Lunedì, 27 Febbraio 2012 13:09

Farefuturo e gli animali: L’intraprendenza della destra nel panorama animalista - di Aldo Sottofattori

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Farefuturo e gli animali

L’intraprendenza della destra nel panorama animalista

fonte: www.liberazioni.org
 

Premessa

Oggi, soprattutto nei paesi occidentali, l’emergere di una serie di situazioni  peculiari ha comportato una maggiore attenzione, da parte della popolazione,  nei confronti della condizione animale. Fra tali situazioni si possono annoverare:  l’inurbamento, che ha determinato un progressivo allontanamento dalla durezza  della vita contadina; l’accentuazione della condizione di emarginazione e  solitudine che ha accresciuto la domanda di animali da compagnia; lo stato  di guerra permanente, che ha favorito lo svilupparsi di una sostanziale ripulsa  per le sofferenze gratuite. È su questi elementi che il movimento antispecista  ha rivolto la propria attenzione, con l’obiettivo di trasformare una generica  benevolenza verso gli animali in un cambiamento radicale della società. Ogni  azione che tenda a rallentare o, peggio ancora, paralizzare il corso di questa  trasformazione va contrastata perché volta a bloccare la crescita del movimento  animalista radicale e, soprattutto, la possibilità di un’autentica liberazione dei  soggetti dominati.

In questo ambito, l’intraprendenza animalista della destra italiana è  particolarmente pericolosa. Essa potrebbe, da un lato arrestare la crescita  dell’antispecismo e dall’altro rafforzare negli ambienti antisistemici – così  importanti per nuove e future alleanze – la convinzione che la questione animale sia  una faccenda emotiva di scarsa rilevanza. Gruppi neofascisti operanti sul territorio  stanno aprendo sezioni animaliste accanto alle classiche sezioni ecologiste.  Ministre e Sottosegretarie hanno sviluppato da qualche tempo un iperattivismo  in campo zoofilo che ha ottenuto approvazioni da parte di associazioni e gruppi  protezionisti. In questo contesto, particolarmente preoccupante è l’iniziativa  avviata dalla fondazione Farefuturo con la pubblicazione di una monografia dal  titolo esplicito: Dalla parte degli animali  (1). Si tratta di un volumetto denso di  asserzioni di carattere strumentale e ideologico, fuorvianti rispetto all’approccio radicale dell’animalismo antispecista odierno, in quanto tendono a spostare i  temi riguardanti la questione animale da un ambito rivoluzionario, che prevede  una trasformazione profonda della società umana, ad uno riformista e welfarista,  dove il richiamo ad una maggiore sensibilità verso gli animali s’arresta di fronte  ai bisogni umani. Ragionare sul messaggio generale di questa pubblicazione  possiede perciò una doppia utilità: a) offre un quadro dettagliato del pensiero  della destra riguardo all’alterità animale; b) indica, per contrasto, i rischi di  naufragio quando si presta orecchio a certe ammalianti sirene.


Struttura e contenuti

La monografia conta 20 brani, tra articoli e interviste, disomogenei nello  stile e nei contenuti, oltre ad una serie di riquadri di approfondimento e  informazioni aggiuntive. Sono gli articoli lo spazio concettuale più interessante  da visitare. Tra questi vale la pena di ricordare quello condivisibile di Tiziana  Lanza (2), quelli interessanti ma dichiaratamente ambientalisti di Tessa Gelisio (3)  e di Isabella Pratesi (4); quelli gradevoli, ma astratti e privi di un vero e proprio  messaggio politico, di Cecilia Moretti (5), di Pietro Urso (6) e di Domenico Naso (7) che  potrebbero ben figurare nelle pagine culturali di un quotidiano di qualità. Non a  caso, però, questi articoli sono quasi tutti posti in un’ideale seconda sezione.  Gli altri, quelli veramente pericolosi per la capacità di intercettare l’attenzione  del lettore, promovendo una visione retrograda, superata e antitetica rispetto  l’antispecismo radicale, costituiscono il variegato blocco iniziale. Lo scopo di  questi articoli consiste nel suggerire come la questione animale sia in fondo  apolitica, per poi attribuire alla destra un’attenzione esclusiva verso il problema  e accattivarsi simpatie fino ad oggi indisponibili. Insomma, si cerca di sostenere  la trasversalità della sensibilità verso gli animali per poi mettere fuori gioco la  concorrenza politica. Osserviamo come è condotta l’operazione. Fase 1:

 

Non esistono temi di destra o di sinistra ma soluzioni e proposte che si adeguano nello  spazio e nel tempo e che danno risposte alle esigenze che maturano (8).

