Venerdì, 23 Marzo 2012 15:18

La compassione non si delega

Pubblichiamo un articolo scritto dalla Coalizione contro la Vivisezione nelle Università nell'anno 2008 


LA COMPASSIONE NON SI DELEGA

Alcune buone ragioni per non far decidere sempre tutto agli scienziati

Esistono parole, in ogni periodo storico, che sembrano avere il potere di mobilitare i corpi e le coscienze con una forza straordinaria. Chi le invoca a propria difesa sa di poter contare su di un’adesione sicura e potente: ieri i governanti chiamavano in causa Dio, oggi scelgono più spesso di appellarsi alla Scienza, moderna religione laica con i suoi miti, le sue liturgie e i suoi sacerdoti.

Mèmori del carattere emancipatorio e – appunto – laico della scienza occidentale, con il suo metodo sperimentale, il suo ricorso al dibattito e i suoi appelli al pensiero critico, troppo spesso non vediamo come tali caratteri si siano da tempo cristallizzati in un dogmatismo sterile ad autoritario, imperialista nei confronti delle altre forme di conoscenza e delle altre sfere del vivere collettivo. Fatichiamo ad individuare tali caratteri della pratica scientifica odierna, e di conseguenza abbiamo difficoltà ad ammettere fino a che punto questa forza di critica al potere costituito si sia trasformata nella sua più fedele alleata, pur conservando, forse, inesplorate potenzialità di messa in discussione radicale dell’esistente.

La deriva della scienza, il suo recupero sottoforma di scientismo parlano a chiare lettere dell’emergere di una nuova religione, con una nuova casta sacerdotale il cui controllo si estende dalla sfera pubblica a quella più intima, dal controllo delle risorse collettive a quella della nostra salute, dalla gestione autoritaria delle tasse negli stati “democratici” all’utilizzo dei corpi degli umani e degli altri animali.
Il meccanismo della delega perde ogni possibile giustificazione di carattere pragmatico mentre viene profondamente interiorizzato, nella sudditanza a specialisti che, nella loro arroganza, non si premurano neanche di spiegare le proprie ragioni ai comuni mortali, neppure quando sono chiamati a deciderne le sorti, a decretarne la vita o la morte.
Tuttavia, un numero crescente di individui si chiede se davvero sia giusto delegare così radicalmente i propri bisogni e le scelte della collettività: se lo chiedono lavoratori, pazienti di ospedale, dissidenti di vario genere, donne e uomini i cui corpi vengono fatti oggetto del controllo morboso della scienza; se lo chiedono madri e padri, se lo chiedono popoli interi violentati dalla supponenza di una visione del mondo totalizzante; se lo chiedono anche, talvolta, alcuni scienziati. Anche se spesso appaiono e si presentano come tali, né il pensiero scientifico né le forze politiche ed economiche che lo esercitano sono realtà monolitiche e indifferenziate: non mancano dunque esperti “eretici” nella pressoché totalità dei campi di ricerca, da coloro che osano discutere le vaccinazioni di massa, a coloro che cercano di aprire un dibattito sull’eutanasia, dai critici delle manipolazioni genetiche a molti terapeuti cosiddetti “alternativi”.
Un tempo si usava rivendicare la separazione fra Stato e Chiesa…
Vorremmo qui suggerire alcune ragioni per mettere in discussione quello che molti gruppi di potere scientifico considerano più o meno esplicitamente come un loro diritto di decisione nell’ambito di sfere crescenti della vita pubblica, evitando – da parte nostra – di riproporre lo stesso nefasto dualismo.

Poiché in genere le decisioni comportano l’impiego di denaro pubblico, dovrebbero essere affidate alle persone comuni. Ma – si obietterà – le persone comuni non sono in grado di comprendere i complessi problemi della scienza! Se anche ciò fosse vero (e non lo è: la pratica scientifica oggi fa di tutto per emarginare i non specialisti dalla comprensione dei propri discorsi), questo non sarebbe un buon motivo per derogare al principio democratico secondo il quale sono le parti in causa a dover decidere. E i cittadini sono parti in causa, oggi, della maggior parte delle questioni scientifiche, dallo studio per la cura di una malattia al sondaggio di opinione.

