Bisogni di leggerezza

 

Il variegato panorama mainstream ci offre, specie negli ultimi tempi, delle perle di saggezza a cui si non possiamo rimanere indifferenti.

Per chi pensava che oltre al filone stile PETA (belli, famosi, ricchi e possibilmente bianchi) non si potesse più andare, ebbene, certe nostrane spontaneità dimostrano il contrario. Può capitare, infatti, nel nostro Paese che avvicinandoti a un tavolo informativo per prendere un volantino si diventi vulnerabili all'incontro ravvicinato col membro sventolante, momentaneo sponsor appena di ritorno dell'Isola dei Famosi. E se si auspicava che l’abuso di certo nudismo prèt a porter, di cui forse è andato perduto il significato rivendicativo, ecco che arriva in rete il trailer di Vegan Chronicles. Una figa-ta!

All’insegna del ‘famose ‘na risata’ (a spese dell’artri) confermando in modo imbarazzante tutti gli stereotipi del caso, ci viene proposto in salsa rosa uno dei leit motiv più gettonato da quella stessa cultura del dominio e del controllo di cui siamo intrisi e che accomuna tutti: la vagina.

Chi conosce un testo fondamentale come ‘The Sexual Politics Of Meat’ scritto daquella buontempona di Carol Adams, ha più o meno intuito come ‘stupro degli animali’ e ‘corpo delle donne’ siano elementi imprescindibili l’uno dall’altro.

(per parziale presa visione qui il link).

Di che si tratta? In sostanza i due giovani/sprovveduti/ingenui/vegani autori – cosa si sono immaginati di proporre in risposta ai cassamortari che postano sul loro sito foto (credendole provocatorie) che li ritraggono sorridenti accanto a poveri animali sgozzati? Una terapia radicale a base di vagina, come scientificamente sottolineano i due bravi.

Niente di nuovo, dunque.

Gli autori/interpreti mostrano alla telecamera, tramite un altro pc, una grande vagina-tipo. “C’è un’entrata e poi un corridoio, e se la situazione lo consente una seconda uscita" Uau!!! Ma chestile! Ammiccano e ridacchiano. Si capisce chiaramente che sono degli esperti, anzi lo affermano in diretta. Soprattutto sono molto originali almeno tanto quanto i loro antagonisti. E soprattutto sono giovani, più o meno carini,bianchi,eterosessuali, famosi e soprattutto vegani.

Che si strumentalizzi il corpo delle donne (senza neanche pagare i diritti d’autore) è cosa nota, così come lo sono i corpi di altri animali.

Sfugge forse ai ragazzi di Vegan Chronicles che tra le nefandezze che circolano in rete ad esempio, c’è una foto in cui una vagina, presumibilmente vergine, è stata ricostruita pari pari con delle fette di mortadella(si sono impegnati di più ).

Ma non importa,quando si parla si stile di vita , non esistono esitazioni: ogni mezzo è lecito!

Che importa poi se si ripercorrono e confermano certe routine culturali patriarcali,misogine, omofobe, feroci,alienanti, rozze e vivisettorie. Fra un po’ ci sarà l’elezione di miss e mr Vegan, con tanto di maglietta dedicata, e ‘sta a guardà er capello!!!

In tutte queste operazioni identitarie va da sé che proprio i protagonisti vengano offuscati: i du’ pischelli e loro seguito? NOO! Sempre con ste manie di protagonismo! Parliamo di tutti quegli animali che, ancora una volta, diventano invisibili.

Già, proprio“quelli”, i torturati, i denigrati, gli allevati per essere ammazzati, gli umiliati e offesi, quelli a cui persino realtà animaliste vorrebbero negare la capacità di autodeterminazione e il desiderio di libertà (al contrario, invece, l’allevatore sa bene di cosa sono capaci i suoi schiavi).

Così presenti e così invisibili in un’orgia collettiva di sguardi pornografici. È proprio allora che la vagina medicale torna sulla breccia. Parte smembrata del corpo femminile (con funzione anche “riproduttiva”,sottolineano i due spiritosi) tanto che si potrebbe collocarla su un bancone di macelleria, rosa tre le rose.

Ma si sa ,c’è bisogno di leggerezza. E soprattutto di machismo (che per altro in diversi casi ottiene persino il plauso di certo femminile. Aiuto!)

Un sentito ringraziamento, dunque, agli spiritosi ignari seppellitori di lotte, lacrime e sangue, che in pieno stile consumistico, si ripropongono esattamente uguali alla società che si vorrebbe cambiare.

Ragioniamo gente, ragioniamo. Fortunatamente mangiamo vegano, ma non siamo vegane.

 

Laura Lucchini, Francesca De Matteis

 

brittney

CreditFoto: BrittneyWest's Art

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Dragon Trainer 2 - L'Entertainment investe sull'empatia?

di Eva Melodia   

Poche sere fa, da brava mamma con figli piccoli a carico, sono stata al cinema con tutta la mia famiglia a vedere il secondo film della trilogia di Dragon Trainer 2, entartaiment allo stato puro del noto colosso DreamWorks Animation.

Il Film, non è affatto solo per ragazzi ed è costruito su un susseguirsi di immagini emozionanti e cariche di azione, piuttosto creativo, indiscutibilmente indimenticabile per i bambini, ma anche per qualche adulto.

Al di là della qualità del film e di tutte le possibili considerazioni sulle implicazioni socio-economiche che queste produzioni generano, è da notare con un certo interesse come tutta la storia poggi sul potere accattivante dell'empatia verso gli animali.

La storia si dipana attorno alla grande amicizia tra un umano ed un “altro da umano”, in questo caso un magnifico drago, e che tutto il coivolgimento del pubblico è scatenato più che dalle prodezze degli umanoidi, dalle fattezze, scelte, movenze e situazioni vissute, dell'”animale”, di colui che inizialmente è alieno e nemico da uccidere, per poi diventare di famiglia, alleato, e amato: con il sollievo di grandi e piccini.

Sdentanto, così si chiama il simpatico personaggio che è appunto, "simpatico". Tutto in lui ispira apertura ed accoglienza e, cosa importantissima, non è affatto umanizzato (egli non parla, non legge, non scrive, non compie rituali umani) come invece siamo soliti vedere gli animali nei cartoon al cinema. Al contrario è proprio animalesco ed essendo un altro-da-umano fantastico, appare evidente come il disegno che gli da vita sia realizzato a partire da un attento studio degli ispiratori naturali di simpatia ed empatia del mondo reale: gli animali.

E' facile vedere in Sdentato il proprio gatto o cane, come è successo anche a noi (il nostro sdentato si chiama Gatta Blu e vive tra il letto e il giardino facendo risse con i gatti del vicinato). In questo drago infatti si riconoscono l'accovacciarsi felino, lo sguardo languido del gatto che vuole ottenere qualcosa, come anche l’espressione perfida prima di un attacco o il modo inconfondibile di giocare di un cane. E’ possibile ed anzi probabile che Sdentato sia il frutto dell’osservazione di molti tipi di animali e della riproduzione di quelle peculiarità che senza alcuno sforzo attivano la nostra empatia, facendo emergere amicizia invece che paura.

Per farla breve, Sdentato è tutto il bene che possiamo provareper gli animali, venduto in un biglietto da 8 euro, magari in 3D.

