Perché allatto da ben cinque anni? Perché sono un animale

di Eva Melodia


Allatto senza interruzioni da più di cinque anni. 
A parecchie persone sembrano tanti, lo so. 
Per intendersi, sono circa il numero di anni durante i quali vengono sfruttate le mucche da latte e per loro, poveracce, incatenate, ingabbiate, violentate... per loro sono un tempo infinito che per di più termina con l’ignobile atto infame dell’uccisione. Dopo che ci hanno nutriti (obbligate, sia chiaro) come fossero nostre madri e più delle nostre madri, ecco che un bel colpo in testa ne cancella la dignità e con essa il senso del dono del latte materno.
Per le femmine umane invece, no, non sono tanti. Per me di sicuro non lo sono stati perché, anche se non sono una mucca, resto un animale e per la precisione un mammifero per il quale allattare a lungo rientra nelle capacità assolutamente fisiologiche.
In questi cinque anni ho acquisito una certa esperienza personale, mi sono documentata parecchio, e ne ho anche viste davvero di tutti i colori.  Questo non significa che sia un guru sull'argomento. Ho solo avuto tempo e modo di riflettere approfonditamente sul tema dell'allattamento naturale a termine, di pormi delle domande ed infine di trovare le mie risposte.
Cercherò di essere leggera in questa mia critica dell'esistente, perché so che potrei ferire delle donne che di fatto non hanno allattato i propri figli. Vorrei fosse chiaro che il mio non è un giudizio verso alcuna delle loro scelte sull'allattamento. 
Al contrario il mio è un attacco diretto esclusivamente alla permanenza nella cultura umana di quello che chiamiamo specismo, con i suoi fronzoli teorici, i quali a parer mio sono estremamente dannosi poiché influenzano la formazione culturale del nostro tempo, l'organizzazione sociale umana a qualsiasi latitudine, e purtroppo determinano anche interferenze con la fisiologia umana senza scrupolo alcuno, anche quando si tratta di permettere ad una persona di instaurare il più semplice dei legami con la più semplice delle creature che un umano possa incontrare: il neonato.

L'intera "baracca medicalizzante" che regna sovrana quando si tratta di gravidanza e parto la dice già lunga sull'approccio culturale (ed al momento preponderante) rispetto ad eventi fisiologici come la nascita di un bambino, e cioè quello votato al controllo.
Diverse persone ne sono sempre più consapevoli, per questo esiste una crescente richiesta di  naturalità o di ritorno ad essa nelle procedure che accompagnano questi delicati momenti perché al contrario, Il neonato, nel paradigma sociosanitario fondato sul controllo e sulla vendita di prodotti finalizzati ad esso, non è affatto considerato come la creatura più semplice.  
A ben vedere, sfruttando il bisogno genitoriale di prendersene cura, diventa il soggetto più complesso e complicato,  oggetto da tenere rigorosamente sotto  l'occhio attento di un medico. I neonati sono così da normalizzare  con profilassi e prevenzioni varie, integratori e prodotti medicali, al fine di ridurre presunti rischi apocalittici. Infine sono da  indirizzare,  da guidare e trattare con mezzi e strumenti adatti - cibo dedicato, prodotti dedicati, oggetti studiati apposta, -, a suon di corsi preparatori e acquisti in parafarmacia.

Quando troviamo un gattino in strada però, tutto sommato questa patologica "sindrome da controllo" che sembra cogliere di colpo ed interamente le famiglie, non ci coglie, neppure quando riversiamo sulla creatura pelosa il massimo dell'affetto.
Eppure il "gattino" è una creatura ben diversa da un umano, e questo di sicuro complica il suo accudimento nonostante la sua semplicità di neonato. Anche volendo, non potendo accudirlo come una madre gatta, è più complessa la relazione e la cura di un cucciolo di una specie così radicalmente diversa dalla nostra, ma lo stesso, è tanto se lo portiamo a sverminare da un veterinario.
Di più. Se abbiamo a che fare con un gatta gravida e decidiamo di accudirla, non è affatto scontata l'azione di portarla da un veterinario. La maggior parte di noi l'accudirebbe con amore e con semplicità e un minimo di informazioni di base, lasciando fare alla fisiologia così che presto e quasi sempre senza intoppi, avremmo una allegra combriccola di gattini che mai ci verrebbe in mente di allattare con latte artificiale avendo a disposizione le puppe di una madre sana e disponibile...
Ci verrebbe mai in mente di pesarli, se non solo riscontrando gravi deficit di crescita? Ci verrebbe mai il dubbio che il latte della gatta possa non essere "sufficiente/abbastanza ricco/nutriente"? Ci verrebbe mai l'idea dell'"aggiunta"?
Ci verrebbe mai in mente di separare i cuccioli dalla madre e dare loro da mangiare con il timer ogni tre ore anziché lasciarli con la madre a gestirsi in autonomia fame e allattamento?
Secondo me no, se non sotto l'influenza nefasta di un veterinario che dall'alto delle sue competenze volesse insinuarci qualche assurdo tarlo, come infatti purtroppo è accaduto in pediatria su vasta scala negli ultimi 50 e in tutto il
mondo.

A tutt'oggi ancora, quando si tratta di neonati umani, i tarli sono insinuati (e non con rarità) proprio dalla figura corrispondete al veterinario in ambito sanitario umano: il pediatra. Questa figura, sulla quale si dovrebbe potere contare, risulta  invece spesso non avere neppure competenze basilari sull'allattamento (il pediatra!?!), approcciando la nutrizione del neonato con nozioni degli anni '50 e non raramente considerando la formula  (erroneamente chiamata "latte artificiale") come un valido sostituto delle tetta umana.  Questa è la mia esperienza, certo, ma una esperienza piuttosto allargata grazie alla mia volontà di indagare il fenomeno e che mi ha spinto verso lo studio e la raccolta di dati, ed anche all'ascolto delle esperienze di tante altre madri.
Quando va bene, questa ingerenza da parte del personale medico avviene in buona fede, ma genera lo stesso pessima fortuna per il neonato e la madre poiché anche solo la frequente prassi di "prescrivere" l'"aggiunta", crea una interferenza difficilmente sana bile  che porta troppo spesso ad interrompere l'allattamento al seno. Quando va male e li beccano, la società intera sembra cadere dal pero nel vedere questa categoria santificata, quella dei pediatri, con le manette per "spaccio" di "latte artificiale". Raramente, troppo raramente, si aprono gli occhi su un fenomeno che è sistemico, culturale e strettamente colluso con gli interessi di mercato.
Oltre a questo però, vi chiederete ancora cosa centri lo specismo...

Io invece mi chiedo come sia possibile per i sopracitati ed eventuali spacciatori di latte artificiale, convincere così facilmente moltissime donne a non nutrire in maniera adeguata i loro figli. Fomentando l'idea della carenza o assenza di produzione del latte e riescono a persuadere di ciò con una facilità incomprensibile se si considera quanto un genitore abbia realmente (di solito) intenzione di prendersi cura dei figli nel migliore dei modi, anche a costo di sacrifici personali.


Crediti Immagine: Michael Coghlan



L'unica risposta che risulta ragionevole è che esistano delle basi solide culturali, a monte del tarlo su cui lavorano con facilità i venditori di polverine, propedeutiche all'accettazione di informazioni altrimenti facilmente confutabili
e rifiutabili proprio  nell'interesse del bambino.

Esse si costituiscono durante le fasi educative di accettazione dello specismo, così copiosamente presente nel quotidiano conscio (ma anche nell'inconscio) degli adulti e dei bambini educati a suon di discriminazioni di specie, l'unico presupposto capace di convalidare affermazioni che partendo da  altri  assunti, considereremmo assurde.

Risvegliandosi alla triste realta, scopriamo come l'essere consacrati allo specismo ci abbia di fatto convinti che, in quanto umani, 
non siamo animali. Forse un "pochinoooooo", sì, ma  non proprio come gli altri. Certo, sì, la  scienza  insiste a definirci mammiferi. Ma non si intende  "proprio"  come le gatte! Sì è vero, nasciamo, cresciamo, invecchiamo e muoriamo come tutti gli altri animali, ma poiché l'ultima parte non ci aggrada tanto, l'illusione di essere altro-da-animali  ci permette di continuare a sguazzare nella vana speranza che si sia trattato solo di un missunderstanding  con Dio. Qualcosa è andato storto e per ora ci tocca morire, ahinoi, ma presto la scienza (che siede nel regno dei cieli al fianco di San Paolo) risolverà il problema riportandoci giustamente alla condizione di altro-da-mortali, ovvero immortali.

Negare l'animalità, la cui accettazione ci relegherebbe alla categoria di "esseri  finiti" e a tempo determinato, ci concede la ragionevole speranza di non essere davvero "mortali" come gli altri, di rifiutare il legame con la terra dei vermi, con la natura intesa come l'insieme delle impietose regole che distribuiscono vita solo per un tempo breve e definito.

Quello che ripetiamo nei gesti quotidiani ostinatamente è che no, non siamo animali mammiferi  come ad esempio le mucche.  Quelle sì che le puoi spremere per anni  in seguito ad una sola gravidanza, tanto che possono sfamare un quartiere da sole con il loro sacrificio.  Noi femmine umane invece, non essendo veramente animali, non possiamo contare come gli altri  mammiferi sulle mammelle, quale strumento massimo ottimizzato per, e finalizzato alla, sopravvivenza della specie. No. In noi il latte "va via", "si annacqua", può "non bastare", può "non essere abbastanza nutriente".
Eh, oh. Son questioni di specie.

Si vede, (come sostenevano i razzisti del  ku klux klan) che la condizione di "esseri superiori" (come ci raccontiamo di essere da molto tempo) comporta anche la fregatura di essere meno adatti alla sopravvivenza, più gracili, addirittura incapaci di allattare la propria prole, per grantire la sopravvivenza della specie... o no?
In questo calderone delirante di solito troviamo anche le tesi tali per cui saremmo la specie "dominante". Eppure dovrebbe apparire strano che la specie "dominante" sia così  incompiuta ed imperfetta da poter sfamare un solo bambino su due, tanto da dover lasciar morir di fame l'altro, salvo l'avere una farmacia nei pressi.
Grazie al cielo, questi sconclusionati ragionamenti si palesano solo discutendo con i convinti specisti, quelli che difendono la purezza e "superiorità del genoma" umano (quelli che, stringi stringi, anche quando si dichiarano anarchici magnapreti, finiscono con il tagliare corto come il più pio dei pretini), lasciandoti basito di fronte ad un tale dogma, di fatto religioso. Nell'ordinario tran tran invece, prospera l'assunto assurdo e sottaciuto capace di condizionare i comportamenti, più e meglio di qualsiasi sconclusionata teoria.

Tornando all'allattamento appunto, sappiamo che solo l'1% delle donne incombe in reale impossibilità di allattare, solitamente per gravi problemi di salute o altri limiti contingenti socio-sanitari, quali complicanze al parto o gravi problemi di salute della madre e del bambino. Lo sappiamo perché laddove non esiste l'alternativa, come in alcune regioni dell'Africa, laddove il cibo è un lusso che di sicuro non si compra come un bene di lusso in farmacia, dove l'acqua è un veleno perché contaminata, dove solo le donne che davvero non possono, non allattano, si raggiungono quote medie del 95%. Tenendo conto delle maggiori difficoltà sanitarie di quei paesi, è evidente che nelle nostre opulenti società, il tasso di donne perfettamente in grado di allattare dovrebbe essere ancora più alto.

