L’animalismo nel Movimento 5 Stelle: considerazioni ed esperienze

di Eva Melodia



Premessa

Il notevole successo del Movimento 5 Stelle alle ultime politiche (2013) ha comportato una improvvisa esplosione delle potenzialità di questo progetto ponendolo sotto i riflettori, ivi compresi quelli che ostinatamente, per ragione di interesse politicocercano di deformarne la portata e sopratutto gli intenti, come è accaduto nel caso delle ultime trattazioni in parlamento di tematiche legate alla sperimentazione animale. In seguito al vespaio che ne è nato quindi, ho pensato ad un veloce testo di chiarimento, sopratutto per i tanti critici esterni che lo stesso nutrono aspettative e speranze dal Movimento stesso.

Sono attivista nel Movimento 5 Stelle da che è nato, mi interessa raccontarlo con i miei occhi e la mia esperienza, senza la pretesa di andare oltre questa forma soggettiva, ed ovviamente generalizzando, con il solo intento di fornire qualche elemento in più per coloro che interessati, allarmati, perplessi, lo guardano da fuori non avendo di fatto tempo, modo, fiducia, di provare a mettere in gioco la propria vita per sperimentare in prima persona di cosa si tratta.

Dopo le ultime votazioni, un numero consistente di persone ha rincorso il carro dell’ultimo arrivato e tra questi molti animalisti, con (e per) il solito modo di pensare la politica, cioè avvinghiarsi al potentato di turno ed elemosinare leggi e leggiucole in favore degli animali, lanciando anatemi quando queste non venissero corrisposte.

Prima di allora, in verità, di animalisti attivisti (e sopratutto gli antispecisti) se ne sono visti poco o niente dentro al Movimento, nonostante i ripetuti appelli alla partecipazione, a parer mio per una totale incomprensione di ciò che il Movimento è e, di conseguenza, cosa possa fare, seguendo quali logiche e prassi.

 

Intendiamoci: che cos’è il Movimento 5 Stelle?

Il Movimento 5 Stelle, ne siamo tutti consapevoli, non è certo il primo untore di idee solidali, tendenzialmente ecologiste e tendendialmente anticapitaliste, né il primo gruppo politico ad affermare che serve un grande cambiamento - non solo generazionale – dell’intera baracca chiamata “classe” politica. Ciò che lo rende unico, benché allo stesso modo non sia il primo ad averne ipotizzato la necessità, sono le fondamenta radicate nell’esperienza tutta sperimentale – allo stato attuale – di forme di democrazia diretta, attraverso la quale si rigenera costantemente e, grazie alla quale, dovrebbe garantire non solo che eventuali concentrazioni di potere nelle mani di pochi non producano disastri per le moltitudini, ma soprattutto una rivoluzione culturale, laddove la obbligata partecipazione alla trattazione di qualsiasi tema - poiché nessun tema viene delegato per nessuna ragione -, comporta necessariamente una crescita conoscitiva competente per tutta la base ed induce - ci si creda o no - un lento, ma inesorabile, cambiamento virtuoso: un sempre maggiore interesse delle problematiche altrui e l’allargamento dei confini di interesse, ivi compresi i confini della percezione dell’alterità stessa.

Possiamo dunque dire che il Movimento è prima di tutto un metodo (anche se al momento decisamente caotico e non consolidato) grazie al quale una assemblea di cittadini prende delle decisioni collegiali in merito a proposte nate dall’iniziativa dei singoli, diventando il mezzo attraverso il quale ogni persona può proporre idee e cambiamenti senza incappare nella resistenza di lobby e gruppi di potere.

E’ il metodo a garantire i contenuti e non il contrario. Il metodo, che nel tempo è stato sintetizzato nel motto “uno vale uno”, resta il vero punto di riferimento ideologicamente inviolabile, cui poi tutta la politica del Movimento si ispira e su cui si modella, traducendosi ovviamente in scelte come già detto solidali, ecologiste, e che sempre per ovvietà stanno cercando di immaginare un modello sociopolitico ed economico completamente nuovo. Questo almeno è quel che riguarda quello che potremmo chiamare uno “zoccolo duro”, quello che ha dato vita a questa coraggiosa idea, che ci crede veramente, che la ha difesa in questi anni e resa una entità politica vera sapendo come il lavoro da fare sia lungo e duro, sopratutto in difesa e promozione del metodo stesso.