Gli scienziati non sono neanche molto più esperti del cittadino comune, se non in un ambito molto ristretto del sapere.
L’immensa specializzazione delle discipline e delle tecniche ha generato una molteplicità di saperi parcellizzati, tali da rendere pressoché impossibile a chiunque una visione d’insieme o l’esercizio della critica di un ramo della ricerca tramite i risultati e i punti di vista di un altro ramo, per quanto “imparentati” essi possano essere. Questa impossibilità di una visione ampia si traduce poi nella costituzione di lobbies con sfere di incidenza e visioni frammentarie del presente, con l’affinamento di gerghi disciplinari sempre più incommensurabili fra loro e un progressivo svilimento delle potenzialità stesse del metodo sperimentale.

Essi lavorano senza conoscere, in genere, i presupposti del loro stesso operare.
Ovvero, difendono la loro tesi ed il loro lavoro a partire da assunti spesso impliciti che non sanno giustificare e che non conoscono neppure in modo approfondito. Tali assunti possono ad esempio essere di tipo filosofico, epistemologico, politico, scientifico, e così via. Per esempio, la moderna medicina tecnologica, nei suoi diversi rami, condivide alcuni presupposti relativi alla visione del corpo umano e della relazione fra questo e la psiche. Fra questi presupposti, è incontrastata un’impostazione materialistica “ingenua”, e in alcuni settori addirittura una visione organicistica del corpo e della malattia. Ora, quanti dei medici che fondano la propria pratica sanno che essa poggia su concetti filosofici che non sono eterni, né condivisi da tutte le tradizioni culturali, e soprattutto su idee che si sono affermate dopo ampi dibattiti e spesso dopo una dura lotta con visioni “alternative”, talvolta opposte? Quanti medici padroneggiano la dialettica di pregi e difetti della visione dei corpi che tanto peso ha nel loro lavoro? Quanti hanno scelto con cognizione di causa fra una concezione che vede nelle persone degli insiemi di singoli organi e le mille possibili concezioni di tipo olistico?

Gli scienziati – sembra banale dirlo – non sono neppure persone migliori delle altre.
Condividono con tutti gli esseri umani, e in parte con tutti gli animali, le medesime pulsioni, i medesimi difetti; hanno le proprie irrazionali preferenze personali, compiono scelte emotive e avventate, e così via. Sono semplicemente più esperti in una specifica attività umana, e – per inciso – non sono più esperti del cittadino medio riguardo ai fini di questa attività.

Non sono neppure mossi da propositi migliori.
La spinta del loro operare, come per qualsiasi lavoratore, può essere di vario tipo, ed è spesso un misto di motivazioni più o meno apprezzabili: curiosità verso il mondo, bramosia di potere, carriera o denaro, volontà di aiutare il “prossimo”, invidia, desiderio di affermarsi, senso del dovere, tendenza al sadismo, e così via.

Infine, essi non sono, neppure nei propri settori di specializzazione, i migliori a disposizione della società.
I meccanismi di “selezione” degli esperti, nelle democrazie avanzate, sono infatti palesemente in conflitto con le esigenze di conoscenza del reale o di utilità per le comunità che li mettono in atto. La scelta delle migliori “menti”, nell’ambito delle industrie private, avviene perlopiù in base a criteri di mercato, cioè in vista dell’ottenimento di sempre maggiori profitti per piccoli gruppi di persone a svantaggio, se necessario, della collettività. Le procedure di selezione nell’ambito degli enti di ricerca statali – rappresentati per la gran parte dalle università -, pur non essendo dominate da criteri dichiaratamente anti-sociali, sono basate su una cooptazione notoriamente legata all’appartenenza del ricercatore o dell’aspirante tale a gruppi di potere accademico, e al grado di obbedienza ad essi dimostrato, in evidente spregio di quei valori di cui la scienza si è attribuita il monopolio nella sua battaglia contro il dogmatismo religioso: la libertà di pensiero e di insegnamento, la curiosità, lo spirito critico, l’anticonformismo intellettuale.

