Giovedì, 15 Marzo 2012 10:35

Siam pronti alla morte l'Italia chiamò - di Sara Romagnoli

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Siam pronti alla morte l'Italia chiamò - di Sara Romagnoli Petslife tv

Siam pronti alla morte l'Italia chiamò    


Tra le pratiche abominevoli cui la specie umana ricorre nel plasmare ed esperire il suo rapporto con l’altro da umano, quella dell’uso di animali non umani per scopi militari è tra i meno discussi e visibili, forse perché pure molti specisti, innanzi a casi del genere, seppur non si straccino le vesti tendono a storcere il naso.

Eppure il festival del rapporto uomo -- cane (nello specifico di questa riflessione), nei lunghi secoli che gli hanno concesso il tempo per una macabra specializzazione, non ha affatto tralasciato di arricchirsi di emblemi che sfruttino la tensione patriottica di una certa forma mentis e più in generale del paradigma dominante, producendo quelli che vengono tristemente chiamati con il nome di “angeli con la coda” o  “eroi a quattro zampe”.

Tributi di fiori e medaglie, nastri tricolori; sono questi gli omaggi ai corpi dei non umani che loro malgrado han preso parte alla guerra, perdendo la vita.

La cosa che ancor più amaramente però va fatta notare, è che la vita dei cani lasciata sui campi dei conflitti armati, è soprattutto la vita biologica: quella dei tartufi addestrati a scovare le mine antiuomo con le quali la specie “superiore” ricama il terreno nel tentativo di far saltare in aria i suoi simili, quella di cuori sul limite di un cardiopalma in lanci paracadutistici dagli aerei…e sì che le sue quattro zampe gli consentirebbero una tale aderenza al suolo!

Pura esistenza di muscoli e sangue tesi nello sforzo di compiere atti la cui autodeterminazione è annullata del tutto, tanto che infine il Sé proprio dell’individuo cane scompare, risulta assente.

E questa assenza è il risultato di una delle maggiori antropomorfizzazioni di un animale non umano compiute dall’uomo. Al cane è richiesta una tale adesione al nostro bellico frammento di esistenza (quale prodotto più specie-specifico d’altronde?), una tale pertinenza e prestazione che il cane scompare, si vaporizza e lascia di se stesso solo la sua veste di peli e di coda.

Non fosse che ci sarebbe da piangere, potrebbero far sorridere le accuse di antropomorfizzazione nei confronti di chi il suo compagno non umano lo fa dormire nel letto con sé, o magari salire sulla sedia in contemplazione di una tavola apparecchiata, tacciandolo di irresponsabilità, di individuo che non rispetta una differente individualità.

Fiore all’occhiello del processo di fagocitazione dell’ individuo cane entro la dinamica di antropomorfizzazione in contumacia, è poi però il perfezionamento mediante lo strumento linguistico che, forse davvero spesso in buona fede (ed è questa la cosa più tragica e disarmante), chiude il cerchio con l’epiteto di “eroe”, a sancire la sua eccellente prestazione e la nostra corrispondente gratitudine per un servigio prestatoci senza alcuna possibilità di defezione. Una vera e propria pennellata di lustro per la società che non solo è chiamata a commuoversi e a versare il suo tributo in lacrime tardive, ma che spesso aderisce al modello proposto giacché encomi e medaglie sono riconoscimenti sul cui ottenimento ci insegnano a sognare sin da bambini.

Ergo diciamocelo, un cane non avrebbe potuto chieder di più dalla vita.

La nostra stessa tradizione culturale d’altronde, da sempre prova per la figura dell’eroe una profondissima deferenza e probabilmente ci sembra in fondo possa esser una buona ricompensa per un cane, nonché un molto politically correct atto di abluzione di coscienza.

Poco importa se il cane viene usato allo stesso modo in cui i bambini usano gli artefatti*1, magari una scatola di cartone, conferendo loro una vita ALTRA da quella per la quale sono stati creati, ridisegnandone l’essenza e la collocazione nel mondo.

Ma alla scatola di cartone, tocca in sorte la transustanziazione in casa, nella quale inscenare momenti di vita quotidiana, magari un tè delle cinque con biscotti. A questo scatolone viene conferito uno statuto ontologico dal valore esponenziale grande quanto ciò che ha sostituito. Lo scatolone non è COME SE fosse la casa, E’ la casa.

Al cane si chiede qualcosa di più.

D’altronde si sa “il cane è il miglior amico dell’uomo”. Dice l’uomo, per l’appunto.


Sara Romagnoli x Antispecismo.Net

 


 

Note:

 

 Ci si riferisce qui alla nozione di artefatto inteso come OGGETTOle cui caratteristiche peculiari sono giustificate dalla prestazione a cui è destinato; con un progetto, un piano che si colloca ancora prima della sua effettiva realizzazione. Qualcosa che cioè materializza l'intenzione preesistente da cui ha tratto origine. In tal senso l’artefatto può essere collocato entro una dimensione deterministica che non può includere i viventi.

Letto 1538 volte Ultima modifica il Giovedì, 15 Marzo 2012 10:44

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