E’ sempre il Metodo dunque a filtrare ogni tipo di devianza autoritaria - che osservatori preoccupati, ma anche detrattori in malafede evocano in maniera copiosa – impedendo a persone, personaggi ed idee fervide di forme di oppressione, di prendere davvero o lungamente parte al progetto. Una sorta di sistema immunitario che reagisce molto efficacemente rigettando ai margini fino ad escludere, chiunque neghi l’assoluto valore dell’appiattimento ed annullamento di ogni gerarchia sociale o politica. Le assemblee dunque sono aperte a tutti e tutti, indipendentemente da durata, frequenza, o apporto partecipativo (o tanto meno da connotazioni biologiche o sociali di sorta), non prevedono responsabili, dirigenti, ruoli di potere di nessun tipo, e viene di fatto escluso chi dimostri a parole o con i fatti di cercare di cambiare questo sistema che rivendica eguaglianza tra tutti i partecipanti. Ciò ovviamente non può significare che mai si siano verificati tentativi di devianza o partecipazione di persone che singolarmente, intimamente dapprima ed esternamente poi, cercavano di violare il metodo, né che in tutta Italia non si siano mai verificati casi di autoritarismo o discriminazione.

Resta il fatto che l’impegno maggiore è stato dedicato in questi anni proprio a difendere il metodo, e proprio perché lo si considera la via capace non solo di esprimere e rappresentare uguaglianza tra gli individui, ma anche di sviluppare coerenti relazioni sociali nelle collettività.

Ci sarebbe molto altro da dire su questo tema, che appunto è la base, ed infatti all’interno del Movimento stesso è l’argomento principale, quello sempre trattato, ed in continuo approfondimento.

 

Disgressione

 

Delle tante critiche che il Movimento riceve quotidianamente, una ritengo sia vera ed evidente.

Il livello medio di competenza in temi di lotta per i diritti, specializzata o generica, è piuttosto bassa, ivi comprese le competenze per ciò che concerne gli altro-da-umani e tanto più l’antispecismo. Un popolo intero di attivisti per i diritti di minoranze o categorie oppresse, si lamentano dello scarso profilo nella trattazione dei temi per loro prioritari non comprendendo come, essendo il Movimento un mezzo, ciò dipenda in buona sostanza dalla scarsa partecipazione e sfruttamento del mezzo stesso da parte delle persone come loro. In sintesi: il Movimento a costoro (tanto più agli animalisti ed agli antispecisti) non piace, ma la ragione dello scarso gradimento pare poi derivare proprio dalla loro scarsa presenza e quindi conseguente ovvia scarsa trattazione, approfondimento e competenza delle tematiche relative.

 

Tornando al metodo ed allo stato attuale, dopo qualche mese di partecipazione del Movimento alla vita istituzionale del paese, possiamo concentrare tutte le considerazioni possibili sulle attività in corso d’opera con un “o metodo o morte”. Si è creato uno scollamento (si spera temporaneo) tra la base e gli eletti, a causa di un immaturo progetto di strumenti che garantissero il metodo, tale per cui – è la triste verità – il progetto potrebbe trasformarsi in un fallimento doloroso, riferendo il nome di questo prezioso tentativo, ad uno qualsiasi dei tanti partitucoli susseguitisi negli anni in ogni parte del mondo.

Questo avverrà di certo se il metodo non resterà il fulcro del Movimento stesso e per fortuna, c’è chi di questo si rende ben conto resistendo a pressioni avverse di ogni tipo.

Le pressioni che spingono a porre il Metodo in secondo piano nascono da quattro fattori fondamentali:

- le difficoltà oggettive nel rendere nazionale e omologata una prassi ancora tutta da inventare e sperimentare

- attivisti del Movimento che per varie ragioni, stanno dimostrando di non riconoscere come vitale la garanzia del metodo

- Un numero spropositato di avventori dell’ultim’ora, saliti sulla carriola del vincitore senza saperne nulla ma volendo lo stesso partecipare a trascinarla da qualche parte non meglio identificata, luogo più prossimo alla deriva che ad una qualsiasi méta.

- Chi consapevolmente e con molta competenza vuole distruggere il Movimento.

Si potrebbe scrivere un trattato di sociologia su come sia appunto il metodo, sfruttando anche l’intelligenza collettiva, a rappresentare l’unica novità e speranza effettiva di questo gigantesco tentativo di cambiamento.

Osservando la storia recente però, dobbiamo riconoscere come lo stress subito dal Movimento (trovatosi a partecipare alle politiche mettendo in moto una macchina gigantesca a partire da zero), abbia reso evidenti le imperfezioni ancora in corso, compreso ad esempio il fatto (anche e proprio a causa di una scarsissima partecipazione di animalisti) che nel programma presentato per le politiche, non venissero trattate le tematiche che riguardano direttamente gli altro-da-umani.

