Genitorialità trans come soggettività Queer

di Egon Botteghi

 

Come persona trans molte volte sono stato invitato a riflettere sui confini che ho attraversato e sulla mia esperienza, non sempre facile, di sconfinamento.

Già Kafka scriveva:

“E' pericoloso vivere tra i confini, i confini tra uomini e donne”[1]

 

Emblematiche, in questo senso, le parole della filosofa Judith Butler:

“Vi sono esseri umani che vivono e respirano negli interstizi della relazione binaria uomo/donna, rilevando che essa non è esaustiva ne necessaria.

Il passaggio da femmina a maschio non comporta necessariamente il permanere in una cornice binaria, ma assume la trasformazione stessa come il significato del proprio genere”[2]

 

Con il passare del tempo mi sono reso conto che uno dei confini più significativi che ho oltrepassato riguarda la mia famiglia, il mio essere genitore.

Essere infatti una madre uomo mi ha permesso di continuare a “vivere e respirare nell'interstizio” della binarietà, impedendo di esserne riassorbito e continuando a rappresentare una soggettività queer difficilmente eludibile e celabile.

 

Anche in una recente ricerca italiana sulla genitorialità t* si può leggere:

“Le persone transgender trasgrediscono l'espressione di genere che la nostra cultura idealizzava per ogni sesso, destabilizzando così le costruzioni dominanti di “mascolinità” e “femminilità”.

Questo è sopratutto vero, o per lo meno si evidenzia con più facilità, nel caso dei genitori T.

Queste persone si ritrovano in una posizione ideale per sfidare le pratiche tipiche di genere all'interno del sistema familiare, andando ad impattare sui significati dell'essere madre o padre”[3]

 

Così, ogni volta che mi presento come: “Uomo trans madre di due figl*”

sperimento senza meno il mio “potere destabilizzante”, anche all'interno della stessa comunità lgbtqi.

Come uomo trans rappresento già uno “strano”, essendo parte del corno meno conosciuto del percorso di transizione, quello da donna a uomo, ma come “uomo-trans-madre” rappresento proprio un ossimoro vivente.[4]

Lo stereotipo della persona trans è infatti quella della trans-donna (MtoF) sexworker, ed è quindi già un passo avanti scoprire che non tutte le donne trans sono sexworkers e che non tutte le persone trans sono nate nel genere biologico maschile e che esistono anche gli FtoM (trans da donna a uomo).

La sorpresa aumenta, ed anche la queerizzazione, quando capiamo che l'immagine della persona trans che non doveva avere alcun progetto genitoriale e familiare, è un'immagine vetusta e coercitiva, basata su vecchie (ma purtroppo ancora in parte attive) visioni della classe medica.

.

Riprendendo a tal proposito la già citata ricerca, si legge:

“La prassi consigliata dai medici era di abbandonare la famiglia e il ruolo genitoriale, non farlo sarebbe stato un segno di fallimento della transizione. Secondo questi clinici, i pazienti dovevano avere una storia pulita, completamente avulsa dal passato. Questo probabilmente ha influito ad alimentare immagini negative e stereotipi circa la transgenitorialità”[5]

 

La crudeltà di queste prassi è evidente, come pure la sterilizzazione obbligatoria per le persone trans  che richiedono la rettifica anagrafica, che si è perpetuata fino ad oggi.

Non meno problematico è il fatto che pochi medici si prendono il tempo per investigare con le persone trans che richiedono la tos (trattamento ormonale sostitutivo), che le porterà in pochi mesi alla castrazione chimica, quale possa essere il loro progetto genitoriale.

Ancora oggi si pensa che la persona trans non voglia, non possa, avere dei figli.

Nel nostro paese i figli di persone transessuali sono tali perchè concepiti prima del percorso di transizione.

