Giovedì, 08 Marzo 2012 09:56

Intersezioni di corpi esposti - di Annalisa Zabonati

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INTERSEZIONI DI CORPI ESPOSTI

di Annalisa Zabonati

 

Il corpo femminile è sempre rimasto alla ribalta. Ed ora è esponibile senza grandi sobbalzi morali. Ovviamente corpi appropriati alle esigenze estetiche della prassi comunicativa. Nulla di nuovo, se non che ancora una volta in periodo di crisi si chiede alle donne di minimizzare la crisi stessa, con una presenza piacevole, con modi gentili, con spunti ammiccanti. Rimane macabramente evidente inoltre, sempre, l'esposizione dei corpi altro-da-umani che annunciano l'indifferenza per ogni esposizione.

Sorgono brevi spunti di riflessione sulla costruzione del corpo, sulla sua esposizione e sulle incorporazioni mentali.

Come sostiene Colette Guillaumin[1] il corpo è non solo socialmente costruito, con tutte le forme simboliche e gli immaginari che sviluppa, ma è sostanzialmente sessizzato, pressoché in ogni cultura. Questo è marcatamente evidente nelle nostre società in cui l'eterosessuazione normata è il pendolo delle relazioni, anche quando il corpo si traveste e/o si transessualizza. Ma soprattutto è un corpo (quale immagine incarnata della società) che traccia non la separazione tra il sé e il mondo, ma la separatizzazione tra categorie.

Il corpo manifesto è espressione del suo disciplinamento, e se non si disciplina è costretto alla condizione di borderline, da un lato, o di outsider, dall'altro. Nella condizione di borderline c'è una sorta di assoggettamento dalla diversità imposta, mentre in quella di outsider si esprime una rivendicazione di diversità. La normativizzazione impone quindi modelli, costrutti, ideologie che ingabbiano materia e spirito, per meglio controllare le singolarità e le collettività.

I corpi sono così espressione non della singola identità, ma delle richieste e delle esigenze sociali, una necessità di individuazione di tracce “sensate”, che si ripetono all'infinito, e che ogni volta che si pensano superate, ricompaiono come ombre prepotenti.

Le pressioni del gruppo si manifestano nelle scelte dell'apparire secondo categorie rassicuranti e piacenti. L'ipocrisia è però espressa in tutta la sua volgarità con la costruzione dei corpi altro-da-umani che in un continuo palleggio ammiccante tra sessualità e animalità producono effetti mirabolanti. Gli altro-da-umani sono dichiaratamente oggetti e quindi utilizzabili come prodotti culturali e sociali in un mondo che concede loro uno spazio striminzito e comunque mortificante. Corpi femminili e corpi altro-da-umani investiti di efficaci messaggi sociali, che si intrecciano nelle loro costruzioni simboliche.

Anzi, come dice, Melanie Bujok[2] il corpo materializza i vincoli di potere che attraverso di esso sono rappresentati. Donne e altro-da-umani, ma anche stranieri/e e disabili e anziani/e, sono emblematicamente le corporeità che raffigurano l'idea di inferiorità. Questi processi incastrano i corpi nell'immanenza eterna della costrizione, quindi della prigionia. E questi corpi “sociali” sono illiberi, così come coloro che li incarnano. Divengono allora garanzia della riproduzione dell'ordine, un ordine prepotente e illegittimo che però perdura e si autoriproduce compiacente, con l'avvilimento e l'annichilimento dei corpi sottomessi.

In questo tracciato si inscrivono anche i corpi degli altro-da-umani che con la loro presenza invadono la nostra quotidianità. Ci inseguono e ci accompagnano con la loro invisibilità incorporata, perché inglobata nell'indifferenza della loro esposizione. Quindi assimilazioni per costruzione, corpi femminili e a ltro-da-umani sezionati, anche quando sono interamente esposti, perché le rappresentazioni parcellizzate fanno riconoscere le parti per il tutto, nella continua e sadica riproduzione delle esposizioni.

Icasticamente l'esposizione è una immobilizzazione dei corpi che così sono sottomessi e de-soggettivizzati. Non importa più a chi appartengano, hanno il solo scopo di di-mostrare il potere tangibile del dominio. L'acquiescenza di alcune donne a questo modellamento somatizzato, non appartiene agli altro-da-umani, perché sono interpretati come una naturalizzazione soggiogabile e soggiogata, che non ha possibilità di riscatto.

Questo consente, peraltro, un passaggio culturale importante: scindere la mente dal corpo. Se un corpo, o parte di esso, è esibito è un oggetto e se è un oggetto non ha pensieri. L'oggettivazione ha così raggiunto il suo scopo: disincarnare la mente, per renderla modellabile secondo meccanismi di appiattimento e omologazione.

Le donne si ritrovano quindi, esposte corporalmente, e apprezzate se ricadono nelle categorie del piacere, derise o allontanate se rientrano in quelle del rifiuto. Ma la loro esposizione è altresì psicologica, evidenziando la separatezza tra una mente assoggettata e quindi adattabile a un corpo femminile gradito, o una mente autonoma e quindi non applicabile a un corpo apprezzabile. Questi due estremi si collocano su un continuum che ha sfumature variegate.

Ciò che accade al corpo altro-da-umano, invece, è l'assunzione pretestuosa della sua assenza di capacità di mentalizzazione e quindi non rientrante nemmeno nei canoni di accettabilità/inaccettabilità della bellezza espositiva. Il corpo altro-da-umano è sempre esponibile perché dimostra intrinsecamente la sua sfruttabilità e la sua distanza funzionale dalla gradevolezza.

A questo punto le menti sono pronte per incarnarsi in corpi disciplinati, per pensare secondo processi di riconoscimento delle gerarchie, di rinuncia alla propria autocostruzione, di accettazione dell'indicibile mito della bellezza che Naomi Wolf[3] descrive come insidioso, svuotando così le donne fisicamente e psicologicamente Una bellezza che è un sistema monetario di scambio, quale riproposizione di ruoli subalterni per arginare le rivendicazioni e massimizzare l'effetto della politica patriarcale.

Diventano così appetibili, in una simbologia alimentare diffusa, come caduche presenze corporee, tutte simili a se stesse. Il gioco riprende vigore ogni volta che il corpo delle donne, costretto negli ambiti prescritti, è assimilato alla naturalità e quindi all'animalità. Le donne così sono interpretate come il femminile della natura, producendo ulteriore stigmatizzazione dell'Altro da sé, in una glorificazione parossistica della natura e dell'altro-da-umano attraverso la conferma dello sfruttamento e del dominio fallologocentrico.

 


[1]    Colette Guillaumin, Il corpo costruito; in Studi Culturali, anno III, n. 2, dicembre 2006: 307-341

[2]    Melanie Bujok, Materialità corporea, “materiale-corpo”. Pensieri sull'appropriazione del corpo di animali e donne, in Liberazioni Rivista di Critica Antispecista, Antologia, n. 1, 2005-2008: 7-19

[3]    Naomi Wolf (1991), Il mito della bellezza, tr. it.: Marisa Cristina Bado, Mondadori, Milano, 1991

Letto 5742 volte Ultima modifica il Giovedì, 08 Marzo 2012 11:24

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