Nella forzata e frettolosa discesa in campo alle politiche infatti, non c’è stato modo di garantire uno strumento univoco che blindasse un metodo orizzontale ugualitario a livello nazionale capace di permettere una veloce rielaborazione di quello che era già da tempo una bozza iniziale di programma nazionale, tanto meno di portarvi dentro tematiche animaliste, così capaci di scatenare lunghe e gravose polemiche.

Con l’arrivo poi di nuovi e numerosissimi partecipanti, ivi compresi gli animalisti, giunti sulla spinta del risultato elettorale, completamente privi della formazione e dell’esperienza fatta negli anni sui metodi di democrazia diretta o metodo del consenso, si è caduti velocemente in un baratro di pericolosi fraintendimenti.

 

Vivisezione e Circhi: due storie diverse

Come ho già detto, le tematiche classiche animaliste, dentro al programma del Movimento 5 Stelle non erano trattate. La storia vuole che al tempo della prima stesura del programma - qualche anno fa - gli animalisti competenti fossero circa zero e che al momento dell’improvvisa necessità di darsi al ballo delle elezioni, fossero forse ancora meno, per di più travolti (come tutti gli altri attivisti) dalla necessità di cogliere l’occasione come si poteva, cioè diciamocelo, imperfetti ed impreparati.

Non ci fu il tempo per creare una piattaforma di discussione, aggiornare davvero il programma, discutere nulla, portavi dentro nuove istanze, tanto meno da parte dei pochi e sparuti animalisti ed antispecisti, i quali avevano ben capito che prima bisognava fare sopravvivere il movimento - cioè il metodo - e poi, solo allora, si sarebbe potuto ampliarne le tematiche in trattazione.

Fino ad allora in realtà, le tematiche animaliste erano comunque state portate dentro il Movimento a partire dai programmi delle liste civiche. In particolare, un tentativo abolizionista del circo con animali. Le numerose singole istanze comunali contro questa barbarie peraltro, sono state un perfetto esempio di come il virtuosismo che sfocia da una partecipazione ampia e dalla trattazione orizzontale degli argomenti, porti inevitabilmente all’adesione a modelli sociali sempre più solidali.

Agli albori di un Movimento 5 Stelle Nazionale, i tanti singoli gruppi locali che avevano qualche animalista competente (capace di fare conoscere e trattare la tematica degli animali nei circhi) al loro interno, hanno aderito all’idea di trovare una via per bandirne l’attendamento, andando anche contro le leggi nazionali, o almeno provandoci, anche scontrandosi duramente con l’ostruzionismo delle maggioranze amministrative.

Questo, se da un lato ha conferito una prima errata aura “animalista” al Movimento (almeno agli occhi degli animalisti medi qui ben descritti da Marco Maurizi nel suo La guerra civile animalista)[i1] , decisamente inappropriata e derivante da una visione di tipo partitico di quello che invece è solo uno strumento di democrazia partecipativa e diretta, dall’altro è stato un banco di prova per la trattazione di tali tematiche. Ciò significa che il M5S non è animalista tanto quanto non è “antianimalista”, è solo lo specchio della realtà assembleare che lo compone in un dato momento con tutto che rimane, come già dicevo, il luogo ideale in cui fare crescere la riflessione etica.

La svista presa dagli animalisti ha portato all’assalto alla diligenza subito dopo le politiche, sulla base dell’idea che ci fosse qualcuno di “nuovo” cui mendicare leggi con una patina di salvatore della patria, dettata per lo più da una decisamente superficiale conoscenza di cosa fosse il Movimento. Lo stesso ha incendiato i cuori di tanti animalisti di ogni sfumatura, e purtroppo di tanti apolitici.
Perfettamente a digiuno di qualsiasi tematica trattata fino ad allora come Movimento, di metodi, di prassi, hanno iniziato a sbandierare come del Movimento (come fosse nel programma, come fosse una battaglia a cui aveva aderito) un tema chiave dell’animalismo e cioè l’antivivisezionismo, che nella sua accezione etica diventa antispecismo compiuto.

Esattamente come tutto il resto del mondo faceva, costoro avevano confuso e travisato completamente ciò che il Movimento era e stava facendo, scambiando una battaglia portata avanti personalmente da Beppe Grillo con un argomento trattato ed adottato dal Movimento stesso. Un banale ma gigantesco, continuo, errore, proprinato per mesi, facendo passare l’adesione di Grillo, come adesione di tutti i movimentisti e del Movimento stesso, mentre allo stesso identico modo si travisavano e sovrapponevano i ruoli di Grillo e del Movimento su decine di altri temi.

