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Testi nati appositamente per questo spazio o quasi

CANI: deformità di razza pura di Michela Angelini (Già pubblicato su anguane.noblogs.org) Secondo L'FCI, federazione internazionale delle associazioni di allevatori canini, l'obiettivo dell'allevamento canino è produrre cani in salute con struttura e mentalità tipica della razza, cani che possano vivere una vita lunga e felice per il benessere e il piacere del proprietario e della società e del cane stesso[1]. L'allevamento sottostà a un regolamento, che cita: i cani in perfetta salute, in termini di ereditarietà, sono quelli che trasmettono le caratteristiche dello standard di una razza, il suo tipo ed il suo temperamento e non presentano alcun difetto ereditario sostanziale che potrebbe minacciare l’aspetto funzionale della loro progenie. I cani che presentano dei difetti eliminatori, come un temperamento malsano, una sordità od una cecità congenita, labbro leporino, palato spaccato, delle malformazioni notorie della mascella o dei difetti dentali pronunciati, un’atrofia progressiva della retina, i cani che soffrono di epilessia, i cani criptorchidi, monorchidi, albini, affetti da displasia severa accertata dell’anca oppure dei cani che presentano dei colori di pelo non desiderati non possono essere utilizzati per l’allevamento[2]. Perché proprietario e società dovrebbero beneficiare della salute del cane prima del cane stesso? Chi decide quando un difetto ereditario è “sostanziale” e quando un cane è, in realtà, escluso dalla riproduzione? Una strada per tentare di rispondere a queste domande la troviamo con la visione del documentario della BBC “Pedigree Dog Exposed[3]”, che fa un'attenta analisi delle conseguenze della selezione canina negli ultimi due secoli: Inizialmente e fino all'ottocento, i cani…
Dal care al dialogo: il femminismo e il trattamento degli animali Di Josephine Donovan. Traduzione dall’inglese di Michela Pezzarini; revisione: Josephine Donovan, Agnese Pignataro. Fonte: Musi e Muse, n. 2 (luglio 2013) Questo articolo è tratto dal volume collettivo The Feminist Care Tradition in Animal Ethics, a Reader, Columbia University Press, 2007. Una versione molto più lunga e leggermente diversa era apparsa con il titolo «Feminism and the Treatment of Animals: From Care to Dialogue» in Signs: Journal of Women in Culture and Society, 2006, vol.31, n.2. Immagine tratta dal sito The Public Domanin Review. [Nota della traduttrice: ove possibile si è scelto di non tradurre il termine inglese care, che ha un campo semantico più ampio dell’italiano cura]. Dagli anni Ottanta le femministe hanno iniziato a introdurre la teoria del care nel dibattito filosofico su come gli umani debbano trattare gli animali non umani. La teoria del care, un filone importante della teoria femminista contemporanea, è stata originariamente articolata da Carol Gilligan e in seguito elaborata, perfezionata e ampiamente criticata fin dalla sua prima formulazione nei tardi anni Settanta. Da quando le autrici e gli autori presenti nella prima parte di questo volume [The Feminist Care Tradition in Animal Ethics, a Reader] hanno applicato la teoria del care alla questione animale nei primi anni Novanta, essa si è affermata come uno dei principali filoni teorici dell’etica animale. Questo articolo vuole tentare di affinare e rafforzare ulteriormente la teoria femminista del care in etica animale. Spero di riposizionare la discussione…
Lunedì, 22 Aprile 2013 16:00

Terrorista a chi? - di Sara Romagnoli

Come sottolinea in più punti il bellissimo testo “Elogio del conflitto”1, dal crollo dell’impero sovietico in poi, entro numerose varianti, il discorso dominante in seno alla politica genericamente intesa, ha delineato uno dei dogmi fondativi della società tale per cui l’UNICO MODELLO POSSIBILE per la stessa è la democrazia. Poco importa se questa, spesso e volentieri, è un termine poco “ruminato” intellettualmente, antropologicamente e politicamente. Di fatto non esiste un orizzonte mentale che preveda altro modo di darsi dell’uomo nel mondo in mezzo agli altri suoi simili, poiché infine la democrazia è vista come il punto più elevato di un percorso storico dell’umanità (con buona pace dello spirito hegeliano), una sorta di fenomeno naturale basato sull’essenza stessa dell’essere umano (quale poi sia questa essenza, a tutt’oggi non è ancora dato saperlo). E’ sul profilo più o meno frastagliato di quest’idea di democrazia che si colloca, strutturandosi e definendosi, l’idea stessa di quella che viene comunemente definita civiltà. A questa, si badi bene, si può opporre contrapposizione a patto di aderire a processi normalizzati (che cioè rispondano anch’essi a norme comunemente accettate)e che quindi rientrino a loro volta nel sistema, pena l’estromissione dallo stesso, la classificazione come elementi-altri. Ma, ahimè, il paradosso è di natura sostanziale: infatti, come per la maggior parte dei concetti di valenza insiemistica2, per sua stessa natura la civiltà è tale solo e soltanto (ovvero a condizione che), vi sia la sua controparte, la sorella di segno opposto, definibile per sommi capi ed in modo molto generico…
