“La merda come disvelamento”
come far cascare il velo di Maya dell'equitazione in una semplice mossa.

di Egon Botteghi

 

“Al matematico devono fare orrore le mie elucubrazioni matematiche, infatti il suo addestramento lo ha sempre distolto dall'abbandonarsi a pensieri e dubbi, come quelli che sviluppo io.[...]egli ha conservato una forma di disgusto di fronte a queste cose come se fossero qualcosa di infantile. Cioè, io sviluppo tutti quei problemi che un bambino nell'apprendere l'aritmetica ecc. percepisce come difficoltà e che l'insegnamento reprime, senza risolverli. Io dico dunque a questi dubbi repressi: voi avete ragione, domandate pure, ed esigete una chiarificazione” (Ludwig Wittgenstein, Philosophische Grammatik)

Una volta Ludwig Wittgenstein affermò che le domande dei bambini sulla matematica, quelle domande che sembrano a noi adulti ingenue, fuori luogo e mal poste, sono invece le domande fondamentali che andrebbero ascoltate.

Questo mi riporta a quanto accade nell'interazione tra istruttore di equitazione ed allievi “alle prime armi”, a quanto accadeva anche a me al tempo in cui lavoravo entusiasticamente come istruttore di equitazione, passando le mie giornate nel rettangolo del campo ostacoli, tra aspiranti cavalieri ed amazzoni, grandi e piccoli, e cavalli che dovevano prestare il proprio corpo alla funzione del “far imparare”[1].

I bambini e le bambine, come anche le persone adulte, che nel loro status di insipienza momentanea regredivano allo status di infanti, mi ponevano infatti delle domande importanti sulle prassi e sugli strumenti che io gli stavo proponendo, delle perplessità e delle resistenze che sarebbe stato giusto ascoltare ed analizzare, a cui io però ero addestrato a rispondere prontamente, disinnescando la loro portata e placando la loro ansia di poter fare del male al cavallo.

La maggior parte delle persone, ed io fra queste, si avvicinano infatti all'equitazione per un interesse per l'animale cavallo, o per gli animali in genere, o per un generico desiderio di passare del tempo a “contatto con la natura”.

L'addestramento al dominio viene dopo.

Purtroppo l'equitazione ci viene presentata e proposta in risposta a questi interessi, come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come modo per essere vicino a questi animali.

Il cavallo è trasformato nell'animale da equitazione e chi pratica l'equitazione in amante degli animali, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia e sodalizio.

L'equitazione è l'arte di addestrare i cavalli all'ubbidienza e l'arte di tacitare le domande fondamentali che  molti esseri umani si pongono sul cosa stia veramente succedendo al cavallo nel momento che lo cavalco, e di quale siano le sue esigenze reali.

Una delle domande ricorrenti riguardava l'uso dell'imboccatura[2].

Moltissime persone rimanevano un po' sgomente all'idea che il cavallo dovesse indossare nella sua bocca questo pezzo di ferro, per poter essere da loro direzionato.

Spontanea insorgeva la domanda, spesso accompagnata con faces di disgusto e/o di apprensione: “Ma non fa male? Ma non sta scomodo?”

Io mi affrettavo a spiegare diligentemente che la bocca del cavallo non è uguale alla nostra (come se in questa domanda si celasse un errore di “antropomorfizzazione del cavallo o troppa immedesimazione), che quindi l'imboccatura trova il suo alloggiamento nelle barre, cioè in quella porzione della bocca del cavallo che è priva di denti e che quindi non causa il dolore che sentiremmo noi ad avere un pezzo di ferro che ci batte sui denti.

Poi insegnavo loro come far indossare l'imboccatura al cavallo, come mettergli un dito in bocca per indurlo ad aprirla.

Il passo successivo, per molte ore di insegnamento, era però poi quello di insistere ed insistere a dosare con molta attenzione la forza delle loro mani sull'imboccatura, perchè poteva risultare molto dolorosa per il cavallo.

Insomma il problema non era lo strumento in se, ma imparare ad usarlo bene per non causare eccessivo dolore.

Ma quante ore di equitazione, e quante bocche di cavalli da scuola torturate per fare in modo che un cavaliere od un'amazzone acquisissero una buona mano?