Egli é anche paladino di comportamenti umani encomiabili (lui), mostrandosi sempre amichevole ed ingenuo e disponibile tanto a cambiare idea, quanto a sacrificarsi per altri...anche sconosciuti.

Insieme ad altri draghi, tutti buffi e bitorzoluti, chi panciuto e chi strabico, viene definito come uno strano animale da compagnia di un protagonista umano particolamente empatico che passa nobilmente il suo tempo a cercare di costruire un mondo meno belligerante e “guerrafondato” grazie alle solide basi di questa amicizia trans-specifica. La loro amicizia poi, è fondata non su chissà quali fantasiosi scambi intellettuali (come dicevo il drago non è umanizzato), ma su fattori esperienziali (come di fatto nella realtà si costituiscono le relazioni amichevoli transpecifiche quando ad esse ci si abbandona) come la condivisione del piacere di toccarsi, viversi, sostenersi ed in questo caso, sulla grandissima esperienza del volare.

Insomma, per tutta la durata del film ci riempiamo di fantasioso buon cuore ad ogni minuto, mentre la trama incalza sui buoni sentimenti, tanto che escludendo qualche breve immagine, verrebbe da pensare ad una vocazione antispecista nella sceneggiatura aspettandosi un finale “go vegan and live with love”.

Ovviamente invece, trattasi del solito conflitto tutto culturale tra potenziale empatico umano quotidianamente inespresso (il potenziale aspecista che è in noi)  e la trita, persecutoria, logica specista.

E’ in secondo piano infatti che scorrono le brevi sequenze con cui si ribadiscono le regole della realtà accettata e volte a difendere la consolidata follia, per cui, mentre si coltiva l’amicizia con draghi dall’aspetto volutamente simile a polli ciccioni, i protagonisti mangiano proprio polli! Interi! Arrostiti sul fuoco del bivacco.

Dunque della proiezione fantasiosa di uno stesso animale, il “pollo”, è la versione capace di aggredire e distruggere (quella del drago-pollo che nel film si chiama Tempestosa, la draghessa amica della protagonista femminile) ad essere meritevole di amore e rispetto, mentre il pollo più simile alla realtà, quello innocuo ed innocente anche perché incapace di distruggere e probabilmente mai particolarmente intenzionato a fare del male ad alcuno, è addirittura sbeffeggiato mentre viene mostrato infilzato da uno spiedo.

I pesci poi… poveri pesci. Sono considerati più simili a fenomeni atmosferici (alle volte piovono senza che la loro agonia interessi a nessuno) che ad individui morenti e sacrificati per nutrire i simpatici predatori alati.

Questo secondo capitolo non esita a trasmutare la comune gattara in una vichinga con la “passione” per i draghi, ma fatto notabile è che vesta per tale ragione un ruolo eroico. Tanta è la passione (com-passione) di questa eroina per i draghi da indurla addirittura ad abbandonare il figlio neonato (niente di meno), pur di difenderne le sorti. Nonostante ciò, e come nelle comuni dinamiche dell’animalismo banalizzato, è sempre lei che allegramente si reca allo sterminio dei pesci urlando “evviva, è l’ora della pappa!”. 

Certo, l’epoca ed il popolo scelti per ambientare la storia (i vichinghi) non li immaginiamo facilmente vegani, ma se di fantasia si tratta, se si incoraggiano le virtù socievoli di cui gli umani sono capaci, perché non farlo davvero rilevando l’ottusa discriminazione ormai insostenibile con cui si opprimono piccoli e grandi animali di ogni tipo? Mi sarei anche accontentata si un sorvolare in rassegnato silenzio, sarebbe bastato a denotare un po’ di decenza… invece no. I polli morti e bruciacchiati allietano la convivialità dei protagonisti, mentre delle povere pecore raccontate come fossero solo occhi senza anima incastonati in una palla di pelo (per quanto caratterizzate in modo da risultare decisamente divertenti), fanno la parte ora del “cibo”, ora della palla da gioco, durante tutta l’allegra routine di un popolo che, stando alla storia, avrebbe addirittura sconfitto la barbarie della violenza gratuita.

 

In tutto ciò, è impossibile ignorare la pesante dose di sessismo, insita fin dalla scelta dell’ambientazione culturale fortemente virilista - che fu della società vichinga - ben mantenuta in vita nella trama dal ruolo predominante di maschi alla guida di draghi e di popoli, con le grandi femmine a fare sempre da spalla. Mi viene naturale ipotizzare che nel brodo specista patriarcale in cui navighiamo, il pathos dell’amicizia tra l’umano e il drago non avrebbe avuto così tanta presa (il marketing lo sa) se l’umano protagonista fosse stata femmina, poichè l’empatia e la solidarietà tratteggiate sul personaggio verso l’animale si sarebbero annacquati nella comune icona della donnetta lacrimosa e sensibile, ed in fondo ogni bene è quel che finisce bene solo se c’è una qualche donnetta da salvare.

E’ anche da queste trame di film colossal che possiamo ancora una volta misurare la cultura nemica con cui abbiamo a che fare, il nostro vero antagonista, ciò che permea l’attuale sistema. Possiamo anche intuire però come tutta la speranza sia lì, a portata di mano, proprio a partire dal fatto per cui il grande cinema investe in tali temi, pur di portare una cartone animato in tutte le sale del mondo ed attirare anche gli adulti, sapendo di fare centro sicuro.

Sanno che quando il film finisce di quella Furia Buia sentiremo segretamente la mancanza… o almeno… la sentiranno tutti coloro che non hanno in famiglia un vero animale per amico.

 

 

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Riceviamo e facciamo girare. 