In realtà appunto, questo tema è da anni abbracciato da Grillo, che lo propone al Movimento con ottimi risultati in termini di adesione delle persone (scadendo però spesso in argomentazioni di tipo scientifico, che come sappiamo danno adito ad infiniti dibattiti, scontri, discussioni, opinioni, senza poi alcun punto di arrivo definitivo) ma non è mai stato trattato a livello nazionale, tanto da poterlo considerare assodato in alcun modo.
Neppure la questione dei circhi è mai stata trattata a livello nazionale con un metodo garantito od uno strumento veramente aperto, ma grazie all’innesco di un meccanismo a catena, la trattazione del tema si è diffusa in maniera capillare e lo stesso metodica, portando di fatto il Movimento a prendere una posizione contro l’attendamento dei circhi con animali.
C’è da dire poi, come dovrebbe essere evidente, che le due questioni ricoprono complessità assolutamente diverse ed interessi di parte lobbistica che nel caso della vivisezione sono infinitamente più grandi, rendendone le implicazioni infinitamente più onerose.
Nel parapiglia del pre-elezione poi, le parlamentarie del Movimento non hanno goduto del tempo necessario per vedere scremare i nomi dei candidati facendone emergere eventuali lati oscuri, motivo per cui è cara grazia se la maggior parte delle persone giunte a Roma è comunque dimostratamente capace e davvero interessato a garantire il Movimento nei suoi punti cardine: resta il fatto che sono state votate anche persone direttamente coinvolte in pratiche vivisettorie (cosa che a mio parere, non accadrà più) complicando oltremodo la già non facile situazione.
L’approccio scelto da Grillo per fare la sua personale campagna contro la vivisezione è di tipo scientifico (per quanto rivendichi anche qualche affermazione di natura etica) e resta alla mercé di tutto quel bagaglio scientifico pro-vivisezione che conosciamo benissimo. Ecco perchè, al momento della trattazione del recepimento delle nuove norme UE in parlamento si è scatenata una bagarre (un po’ di caos dobbiamo riconoscerlo), tra prese di posizione talvolta diverse e quasi mai forti come si spererebbe, alimentando un rumoreggiare alla base ai limiti del delirante.

Un numero notevole di attivisti che non ha alcuna reale percezione della questione, prende posizione convintamente impreparato, ed un numero consistente di animalisti apolitici spara a zero senza avere la minima idea di che cosa si stia parlando. Questi ultimi, i felicemente apolitici, apartitici, apatici, si dichiarano disinteressati alla politica, alle sue tematiche fuori dai temi animalisti e li giudicano slegati.. peccato però che con la questione vivisezione è invece emerso come e quanto tutti i temi siano strettamente correlati tra loro. Ad esempio l’europeismo e l’antieuropeismo entrano in gioco quando - come in questo caso - ci si trova a dover recepire delle normative che talvolta sono peggiorative della nostra legge nazionale (come nel caso di alcuni punti sulla sperimentazione animale), ma allo stesso modo sono determinanti quando al contrario sarebbero migliorativi (come spesso accade per quanto concerne le normative sulla caccia su cui l'Italia tende ad accumulare sistematicamente infrazioni).

Europa sì? Europa no? Europa perchè e fino a dove? L’apolitico il problema non se lo pone, non c’è la parola animaletto dentro.

Quando si spalanca l’occasione di partecipare a questo momento storico attraverso il Movimento invece, di solito ci si rende conto che non c’è questione cui si possa fuggire e nel bene e nel male, ci si pone un sacco di nuovi problemi.

Verrebbe da spiegare dunque, che di apolitici - di cui giusto l’animalismo è storicamente pieno - il Movimento non ha alcun bisogno.
Come dicevo, c’è ampio spazio di manovra perché il Movimento, come vocazione e capacità, ha quella di immaginare l’ancora inesistente, di sognare fino a rendere vero, basta che una qualsiasi idea diventi abbastanza solida. C’è spazio dunque per andare nella direzione dell’abolizione della vivisezione anche contro le normative sovranazionali, tanto quanto di andare contro gli stessi trattati sovranazionali, di rendersi o meno indipendenti, di sognare e provare a realizzare qualcosa di completamente diverso, fino ad un modello sociale davvero alternativo al presente.

Per fare ciò però, è necessario organizzarsi e trattare tali temi collocandoli all’interno della ricerca di un nuovo paradigma (verso cui è lampante, il Movimento sta andando) o modello, così che abbia delle speranze di essere compreso ed accettato, tanto da fare prendere posizioni ancora più determinate fino all’abolizione, in quel percorso che si costruirà nel tempo e che dà già chiari indizi di accogliere e coltivare spunti aspecisti: l’aspecismo è necessario per un concreto ecologismo ed è necessiario per una società solidale fondata su un’etica che abbia un senso compiuto.

