Il Maschilismo che non c'è e il diritto di torturare animali 

di Eva Melodia 

Mi dicono in molti che esagero. Anzi, spesso neppure me lo dicono...me lo suggeriscono attraverso un disinteresse completo rispetto al peso che attribuisco al maschilismo ed al patriarcato nel fomentare le dinamiche socio-politiche devastanti cui assistiamo ogni giorno e di cui non mi rimane che contare le vittime umane e altro da umane.

La negazione della presenza oppressiva di un fattivo dominio maschile si costruisce ogni giorno rimarcando presunti diritti acquisiti dalle donne in quello che è il mondo ricco e pseudo democratico.

Tali “diritti” o “parità raggiunte” non sono certo per me negabili né tanto meno necessariamente da sminuire eppure, non solo restano patrimonio di una esigua minoranza delle donne nel mondo, ma per di più nella maggior parte dei casi sono come vesti colorate sotto cui mascherare la continuità fluida e dirompente del patriarcato: ringrazio Agnese Pignataro per avermi messo (già qualche anno fa) sulla buona strada del ragionevole dubbio rispetto al valore o (diciamolo) al potere realmente esercitato attraverso questi “diritti” acquisiti.

Dubbio risolto:  ho tratto conclusioni che oramai, lo ammetto, mi fanno vedere la sagoma di vecchi gerarchi succhiasangue a muovere fili da tutte le parti.

Ciononostante mi chiedo: se davvero si tratta solo di mie proiezioni (o nostre proiezioni, cioè di donne ipercritiche e iperfemministe incollate al binocolo tutto il giorno per scovare ogni traccia di un maschilismo, in realtà blando), come mai duecentocinquemila (scritto per esteso rende bene l’idea) donne stanno esaltando quale parità raggiunta proprio l’acquisito diritto del simbolo virile per eccellenza e cioè il combattere al fronte?

Sto parlando della meravigliosa notizia di qualche giorno fa secondo cui le donne dell’esercito americano potranno - finalmente e democraticamente - imitare i connazionali maschi ed esercitare il meritato diritto di uccidere a farsi ammazzare in prima linea. Oh. Ecco fatto.

Che si tratti di una “eguaglianza” raggiunta sintatticamente non è contestabile, tanto che appunto, le donne potranno eguagliare gli uomini in un comportamento fino ad ora loro negato per mere questioni sessiste. Però (e guarda che rarità) si tratta tanto per cambiare del risultato di una  pressione esercitata dalle donne, al fine di poter scopiazzare gli uomini proprio in un comportamento che è tipicamente machista e quindi maschilista, cioè la violenza predatoria del milite in guerra.

Il giorno che vedrò duecentocinquemila uomini fare la fila e stressare il sistema per parificare la propria figura professionale a quella delle donne in un comportamento che abbia vagamente a che fare con la cura piuttosto che con la distruzione in stile Conan Il Guerriero, forse dubiterò delle mie convinzioni e metterò di nuovo in discussione l’esistenza stessa di una macchina sforna-maschilisti.

Peccato che quel giorno "addavenì". Invito chiunque a verificare con il proprio pignolo naso ad esempio, quanti maschi ci siano ad esercitare il loro sacrosanto diritto paritario - perché ci mancherebbe, per i maschi tutto è già un diritto paritario - di prendersi cura dei bambini all’interno della società. Vi invito a fare un giro per nidi e scuole materne e primarie ed a contare quanti maschi ci siano tra educatori e cuochi -  insomma quelli che davvero scendono in prima linea in una attività socialmente preziosa e veramente nobile. Ebbene se pensate ad un numero piccolo vi state ingannando: il numero è prossimo allo zero.

Uomo che cambia pannolino
Ci sono più di un milione di militari in America, di cui duecentocinquemila donne orgogliosamente pronte a fare fuoco come i loro amici Van Damme.

Vorrei proprio sapere quanti sono gli educatori della prima infanzia e quanti di questi sono uomini pronti a cambiare pannolini ed a ninnare il sonno pomeridiano di moccolosi neonati.