Licenziato per aver cercato di difendere dei gattini crudelmente uccisi

Da pochi giorni ho ricevuto la testimonianza dolorosa e toccante di Federica, la giovane moglie di Cristian Castaldi, giovane lavoratore interinale licenziato per aver tentato di impedire l’uccisione di alcuni gattini da parte di un collega. E’ uno scritto che merita di essere riprodotto fedelmente e letto attentamente, perché è lo specchio di questa società sempre più cruda ed indifferente. “Salve a tutti il mio nome è Federica Funi. Sono la moglie di un ragazzo di quasi 27 anni che si chiama Cristian Castaldi. Mio marito gran lavoratore da quando aveva 18 anni, nel febbraio 2010 è stato assunto come interinale nella ditta AMA spa tramite obbiettivo lavoro e successivamente con manpower. Sono rimasta incinta nel luglio 2010, e da quel momento lui ha capito che quel lavoro ci serviva più di ogni altra cosa. e cosi cominciò ad abbozzare a tutti i soprusi. Questi soprusi erano anche causa dei nostri malesseri familiari, ad esempio ci chiamavano quando mio marito si prendeva un giorno di ferie per fare delle ecografie al bimbo, solo per dirci che siccome mio marito era interinale non si poteva permettere di prendersi le ferie. e tantissime altre cattiverie su me e il nostro bambino. Ma la cosa che ha fatto scoppiare tutto in me, è successa il 18 febbraio 2012, quando mio marito è tornato a casa dopo il turno delle 6.00-12.00 con la testa bassa e delle lesioni sullo zigomo, gli ho domandato cos'era successo e lui con molta paura negli occhi mi disse: nulla amore. Insistendo volendo sapere cosa sia successo, lui mi disse che era stato picchiato sul posto di lavoro, spiegandomi quanto segue. Stava facendo il suo solito lavoro, quando vede tre piccoli gattini di pochi giorni, se non appena nati, vicino al nastro dove scorre la spazzatura, e vede un suo collega (uomo di 50 anni) che ne afferra uno e lo sbatte a terra. Mio marito incredulo gli dice: PEZZO DI MERDA e lui innervosito afferra un altro gattino e glielo tira addosso, dopodiché non contendo lo tira dal cappuccio rompendoglielo, e lo spinge contro il muro facendogli sbattere la testa e dandogli una gomitata sullo zigomo. Tra l’altro c'erano altri due colleghi presenti a questa vicenda che hanno negato il tutto. Salendo alla sala manovra per andare a firmare prima di staccare, il suo collega (l'aggressore), fa al capoturno: metti a rapporto Castaldi e il capoturno risponde perché? Cosa è successo? e Cristian risponde: ho preso le botte per difendere dei gattini e il capoturno risponde: SI VEDE CHE NON TI HA MENATO PER I GATTI TE LE MERITAVI. Cioè vi rendete conto? un capoturno che deve segnare tutto anche se si fa un graffietto ha detto TE LE MERITAVI!!! Io sono sconvolta, ma non è mica finita qui ragazzi PURTROPPO. Finito di raccontarmi questa bruttissima vicenda, mi dice ora però zitta non dire nulla a nessuno perché io devo lavorare, abbiamo bisogno. Dopo pochi minuti inizia ad avere degli attacchi di panico che quasi non respirava più... e ci siamo recati subito al pronto soccorso che gli ha riscontrato un trauma cranico, lesioni allo zigomo, e attacchi di panico crisi reattiva da aggressione. All'ospedale ci hanno obbligato ad andare dai carabinieri sennò andavano loro. Usciti di lì Cristian non voleva andare aveva paura di perdere il lavoro, ma a me non importava nulla delle conseguenze volevo denunciare il fatto e non farla passare liscia a persone del genere. La denuncia è stata fatta, subito gli hanno riconosciuto l'infortunio all'INAIL. Ed è stato sotto infortunio per ben 6 mesi, quando gli dicono che l'infortunio, anche se lui stava molto male psicologicamente doveva essere chiuso. E prima di rientrare a lavoro come tutte le aziende dopo un infortunio fanno fare la visita per vedere se può rientrare. Il 2 agosto ci rechiamo (premetto che mio marito non guida più per problemi di attacchi di panico e non esce più solo) presso la sede principale dell'AMA a via Calderon della barca, per la visita, ma a quella visita non c'era la dottoressa ma un sostituto che gli lascia un foglio con scritto " NON IDONEO PUO' RIENTRARE A LAVORO" mio marito il giorno dopo si reca a lavoro ( sempre accompagnato da me) e loro paurosi che poteva succedere qualcosa sul posto di lavoro lo hanno chiuso in uno stanzino e gli hanno detto: non ti muovere di là. Mio marito non poteva neanche prendere una boccata d'aria, tornato a casa riceve una chiama dal dirigente dell'AMA che gli dice: Cristian tranquillo stai a casa, tranquillo ti mettiamo in permesso retribuito. Ma dopo 9 giorni riceve una chiamata dalla sua agenzia manpower dove gli dice che lui risulta assente ingiustificato da 9 giorni e si reca di nuovo a lavoro. Però quel giorno al lavoro una parola detta male ha fatto sentire male mio marito e hanno chiamato l'ambulanza riscontrandogli attacchi di panico gravi. Tra l'altro dei colleghi quando lo caricavano in ambulanza ridacchiavano facendo battute del tipo: non gli date l'acqua dategli del cianuro. Tornando dalle ferie la dottoressa dell'AMA lo visita e gli dice in faccia a lui (ovviamente io in queste visite non posso entrare) che ora farà lei qualcosa per spostarlo in un posto dell'impianto migliore, mentre invece dopo qualche giorno si reca a lavoro perché nessuno gli faceva sapere se dalla visita era positiva o no. Tornando a lavoro 2 ingegneri, tra cui uno era il suo, lo spingevano fuori (abbiamo dei testimoni tra cui un giornalista Martino Villosio) dopo poche ore riceve una chiamata dalla sua agenzia di lavoro che gli dice che il giorno stesso deve recarsi lì per "una chiacchierata" beh!! quella chiacchierata era il licenziamento, ragazzi. Tanto che mio marito impaurito di non garantire più un pasto caldo chiede se ci sono altri lavori ma loro rispondono: NO. (fuori c'erano tanti annunci di lavoro) ma per mio marito NO. Cristian è stato licenziato con un cambio mansione. Perché essendo idoneo doveva tornare a lavorare ma pur di buttarlo fuori lo hanno licenziato perchè risultava autista, quando lui era un semplice spazzino. Ha vinto il ricorso avverso (articolo 41) sull'inidoneità stabilita dai medici dell'AMA e scongiurata dai medici dell'ASL. Ragazzi l'aggressore è ancora tranquillo a lavoro... non era a lavoro, solo quando mio marito era rientrato quei pochi giorni (magari chissà, gli avranno anche pagato le vacanze ) e ora questa persona mi hanno appena informata che è diventato vice capo turno ci rendiamo conto? Una persona ancora indagata su quello che ha fatto VICE CAPO TURNO? Anche le promozioni? ORA BASTA VOGLIO GIUSTIZIA. Un altra vicenda è che il 27 dicembre 2012 sono passati tutti gli interinali a tempo indeterminato con AMA e li ci doveva essere anche Cristian, ma anche se ha vinto l'idoneità non è stato chiamato dall'azienda a firmare. Di cose da dire ce ne sono ancora tantissime, ma mi fermo qui. Dopo il licenziamento è iniziato il vero e proprio calvario di Cristian.. lui è seguito da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri dell' Asl, dell'ospedale, e privati da dopo l'accaduto. Hanno rovinato MIO MARITO, hanno rovinato un ragazzo, un padre, una famiglia appena partita. Mio marito la notte non dorme, almeno una volta a settimana se non di più gli prendono gli attacchi di panico. Non ha più stimoli, ogni cosa per lui è negativa. Questa vicenda la segnato, anzi ci ha segnato, perché io sono con lui 24 h su 24 h e anch’io sono sotto cura da una psicologa. Cristian è sempre stato un ragazzo che aveva voglia di vivere, di confrontarsi, di viaggiare, di condividere con altre persone le gioie che questa vita ci ha regalato. Quando è nato nostro figlio era stupendo come si impegnava in tutto, il figlio è la cosa che lo sta tenendo più forte in questo momento. Vedere nostro figlio che quando si sveglia, la prima parola che dice è papà e questa parola a Cristian lo rende unico e speciale.. lui è un super papà.. ma per me è anche un super marito. E' sempre stato vicino a me mi ha sempre regalato emozioni e amore, lui per me è un eroe anche se lui si sente tutto tranne che eroe. Lo rivoglio il Cristian di una volta, vorremmo tanto che sia fatta giustizia e che ci si dia voce di questa vicenda. Quello che abbiamo passano lo sapremo solo noi. Come soffriamo lo sappiamo solo noi. E anche quello che tutti i giorni viviamo lo sappiamo solo noi. Vorrei solo avere una famiglia serena, un lavoro e tanto amore. Andare in giro con nostro figlio e potergli comprare un gioco.“ Questa la storia. Il resto è una sentenza che reintegra Cristian Castaldi nel suo posto di lavoro con contratto a tempo indeterminato. Disattesa. Aspettiamo gli sviluppi della vicenda, con vicinanza a Cristian, a Federica e al loro piccino.