In realtà il problema è proprio quello che faceva arretrare di disgusto alcuni neofiti e cioè l'imboccatura, perchè il fatto che vada sistemata sulle barre, prive di denti, non toglie niente all'essenzialità del fatto che l'imboccatura sia uno strumento che provoca dolore, agendo mediante pressione proprio attraverso il contatto tra il metallo e l'osso.

Le barre sono infatti parte ossee con un margine affilato (con una sezione della stessa misura di un guscio d'uovo) coperte solo da un sottile strato di gengiva e dalle mucose della bocca. In corrispondenza delle barre l'osso della mandibola non è imbottito né in alcun modo protetto dal morso ed è esposto ai traumi come le creste tibiali dell'essere umano[3].

Ma la spiegazione che allora avevo confezionato serviva a tranquillizzarci tutti sul fatto che l'uso del morso non fosse un problema in sé, anche se era contro intuitiva.

Innanzitutto era rassicurante perchè data dall'autorità indiscussa di quella situazione e cioè io, l'istruttore, la persona che in quel momento deteneva il controllo su tutti gli attori, cioè allievi e cavalli e poi perchè ci vuole poco a tranquillizzarci quando una cosa proprio non siamo disposti a vederla.

Analoga la situazione con l'uso degli speroni.

Più difficile dissimulare il fatto che lo sperone esista apposta per provocare dolore al cavallo e quindi più articolata doveva  essere la risposta atta a far apparire comunque il cavaliere come un buon amico del cavallo, un binomio affiatato, come si dice in gergo.

Sullo sperone c'è addirittura un galateo dell'uso, per cui andrebbero tolti una volta scesi da cavallo, a meno di non essere un militare o un machissimo esponente della monta western, che va sempre in giro con gli speroni bene in vista sugli stivali.

Gli speroni poi in genere non si fanno indossare ai neofiti, ma solo alle persone che abbiamo acquisito una certa esperienza (ma se il cavallo è pigro si mette al bambino subito in mano una bella frusta!)

Gli speroni sono infatti degli strumenti di metallo (oggi anche in plastica), da applicare al tacco degli stivali, che terminano con varie forme, a secondo della severità (ci sono anche quelli che terminano con delle rotelle appuntite).

Servono, conficcandoli nei fianchi dei cavalli, come ausilio per indurli ad avanzare e spesso (ma anche qui il bon ton suggerirebbe di non farlo troppo in pubblico) vengono usati per impartire una vera e propria punizione.

A chi mi domandava se questi speroni non fossero troppo dolorosi per i cavalli, io rispondevo, anche qui, di non immaginare i fianchi dei cavalli delicati come i nostri e di non immaginare quindi di ricevere una gragnuola di colpi sulle costole, perchè i fianchi dei cavalli sono meno sensibili.

Quanti cavalli ho invece visto fiaccati dagli speroni, con ferite aperte sui fianchi dalle punte delle rotelle, con il derma scollato tra muscolo e pelliccia in corrispondenza della zona di azione degli speroni e presi a speronate in qualsiasi circostanza (perchè quando ci vuole ci vuole ed il cavaliere alla fine deve farsi ubbidire) che sia un campo prova, un campo ostacoli in una gara ufficiale o una simpatica passeggiata tra amici.

La domanda però che faceva emergere tutta la schizofrenia tra la mia condizione di cavaliere professionista ed animalista, era quella che le persone che mi riconoscevano appunto come amante degli animali da sempre, mi rivolgevano sul mio ingaggio all'ippodromo.

Nei dieci anni che ho infatti lavorato come artiere a cavallo negli ippodromi di corse al galoppo (ed un paio di anni anche in quelli al trotto), alcune persone che mi conoscevano bene, mi chiedevano  come potessi essere coinvolto, senza star male, in questo mondo così duro con i cavalli, e come potessi montare questi cavalli senza sentirmi responsabile per la loro sorte.

Allora io rispondevo che umani e cavalli condividevano lo stesso destino, cioè quello di lavorare per vivere e che la vita era dura per entrambi, sia per gli artieri che per i purosangue, ma che questi ultimi erano trattati con tutte le attenzioni (lettiera dei box altissima e pulita, iper nutriti, etc, etc...).

