Giovedì, 21 Giugno 2012 10:19

Oikos: la morte del lago Titicaca e la diga di Bel Monte

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Segnaliamo due articoli:

1. Titicaca, il lago degli Inca ucciso dall'inquinamento (VIDEO)

2. Ai piedi della diga che divora la foresta "Addio Amazzonia"


Oikos.

Fra antispecisti ed ecologisti spesso non corre buon sangue. Banalizzando potremmo dire che questi si occupano di ambiente, ecosistemi, biodiversità, mentre noi antispecisti ci occupiamo di animali – prevalentemente non umani, anche se non solo. Gli ecologisti hanno una visione che potremmo dire olistica dell’ambiente, che a noi antispecisti non piace granché, perché partiamo sempre dagli individui (animali). Come dice Massimo Filippi, l’ecologia è un discorso (logos) sul proprio (oikos: la casa) che non può che ricadere nell’antropocentrismo, ripetendo il nomos umano: l’economia. (1) 
Per quanto tenti si superare questo limite, anche la deep ecology, sembra rimanervi intrappolata, perché il decentramento che tenta dallo sguardo umano non passa per lo sguardo dell’altro animale. Per quanto  le cose e il vivente in generale (il regno vegetale, la vita non senziente) possano essere considerati importanti e meritevoli di un atteggiamento etico, essi non hanno uno sguardo. E lo sguardo è ciò che implica percezione e intenzionalità, capacità di soffrire e provare piacere, gioire e rattristarsi, spaventarsi e angosciarsi. Decentrarsi verso lo sguardo del senziente non umano è fare esperienza di un alterità rimossa e negata, che chiede e perfino impone giustizia. Lo sguardo è un volto, potremmo dire parafrasando Levinàs, radicalizzando la sua filosofia oltre l’antropocentrismo che l’ha intrappolata: ogni sguardo è un volto, un volto che impone un’etica (2).
D’altra parte ci sono buone ragioni per noi antispecisti per occuparci di ambiente: tutti quanti noi, esistenti non umani e umani, abitiamo lo stesso pianeta, ognuno abitandone una porzione, un ecosistema o una rete di ecosistemi, e persino quello che Uexküll chiamava un umwelt, (mondo-ambiente). Distruggere un ecosistema significa immediatamente distruggere vita animale, perché per quanto impoverito, ogni ecosistema ne pullula, dalle cime degli alberi al sottosuolo. Ogni ruspa distrugge tutto ciò che non può scappare o non è stato messo in salvo dalla cura genitoriale: insetti, artropodi, anfibi e piccoli rettili, cuccioli di uccelli nei nidi e cuccioli di mammiferi nelle tane. E distruggere un ecosistema significa anche dare la morte nel tempo, una morte dilazionata: perché, com’è noto, un ecosistema è uno spazio di rapporti fittissimi quanto fragili che garantiscono, pur nel loro divenire (un ecosistema non è un edificio di cemento), l’esistenza di individui e specie. Anche senza sacralizzare dunque l’idea di ecosistema (senza farne quel curioso idolo a cui s’immolano troppo spesso gli individui – come negli abbattimenti selettivi, che non si capisce chi o cosa dovrebbero
garantire, dato che appunto, l’ecosistema non è un monumento da manutenere e restaurare), la sua distruzione, soprattutto laddove esso sia costituito da forme di relazioni uniche e irripetibili e garantisca gli esistenti di specie “non altamente adattabili” (distruggere una foresta vergine non ha le stesse conseguenze s’un giaguaro o s’un orango che la distruzione di una fogna ha s’un topo o uno scarafaggio: e non è questione di “simpatie”) diventa un problema antispecista, oltre che un fenomeno che non esito a definire straziante.
La distruzione di un ecosistema o di un intero ambiente inteso come rete di ecosistemi ha poi ricadute pesantissime sulle condizioni degli umani stessi: non certo di quegli umani che lo distruggono (se non a lungo termine: magari per i loro figli), ma di quelli che non hanno alcun potere davanti a piani “selvaggi” di industrializzazione forzata che disseminano dighe fra le foreste e inquinano a morte acque e suolo. Non starò certo qui a difendere in assoluto la pratica della pesca, ma è ovvio che per una popolazione di indios andini essa ha una funzione diversa da quella che riveste per gli “sportivi” occidentali, per i pescatori a strascico del nord del mondo, o per i pescicoltori. Una funzione, una modalità e un impatto completamente diversi. Detto questo, e se è vero che non esistono culture “fisse” e chiuse in se stesse, non è accettando la loro distruzione e l’impoverimenti di esseri umani non occidentali che noi antispecisti d’occidente proporremo in modo persuasivo, dei cambiamenti culturali o anche solo “alimentari” al resto degli abitanti del pianeta (che, detto per inciso, sono la stragrande maggioranza). Senza contare, infine, che proprio i pescatori andini, così come i “cacciatori-raccoglitori” d’Amazzonia, e i vari agricoltori di un’agricoltura di sussistenza che non avvelena e non sfianca le terre, saranno poi essi stessi, impoveriti fino alla miseria o deportati, i destinatari dei prodotti degli allevamenti industriali e del ciclo della carne, alimentati dall’acqua e dall’elettricità delle dighe.

Per non parlare delle merci che l’assenza di norme ambientali (anche minime) garantisce a basso costo a distretti industriale che usano laghi e fiumi come latrine per lo smaltimenti di reflui tossici e di qualunque spazzatura.

Ecco i due casi strazianti del lago Titicaca (un nome che non vi farà più sorridere) e della diga di Bel Monte, in costruzione in Amazzonia.

Antonio Volpe x Antispecismo.Net



1 Massimo Filippi. Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte. Ombrecorte. Verona 2010

Vedi i contributi in questa direzione di Matthew Calarco, a partire da in AAVV. Nell’albergo di Adamo. A cura di Massimo Filippi e Filippo Trasatti. Mimesis.

2 Vedi i contributi in questa direzione di Matthew Calarco, a partire da in AAVV. Nell’albergo di Adamo. A cura di Massimo Filippi e Filippo Trasatti. Mimesis.

Letto 1989 volte Ultima modifica il Giovedì, 21 Giugno 2012 10:44

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