Lunedì, 19 Marzo 2012 13:23

LA GUERRA: E' UN GIOCO DA RAGAZZI - di Ilaria Nannetti

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LA GUERRA: E' UN GIOCO DA RAGAZZI
 

E' di pochi giorni fa la notizia apparsa su l'Adige.it dal titolo “Soldato Usa fa una strage” che riporta l'ennesimo caso di violenza gratuita verso civili inermi da parte dell'esercito (di qualunque colore e nazione esso sia). Non è importante tanto sapere dove l'episodio si sia consumato, né chi siano – stavolta - le vittime, ma è cruciale capire il perché tutto ciò avvenga.
In effetti episodi del genere sono più comuni di quanto non si pensi e malgrado ogni volta possa scattare in noi una certa dose di rabbia e indignazione, dobbiamo essere consapevoli di ciò che rende tutto ciò possibile e – purtroppo – anche frequente.
E soprattutto bisogna chiedersi quanti ormai – tra noi – non vi si stiano penosamente e pericolosamente assuefacendo. Del resto la psicologia umana tende all'abitudine e la quotidianità della violenza porta a metabolizzarla, riducendo progressivamente la risposta empatica nei riguardi di notizie simili...proprio come una droga, serve una dose sempre più alta di violenza per innescare in noi una reazione emotiva di una certa entità. Dosi minori rischiano di farci rimanere ormai pressoché indifferenti, o di non coinvolgerci affatto.
Ma questo male ha radici profonde, non è solo moderno, come potrebbe sembrare se si attribuisce l'assuefazione nei confronti della violenza alla sequenza di immagini efferate e crudeli che i mass media ci impongono giornalmente, magari intervallate da notizie di gossip e dalle ultime sportive.
Tutto è amalgamato, si mescola, si confonde, producendo un'attivazione cerebrale sempre più blanda...
Eppure la storia insegna molto, a volerla ascoltare. La psicologia umana è studiata da tempo e mai come in preparazione delle due Guerre Mondiali e ovviamente durante gli stessi conflitti, la consapevolezza di quanto potesse essere deleterio per il soldato il prendere reale coscienza del proprio ruolo e del proprio destino, aveva fatto attivare i ministri della propaganda di tutta Europa e non solo. Era necessario fare un'opera di disinfezione della guerra stessa, ripulendola per quanto possibile da tutto ciò che potesse inquinarne l'aspetto glorioso, quasi mitico che si era stati così bravi a creare avvicinandola all'epoca classica eroica e mantenendo il trait d'union con il Risorgimento e i valori romantici (1).
Le strategie utilizzate per raggiungere tale scopo furono, al tempo, molteplici e notevoli quanto a efficacia. Si trattava di mascherare gli aspetti più truci, macabri e degradanti della guerra stessa, cercando il più possibile di edulcorarla e, in misura non minore, di banalizzarla.
Si fece ad esempio in modo di familiarizzare con strumenti di morte inanimati ma spietati come l'enorme cannone utilizzato dai tedeschi per bombardare Parigi nella Grande Guerra soprannominandolo La Grande Berta. Ciò lo rendeva più simpatico e dissipava l'aura di morte che aleggiava intorno ad esso. Stessa operazione fu fatta nei confronti delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki: rispettivamente Little Boy e Fat Man: un bambino e un grassone non potevano spaventare certo nessuno!
Per tenere alta la gloria e celebrare l'eroismo del soldato morto nell'atto di compiere il proprio dovere in onore della Patria sorsero i numerosi cimiteri di guerra e i monumenti ai militi ignoti, quasi sempre provvisti di spade e non di fucili ( morire di spada in un combattimento corpo a corpo come i fieri antenati greco-romani è senz'altro più dignitoso ed eroico che saltare su una mina o venir raggiunto da una cannonata anonima).
Stessa funzione ebbero in molti casi le cartoline illustrate, prodotte a fiumi in tempo di guerra: lì si alternano immagini di virilità e fierezza a quadretti bucolici dove il soldato, se anche è morto, pare dormiente, privo di qualsiasi ferita (oppure con ferite accuratamente bendate e lievemente sanguinanti) e parte di un paesaggio verde e sereno, che rende lo spirare quasi dolce e desiderabile.
Si manipola la realtà e si evita il crudo realismo, e il limite si raggiunge con le cartoline umoristiche, che trattano con leggerezza gli episodi più truci, ridimensionandoli, rendendoli più accettabili e dominabili. Si arriva addirittura a rappresentare bambini – soldato, talora in uniforme, in atto di giocare alla guerra, con spada, moschetto (o, meno frequentemente, fucile) in braccio.
La guerra è diventata un gioco per bambini: vengono perfezionati in questo periodo (già esistevano simili giocattoli nel 1700) fedeli riproduzioni in miniatura di soldati (i famosi soldatini di stagno) e armamenti (che spesso funzionano davvero, come il cannone “spara-granate di gomma” messo a punto nel 1912 e successivamente modificato per sparare piselli e palle di legno).Così le giovani generazioni si abituano alla guerra, e agli adulti fa meno paura (in effetti erano da tempo immessi sul mercato anche giochi da tavolo “di società” politicizzati, che hanno visto nella Francia la più accanita cultrice: noto un «gioco dell'oca» post sconfitta di Sedan (1871) che imponeva una penalità se con i dadi si cadeva nella casella di Bismarck o dei prussiani).

Ma torniamo ai giorni nostri. Non si potrà far a meno di pensare ai numerosi videogiochi a sfondo guerresco e che prevedono talora violenza nei confronti di civili e animali non umani (vedi ad esempio Carmageddon o similari), i famosi spara-tutto che, grazie a un livello sempre più perfezionato di realismo rendono difficile, ai ragazzi, distinguere tra ciò che è reale e ciò che è virtuale. Per non parlare delle simulazioni di guerra da “giocare” en plein air (così si coniuga un po' di attività fisica con il divertimento) che impazzano proprio in questi ultimi anni sotto il nome di Soft-air e dove si utilizzano “fucilini” ad aria compressa: anche il Milan pare stia utilizzando questo “gioco” come modalità di allenamento dei suoi calciatori!
Il Mito dell'Esperienza della Guerra, purtroppo, vive ancora, come allora, potente e capace di esaltare ed eccitare le menti di grandi e piccini.
La guerra la guardiamo, la respiriamo, la simuliamo, la rendiamo gioco fino ad assimilarla come qualcosa di familiare, di banale, di domestico. E allora quale stupore se chi la vive davvero come soldato è colto da schizofrenia e non riconosce più l'entità di un gesto come quello di togliere la vita come qualcosa di aberrante? Dovrebbe terrorizzarci, ancor più ancora, la nostra stessa assuefazione alla violenza che legittima e rende possibile il perpetuarsi nella stessa.

Ilaria Nannetti x Antispecismo.Net


1 Cfr. F. Schiller (1797): “ Il soldato è l'unico uomo libero, perché fa coraggiosamente fronte al proprio destino e guarda in faccia la morte” 

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