Ma quando i cavalli non erano, o non erano più, competitivi, che fine facevano?
 

E quanti cavalli ho visto infortunarsi ed essere abbattuti?

O infortunarsi nelle mani di un artiere violento?

E la vita a cui erano costretti, tra box e piste e gabbie di partenza, quale vita era per un erbivoro nomade e sociale?

Dopo anni di esperienza anch'io mi ero trasformato da amante dei cavalli in amante dell'equitazione, subendo questo slittamento in maniera abbastanza inconsapevole, e mi impegnavo a difendere questa pratica, che era il mondo in cui vivevo, con questa retorica mistificante in cui però credevo sinceramente, perchè era l'attività che mi permetteva di passare la mia vita con questi animali e quindi soddisfare la mia esigenza originaria: stare in mezzo ai cavalli.

E' con una certa ironia della sorte che mi ritrovai così, ad un certo punto della mia vita, nel tentativo di approfondire sempre di più la mia conoscenza del cavallo e dell'arte dell'equitazione, a pagare soldi per essere costretto ad ascoltare quelle domande che molte persone mi avevano rivolto in precedenza gratuitamente.

Nal 2008 infatti partecipai ad uno stage di un istruttore francese, noto per essere un maestro accreditato nell'uso della Bitless Bridle, un finimento senza morso considerato cruelty free, inventato dal Dr Robert Cook che nel 2000 vinse, ad Equitana USA, l' Enterprise Award per “il finimento equino più innovativo”.

Certo di stare per incrementare la mia abilità nell'usare questo strumento ancora quasi sconosciuto in Italia, di cui la nostra era una delle poche scuole promotrici, presi Mirtillo, un cavallo con cui stavo lavorando, e partii.

Quello stage cambiò la mia vita in una maniera che non avrei mai immaginato.

Da quel giorno infatti non montai più a cavallo e se qualcuno me lo avesse detto prima avrei pensato che fosse completamente matto.

Quell'istruttore non era infatti lì con lo scopo che io credevo (anche se mi avevano avvertito che avremmo lavorato più a terra che a cavallo) ma con quello di metterci a nudo di fronte alle nostre responsabilità, di costringerci a guardare per farci cambiare paradigma.

Con un semplice gesto ci fece cadere dal naso gli occhiali con cui guardavamo al nostro mondo di bravi cavalieri e ci costrinse a chiamare le cose per nome.

Fu molto semplice per lui, perchè in effetti ci fece vedere delle cose che tutti noi conoscevamo benissimo, senza però darci il modo di trovare delle giustificazioni.

La nostra lingua mistificatoria rimase muta.

Da francese qual'era, usò un bellissimo francesismo per spiegare quello che stava facendo con noi: “Io vi metto il naso nella merda, poi voi potete decidere anche di rimanerci, ma non potete dire che non è merda”.

Primo di quello stage avevo già fatto un lungo cammino per naturalizzare sempre di più la gestione dei cavalli che lavoravano con noi e per “eticizzare” l'equitazione che praticavamo.

Mi ero alla fine convinto a togliere i ferri ai cavalli; li facevamo vivere in compagnia in paddock [4] più ampi possibili, montavamo senza imboccatura e con una sella-non sella, per sentire meglio il corpo e le risposte del cavallo, ma in quel momento mi ridestai dal sonno dell'equitazione e capii che non c'era un modo giusto per fare una cosa sbagliata.

Il velo di Maya era caduto ed io mi sentivo nudo, spaesato, privato del mio mondo ma con la ferma volontà di non tornare indietro e di non nuocere più ai cavalli.

Tornai a casa e non senza angoscia e difficoltà smantellai la scuola di equitazione, ricevendo molte critiche da parenti, amici ed allievi e a poco a poco il maneggio si trasformò in un rifugio per animali da reddito.

Non sapevo se avrei resistito senza montare, un elemento che mi apparteneva come i pesci all'acqua.

Passai lunghi mesi nel paddock con i cavalli, limitandomi a guardare cosa facevano, cercando di conoscerli per come non avevo mai fatto, e qualcuno di loro, piano piano, si riavvicinò a me.