Scopriamo invece che nella virtuosa Toscana, nonostante  l'apparente avanguardia nella promozione dell'allattamento al seno rispetto al resto dell'Italia, solo il 70% circa delle donne allatta alla dimissione dall'ospedale dopo il parto, e che la percenutale precipita dopo un mese, dopo tre mesi, e al sesto mese del neonato solo il 31% delle donne allatta ancora nonostante le raccomandazioni dell'OMS ad allattare in maniera esclusiva almeno fino ai sei mesi compiuti .
Come è possibile dunque, che addirittura il 30% delle donne non allatti (neppure per pochi giorni) il proprio bambino e che sia convinta che la cosa resti tutto sommato sana e/o giustificabile?
In primis, come già suggerito, c'è l'idea (decisamente confutata ormai da parecchio tempo!!) secondo la quale la formula  sarebbe il corrispettivo a pagamento del latte materno, solo che pure più comoda perché i neonati lo puppano in fretta, poi dormono come sassi, e si può delegare all'ingrato compito anche il babbo, ed anche di notte.
Peccato appunto che si tratti di una idea scientificamente inconsistente. Al contrario, accontentarsi di quei preparati liquidi e bianchi, così falsamente ed apparentemente simili, significa rinunciare a tutti i componenti viventi e specie-specifici presenti nel latte materno come enzimi, anticorpi e batteri buoni, che sono di fatto il vero nutrimento  per il bambino.
Un tempo c'erano le balie a sfamare i neonati. Certo, erano vittime tra le tante vittime di un sistema classista, ma che almeno riconosceva l'importanza dell'allattamento. Successivamente sono state create le banche del latte, per raccogliere almeno in parte la preziosa composizione di questo prodotto fisiologico che niente può comparare... 
Poi, grazie al consumismo ed anche al più sfrenato scientismo, tutto ciò è praticamente scomparso sostituito da barattoli di surrogato in polvere prodotto in laboratorio. 
Vuoi che un ometto in camice bianco non si capace di  formulare una brodaglia bianca eguagliando l'evoluzione? Figuarati! I latti artificiali sono pure testati (sugli animali ovviamente)! Cosa ci sarà mai di più sicuro, innocuo, adatto, visto che sono stati studiati apposta? Ci sarebbe da chiedersi: "ma apposta per cosa?".
Inoltre, chi ha avuto un po' di esperienza con i neonati e magari un po' l'occhio lungo, anche solo con uno sguardo noterebbe la differenza tra il latte materno e quello artificiale.
Molto poco elegante da dire forse, ma efficacie come esempio, è l'osservazione della cacca del bambino. Il neonato allattato al seno produce una sostanza giallo-arancione, viscida, semiliquida, e dall'odore inconfondibile di yogurt...i fermenti lattici (prima linea di difesa immunitaria di tipo "generico", da cui dipende la formazione di una robusta flora batterica) nel latte materno sono talmente numerosi che l'odore è inconfondibile anche una volta espulsi.
Le feci del neonato allattato con la formula invece, sono di solito un impasto morbido e denso, spesso di colore verde. Sono l'icona del vero aspetto di questi composti farinosi, disciolti per risultare liquidi, e tinteggiati per sembrare bianchi come il latte (cosa che incide non poco nel dare l'illusione di essere sulla strada della "sana nutrizione") e privi di qualsiasi sostanza attiva.
Tutto ciò, da tempo, mi fa riflettere e scontrare con il resto del mondo anche se devo ammettere, le cose stanno migliorando grazie all'impegno sopratutto di una classe professionale semi-dimenticata, quella delle ostetriche.
Il mio cruccio nasce dal rendermi sempre più conto che le "basi speciste" ci impediscono non solo di fondare la società umana sull'empatia invece che sulla misera competizione, nel nome di miti incredibili e già screditati ma lo stesso duri a morire, ma anche ci inducono ad interferire con la cura delle creature di cui la società si fa vanto di avere massima attenzione!
Ho visto donne piangere sotto la pressione di pediatri da manicomio,  sgridate perché il figlio non "prendeva peso" secondo le "tabelle di crescita" e cedere ai ricatti di questa mentalità che infiltra dubbi in tutta la famiglia. 
L'obbiettivo è chiaro, lampante: la madre si deve sentire in colpa, inadatta, e deve giungere a credere il prodotto di sintesi venduto in farmacia migliore del proprio latte animale
Non metto in alcun modo in dubbio le reali difficoltà delle donne nell'accudimento dei neonati. Anzi, magari già provate dalla fatica e sollevate dall'incarico tutto materno di sfamare con il proprio corpo il piagnucoloso neonato, magari impreparate a spiegarsi perché quel mucchieto di ossa voglia stare attaccato al seno anche 24 ore su 24, per talune di loro è irragionevole resistere alla sentenza del luminare che prescrive l'aggiunta.
Essa però, sia chiaro e lo si sa da sempre, interferisce con la produzione di latte materno rendendo le concomitanza difficile, quasi impossibile.
Per altro, non ho mai sentito di pediatri che nella fase delicata del primo mese (durante il quale il bambino starebbe appiccicato come una cozza alla madre per stimolare il suo seno a produrre il latte necessario) incoraggiassero le donne rassicurandole per ridurne l'ansia. Nessuna sentenza dall'alto delle loro lauree, che si tratti solo di una fase fisiologica necessaria e salubre, e che sarebbe irragionevole spaventarsene. 
Eppure da cinque anni non faccio altro che parlare con altre donne e cercare di sostenerle, quindi di racconti sulla gestione del pediatra dell'allattamento ne ho sentiti davvero tanti. Sarà un "caso statistico"? Mah, certezze non posso averne senza dati puntuali alla mano, ma suggerisco la necessità di indagare seriamente in che modo le donne vengano davvero tutelate dalla classe medica in queste delicate fasi.
Di fatto solo le ostetriche, e non sempre, cercano di  proteggere l'allattamento, di sicuro comunque solo per ragioni sanitarie. Pochi di noi meditano sulla natura  tutta animalesca degli umani in quanto mammiferi, esplicita nello sfamare con la mammella il proprio cucciolo.
Non ho sentito di nessun sanitario che abbia mai spiegato ad una neomamma che è proprio la  sua animalità a garantirle tutto il latte che le serve, tutto quello che serve in assoluto e che tanto basta.
Negli anni, ho visto anche qualche madre resistere con grinta, magari cambiando pediatra (anche mandandoli allegramente al diavolo), riuscendo così quasi sempre a raggiungere l'auspicabile traguardo dell'"allattamento a termine".
Costoro, si può dire, hanno reagito in difesa del proprio latte e del proprio bambino e forse inconsapevolmente, in difesa della propria animalità... quella che ci è necessaria e che rende quindi la fine dello specismo auspicabile non solo in quanto obbligo morale ed etico, ma anche quale necessità di specie.
Pubblicato in Spunti di Riflessione
Come redazione di Antispecismo.net ri-pubblichiamo qui una presa di posizione sui fatti di Parigi e sul loro significato politico, pubblicata da Karim Metref su Internazionale.it.

Condividiamo i contenuti del testo e riteniamo importante sostenere questa presa di posizione.


Io non mi dissocio

Karim Metref

Karim Metref, educatore e blogger che vive a Torino, ha scritto una lettera di risposta a questo articolo di Igiaba Scego.

 

Cara Igiaba,

in questi giorni saremo messi sotto torchio e le prossime campagne elettorali saranno fatte sulla nostra schiena. Gli xenofobi di tutta Europa vanno in brodo di giuggiole per la gioia e anche gli establishment europei che non hanno risposte da dare per la crisi saranno contenti di resuscitare il vecchio spauracchio per far rientrare le pecore spaventate nel recinto.

Da ogni parte ci viene chiesto di dissociarci, di scrivere che noi stiamo con Charlie, di condannare, di provare che siamo bravi immigrati, ben integrati, degni di vivere su questa terra di pace e di libertà.

Ebbene, anche se ovviamente condanno questo atto come condanno ogni violenza, non mi dissocio da niente. Non sono integrato e non chiedo scusa a nessuno. Io non ho ucciso nessuno e non c’entro niente con questa gente. Altrettanto non possono dire quelli che domani dichiareranno guerra a qualcuno in nome di questo crimine.

Tu dici: “Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto”.

Io con questa gente sono in guerra da trent’anni. Li affrontavo con i pugni all’epoca dell’università e con le parole e con le azioni da allora e fino a oggi. Sono trent’anni che li combatto e sono trent’anni che il sistema della Nato e i suoi alleati li sostengono regolarmente ogni dieci anni per fomentare una guerra di qua o di là.

Anche io sono afroeuropeo, sono originario di un paese a maggioranza musulmana ma non mi considero un musulmano: non sono praticante, non sono credente. Ma anche io non ci sto. Non ci sto con questi folli, non ci sto quando lo fanno a Parigi ma non ci sto nemmeno quando lo fanno a Tripoli, Malula o a Qaraqush.

Non sto con loro e non sto con chi li arma un giorno e poi li bombarda il giorno dopo. Non ci sto in questa storia nel suo insieme e non solo quando colpisce il cuore di questa Europa costruita su “valori di convivenza e pace”. Perché dico che questa Europa deve essere costruita su valori di pace e convivenza anche altrove, non solo internamente (ammesso che internamente lo sia).

Tu dici che questo non è islam. Io dico che anche questo è islam. L’islam è di tutti. Buoni o cattivi che siano. E come succede con ogni religione ognuno ne fa un po’ quello che vuole. La adatta alle proprie convinzioni, paure, speranze e interessi. Nelle prossime ore, i comunicati di moschee e centri islamici arriveranno in massa, non ti preoccupare. Tutti (o quasi) giustamente si dissoceranno da questo atto criminale. Qualche altro Abu Omar sparirà dalla circolazione per non creare imbarazzo a nessuno. La Lega e altri avvoltoi si ciberanno di questa storia per mesi, forse per anni. E noi ci faremo di nuovo piccoli piccoli, in attesa della fine della tempesta. Come stiamo facendo dopo questi attentati (forse) commessi da quella stessa rete che la Nato aveva creato per combattere una sua sporca guerra.

Loro creano mostri e poi, quando gli si rivoltano contro, noi dobbiamo chiedere scusa, dissociarci e farci piccoli. A me questo giochino non interessa più. Non chiedo scusa a nessuno e non mi dissocio da niente. Io devo pretendere delle scuse. Io devo chiedere a questi signori di dissociarsi, definitivamente, non ad alternanza, da questa gente: amici in Afghanistan e poi nemici, amici in Algeria e poi nemici, amici in Libia e poi… non ancora nemici lì ma nemici nel vicino Mali, amici in Siria poi ora metà amici e metà nemici… Io non ho più pazienza per questi macabri giochini. Mando allo stesso inferno sia questi mostri sia gli stregoni della Nato e dei paesi del Golfo che li hanno creati e li tengono in vita da decenni. Mando tutti all’inferno e vado a farmi una passeggiata in questa notte invernale che sa di primavera… Speriamo non araba.

Charlie Hebdo: io non mi dissocio - di Karim Metref



Pubblicato in Attualità - Notizie

L'ambiente antispecista si trova ad una svolta. Da un lato deve iniziare a pensarsi finalmente come un movimento, che significa avere degli strumenti teorici e delle prassi politiche in grado di coagulare persone e gruppi su proposizioni ideologiche e su obiettivi strategici, e dall'altro deve riconoscere le sue zone d'ombra.

Dirsi antispecista non è sufficiente per far parte di un movimento. E un insieme di persone e gruppi non fanno un movimento. Inoltre le questioni politiche devono essere all'ordine del giorno per coloro che sono impegnati nell'attivismo antispecista.

L'antispecismo è una delle posizioni che assieme ad altre, antisessismo, antiomotransnegatività, antirazzismo, antiageismo, antiableismo, anticlassismo, antifascismo ecc., concorrono a delineare i presupposti per una critica al sistema eterosessista capitalista specista e neocoloniale.

Cominciare dal basso senza pretendere di essere inclusiv* è una delle considerazioni che potrebbe contraddistinguere l'antispecismo che si interroga sulle oppressioni dei soggetti altro-da-umani considerati l'estrema colonia dell'oppressione e dello sfruttamento.

Al contempo si dovrebbe avere uno sguardo critico anche al proprio interno, per favorire una presa di coscienza politica in linea con le potenzialità dell'antispecismo politico. Partendo da questo si possono ritenere essenziali almeno tre questioni: il paternalismo, il sessismo e l'omotransnegatività che aleggiano e ancora inchiodano il movimento antispecista su posizioni integraliste e autoritarie.

Il paternalismo è l'atteggiamento benevolo e opportunista utilizzato da chi si autonomina fautor* dei diritti o portavoce di qualcun* altr*. Nell'antispecismo e nell'animalismo questa condotta è molto spesso frutto simbolico e reale della retorica della presunta superiorità umana e conseguenza della difficoltà a cogliere i segnali e i messaggi da coloro che vivono direttamente le discriminazioni dentro e fuori il movimento[1], seppur all'interno della mitologia antispecista che rivendica invece una pariteticità presunta. E così si dà voce ai/alle senza voce, si critica l'antropomorfismo che invece è una lettura interpretativa del mondo con gli strumenti della nostra specie confondendolo con l'antropocentrismo, si diffida di coloro che militano anche in altre realtà politiche, si tende a sminuire la portata dei privilegi come sesso/genere, classe, cultura, ecc.

Il sessismo è l'altro nodo cruciale del movimento, che tende a minimizzare la sua presenza e il continuo flusso di elementi discriminatori sulla base del sesso e del genere. Il tipico atteggiamento ancora una volta proviene dall'idea onnicomprensiva dell'antispecismo quale panacea di ogni oppressione. E così si pensa che tutto si risolva rassettando le cucine e cucinando fianco a fianco, concedendo la parola alle attiviste, promulgando l'uguaglianza e aborrendo la discriminazione palese e ridondante, ma senza osservare le minuzie dell'oppressione di atteggiamenti e comportamenti fallocentrici che perpetuano la domesticazione delle donne, sorridendo ancora troppo spesso delle “gattare in scarpe da tennis” perché emotive, perché lontane dal prototipo dell'“eroe liberatore”, perché le attiviste, pur in numero assai più elevato degli attivisti, si ricavano e gli viene lasciato sempre lo spazio della cura e dell'empatia, ma mai della politica, novelle angeli del rifugio antispecista o delle liberazioni progettate dagli uomini.

