Dragon Trainer 2 - L'Entertainment investe sull'empatia?

di Eva Melodia   

Poche sere fa, da brava mamma con figli piccoli a carico, sono stata al cinema con tutta la mia famiglia a vedere il secondo film della trilogia di Dragon Trainer 2, entartaiment allo stato puro del noto colosso DreamWorks Animation.

Il Film, non è affatto solo per ragazzi ed è costruito su un susseguirsi di immagini emozionanti e cariche di azione, piuttosto creativo, indiscutibilmente indimenticabile per i bambini, ma anche per qualche adulto.

Al di là della qualità del film e di tutte le possibili considerazioni sulle implicazioni socio-economiche che queste produzioni generano, è da notare con un certo interesse come tutta la storia poggi sul potere accattivante dell'empatia verso gli animali.

La storia si dipana attorno alla grande amicizia tra un umano ed un “altro da umano”, in questo caso un magnifico drago, e che tutto il coivolgimento del pubblico è scatenato più che dalle prodezze degli umanoidi, dalle fattezze, scelte, movenze e situazioni vissute, dell'”animale”, di colui che inizialmente è alieno e nemico da uccidere, per poi diventare di famiglia, alleato, e amato: con il sollievo di grandi e piccini.

Sdentanto, così si chiama il simpatico personaggio che è appunto, "simpatico". Tutto in lui ispira apertura ed accoglienza e, cosa importantissima, non è affatto umanizzato (egli non parla, non legge, non scrive, non compie rituali umani) come invece siamo soliti vedere gli animali nei cartoon al cinema. Al contrario è proprio animalesco ed essendo un altro-da-umano fantastico, appare evidente come il disegno che gli da vita sia realizzato a partire da un attento studio degli ispiratori naturali di simpatia ed empatia del mondo reale: gli animali.

E' facile vedere in Sdentato il proprio gatto o cane, come è successo anche a noi (il nostro sdentato si chiama Gatta Blu e vive tra il letto e il giardino facendo risse con i gatti del vicinato). In questo drago infatti si riconoscono l'accovacciarsi felino, lo sguardo languido del gatto che vuole ottenere qualcosa, come anche l’espressione perfida prima di un attacco o il modo inconfondibile di giocare di un cane. E’ possibile ed anzi probabile che Sdentato sia il frutto dell’osservazione di molti tipi di animali e della riproduzione di quelle peculiarità che senza alcuno sforzo attivano la nostra empatia, facendo emergere amicizia invece che paura.

Per farla breve, Sdentato è tutto il bene che possiamo provareper gli animali, venduto in un biglietto da 8 euro, magari in 3D.

Egli é anche paladino di comportamenti umani encomiabili (lui), mostrandosi sempre amichevole ed ingenuo e disponibile tanto a cambiare idea, quanto a sacrificarsi per altri...anche sconosciuti.

Insieme ad altri draghi, tutti buffi e bitorzoluti, chi panciuto e chi strabico, viene definito come uno strano animale da compagnia di un protagonista umano particolamente empatico che passa nobilmente il suo tempo a cercare di costruire un mondo meno belligerante e “guerrafondato” grazie alle solide basi di questa amicizia trans-specifica. La loro amicizia poi, è fondata non su chissà quali fantasiosi scambi intellettuali (come dicevo il drago non è umanizzato), ma su fattori esperienziali (come di fatto nella realtà si costituiscono le relazioni amichevoli transpecifiche quando ad esse ci si abbandona) come la condivisione del piacere di toccarsi, viversi, sostenersi ed in questo caso, sulla grandissima esperienza del volare.

Insomma, per tutta la durata del film ci riempiamo di fantasioso buon cuore ad ogni minuto, mentre la trama incalza sui buoni sentimenti, tanto che escludendo qualche breve immagine, verrebbe da pensare ad una vocazione antispecista nella sceneggiatura aspettandosi un finale “go vegan and live with love”.

Ovviamente invece, trattasi del solito conflitto tutto culturale tra potenziale empatico umano quotidianamente inespresso (il potenziale aspecista che è in noi)  e la trita, persecutoria, logica specista.

E’ in secondo piano infatti che scorrono le brevi sequenze con cui si ribadiscono le regole della realtà accettata e volte a difendere la consolidata follia, per cui, mentre si coltiva l’amicizia con draghi dall’aspetto volutamente simile a polli ciccioni, i protagonisti mangiano proprio polli! Interi! Arrostiti sul fuoco del bivacco.

Dunque della proiezione fantasiosa di uno stesso animale, il “pollo”, è la versione capace di aggredire e distruggere (quella del drago-pollo che nel film si chiama Tempestosa, la draghessa amica della protagonista femminile) ad essere meritevole di amore e rispetto, mentre il pollo più simile alla realtà, quello innocuo ed innocente anche perché incapace di distruggere e probabilmente mai particolarmente intenzionato a fare del male ad alcuno, è addirittura sbeffeggiato mentre viene mostrato infilzato da uno spiedo.

I pesci poi… poveri pesci. Sono considerati più simili a fenomeni atmosferici (alle volte piovono senza che la loro agonia interessi a nessuno) che ad individui morenti e sacrificati per nutrire i simpatici predatori alati.