In quel periodo sognavo spesso di montare a cavallo, quasi che la mia nostalgia prendesse le ali di notte.

Un giorno mi ridestai da un sogno e decisi di scriverlo, perché vi era spiegata la ragione della mia promessa e del perché mi sembrerebbe di tradire un cavallo montandoci sopra:

“Un giorno, su di una strada, vidi venirmi incontro un cavallo ed un uomo che gli camminava a fianco.

Si trattava di un purosangue arabo e del suo orgogliosissimo padrone.

Il cavallo era stupendo, da lasciare senza fiato, con un pelo sauro che brillava al sole, il muso pieno di espressione, gli occhi neri che sembravano truccati ed era ricoperto di broccati e pietre preziose.

L'uomo aveva baffi scurissimi e si ergeva in tutta la sua altezza pieno di importanza.

Una volta arrivati di fronte a me si fermarono; sapendo che anch'io ero un cavaliere e che avevo vissuto una vita insieme ai cavalli, l'uomo mi rivolse la parola:

“Ammira i risultati a cui si può arrivare con il giusto addestramento, condotto nell'amore, nella conoscenza e nel rispetto di queste creature”:

Così i due mi omaggiarono di uno spettacolo per me mai visto.

Il cavallo, apparentemente libero e guidato solo da piccoli, ieratici gesti del conduttore, si esibì in una danza di salti, piroette, inchini da rimanere senza fiato.

Quello che quei due facevano insieme era senza precedenti e sfidava tutto quello che sino ad allora si era creduto sul rapporto tra uomo e cavallo.

Sembrava che avessero una reciproca fiducia illimitata e sopratutto che parlassero lo stesso linguaggio.

Fui pervaso da una ammirazione e da un invidia senza pari.

Quale cavaliere non vorrebbe capire e farsi capire così alla perfezione dal proprio animale?

Nel bel mezzo della mia estasi, alla fine dell'esibizione, fui però attirato da qualcosa dentro lo scuro degli occhi del cavallo, e ne fui quasi risucchiato.

Mi avvicinai allora alla sua testa perfetta e quello che vidi mi sconvolse.

Tristezza, profonda tristezza.

Il cavallo mi disse sommessamente, ma decisamente, che quello che avevo visto era uno spettacolo senza senso.

Allora udìì chiaramente “Liberami!”

Per favore, liberami.

Io sono un  cavallo. Voglio correre se ne ho voglia, ma sopratutto voglio camminare con quelli della mia specie.

Voglio un branco con il quale spostarmi per brucare, per abbeverarmi nei fiumi e nelle pozze.

Voglio la pioggia che mi bagna, il sole che mi asciuga, il vento che mi fa tremare.

Voglio temere per i predatori, rilassarmi con i miei compagni, fremere per l'accoppiamento.

Non voglio l'oro sulla mia pelle, i vostri applausi per le mie impennati, le vostre punizioni per i miei sbagli.

Sono un cavallo, liberami.

 



[1]     L'espressione “navi scuola” che è usata per indicare molti cavalli da maneggio impiegati nelle scuole di equitazione mi ricorda la stessa espressione usata per le prostitute, il cui corpo era utilizzato per imparare il sesso e per consumare le prime esperienze. Espressione che viene utilizzata anche in riferimento ad alcune donne considerate di “facile arrembaggio”, con cui chiunque può consumare una esperienza sessuale. L'analogia tra impiego dei cavalli da scuola e uso dei corpi femminile nella prostituzione mi è stata riferita, come sensazione che creava un forte disagio ed un forte senso di ingiustizia, da diverse persone che hanno provato ad imparare ad andare a cavallo ed hanno quindi frequentato le scuole di equitazione.

[2]     L'imboccatura è un pezzo di ferro (ma può essere fatto anche di altro materiale o rivestito di altro materiale) che viene collocato nella bocca del cavallo e tenuto in posizione dalla testiera. Alle due estremità dell'imboccatura sono sistemate le redini, strisce di cuoio o di materiale sintetico, che vengono impugnate dal cavaliere o dal guidatore che impartisce gli ordini al cavallo.