Per smontare il mito degli esperti, la prima mossa necessaria è quella di fare un elenco delle priorità della propria vita, se non altro perchè di tutto è impossibile occuparsi.
Studiare a fondo i problemi importanti, come quello di tollerare l'utilizzo da parte degli scienziati della tortura; mettere in campo interessi, motivazioni, rischiando anche la sicurezza del proprio punto di vista, senza mollare di fronte alle numerose difficoltà che inevitabilmente ci troveremo sempre ad affrontare. Lo stesso modo di porre il problema condiziona profondamente i risultati che otterremo, perchè nessun problema è neutro e si dà nudo alla nostra osservazione.
Sospendere, da scettici, l'opinione degli esperti e provare a trovare da sé le ragioni per accettare o rifiutare una soluzione.
Mettere in discussione i dati, sfidando la sacralità del regime dei presunti dotti; mettere in discussione i postulati, cioè mettere allo scoperto i fondamenti ultimi sui quali si basa un discorso; screditare gli esperti di turno, restituendoli alla dimensione umana, alla fallibilità, alle intrinseche motivazioni che li fanno schierare da una parte piuttosto che dall'altra, alla loro storia personale e pubblica; screditare in primis il mito della competenza, cosa più difficile da realizzare.
Qui entra in campo proprio Lei, la Scienza con la S maiuscola, con tutto ciò che rappresenta per la nostra società e per la nostra ricattata vita quotidiana. Si suppone arbitrariamente che la conoscenza scientifica sia un percorso univoco verso la verità.
Quando lo contestiamo, da ogni dove sentiamo riproporci questo assioma come se fosse un dato acquisito che ci siamo perduti.
“Acquisito per chi?” è la domanda. Per un manipolo di epistemologi, ma per la maggior parte della gente questo resta un presupposto inespresso su cui si basa la fiducia negli esperti, la nuova Fede.
La Scienza ha, nella nostra cultura, acquisito di fatto la posizione di unica detentrice della verità. Una verità che spesso non è rivelabile, perchè può essere compresa solo da pochi iniziati, ma che col tempo potrà portare a tutti nuovi benefici.
Che ci sia un'unica vera modalità di conoscere e godere del mondo, è questa l'immagine diffusa della scienza.
Ma per smontarla occorre ben altro. Abbiamo bisogno di opporci coraggiosamente al postulato comune per mostrare diverse strade del pensiero che non possono non tradursi in una diversa concezione della vita e della società.
A tutti noi sta a dire quali.


La scienza può essere rifondata per il conseguimento di scopi benefici?
Non lo sapremo mai, se la lasciamo in mano agli scienziati…
Pubblicato in Articoli
Martedì, 06 Marzo 2012 12:16

Vivisezione: NO, e basta.

Un interessante appello è apparso in queste ore sul sito dihttp://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/non-si-rinunci-alla-ricerca-con-gli-animali-medicina.

In questo scritto, noi comuni cittadini veniamo raccontati in tutta la nostra derelitta emotività. Probabilmente per tale ragione, gli scriventi ci pongono ai margini dei giochi politici - come i bambini mandati a letto quando inizia il film di prima serata -, spettatori passivi che stanno a guardare, mentre le presunte istituzioni scientifiche di spicco che tengono la penna intendono dialogare accoratamente con il potere in una delle sue istituzioni storiche: il senato ed i senatori.
 
Negli anni sessanta avrebbero dovuto perdere molto meno tempo. Sarebbe bastato citare una sola volta il progresso, per fare sciogliere le caviglie di ghiaccio alle più rigide statue delle Camere, fino a fare fremere mamme e bambini all’idea di futuristici frullatori e viaggi nello spazio. Oggi invece a quanto pare, devono fare di più e lo fanno, giocando sì la carta scientifica - senza la tortura di animali la scienza porella resta al palo -, ma anche (udite, udite) chiamando in causa l’etica o la moralità di chi governa.
Con vero azzardo, evocando la moralità del lettore-destinatario del loro appello, invitano a mettersi una mano sulla coscienza quando si decidesse di “porre ostacoli alla ricerca“ assumendosi così la “grave responsabilità di chi – senza adeguate conoscenze – si arroga il diritto di deludere le speranze degli ammalati che attendono con ansia i progressi della medicina.”.

Queste affermazioni risultano doppiamente impressionanti.

Stupisce infatti come questi difensori della ricerca libera, forse disabituati all’autocritica, chiamino in causa con una certa leggiadria gli ammalati - ed implicitamente, la loro sofferenza - quando per primi rappresentano uno dei bracci ben oliati della legge del mercato che sottopone le loro magiche medicine ad un bel brevetto, con buona pace per il concetto di “diritto alla salute”. Come a dire: poveri malati, sì, quelli che possono pagarsi le cure. Gli altri, - si pensi alle tante medicine che servirebbero in Africa o nei paesi ad alto tasso di povertà e che invece non sono neppure abbordabili per i loro costi -, pazienza.
Non sembrano avere il sospetto di doversi mettere loro la mano sulla coscienza ogni qual volta decidono di essere al soldo delle multinazionali che strumentalizzano e finalizzano la ricerca alla speculazione economica. Non sembrano riconoscere la loro “grave responsabilità” quando si arrogano il diritto di eludere le speranze degli ammalati...per esempio di quelli senza una lira.