In effetti, come riferito nella tesi citata, questa visione medica e medicalizzante della persone trans “nata nel corpo sbagliato”, che vuole soltanto adeguarsi e “rinascere” nell'altro sesso rispetto a quello biologico di nascita, crea degli stereotipi difficili da superare rispetto alla genitorialità trans, che come detto, attecchiscono anche nella stessa comunità lgbtqi ed addirittura in quella trans.

Difficile, anche per chi si vorrebbe definire queer, immaginare un uomo trans, che come me ha partorito ed allattato i suoi figli ed una donna trans che ha usato il suo pene per concepire i suoi bambini, di cui è il padre biologico.

Difficile associare la parola “mamma” ad un uomo, e la parola “papà” ad una donna...eppure molti figli di persone trans ci riescono, dimostrandosi più realisti del re, più queer dei queer.

I nostri figli a volte fungono da facilitatori della nostra soggettività queer.

Quando giro con mia figlia di sette anni che, nonostante il mio fisico “passi” l'esame della mascolinità a livello sociale, continua a chiamarmi indefessamente “mamma”, cinguettandolo continuamente in giro, mi rendo conto che non avrò in quel momento la possibilità di essere assimilato in una acritica casellina “maschio” e che lei “difende”la mia soggettività queer.

Ci sono state fasi iniziali in cui questo comportava per me un imbarazzo: era come se mia figlia, che allora aveva tre anni, con il suo continuo ripetere quella parolina in pubblico, “rovinasse” il mio lavoro, il mio passing.

Poi ho riflettuto, sia sul diritto dei miei figli di chiamarti mamma, sia sul mio senso di imbarazzo e su come e perchè la mia maternità avesse potuto minare la mia mascolinità.

Ho capito che l'imbarazzo riguardava soltanto la paura della reazioni delle persone intorno a me, la paura ed il peso di sostenere fino in fondo una soggettività non assimilabile nella cornice binaria “uomo” o “donna” classici.

I genitori trans, spesso non capiti e non previsti neanche all'interno delle loro comunità lgbtqi, dileggiati alle volte come “non puri”, spesso mostrano invece cosa vuol dire continuare a vivere sul confine, cosa vuol dire incarnare una posizione che non potrà essere mai del tutto assimilata all'interno della nostra società e rimanere su quel crinale, impervio sì ma assai interessante, per amore.

 

madre 



[1]     Citato in “Crimini in tempo di pace” di M.Filippi e Filippo Trasatti, Eleuthera, 2013

[2]     Judith Butler, “Fare e Disfare il genere”, Mimesis, 2014

[3]     Lorenzo Petri, “Transparenting. Essere genitore ed essere transessuale”, Tesi Magistrale in psicologia, Università Degli Studi di Firenze, anno accademico 2013-2014

[5]     Lorenzo Petri, op,cit.

Pubblicato in Spunti di Riflessione
Martedì, 22 Aprile 2014 07:47

La sovversione del nome - di Egon Botteghi

La sovversione del nome

di Egon Botteghi

 

Nel libro della Genesi si racconta di come un dio “plasmò dal suolo ogni sorta di bestia selvatica e tutte gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo [inteso proprio come maschio, perchè la donna verrà creata tre versetti più avanti] per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato gli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche...” (Genesi, 19-20).

Se non fosse che questo dio crea l'uomo a sua immagine e somiglianza, che lo crea maschio e femmina e che lo pone a dominare “sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (idem), potrebbe essere un simpatico mito sulla nascita del linguaggio umano, anche se mi domando come mai, all'inizio del mondo, prima ancora dei nomi, questo dio desse già la distinzione tra animali domestici e selvatici.

Purtroppo invece la questione della nominazione umana si fonde subito con quella della dominazione della nostra specie sulle altre (ed anche intraspecifica, perchè anche la donna viene condotta all'uomo, come prima di lei gli animali).

D'altra parte questo potrebbe essere anche un bisogno coevo all'essere umano, quello di prendere, di  afferrare e portare a sé (siamo raccoglitori): con le nostri mani prensili subiamo il fascino del manipolare, con il nostro linguaggio cerchiamo di afferrare e dominare il mondo.

