Martedì, 26 Agosto 2014 08:46

Gli Orti Urbani di Livorno

Gli Orti Urbani di Livorno

Nel cuore di Livorno, a cento metri dal mare, c'è un pezzo di campagna rimasto "imprigionato" in mezzo ai palazzi residenziali dei quartieri Fabbricotti e S.Jacopo.
Percorrendo Via Dell'Ambrogiana si ha la netta impressione di camminare per una strada di un antico borgo agricolo. In quella zona, infatti, ricca d'acqua,sorgevano  le fattorie storiche della città. E così è rimasto fino agli anni ' 70, quando l'amministrazione decise il cambio di destinazione d'uso e rese la zona edificabile.
Si sono susseguiti così per 30 anni proprietà e progetti mai eseguiti e fallimenti d'imprese, lasciando i sei ettari di terreno nell'abbandono e nell'incuria.
Così, nell'ottobre del 2013, dal comitato precar* e disoccupat* di Livorno e dalla ex caserma occupata, è stata  e decisa l'occupazione della zona, per salvare quell'ultima area verde nel centro della città da una inutile cementificazione e per restituirla alla gente ed al quartiere e sono stati avviati cento piccoli orti.
Si è così creato un interessante movimento dal basso, una "resistenza" urbana,  che si può collocare nell'alveo dei movimenti internazionali come il Community Open Space o la Guerrilia Garden o nazionali come Genuino Clandestino.
L'autoproduzione, l'agricoltura naturale, la lotta alla cementificazione, la riappropriazione comunitaria degli spazi, la salvaguardia degli animali e delle piante, la condivisione degli attrezzi, la partecipazione collettiva alle decisioni tramite assemblea settimanale, l'inclusività per tutte le diversità, sono alcuni dei punti fondanti del progetto e della vita degli orti .
Pubblichiamo qui di seguito il manifesto politico degli orti urbani occupati ed il dossier che è stato presentato all'amministrazione della città, da cui si attendono risposte, ed invitiamo chiunque passi per Livorno a visitare gli orti occupati, dotati di area verde, e l'opera collettiva vivente in essi istallata.

Egon Botteghi x Antispecismo.Net

tante altre foto sugli orti urbani di Livorno http://centralvegpark.tumblr.com/


 



Pubblicato in Attualità - Notizie
Mercoledì, 10 Ottobre 2012 10:30

Maurizio Pallante: La carne è INSOSTENIBILE

Riportiamo qui sotto una ennesima presa di posizione contro il consumo di carni, di denuncia dell'impatto decisamente anti-ecologico della produzione di proteine animali, il tutto questa volta a firma codnivisa da uno tra i più stimati pensatori della Decrescita: Maurizio Pallante.
Ci permettiamo però di fare notare come tali denunce inciampino sul tentativo di attivare nei lettori una reazione empatica verso la sofferenza - resa evidente, ma implicita - che questi "comportamenti alimentari" ingenerano in altri umani (di incoraggiare dunque una nuova etica) completamente dimentichi del silenzio voluto e assecondato sulla sofferenza di chi, al di là di ogni considerazione e percentuale di calcolo, per questi "comportamenti alimentari" soffre davvero: gli animali.
Si punta dunque all'autocritica (rispetto a comportamenti che inducono sofferenza) selettiva, contando su una reazione di immedesimazione con altri che pagherebbero lo scotto dei nostri eccessi (o vizi), mentre al contempo si nega l'esistenza (che è sofferenza) stessa degli animali, citandoli di fatto solo come risorse primarie.
Un'etica della compassione selettiva di questo tipo, dove si auspica di porsi nei panni di alcune vittime indirette, mentre si nega l'insopportabile presenza di vittime dirette, la cui oggettiva sofferenza ormai è offuscata solo da una stupida, ottusa, imbrigliante, dogmatica ed ostinata cecità, non può pagare ed è oltre la favola: la iper-favola di chi vuole ancora credere che un'umanità estremamente nonviolenta, solidale e pacifica con se stessa, ma torturatrice e schivista verso chi semplicemente è ridotto in catene, possa davvero esistere.



L'insostenibile pesantezza della Carne

di Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio

Fonte:  Il Fatto Quotidiano 

Il consumo di proteine animali, nel mondo, cresce costantemente. Tanto che, secondo alcuni, questo fenomeno sta aiutando la specie umana ad andare più rapidamente verso la sua autodistruzione. A questo fenomeno, in effetti, sono legati i più gravi problemi ambientali, economici e politici del pianeta: le emissioni di gas climalteranti e l’effetto serra, leguerre per il controllo delle fonti energetiche fossili, la progressiva penuria di un bene indispensabile per la vita come l’acqua, molte forme di inquinamento chimico, la diminuzione di fertilità dei suoli, la perdita della biodiversità, le sempre maggiori sperequazioni tra il 20 per cento dell’umanità che si suicida per eccessivo consumo di cibi sempre meno sani e il 20% privo del necessario per sopravvivere.

Tutti questi problemi potrebbero essere ridotti drasticamente dalla diffusione di un regime alimentare vegetariano, o quanto meno da una significativa riduzione dei consumi di proteine animali. Possono sembrare affermazioni eccessive dettate da fanatismo ideologico, ma basta mettere insieme alcuni dati di pubblico dominio per comporre un quadro unitario che i singoli tasselli isolati non lasciano vedere in tutta la sua ricchezza.

La prima cosa da prendere in considerazione è la crescita dei consumi di proteine animali, in valori assoluti pro capite. Negli ultimi 50 anni in Italia il consumo di carne procapite si è triplicato. È stato calcolato che nel 1994 fosse di circa 85 chili all’anno, pari a 235 grammi al giorno. La tabella seguente documenta quanto è avvenuto nelle principali aree del mondo negli ultimi 40 anni. La tabella successiva mette a confronto i dati del consumo mondiale di carne e di latte nel 1997 con gli incrementi previsti dalla Fao nel 2020. Gli aumenti maggiori si verificano negli allevamenti intensivi dei Paesi ricchi.