E infine, ma non ultima l'omotransnegatività, baluardo del sessismo che lo usa come arma per reprimere, controllare, eliminare tutt* coloro che non rientrano nei canoni dell'eteronormatività binaria. Volutamente si ribadisce l'estraneità dal pensiero radicale di omotransfobia che indica una paura per le persone lgbtqi qualora invece si tratta di vera e propria oppressione, subalternità e inferiorizzazione addirittura esprimendo discutibili pareri sulla naturalità della condizione lgbtqi, specie trans, e sul peccato originario di utilizzo di farmaci (gli ormoni necessari per un riassetto dell'integrità mente-corpo) provenienti dalle deplorevoli fauci della farmacopea multinazionale. Non solo ma addirittura gli/le attivist* lgbtqi quando assieme alle attiviste femministe propongono delle riflessioni critiche sul movimento antispecista subito si alzano scudi a difesa dello status quo, dichiarando che si devono di volta in volta riferire chi cosa e come ha agito in modo da non sparare nella mischia, non comprendendo de facto che il problema non è solo individuare chi agisce in modo paternalista, sessista e omotransnegativo ma far emergere queste discriminazione sommerse, quotidiane, insidiose, minime, che hanno appunto una dimensione micro che poco o punto si presta a considerarle eclatanti e quindi condannabili. È l'annoso problema che viene ogni volta ribaltato chi è vittima e chi è carnefice, senza considerare che la questione non va posta in questi termini, ma deve essere realmente smantellato il complesso patriarcale pastorale che vede i gruppi e le persone marginali sempre svantaggiate e oggetto di oppressione. Non va nemmeno colta la provocazione che, oltre ad assimilare senza distinzione i vari protagonisti di un atteggiamento più che di un'azione o episodio, porta a deplorare chi non si espone, chi non denuncia, chi è in qualche modo complice perché chi vive la microdiscriminazione si assume molto spesso la responsabilità degli accadimenti, in un processo di autoresponsabilizzazione indotta. Così come non va semplicemente affermato che chi non si ribella è complice del sistema e quindi accetta la situazione in essere. In primis perché per essere complici bisogna avere la possibilità di scelta, e in secondo il sistema si adopera per avere emissar* in grado di mantenere l'ordine costituito. Non va neppure bene indicare tutto sotto l'egida del “punto finale”o dell'“obbedienza dovuta” che de-responsabilizza chi è sessista, paternalista, omotransnegativ*.

Chi come antispecista ha la dignità di analizzare a partire dalle proprie esperienze dirette queste discriminazioni all'interno del movimento deve essere accolt*, ascoltat*, incoraggiat* e non lasciat* sol* e nemmeno essere accusat* di essere indecifrabile, pernicios*, pericolos*.

Quanto è emerso quindi nel seminario sul sessismo e l'omotransnegatività del X incontro di Liberazione Animale del 2014 è materiale prezioso perché esperienze di vita vissuta, perché è documentazione sulle presunzioni di totalità e onnicomprensività dell'antispecismo, perché smarca dei temi che hanno e continuano ad infastidire molt* attivist*, che peraltro preferiscono non prendere posizioni politiche su questi argomenti e anzi vedono con fastidio persino l'uso dell'appellativo compagn*.

Leggere i testi di Egon Botteghi e di Annalisa Zabonati significa porsi in un'ottica intersiziale politica radicale, riconoscere le difficoltà emergenti da quell'esperienza e consente pertanto di aprirsi a una rilettura autenticamente libertaria e antispecista del movimento nel suo insieme e di coloro che dicono di appartenervi.


[1]      Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2 – Atti della Giornata, 2014.

Lo Staff di Antispecismo.Net 



Discorso critico sul sessismo

Il sessismo nel movimento animalista antispecista

di Annalisa Zabonati

Premessa

Il Collettivo Anguane nasce nel 2012 dalla volontà di un piccolo gruppo di attivist* animalist* antispecist* in seguito alle esperienze di strisciante, ma a volte molto palese, sessismo 1 e omotransnegatività 2 proprio in quell’ambiente. Ci siamo dat* il compito di riflettere su queste forme di discriminazione a partire da noi stess* per poter avere uno sguardo diretto e una critica in grado di permettere una discussione franca sulla questione.

Se all’inizio, come spesso accade, pensavamo di avere delle responsabilità dovute alla nostra scarsa denuncia del sistema fallicoantispecista, ci siamo poi rinfrancat* confrontandoci con altr* compagn* di movimenti radicali, compreso ovviamente quello animalista-antispecista, oltre alla documentazione che abbiamo fatto circolare tra di noi e con altr*, non considerandoci casi isolati e/o speciali.

Pensavamo di aver trovato “casa”, il luogo fisico, psicologico e politico in cui delineare un progetto di coinvolgimento totale. Ma abbiamo dovuto rivedere i nostri entusiasmi e ricrederci sulla capacità effettivamente rivoluzionaria dell’antispecismo o almeno di certa parte dell’ambiente antispecista.

Abbiamo raccolto le idee, le esperienze e cominciato a considerare l’iterazione di alcuni atteggiamenti e comportamenti nei movimenti radicali, affrontata rivendicando uno spazio “femminista” dentro e fuori i movimenti stessi, con la consapevolezza che nella vita quotidiana il mondo è costruito ad immagine e somiglianza del maschio bianco occidentale borghese, nonostante certo femminismo liberal-radical-chic pensi di riuscire a stanare l’androcentrismo patriarcale accettando di sedere nell’agorà patriarcale e di mantenere atteggiamenti conciliatori.

A tutt’oggi negli ambienti libertari, radicali, antagonisti e nell’animalismo antispecista, imperversa fin troppo spesso il famigerato “club degli uomini” da cui le attiviste donne e le/gli attivist* lgbtqisono nella migliore delle ipotesi tollerat*, nella peggiore esclus* ed emarginat*.

 

Riconoscere i sistemi di dominio e controllo androantropocentrici per sovvertirli

La cultura del dominio esercita il controllo dei s-oggetti umani e altro-da-umani con paradigmi androantropocentrici, quali il patriarcato (il sistema socio-culturale, politico ed economico in cui l’autorità è appannaggio degli uomini e le risorse e i beni sono da loro governati), l’androcrazia (il governo degli uomini attraverso la violenza, la colonizzazione/imperialismo – reali e figurati – la proprietà e l’egemonia), la domesticazione e l’allevamento (il sistema pastorale inteso come dominio e sfruttamento dei nonumani da parte degli umani), che assieme ad altri schemi di controllo e oppressione possono essere efficacemente indicati come sistema kiriarchico3 in cui una categoria/casta/genere/specie/classe/condizione monopolizza le relazioni di potere a proprio vantaggio avversando le altre, che subisce condizioni di oppressione intersiziale4.

Per mantenere questo modello funzionante e funzionale l’ideologia del dominio degli uomini subordina le donne e chi non rientra nel prototipo eterosessuale, quindi le persone lgbtqi attraverso la pratica diffusa del sessismo, che con le parole di Suzanne Pharr è

[…] quel sistema che subordina le donne agli uomini, tenuto in piedi da tre potenti armi progettate per infliggere dolore e privazione alle donne. [...] queste armi sono l’economia, la violenza e l’omofobia5.

Lo sviluppo e il mantenimento del dominio prevede un sistema circolare di oppressione, il complesso oppressivo, che si basa sul maltrattamento sistematico, la disinformazione/mal-informazione, le menzogne, gli stereotipi, le sanzioni sociali, le istituzioni fallocentriche, la repressione, le discriminazioni a tutti i livelli.

I meccanismi attraverso cui si attua il sistema oppressivo sono l’assimilazione, il biasimo per i s-oggetti oppressi, la normalizzazione, l’autosvalutazione, l’invisibilizzazione, l’isolamento, la violenza, il tokenismo6, le pratiche di “washing”. Questi potenti strumenti eternano la servitù e indeboliscono le resistenze, insinuando continuamente il dubbio sulle proprie capacità.

Le oppressioni hanno radici comuni e sono tutte interrelate: sessismo, razzismo, omotransnegatività, classismo, capacità/abilità, antisemitismo, ageismo/età, specismo, etc., senza gerarchie di oppressione, sono tutte distruttive e tutte da smantellare con un approccio che potremmo definire olistico e intersezionale politico. L’etica olistica è un processo collettivo che si basa sulla solidarietà e la reciprocità che ha la sua matrice nell’interdipendenza e soprattutto nel rispetto7. L’intersezionalità politica è suggerita dall’approccio anarchico che critica l’intersezionalità “liberale” che somma le varie oppressione per farne un ibrido magmatico che non distingue i vari principi di funzionamento per ogni sfruttamento. Propone invece una rilettura del concetto per rilevare sia le similitudini che le differenze dei meccanismi oppressivi, comprendendone ogni funzionalità singola e quali siano i modi utilizzati dai sistemi di dominio per mantenersi e autoriprodursi8.

 

Il sessismo come microaggressione

La microaggressione, concetto sviluppato a partire dagli anni ’70 per illustrare i comportamenti razzisti contro gli afroamericani prima e successivamente contro immigrati di origine asiatica e latina, definisce l’umiliazione verbale e comportamentale diffusa e quotidiana, intenzionale o involontaria, che ferisce e offende una persona o un gruppo per l’appartenenza a un genere, per l’orientamento sessuale, per l’identità di genere, per la “razza”, per la classe, etc.9. Le microaggressioni sono invisibili e impalpabili, ma non per questo meno devastanti sotto il profilo psicologico e sociale. Si basano sulla sottovalutazione del loro impatto sui soggetti-bersaglio e sulla tolleranza alle discriminazioni.

Hanno una forma subdola, fondata su almeno tre meccanismi principali:

  • la microsvalutazione (commenti verbali e/o comportamentali che escludono, negano o annullano pensieri, emozioni ed esperienze);

  • il microinsulto (commenti e/o marcature maleducati, insensibili, avvilenti);

  • il microassalto (attacchi verbali e non verbali violenti attraverso insulti, evitamenti e discriminazioni).

Le microaggressioni sono la manifestazione di una visione oppressiva che crea, nutre e rinforza la marginalizzazione. Poiché ci crediamo immuni da questi comportamenti e atteggiamenti li neghiamo evitando accuratamente di affrontarli. Ognun* esprime forme infinitesimali di razzismo, sessismo, eterosessismo, specismo, ableismo, ageismo, etc. perché siamo nat* e cresciut* in ambienti che sono impregnati di forme diversificate di discriminazione10.

 

Il sessismo come micromachismo

Il micromachismo è il risultato di pratiche di dominio e violenza maschili che permeano i rapporti quotidiani tra i generi, al fine di mantenere i privilegi di sesso e genere fondati sul binarismo eterosessista e sulla conseguente subordinazione delle donne e di coloro che non rientrano nella normatività etero. Funziona sulla bassa soglia, con intensità minime e sottili, apparentemente inavvertibili, che producono pressioni e inoculano esitazioni sull’autostima e il senso di sé11. L’espropriazione continua e costante di autorevolezza verso le donne e tutti i soggetti ritenuti inidonei a ricoprire ruoli sociali privilegiati forgia i comportamenti discriminatori.

Tipici funzioni del micromachismo sono:

  • la negazione delle discriminazioni di genere e sessuale e dell’importanza della pressione sessista;

  • l’imposizione e il mantenimento delle differenze di ruolo e delle diversità di genere e di sesso nelle competenze e nelle capacità;

  • la continua riproposizione alle donne e alle persone lgbtqi di ruoli e funzioni di basso profilo considerate tipicamente femminili e femminilizzanti;

  • la ridicolizzazione delle rivendicazioni femministe (e per estensione anche quelle lgbtqi);

  • l’estraneità presunta ai comportamenti e atteggiamenti machisti.

Come per le microaggressioni, il o meglio i micormachismi sono dei microabusi e delle microviolenze usati in modo diffuso e permanente. Gli uomini sono “addestrati” socialmente a sviluppare queste capacità che giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo di un’ideologia dell’egemonia maschile/patriarcale/androcentrica. Ovviamente per poter esercitare il micromachismo gli uomini sono sostenuti da un forte alleato quale è l’ordine sociale12 che rende fertile il terreno del monopolio del potere in tutti i campi e che vede le donne e le persone lgbtqi continuamente valutate e giudicate, mantenendo così le gerarchie e le relazioni di dominio. Al pari di ogni pratica di discriminazione il micromachismo, che ovviamente rinforza il patriarcato e l’androcentrismo, utilizza:

  • l’oggettificazione, cioè la convinzione che lo status di persona sia appannaggio solo del maschio bianco, borghese, occidentale, eterosessuale attivando la circolarità dell’abuso in considerazione dell’assenza della qualità di personaper le donne e per gli/le lgbtqi;

  • l’identificazione proiettiva, l’inoculazione psicologica di proprie idee e atteggiamenti condizionanti.