 

L’idea è riproposta dal successivo articolo di Barbara Mennitti che, pur contenendo passi interessanti e una brillante intuizione cui la filosofia  antispecista è giunta solo con molta difficoltà (9), non esita a inquadrare la nuova  cultura in uno spazio a-politico:
 

Oggi, fortunatamente, determinate battaglie non sono più – se mai lo sono davvero  state, poi – appannaggio di una sola area politica, non sono, per intenderci, di destra  o di sinistra. Sono semplicemente battaglie di civiltà che scaturiscono da sensibilità  trasversali che [...] prescindono dall’appartenenza politica (10).

 

Talvolta il discorso si fa più esplicito e contemporaneamente più raffinato.  Il problema animale non implica un cambiamento della società, bensì  semplicemente di mentalità, espungendo così qualsiasi sorta di rilevanza  politica:

 

Quindi una liberazione animale non ristretta in un’astratta ed utopica visione di  cambiamento delle strutture economiche delle società, ma in un’ottica antropologica,  ossia di cambiamento culturale dell’ancestrale rapporto uomo-animale (11).

 

Preparato il terreno, cioè precisato che per principio il tema è privo di rilevanza  politica, si apre la fase 2:

 

È vero semmai che il rispetto per gli animali [...] sia un bene sempre più diffuso, a  partire dalla destra (12),

 

oppure:

 

Anzi, la destra dovrebbe farsi carico, più della sinistra, proprio dei temi e delle esigenze  che si proiettano nel tempo e nello spazio in un progetto che per sua natura deve  superare la tendenza fondamentalmente egoista di chi guarda al proprio tempo e al  proprio spazio (13).

 

Come si vede, si tratta di affermazioni o apodittiche (è vero) o ipotetiche  (dovrebbe), in ogni caso ben articolate e profferite in perfetto gergo politichese.  Il lettore deve venire a conoscenza delle importanti iniziative che fioriscono  grazie all’attivismo della destra; così si citerà il costituito gruppo parlamentare  Pdl diritti degli animali e la politica “animalista” da questo attuata e tradottasi in un «insieme di interventi normativi volti a rendere meno traumatizzante il  rapporto uomo-animale» (14).

Infine la fase 3: il tentativo di mettere fuori gioco il movimento animalista  radicale, tradizionalmente caratterizzato da simpatie di sinistra, facendo ricorso  alla derisione o alla critica. L’articolo di Adriano Scianca (15) è, da questo punto  di vista, emblematico e riassume tutta la filosofia di questo numero della  rivista: esso inizia sostenendo che ha poco senso chiedersi se l’animalismo  sia di sinistra o di destra, per poi sostenere nelle successive cinque pagine –  facendo leva su nomi tradizionalmente assegnati alla cultura di destra – che le  radici dell’animalismo stanno proprio lì. Dunque, a destra ci sarebbero i grandi  nomi; e a sinistra? Nulla che possa competere con la vera cultura: gli animalisti  di sinistra sono etichettati come «radical chic», «neofricchettoni», «pasdaran  dell’ecologismo intollerante e moralistico», «talebani». Fiorella Ceccacci Rubino  descrive in modo migliore il movimento animalista radicale, ma solamente per  sviluppare una critica più sottile:
 

L’animalismo non rappresenta più una dimensione culturale minoritaria di frange  estremiste legate a formazioni politiche di estrema sinistra – fautrici di visioni  antisistemiche e antagoniste alle democrazie liberali e al loro modello socio-economico  perché lo sfruttamento animale veniva visto come parte di un complessivo sfruttamento  delle risorse umane e ambientali operate da una cinica e brutale economia di mercato  tutta centrata sull’accumulazione del capitale – ma una grande cultura liberale volta  a voler estendere alcune conquiste di libertà dell’uomo anche a tutte le altre specie  viventi che hanno il diritto di vivere come Madre Natura le ha fatte (16).
 