Alcune scimmie hanno la coda prensile e si attaccano agli alberi, altre scimmie hanno il linguaggio prensile e si attaccano alle parole.

I nomi potrebbero essere una sorta di pollice opponibile, che esercita una stretta da cui è difficile divincolarsi.

“Nomina sunt omina”, i nomi sono destini, dicevano i latini, a cui dobbiamo tanta parte della nostra tradizione patriarcale.

Nel nostro diritto, il nome che sta ad identificare una persona, è formato da un prenome (o, ancor peggio, nome di battesimo) e dal cognome, detto anche nome patronimico, perchè è il Nome del Padre (chissà se prima o poi riusciremo ad avere anche noi una legge paritaria tra uomini e donne per il cognome dei figli).

L'articolo sei del Codice Civile (Libro primo, “delle persone e della Famiglia”, Titolo primo, “delle persone fisiche”) recita: “ogni persona ha diritto al nome che le è attribuito per legge. Nel nome si comprendono il prenome e il cognome. Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati”.

Il nome quindi è un diritto-dovere, una cosa che ti viene concesso e da cui non puoi liberarti mai più, a meno di non essere una persona a “statuto speciale” come me.

Io, infatti, come persona transessuale posso chiedere, con i modi previsti dalla legge, la rettifica del nome anagrafico, perchè nel mio caso, la nominazione ha fallito quella presunta presa sulla realtà, c'è stato uno scivolamento nel non previsto e si è dovuto correre ai ripari.

Questo riparo è la legge 164, del 1982, ottenuta con grandi lotte da parte delle transessuali del tempo.

Però questa rettifica io la pagherò cara, in tutti i sensi.

Mi presenterò, con il mio avvocato, davanti ad un giudice del tribunale della mia città, il quale interpreterà la norma a disposizione come avviene ormai da trent'anni nella stragrande maggioranza dei casi, accertandosi cioè della mia avvenuta sterilizzazione. Le mie ovaie in cambio di un nome che mi rappresenti.

Ed io sono anche “fortunato”: il mio avvocato è prima di tutto un amico dai tempi del liceo, che mi ha accompagnato e sostenuto; per reddito ho avuto accesso al gratuito patrocinio ed, essendo la falloplastica un' operazione dagli esiti troppo incerti, il giudice si acconteterà che io lasci solo le gonadi sul tavolo operatorio (anche se ci sono alcuni giudici in Italia che continuano a pretendere la falloplastica per dare la rettifica anagrafica, il che è un assurdo, dal momento che la falloplastica è un'operazione ancora sperimentale). Se fossi una mtf dovrei invece sottopormi alla vaginoplastica che, al contrario di quello che si può pensare, continua ad essere un' operazione che va incontro a molte problematiche (necrosi del clitoride, stenosi, o peggio, coartazione della vagina). [1]

Per questo è importantissimo che qualcosa si stia muovendo, che ci sia un disegno di legge, il 405, che aspetta di essere calendarizzato e discusso, che trasformerebbe questa rinominazione per le persone transessuali in un procedimento amministrativo, senza più dovere ricorrere a giudizi, sentenze, operazioni e mutilazioni. Per questo sarebbe importante sostenere la petizione che chiede la calendarizzazione di questa proposta di legge  http://goo.gl/BFjLxD.

Il nome è una gabbia così legata al dominio che l'idea stessa di poterlo cambiare, di poterne uscire, crea una vertigine, una scossa elettrica, un volo nella libertà inaspettata.

A volte, quando penso che mi accingo a cambiare il nome che i miei genitori mi hanno imposto, il cuore balza alla gola, sento come se il terreno si negasse ai miei piedi, c'è qualcosa che sembrava incredibile che sta invece avvenendo. Sembra la sovversione di tutte le cose, l'impossibile che si fa possibile.

La mia realtà si decompone e si ricompone, altrove. E' come un salto quantico.