Per osservare in modo più analitico i micromachismi, Luis Bonino13 propone una classificazione che auspica possa essere ulteriormente ampliata, integrata e dettagliata. Questa prevede i micromachismi coercitivi o diretti, i micromachismi occulti o indiretti, e i micromachismi della crisi, che nella quotidianità molto spesso si ritrovano accorpati.

Attraverso il micromachismo coercitivo l’uomo usa la forza fisica, psichica, economica, sociale e personale per soggiogare la donna e le persone lgbtqi e renderl* inerm* e subordinat*, limitandone la libertà e l’autodeterminazione attivando reazioni di disistima, impotenza e inibizione alienanti. Le manovre per esercitare questo tipo di micromachismo si basano sull’intimidazione fondata sull’abuso e l’aggressione, il controllo economico che prevede la monopolizzazione e la limitazione dell’accesso al denaro sia nelle relazioni familiari e di coppia che nella società, l’assenza di contributo al governo domestico, l’uso esclusivo e abusante dello spazio fisico e temporale dentro e fuori l’ambito relazionale, l’insistenza asfissiante per ottenere ciò che si desidera, l’imposizione sessuale, intimazione della superiorità e della logica maschili, la manipolazione sulle decisioni e le scelte.

micromachismi occulti sono molto efficaci nella realizzazione dell’asimmetria relazionale e di potere al punto da minare l’autonomia e il senso di sé della donna e della persona lgbtqi. L’obiettivo è quello di ottenere la subordinazione “inconsapevole” e condizionata che conferisce carattere di inalterabilità delle condizioni di vita. Si fonda soprattutto sulla svalutazione continua e minuta delle capacità e delle risorse al punto da rendere la persona insicura e dubbiosa oltre che dipendente, anche dall’approvazione dell’uomo. Si presentano sotto la forma di sfruttamento della capacità di cura femminile/femminilizzata, sviluppata dal condizionamento socio-culturale, utilizzata per forzare la disponibilità delle donne e relegarle a ruoli di assistenza e accudimento. Un altro meccanismo occulto è quello della maternalizzazione che induce le donne a svolgere il ruolo materno nelle varie relazioni oltre a costringere ad assumere come naturale la funzione di madre e moglie. L’intimità è proposta come unica possibilità relazionale che crea dipendenza affettiva spesso frustrata da comportamenti che inducono il sentimento di carenza dell’intimità, all’interno di un circolo vizioso basato in realtà sulla pseudointimità nutrita dall’esautorizzazione, la squalifica, la negazione delle qualità positive, l’esaltazione delle qualità maschili, la collusione con terze persone e soprattutto con il terrorismo misogino cioè la denigrazione improvvisa e in pubblico.

Un altro strumento del micromachismo occulto è il paternalismo che prevede l’utilizzo di comportamenti apparentemente benevoli, ma che celano l’autoritarismo e la bassa considerazione per le donne e le persone lgbtqi, rinforzato dallamanipolazione emozionale e affettiva usata come dispositivo di controllo delle relazioni.

Un altro tipo di micromachismo è quello della crisi usato quando ci sono situazioni di difficoltà conseguenti a mutamenti relazionali e/o sociali che scompensano e minacciano la presunta superiorità maschile. Per mantenere il controllo sono quindi attivati i meccanismi dell’ipercontrollo delle attività delle donne e delle persone lgbtqi, l’appoggio apparente che ha in realtà l’intento di neutralizzare l’avanzamento di richieste di maggiori spazi e autorevolezza, ma anche la colpevolizzazione per le proprie aspirazioni, la minaccia di abbandono, l’accusa di scarsa considerazione dei ruoli di genere.

Questi diversi micromachismi, che possono prevederne anche altri, provocano nelle donne e nelle persone lgbtqi senso di impotenza, di esaurimento delle risorse personali ed emotive, il sentimento di disistima e di insicurezza, la paralisi sociale e relazionale, un malessere diffuso. D’altro canto per gli uomini invece i micromachismi rinforzano le loro posizioni di dominio, di affermazione dell’identità maschile, di conferma del potere attraverso l’obbedienza e il controllo delle relazioni.

Sessismo nei movimenti sociali e politici

I movimenti sono dei gruppi di “minoranza”, sottoposti a forti pressioni che inducono i propri componenti ad enfatizzare i differenti fattori di coesione per mantenere un concetto positivo del gruppo stesso. Queste comunità necessitano di processi interattivi e sociali in grado di mantenere una forte identità in grado di contrastare le minacce esterne, dato che sono gruppi che propongono valori diversi da quelli della maggioranza di potere e in quanto tali sono considerati marginali e devianti14.

L’ideale del “buon attivista” o “attivista eroico”15 alimenta la convinzione dell’adeguatezza personale agli obiettiviperseguiti e perseguibili e della congruenza tra teoria e prassi nel pubblico come nel privato. I concetti si trasformano inslogan emblematici che riassumono in modo simbolico e sincretico le convinzioni ideologiche. Gli stessi slogan sono assunti come “profezie autoavverantesi” che solo per il fatto di essere pronunciati confermano le posizioni politiche ed ideologiche espresse, specie nei valori antidiscriminatori. Spesso il risultato è la negazione dei pregiudizi, degli stereotipi e dei meccanismi inconsci di dominio che favoriscono la creazione di identità collettive idealizzate impermeabili alle critiche.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi dei gruppi di “minoranza” si trovano spesso a fronteggiare forti ostilità sia all’esterno che all’interno del gruppo stesso, con la difficoltà a riconoscere le incongruenze tra i componenti del gruppo di appartenenza.

Il femminismo, la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non sono sempre considerate centrali per le lotte rivoluzionarie collettive, ma troppo spesso sono valutate solo come una questione dedicata che va affrontata dalle donne o comunque da chi è pro-femminismo e/o alleato del femminismo e dalle persone lgbtqi e loro alleat* ritenendo necessario mantenere il focus sul “lavoro politico”16, come se il tema sessismo/patriarcato/genere/liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non fosse né rivoluzionario né tanto meno cruciale.

Gli attivisti maschi che cercano di esprimere delle critiche alla visione mascolinizzata del gruppo, oltre che della società intera, devono rinunciare alla quota di potere che gli viene dall’appartenenza al genere maschile. Per questo è importante affrontare la questione del sessismo nei movimenti radicali, anche se ciò significa attaccare l’identità del gruppo e l’autopercezione dei singoli componenti. Il principio che “i panni sporchi si lavano in famiglia” è bandito perché il sessismo sta bene e vive in mezzo a noi

Per atmosfera sessista intendiamo ambienti dove gli uomini parlano forte e più delle donne, tagliano loro la parola, gli dicono che sono belle, fanno battute sessiste e quando glielo si fa notare rispondono: “Ma no, stavamo solo scherzando! Non siamo mica sessisti, non avete proprio il senso dell’umorismo…”

Situazioni dove gli uomini prendono più spazio fisico e sonoro delle donne, dove sono loro che scelgono gli argomenti di conversazione, che sono di solito tipicamente maschili, ovvero che riguardano il campo pubblico e completamente distaccato da tutto ciò che è personale (tecnica, attivismo, attualità mondiale…). In questo genere di discussioni la parola degli uomini è più credibile, più ascoltata, legittima, e per prendere parte alle discussioni bisogna avere degli aneddoti da raccontare, delle conoscenze, mostrarsi forti. Si tratta spesso di misurarsi per sapere chi è il/la più forte, il/la più interessante.

Sono ambienti in cui le interazioni uomo/donna si situano unicamente all’interno della sfera della seduzione. Seduzione che in un ambito “normale” etero è anche impregnata di rapporti di potere e di codici eterosessisti. Questi ambienti creano degli spazi dove gli uomini sono più a loro agio delle donne, dove sono loro che controllano ciò che succede. I gay possono scegliere se far finta di ridere alle battute omofobe o tacere; le lesbiche sono scambiate per donne eterosessuali o considerate come non interessanti perché non disponibili; le donne etero giudicate poco attraenti sono escluse dai giochi della seduzione, ecc.17.

L’obiettivo dei movimenti radicali è quello di favorire e realizzare contesti sociali egualitari e questo deve cominciare da subito, a partire dai movimenti stessi che iniziando da analisi politiche devono svilupparle in comportamenti e idee quotidiani che sfidino la morale comune, anche degli/delle attivist* al fine di sprigionare le potenzialità rivoluzionarie per contrastare le discriminazioni dentro e fuori i movimenti

I fattori di discriminazione possono essere molteplici, l’età (se l’età della persona non è in media con quella del gruppo), l’esperienza (se non è abbastanza “vissuta” come gli/le altr*), il carattere (se non è abbastanza intraprendente), il look (se non è abbastanza cool per i canoni dello stile giusto), la lingua (se non parla la stessa lingua del gruppo), l’orientamento sessuale (per esempio se è gay in un ambiente prevalentemente eterosessuale), il peso (per esempio se è grassa in un mondo di magri), il fisico (se non è abbastanza fit per aggregarsi o è diversamente abile), le capacità tecniche (è meno brava o ignora come fare determinate cose pratiche). Questi fattori fanno sì che le persone discriminanti mettano in ombra le altre nei momenti collettivi, per esempio prendendo più spazio nelle discussioni, nel prendere decisioni, nei giochi di seduzione, ecc..18.

Per poter concretizzare questo ci dobbiamo impegnare a smantellare il sessismo che aleggia negli ambienti radicali e antagonisti, a cominciare da ieri19.

 

Il sessismo nel movimento animalista e nell’antispecismo

Il movimento animalista e antispecista internazionale e italiano presentano manifestazioni e atteggiamenti sessisti e omotransnegativi. Da un lato ci sono esempi di un uso sessista del corpo delle donne in campagne di denuncia dei maltrattamenti animali, dall’altro nei gruppi si riscontrano spesso discriminazioni e talora molestie e violenze verso le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi. La percezione del micromachismo e delle conseguenti microaggressioni da parte delle/degli attivist* animalist* non è un fenomeno nuovo, come ha dimostrato Marti Kheel nel 1985, con il suo articoloSpeaking the unspeakable: Sexism in the animal rights movement, in cui evidenzia che la consapevolezza delle interazioni sessiste nell’animalismo è qualcosa di indicibile che avviene tra le fila del movimento20.

pattrice jones, anni dopo, ribadisce in molti suoi scritti l’uso strumentale delle differenze di genere anche per i nonumani, e in uno suo articolo denuncia un episodio di violenza avvenuta tra attivisti durante un meeting animalista21.

Nel suo scritto Marti Kheel descrive i microsessismi quotidiani di cui è stata testimone diretta come attivista animalista e dichiara

Mentre il crescente interesse degli uomini per il movimento per i diritti animali è degno di plauso, alcune delle conseguenze dell’influsso maschile nel movimento non lo sono. Come è accaduto in numerosi altri movimenti (come ad esempio nel movimento pacifista), gli uomini vi sono entrati e hanno preso il sopravvento. Nonostante un numero notevole di associazioni importanti siano gestite da donne (Society for Animal Rights, United Action for Animals and the Animal Welfare Institute), la maggior parte delle associazioni più diffuse è coordinata da uomini. Anche la divisione del lavoro nei movimenti più grandi tende a seguire gli stereotipi sessuali22.

Ma l’osservazione e l’esperienza del sessismo non deve fermare le donne e le persone lgbtqi e la loro militanza23

Come possono le donne combattere il dominio e la gerarchia nel movimento animalista? Per esempio, segnalando il sessismo quando si manifesta, incoraggiando forme di organizzazione non gerarchica e insegnando agli attivisti maschi comportamenti non sessisti. Un’altra opzione che alcune donne hanno scelto è quella di creare associazioni e gruppi solo di donne, come abbiamo fatto noi. I gruppi separati di donne non sono una novità. Esistono da molti anni nel movimento pacifista, e organizzano eventi dedicati come ad esempio i Women’s Peace Camps in Inghilterra, Italia e alle Seneca Falls di New York24.

L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di “supposto sapere” sulle varie forme di oppressione e dominio. L’antispecismo si basa però su teorie coniugate al maschile. Le riflessioni e gli scritti dei teorici maschi, il “boys’ club”, sono maggiormente diffusi e sono considerati i soli depositari del “sapere animalista/antispecista”25, nonostante la produzione teorica delle studiose e attiviste sia altrettanto cospicua e di notevole spessore. Tali atteggiamenti e comportamenti “corporativi” condizionano e danneggiano le prassi politiche, l’attivismo, la militanza, gli attivisti e le attiviste di ogni sesso, genere, orientamento sessuale.

Gli attivisti maschi sono fortemente refrattari alle discussioni sulle modalità sessiste di agire all’interno dei gruppi, con il risultato che sono negati e rimossi tutti quei comportamenti chiaramente discriminatori nei confronti delle attiviste e de*attivist* trans e omosessuali. La tolleranza manifestata è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla scarsa o nulla conoscenza dei temi derivanti dalle rivendicazioni delle lotte di liberazione femminista e lgbtqi.