Questo secondo capitolo non esita a trasmutare la comune gattara in una vichinga con la “passione” per i draghi, ma fatto notabile è che vesta per tale ragione un ruolo eroico. Tanta è la passione (com-passione) di questa eroina per i draghi da indurla addirittura ad abbandonare il figlio neonato (niente di meno), pur di difenderne le sorti. Nonostante ciò, e come nelle comuni dinamiche dell’animalismo banalizzato, è sempre lei che allegramente si reca allo sterminio dei pesci urlando “evviva, è l’ora della pappa!”. 

Certo, l’epoca ed il popolo scelti per ambientare la storia (i vichinghi) non li immaginiamo facilmente vegani, ma se di fantasia si tratta, se si incoraggiano le virtù socievoli di cui gli umani sono capaci, perché non farlo davvero rilevando l’ottusa discriminazione ormai insostenibile con cui si opprimono piccoli e grandi animali di ogni tipo? Mi sarei anche accontentata si un sorvolare in rassegnato silenzio, sarebbe bastato a denotare un po’ di decenza… invece no. I polli morti e bruciacchiati allietano la convivialità dei protagonisti, mentre delle povere pecore raccontate come fossero solo occhi senza anima incastonati in una palla di pelo (per quanto caratterizzate in modo da risultare decisamente divertenti), fanno la parte ora del “cibo”, ora della palla da gioco, durante tutta l’allegra routine di un popolo che, stando alla storia, avrebbe addirittura sconfitto la barbarie della violenza gratuita.

 

In tutto ciò, è impossibile ignorare la pesante dose di sessismo, insita fin dalla scelta dell’ambientazione culturale fortemente virilista - che fu della società vichinga - ben mantenuta in vita nella trama dal ruolo predominante di maschi alla guida di draghi e di popoli, con le grandi femmine a fare sempre da spalla. Mi viene naturale ipotizzare che nel brodo specista patriarcale in cui navighiamo, il pathos dell’amicizia tra l’umano e il drago non avrebbe avuto così tanta presa (il marketing lo sa) se l’umano protagonista fosse stata femmina, poichè l’empatia e la solidarietà tratteggiate sul personaggio verso l’animale si sarebbero annacquati nella comune icona della donnetta lacrimosa e sensibile, ed in fondo ogni bene è quel che finisce bene solo se c’è una qualche donnetta da salvare.

E’ anche da queste trame di film colossal che possiamo ancora una volta misurare la cultura nemica con cui abbiamo a che fare, il nostro vero antagonista, ciò che permea l’attuale sistema. Possiamo anche intuire però come tutta la speranza sia lì, a portata di mano, proprio a partire dal fatto per cui il grande cinema investe in tali temi, pur di portare una cartone animato in tutte le sale del mondo ed attirare anche gli adulti, sapendo di fare centro sicuro.

Sanno che quando il film finisce di quella Furia Buia sentiremo segretamente la mancanza… o almeno… la sentiranno tutti coloro che non hanno in famiglia un vero animale per amico.

 

 

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L'antispecismo che sbarca sul grande schermo

di Michela Angelini

Lana Wachowski, transessuale, famosa per aver firmato il film Matrix assieme al fratello Andy, torna nei cinema con Cloud Atlas. Tutto ha inizio con lo scambio dell'omonimo libro, scritto da David Mitchell, tra due vegane: Natalie Portman e Lana Wachowski, la quale decide di acquistare subito i diritti per la trasposizione cinematografica.

Cloud Atlas è un'opera che collega vite apparentemente slegate, lotte diverse, diritti negati e ingiustizie ripagate dal tempo: tutto è connesso. "Dalla culla alla tomba, le nostre vite non ci appartengono. Siamo legati ad altri, passati e presenti. Da ogni crimine o atto di bontà creiamo il nostro futuro".

I registi (Lana e Andy Wachoski e Tom Tykwer) hanno chiaramente scelto di parlare di antispecismo ed oppressione animale attraverso le vicende umane narrate.

Autua, schiavo di colore, non è un buon schiavo. Ha visto troppe cose del mondo per esserlo. Mentre viene brutalmente frustato, legato ad un palo, il suo sguardo si incrocia a quello di Adam Ewing, avvocato bianco. Lo zoom sull'occhio della "bestia" Autua, pieno di paura e voglia di ribellione, l'ho interpretato come modo cinematografico di mostrare quell'anima che la società nega a chi ci sentiamo in dovere di sfruttare. Adam, come ipnotizzato, resta a guardare il trattamento riservato alla bestia, ma non riesce a condividere quell'oppressione imposta come naturale dal sistema.

I deboli sono carne e i forti devono mangiarli, afferma Henry Goose, dottore e "tigre che non può cambiare le sue strisce" mentre, fingendo di curarlo, avvelena il protagonista, per poi derubarlo. Adam, alla fine, diventerà un attivista per i diritti delle persone di colore, andando contro gli interessi del sistema, rappresentato dal suocero, che lo ammonisce dicendogli: "C'è un ordine naturale in questo mondo. Quelli che tentano di sovvertirlo hanno vita breve".