Eppure ho realizzato di non essere la sola persona in famiglia che ha avuto dei cambi di nome, ed il pensiero mi sorprende per la similitudine e per la diversità delle situazioni coinvolte.

Ho sempre conosciuto mia nonna materna come “nonna Olga”. Ho scoperto quando lei era già anziana che in realtà si chiamava Angela.

Suo padre, il mio bisnonno, era un comunista convinto, di quelli che non prese mai la tessera del partito fascista, nonostante l'olio di ricino.

Quando nacquero le sue due figlie, intorno agli anni venti del secolo scorso, lui le volle chiamare Olga ed Irene.

Essendo due nomi russi era allora vietato dalla legge, cosicchè mia nonna visse come Olga per tutt* tranne che per lo stato italiano, dove era Angela.

Sua figlia, e mia madre, ha una vicenda contraria.

Tutt*, me compreso, credevamo si chiamasse Lyda.

Figurarsi la sorpresa quando rivelò, io ero già adulto, che il suo vero nome, quello con cui l'avevano “battezzata” era Anna Carla.

Non so per quale vicenda del destino, mi sembra che questa Lyda fosse una persona che venne a mancare, la cominciarono a chiamare così da bambina, finchè lei non volle riappropriarsi del suo nome anagrafico, in un tentativo di riappropriarsi di sé stessa e delle sua vita.

Quanta gente ancora mi chiede: “Ma prima come ti chiamavi?”

No, non è una domanda appropriata da rivolgere ad una persona transessuale: non c'è un prima ed un dopo, c'è la persona che ti sta ora di fronte e che ti ha già detto come si chiama.

Il nome non racchiude nessuna essenza intima della persona, come sapeva bene anche Giulietta, non c'è bisogno che si sappia.

La libertà di scegliersi il nome è però grande. Ci si può decidere, ci si può autonominare.

Ripenso a quell'intenso personaggio che è Europa, nel film “Mater Natura”, quella che, quando racconta che le hanno staccato la luce, dice “E fa niente, Ch'ammo a fa? Noi esistevamo prima della corrente elettrica e indipendentemente dalla corrente elettrica continueremo ad esistere ancora” (Mater Natura, di Massimo Andrei, 2005).

Nel suo asilo improvvisato, nei quartieri spagnoli di Napoli, questa persona gender non conforming, lascia che i bambini scelgano come farsi chiamare, scelta che viene rispettata da tutta la piccola comunità, aprendo uno sconfinato spazio di libertà e di autodeterminazione in mezzo ad uno squallore quotidiano.

Vorrei che questa libertà fosse lasciata anche agli animali altro da umani, che hanno il diritto di non essere chiamati in nessun modo, perchè non è con i nostri nomi che vengono alla realtà.

nome

[1] Per approfondire questo punto vedi anche http://www.intersexioni.it/il-corpo-e-mio-e-me-lo-gestisco-io-quanto-noi-transessuali-sappiamo-sulle-operazioni-di-riassegnazione-del-sesso/

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Un Transessuale e tre cani. Come sono visto da un’enciclopedia italiana

di Egon Botteghi

Fonte: http://www.intersexioni.it/

foto di Sarah Kashna


Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale di quarantadue anni.

Da quando ho “deciso” di affrontare quello che sono, ho pagato un prezzo salato a questa società che ha ancora forti resistenze nei confronti delle persone come me.

Lo stereotipo del transessuale è quello di un maschio biologico, perverso, “talmente omosessuale” da sentirsi donna, dedito alla prostituzione e a giri malfamati.

Anche se lentamente si comincia a conoscere anche la mia realtà, quella di coloro che sono nati in un corpo biologicamente femminile, che aiuta a decostruire questa visione, lo stigma è duro a morire: per i benpensanti noi siamo persone pervertite, esagerate, disturbate, pazze, non naturali, costruite, infantili, irresponsabili, egoiste, indecenti.

La famiglia che si trova ad affrontare il “disvelamento” di una persona transessuale attraversa una tormenta.