In base a diverse analisi su gruppi antispecisti suffragate da ricerche in ambienti politici radicali e antagonisti e da testimonianze di attivist* che hanno vissuto direttamente o indirettamente queste discriminazioni, non si può negare la presenza di interazioni sessiste nonostante la rimozione oscurantista e retrogada che tende a minimizzare, azzerare, ridicolizzare ogni tentativo di critica e/o denuncia. Persino alcune attiviste negano l’evidenza del sessismo e dell’omotransnegatività a riprova delle difficoltà a smarcarsi da habitus implacabili e gerarchici, e sembrano inconsapevoli delle discriminazioni derivanti da questi atteggiamenti e comportamenti. Dichiarano che la questione di genere e sesso è ininfluente rispetto all’enormità dello sfruttamento animale, rimuovendo così le connessioni tra le oppressioni e rinforzando la complicità al sistema di dominio. La complicità al sistema egemonico è comunque una condizione di collaborazione non consensuale ma coatta dovuta alla condizione di scarsa o assente libertà e autodeterminazione26.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi che sottolineano la presenza di comportamenti sessisti e omotransnegativi si espongono alle critiche perché mettono in discussione il funzionamento e la strutturazione dei gruppi in cui militano e sono avvertit* come disturbant*, perché incrinano la mitologia della compassione e dell’empatia di chi si batte per i più deboli e per i “senza voce”. Un altro stralcio di paternalismo buonista che finalmente si sta sfaldando27 e ribalta le logiche antropocentriche di molto attivismo animalista e antispecista.

Il movimento animalista e antispecista presenta ancora una pesante patriarcalizzazione delle relazioni, in cui donne, uomini e attivist* lgbtqi sono sottopost* alla genderizzazione di ruoli e funzioni. Il sessismo è strisciante e quasi invisibile, perché ripulito delle sue parti più manifeste ed eclatanti e si esprime soprattutto attraverso il microsessismo quotidiano. La razionalizzazione e la negazione del sessismo e dell’omotransnegatività sono i meccanismi utilizzati per minimizzare e celare questi comportamenti e atteggiamenti soprattutto affermando che le teorie e le prassi alternative e radicali sono di per sé sufficienti ad escludere l’utilizzo dei meccanismi di controllo e dominio dei gruppi di potere, quale ad esempio quello dei maschi eterosessuali.

Il sessismo danneggia tutto il movimento e gli animali nonumani, perché produce una cultura che impedisce la libera circolazione delle idee e lo scambio autentico delle esperienze. Se non si affrontano i temi e le questioni collegate al dominio di genere e di sesso si perpetuano le oppressioni e, anzi, se ne creano di ulteriori, immobilizzando la forza propulsiva del movimento stesso28. Si mantengono e si evidenziano profonde distanze sia tra i militanti e le militanti che tra i diversi gruppi che compongono il movimento stesso29.

Il movimento antispecista ritiene di includere la critica e lo smantellamento delle discriminazioni nel loro insieme, riconoscendone le matrici comuni, e pertanto non può esimersi di fare i conti con i processi psicologici, sociali, culturali e politici che inducono atteggiamenti e comportamenti marcatamente sessisti anche tra le proprie fila.

Le attiviste e gli/le attiviste lgbtqi troppo spesso si mimetizzano, non esibiscono interessi e saperi e lasciano lo spazio a chi tradizionalmente se lo prende, assumendo e mantenendo ruoli secondari, declinati ancora troppo frequentemente alla devozione e all’abnegazione.

Si esprime una sessizzazzione pervasiva e sommessa, inconsapevole ma renitente, diffusa e continua che combina e ricombina l’habitus quale struttura strutturante. Si sviluppano pratiche, valori, credenze, interpretazioni che mantengono e rinforzano i privilegi sessisti, faticando a sviluppare il loro riconoscimento utile a demolirli.

Nell’ambiente antispecista sono stati riscontrati e si continuano a constatare i seguenti microsessismi30:

  • divisionedi compiti e ruoli in base al sesso e al genere degli/le attivist*;

  • negazione delle difficoltà comunicative e relazionali che scaturiscono dalla scarsa rappresentanza in ruoli di coordinamento e rappresentanza della seppur numerosa presenza femminile ed lgbtqi nell’attivismo di base (grassroot);

  • antisessismo e antiomotransnegatività presunti dell’antispecismo;

  • evitamento dei temi inerenti la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi, del femminismo e dell’attivismo lgbtqi radicale;

  • convinzione cristallizzata e inamovibile che l’antispecismo al suo interno sia scevro da discriminazioni e abusi tra umani;

  • certezza che la liberazione animale sia prioritaria;

  • convincimento che la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi avverrà in concomitanza con la liberazione animale e pertanto non è necessario prenderla in considerazione;

  • minimizzazione della significatività del femminismo e e del movimento lgbtqi;

  • credenza della superiorità ideologica dell’antispecismo sulle altre teorie e prassi di liberazione.

Piuttosto che affrontare il sessismo sul “fronte interno” risulta più abbordabile la stigmatizzare della sessualizzazione mediatica di alcune organizzazioni animaliste protezioniste che espongono i corpi femminili per protestare contro le sofferenze degli animali, in uno scenario di evidente conservatorismo patriarcale che utilizza la sessuopornografia rinforzando de facto il sessismo da un lato e lo specismo dall’altro31

Quando abbracciamo un movimento animalista sessista o un movimento per i diritti delle donne specista rinforziamo l’oppressione32.

Ciononostante i “due” sessismi, all’interno del movimento e del movimento verso l’esterno sono parte integrante del medesimo sistema androantropocentrico patriarcale e pastorale. Al contempo, come molto spesso è sottolineato dalle attiviste e dalle teoriche antispeciste e lgbtqi, gli stessi movimenti di liberazione delle donne e lgbtqi non possono più esimersi dal ritenere la liberazione animale parte integrante delle loro lotte.

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Note
 1 Il termine sessismo (sexism) sostituisce e integra nel movimento femminista del 1968 il concetto dimaschilismo (male chauvinism), anche se a vario titolo sono usati entrambi e a volte come sinonimi.
 2 I concetti di omofobia e transfobia sono criticabili in quanto riconducibili ad una “patologia” psicologica, la fobia appunto. Il rifiuto e la negazione della dignità delle persone lgbtqi è invece un costrutto sociale e politico che impatta sulle vite di chi è emarginat*, discriminat* e dominat* per la non conformazione alla norma eterosessuale/eterosessista, per questo si opta per l’utilizzo di termini quali omonegatività, transnegatività e omotransnegatività, riconducibili proprio alla condotta sociale collettiva a cui aderisce anche la singola persona, cfr. Celia Kitzinger, The Social Construction of Lesbianism, Sage Publication, 1988; FacciamoBreccia (a cura di),L’Itaglia è tutta qua, Istant Book_1, 2009; Paolo Pedote – Nicoletta Poidimani, We will survive! Lesbiche, gay e trans in Italia, Mimesis, Milano 2007.
3 Schüssler Fiorenza Elisabeth, Changing horizons: Explorations in feminist interpretation, Fortress Press, Minneapolis 2013.
4 Zabonati Annalisa, “Il complesso patriarcale pastorale: le comuni radici del dominio”, LiberAzione Gener-ale 2Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
5  Suzanne Pharr, Homophobia: a Weapon of Sexism, Womens Project, USA, 1988/1997, p. 9.
6 Il termine si riferisce alla cosiddetta discriminazione positiva, cioè alla pratica di inclusione di alcune persone delle minoranze in posizioni di prestigio, senza però capacità d’influenza, al fine di dirottare e annullare le critiche al potere e all’autorità.
7 Kheel Marti, “From heroic to holistic ethics: The ecofeminist challenge”, in Ecofeminism: Women, Animals, Nature, Greta Gaard ( Ed.), Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 243-271.
8 Volcano Abbey – Rouge J., “Insurrections at the intersections: feminism, intersectionality and anarchism”, Quiet Rumors: An Anarcha-Feminist Reader, Dark Star Collective (Ed.), Ak Press, Oakland, CA, USA, 2012, tr.it. Annalisa Zabonati, “Insurrezioni alle intersezioni: femminismo, intersezionalità e anarchismo”, http://anguane.noblogs.org/?p=1447.
9 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, in American Psychologist, LXII, 4, 2007, pp. 271-286; Derald Wing Sue, Microaggressions and Marginality. Manifestation, Dynamics, and Impacts, Wiley & Sons, New Jerey 2010.
10 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, op. cit..
11 Luis Bonino Méndez, “Las microviolencias y sus efectos. Claves para su detección”, in Revista Argentina de Clínica Psicológica, VIII, 1999, pp 221-233Luis Bonino Méndez, “Los varones hacia la paridad en lo doméstico. Discursos sociales y práticas masculinas”, ©2000; Luis Bonino Méndez, “Micromachismos. La violencia invisible en la pareja”,©2000.
12 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit., p. 4.
13 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit..
14 Barbara Biglia, “Transformando dinámicas generizadas: Propuestas de activistas de Movimientos Sociales mixtos”, inAthenea Digital, 4, 2003, pp. 1-25; Barbara Biglia – Esther Luna González, “Reconocer el sexismo en espacios participativos”, in Revista de Investigación en Educación, X, 1, 2012, pp. 88-99.
15 Kheel MartiDirect Action and the Heroic Ideal: An Ecofeminist Critique, in Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Nocella Anthony J. – Best Steve (Eds.), AK Press, Oakland-CA 2006, pp. 306–318.
16 Walia Harsha, “Challenging patriarchy in political organizing”http://www.coloursofresistance.org/731/challenging-patriarchy-in-political-organizing/ .
17 Les enrageuse, Lavomatic. Laviamo i panni sporchi in pubblico. Spunti di riflessione sulle violenze di genere nel movimento antiautoritario, tr. it. Mel’ma, 2010, pp. 26-27.
18 Ma di Mel’ma, Scagliare una pietra al patriarcatoAnarchia e femminismo. Lettera aperta per capire le femministe, 2010, p. 11.
19 Beallor Angela, Sexism in the anarchist movementNortheastern Anarchist #2 Spring 2001.
20 In Feminists for Animal Rights Newsletter, II, 1, 1985, tradotto in italiano https://anguane.noblogs.org/?p=987.
21 pattrice jones, “Violation & Liberation. Grassroots Animal Rights Activists Take On Sexual Assault”, inhttp://www.earthfirstjournal.org/article.php?id=247.
22 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
23 “É un termine, quello di militanza, che nei movimenti italiani degli anni zero (dal ciclo cosiddetto ‘no global’ in avanti) è spesso stato sostituito dalla più anglosassone definizione di ‘attivista’. Questa parziale eclissi o sostituzione va assunta nella sua ambivalenza: se da un lato marca l’irriducibile distanza dalle forme di organizzazione rappresentativa, dall’altro rischia però di smarrire – insieme alle stucchevoli malinconie identitarie – anche il senso della determinazione storica del pensiero e delle pratiche (parallelamente cancellato dalle recenti riforme universitarie). Affrontando la questione della militanza dobbiamo allora mettere a critica un doppio rischio: da un lato, l’idea di una continuità lineare e atemporale delle pratiche politiche e di organizzazione; dall’altro, un nuovismo che presume di potersi liberare di ciò che sta alle proprie spalle senza conoscerlo e renderlo produttivo. In breve, del bagaglio di ricchezze di cui farsi innovativamente continuatori e degli errori da non ripetere. Nostalgia delle radici e assenza di genealogie sono infatti pericoli alla fin fine speculari, e solitamente si rafforzano per reciproca reazione” – “Stili della militanza – Dal movimento operaio a Occupy”, UniNomade, 6/2/2013, http://www.uninomade.org/stili-della-militanza/.
24 Ibidem.
25 Rohman Carrie, “Disciplinary Becomings: Horizons of Knowledge in Animal Studies”Hypatia, XXVII, 3, 2012, pp. 510-515.
26 Patrizia Romito – Geneviève Cresson, Vita di relazione, svalorizzazione di sé e sofferenza mentale, inCurare nella differenza, Paola Leonardi (a cura di), FrancoAngeli, Milano 1995pp. 226-245.
27 Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2, Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
28 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
29 Glasser L. Carol, “Tied oppressions: An analysis of how sexist imagery reinforces speciesist sentiment”,The Brock Review, XII, 1, 2011, pp. 51-68.
30 Zabonati Annalisa, “Donne e animali: breve excursus tra teoria, prassi e militanza”, M&M – musi e muse, 3, 2014.
31 Deckha Maneesha, “Disturbing images. Peta and the feminist ethics of animal advocacy”, Ethics & the Environment, XIII, 2, 2008, pp. 35-76; Glasser L. Carol, “Tied oppressions”, op.cit..
32http://www.vegina.net.