Intervista a Lorenzo Guadagnucci di: Lorenzo Strisciullo Fonte: mangialibri.com Nel 2001 la foto del suo viso sanguinante rappresentò il simbolo dei fatti della Diaz, in quella che lo stesso vice-questore Michelangelo Fournier definì una ‘macelleria messicana’. Lui è Lorenzo Guadagnucci, giornalista del “Quotidiano Nazionale”, cofondatore del “Comitato Verità e Giustizia per Genova” e del gruppo "Giornalisti contro il razzismo". Ad un certo punto della sua vita, dopo essere stato per anni vegetariano, ha deciso di diventare vegano: non solo una scelta alimentare ma un vero e proprio modo di pensare; uno stile di vita; una lotta per i diritti civili che si allarga ai diritti di tutti gli esseri viventi. Una visione della vita totalmente pacifista che si costruisce attraverso l’antispecismo e l’abbattimento dell’antropocentrismo che sta distruggendo il pianeta, e si realizza attraverso l’uso consapevole e militante dei canali d’informazione. Sei stato testimone dei fatti della Diaz del 21 luglio 2001. Un’esperienza che hai paragonato ad una tonnara. Cosa rimane dopo più di dieci anni ?Rimangono molte cose. Il ricordo di una paura fisica estrema, mai provata prima; la consapevolezza che non esistono diritti davvero garantiti una volta per tutte; l'orrore per la facilità con la quale istituzioni dello stato, anche ai vertici più alti, possono violare la legge, mentire, ostacolare il corso della giustizia. Rimane anche un cambiamento di prospettiva permanente: oggi mi ritengo un attivista per i diritti fondamentali (degli umani e dei non umani) e questo in larga misura dipende proprio dall'esperienza vissuta a Genova. In Restiamo…
Il Maschilismo che non c'è e il diritto di torturare animali di Eva Melodia Mi dicono in molti che esagero. Anzi, spesso neppure me lo dicono...me lo suggeriscono attraverso un disinteresse completo rispetto al peso che attribuisco al maschilismo ed al patriarcato nel fomentare le dinamiche socio-politiche devastanti cui assistiamo ogni giorno e di cui non mi rimane che contare le vittime umane e altro da umane. La negazione della presenza oppressiva di un fattivo dominio maschile si costruisce ogni giorno rimarcando presunti diritti acquisiti dalle donne in quello che è il mondo ricco e pseudo democratico. Tali “diritti” o “parità raggiunte” non sono certo per me negabili né tanto meno necessariamente da sminuire eppure, non solo restano patrimonio di una esigua minoranza delle donne nel mondo, ma per di più nella maggior parte dei casi sono come vesti colorate sotto cui mascherare la continuità fluida e dirompente del patriarcato: ringrazio Agnese Pignataro per avermi messo (già qualche anno fa) sulla buona strada del ragionevole dubbio rispetto al valore o (diciamolo) al potere realmente esercitato attraverso questi “diritti” acquisiti. Dubbio risolto: ho tratto conclusioni che oramai, lo ammetto, mi fanno vedere la sagoma di vecchi gerarchi succhiasangue a muovere fili da tutte le parti. Ciononostante mi chiedo: se davvero si tratta solo di mie proiezioni (o nostre proiezioni, cioè di donne ipercritiche e iperfemministe incollate al binocolo tutto il giorno per scovare ogni traccia di un maschilismo, in realtà blando), come mai duecentocinquemila (scritto per esteso rende bene l’idea) donne…