[3]     Confronta anche Robert Cook, 2004

[4]     Recinti

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Martedì, 21 Ottobre 2014 09:17

Che la solidarietà circoli

CHE LA SOLIDARIETA' CIRCOLI

Riceviamo il seguente appello, relativo a due attiviste antispeciste denunciate per diffamazione per aver difeso, con un volantino, due cavalli sfruttati a Cagliari.

La nostra solidarietà va ora chi deve subire un processo per aver espresso solidarietà verso due individui sfruttati.



Il 16 dicembre a Cagliari "Carrozza service Snc" porta in tribunale per diffamazione due attiviste antispeciste, con decreto di giudizio immediato e condanna altamente probabile.
Incriminato un volantino in cui si stigmatizzava l'uso quotidiaqno di due cavalli per tirare una carrozza con su 20 turisti in genere sovrappeso, più il cocchiere, in piena estate, con l'asfalto rovente, in mezzo al traffico caotico cittadino e una stazione di posta rigorosamente sotto il sole estivo dalle 9 del mattino fino anche alle 15.00 del pomeriggio e passa.

Inutile che ci dicano di avere autorizzazioni ed essere in regola, ma in regola con cosa?
Siamo contro lo sfruttamento di chiunque: animali umani e non umani, ed essere costretti a tirare una carrozza macinando decine di chilometri con il morso e la bava alla bocca, non sappiamo come altro si possa definire.
Noi abbiamo raccontato quello che vedevamo, se saremo condannate per questo, certo non smetteremo di denunciare pubblicamente ogni situazione in cui animali o umani vengono sacrificati sull'altare del profitto di pochi, "in regola" o meno che siano.
Una condanna non ci stupirebbe, perché è noto che di solito paga chi denuncia le situazioni di sfruttamento e non chi sfrutta.

Chiediamo agli antispecisti locali e non solo di aiutarci a chiarire la verità e a far conoscere il più possibile questa ennesima storiaccia!!!

Vorremmo che questo processo si ritorcesse contro gli sfruttatori!


Dani e Livia, attiviste e imputate antispeciste

(contatto su facebook: blimunda seteluas)

Che la solidarietà circoli
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Relazioni o dominio? La convivenza tra le specie

di Egon Botteghi 

Grazie all'invito che mi è stato rivolto dall'organizzazione del Veganch'io 2014, nel cui programma è stato inserito il dibattito “Relazioni o dominio? La convivenza tra le specie”, ho potuto ulteriormente approfondire la lettura dell'articolo di Lynda Birke “Vite Intrecciate”, apparso su Musi e Muse nel Marzo del 2014 (Vite intrecciate: comprendere le connessioni umano-animali).

 

Questa pubblicazione era già stata oggetto di uno scambio di riflessione tra me e Marco Reggio, leggibili su Antispecismo.Net (Dialogo tra Egon Botteghi e Marco Reggio).

In quell'occasione espressi il mio “disagio” nel “leggere su quella bella rivista online, interessata ad articolare gli aspetti concreti di scambio ed empatia tra esseri umani e animali, con la prospettiva della liberazione animale, le opinioni di una etologa- sociologa che ammette la pratica del montare a cavallo come scambio “sano” interspecifico” temendo anche che, così facendo, si potesse, in qualche modo, “legittimare, nel mondo animalista, tale pratica, che io trovo invece deplorevole”

Dopo aver approfondito gli scritti di Lynda Birke mi sento di confermare le impressioni che ebbi allora e di poter riaffermare  quello che mi sembra il nocciolo della questione, e nel farlo cito la stessa fondatrice della rivista Musi e Muse, Agnese Pignataro: “ Non è sufficiente che una relazione sia in “vita” […] per provare che quella relazione è degna di continuare a “vivere”, se appare che una delle parti riceve un danno nella sua autonomia e integrità fisica” (in DEP, N°23/2013).

Dal momento che l'equitazione rientra in quest'ultimo caso, vorrei ancora spiegare perchè le relazioni che si creano in questo alveo non sono sostenibili in uno scenario di liberazione animale e di convinzioni antispeciste.

Forse questo non è un problema nell'agenda dell'autrice del saggio in questione, che non credo  si definisca antispecista e liberazionista, ma lo deve essere per quelli che in tale definizione si rispecchiano e che tale pratica politica vogliono portare avanti.