Aumento del consumo di carne pro capite negli ultimi 40 anni
(in kg. Annui)

Stati Uniti                                    89                             124

Europa                                          56                               89

Cina                                                   4                               54

Giappone                                        8                               42

Brasile                                           28                               79

Consumo mondiale di carne e latte
(in milioni di tonnellate)

Anno                             1997                        2020             incremento

Carne                                 209                          327                + 56%

Latte                                  422                           648                + 54%

La FAO prevede che entro il 2050 la produzione di carne e latte raddoppieranno, passando rispettivamente da 229 a 465 milioni di tonnellate e da 580 a 1053 milioni di tonnellate. Un problema, visto che la conversione delle proteine vegetali in proteine animali avviene con unascarsissima efficienza. Per produrre 1 kg di proteine di carne di manzo occorrono mediamente 16 kg di proteine vegetali. Di conseguenza per ottenere 1 kg di proteine di carne vaccina occorre coltivare una superficie agricola 16 volte maggiore di quella necessaria a ottenere i kg di proteine vegetali. Il rapporto tra la soia e la carne di manzo è invece di 20 a 1. Usando lo stesso tempo e la stessa superficie necessari a produrre 1 kg di carne, si possono produrre 200 kg di pomodori o 160 kg di patate.

Considerando il fatto che, specie in America Latina, la maggior parte della soia e dei cereali coltivati (spesso Ogm, viste le rese e i prezzi stracciati che possono garantire questi organismi dagli effetti sulla salute ancora ignoti) sono destinati a nutrire il bestiame che diventerà bistecca o ragù nei piatti degli europei, viene da chiedersi se, arrivati a questo punto, cambiare anche di poco le proprie abitudini alimentari non sia la scelta più sensata.

 
Pubblicato in Spunti di Riflessione

Calvino e la città “invisibile” di Leonia: specchio del passato o lugubre profezia?

Leonia, come le altre città “invisibili” di Calvino è una città-simbolo di qualcos'altro: l'esperienza odierna potrebbe certo farcela identificare con Napoli, ma non era al capoluogo partenopeo cui lo straordinario scrittore poteva pensare quando negli anni '70 uscì quest'opera, una delle ultime, una delle più profetiche e ricche di spunti di riflessione.
Leonia è simbolo del capitalismo, immagine estrema dello spreco, sublimazione dell'usa – e – getta, fabbrica e cattedrale dell'obsolescenza programmata degli oggetti di consumo. Rappresenta il sistema di consumo del Nord del mondo, i cui lunghi tentacoli lambiscono ormai da tempo i Paesi emergenti, nutrendosi delle falle e della miseria di quelli in via di sviluppo.
Ogni cosa, quasi istantaneamente, appena incignata, si trasforma in rifiuto, rispondendo a una sorta di horror veteris che pervade tutti e ciascuno, che come lava vomitata da un vulcano fuoriesce e si accumula. Ma non al pari della lava fertilizza il terreno: lo rende piuttosto putrescente, infetto e maleodorante.
Di tutto questo pattume, ignari ovviamente dei rischi, gabbiani e altri volatili, piccoli e grandi mammiferi, famelici perché privati delle loro risorse primarie naturali, si nutrono allegramente. Dentro ai loro corpi si moltiplicano tossine e veleni.
A pensarci bene però, Leonia non è città del nostro presente, ma di quello di Calvino: mancano infatti qua e là a punteggiarne il paesaggio, le grigie ciminiere degli inceneritori, che avrebbero la pretesa di evitare l'accumulo del pattume, quel costante premere di un monte-discarica sull'altro, in una sorta di innaturale e mostruosa orogenesi. Ma che in realtà altro non fanno che polverizzarne una parte e renderlo ancora una volta biodisponibile, pronto a colonizzare i corpi dei viventi, di questo più o meno inconsapevoli. Il resto, come nella Leonia calviniana, si accumula nelle discariche periferiche.
In una città come Leonia, ma al tempo d'oggi, la categoria sociale che sopra tutte potrebbe forse godere dell'operato di queste macchine mortifere (almeno dapprincipio) sarebbe quella di medici e veterinari, indaffaratissimi a curare sopraggiunte e inedite malattie respiratorie e tumorali da inalazione di nanoparticelle. Fino che a loro volta non ne fossero colpiti, soccombendone.
Come dire: occhio non vede, cuore (forse) non duole, ma di sicuro altri organi sì.
Come risolvere allora il problema?
Non si tratta qui di capire cosa sia meglio (o meno peggio) tra discariche e inceneritori, ma di limitare al massimo l'uso delle prime ed evitare quello dei secondi. Solo un' estrema rivoluzione nella mentalità collettiva, una radicale modifica del sistema dei consumi, una strategia di recupero, riuso e riciclo efficace, in una parola, l'avvio di una de-crescita che tenga conto dei bisogni di tutti, umani e non umani, può essere la chiave di volta per non ritrovarci un giorno, come l'opulenta Leonia, affogati nel (o avvelenati dal) nostro stesso pattume.

Ilaria Nannetti, per Antispecismo.Net

Le città invisibili – 1972 di Italo Calvino

Le città continue - Leonia

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall'ultimo modello d'apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e
diverse, o non piuttosto l'espellere, allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede. Fuori della città, certo; ma ogni anno la città s'espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste s'innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto.
Aggiungi che più l'arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste mal tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E' una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suo estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.


 

 

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