Contributo per l'evento del 9 febbraio "Liberazione Generale: tavola rotonda sulle correlazioni fra antispecismo, antisessismo, intersessualità e omotransfobia"L'intervento previsto durante la tavola rotonda svilupperà i concetti qui riassunti Antispecismo: stare dalla parte degli animali è "contronatura"? di Marco Reggio La solidarietà con gli animali non umani e con le loro forme di resistenza alla schiavitù si è manifestata nei secoli in varie forme, ma soltanto negli ultimi decenni, parallelamente allo sviluppo di tecniche di sfruttamento su larga scala, ha iniziato ad esprimersi in forma di teoria e di prassi politica. Oggi, la principale relazione che intratteniamo con gli animali di altre specie è quella di utilizzarli come merci, principalmente come cibo: solo per l'alimentazione umana, oltre 50 miliardi di animali terrestri vengono uccisi ogni anno nel mondo (il numero di pesci è decisamente più impressionante, anche se le loro vite hanno così poco valore da essere conteggiate a peso). Forse per questo la forma più evidente di espressione individuale della contestazione dei rapporti di dominio fra umani e non umani è di fatto il vegetarismo/veganismo, che rappresenta in modo sempre più esplicito una presa di posizione politica (più che un mero boicottaggio di un settore produttivo): la volontà di schierarsi, per quanto possibile, dalla parte degli oppressi e non degli oppressori. A partire dagli anni settanta, si è sviluppato un pensiero dell’antispecismo, cioè dell’opposizione alla discriminazione degli individui in base alla specie di appartenenza, per analogia con il concetto di discriminazione razziale. A tale prima, generica, definizione di antispecismo sono…
“Trasformare il maschile” – intervista a Salvatore Deiana a cura di Marco Reggio Trasformare il maschile è un testo a più voci sul cambiamento in corso dei "modelli" maschili, a partire dai temi delle esperienze maschili pedagogiche e di cura [1]. "Questo volume vuole partecipare al dibattito ormai aperto in ambito pedagogico su se e come educare un essere umano a vivere anche in termini di genere, partendo dall’idea che sia poco naturale e spontaneo il vivere come maschi e come femmine, ma che pure in questo ambito siamo in larga parte costruiti dalle culture e dalle società. Il libro riserva un’attenzione e un approfondimento particolari nei riguardi degli uomini, coinvolti come attori o come destinatari - bambini e adulti - della formazione/educazione/cura. È uno spazio per alcune voci maschili – tra cui un padre, un maestro di scuola, un educatore, un volontario ospedaliero, un formatore in ambito sportivo, uomini impegnati contro la violenza maschile sulle donne - a partire dalle proprie esperienze, perché, al di là dei momenti di teorizzazione o di governo, la presenza maschile nei luoghi di educazione e di cura è sempre più numericamente minoritaria ma può essere, forse anche per questo, originale e portatrice di trasformazione." (maschileplurale.it) Abbiamo intervistato uno dei curatori, Salvatore Deiana, ricercatore e docente di Pedagogia presso la Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari, e membro dell'Associazione Maschile Plurale. [1] S. Deiana e M. Greco (a cura di), Trasformare il maschile nella cura, nell’educazione, nelle relazioni, Cittadella Editrice, Assisi 2012. Marco:…
da: Anguane - Collettivo Queer Ecovegfemminista Veganismo Nativo: le Native femministe mangiano il tofu! by Margaret Robinson Margaret Robinson è una nativa Mi’kmaq vegana che vive a Toronto. Ha conseguito un Ph.D in teologia presso l’University of St. Michael’s College, a Toronto. Attualmente lavora presso il Centro per le Dipendenze e la Salute Mentale. È coordinatrice del progetto “Rischio e resilienza tra le persone bisessuali in Ontario: uno studio di comunità sul benessere mentale delle persone bisessuali” *** Il veganismo è spesso associato con l’essere bianchi, ma una lettura ecofemminista e post-colonialista delle leggende Mi’kmaq serve come base per una dieta vegan radicata nella cultura Nativa, scrive Margaret Robinson. 14 Novembre 2010 Proponendo quest’idea ci sono due barriere significative. La prima è l’associazione del veganismo con i bianchi. Nel libro Real Natives Don’t Eat Tofu (I veri Nativi non mangiano tofu), Drew Hayden Taylor riporta che l’astensione dal mangiare carne é una pratica dei bianchi. In uno scherzo all’inizio del documentario Redskins, Tricksters and Puppy Stew (Pellerossa, imbroglioni e stufato di cucciolo) chiede “Come è chiamato un Nativo vegetariano? Un pessimo cacciatore”. L’ecologista Robert Hunter dipinge le persone vegan come “eco-gesuiti” e “ fondamentalisti veggie”, che “forzano i/le Nativi/e a fare cose alla maniera dei bianchi”. Proiettando l’imperialismo bianco verso le persone vegan Hunter permette agli onnivori bianchi di creare un legame con i/le Nativi/e attraverso il mangiar carne. In Stuff White People Like,(Cose che piacciono ai bianchi) l’autore satirico Christian Lander dipinge il veganismo come una tattica per mantenere…
Giovedì, 25 Ottobre 2012 10:32

Che cos'è lo sfruttamento sostenibile?