Lynda Birke è in effetti una etologa e sociologa britannica che si inserisce nel variegato universo degli HAS: “Human-Animal studies” (non è un caso, forse, che io lessi per la prima volta quella sigla, sette anni fa, ad un congresso di “barefooters” in Nevada, di persone quindi impegnate alla diffusione del “cavallo scalzo” e dell'equitazione naturale).

Lei stessa, in questo articolo oggetto di dibattito, fà una introduzione alla genesi degli HAS:” Lo sviluppo di uno specifico interesse per gli Human-Animal Studies (HAS), è stato d’altra parte collegato all’affermazione della difesa dei diritti degli animali e all’attivismo. In parte seguendo le varie politiche della liberazione degli anni Settanta come il femminismo, ci si è ispirati a schemi simili, specialmente dopo la pubblicazione nel 1975 di Liberazione animale, l’importante testo di Peter Singer. Gli HAS sono stati influenzati dalla messa in discussione postmoderna del confine tra natura e cultura: molti non umani sono, dopo tutto, profondamente coinvolti in una cultura condivisa.”

Poco più sotto afferma:“ inevitabile che nei nuovi campi di indagine emergenti vi siano anche degli aspetti problematici. È mia opinione, per esempio, che i women’s studies scaturiti dall’attivismo politico si siano ben presto allontanati dall’attivismo per arroccarsi negli studi accademici: esiste un certo rischio che lo stesso accada agli HAS. Personalmente troverei meno interessante occuparmi di HAS se non fossi convinta che possano avere un impatto su come gli animali vengono trattati nella società ampiamente intesa, oltre che sulle azioni politiche che si possono intraprendere per proteggere i loro interessi”.

Ecco, io mi domando come questa autrice pensi di difendere gli interessi dei cavalli continuando a sottoporli a pratiche basate sullo sfruttamento e scrivere saggi dalla groppa dei cavalli senza mettere in discussione tale pratiche e la sua stessa posizione.

Potendo fare una generalizzazione, mi viene il dubbio che Birke si trovi nella posizione di moltissimi etologi equini di mia conoscenza, quella cioè di dovere difendere il proprio campo di lavoro ed il proprio business: senza l'equitazione, senza la pratica di montare, più o meno eticamente, i cavalli, senza proprietari che hanno problemi da risolvere con il proprio cavallo, senza l'allevamento del cavallo a fini sportivi o di diporto, questi professionisti non avrebbero campi di impiego.

In più mi sembra che l'autrice faccia proprio quello che critica, cioè si inserisca in uno stile degli HAS finalizzato alla produzione accademica più che alla messa in questione della sofferenza animale.

Il pensiero corre a questo punto al veemente ed accorato articolo di Steve Best “Ascesa e caduta dei Critical Animal studies”, pubblicato in Italia nella rivista Liberazioni, dove l'autore subito afferma:  “La crescita, l'accettazione e il successo degli animal studies nello sterilizzato ambiente accademico, richiede normalmente che il professore-ricercatore si ammorbidisca, che l’antispecismo venga svuotato delle sue implicazioni sovversive e che si attenui la sfida al dualismo uomo/animale che rafforza la tirannia violenta degli esseri umani sugli altri animali. L'ambiente accademico addomestica la forza critico-sistemica del"punto di vista degli animali"

e ancora :”Considerando che gli animal studies sono talmente ampi, generici, aperti e costituiscono un campo indefinito, essi offrono possibilità a tutti. Inoltre le somiglianze tra il paradigma degli animal studies e il tradizionale umanismo, il positivismo, o le concezioni generali analitiche sono più significative delle differenze. Infatti anche negli animal studies non ci si aspetta che ci sia coerenza tra la ricerca e l'etica o tra la teoria e la pratica,cosicché l'integrità personale e accademica di chi si impegna negli animal studies difficilmente richiede di assumere gli impegni normativi e politici del veganismo, della liberazione animale e della trasformazione sociale.”