 

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Antispecismo.Net ha scelto di ripubblicare il testo - denuncia di Egon Botteghi volendo prendere posizione rispetto al tentativo qualunquista e negazionista di sminuire la portata dei temi trattati, finalmente sottoposti a lente di ingrandimento.
Come gruppo sosteniamo appieno la scelta di Egon di mantenere la denuncia al di fuori dell'analisi di singole realtà o persone, nonostante la conoscenza diretta ed indiretta ormai acquisita delle situazioni più critiche. 
Intendiamo sottolineare come questa lo staff di Antispecismo.Net consideri parimenti degne di osservazione (analisi, critica, ed opposizione) ogni forma di oppressione, discriminazione od esclusione degli individui. Per tale ragione mai liquideremmo un simile testo come un "tentativo di farsi pubblicità" - affermazione incredibilmente davvero apparsa in questi giorni in pubblica piazza -, considerando sessismo e omo/transfobia parte integrante del paradigma che vogliamo abbandonare e vedere dimenticato dalla società umana. La nostra posizione condivisa è consultabile anche come introduzione al testo di annalisa zabonati "Discorso critico sul sessismo: il sessismo nel movimento animalista antispecista - di annalisa zabonati".

Di seguito l’intervento di Egon Botteghi per il Collettivo Anguane in  vista del dibattito su “Discorso critico sul sessismo e il sessismo nel movimento animalista”

coordinato dal Collettivo Anguane durante il X incontro di Liberazione Animale.

13 Settembre 2014

Buongiorno a tutt*, mi chiamo Egon e come alcun* di voi sanno, sono un uomo transessuale. Ho iniziato la mia transizione da donna a uomo nel 2011, mentre ero già impegnato da alcuni anni nel movimento per la liberazione animale, nel cosiddetto movimento antispecista italiano. Nel 2008 ho infatti co-fondato un rifugio per animali domestici da reddito, trasformando il centro ippico che stavo gestendo e liberando i cavalli con cui lavoravo da molto tempo.

E’ stato il primo dei cambiamenti imprevedibili della mia vita, che mi hanno portato, da essere un allenatore e addestratore di cavalli e un istruttore appassionato di equitazione, in un altrettanto appassionato detrattore degli sport equestri e della schiavitù equina.

Questo cambiamento è stato possibile perchè la motivazione originale del mio essere “persona di cavalli”, derivava, fin da quando ero bambino, da un genuino interesse per questi animali (e per tutti gli animali in genere), così come accade per la maggioranza dei proprietari dei cavalli, che sono veramente convinti di amare il proprio animale.

Purtroppo l’equitazione ci viene presentata e proposta come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come un modo per essere vicino a questi animali, facendo scomparire il punto di vista del cavallo e la reale conoscenza delle sue esigenze. Il cavallo è trasformato nell’animale da equitazione, e chi pratica l’equitazione in “amante degli animali”, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia.

Per questo ritengo importantissimo divulgare le informazioni su queste pratiche, come sto cercando di fare con una mostra sull’equitazione e fare quello che è stato fatto a me, quando partecipai allo stage che nel 2008 cambiò la mia vita. L’insegnante che teneva il corso, da francese che era, usò un francesismo:

Io vi metto il naso nella merda, poi voi decidete se starci o meno, ma non potete più dire che non è merda”,

ci disse, mostrandoci un documentario sul rapporto uomo-cavallo (Alexander Nevzorov “Il cavallo crocifisso e risorto”).

Così, cercando di liberare le altre persone, ho cominciato a connettermi con la necessità della mia stessa liberazione ed il dolore per quello che non avevo mai voluto affrontare è esploso: nonostante la cosa mi terrorizzasse, dovetti riconoscere di essere una persona transessuale.

Quanto questo possa essere difficile lo dico con le semplice parole di un’altra persona FtM (female to male, transessuale da donna a uomo): “Non è facile scoprire di essere l’indiano in un film di cowboy”.

Sì, ero il cattivo della situazione, quello dalla parte sbagliata della barricata, e con enorme tristezza ho dovuto constatare che questo valeva anche in ambiente antispecista.

Quando ho iniziato la transizione credevo di trovarmi in una situazione privilegiata rispetto a tant* altr*: vivevo e lavoravo con persone vegan ed antispeciste e quindi pensavo che non avrei incontrato difficoltà di inclusione.

In realtà ho dovuto scoprire con shock che l’unica ferita quasi mortale l’ho ricevuta in questo ambiente e che per questo ho perso il lavoro ed il progetto che avevo fondato e seguito per anni, cosi’ che ho avuto la necessità di allontanarmi per un certo periodo dal movimento per sopravvivere.

Sottoscrivo quanto Annaliza Zabonati ha scritto nel suo saggio contenuto negli atti di “Liberazione Generale”:

L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di supposto sapere sulle varie forme di oppressione e di dominio… La tolleranza manifestata [rispetto alle persone lgbtqi] è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla non conoscenza dei temi derivanti dalle lotte di rivendicazione di liberazione femminista e lgbtqi”.

Furono proprio Annalisa ed Erika, ora mie compagne nel collettivo anarco-veg-femminista Anguane, ad intervistarmi per prime su questi temi per conto di Antispecismo.net.

In quell’intervista risposi a cuore aperto, mostrando già le criticità che il mio essere gender non conforming scatenava nell’ambiente “progressista” in cui vivevo e lavoravo e raccontai il primo episodio apertamente transfobico in cui ero incappato:

… purtroppo, arrivano alle spalle voci transfobiche da parte di persone che si definiscono antispeciste. Ci è stato riferito che una persona antispecista e vicino a situazioni a noi vicine, ha detto che io coi soldi dei benefit per gli animali mi ci pago le operazioni di riassegnazione sessuale. Si tratta proprio di ignoranza, anche perché le operazioni sono coperte dal servizio sanitario pubblico. Si tratta quindi di cattiveria gratuita.”

Al tempo sottovalutai il peso che queste posizioni ostili avrebbero avuto sulla mia vicenda, come sottovalutai, anche se mi faceva atrocemente soffrire, l’accusa che mi veniva rivolta come persona transessuale, anche dalle persone che in quel momento sostenevano di volermi bene e di essere al mio fianco:

se sei transessuale e prendi ormoni, allora non sei un vero antispecista, non sei più dalla parte degli animali, ma finanzi il sistema e le case farmaceutiche e sei CONTRONATURA”.

Questa è una frase che i transessuali antispecisti si sono sentiti dire dai loro “compagni” di movimento decine e decine di volte. Una compagna, ad esempio, scrivendo ad un compagno in carcere, gli raccontava che era in coppia con un ragazzo transessuale, anch’egli vegan ed antispecista. Questi gli ha risposto che per lui era inconcepibile e fuori discussione che un transessuale potesse essere considerato antispecista, perchè consumatore di ormoni!

Vorrei quindi analizzare questa accusa, che ha il sapore di una sentenza, pezzo per pezzo.

Se sei transessuale”:
la quasi totale maggioranza degli antispecisti non sa cosa sia una persona transessuale (nonostante ci sia una forte presenza di persone transessuali nel movimento, sia a livello nazionale che internazionale, e questo, vedremo perchè, non è un caso) e quando gli viene spiegato deve capire che non è una scelta. Non si sceglie di essere transessuali come oggi scelgo che vestito mettermi o cosa mangiare, è una condizione che insorge molto probabilmente dalla nascita (la scienza è ancora alla ricerca di spiegazioni), di cui si può prendere consapevolezza a vari stadi della vita e con cui devi fare, prima o poi, i conti. Non è una posizione facile o privilegiata nelle nostre società, questo è indubbio.

Quindi “se sei transessuale e fai uso di ormoni”, lo fai perchè non hai scelta! Non hai scelta perchè una delle condizioni primarie per la sopravvivenza è il riconoscimento di quello che si è.

Quindi, in una società come la nostra, dove la donna è quella con la vagina e le tette e l’uomo è quello con il pene ed i peli, una persona che nasce con una identità maschile in un corpo femminile, ha la necessità di portare delle modificazioni al proprio corpo per poter essere riconosciuto e per poter sopravvivere.

Il non riconoscimento porta ad una vita da inferno, che può sfociare nel suicidio.

Come sostiene Michela Angelini, medico veterinario transgender e vegan, attivista lgbtqi, “la transessualità è una questione sociale”.
Quindi non si possono colpevolizzare le persone transessuali se accettano l’unica soluzione che è al momento, nello sviluppo della nostra società, praticabile per rimanere in vita, contando poi che moltissime persone transessuali, una volta fatto il percorso di transizione, continuano a parlare ed agire contro la società binaria e sessista, che divide i corpi e le vite di donne e uomini in maniera così biunivoca.

Se un domani vivremo in una società che riconoscerà le varianti all’essere uomo-pene o donna-vagina e le rispetterà per quello che sono, una società dove una persona gender non conforming potrà scegliere di vivere serenamente anche senza interventi, lo dovremo anche alle persone transessuali che oggi si operano per sopravvivere ma che continuano a lottare per divulgare conoscenza e pratiche di liberazioni dei corpi.

Le stesse persone che additano le persone transessuali come a traditori della causa e alimentatori del sistema, quando si ammalano ed hanno bisogno di medicinali allopatici, pena il rischio di una debilitazione grave, le comprano, perchè non hanno alternative valide.

Non possiamo dire ad una persona transessuale di vivere serenamente nel suo corpo non conforme all’identità e pretendere di farsi rispettare per l’identità percepita, perchè questa modalità e la società che potrebbe supportare questa possibilità ancora da noi non esiste. Deve essere ancora costruita, e non si può costruire da morti. Se io vado in giro glabra e con le tette, sarò sempre considerato una donna, avendo poi anche il documento che parla per me e quanto questo possa diventare incompatibile con la vita, deve essere molto chiaro.

Le stesse persone che mi esortavano, nell’isola felice in cui credevo di vivere, a farmi considerare un uomo pur restando con il mio corpo femminile, mi hanno dimostrato di non riuscire a vedermi come tale.

Non si può neanche tacere il fatto che una persona transessuale, vegana ed antispecista, non prende “alla leggera” il passo di assumere ormoni cross-sex. Queste persone spesso passano anni ad interrogarsi, a studiare, sondare, ed anche soffrire, nel tentativo di capire come far collimare la propria sofferenza con le proprie esigenze etiche. Tutto quello che c’è da sapere su come sono prodotti, da chi e per quali scopi i farmaci che prende già lo sa, e forse ha anche cercato alternative più “naturali”, che però non hanno funzionato. Non sarà l’ennesimo antispecista integerrimo e giudicante a svelargli delle verità!

Sei contro natura!:
troppo spesso molti antispecisti si dimenticano, o ignorano completamente, come la Natura sia stata la più grande alleata delle più grandi oppressioni e inique distribuzioni di potere. La personificazione della potente e sempre buona e perfetta Natura, il ritorno al cui stato tutt* aspiriamo, ha preso da anni il posto di Dio nel regolare la scala dei valori dei viventi. I neri erano per natura inferiori ai bianchi, così come le donne agli uomini, così come, per la Natura, non doveva esistere l’omosessualità ed il sesso fuori dagli schemi procreativi.

Insomma la Natura è sempre stata specchio dei desideri di quello che era più conveniente alle strutture del potere. Per dirla con le parole di Franz De Waal:

come illusionisti, prima infilano nel cilindro della natura i loro pregiudizi ideologici, poi li tirano fuori per le orecchie, così da mostrarci come la natura concordi con loro”. (“L’età dell’empatia”).

Questa ideologia è perpetuata dagli antispecisti per pura ignoranza, e questo è un fatto grave in un movimento che si suppone radicale e rivoluzionario.

La transessualità comunque esiste in natura. Esiste in molti animali, che cambiano proprio sesso durante la vita, ed è sempre esistita nell’essere umano. Il fatto che dagli anni ’50 del secolo scorso, in occidente, il transessuale sia stato individuato come un individuo che cambia sesso con l’ausilio della medicina, è una questione intrinseca alla nostra stessa società. Qui non si pone la questione dell’uovo e della gallina, ma la risposta è chiara: prima c’erano le persone transessuali e poi i ritrovati tecnici della medicina occidentale che ha deciso di “curarli” in una determinata maniera.

Come detto, la persona transessuale non sceglie di essere tale, non lo fa perchè è un tipo particolarmente esuberante, o confuso o alla ricerca di forti e nuove emozioni e non è un derivato della tecnologia medica e delle storture del sistema.

Scoprirsi transessuali, intraprendere un percorso di riassegnazione di genere, equivale a scendere di molti piani nella scala dei valori che la nostra società assegna ai viventi. Nel mio caso ero nato come donna bianca, possidente, sana, occidentale, quindi vicino alla perfezione rappresentata dall’uomo bianco, possidente, eterosessuale, e seguire il mio destino di persona transgender equivaleva a scendere di categoria, a prendere “un ascensore per l’inferno” e ad unirmi alle schiere dei dannati che sperimentano ogni sorta di oppressione nella nostra piramide sociale… voleva dire scendere parecchi piani, fino a trovarmi nella sfera dell’altro da umano, di animale, direi quasi di oggetto, per questo era tanto terrifico per me.

Questo ha voluto dire molto nella prospettiva del mio attivismo antispecista, perchè ha cambiato in modo drastico il mio posizionamento.

