portano avanti con l’antimilitarismo e il sabotaggio della macchina bellica ma con l’appoggio del militarismo di altri stati. Insomma: se sfruttamento deve essere che sfruttamento sia, basta che non abbia la bandiera a stelle e strisce.
La peculiarità del fenomeno complottista attuale è ovviamente l’utilizzo di internet, e principalmente dei social network, come mezzo di propaganda. I social network per loro natura sono un mezzo in grado di favorire la crescita di questo genere di fenomeni, questo per una serie di ragioni: intanto in primo luogo viene favorita una lettura superficiale delle fonti, successivamente la suggestione ha una fortissima importanza, inoltre la velocità di diffusione di una notizia può essere rapidissima se si riesce ad avere il controllo di un nodo della rete con abbastanza collegamenti, in questo modo è facile imporre delle vere e proprie parole d’ordine. E sopratutto, dato che per diffondere un’idea non serve un reale impegno ma basta cliccare un bottone, e fare un clik è fatica ben minore rispetto all’armarsi di pennello, colla e manifesti, qualsiasi utente può essere un potenziale diffusore di idee. Andando ad osservare i numeri reali dei complottisti si può osservare che il nucleo centrale è composto da un gruppo ristrettissimo. Eppure questo gruppetto riesce a diffondere le proprie idee ad un pubblico di decine di migliaia di persone. Tra queste decine di migliaia di persone alcune verranno inevitabilmente influenzate ed, oltre a diffondere a loro volta il materiale, si metteranno a produrlo: il web trabocca di dilettanteschi e comici cacciatori di complotti che appena vedono una piramide o un occhio si producono in una miriade di commenti e post ovunque. E proprio la questione dei simboli pone un altro interrogativo: ma perchè un potere pervasivo e onnipresente da secoli grazie alla sua segretezza dovrebbe svelarsi tramite un utilizzo ossessivo dei propri simboli riprodotti persino nell’ultimo video di una cantante pop?
Tra l’altro questa visione complottista abbonda nella sinistra italiana per quello che riguarda l’interpretazione degli ultimi decenni. Tutti i maggiori accadimenti vengono spesso descritti come l’attuazione del famigerato “Piano di Rinascita Democratica” elaborato dalla P2. E in questo modo si va a ridurre un periodo denso di accadimenti in Italia ad un mero proseguimento di una strategia di uno dei tanti blocchi di potere presenti all’epoca. Si tratta di una visione consolatoria che non tiene minimamente conto delle gravissime colpe della sinistra italiana nella creazione dell’attuale situazione; una visione figlia, a mio modo di vedere, del trascinarsi dello stalinismo in salsa italiana, con la sua necessità di creare Il Nemico, necessità tipica di tutte le visioni autoritarie. Ma può anche essere più semplicemente un escamotage per giustificare un l’esistenza di un partito (e dei suoi migliaia di funzionari) che ha perso qualsiasi bussola ideologica adottando in pieno l’ideologia neoliberista, che però non può essere svelata alla propria base di riferimento.
L’influenza di questi gruppi nelle lotte reali è pari a zero, banalmente perchè non proponendo niente non possono influire, ma tuttavia, il diffondersi di una mentalità complottarda di questo genere genera tutta una serie di rischi per i movimenti. In primo luogo il rifugio nella mistica depotenzia la deduzione logico-razionale; il venir meno di questo mattone fondamentale implica sia un incapacità di leggere le trasformazioni reali del tessuto economico sociale, sia un problema di trasparenza interna, poichè al metodo scientifico si sostituisce la dimostrazione per autorità (“ipse dixit”) o tradizione che difficilmente sono compatibili con un progetto politico libertario (o anche solo democratico). Ma c’è di più in secondo luogo: traslando il conflitto dal piano del reale ad un piano di conflitto immaginario si costruisce una gigantesca arma di distrazione di massa. Perchè alla fine, e nella storia troviamo centinaia di esempi, l’idea del complotto è funzionale a chi ha interesse a mantenere il proprio dominio.
lorcon
(si ringrazia G.A. per le correzioni e per alcuni preziosi suggerimenti)
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