Questo vale per ogni tema che riguardi diritti o discriminazioni di sorta, indipendentemente dalla categoria oppressa: animali, donne, stranieri, alterità di ogni tipo.
 

Esempi e prospettive future 

Ogni tema animalista e meglio ancora antispecista, ha delle buone possibilità di trovare un bacino di ascolto, interesse ed adesione all’interno della base del movimento, tanto da indurre poi cambiamenti politici anche grossi e per nulla mediati da interessi di parte. Il M5S è nella stanza dei bottoni ed è davvero al servizio dei cittadini che vogliono proporre e produrre cambiamento, potenzialmente quindi anche subito disponibile per proporre leggi, modifiche, abrogazioni. Questo però non può bastare: la sinergia tra modifiche nel sistema Stato e cambiamenti nella cultura della base popolare deve essere costruita un passo alla volta per garantire un cambiamento duraturo e può avvenire se e solo se, i temi vengono trattati con serietà, competenza e dedizione, dovendo non solo dimostrarne il valore assoluto agli occhi di chi magari ancora non si pone certe questioni, ma anche competere con migliaia di altri argomenti che capeggiano per gravità ed opprimente presenza quotidiana.

In più, non possiamo non tenere in conto che il Movimento in nessun caso può al momento spostare una virgola, non ottenendo quasi mai la maggioranza. Il vento però può cambiare e presto.

 

Alcuni Esempi:

1. Circhi: il Movimento ha già una sua politica attiva su questo argomento di tipo “abolizionista”. Basterebbe poco per rafforzarne le richieste e farle giungere in Parlamento, usandole anche per veicolare più in generale i temi dell’antispecismo. Per coloro quindi che da dentro e da fuori cercano già e giustamente, di usare il Movimento, questo a parer mio è il primo argomento passibile di efficace trattazione.

2. Vivisezione: è un tema ampiamente sulla bocca di tutti, apertamente ritenuto di interesse collettivo, quindi potenzialmente capace di ottenere grande attenzione. Va però spostato il fulcro della questione verso gli argomenti strettamente etici ed accettato che richiede tempo per essere davvero consolidato. Una presenza massiccia di attivisti contrari alla vivisezione non basta. Allo stato attuale, sebbene quasi tutti nutrano una avversione spontanea ed emotiva verso la tortura dell’animale usato nei laboratori (la vocina che urla “non è giusto!” la sentono probabilmente anche loro), si giustificano con ragioni scientifiche, rafforzandosi di quella forza che non regge davanti all’oppressiva potenza di Big Pharma e che è, per di più, sovranazionale. E’ necessaria una seria campagna interna ed esterna al Movimento.

3. caccia: sempre grazie ad una presa di posizione forte di Grillo, l’argomento è conosciuto anche se poco trattato. La mia percezione è che sia piuttosto scontata una adesione chiara verso la totale abolizione, ma darlo per scontato è di nuovo un errore. Una campagna di trattazione approfondita è doverosa e garantirebbe la riuscita di questo tema che parte già da buoni presupposti.

4. Produzione e compravendita animali d’affezione: questo tema, a parer mio chiave, non è minimamente trattato. In realtà è scarsamente considerato anche dal guazzabuglio animalista nonostante sia non solo fonte di infinite sofferenze per infiniti animali, ma veicolo esplicito di educazione e legittimazione specista. Non è di pubblico dominio la realtà di questa produzione né vi è una grande riflessione in merito.
Al contrario la produzione di animali d’affezione viene superficialmente riferita a quell’abominio che è l’”amore per gli animali”, paravento ufficiale di tutti gli abomini specisti. Si può dunque, attraverso una campagna mirata, fare conoscere la vera faccia di questo inaccettabile fenomeno e sulle orme di altri paesi o singole città, giungere ad una posizione chiara di abolizione.


E per il veganesimo?

La speranza c’è e si vede. L’intelligenza collettiva nel Movimento ha secondo me partecipato a produrre un crescente numero di vegetariani e vegani e il tema dei diritti dei veg* (e per ora blandamente quello dei diritti animali) è talmente presente e sentito che subito, anche domani, si potrebbe sottoporre ad un senatore o parlamentare una qualsiasi iniziativa volta a garantire mense vegane o altre riforme capaci di favorire la cultura del veganesimo, con la certezza che verrebbero velocemente messe in calendario, proposte e votate a favore dal Movimento. Anzi, va fatto, bisogna lavorarci su, anche sapendo di non avere la maggioranza dei voti in nessuna camera.