Best è davvero duro in questo articolo, ma io non penso che sia lontano dalla realtà : ”Dato l’interesse degli accademici a sfruttare le nuove tendenze per pubblicazioni, conferenze, progressi nella carriera, le ampie frontiere del “selvaggio west” dei MAS hanno un fascino seducente per arrivisti in cerca di capitali accademici, soprattutto, se uno si è liberato dell’impegno verso i diritti degli animali e il dibattito politico. Divenuti una sorta di lotteria accademica o un terreno di gioco interdisciplinare aperto a tutti, i MAS possono essere qualsiasi cosa per chiunque. Sia che l’ingenuo opportunista sia un welfarista, un allevatore, un sostenitore della vivisezione, un fautore del partito della carne o uno sfacciato sostenitore della supremazia umana, gli viene srotolato un tappeto di benvenuto per entrare nella comunità e nella professione accademica” (MAS è la sigla con cui Best indica quelli che definisce i Mainstream Animal Studies).

Perchè la lettura di Birke va incastrarsi, nella mia mente, allo spietato “J'accuse” di Best?

Perchè anch'io, come l'autrice, ho “scavallato qui e là” per più di 25 anni, sperimentando in prima persona quasi ogni utilizzo del cavallo e credo di aver imparato cosa significhi questo per la maggior parte dei cavalli e degli esseri umani.

Non ho potuto quindi leggere con neutro distacco questo che, secondo me, è un elogio molto tradizionale all'equitazione, che l'autrice fa nel suo articolo: “Cavalcare è un’abilità che si affina in molti anni; si impara a rispondere e ad anticipare, a comunicare quindi, per cinestesia. La conoscenza diventa memoria del corpo: non ho bisogno di pensare a cosa fare se un cavallo scarta di lato: il mio corpo risponde prima che l’«io» della mia mente cosciente abbia formulato il pensiero. Anche il corpo del cavallo acquisisce nuove abilità nella comunicazione tattile implicita nel cavalcare. Qualche tempo fa ero in groppa a un vecchio cavallo in pensione da anni quando ho pensato: chissà se si ricorderà l’half-pass? L’half-pass è un movimento laterale del repertorio di dressage. Non avevo neppure formulato il pensiero (e di certo non l’avevo terminato), che il cavallo ha eseguito esattamente quel movimento. I miei nervi e i miei muscoli avevano anticipato la conclusione di un lungo discorso tra me e me, e i suoi avevano risposto. I corpi ricordano.”

Voglio quindi parlare di cosa sia l'half pass, di cosa sia il dressage e di chi siano i cavalli da dressage.

Parlare di una relazione senza raccontare l'istituto dove questa stessa è nata, specialmente se vi sono problemi di coercizione e di mancanza di autodeterminazione, senza pensare a  denunciarli, parlando soltanto del funzionamento di tale relazione, secondo me è una grave mancanza.

L'half pass che Birke si diletta, da amazzone provetta, a sperimentare sul vecchio cavallo in pensione (in pensione da cosa, da quale disciplina, da quale impiego, da quale vita?) si traduce in italiano con appoggiata e fa parte del repertorio dei movimenti che compongono la disciplina del dressage, una delle discipline olimpiche classiche dell'equitazione.

Innanzitutto una breve riflessione sugli sport equestri e sul comitato olimpico degli sport equestri.

Tutti gli sport sono una sfida che l'essere umano lancia a se stesso, per superare i propri limiti di forza, velocità, resistenza, abilità: gli atleti sono uomini e donne.

Solo negli sport equestri questa sfida ad andare al di là dei propri limiti è richiesta ad un soggetto terzo, un essere che di sua volontà non andrebbe mai ad una olimpiade e cioè, a cavalli e cavalle. Lo sport equestre non andrebbe chiamato sport e dovrebbe essere cancellato dai programmi olimpici, perchè è uno sport parassita, parassita lo sforzo, la vita, l'impegno di un essere che non ha mai dato il suo consenso al suo ingaggio in questa sfida ed in questo assurdo “gioco”.

Tra queste il dressage, o gare di addestarmento, è una delle più odiose, con la sua derivazione militare ed il suo equipaggiamento fortemente punitivo per il cavallo.

I cavalli sono costretti ad eseguire delle arie (dei movimenti prestabiliti, molto impegnativi sul piano fisico e psicologico), a suon di musica, su di un campo rettangolare.