La famiglia che avevo costruito si è spezzata, mi sono separato, sono dovuto fuggire di casa e sono stato cacciato dal lavoro.

Per fortuna ho ottenuto l’affidamento congiunto dei miei figli.

La mia famiglia di origine, invece, ha reagito in maniera ambivalente, mi ha aiutato a ritrovare un lavoro ed una casa, ma la mia transessualità era vissuta come una tragedia ed i miei genitori non mi parlavano più.

Forse è comprensibile, forse è una reazione quasi fisiologica, in un contesto in cui la mia condizione è fuori da ogni concezione, è impossibile anche solo da pensare.

Per loro ero una lesbica che aveva perso il controllo, una persona egoista che non sapeva più quello che faceva.

Dopo tre anni di percorso, fatto di sedute con psichiatri, interminabili test con psicologi, visite endocrinologiche, istanze al tribunale, dopo l’operazione di rimozione del seno, mia madre si riavvicina e mi dice (parole sue) di aver fatto il salto, di accettarmi per quello che sono.

Vorrebbe che anche mio padre si calmasse e ricominciasse a parlarmi, che i nostri rapporti si distendessero, e mi chiede il favore di trovarle scritti di medici che possano spiegargli la mia condizione (di andare a parlare direttamente con i professionisti che mi seguono per adesso non se ne parla!).

Trovo molte testimonianze bellissime di altre persone trans, spesso anche con figli, che hanno dovuto affrontare il mio stesso percorso di allontanamento, di svalutazione, ma mia madre vorrebbe poter contare sull’autorevolezza della classe medica.

Per una fortuita coincidenza, proprio in quel momento, quindi all’incirca un mese fa, si scatena sulla stampa uno strano caso: su molte testate giornalistiche in rete rimbalza un articolo che da solo potrebbe rovinare il lento lavoro fatto dalla mia famiglia per “accettarmi” e la mia pazienza nell’aspettare questo momento.

Si tratta della notizia del convegno che si è tenuto per celebrare i vent’anni di attività del SAIFIP, servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica, del S.Camillo di Roma. Il direttore generale del detto ospedale, Aldo Morrone, dice che nonostante la crisi, nell’ultimo quinquennio le operazioni di riassegnazione del sesso sono aumentate del 25%.

Ora mi chiedo, perché parlare di crisi di settori economici mentre si sta parlando di salute delle persone (che tra l’altro soffrono effettivamente la crisi, visto che, con il crescente depauperamento delle risorse stanziate, le liste di attesa per le operazioni si fanno sempre più lunghe); e poi noi transessuali non siamo il restyling di una macchina da mettere in commercio o la collezione della settimana della moda.

Così passa l’idea che si abbia a che fare con fabbriche di corpi messe insieme per rispondere ai capricci di persone fuori di testa.

E infatti, di penna in penna, di giornale in giornale, si arriva alla diffamazione vera e propria de “Il Giornale”, assolutamente meritevole di una denuncia, in cui tale notizia giunge al grado più infimo di declinazione.

Il “signor” Veneziani, credendo di essere divertente, scrive: “Ma gli italiani come reagiscono alla crisi? Cambiano lavoro, partito, banca, Paese? No, cambiano sesso. Ho davanti agli occhi una statistica vera e impressionante: da quando c’è la crisi le operazioni per cambiare sesso hanno avuto un’impennata pazzesca”. Per poi continuare prendendo rozzamente in giro la condizione transessuale con una tale superficialità e disinformazione, che se fossimo in un paese serio sarebbe stato perlomeno richiamato..: per esempio quando scrive: “È più facile che rifare la carta d’identità” ha idea, Veneziani, di quanti anni ci vogliono per cambiare i documenti, quale operazioni siamo costretti a fare, quanto sangue e quante lacrime dobbiamo versare?