Tutto ciò che invece porta davvero ad un paradigma aspecista, tutti quei cabiamenti che condurranno ad una società che non consideri gli individui risorse e quindi priva del loro sfruttamento, va ancora pensato da zero, almeno in una ottica riformista (l’unica possibile attraverso un mezzo come il Movimento), ma di un riformismo radicale, le cui possibilità crescono, sono continuamente ridisegnate, e davvero in movimento. 

Pubblicato in Articoli
Giovedì, 17 Maggio 2012 00:00

E Aspecismo sarà - di Eva Melodia

E Aspecismo sarà

di Eva Melodia
 

Quando qualcuno mi dice di sapere cos’è l’antispecismo, con convinta espressione del viso di chi ha tutto chiaro e pensa anche di sapertelo spiegare velocemente, ecco, di solito molto semplicemente non gli credo.
Soprattutto poi, quando percepisco che a tale sostantivo viene attribuita una qualche precisa forma identitaria, mi riempio di bolle, quelle dell’allergia.
Trovo infatti quanto meno improbabile che l’opposizione (anti) ad un fenomeno multi-millenario (lo specismo), pluriculturale, variegato, stratificato, spesso occulto e subdolo quanto specializzato rispetto al diverso oggetto/soggetto su cui si articola, possa rispondere ad una qualche entità statica, semplice, sintetica, cui i singoli individui umani dovrebbero riferirsi diventandone emblema attraverso l’adesione ad un comportamento preciso e ben stirato: una divisa insomma.
Nella tentazione di dire “L’antispecismo è questo” ci sono cascata anche io, e più volte. Dopo diversi anni però, devo essere onesta e dire che ciò che talvolta mi è sembrato di incastonare perfettamente come una pietra intagliata nel suo anello, mi è poi anche (e ben più spesso!!) toccato metterlo in discussione ricadendo periodicamente nella stratosfera dei dubbi, dei forse, dei ma: il tempo passato con la sensazione di avere tra le mani la chiarezza dell’oggetto reale, di essere in contatto con una teoria del tutto valida, o di avere aderito ad una prassi perfettamente efficace, è di fatto davvero quasi nullo.

 

L’aspecismo che non ci appartiene

Ciò che sappiamo dell’antispecismo, grazie agli infiniti sforzi sia di chi usa la testa, come di chi agisce sperimentando, è che si tratta genericamente dell’adesione ad un ideale di competizione con il suo antagonista, lo specismo, costituendo modelli sociopolitici “a-specisti”. Ecco tutto.
Ogni volta che si prova a restringere l’ambito di questa affermazione che in effetti è una maglia molto larga, si rischia di cadere sia nell’odiosa perdita di tempo in cui si confondono i mezzi e i fini, sia in una delirante lotta moralista che cerca di stabilire chi indossa la divisa stirata meglio.
Chiunque si definisca con entusiasmo (piuttosto che a denti stretti) “antispecista”, allo stato attuale non può in nessuna maniera davvero moralizzare altri rispetto alla perfezione della propria divisa, qualsiasi essa sia: nessuno di noi è davvero a-specista, poiché siamo calati in un sistema talmente specista tale per cui solo i mai vissuti possono sentirsi liberi dalle prassi di oppressione.
La verità è che il primario interesse di chi si oppone allo specismo dovrebbe essere riconoscere di esservi completamente intinto e lottare per crearsi una possibilità reale di emancipazione totale da esso.

L’aspecismo, dobbiamo tenerlo sempre presente, non ci appartiene storicamente da infinito tempo. Possiamo dire che non lo conosciamo, non ci è quindi davvero possibile andare oltre le fantasticherie su come sarebbe il mondo senza questo caposaldo della cultura umana eppure, lo stesso, si cerca di restringere la maglia rispetto al definire cosa comporti l’emancipazione dallo specismo, chi è dentro e chi è fuori dal magnifico mondo della perfezione, mandando in tilt completamente il poco reale anti-specismo esistente, ovvero la poca forza che in una maniera o nell’altra si oppone e contrappone allo specismo.