Si potrebbe individuare lo scopo fondamentale della pubblicazione proprio  in questo doppio movimento: il primo, volto a togliere rilevanza politica alla  questione animale per sottrarla al contesto naturale, la cultura di sinistra (17), in cui è emersa e si è sviluppata – ciò spiegherebbe l’insistenza sulla trasversalità;  e il secondo volto ad attribuire alla destra la prerogativa di un animalismo  “moderato”, mostrato come l’unico “sensato” e “possibile”. L’obiettivo di questo  doppio movimento è chiaramente quello di issare i propri vessilli su un territorio  finora non colonizzato, ma che si vorrebbe occupare.

Sebbene tale “spoliazione” possa concretizzarsi grazie a circostanze  favorevoli – non ultima l’incapacità di risposta di un movimento animalista  radicale assopito – si tratta tuttavia di un successo che non può stabilizzarsi  poiché basato su elementi inconsistenti. Un approccio che miri ad assegnare  dignità all’animale non può essere né antropocentrico, né zoofilo, né, infine,  può essere confuso con l’ambientalismo. Vizi che, invece, transitano in modo  rumoroso per buona parte di questa monografia.

 

Antropocentrismo

L’antropocentrismo, ossia l’idea secondo cui l’umano risiede al centro  dell’universo, possiede una natura ontologica che proclama l‘umanità come  la più alta manifestazione dello spirito universale. Esso, sviluppatosi in ambiti  religiosi e filosofici e reiteratosi storicamente, si è andato sedimentando nella  cultura sopravvivendo nell’individuo come un indiscutibile e indiscusso a priori.  È evidente il passaggio che conduce allo specismo: la centralità ontologica  dell’umano e il suo sradicamento dal fondo naturale (materico, istintuale, bestiale)  implicano inesorabilmente una presunta superiorità rispetto agli altri animali.  È evidente che l’antropocentrismo e lo specismo costituiscono due visioni  correlate che chi si impegna per la liberazione animale non può che contrastare  con vigore. Questa monografia, il cui titolo “Dalla parte degli animali” sembra  suggerire la volontà di una opposizione alla struttura specista della società e  di un decentramento rispetto al paradigma umanista, si rivela, invece, fin dalle  prime pagine, un’inaccettabile accozzaglia di dichiarazioni antropocentriche e  speciste, che nulla hanno a che vedere con l’ambizioso e condivisibile proposito  enunciato nel titolo. Non può, dunque, ritenersi uno scritto animalista. Queste  dichiarazioni sono pronunciate con chiarezza, a partire dall’editoriale firmato da  Adolfo Urso. Citando il film Avatar, egli afferma:
 

La natura non sarà Ejwa, ma comunque non è un bene che può essere sottratto al  beneficio universale, tanto più da una generazione che si arroga il diritto di decidere per tutte le altre (18). 

 

Frase infelice. Gli animali vengono ridotti al rango di enti della natura. Niente  da obiettare se l’intenzione fosse di considerarli parte della natura così come,  del resto, è il caso anche per l’essere umano. In realtà, con questa espressione  Urso cancella l’individualità dell’animale riducendolo a cosa. La conferma di ciò  è nel fatto che considera l’animale non un bene in sé, bensì in quanto “utile” a  questa generazione e a tutte quelle che seguiranno. Del resto, in questa sorta  di introduzione al volume non mancano altre conferme di quanto detto: «La  biodiversità è una ricchezza che va preservata» perché è «la vera, profonda  energia dell’umanità»(19). Se su questa affermazione si può concordare, bisogna  però aggiungere che se pronunciata mentre si afferma di stare dalla parte degli  animali stona parecchio. Del resto l’equivoco si dissolve poco dopo quando  Urso afferma:

 