Sentire che la lotta ti appartiene, che ne va della propria vita, passare da una posizione di privilegio ad una di svantaggio, vedere nel mondo persone trucidate perchè sono come anche tu sei, condividere a volte con quelli per cui lottavi anche prima, come ad esempio gli animali altro da umani, lo stesso posizionamento “dal basso”, mi ha reso ancora più attento a leggere la complessità della realtà, ad essere “resistente”, a non cadere in banalizzazioni ed in giudizi, che credendo di fare del bene, creano altre categorizzazione di sfruttamento ed inutile stigma.

Non ero più nell’eterea schiera dei “buoni”, e per lo più bianchi e occidentali, che, pur essendo nati con tutti i privilegi (che però stentano a riconoscere perchè rimangono a loro stessi invisibili non avendone mai sperimentato l’eclisse) si affannano nella lotta per i “senza voce”, per i poveri animali oppressi e sfruttati: ero diventato anch’io allo stesso livello degli animali, condividevo il solito piano.

E non era un piano che potevo abbandonare alla fine della manifestazione o della discussione perchè io su quel piano ci vivevo.

Adesso ero anch’io un essere che poteva essere cacciato, ucciso, denigrato, negato.
Da quando io stesso sono diventato, per il senso comune, un ibrido tra vivente ed oggetto, tra uomo e donna, tra sano e malato, tra umano ed animale, da quando il confine, creato dalla nostra società, che ha il potere di accettare o di escludere, passa proprio in mezzo al mio corpo vivente e reale, il mio modo di fare attivismo è diventato più consapevole e sono diventato anche un ponte,un ponte tra le varie lotte contro le oppressioni.

Nel mio caso cerco di gettare un ponte, un dialogo tra le lotte per la sopravvivenza delle persone lgbtqi e gli animali altro da umani e cerco di mettere in guardia la teoria e la pratica antispecista da posizioni essenzialistiche e giudicanti.

Già due anni fa, in occasione del penultimo incontro di Liberazione animale, presentai un articolo ed un workshop dal titolo “Soggetti politici e diritti: lo status di chi non deve esistere”, dove mettevo a confronto la terribile somiglianza tra le norme che regolano la vita delle persone che in Italia affrontano la riassegnazione del sesso e le norme che regolano la vita degli animali da reddito nel nostro paese.

Fu un intervento un po’ spiazzante: l’organizzazione mi aveva affidato il compito di parlare di rifugi, ed io parlai sì di rifugi e dei problemi che hanno a salvare gli animali da reddito per colpa della burocrazia, ma parlai anche della sterilizzazione forzata dei transessuali, sempre ad opera della burocrazia. La maggior parte delle persone ne fu molto colpita, ma il silenzio raggelante di alcuni ancora mi rimbomba nelle orecchie.

E il silenzio è quello che accompagna queste vicende: le aggressioni omo-transfobicche all’interno del movimento non vengono denunciate e le persone che ne sono vittime vengono lasciate sole, come fosse una questione di scaramucce personali e non un’aggressione all’essenza del movimento stesso.

Un altro silenzio di cui mi dispiaccio è quello intorno alla questione intersex.
Tra le persone che infatti mi sono state più vicino nel difficilissimo momento dell’inizio della mia transizione c’erano Alessandro Comeni, uomo intersessuale, e Michela Balocchi, sociologa che si occupava della questione intersex, per cui sono venuto a conoscenza del trattamento che queste persone ricevono, fin da neonati. Ho subito pensato che questo doveva essere un tema che doveva entrare di diritto nell’agenda dell’antispecismo nostrano, aiutando così la difficile creazione di un movimento intersex anche nel nostro paese.

Spinti dalle connessioni che c’erano nelle nostre lotte, abbiamo fondato il collettivo Intersexioni, composto da attivisti e studiosi della questione intersex, transessuale, cross-dress, omosessuale, femminista ed antispecista.

Grazie al lavoro di questo collettivo, alcune persone che operavano su altri fronti del pensiero critico e della liberazione, sono diventate vegan e molti si stanno comunque interessando alla questione animale.

Purtroppo non ho visto la stessa contaminazione dalle parti del movimento antispecista: il mio appello per lottare anche per la sopravvivenza delle persone intersex è caduto nel vuoto.

La consapevolezza però che la questione della lotta al sessismo, all’eteronormatività, all’omo-trans-negatività è centrale in un movimento radicale come quello che l’antispecismo vuole essere è troppo forte per darsi per vinti, per cui è stato avviato nel 2013 il progetto “Liberazione Gener-ale”, che vuole essere un momento di studio politico e di creazione di pratiche per rendere produttive le connessioni tra le varie lotte, la cui prima sessione, svoltasi a Firenze, era proprio incentrata sulle intersezioni tra liberazione animale e questione lgbtqi.

La sessione di quest’anno, il cui focus era il sessismo sulle donne, sugli animali e sulle persone lgbtqi, ha mostrato ancora una volta la difficoltà di parlare di certi argomenti in ambienti radicali che viaggiano su binari paralleli e che non dialogano abbastanza ed è comunque stato un successo anche solo per il fatto di aver unito nell’organizzazione gruppi ed associazioni antispeciste con un circolo storico lgbtqi come il circolo Pink di Verona.

Coraggiosamente e come atto politico è stato infatti scelto come luogo la città di Verona, da anni protagonista di pesantissimi attacchi, da parte della destra e dell’amministrazione, verso il “deviante” (che si tratti di omosessuali, transessuali, famiglie non tradizionali o homeless, che vengono trattati con gli stessi dispositivi degli animali considerati “nocivi” e contrari al decoro).

In quella sede sono usciti spunti molto interessanti su quello che l’antispecismo può fare nella lotta all’eteronormatività, che è uno dei pilastri portanti del “grattacielo”, se avrà il coraggio di sfruttare le possibili incursioni nei “bassifondi” che la vegan-negatività può “regalare”.

Sarebbe anche utile creare una campagna di sostegno per le persone trans prigioniere in carcere, vittime della repressione contro il movimento di liberazione animale.

Come dice l’attivista e studiosa Pattrice Jones, grande esempio di ponte, ogni progetto dovrebbe essere costruito per incrementare e favorire le connessioni,

favorendo le connessioni saremo maggiormente in grado di smontare la struttura [del sistema], lavorando insieme su questi progetti, edificheremo ponti tra i movimenti, così tutti avremo più partecipanti, e i progetti comuni ci permetteranno di ottenere due o tre obiettivi in una volta, e anche se non troviamo quei progetti bisogna tenere a mente le connessioni, qualsiasi cosa stiamo facendo.”

Quindi il movimento antispecista, per essere veramente un movimento radicale e libertario efficace e sinceramente tale, deve operare su queste giunture che tengono insieme, sempre prendendo a spunto le parole di Jones, “la casa del padrone” , per scardinarle.

Ma per scardinare una struttura ben costruita dobbiamo lavorare sodo, quindi non si può parlare di eterosessismo, omotransnegatività, sessismo, senza intervenire su di esso, sopratutto quando insorge all’interno stesso del movimento. Non si può colmare l’imbarazzante silenzio su episodi conclamati con un vano parlare. Il movimento dovrebbe unirsi a difesa dei propri valori non negoziabili, non certo per coscrivere e bandire, ma per crescere e consolidarsi e divenire realtà.

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La solidarietà della catena

di Eva Melodia

Ogni mattina su Contatto Radio, l’amico Matteo Bartolini porta avanti una rubrica che seguo sempre con piacere ed interesse nonostante i tempi ristretti dettati dall’orario che si accavalla tra una consegna di parenti a scuola e l’ingresso in ufficio.

Proprio per l’ennesimo ritardo che rincorrevo, qualche mattina fa mi è capitato di seguire solo a spizzichi la trasmissione, cogliendo lo stesso un passaggio in cui in qualche modo lo speaker incalzava la comune morale. A partire da un fatto di cronaca riguardante la storia di un cane che ha sollevato una ampia reazione commossa e solidale, muoveva una critica per quanto velata, interrogandosi sulla distonia tra un presunto maggiore comune sentire di affetto e disponibilità solidale verso “gli animali” - lo speaker generalizzava così -, ed un altrettanto secondo lui comune scarso solidarizzare con gli altri umani in difficoltà, quali ad esempio i migranti citando, a dimostrazione, i recenti appelli di Forza Nuova apparsi sui quotidiani locali (talmente intrisi di demenza razzista che che non meritano d’essere nominati oltre).

Mi sono trovata a riflettere su cosa mi facesse sentire chiamata in causa da questa critica evitando di impuntarmi su una delle letture possibili (quella della solita accusa con cui si additano gli animalisti di non avere la stessa attenzione riservata agli animali anche verso i soggetti umani) poiché credo non fosse affatto questo il tema interessante. Al contrario, penso che la questione così posta possa generare un nodo importante, indagando la spinosa ragione per cui un cane pare scatenare una risposta più accogliente rispetto ad un umano in difficoltà.

 

 

 

Apparentemente potremmo pure crederlo che esista una maggiore solidarietà verso i cani o i gatti (ora, in Italia), rispetto a quanta non se ne nutra per un migrante, per un rom, o per un “senzatetto”; ma allora eventualmente ci si dovrebbe seriamente interessare dell’unica domanda rilevante: perchè mai?

Non è accettabile che questa domanda cada nel vuoto o addirittura che nessuno se la ponga.

Io rivendico il dovere di porsela, di accoglierla, e di usarla per andare verso il mondo migliore di domani.

Innanzitutto, si tratta appunto di una maggiore disponibilità non verso tutti gli animali (tutti gli altro-da-umani), ma solo verso quelli che per circostanza storico-geografica possono essere usati e soggiogati in piena approvazione sociale, per qualsiasi vezzo e con tanto di tutela legale: i cosidetti “pet”, termine che la dice lunga e fa il paio con animali da compagnia o toys, gli animali giocattolo.

Si tratta per lo più quindi, di cani e gatti i quali, non solo non rappresentano tutto quell’universo di vite animali negate senza alcuna solidarietà o atto di pentimento ma che sopratutto, non godono di alcuno status giuridico che seriamente dia loro un peso nella società.

Ciò è esattamente il contrario di quanto accade per un umano il quale, grazie alle garanzie speciste, per quanto privo delle variopinte tutele di una tale o tal altra nazionalità, godrà quasi sempre e quasi ovunque (almeno sulla carta), del diritto alla vita ed alla libertà.

Il cane ad esempio, al di là delle blande normative protezioniste di cui anche l’Italia è emblema, è l’oggetto vivente per eccellenza, quello cui magari dedichi cure parentali riconoscendolo come "vivente", ma che al contempo piazzi dove vuoi e magari chiudi tutto il giorno in casa o segreghi per una vita intera legato ad un metro di catena. Quando non lo gradisci più, te ne liberi, magari pure ammazzandolo: la possibilità che qualcuno ti dica qualcosa in proposito è davvero remota.

La responsabilità assunta nell’atto dell’accogliemento di un cane poi, è infinitamente più blanda (sia per la comune morale, sia per la normativa vigente), piuttosto che quella dell’accoglienza di un umano.

Il cane non entra in conflitto con ciò per cui questa cultura e società vuole che tu competa: il modello capitalista. Il cane (o il gatto) può essere trattato come fosse solo un suppellettile, alla stregua di una cosa: alcun* li porta in borsetta come la sciarpetta, li compra e li vende come giocattoli alla moda.

Questo è ciò che lo specismo genera e che lo specismo difende: che chi “è” animale valga meno e che dunque, tutti possano permettersi animali come oggetti nelle borsette o come fettine nel piatto.

E’ altresì intuibile come su ciò si fondi tutta l’ideologia del dominio grazie alla quale proprio il razzismo vive pacioso, con le sue strumentali idee di superiorità ed inferiorità perfettamente fondate sulla selezione delle razze in allevamento.

Intendo allora suggerire come l’eventuale diffuso interesse per questi pet, non dipenda affatto dalla solidarietà nobile di cui gli umani sono potenzialmente capaci, ma al contrario e quasi sempre purtroppo, solo dall’empatia fisiologica stuprata dall’ideologia del dominio, la quale si scatena e libera più facilmente verso soggetti il cui dominio e soggiogazione è facilitato dal sistema, anziché su soggetti la cui autodeterminazione è maggiormente garantita dal sistema, magari tanto da poter diventare addirittura competitori.

 

Sull’”animalizzazione” del nemico e del diverso si struttura tutto il capitalismo, attraverso il meccanismo di riduzione in risorse da usare o da scartare ed eliminare, sia delle materie prime ma sopratutto dei corpi dei viventi: mi aspetto che gli amici molto libertari e molto idealisti, ma poco solidali in maniera eterogenea, prima o poi lo comprendano, facendo forse dei passi avanti quindi non solo nello strutturare rivendicazioni (o lamentele), ma forse anche strategie.