"Mi chiedo perché commettiamo sempre gli stessi errori" si chiede la giornalista Luisa Rey, sfogliando la corrispondenza tra gli innamorati Frobisher a Sixmith. La "bestia pederasta" Frobisher, sarà ricattato da Vyvyan Ayrs, famoso compositore, che lo vorrebbe suo schiavo per firmare ogni suo componimento con il proprio nome. Morirà suicida, ma dopo aver composto l'opera Cloud Atlas, solo e senza essere sceso a compromessi. "Non sarò soggetto ad abusi criminali!", afferma Timothy Cavendish, schiavo della casa di riposo, dove viene imprigionato con l'inganno dal fratello, perché diventato solo un inutile fastidio per lui e per la società. Scriverà un libro sulla sua fuga dalla casa di riposo che, citato in un film tratto dalla sua opera, diventerà messaggio di ribellione per i protagonisti dell'episodio successivo.

In "la preghiera di Sonmi-451", ambientato nel 2144, è palese il parallelo tra l'oppressione dei lavoratori-schiavi e l'oppressione animale.

Nell'episodio viene rappresentato un mondo fatto di consumatori e servienti. I servienti non son altro che bestie – schiavo, tutte uguali, nelle vesti di identiche ragazze dai tratti orientali. Attraverso le parole di Sonmi si viene a sapere che i servienti dormono, si svegliano, vengono ripuliti e vestiti bene per poi passare la giornata a produrre panini e pulire tavoli, come macchine senza sentimenti, in un Mc Donald dall'aspetto futuristico. Tutto ciò si compie per 12 cicli, dove ogni giorno è identico al precendente. Trascorso tale periodo, durante una cerimonia simil-religiosa, la schiava liberata, vestita di bianco, lascia il gruppo e viene accompagnata da due persone, vestite di rosso, davanti una porta, che per le servienti ancora schiave rappresenta il passaggio verso la libertà. Qui, non si può fingere di non capire cosa stia per succedere: La serviente, sorridente e piena di speranza, attraversa la porta e gira a destra, poi a sinistra. Attraversa un passaggio fatto di fitte strisce verticali in plastica. Entra, palesemente, in un macello. Le viene applicato un casco, dicendole che serve per toglierle il collare, accessorio di cui tutte le servienti sono dotate ma che, in realtà, serve a stordirla/ucciderla. Immediatamente un gancio trapassa i suoi arti e la solleva, per portarla in uno stanzone che poco spazio lascia alla fantasia: corpi umani appesi, alcuni nudi altri già scuoiati. Questi cadaveri sono indispensabili per il sistema, che li sfrutta prima per produrre energia poi, saponificando gli scarti, come cibo per le stesse servienti ancora vive e in attività. Noto una particolarità. Il custode delle servienti, un consumatore, continua a mangiare sapone durante le notti di guardia. Ne è dipendente e muore abusandone. Azzardato il paragone sapone – derivato serviente con carne – derivato animale?

La serviente Somni-451, liberata da un esercito di ribelli, si mostrerà al mondo come saggio essere senziente, che manderà messaggi di pace mentre il sistema abortisce la ribellione in atto. Somni diventerà divinità per i protagonisti dell'episodio seguente, una società futura, in cui la cività è tornata al primitivismo. In questo episodio si contrappone una tribù di contadini e allevatori ad un esercito di uomini mascherati a cavallo, che si sentono di poter disporre come meglio credono degli umani non guerriero. Si assiste ad un episodio di cannibalismo, compiuto dal più forte sul più debole, e ad una jugulazione identica a quella che si farebbe ad un bovino prima della macellazione.

Tanti i punti cruenti di questa storia. Tanti i riferimenti all'oppressione di animali umani e non umani. Rappresentare l'uomo al pari dell'animale, sfruttato e macellato, mostrare in ogni episodio personaggi che esprimono i propri ideali di libertà fronteggiati da esponenti del sistema che si oppongono a qualsiasi tipo di cambiamento, dovrebbe essere sufficiente a far scattare indignazione e pensieri eversivi in chi è seduto a vedere il film. Non è così. Gli unici gridi di scandalo che si son sollevati dalla sala sono stati dei "NO! Ti prego non farlo" quando il compositore Robert Frobisher tenta di baciare l'anziano per cui lavora, dei "non posso guardare!" mentre lo stesso personaggio bacia il compagno Sixmith, dei "ma è un uomo!" quando la sapiente regia ha deciso di inserire personaggi evidentemente transgender in ruoli insignificanti per la narrazione, come per voler dire "siamo in mezzo a voi, viviamo vite normali, come le vostre".

In Cloud Atlas passano, così, quasi 500 anni in poco meno di 3 ore di film. Ogni vita, interconnessa con le altre, è importante per attuare il cambiamento. I limiti che ci insegnano e ci impongono sono solo convenzioni. Ogni lotta, ogni ribellione passata e presente è indispensabile per raggiungere, un domani, quell'uguaglianza che tanti desiderano.

 


cloud atlas
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