In questo contesto [...] emerge con forza che la nuova sfida dei diritti è proprio la  tutela e la protezione degli animali e quindi di una natura che l’uomo ha il dovere di  valorizzare per poter meglio utilizzare (20);

 

e ancora:

 

Certo anche noi pensiamo che una buona parte dei cacciatori siano anche ambientalisti  convinti e sensibili alla tutela degli animali [...] (21),

 

dimostrando a tutto tondo non solo a quale tipo di rispetto e di tutela ci si  riferisca, ma soprattutto come l’autore abbia a cuore la valorizzazione degli  animali ai fini del loro utilizzo. Il concetto viene ribadito molte volte negli articoli  seguenti. Si ricorda che «la fauna selvatica è «patrimonio indisponibile dello  Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale”» (22),  ribadendo pertanto che gli animali non sono per sé, ma per noi. Splendida la  dichiarazione di Giorgio Celli (etologo di fama) che afferma di non capire perché  alcune persone (i cacciatori), «con il pagamento di una quota, possano arrogarsi  il potere di eliminare creature di cui io ho “necessità psicologica”» (23).  Degna di nota è anche l’insistenza su un noto gioco di prestigio per mezzo del  quale si reinterpreta il famoso passo della Genesi in cui Dio consegna all’umano  il dominio sulla Terra. Il tema, monotono, viene ripreso tre volte - dalla Blattler, dalla Mennitti e da Lorenzetti – per trasformare l’ordine terrorizzante di un Dio  violento e patriarcale nella concessione benevola all’uomo della gestione del  patrimonio zootecnico. Si tratta di un argomento che mette in luce la natura  crudele nascosta sotto la maschera della gentilezza, di un paternalismo non  richiesto e non necessario. Infatti gli altri popoli non sono nati per essere  gestiti, ma per rimanere liberi. Non hanno bisogno di essere conservati, perché  si conservano da soli. Di fatto, c’è meno violenza nel cacciatore inuit che nel  produttore di salami bio, di certo più allineato al dettato biblico di quanto non  lo sia il primo.

In definitiva, la continua tensione verso una concezione proprietaria, che rende  l’animale oggetto di sfruttamento, prevale nettamente e vanifica i passaggi di  natura intensamente empatica che pure esistono e sono numerosi. Tutto questo  potrebbe sembrare contraddittorio e indicare una tensione non risolta tra le due  tendenze. In realtà, la contraddizione scompare se si considera che l’approccio  presentato è perfettamente in linea con le prime forme di animalismo apparse  già all’inizio del secolo scorso e ampiamente superate dagli sviluppi successivi.  Questo animalismo primitivo, riesumato in questa occasione da Farefuturo al  fine di intercettare simpatie e (eventualmente) voti (24), è ampiamente screditato  nel campo dei diritti animali ed è conosciuto col termine «zoofilia».

 

Zoofilia

Le prime forme di attenzione per la condizione degli animali, nate in Gran  Bretagna nel quadro di una visione umanitaristica, hanno effettivamente  introdotto uno sguardo diverso sulla questione. Coloro che fino ad allora  avevano espresso individualmente una sensibilità verso l’alterità animale,  crebbero di numero e si dotarono di un’organizzazione, seppur minima. In  questa fase l’animalismo propugnava una benevolenza verso gli animali, un  trattamento “più umano” nei loro confronti, ma non escludeva, nell’ambito di un  indiscusso antropocentrismo, la legittimità dell’uso degli animali per i trasporti,  per l’alimentazione e per altri servizi utili all’uomo.