L’empatia non si può moralizzare: non si può bacchettare un recettore che non si attiva, se d’altro canto non si fa che delegittimarlo; allo stesso modo, non si può scandalizzarsi dell’assenza di solidarietà verso i competitori, in una società dove tutto è solo competizione nel consumo di corpi (morti).

Se per sollevare il problema della repulsione sociale verso i soggetti umani più deboli di questa schifosa società si chiama spesso in causa una comparazione con il modello della presunta solidarietà verso cani e gatti, significa semplicemente e tristemente che il disconoscimento delle prassi di dominio e soggiogazione in cui versano gli individui animali (pet compresi), è totale.

Tornando dunque alla puntata di L’Evidenziatore ed alla questione posta da Bartolini, ciò che davvero pare evidente è che mentre si rileva con leggerezza l’accertato sbilanciamento di cure verso i “pet” piuttosto che verso le persone umane, dall’altra non si coglie il buco nero in cui cadono tutte le ragioni ispirate ai più alti e nobili sentimenti e ideali umani: lo specismo ed i suoi tranelli, dalle quali in ultimo vengono alla fine imbrigliati tutti gli schiavi ed i sudditi di tutta la storia dell’umanità...neppure in quel territorio di idee libertarie o altamente garantiste di libertà e diritti in cui una radio come Contatto Radio ed i suoi speakers si collocano.

Animale è il nemico, il rom, il diverso. Esso non scatena empatia in un popolo di adulti competitivi ed imbruttiti da miti patriarcali. Esso è il ripudiato e finché è tutelato da una legge che ne impedisce lo sfruttamento esplicito, la solidarietà della catena non potrà essere loro estesa perché non è possibile allo stato attuale dominarli e sfruttarli come animali, cioè nello stesso facile e conveniente modo.

Per cambiare questo paradigma, assurdo ed ignobile, non basta pretendere che gli umani vengano de-animalizzati: serve sfondare il concetto stesso di “animale” con cui le leggi di tutto il mondo e la forza delle istituzioni,  permettono lo sfruttamento di individui senzienti ed il consumo dei loro corpi. Serve rifondare la società sull’empatia come base dell’etica della solidarietà ed una cosa è certa: finché un cucciolo di ventidue giorni verrà sgozzato nel nome di dieci minuti di baffi leccati a Pasqua, di empatia a sostegno di questa etica non ce ne sarà abbastanza.

"Guinzaglieria"?? 

 

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Domenica, 08 Dicembre 2013 11:03

Siate come i maiali - di Sara Romagnoli

In questi giorni, centinaia di allevatori si sono radunati in piazza, davanti a Montecitorio.

Lo hanno fatto con alcuni maiali, che inconsapevoli, insieme a loro, protestavano perché non riconosciuti come maiali italiani da forchette, coltelli e più in generale signori palati e compagne papille.

Chiusi in un recinto, sdraiati su giacigli di paglia nel vano tentativo di dormire, cuccioli di maiale si stringevano forte gli uni sugli altri, un unico roseo corpo. Tra gli esponenti della Coldiretti qualcuno li accarezzava - i cuccioli fan sempre un certo effetto, nonostante tutto - e nel fragore di clacson, fischietti, megafoni e microfoni giornalistici si sbraitava, si accusava, si denunciava e soprattutto si pretendeva di argomentare facendo uso di termini come “materia prima”, accomunando quegli stessi cuccioli alle spighe di mais i cui chicchi macinati al mulino diventano farina, ed in seguito filoni di pane.

Svolgendo quell’equazione matematica frutto di sociopatia per la quale i maiali stanno al Parmacotto come le conifere della Russia stanno all’Ikea, il teatrino svoltosi in piazza a Roma costringe l’antispecismo teorico ad inventare nuove teorie e ad affinare quelle già discusse, perché con la protesta di oggi (e a dire il vero con proteste simili già svoltesi anni addietro), ha chiamato in causa qualcosa di peggiore del fatidico “referente assente”, giacché il referente era presente eccome, in carne ed ossa - è proprio il caso di dirlo – al centro del dibattito, spalleggiato da parenti più o meno stretti sotto forma di cosce affumicate.

Nella recriminazione di una folla arrabbiata che rivendica diritti per se stessa, in quanto categoria lavoratrice, nessuno pare cogliere l’irrazionalità di un comportamento quasi bipolare che dispensa carezze al suo protetto ed al tempo stesso esige il rispetto ed il riconoscimento per la sua futura carriera di cotechino.

Inutile sottolineare in questa sede, quanto al danno si aggiunga la beffa per coloro che, volenti o nolenti, si ritrovano a contribuire ANCHE di tasca propria a questa forma di follia istituzionalizzata, giacché le sovvenzioni agli allevatori incarnano talmente bene lo spirito democratico del Paese che non fanno distinzioni ed attingono in egual misura da animalisti, vegetariani, vegani, antispecisti, che diciamolo chiaramente, spenderebbero più di buon grado quegli stessi soldi in cubetti di ghiaccio in Antartide.

E mentre nella capitale della politica italiana va in scena la mistificazione distillata della felice storia di tutte le Peppa Pig del mondo, nella capitale della Cina italiana (Prato), il palco è impegnato con la citazione delle tre scimmiette: Io non vedo, Io non parlo, Io non sento.

Complice la crisi, l’assenza di questi ulteriori referenti dagli occhi a mandorla è diventata man mano sempre più accentuata, ma si tratta di un accento che si limita a farsi (non)sentire solo sul piano nominale.

Che piccole mani orientali tessano, cuciano, incollino, taglino, sferruzzino e tanto altro ancora 24h su 24 è risaputo da tutti ormai, ma i cinesi ci rendono le cose molto più semplici: si rendono “assenti” senza che ci sia bisogno che qualcun altro lo faccia per loro; si fanno piccoli, più piccoli di quanto già non siano, e si calano talmente bene nell’occidentalissimo ruolo di “risorse umane” (quanto fa schifo questo termine? Diciamo anche questo suvvia), da diventare schiavi.

Schiavi che stipati, pigiati, pressati e sfruttati lavorano in silenzio per meno di 3€ l’ora senza lamentarsi, senza denunciare, senza quasi scomporsi. Limitandosi a tentare di salvarsi la vita quando proprio sono al limite e quando arriva il fuoco a lambire gli scatoloni ove a conti fatti dormono, mangiano e lavorano.

Le analisi di premesse e dinamiche che permettono che cose come queste avvengano sono complesse e meriterebbero interi saggi.

A quei cinesi qui possiamo solo limitarci a dire di essere come i maiali. I maiali da vivi, ben inteso.

Avete mai provato a forzare un maiale? A costringerlo a fare qualcosa che capisce esser male per lui, o anche semplicemente a fargli fare qualcosa che non vuole, che non gli piace?

Il maiale strepita, si dibatte, si agita, si impunta, si dispera, urla, piange. Il maiale si ribella.

 E a dispetto dello specismo che lo prende a prestito per indurre la vergogna ed indicare perversione e lordura, il maiale è un animale nobile che sconta l’esser divenuto l’incarnazione del concetto di risorsa al massimo livello.

Perché del maiale non si butta via niente dice l’antico adagio.

Niente esclusa la vita. Aggiungiamo noi.

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Atene: comunicato dell'Assemblea per l'Azione Antispecista.

Sul diritto all’aborto, non si negozia.
Risposta alla posizione ufficiale di Walter Bond sull’aborto.

Con grande sorpresa abbiamo letto, lo scorso novembre, la posizione ufficiale contro l’aborto che ha pubblicato il combattente imprigionato dell’ALF, Walter Bond. Si tratta di un testo i cui argomenti sono stati estratti dalle più vili tendenze del conservatorismo cristiano, mescolate con un po’ di presupposto antirazzismo ed ecologismo. Gli altri suoi argomenti consistono, meramente, in un’inversione della realtà.

Anzitutto, dobbiamo chiarire che l’aborto non è una pratica scoperta e diffusa con la civilizzazione industriale, così come pretende di farci credere Walter, tutt’altro. Si tratta di una pratica diffusa tra le donne che ha le sue radici ai primordi della Storia e addirittura della preisotria. Per molti anni, il fatto che le donne controllassero quanti figli avrebbero avuto e quando, era considerato normale e completamente accettabile. Con l’espansione del patriarcato e delle oppressive religioni monoteiste, che avevano come obiettivo proteggere la proprietà privata, le donne diventarono un oggetto di riproduzione di successori-eredi. Nonostante ciò e durante i secoli, le donne continuarono, in segreto, gli aborti effettuati a vicenda e soffrendo, naturalmente, le rispettive persecuzioni, sia per l’Inquisizione, sia per i loro mariti arrabbiati. Bond vuole che torniamo a queste pratiche? Considera che la lotta contro i vivisettori ed i cacciatori debba svolgersi contro le donne che lottano per la loro autodeterminazione?

Negli ultimi due secoli, le donne, come gli schiavi, hanno lottato eroicamente per ottenere diritti fondamentali che non furono loro regalati. La pratica comune dell’aborto, prima della sua legalizzazione, e che continua a praticarsi oggi nei paesi dove l’aborto è illegale, viene eseguita in spazi inappropriati, senza trattamento farmaceutico e col grande rischio per la vita e la salute di queste donne, avendo come conseguenza la loro esclusione sociale e pene di prigione, nel caso in cui fossero scoperte. Nell’Italia cattolica, fino alla metà dei ’70, l’aborto era un crimine che veniva punito col carcere. Non è un caso che la legalizzazione del diritto all’aborto sia arrivata contemporaneamente alla legalizzazione dei diritti che riteniamo evidenti e necessari per le donne.

Il movimento per la liberazione delle donne, che aveva come parte integrale della sua lotta la legalizzazione dell’aborto, non è mai stato un movimento composto esclusivamente da donne bianche della classe media. Migliaia di lavoratrici, bianche e nere, negli Stati Uniti, manifestavano, scioperavano e si scontravano con la polizia per queste lotte. Al contrario, il movimento femminista delle donne borghesi si limitò al campo dell’etica cristiana, poiché queste donne non avevano problemi ad avere innumerevoli figli, dato che non avevano problemi di sopravvivenza né a crescere i propri figli, come le donne povere. Così, ora, negli Stati Uniti, le donne che non hanno accesso all’aborto non sono che quelle povere, soprattutto nere. Dovuto all’inesistenza di un sistema di salute pubblico e dalle enormi quantità di denaro che esigono le cliniche per le operazioni ed il trattamento necessario, molte donne, disperate, ricorrono a metodi medievali. I principali difensori dell’abolizione dell’aborto, attualmente, sono le donne e gli uomini della classe media e superiore con un discorso fortemente nazionalista e razzista. Oltre agli attacchi contro gli ospedali, medici e donne che hanno realizzato aborti, si ritrovano organizzazioni o imitazioni del Ku Klux Klan, l’organizzazione nazi responsabile degli omicidi di centinaia di afroamericani, durante gli ultimi 50 anni.

 

Il diritto alla "vita innocente" è l’argomento più forte della destra cristiana, la stessa che, certo, non ha alcun problema a massacrare centinaia di animali, umani o non umani. La domanda su quale vita sia innocente e quale no, non si può comparare, in nessuna maniera logica, con le sofferenze degli animali non umani per ragioni della logica specista che li vede come di valore per uso per la vanità umana. Un feto non è, in nessun caso, come una vacca o un maiale in un allevamento. Vi è, tra questi, una differenza, in relazione all’attività e l’obbligo di ciascun*. Per una donna che rimane incinta, si pone il dilemma di una vita differente da quella che ha vissuto fino allora. La donna deve, tra altri obblighi, badare alla sopravvivenza del(la) figl* per i prossimi 10-20 anni, a seconda delle culture tradizionali. Così, la proibizione dell’aborto non è meramente una proibizione di eliminare una "vita innocente", come la progettualità di non mangiare carne, ma allo stesso tempo, un compromesso forzato per la vita delle donne. Dunque, dire che l’aborto sia qualcosa che non si debba fare è, anche, vivere forzatamente una vita che non si è scelta. Eccezion fatta nel caso in cui accettiamo che la sessualità sia una funzione esclusivamente riproduttiva che debba essere eseguita soltanto da umani decisi a procreare, allora l’unico metodo contraccettivo è l’astensione. Entriamo così in una logica che dice che le donne sono macchine riproduttive con la missione specifica naturale della perpetuazione della specie umana, che la vita del bebè è più importante di quella della madre e, per questo, una donna debba essere pronta a sacrificarsi, in qualunque momento, per realizzare l’"opera pia della maternità".

Una volta che Bond, alla fine della sua presa di posizione, ci dice che se non siamo d’accordo con lui è perché abbiamo torto, gli rispondiamo che non abbiamo bisogno di un nuovo messia, e ancor meno uno che promuove la repressione contro le donne. E’ un paradosso, da parte di chi ha dedicato la sua vita alla liberazione di animali non umani, il non comprendere il diritto delle donne alla loro autodeterminazione. La nostra risposta all’etica "hardline" di Walter è il ritirare la nostra solidarietà.

Assemblea per l’Azione Antispecista

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