Indignat* per quanto stanno scrivendo, ci ricordiamo di aver visto e letto altre cose, come l’articolo di un medico su di un sito di endocrinologia, in cui venivano dette  delle scorrettezze assolute sulle persone FtoM, cose così pesanti e gravi che l’articolo è stato fulmineamente rimosso dal sito a seguito delle reazioni della comunità transgender.

Ed ecco che si arriva alla voce dell’Enciclopedia Treccani, voce di cui sono venuto a conoscenza grazie alla segnalazione di una donna transessuale.

Si tratta della parola “transgender” contenuta nel “Dizionario di medicina” (2010), dunque di questa autorevole enciclopedia, non dei consigli di Nonna Papera nel “Manuale delle giovani marmotte”.

Chi l’ha scritta parte dicendo che “in genere il transessuale aborre l’omosessualità”, ignorando forse che esistono molte persone transessuali omosessuali, ovvero uomini trans gay e donne trans lesbiche, e facendo cadere una parola così pesante come “aborrire” tra due insiemi di persone, gli/le omosessuali e gli/ le transessuali, che invece lottano insieme strenuamente, almeno fin dai tempi della rivolta di Stonewall nel 1969, per rivendicare il loro diritto ad una vita libera dall’oppressione, dal pregiudizio e dalla paura.

Prosegue affermando che “il transessuale cerca di cambiare quello che considera lo sbaglio della natura circa il suo corpo. A seconda delle circostanze sociali, economiche e legislative dell’ambiente in cui vive, il transessuale cerca rimedio in ormoni e altri farmaci, in interventi estetici e infine nel cosiddetto cambiamento di sesso chirurgico. In realtà, la chirurgia non ha affatto tale potere: può al massimo costruire una apparenza del genere sessuale agognato mentre distrugge irreparabilmente l’anatomia di quello originario”.

Dire che il/la transessuale considera il suo corpo uno sbaglio di natura significa aderire ad una visione della transessualità antiquata e costruita dalla scienza medica (ma certo siamo in un dizionario medico e tant’è), in cui la maggior parte dei/delle transessuali, qui ed ora, in Italia, nella seconda decade del XXI°secolo, non si rispecchia più.

La realtà infatti è molto più complessa e se si chiedesse ai dirett* interessat*, molt* risponderebbero di sentirsi nat* in un mondo sbagliato piuttosto che in un corpo sbagliato.

Il dire poi che l’operazione chirurgica non può correggere questo errore ma solo distruggere la parte sana della persona in questione, è la prima di una lunga serie di affermazioni pesantemente, anche se surrettizziamente, giudicanti, opinioni personali dell’autor*, che evidentemente aderisce ad una certa scuola di pensiero (mi sembra di intuire quella psicanalitica), ma dandola per scontata, per verità assodata e assoluta, invece di considerarla per quello che è, ovvero una particolare visione all’interno di un complesso interrogarsi anche da parte della classe medica che segue la “questione” transessuale.

Infatti chi ha redatto la voce si arroga il diritto di dire che distruggere il nostro corpo è “esattamente quel che vogliono a livello inconscio questi pazienti: attaccare e distruggere in se la parte ‘cattiva’ maschile o femminile della propria identità psicofisica, con una fantasia secondaria di riparazione (➔  riparazione e riconciliazione) maniacale di costruzione dell’anatomia del sesso opposto.”; ricordandoci anche – se magari ci saltasse in mente di dare una nostra opinione a riguardo, di avere una voce autonoma rispetto ai medici, di scendere in strada e  lottare per i nostri diritti -  che “il transessualismo è una patologia di area psicotica, un delirio circoscritto, strenuamente resistente alla terapia psicologica, particolarmente nella nostra epoca, nella quale si è sviluppata una forte collusione di tipo ideologico in ambito sociale e medico. Si confondono tali patologie con l’omosessualità (➔ sessualità) e il problema si sposta sul piano dei diritti civili, riducendo la già bassa disponibilità di questi soggetti a confrontarsi con i problemi psicopatologici profondi.”