Il primo articolo che afferma con chiarezza questa visione è quello dove  viene intervistato Giorgio Celli. All’intervistatore che gli chiede cosa significhi «animalismo» ed eventualmente se sia «un termine scientificamente corretto»,  Celli risponde che «forse era meglio “zoofilia”, parola più nobile e più esatta» (25).  Occorre dire che l’etologo realizza qui un mezzo centro perfetto. Infatti, per  indicare lo spirito che pervade la pubblicazione, il termine zoofilia è ineccepibile:  quindi rispetto per quanto possibile, per il resto proprietà, controllo e dominio.  Per quanto riguarda la “nobiltà”, forse la zoofilia poteva meritarsela quando è  nata, come prima risposta alle terribili violenze esercitate sugli animali non  umani. A un secolo di distanza la nobiltà della zoofilia si è dissolta se ancora  ammette «evoluzioni circensi a cavallo» (26) o se continua a considerare gli animali  ottimi regali per i bambini (27). Licia Colò, in una grigia intervista, va oltre e parla  di «animali da compagnia e quelli da utilità» (28). In sostanza, la pubblicazione  propone un quadro in cui il cuore della violenza – cioè l’impiego degli animali  per l’alimentazione – viene accettato di buon grado e senza discussione. Ecco  due esempi tra i tanti che non lasciano dubbi al proposito:

 

Qui nessuno vuole sostenere che l’unica alimentazione eticamente accettabile sia  quella vegetariana (29),

 

e, nel significativo passo dell’articolo di Lorenzetti:

 

Non è che tutti devono diventare vegetariani, ma è doveroso per tutti coglierne il  messaggio. [...] Così non è prudente stabilirla [la dieta vegetariana.] per [...] chi non è  in grado di farne una scelta consapevole. In altre parole, sebbene non ci sia l’obbligo  per l’alimentazione vegetariana, tutti sono chiamati ad avvertire la differenza tra il  mangiare carne per necessità e la fiorente industria della carne fatta di mattatoi,  allevamenti intensivi, lunghi trasporti nel patimento degli animali [...]  (30).

 

Insomma, essere rigorosamente consapevoli dei diritti degli animali a vivere  in modo autonomo e libero dal dominio umano significa attirarsi l’accusa di  integralismo animalista e l’esortazione ad abbandonare visioni estreme è  supportata ricorrendo alla perorazione di Konrad Lorenz in difesa della caccia e  della vivisezione (e della ineguaglianza tra gli uomini come elemento «fecondo,  creativo» (31)).

È chiaro che questa visione si associa a una concezione mielosa e buonista, paternalistica e utilitaristica, che ammette l’esclusione solo e al più di ciò che  è giudicato come un cascame di vecchie tradizioni. Così si chiederanno misure  per superare anacronismi come le pellicce e le corride; per il resto si dovranno  trovare soluzioni di compromesso come migliori trasporti verso il macello,  comitati etici che vigilino sulla vivisezione (32), limitazioni alla caccia, ma nulla  che possa compromettere i benefici che derivano all’uomo dall’uso – più o  meno pietoso – degli animali.

 

Ambiguità concettuale

Il terzo motivo che rende equivoco questo numero di «Charta Minuta»  è il ripetuto sconfinamento della questione animale in ambito ecologicoambientalista.  Sconfinamento che avviene in entrambe le direzioni possibili:  quando si parla di animali si invade la questione ambientale; quando si parla di  ambiente si coglie l’occasione per parlare di animali. La questione ambientale è  un’autentica emergenza e fa piacere che stia diventando un motivo di riflessione  per la destra (33). Ma trasferire la questione animale in quella ambientale, come se  vi fosse una connessione diretta e necessaria tra le due, rappresenta una grave  confusione concettuale. Infatti, è impensabile usare argomentazioni ecologiche  e ambientaliste all’interno di un discorso sui diritti umani violati in modo diretto  dalle logiche del dominio, questo perché i due aspetti sono formalmente  indipendenti. Allo stesso modo, quando si parla dei diritti degli animali violati  dalle logiche oppressive e consumistiche della società umana, non ha senso  parlare di ecologia. Se lo si fa, si ottiene l’inaccettabile conseguenza di spostare  l’attenzione dall’animale individuale e singolo, con i suoi diritti in sé e per sé,  verso un indistinto mondo di cose che deve essere preservato, a beneficio della  specie dominante.