 

Veganesimo e aspecismo

Il primo bug delle attuali logiche che si spacciano per “perfettoantispecismo”, è la sovrapposizione ontologica tra veganismo (quello perfetto appunto, sia mai che ci si ingolli anche un “E89646211”) e aspecismo (confusionariamente identificato anche in questo caso come antispecismo), come se essere vegan comportasse davvero una ideale estraneità dalla realtà sistemica specista. Ovviamente questo non è vero. L’assenza di consumo di derivati animali, anche quella più raffinata ed affinata da ricerca nanometrica dei derivati animali nei prodotti di consumo, non implica purtroppo l’essere davvero consapevolmente o inconsapevolmente estranei all’oppressione ed al dominio degli altri-da-umano.
La grande macchina specista ci rende parte della fonte di energia che la attiva in quelli che sono i suoi comportamenti programmati, cioè oppressione e dominio. Ciascuno di noi limitandosi al veganesimo, salvo trasferimento su Marte, partecipa ed alimenta esattamente quale fonte di energia, senza interferire realmente né sul comportamento né sulla programmazione della macchina ed è per questo che ormai, a parer mio lecitamente, si evince che essere vegan non basta. Di sicuro non basta per poter redarguire altri dall’alto dei cieli in termini morali, ma sopratutto non basta per dirsi utili ed interessati alla liberazione delle vittime di dominio e oppressione. Serve invece opporsi (anti) agli ingranaggi della macchina, lavorando in maniera determinata per interferire con essa, modificarne i comportamenti, riprogrammarla e renderla aspecista: serve l’anti-specismo.

 

L’antispecismo e la divisa unica

Stabilito che non è il veganesimo la perla perfetta, non corrispondendo in se stesso all’antispecismo, né tanto meno corrispondendo completamente allo scopo dell’antispecismo quindi l’aspecismo, possiamo affermare che il veganesimo è una pratica coerente con l’intenzione anti-specista (perché comunque blandamente si oppone attraverso un cambio di consumi che influenza minimamente le economie), e coerente con la permanenza su questa terra in maniera parzialmente aspecista.
Come già detto, l’emancipazione personale dallo specismo dipende dalla possibilità reale di emanciparsi come individui, il che è fattibile solo o estraniandosi completamente dal sistema (dicevamo andando su Marte), oppure agendo sul sistema fino a renderlo compatibile con l’emancipazione dell’individuo, di fatto rendendo il sistema non solo aspecista, ma anti-specista.
L’intenzione di agire sul sistema e di opporsi al modello esistente è intenzione politica, e per quanto si possa discutere e litigarsi la prassi politica che meglio e prima porta all’ obbiettivo (ricordandoci che è l’aspecismo, non la moralità assoluta, non il veganesimo, non la liberazione di quella classe di individui o quell’altra), è di fatto identica in tutti coloro che la esprimono attraverso le loro azioni. Anti-specista è perciò, chiunque si opponga e agisca politicamente per interferire con le prassi del sistema-specismo e riprogrammarne i comportamenti, indipendentemente da quanto si possa dimostrarne l’efficienza o meno rispetto al tanto bramato sogno di liberazione per tutti.
La divisa unica, quella che in molti cercano di disegnare per poi deprecare quella altrui, finisce con lo scadere in un moralismo fuorviante, a scapito di una comunicazione chiara e puntuale verso coloro che all’antispecismo si avvicinano.

 

Il veganesimo: un punto qualsiasi di una retta che va dall’intenzione, all’aspecismo.

A questo punto potremmo chiederci se nasce prima l’uovo o la gallina. Nasce prima l’intenzione di opporsi al sistema che ingenera specismo o l’azione che si oppone in qualsiasi modo? E quando sbandieriamo moralità a piene mani, cosa stiamo affermando che dovrebbe nascere prima, l’intenzione o l’azione?
La domanda è ovviamente retorica (poiché salvo totale appiattimento dell’encefalogramma, l’azione segue di norma una qualsiasi intenzione), ma solo certificando l’idea per cui gli individui umani assumono comportamenti specisti non per istinto, bensì per ciò che chiamiamo “cultura”.
Tutti convinti che la nascita dell’intenzione preceda l’azione in generale, siamo anche convinti che nel caso dell’antispecismo, l’intenzione debba seguire una precisa linea temporale divenendo azione in termini di scelta etica (di consumo) e successivamente azione politica, o caso mai avere nascita contemporanea.
Sebbene di norma sia possibile giudicare la moralità altrui attraverso le sue intenzioni, - non potremmo fare altro visto che la moralità appartiene all’esercizio dell’intelletto e non alle semplici movenze del corpo -, la maggior parte dei gruppi che si definiscono antispecisti, non accolgono coloro che ancora non hanno fatto la scelta di consumo etico - quella perfetta o quasi - che si chiama veganesimo, anche se fossero già in corso intenzioni e azioni politiche anti-speciste di notevole rilievo e impegno.
Come a dire che in questo caso più che l’anti-specismo, conta l’a-specismo, cioè una sua espressione parziale: conta più quanto sei già eventualmente giunto alla mèta - quella meta personale che riguarda solo il consumo -, anziché quanto intendi agire (ed agisci) per giungere davvero a quella che può intendersi come una vera liberazione dallo specismo.