Giovanna Rezzoagli Ganci

Fonte: L'odissea di Cristian Castaldi 




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Il Maschilismo che non c'è e il diritto di torturare animali 

di Eva Melodia 

Mi dicono in molti che esagero. Anzi, spesso neppure me lo dicono...me lo suggeriscono attraverso un disinteresse completo rispetto al peso che attribuisco al maschilismo ed al patriarcato nel fomentare le dinamiche socio-politiche devastanti cui assistiamo ogni giorno e di cui non mi rimane che contare le vittime umane e altro da umane.

La negazione della presenza oppressiva di un fattivo dominio maschile si costruisce ogni giorno rimarcando presunti diritti acquisiti dalle donne in quello che è il mondo ricco e pseudo democratico.

Tali “diritti” o “parità raggiunte” non sono certo per me negabili né tanto meno necessariamente da sminuire eppure, non solo restano patrimonio di una esigua minoranza delle donne nel mondo, ma per di più nella maggior parte dei casi sono come vesti colorate sotto cui mascherare la continuità fluida e dirompente del patriarcato: ringrazio Agnese Pignataro per avermi messo (già qualche anno fa) sulla buona strada del ragionevole dubbio rispetto al valore o (diciamolo) al potere realmente esercitato attraverso questi “diritti” acquisiti.

Dubbio risolto:  ho tratto conclusioni che oramai, lo ammetto, mi fanno vedere la sagoma di vecchi gerarchi succhiasangue a muovere fili da tutte le parti.

Ciononostante mi chiedo: se davvero si tratta solo di mie proiezioni (o nostre proiezioni, cioè di donne ipercritiche e iperfemministe incollate al binocolo tutto il giorno per scovare ogni traccia di un maschilismo, in realtà blando), come mai duecentocinquemila (scritto per esteso rende bene l’idea) donne stanno esaltando quale parità raggiunta proprio l’acquisito diritto del simbolo virile per eccellenza e cioè il combattere al fronte?

Sto parlando della meravigliosa notizia di qualche giorno fa secondo cui le donne dell’esercito americano potranno - finalmente e democraticamente - imitare i connazionali maschi ed esercitare il meritato diritto di uccidere a farsi ammazzare in prima linea. Oh. Ecco fatto.

Che si tratti di una “eguaglianza” raggiunta sintatticamente non è contestabile, tanto che appunto, le donne potranno eguagliare gli uomini in un comportamento fino ad ora loro negato per mere questioni sessiste. Però (e guarda che rarità) si tratta tanto per cambiare del risultato di una  pressione esercitata dalle donne, al fine di poter scopiazzare gli uomini proprio in un comportamento che è tipicamente machista e quindi maschilista, cioè la violenza predatoria del milite in guerra.

Il giorno che vedrò duecentocinquemila uomini fare la fila e stressare il sistema per parificare la propria figura professionale a quella delle donne in un comportamento che abbia vagamente a che fare con la cura piuttosto che con la distruzione in stile Conan Il Guerriero, forse dubiterò delle mie convinzioni e metterò di nuovo in discussione l’esistenza stessa di una macchina sforna-maschilisti.

Peccato che quel giorno "addavenì". Invito chiunque a verificare con il proprio pignolo naso ad esempio, quanti maschi ci siano ad esercitare il loro sacrosanto diritto paritario - perché ci mancherebbe, per i maschi tutto è già un diritto paritario - di prendersi cura dei bambini all’interno della società. Vi invito a fare un giro per nidi e scuole materne e primarie ed a contare quanti maschi ci siano tra educatori e cuochi -  insomma quelli che davvero scendono in prima linea in una attività socialmente preziosa e veramente nobile. Ebbene se pensate ad un numero piccolo vi state ingannando: il numero è prossimo allo zero.

Uomo che cambia pannolino
Ci sono più di un milione di militari in America, di cui duecentocinquemila donne orgogliosamente pronte a fare fuoco come i loro amici Van Damme.

Vorrei proprio sapere quanti sono gli educatori della prima infanzia e quanti di questi sono uomini pronti a cambiare pannolini ed a ninnare il sonno pomeridiano di moccolosi neonati.

Insomma, la parità chissà come mai ambisce molto spesso al diritto di essere come un uomo, nel senso più machista del termine.

E meno male che sono io che esagero e che il maschilismo non esiste.

Potremo finalmente e sempre più di frequente vedere anche le donne torturare gli animali dentro e fuori le meravigliose caserme, comportarsi come individui privi di individuo e impazzire per lo stress subito nelle azioni di guerra.

Come non gioirne?

 

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Oppressioni: interdipendenze e relazioni

di Eva Melodia 


E’ inquietante scoprire che Wikipedia alla voce “machismo” riporta soltanto una misera frase generica, imprecisa, impropria. Non è un caso quindi se quando si prova ad usare in maniera pertinente questo termine (così politicamente rilevante), molte persone assumono la postura dell’incertezza: non sanno di cosa stai parlando, ma non ne sono neppure sicure.
E’ normale. Nessuno ne parla, neppure internet che dai suoi natali è lo strumento più usato per denunciare ciò che lo status quo vuole celare o indorare.
Quando raramente si accenna alla questione, in un calderone generico finiscono il “maschilismo”, il “bullismo” e la “virilità”. Sostantivi apparentemente desueti, che nell’immaginario collettivo purtroppo, sono solo l’eco di una voce immobilizzata tra l’Italia del Duce e i rognosi anni Settanta.
Eppure, questo fenomeno è strategico, una chiave del sistema di dominio che ad esso apre le porte dell’umanità. Al contrario di come lo si ipotizza tra le nubi della confusione più totale, non si tratta di un latinismo sinonimo del maschilismo - di cui per altro e allo stesso modo, si parla il meno possibile -, bensì della funzione attraverso cui il maschilismo nella sua espressione massima, il patriarcato, genera individui compiacenti e capaci di contaminare il contesto in cui trascorrono la loro esistenza.
Costoro non sono altro che donne e uomini comuni i quali, proprio grazie al machismo dilagante da millenni, rispecchiano la totale propensione ed accettazione a dominare o ad essere dominati: il sogno fattosi realtà di chi placido siede in cima alla piramide.

Che sotto al vertice ci sia un parapiglia di genti che si alternano tra sottomessi e dominanti, scatenandosi in risse, guerre, oppressioni, con fiumi di sangue di innocenti, non interessa a nessuno. Tutti, tranne gli animali, dominano qualcun altro traendone qualche effimero vantaggio e tutti, appartengono in maniera viscerale a questo sistema, tanto che lo credono la Natura stessa delle cose.