Più chiaro di così: smettete di andare ai pride (anche se il movimento di rivendicazione e orgoglio iniziò proprio dal gesto di una donna transessuale che tirò una scarpa ad un poliziotto all’ennesima retata contro il popolo lgbtqi) e rinchiudetevi nello studio dei/ delle vostre psicologhe, a farvi riprogrammare la vostra, seppur “strenuamente resistente” mente “delirante”.

Cosa direbbe l’enciclopedic* autor*, se sapesse che i nostr* psicolog* sono pagati proprio per accompagnarci in questo complesso transito, reso difficile anche grazie ai pregiudizi che la Treccani continua a propagare?

Direbbe forse le stesse cose che diceva mia madre, prima del “salto” che ricordavo inizialmente, quando urlava che la mia psicologa era più pazza di me e la odiava perché, invece di fermarmi, come lei si sarebbe auspicata, mi aiutava a liberarmi dall’ansia che l’affrontare la mia condizione mi dava.

Mi stupisco allora di apprendere che il/la curator* ne è a perfetta conoscenza, dal momento che nel seguito descrive quanto avviene in Italia, ovvero che “ormai da circa 25 anni nelle strutture pubbliche si prevedono gruppi di psicoterapia propedeutici a interventi a base di ormoni e a manipolazioni chirurgiche, quale premessa obbligata al cambio di sesso anagrafico sui documenti. Questo atteggiamento, che si basa sull’idea di correggere un supposto ‘sbaglio’ della natura, preferisce eliminare il perturbante ‘disordine’ psicologico piuttosto che confrontarsi davvero con la complessità  dell’identità, che riguarda tutti. In realtà non c’é alcuna evidenza di tipo biologico alla base del disturbo. Ne sono consapevoli anche coloro che propongono terapie ormonali o chirurgiche, che mirano solo a ridurre – più o meno stabilmente – a livello sintomatico l’angoscia del paziente. Di converso, è noto che individui portatori di autentiche alterazioni dei cromosomi sessuali sviluppano una identità di genere molto più in relazione al tipo di allevamento psicologico che hanno ricevuto nella prima infanzia, che non in relazione alla loro combinazione cromosomica. Lo sforzo psicoterapeutico dovrebbe essere invece quello di riportare sul terreno del simbolico il dramma di queste persone, incatenato nella concretezza del corpo. I transessuali dovrebbero essere aiutati a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a trovare un aggiustamento individuale tra angosce e difese meno distruttivo, a migliorare il rapporto psicofisico con se stessi e con gli altri.

Da questa lunga citazione si desume che l’autor*:

1° – pur criticando l’idea della transessualità come “sbaglio di natura”, mostra però di non essere aggiornat* sul fatto che tale idea è veicolata dalla classe medica, una storia che i medici hanno cucito addosso alle persone transessuali, come una sorta di teoria ad hoc che ancora cercano di convalidare senza riuscirci, e che le persone transessuali hanno accettato per ottenere quello che era loro indispensabile alla sopravvivenza hic et nunc (della serie: io ti dico ciò che vuoi sentirti dire e tu mi dai quello che io voglio, ovvero il riconoscimento sociale nel genere percepito, l’unico mezzo per vivere decentemente nella società in cui sono nato).

2° – la soluzione proposta dall’esimi* è il lasciare sole le persone transessuali  che, con la loro peculiarità di genere, si scontrano e vengono schiacciate da questa società che fa del binarismo sessuale maschio – femmina e di genere uomo – donna il suo fondamento, in attesa che gli altr* si interroghino sulla “complessità dell’identità”.

3° – mostra di rimanere ancorat* agli insegnamenti di J. Money, sull’importanza dell’educazione al genere (“il genio” succitato, psicologo, diceva che si poteva tranquillamente riassegnare il sesso dei neonati intersessuali, tanto ci avrebbe pensato la famiglia e l’ambiente a tirali su come femmine, omettendo nei suoi studi i suicidi ed i fallimenti). Da sottolineare come gli intersessuali vengano qui definiti come “individui portatori di  autentiche (noi trans siamo dei fake?) alterazioni”.