Nelle gare da un certo livello in poi è obbligatorio che il cavallo indossi, come imboccatura, morso e filetto, cioè una delle cose più dolorose che si possono usare per impartire le nostre volontà ai cavalli, che quindi il cavaliere o amazzoni montino con doppie redini e che indossino speroni lunghissimi, se non addirittura con le rotelle.

Sulla durezza dell'addestramento impartito ai propri cavalli dal Gotha del dressage internazionale ci sono fiumi di testimonianze ed anche un movimento di indignazione all'interno stesso dei praticanti degli sport equestri, tanto che la FEI (la federazione internazionale per gli sport equestri) ha dovuto ufficialmente bandire, nel 2010, la pratica del ROLLKUR, un metodo di addestramento per il portamento della testa del cavallo utilizzato da pluri medaglie olimpiche.

Come tacere tutto questo in un articolo di Animal Studies senza dare implicitamente ragione a Best?

In un altro articolo di Birke che ho avuto il piacere di leggere, (http://www.depauw.edu/humanimalia/issue09/birke-holmberg-thompson.html),  l'autrice, insieme ad altri studiosi, prende in esame la questione dei passaporti, che sia umani che non umani devono avere per spostarsi da uno stato all'altro.

Il caso parte dal fatto che lei stessa, ospite a Calais, aveva con sé il suo passaporto, quello del cane e quello del suo cavallo.

Così ci viene mostrato il passaporto del cavallo Tivoli, i cui timbri testimoniano, con un certo orgoglio da parte della sua umana, il suo viaggiare per gare internazionali, senza battere ciglio sugli sport equestri. E mentre i colleghi almeno si sforzano di fare un'analisi sui dispositivi di controllo dei passaporti, Birke ancora è entusiasta delle relazioni che questi passaporti testimoniano, e si rammarica solo che, nell'atto di esibirli in dogana, queste relazioni siano sospese, riducendo l'individualità ad un numero su di un documento.

Anche qui ho perso la “freddezza” dello studioso, essendo poi il problema dei documenti un problema assai sentito per una persona transessuale come me, costretta a vivere con un documento non conforme alla mia identità di genere, per non essermi ancora sottoposto all'operazione di sterilizzazione forzata.

Tornando all'articolo preso in esame dall'inizio, dopo l'elogio all'equitazione come esempio di “Embodiment” (una relazione cioè vissuta fin dentro al corpo, che cambia il corpo), il secondo esempio che Birke propone è preso dagli studi di Despret sul caso di Hans “l'intelligente” e su alcuni ratti di laboratorio.

Anche qui nessuna problematizzazione della vivisezione: “I due studi citati pongono in evidenza” soltanto “un’importante omissione in molti lavori sugli animali e i loro umani: le interrelazioni sono profondamente vissute nel nostro corpo [embodied] e portano le aspettative di tale incarnazione [embodiment]: descrivono la profondità degli intrecci che legano i due esseri viventi che compongono una relazione. “

Non è un caso che anche un'ottima autrice come Vincent Despret, di cui ho veramente apprezzato molte analisi, che mi hanno aiutato a fare molte connessione mentali, mi metta a disagio quando elogia entusiasticamente il lavoro della zootecnica francese Jocelyne Porcher (Eleveurs et animaux. Re-inventer le lien, PUF, Paris, 2003), a difesa dell'allevamento tradizionale dei bovini.

Così Birke, alla fine del suo scritto, esorta tutti i colleghi degli HAS a “continuare a fare ricerca su come gli umani e i non umani convivono, su come le nostre vite ed esperienze abitano il nostro corpo [are embodied], su come i non umani sono costruttori di relazioni tanto quanto noi (e a volte anche di più). Sono i co-costruttori dei nostri mondi reciproci”

Io, dalla mia umile posizione di attivista per la liberazione animale e dall'oppressione del genere, con una laurea in filosofia ma nessuna carriera accademica, con una vita vissuta al fianco dei cavalli, mi sento di dire che nessun cavallo da dressage vorrebbe “co-costruire” il mondo del dressage, se ne potesse avere una scelta.

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