Insomma, la parità chissà come mai ambisce molto spesso al diritto di essere come un uomo, nel senso più machista del termine.

E meno male che sono io che esagero e che il maschilismo non esiste.

Potremo finalmente e sempre più di frequente vedere anche le donne torturare gli animali dentro e fuori le meravigliose caserme, comportarsi come individui privi di individuo e impazzire per lo stress subito nelle azioni di guerra.

Come non gioirne?

 

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Giovedì, 12 Luglio 2012 00:00

Le VITTIME di OGGI

Una tristezza infinita ci pervade ogni volta che veniamo a sapere di una vita che si è spenta accompagnata solo dall'ingiustizia, dalla sordità, dal cieco egoismo che abbandona persone di ogni specie al destino della cancellazione da questo mondo: prima usati e poi eliminati.
Trasformeremo questa tristezza in impegno ancora più determinato.
Antispecismo.Net  


Ecco alcune delle VITTIME DI OGGI: 

54 migranti morti disidratati nel mare tra Libia e Italia

Lennox: il cane condannato a morte è stato ucciso. 




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LA GUERRA: E' UN GIOCO DA RAGAZZI
 

E' di pochi giorni fa la notizia apparsa su l'Adige.it dal titolo “Soldato Usa fa una strage” che riporta l'ennesimo caso di violenza gratuita verso civili inermi da parte dell'esercito (di qualunque colore e nazione esso sia). Non è importante tanto sapere dove l'episodio si sia consumato, né chi siano – stavolta - le vittime, ma è cruciale capire il perché tutto ciò avvenga.
In effetti episodi del genere sono più comuni di quanto non si pensi e malgrado ogni volta possa scattare in noi una certa dose di rabbia e indignazione, dobbiamo essere consapevoli di ciò che rende tutto ciò possibile e – purtroppo – anche frequente.
E soprattutto bisogna chiedersi quanti ormai – tra noi – non vi si stiano penosamente e pericolosamente assuefacendo. Del resto la psicologia umana tende all'abitudine e la quotidianità della violenza porta a metabolizzarla, riducendo progressivamente la risposta empatica nei riguardi di notizie simili...proprio come una droga, serve una dose sempre più alta di violenza per innescare in noi una reazione emotiva di una certa entità. Dosi minori rischiano di farci rimanere ormai pressoché indifferenti, o di non coinvolgerci affatto.
Ma questo male ha radici profonde, non è solo moderno, come potrebbe sembrare se si attribuisce l'assuefazione nei confronti della violenza alla sequenza di immagini efferate e crudeli che i mass media ci impongono giornalmente, magari intervallate da notizie di gossip e dalle ultime sportive.
Tutto è amalgamato, si mescola, si confonde, producendo un'attivazione cerebrale sempre più blanda...
Eppure la storia insegna molto, a volerla ascoltare. La psicologia umana è studiata da tempo e mai come in preparazione delle due Guerre Mondiali e ovviamente durante gli stessi conflitti, la consapevolezza di quanto potesse essere deleterio per il soldato il prendere reale coscienza del proprio ruolo e del proprio destino, aveva fatto attivare i ministri della propaganda di tutta Europa e non solo. Era necessario fare un'opera di disinfezione della guerra stessa, ripulendola per quanto possibile da tutto ciò che potesse inquinarne l'aspetto glorioso, quasi mitico che si era stati così bravi a creare avvicinandola all'epoca classica eroica e mantenendo il trait d'union con il Risorgimento e i valori romantici (1).
Le strategie utilizzate per raggiungere tale scopo furono, al tempo, molteplici e notevoli quanto a efficacia. Si trattava di mascherare gli aspetti più truci, macabri e degradanti della guerra stessa, cercando il più possibile di edulcorarla e, in misura non minore, di banalizzarla.
Si fece ad esempio in modo di familiarizzare con strumenti di morte inanimati ma spietati come l'enorme cannone utilizzato dai tedeschi per bombardare Parigi nella Grande Guerra soprannominandolo La Grande Berta. Ciò lo rendeva più simpatico e dissipava l'aura di morte che aleggiava intorno ad esso. Stessa operazione fu fatta nei confronti delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki: rispettivamente Little Boy e Fat Man: un bambino e un grassone non potevano spaventare certo nessuno!
Per tenere alta la gloria e celebrare l'eroismo del soldato morto nell'atto di compiere il proprio dovere in onore della Patria sorsero i numerosi cimiteri di guerra e i monumenti ai militi ignoti, quasi sempre provvisti di spade e non di fucili ( morire di spada in un combattimento corpo a corpo come i fieri antenati greco-romani è senz'altro più dignitoso ed eroico che saltare su una mina o venir raggiunto da una cannonata anonima).
Stessa funzione ebbero in molti casi le cartoline illustrate, prodotte a fiumi in tempo di guerra: lì si alternano immagini di virilità e fierezza a quadretti bucolici dove il soldato, se anche è morto, pare dormiente, privo di qualsiasi ferita (oppure con ferite accuratamente bendate e lievemente sanguinanti) e parte di un paesaggio verde e sereno, che rende lo spirare quasi dolce e desiderabile.
Si manipola la realtà e si evita il crudo realismo, e il limite si raggiunge con le cartoline umoristiche, che trattano con leggerezza gli episodi più truci, ridimensionandoli, rendendoli più accettabili e dominabili. Si arriva addirittura a rappresentare bambini – soldato, talora in uniforme, in atto di giocare alla guerra, con spada, moschetto (o, meno frequentemente, fucile) in braccio.
La guerra è diventata un gioco per bambini: vengono perfezionati in questo periodo (già esistevano simili giocattoli nel 1700) fedeli riproduzioni in miniatura di soldati (i famosi soldatini di stagno) e armamenti (che spesso funzionano davvero, come il cannone “spara-granate di gomma” messo a punto nel 1912 e successivamente modificato per sparare piselli e palle di legno).Così le giovani generazioni si abituano alla guerra, e agli adulti fa meno paura (in effetti erano da tempo immessi sul mercato anche giochi da tavolo “di società” politicizzati, che hanno visto nella Francia la più accanita cultrice: noto un «gioco dell'oca» post sconfitta di Sedan (1871) che imponeva una penalità se con i dadi si cadeva nella casella di Bismarck o dei prussiani).