Patriarcato 

Il machismo dicevo è una funzione: entrano come variabili le persone (di ogni tipologia e variante sessuale), escono come risultati machi e machisti/e. A costoro, da una parte sarà tolto tutto ciò che potrebbe opporsi all’ideologia del dominio ed ai suoi modelli e dall’altra, attraverso metodi seduttivi, verranno fatti annusare gli illusori vantaggi del partecipare al banchetto del dominante, piuttosto che ribellarsi, come invece farebbe qualsiasi individuo davvero libero.
Per cercare di capire meglio come funziona possiamo forse partire proprio dal macho, da quella immagine un po’ ridicola ed esasperata che conosciamo come fonte di ilarità nelle parodie di alcuni comici. L’ilarità nasce dall’esasperazione dei tratti che caratterizzano colui (di solito un maschio) che genericamente chiamiamo macho e dalla totale assenza di consapevolezza su come questi stessi tratti possano essere molto meno appariscenti, ma combinarsi lo stesso in una formula devastante per la socialità umana.
Il termine macho è non a caso associato al genere maschile ed è quasi sempre scambiato e confuso per una qualche interpretazione di ruolo nel gioco sessuale. Un po’ come dire: c’è il macho e c’è il maschio “tenerone”, due modi diversi di esprimersi nello sviluppo di una personalità erotico-sessuale e nella scelta di una parte da recitare più o meno accattivante per il partner, all’interno di una relazione tra persone.
Questo snellimento dell’importanza del ruolo sociale del machismo, declassato a sola moda e legato esclusivamente alla sessualità come passatempo, dimentica che la sessualità in generale ha un suo peso politico in tutte le collettività, anche in quelle degli animali altro-da-umani e quindi tanto di più, in quelle degli umani, dove sesso e potere sono quasi sempre vincolati l’uno all’altro.
Il machismo è molto di più del tasso visibile e quantificabile di virilità espressa da un individuo di genere o identità maschile; si tratta in realtà del ruolo sociale e politico che un individuo accetta di perseguire (o di personificare all’interno di un assodato sistema di dominio), esaltando quelle che la cultura impone come punte di diamante della virilità maschile, della mascolinità secondo norma e regola.
Anche se non si vedono molti macho in stile Rambo in giro (salvo ondate modaiole), il machismo permea la società, sopratutto quella moderna ed occidentale. Ha raggiunto il suo apice di perfezionamento e con esso il riconoscimento del prezioso compito che svolge affinché nessun flusso di cambiamento possa mai intaccare il modello patriarcale.

 

Da maschio a macho: un percorso che dura una vita.

Entrando nel merito, considero il macho un modello ed il machismo il percorso educativo (socioculturale) finalizzato a realizzare il numero maggiore di maschi aderenti a tale modello e di femmine compiacenti.
Per caratterizzare tale modello dicevamo, ci basta pensare alle esasperazioni comiche o paradossali che abbiamo conosciuto grazie a personaggi fantasiosi come Rambo o come il Gallo Cedrone di C. Verdone, ed osservare come le peculiarità elevate a potenza in questi soggetti teatrali, siano tratti che sebbene annacquati, rispondono al modello di macho più comune.
Il modello si realizza dunque quando un maschio esprime genericamente tratti quali competitività, sprezzo del pericolo, capacità di stare solo se necessario, assenza di empatia o capacità di reprimerla/sopportarla, tratti somatici visibilmente virili (sviluppati ad hoc), sopportazione al dolore, disponibilità al sacrificio per scopi più “alti”, capacità predatorie, emotività controllata, autorità, difesa del nucleo familiare e la sua apoteosi, cioè una sessualità molto attiva di tipo predatore/cacciatore di femmine: ecco che abbiamo il maschio così come deve  essere, con diverse sfumature, ma sempre rispecchiante la mitologia del maschio umano dominante.
Si può parlare di mito poiché tutta la tradizione culturale del dominio si ispira senza troppa vergogna ad un presunto rispetto metodico di fantasiose dinamiche naturali  (laddove Natura ci vuole così come Ella ci ha pensati e creati) degli umani. Dinamiche che posizionerebbero il maschio sopra alle femmine, che ci raccontano di una perenne presenza del maschio alfa  (il capo) dominante nei gruppi sociali, e gruppi sociali strettamente patriarcali, dediti alla competizione tra loro. Incredibile come tale Natura così intesa, con tanto di N maiuscola, penserebbe e agirebbe dunque con sua volontà, confondendosi amabilmente con l’identità di un Dio qualsiasi. Incredibile anche come, sempre Questa, sia così rilevante per giustificare la piramide sociale e molto meno serva a ricordare un eventuale ridimensionamento morale degli umani, in quanto animali come tutti gli altri.
Un gran bel calderone dentro il quale l’alchimia riesce comunque a creare il presupposto: anche ridotta ad una formula empirica, la Natura propinata dal machismo con i suoi rituali e le sue istituzioni, prevede che qualcuno domini sempre qualcun altro e che in particolare, essa abbia pensato - guarda un po’ - proprio il genere maschile quale dominante del genere femminile.

Il macho così disegnato è resistente ai cambiamenti, è disponibile agli scontri, è territoriale e difensivo dei propri privilegi, è poco empatico e quindi poco solidale, è disposto ad ubbidire ad autorità che legittima come dominanti ed è ovviamente disposto ed interessato ad aumentare il proprio potere di esercitare a sua volta dominio.

La femmina che convive con questo modello, lo sappiamo, è il suo subordinato per eccellenza, ma non entrerò ora nel dettaglio. Ciò che conta di una femmina machista, è che riconosca il macho come il migliore modello sociale maschile, sia che si tratti della persona cui accompagnarsi, sia che si tratti dei figli da educare.
Quello che è interessante analizzare davvero di tutto ciò, non è tanto il modello che da molto tempo è comunque denunciato dalle analisi anti-patriarcali, bensì notare come il machismo quale funzione del patriarcato si articoli in precisi rituali e momenti educativi. Ed è esattamente qui che entrano in gioco gli animali.

 