Da: www.bioviolenza.blogspot.it Che cos'è lo sfruttamento sostenibile? Uno scherzo? Una provocazione? Forse un'allusione alle guerre umanitarie? O alle missioni di pace? Siamo andati, due anni fa, a chiederlo a Slow Food, l'associazione che organizza il Salone del Gusto di Torino. Abbiamo pensato che fosse - Slow Food con il suo Presidente Carlo Petrini - una delle realtà più ferrate sul tema, dato il gran parlare che fa di produzioni "sostenibili", allevamento "etico", rispetto dei diritti. Siamo andati a chiederlo l'anno scorso alla fiera della pesca sostenibile, Slow Fish (eh sì, ci ha incuriosito anche la pesca sostenibile, lo ammettiamo). Siamo andati a chiederlo alla cerimonia di inaugurazione del Salone del Gusto 2012 e abbiamo volantinato alla stampa presente le ragioni di chi lo sfruttamento sostenibile, negli allevamenti bio-eco-compatibili, lo vive quotidianamente: gli animali. Andremo a chiederlo pubblicamente, in piazza, domenica 28 ottobre. Davanti al Salone del Gusto 2012, dalle 10 alle 19, presso Lingotto Fiere, via Nizza 280 - Torino. Per chi vuole partecipare, i dettagli sono qui: http://bioviolenza.blogspot.com/2012/10/torino-28-ottobre-in-piazza-per-gli.html Nel frattempo, una prima risposta l'abbiamo trovata vedendo l'anteprima fotografica del Salone su corriere.it. Probabilmente, lo sfruttamento sostenibile è questo:
Fonte: Musi e Muse - rivista antispecista on line Opporsi alla sperimentazione animale: una posizione «incoerente»? Nel quadro delle attuali mobilitazioni contro la sperimentazione animale (manifestazioni contro Green Hill, Marshall, Harlan…), alle quali esprimiamo il nostro sostegno, proponiamo in anteprima dal n°1 di MeM (la cui pubblicazione è prevista per fine novembre 2012) un articolo che potrà forse fornire qualche strumento dialettico in più al movimento di liberazione animale. La Redazione di Musi e Muse Opporsi alla sperimentazione animale: una posizione «incoerente»? Rispondono la storia della medicina, l’etica del care e il pensiero di David Hume. Di Agnese Pignataro. «The Brown Rats» (illustrazione tratta da un testo di storia naturale del 1840; fonte: The Graphics Fairy). Chi si oppone alla sperimentazione su animali nella ricerca medica fa in genere uso di argomenti cosiddetti «scientifici», che mettono in discussione la validità epistemologica di tale pratica, ed etici, che ne contestano l’accettabilità sul piano morale. Ai primi argomenti, i sostenitori della sperimentazione animale oppongono una serie di contro-dimostrazioni volte a mostrare l’utilità scientifica della sperimentazione animale, aggiungendovi spesso una contro-accusa malevola agli antivivisezionisti, quella di essere «incoerenti» sul piano etico. Il procedimento argomentativo è questo: visto che la sperimentazione animale è una pratica utile e indispensabile per la ricerca medica, chi la critica e tuttavia beneficia dei risultati di tale ricerca (facendo uso di farmaci, ricorrendo ad assistenza medica…) è colpevole di «incoerenza». È lecito pensare che gli argomenti scientifici contro la sperimentazione animale siano (anche) un tentativo di sfuggire a questa…
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