Etica: una parola, tante idee... confuse. Perché se proprio devono insinuarci il ragionevole dubbio sulla moralità della scelta di non favorire la sperimentazione su animali, potrebbero prima provare a chiedersi se non ci sia da tempo in atto qualche ragionevole dubbio sulla moralità globale dell’industria farmaceutica, con i suoi vaccini inoculati grazie alle allerte pandemia, sviluppate ad arte.

Chiamiamo "umani", individui che di norma si pongono - seppur con scarsi risultati - la questione tra bene e male, con la capacità di elaborare sfumature, congetture, ipotesi, dubbi, e finanche scelte che su queste si radicano. E’ probabile che coloro che scelgono di non assoggettare a tortura i loro simili - gli animali -, non abbiano una gran fiducia nell’etica della vivisezione e dei suoi esecutori. Internet ha aperto gli occhi (o almeno ha cominciato ad aprirli) rendendo fruibili i tanti filmati disponibili su come la categoria degli scriventi si comporti con gli animali, così che oramai è chiaro per tutti che gli animali vengono scelti apposta e proprio per la loro assenza di diritti. Ciò ne garantisce uno sfruttamento immediato, totale, con il massimo dei vantaggi ed il minimo dei costi, giacché la loro sofferenza non esercita per ora alcun peso politico.

La domanda quindi nasce spontanea: ma da costoro dovremmo fiutare una qualsiasi critica etica e magari pure incassarla? Suona piuttosto ridicolo.

La cosa per altro, fa il paio con l’argomento secondo cui gli oppositori alla vivisezione - emotivi - non saprebbero niente di scientificamente utile in proposito. La rilevanza data ad esempio alle informazioni scientifiche di base sugli animali, non vale. I dati scientifici che ci spiegano come in nonumani siano in tutto e per tutto soggetti e non oggetti (dati che hanno solo dimostrato ciò che gli occhi osservano fin dall’inizio della storia dell’umanità) e che hanno vitalità, identità, autodeterminazione... ecco quelle non sono valide. Niente, la scienza interessante è solo quella che ci dice con quanti litri di candeggina un coniglio muore intossicato, mentre quella che ci spiega che un coniglio ha lo stesso interesse a vivere di un bambino, eh no, quella no. Anzi, riferirsi ad essa è amorale, visto che ci induce a opporci alla ricerca finemente etica che costoro vorrebbero farci credere di mettere in atto.

I poveracci emotivi però, sempre emotivamente, potrebbero pensare che i senatori non abbiano alcun diritto di decidere o condizionare in alcun modo queste tematiche e che l’appello dei ricercatori sia quindi denigratorio verso la collettività, fatta prima di tutto di persone ed in ultimo di cittadini.

In più, potrebbero sapere come tutto ciò che viene decantato quale ostacolo ad una ricerca senza animali, dipenda  strettamente dalla totale assenza di moralità ed etica con cui la ricerca scientifica viene finanziata e foraggiata. Potrebbero poi essere ben consci del fatto che le scarse alternative di metodo sono direttamente proporzionali alla possibilità di straziare animali. In soldoni: se non fosse più ammesso usare i viventi per la ricerca, le miriadi di soldi che vi girano attorno verrebbero destinati necessariamente alle alternative e siamo certi, con qualche buon risultato. 
Poiché poi il progresso non ha un valore intrinseco, (porta cambiamenti, non necessariamente miglioramenti), è più che lecito per gli emotivi decidere di progredire eticamente andando verso una affermazione razionale e ragionevole di ciò che è e deve essere l’eguaglianza in questo presente che è già futuro. Per intendersi: se l’individuo topo (che scientificamente sappiamo capace di soffrire) fosse sacrificabile solo perché piccolo e banco, allora lo sarebbe anche lo stupido gobbo straniero, ma ciò non è più accettabile né per il topo né per lo straniero e, si noti bene, in egual misura.

Se i nostri ricercatori scriventi volessero insistere sostenendo che lo stupido gobbo straniero è comunque umano mentre il topo no, allora potremmo affermare che essere “umano”, esattamente come “progresso” non ha alcun valore morale intrinseco, salvo non voler chiamare in causa un poco scientifico creazionismo, cosa che tutto sommato, dentro ad un appello rivolto impropriamente ai senatori e non ai cittadini di uno stato (per di più!) laico, risulterebbe davvero offensivo.

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NB: Alleghiamo un bel video che racconta come la questione dei diritti sia tutto ciò da cui dipende la scelta delle vittime sacrificabili. Buona visione!

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