Ma torniamo ai giorni nostri. Non si potrà far a meno di pensare ai numerosi videogiochi a sfondo guerresco e che prevedono talora violenza nei confronti di civili e animali non umani (vedi ad esempio Carmageddon o similari), i famosi spara-tutto che, grazie a un livello sempre più perfezionato di realismo rendono difficile, ai ragazzi, distinguere tra ciò che è reale e ciò che è virtuale. Per non parlare delle simulazioni di guerra da “giocare” en plein air (così si coniuga un po' di attività fisica con il divertimento) che impazzano proprio in questi ultimi anni sotto il nome di Soft-air e dove si utilizzano “fucilini” ad aria compressa: anche il Milan pare stia utilizzando questo “gioco” come modalità di allenamento dei suoi calciatori!
Il Mito dell'Esperienza della Guerra, purtroppo, vive ancora, come allora, potente e capace di esaltare ed eccitare le menti di grandi e piccini.
La guerra la guardiamo, la respiriamo, la simuliamo, la rendiamo gioco fino ad assimilarla come qualcosa di familiare, di banale, di domestico. E allora quale stupore se chi la vive davvero come soldato è colto da schizofrenia e non riconosce più l'entità di un gesto come quello di togliere la vita come qualcosa di aberrante? Dovrebbe terrorizzarci, ancor più ancora, la nostra stessa assuefazione alla violenza che legittima e rende possibile il perpetuarsi nella stessa.

Ilaria Nannetti x Antispecismo.Net


1 Cfr. F. Schiller (1797): “ Il soldato è l'unico uomo libero, perché fa coraggiosamente fronte al proprio destino e guarda in faccia la morte” 

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