Il veganesimo non corrisponde alla méta che è l’aspecismo - e che solo una vera intenzione politica anti-specista potrà forse un giorno realizzare - eppure, sovrapponendosi e confondendosi, il veganesimo diventa il requisito minimo perché l’intenzione di opposizione allo specismo venga legittimata, si possa parlare di antispecismo e si venga accolti nei gruppi che si propongono come oppositori. Tutto questo, dimentichi forse di tutto quel mondo infinito di realtà nel globo dove lo specismo è tale per cui il veganesimo non è assolutamente possibile nell’immediato, dove parlarne allo stato attuale sarebbe ridicolo, e dove con questa logica diventa irrazionale e assurdo parlare pure di anti-specismo, cioè di come eventualmente avviarsi verso i cambiamenti che rendano lo stesso veganesimo prima o poi attuabile.

L’intenzione anti-specista nasce a monte di una qualsiasi azione e può benissimo nascere dando il via a molte azioni anti-speciste senza per forza far sì che la prima sia proprio quella scelta di consumo detta veganesimo poiché, mentre il veganesimo non necessariamente implica l’intenzione di opporsi allo specismo ed ai suoi sempre più grossi esoscheletri, l’anti-specismo è un percorso fatto di azioni di opposizione ad oppressione e dominio dell’alterità (propriamente chiamata specie ) che nasce da una intenzione e di cui la scelta di consumo - più o meno radicale - non è un punto di arrivo, ma solo una x in un qualsiasi punto di una retta o meglio, di un sentiero a zig zag e saliscendi.

 

Antispecismo è liberazione

Il rischio che declassare il veganesimo da “requisito minimo e necessario” a “pratica aspecista variabilmente antispecista” elevi alla nobile casata antispecista anche tutto quel mondo "animal-affine" che si prodiga in iniziative e spende tempo a fiumi, senza però modificare nulla del proprio approccio a costrutti specisti quali “carne” o “derivato animale”, semplicemente non esiste.
E’ infatti il concetto di liberazione a fare la differenza, il quale, sempre nei pressi dell’intenzione (cioè dell’origine dell’azione) specializza quest’ultima rendendola “intenzione di liberare” e rappresenta ciò che pone la differenza tra l’antispecismo - in una qualsiasi delle forme comportamentali e politiche che assume - e tutte le altre forme di protezionismo specista.
Avremmo così innumerevoli sfumature di anti-specism(i)o, fili colorati che si arrotolano attorno allo stesso gomitolo facendolo crescere, che se considerati come tali, ci permetterebbero di avere una reale misura di quanto e come ci si stia davvero o meno spostando rispetto all’iniziale punto di partenza, poiché ciò che infine conta per realizzare l’aspecismo, non è dare chiari connotati all’anti-specismo bensì quanta forza sempre maggiore verrà dedicata a tale scopo.
Fare cresce l’antispecismo significa allora dare spazio alle forze che agiscono ed aiutarle a diventare ancora più forti, ancora più precise nell’affinare le prassi capaci di riprogrammare la macchina - la vita sociale e relazionale su questo pianeta - , senza cercare di incapsularle per nostro bisogno di semplificazione o tanto meno di moralismo piramidale.

 

Un percorso virtuoso di emancipazione personale e politico

Si può assolutamente discutere della velocità di spostamento sulla nostra direttrice che va dall’intenzione di opporsi e liberare, fino all’aspecismo che verrà, di quali prassi più e meglio ci condurranno a tale méta, certo, ma bisogna rivedere il metodo selettivo con cui invece che includere, accogliere ed aiutare nello sviluppare queste intenzioni (quelle che diventano azioni quali “anche” il veganesimo), tendiamo a recidere i legami con chiunque non sia omologato alla combinazione di azioni che ciascuno di noi ritiene e a torto, il fine ultimo della creazione di un antispecista.
Con questo atteggiamento si rischia di escludere dal contagio virtuoso coloro - singoli ma anche gruppi - che nel tempo stanno sviluppando l’intenzione e stanno già magari non troppo lucidamente opponendosi politicamente, e di autoesiliarsi dal mondo fertile di intenzioni che invece andrebbero coltivate.
Nella caos della durissima critica interna al movimento e di quella spietata verso l’esterno del movimento, si disperde a parere mio un vastissimo panorama fecondo di antispecismo e se ne disperde uno ancora più vasto per cui lo specismo è già qualcosa di cui diffidare, ma a cui nessuno spiegherà con calma come l’aspecismo non sia affatto parte di una rinuncia a se stessi, bensì al contrario, il culmine di un percorso di autoliberazione inscindibile dal contesto sociopolitico in cui si è sviluppato.

 

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