Identità dominanti

La funzione dell’educazione machista è talmente efficace da agire al di là del genere sessuale biologico, bensì fino all'identità di genere, poiché gli individui sedotti e sedati fin dalla prima infanzia non riescono ad opporsi, né a riconoscere di essere costretti in una qualche gabbia, neppure quando ne diventano palesemente vittime. Così, abbiamo che pure nel caso di qualsiasi variante di orientamento sessuale o dell'identità di genere, le persone riconoscono il modello machista come il migliore modello sociale per i "maschi", ed il patriarcato come naturale rappresentazione socio-iconografica  della vita, sebbene ciò risulti di fatto un suicidio politico di massa.
In questo splendido contesto paradigmatico, tutti supportano un ruolo sociale dominante genericamente identificato con il maschile, ed uno dominato genericamente considerato debole e associato al femminile, ingaggiando una eterna competizione tra dominanti e dominati, chi vorrebbe dominare, chi non vuole essere scalzato dalla propria posizione e chi vuole scalare la piramide.
E’ proprio in questo tranello che sono cadute le eterne dominate, le donne, quando cercando di liberarsi, emanciparsi, eguagliare, hanno di fatto troppo spesso assunto quale proprio un modello fondato sul machismo, ascendendo alla variante donna-macho, piuttosto che davvero attaccare alla base il patriarcato nell’educazione machista - sono le donne ad averla davvero in mano - e quindi minarne le fondamenta; ma questo si sa e non è necessario indagarlo ora.
Quello che è interessante approfondire invece è come omosessualità, bisessualità, transessualità, o ogni variante di identità e ruoli di genere siano aspetti molto rilevanti all’interno del sistema educativo machista, talmente rilevanti da rendere quasi impossibile che le persone LGBTQI non vengano esasperate da attenzioni morbose ed opprimenti.
Si sente parlare di discriminazione verso le persone LGBTQI, come se questa cadesse da un pero, dipendesse da casuale bigottismo, o irrazionale fastidio. Troppo spesso, davvero troppo, i blandi riconoscimenti del problema da parte dell’opinione pubblica (come anche dei movimenti per i diritti) scadono in pietose rivendicazioni verso “l’amore libero” o “libertà” sessuali, come se amore e sessualità centrassero davvero qualcosa, celando così e per primi, il mandante della oppressione ed emarginazione di ogni variante alla presunta normo-naturalità sessuale: il patriarcato.
Basta chiedersi un banale “cui prodest?” (o un meglio ancora “chi ce smena?”), per capire come la repulsione per ogni deviazione dal tema “maschio biologico si accoppia rigorosamente e solo con femmina biologica” nasca dal patriarcato che nella sua prassi educativa (il machismo), purga la società da ogni possibile prova che la tesi su cui sventolano la propria inviolabile naturalità è una cazzata.
Per fare un esempio, un maschio biologico che non sia attivo sessualmente verso la femmina biologica, manda in crisi tutta la suddetta inviolabile naturalità della questione, l’obbligatorietà dello schema "maschio sopra femmina". Un maschio che non abbia alcun interesse verso il modello machista applicato a sé stesso, ma che eventualmente ne sia attratto quanto la femmina machista, sgretola letteralmente tutto il costrutto.
Che una femmina biologica, invece che svenire per il Charles Bronson di turno, diventi essa stessa Charles Bronson solo assumendone i comportamenti e diventando così  attrattiva per altre femmine, dimostra come nell’idea del maschio biologico (macho) che domina femmina biologica (debole e sottomessa), di naturale (assolutamente naturale, quindi pressoché inviolabile) o istintivo o voluto chissà da quale dio, non c’è proprio nulla.

Quindi come si fa? Chi domina chi? E’ la femmina più macho ad avere diritto di dominio sulla eventuale femmina? E chi lo ha detto che una femmina biologica, perfettamente macho, non possa competere e vincere con un maschio presunto alfa-dominante? Quindi? Chi diavolo lo fa il capo? E quelli che hanno ora il privilegio di dominare perché altri hanno creduto in tutta questa complicata barzelletta, chi li convince rinunciarvi visto che non ne hanno alcun diritto?

Il problema è questo e solo questo. Continuare a mescolare le acque rispetto alla questione LGBTQI sciogliendola in un blando caos di incomprensibile e desueta intolleranza, fa solo il gioco del sistema che infatti persiste indisturbato.
Per quanto la gerarchia inoculata dal machismo non comporti una grande finezza (non stabilisce infatti esatti nomi e cognomi di chi è posizionato e dove nella piramide), essa garantisce lo stesso la cosa più evidente ed importante nel mondo che vediamo oggi con i nostri occhi: che i maschi dominino genericamente le femmine. In soldoni, per chi non avesse chiare le implicazioni, significa che il genere maschile di identità maschile ed adulto, non a caso armato ed organizzato per avere forza repressiva, continua ad avere la quasi garanzia di godere maggiormente di "diritti" di dominio che correre rischi di essere dominato e la possibilità di scalare la piramide fino ai punti più alti, avendo come risorse da dominare e sfruttare la stragrande maggioranza dei viventi sulla terra: le donne, qualsiasi variante di orientamento ed identità sessuale, i bambini, ed ovviamente, gli animali.

Quando in ambiente antispecista ad esempio sentiamo scaricare la questione LGBTQI dentro a quel generico contenitore di discriminazioni chiamato “sessismo” e ci rendiamo conto di come quest’ultimo sia considerato con molta leggerezza “specismo” solo perché implicherebbe la discriminazione di una “diversità” o “alterità”, ecco che emerge quanto la questione sia ritenuta marginale e rimanga incompresa, probabilmente a causa del maschilismo subdolo e quasi silente che permea anche gli ambienti pseudo - rivoluzionari.
Per fare un esempio, considerare “sessismo” la transfobia può, nel migliore dei casi, significare solo che si è un po’ distratti.
Il sessismo si fonda sulla discriminazione di genere – quasi sempre - esercitata dai maschi biologici verso le femmine biologiche, una esasperante oppressione spesso implicita, dove di fatto esiste un genere sessuale “inferiore” o “da dominare”.
Ciò è possibile solo consolidando una accettazione verso una gerarchia dei sessi che si rifaccia alla Naturalità, alla Natura, oppure alla tradizione che ne farebbe le veci. Identità e orientamento sessuale al contrario, rappresentando una (assolutamente) "naturale" indipendenza da qualsiasi presunto legame indiscutibile con il genere biologico di appartenenza e con i comportamenti di dominio o sudditanza che ne sarebbero dovuta conseguenza, sono ritenute variazioni PERICOLOSE e quindi respinte come devianze ripugnanti, perché fattivamente negazioniste dell presunto ordine naturale (machista) delle cose: Dunque, nei migliori dei casi una “malattia” da arginare, nei peggiori una “perversione” da eliminare. Un po’ diverso, no?
Quindi, se anche avessimo una società pseudo-egualitaria dei due generi sessuali, non necessariamente avremmo una società che non respinga le varianti sessuali degli individui, le quali comunque, negano lo schema machista di maschio-femmina nella società perfetta e/o perfezionata, a misura di maschio dominante.
In questo trovo evidente e legittimo lo sdegno (e voglio fare eco alla denuncia) che molti attivisti antispecisti ed attiviste esprimono nel non veder riconosciuta la discriminazione che subiscono (o che altri compagni e compagne subiscono) come qualcosa di preciso e puntuale sebbene, seguendo il profilo teorico più generico, anche la loro oppressione rientri sempre in una qualche istanza specista.

Allo stesso modo mi preoccupo del come la questione animale perda di forza e consistenza, con lo stesso sciocco trucco con cui si annacqua la questione LGBTQI.
Ogni sfruttamento o oppressione di categoria specifica, in questo pazzo mondo maschilista e patriarcale, ha un suo scopo preciso. La questione animale viene troppo spesso ricondotta a cause per lo più assurde ed improbabili, tanto quanto si ciarla di sessismo in maniera impropria, mentre sempre più animali di ogni genere, identità e specie, continuano a rimanere stritolati da questo schifo senza che i più ne comprendano le ragioni.
In realtà, il dominio sugli animali e la conseguente oppressione di questi ultimi è finalizzato a realizzare e mantenere una società dove l'empatia sia metodicamente repressa, selettiva, negata, così da non temere ingerenze (se non incoerenti e conflittuali proprio perché a loro volta machiste, quindi sbilenche e di fatto inconcludenti) all'interno del sistema di dominio patriarcale.
 

Gli animali altro-da-umani: eterni strumenti del machismo.