4° – conclude quindi consigliando a tutt* i professionist* che ci seguono nei nostri folli deliri, e che evidentemente niente hanno capito, di aiutarci “a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a migliorare il rapporto psicofisico” con noi stessi e “con gli altri”…

evidentemente anche con mia madre, che se mai leggerà questa illustrissima voce, forse per lei abbastanza autorevole, tornerà a vedermi come l’assassino di sua figlia.

egon in spiaggia
Pubblicato in Spunti di Riflessione
da: anguane.noblogs.org
Il Convegno si propone di aprire una riflessione presso l’Università degli Studi di Padova per l’istituzione di un servizio che possa aprire l’Ateneo verso le esigenze degli studenti transgender. Da un’analisi più ampia sul transessualismo nella società italiana, sugli aspetti legali e sugli aspetti psicologici dell’iter di transizione di genere, si passerà all’esperienza personale, di altri Atenei, e delle associazioni che operano nel territorio, per delineare le richieste e le soluzioni che possono essere adottate e quali presupposti siano auspicabili per costruire un’Università più aperta e consapevole verso le differenze.

- PROGRAMMA -

APERTURA E SALUTI
Introduce: Luca Mistrello, presidente di Antéros LGBTI Padova

Guido Scutari, Prorettore per il diritto allo studio e la Condizione Studentesca, Università di Padova

Saveria Chemotti, delegata del Rettore per la cultura e gli studi di genere e coordinatrice del Forum di Ateneo per le politiche e gli studi di genere, Università di Padova

Alisa Del Re, direttora del Centro Interdipartimentale di Ricerca: Studi sulle Politiche di Genere, Università di Padova

RELAZIONI

Presiede: Davide Susanetti, dipartimento di studi linguistici e letterari, Università di Padova

Cenni storici e antropologici sul transessualismo, significati culturali della legge italiana e del DSM4.
Giovanni Battista Novello Paglianti, antropologo

Il “doppio libretto” e il diritto italiano.
Francesco Bilotta, giurista, Università di Udine, Rete Lenford

Il percorso psicologico, ruoli e figure dell’iter di transizione.
Annalisa Zabonati, psicologa, collaboratrice dello sportello d’accoglienza SAT di Verona

Il Servizio Accoglienza Trans di Verona: esperienza, considerazioni, dati, affluenze e statistiche.
Daniela Pompili e Manuela Signorini, operatrici dello sportello d’accoglienza SAT di Verona

Esperienza del “doppio libretto” con l’Università e con il Politecnico di Torino
Christian Ballarin, responsabile del Consultorio S.P.O.T. del Circolo Maurice di Torino

Testimonianza personale sulla realtà sociale padovana e negli studi all’Università del West England
Giovanni Papalia, studente FtM

Il MIT a Bologna, storia ed esperienza di buone pratiche.
Porpora Marcasciano, presidente del Movimento Identità Transessuale

INTERVENTI E DIBATTITO

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SEDE
Padova – Palazzo del Bo, Aula Ippolito Nievo
24 Gennaio 2013 – ore 15.00

PER INFORMAZIONI
Luca Mistrello (393 9087979)
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.anterospadova.it


Pubblicato in Appuntamenti ed Eventi

Dalla scoperta di sè alla transizione

il percorso medico/psicologico per le persone transessuali e transgender

Il 18 ottobre 2012 si terrà a Verona un convegno aperto a tutt* sul percorso di transizione. Il convegno è organizzato da:

Dipartimento di Sanità Pubblica e Medicina di Comunità - sezioni di Farmacologia e Medicina Legale

Dipartimento di Scienze Giuridiche - Università di Verona

Servizio Accoglienza Trans (SAT-PINK) Verona

per ulteriori dettagli

http://www.circolopink.it/convegno-trans-18-ottobre-012.htm



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