Mi chiedo: ma davvero crediamo che l’inferno in terra per gli animali dipenda dal fatto che “ci piace” il sapore dei loro corpi e basta? Davvero pensiamo che tutta la macchina del dominio sugli animali dipenda dal fatto che gli umani “sono cattivi”?
Perché purtroppo, da moltissimo che si legge e vede, sembrerebbe proprio così.
Parrebbe trattarsi di una espressione di ferocia della specie umana e che guarda un po’, così considerata, va a confermare la tesi per cui gli umani sarebbero predatori naturali (un predatore naturale non può essere vegan!). Si scopre quindi che in fondo tutti ci crediamo a questa favola, tutti la raccontiamo in qualche modo.

Torniamo invece al cui prodest (e al “chi ce smena”) e proviamo a risponderci pensando ad un mondo dove per qualche ragione nessun animale, tanto meno un cucciolo espressivo e urlante, viene sistematicamente massacrato da mani competenti e messo sotto il naso, tutti i giorni, a tutti.

Che mondo sarebbe?

“Chi ce smenerebbe” se da domani non si spezzasse più l’empatia di nessuno attraverso il banale (ma proprio banale) mezzo di fare cultura (tradizione, allegra leccornia, etc...) dell’offendere il corpo di innocenti ed indifese creature che invece, senza alcuna pressione socio-culturale, ciascuno di noi vedrebbe solo come amici dissimili?
"Cui prodest?” della violenza che viene legittimata e che entra nella quotidianità, nell’abitudine, attraverso la macellazione e il consumo di quelli che mai, per nessuna ragione, potrebbero davvero essere considerati nemici?
Torniamo dunque alle caratteristiche del macho, il soldatino/mattoncino perfetto della società patriarcale e poniamoci di fronte al ruolo dell’empatia nello sviluppo di tale personalità.
Senza timore possiamo dichiarare che l’empatia deve essere controllata, non può e non deve essere libera o liberatoria delle potenzialità migliori degli umani. Al contrario, deve essere spezzata, sedata e programmata / selettiva - o ad esempio, non avremmo mai persone disposte a competere fino alla morte per soddisfare i propri dominanti, invece che solidarizzare con altri dominati.
Ecco che gli animali “altro-da-umani” grazie alla loro unica condizione rispetto alla relazione con gli umani, cioè l’innegabile e perpetua “innocenza”, diventano lo strumento perfetto per raggiungere i gangli vitali dell’empatia negli umani ed interromperne il copioso flusso prima che diventi una violenta interferenza rispetto alle aspettative del patriarcato.

E’ così che nascono i rituali specisti per il machismo, onnipresenti in secoli e secoli, tutti e solo funzionali allo scopo di distruggere o reprimere l’empatia. Nascono così i rituali “sportivi” (i rodei, le corride, caccia e pesca sportive, le scommesse sulle lotte tra animali, il dominio circense, e così via, tutti rituali a cui si espongono anche i bambini), o i più ovvi allenamenti all’uccisione degli animali (alla violazione della loro innocenza) messa in atto sistematicamente da corpi militari e para-militari, tanto quanto del sistema mafioso: se per ordine superiore (del patriarca, tanto quanto di Natura o Tradizione) ti abitui ad uccidere innocenti fino a che le tue resistenze psicologiche si placano (pegno l’andare completamente fuori di testa), tanto più sarà facile che per ordine superiore sarai disposto ad uccidere il nemico che ti è stato propinato come tale, o a consolidare una qualche forma di oppressione, a partire dal posticino che ti è stato assegnato dentro la piramide.

Da bambino come da adulto, il ruolo di maschio machista, riconosciuto da chi sostiene il patriarcato direttamente o indirettamente, non sarà mai certo quello di un gattaro che raccoglie cuccioli per riportarli tra le calde zampe della madre; semmai, sarà quello di chi spara ad un gatto legato ed indifeso (le carcasse vengono puntualmente ritrovate in luoghi abbandonati, ritenuti zone di allenamento dei vicari della mafia) con la scusa di “allenare la mira”, ma sopratutto di allenare una cinica negazione di empatia e compassione.
In tale panorama, si coccolerà l’idea della virilità sessuale dei maschi legata alla carne degli animali, al sangue, all’uccisione, alla macellazione. Si proteggerà il cinismo a mezzo di qualsiasi nobile e superiore scopo (si pensi alla vivisezione ed alle sue giustificazioni, tanto quanto alle guerre preventive) ed il dominio degli animali resterà il canale fondamentale per perpetuare il sistema. 

Per tutto quanto ho spiegato fino ad ora, dal mio punto di vista è importante affermare che l’antispecismo ha l’interesse politico prima ancora che etico-morale, di soffermarsi sulle relazioni ed interdipendenze fra forme di oppressione e dominio ed i loro interessi, analizzandole seriamente; ha l’interesse o forse dovere, di accettare che politicamente una interdipendenza implica necessariamente una strategia di lotta interdipendente.

Si può anche essere meno ricettivi (forse meno sensibilizzati) verso una forma di oppressione piuttosto che un’altra, ma al di là di tutto, una volta rilevata un eventuale arteria di scambio vitale, è ridicolo pensare di indebolire l’una senza attaccare anche l’altra, o almeno senza capirla e riconoscerla.
L’analisi del ruolo del dominio sugli animali nella sopravvivenza della cultura patriarcale è talmente vasta da essere davvero alla portata della comprensione di tutti, eppure risulta completamente occulta.
Credo sia un dovere continuare ad osservare, denunciare, spiegare nel dettaglio, fino a che non sia illuminante per l’intera umanità come questo paradigma in cui soffriamo e moriamo tutti, dipenda direttamente da giochi (ai confini dell’illusionismo) grazie ai quali l’empatia si sviluppa esclusivamente in maniera selettiva, anche in chi crede di esserne particolarmente rigonfio e che invece non si accorge neppure di quanta altra oppressione ci sia oltre i confini della propria selettiva sensibilità.

Per quanto mi riguarda poi, qui si inserisce in maniera definitiva la frattura con ogni forma di animalismo machista, cioè di “destra animalista”.

Si potrà e vorrà parlane amabilmente nel dettaglio altrove, ma per farla breve, ciò che comunemente ed in qualsiasi senso chiamiamo “destra” ha bisogno del machismo, ed il machismo ha bisogno del dominio sugli animali: si erge dunque il confine grazie al quale affermare che un antispecismo “di destra” è una assurdità in termini di fattibilità politica, un controsenso cui lo stesso si prestano diversi attivisti che parlano di antispecismo a partire da contesti decisamente dominanti, patriarcali, machisti.

Intanto però penso e propongo l’immagine di un macho che invece di andare a caccia per esorcizzare la morte (e bla bla) e ripudiare la compassione, va a prendersi cura dei gatti di una colonia felina. Penso al macho che invece di essere cresciuto a suon di indiani e frecce, legionari e scudi, sudisti che arrostiscono i conigli selvatici sul fuoco, viene su a dolci vegan, pulcini da scaldare, topi da salvare da situazioni pericolose.
Penso al macho cui mai è stata messa in mano un’arma, neppure giocattolo, neppure (e tanto meno) per cacciare animali indifesi e che mai ha neppure sentito parlare dello sparare agli animali per allenarsi a colpire i nemici. Un macho che è solo un maschio, in qualsiasi senso, e che se piange a vent’anni, è solo un umano commosso. Un maschio accompagnato a conoscere le proprie emozioni e l’empatia attraverso l’esempio di genitori accoglienti e consapevoli ed un maschio sicuro di poter esprimere la propria sessualità liberamente. Penso alle donne accanto a questi uomini che di macho non avrebbero più nulla.

Il mondo rimarrebbe (ahi noi) senza macho, ma popolato forse di uomini e donne di tutti i tipi e colori, probabilmente un po’ meno infelici.

 

 

 
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LA GUERRA: E' UN GIOCO DA RAGAZZI
 

E' di pochi giorni fa la notizia apparsa su l'Adige.it dal titolo “Soldato Usa fa una strage” che riporta l'ennesimo caso di violenza gratuita verso civili inermi da parte dell'esercito (di qualunque colore e nazione esso sia). Non è importante tanto sapere dove l'episodio si sia consumato, né chi siano – stavolta - le vittime, ma è cruciale capire il perché tutto ciò avvenga.
In effetti episodi del genere sono più comuni di quanto non si pensi e malgrado ogni volta possa scattare in noi una certa dose di rabbia e indignazione, dobbiamo essere consapevoli di ciò che rende tutto ciò possibile e – purtroppo – anche frequente.
E soprattutto bisogna chiedersi quanti ormai – tra noi – non vi si stiano penosamente e pericolosamente assuefacendo. Del resto la psicologia umana tende all'abitudine e la quotidianità della violenza porta a metabolizzarla, riducendo progressivamente la risposta empatica nei riguardi di notizie simili...proprio come una droga, serve una dose sempre più alta di violenza per innescare in noi una reazione emotiva di una certa entità. Dosi minori rischiano di farci rimanere ormai pressoché indifferenti, o di non coinvolgerci affatto.
Ma questo male ha radici profonde, non è solo moderno, come potrebbe sembrare se si attribuisce l'assuefazione nei confronti della violenza alla sequenza di immagini efferate e crudeli che i mass media ci impongono giornalmente, magari intervallate da notizie di gossip e dalle ultime sportive.
Tutto è amalgamato, si mescola, si confonde, producendo un'attivazione cerebrale sempre più blanda...
Eppure la storia insegna molto, a volerla ascoltare. La psicologia umana è studiata da tempo e mai come in preparazione delle due Guerre Mondiali e ovviamente durante gli stessi conflitti, la consapevolezza di quanto potesse essere deleterio per il soldato il prendere reale coscienza del proprio ruolo e del proprio destino, aveva fatto attivare i ministri della propaganda di tutta Europa e non solo. Era necessario fare un'opera di disinfezione della guerra stessa, ripulendola per quanto possibile da tutto ciò che potesse inquinarne l'aspetto glorioso, quasi mitico che si era stati così bravi a creare avvicinandola all'epoca classica eroica e mantenendo il trait d'union con il Risorgimento e i valori romantici (1).
Le strategie utilizzate per raggiungere tale scopo furono, al tempo, molteplici e notevoli quanto a efficacia. Si trattava di mascherare gli aspetti più truci, macabri e degradanti della guerra stessa, cercando il più possibile di edulcorarla e, in misura non minore, di banalizzarla.
Si fece ad esempio in modo di familiarizzare con strumenti di morte inanimati ma spietati come l'enorme cannone utilizzato dai tedeschi per bombardare Parigi nella Grande Guerra soprannominandolo La Grande Berta. Ciò lo rendeva più simpatico e dissipava l'aura di morte che aleggiava intorno ad esso. Stessa operazione fu fatta nei confronti delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki: rispettivamente Little Boy e Fat Man: un bambino e un grassone non potevano spaventare certo nessuno!
Per tenere alta la gloria e celebrare l'eroismo del soldato morto nell'atto di compiere il proprio dovere in onore della Patria sorsero i numerosi cimiteri di guerra e i monumenti ai militi ignoti, quasi sempre provvisti di spade e non di fucili ( morire di spada in un combattimento corpo a corpo come i fieri antenati greco-romani è senz'altro più dignitoso ed eroico che saltare su una mina o venir raggiunto da una cannonata anonima).
Stessa funzione ebbero in molti casi le cartoline illustrate, prodotte a fiumi in tempo di guerra: lì si alternano immagini di virilità e fierezza a quadretti bucolici dove il soldato, se anche è morto, pare dormiente, privo di qualsiasi ferita (oppure con ferite accuratamente bendate e lievemente sanguinanti) e parte di un paesaggio verde e sereno, che rende lo spirare quasi dolce e desiderabile.
Si manipola la realtà e si evita il crudo realismo, e il limite si raggiunge con le cartoline umoristiche, che trattano con leggerezza gli episodi più truci, ridimensionandoli, rendendoli più accettabili e dominabili. Si arriva addirittura a rappresentare bambini – soldato, talora in uniforme, in atto di giocare alla guerra, con spada, moschetto (o, meno frequentemente, fucile) in braccio.
La guerra è diventata un gioco per bambini: vengono perfezionati in questo periodo (già esistevano simili giocattoli nel 1700) fedeli riproduzioni in miniatura di soldati (i famosi soldatini di stagno) e armamenti (che spesso funzionano davvero, come il cannone “spara-granate di gomma” messo a punto nel 1912 e successivamente modificato per sparare piselli e palle di legno).Così le giovani generazioni si abituano alla guerra, e agli adulti fa meno paura (in effetti erano da tempo immessi sul mercato anche giochi da tavolo “di società” politicizzati, che hanno visto nella Francia la più accanita cultrice: noto un «gioco dell'oca» post sconfitta di Sedan (1871) che imponeva una penalità se con i dadi si cadeva nella casella di Bismarck o dei prussiani).

Ma torniamo ai giorni nostri. Non si potrà far a meno di pensare ai numerosi videogiochi a sfondo guerresco e che prevedono talora violenza nei confronti di civili e animali non umani (vedi ad esempio Carmageddon o similari), i famosi spara-tutto che, grazie a un livello sempre più perfezionato di realismo rendono difficile, ai ragazzi, distinguere tra ciò che è reale e ciò che è virtuale. Per non parlare delle simulazioni di guerra da “giocare” en plein air (così si coniuga un po' di attività fisica con il divertimento) che impazzano proprio in questi ultimi anni sotto il nome di Soft-air e dove si utilizzano “fucilini” ad aria compressa: anche il Milan pare stia utilizzando questo “gioco” come modalità di allenamento dei suoi calciatori!
Il Mito dell'Esperienza della Guerra, purtroppo, vive ancora, come allora, potente e capace di esaltare ed eccitare le menti di grandi e piccini.
La guerra la guardiamo, la respiriamo, la simuliamo, la rendiamo gioco fino ad assimilarla come qualcosa di familiare, di banale, di domestico. E allora quale stupore se chi la vive davvero come soldato è colto da schizofrenia e non riconosce più l'entità di un gesto come quello di togliere la vita come qualcosa di aberrante? Dovrebbe terrorizzarci, ancor più ancora, la nostra stessa assuefazione alla violenza che legittima e rende possibile il perpetuarsi nella stessa.

Ilaria Nannetti x Antispecismo.Net


1 Cfr. F. Schiller (1797): “ Il soldato è l'unico uomo libero, perché fa coraggiosamente fronte al proprio destino e guarda in faccia la morte” 

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