La confusione “animalismo/ambientalismo” è diffusa nell’immaginario sociale,  a causa del sostrato ancora fortemente antropocentrico dell’opinione pubblica  che, per quanto si dichiari contro la violenza non necessaria sugli animali,  continua a vederli come parte dallo sfondo ambientale, il che ovviamente non  è auspicabile nei confronti di soggetti meritevoli di considerazione morale.  In questa monografia la confusione si compie in due modi. Il primo consiste nel presentare questo numero della rivista come un tutt’uno. È infatti difficile  comprendere come gli articoli della Pratesi o della Gelisio – completamente  incentrati su preoccupazioni ambientali – possano essere inseriti in una  serie di riflessioni che programmaticamente si definisce «dalla parte degli  animali». Il secondo, assai più grave, si manifesta tramite la mescolanza  disordinata dei due argomenti all’interno degli stessi articoli. Da questo punto  di vista il capolavoro assoluto è lo scritto di Fernando Ferrara, il responsabile  di un’associazione ambientalista. Questo articolo meriterebbe una citazione  pressoché integrale, tanto è illustrativo di quanto detto. Anche se solo di due  pagine, esso trasuda un’apologia antropocentrica senza limiti ed un’esaltazione  immotivata per l’impresa scientifica la quale dev’essere difesa «da qualsivoglia  forma di estremismo ideologico» (34). A chi si riferisce, Ferrara? Naturalmente ai  «sedicenti animalisti», ai «sostenitori dell’animalismo estremo». Ma esistono  animalisti ragionevoli? Certamente. Ecco allora il clou di uno scritto che per la  collocazione centrale e l’ornamento tipografico sembra ricevere una specie di  imprimatur dalla redazione:
 

Nelle varie posizioni dell’ambientalismo e dell’ecologismo, inteso come protezione  delle specie animali selvagge e degli ecosistemi che le ospitano, è possibile individuare  diversi livelli di protezione, ad esempio: associazioni animaliste legate all’allevamento  e all’addestramento dei cani da caccia; ricercatori che praticano la sperimentazione  animale; gli ammaestratori del circo, e coloro che semplicemente si dedicano alla  cura e al possesso di un animale di compagnia.

Passo oltremodo interessante non tanto per la perdita del controllo del  pensiero (dopo i due punti non compare un solo esempio che suffraghi l’attesa),  quanto per l’illustrazione del tipo di animalismo che piace alla destra.

 

A modo di conclusione

Possiamo porci due domande correlate. La prima è: perché Farefuturo e i suoi  collaboratori commettono l’errore di presentare una posizione limpidamente  antropocentrica, di proporre una visione animalista ormai screditata e di  saltabeccare dall’ambientalismo all’animalismo zoofilo? La seconda consiste  nel chiedersi se si tratti proprio di un errore. Un errore è un giudizio espresso  per ignoranza e non coscientemente e volontariamente. Farefuturo commette  l’errore indicato perché gli umani (dunque anche quelli di destra) sono figli del loro tempo e tendono ad adottare tutti gli equivoci e le visioni ideologiche che  circolano nella società. La distorsione intorno alla questione animale è ancora  ampia per cui non bisogna sorprendersi se lo stesso errore lo si ritrova anche  in chi decide di proporre un dossier sull’animalismo. Infine, per rispondere alla  seconda domanda, un soggetto (soprattutto) politico tenderà prima ad attingere  e poi a propagare quelle visioni che sono congeniali ad altri soggetti con i quali  decide di intrattenere rapporti. Dunque, Farefuturo è certamente vittima di una  confusione ideologica, ma va visto anche come un soggetto attivo che si frappone  alla liberazione degli animali. Farefuturo, conducendo questa operazione sul  lettore, si impegna a disattivare la potenziale carica sovvertitrice del pensiero  antispecista e delle corrispondenti pratiche abolizioniste e liberazioniste. Di  conseguenza, a differenza della sinistra che non entra (finora) in sintonia con  l’animalismo antispecista per ignoranza ideologica, la destra non può farlo per  stringenti motivi concreti, molto materiali e di interesse. E, come si è visto,  nel momento in cui tenta di ragionare sugli animali non umani, si blocca su  terreni ampiamente superati dalla storia dell’animalismo. Dunque la destra può  certamente fare danni, mentre da essa non può scaturire alcun progresso. 

 

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Note

 

1 È questo il titolo di un numero della rivista bimestrale «Charta Minuta», IV, 4, Luglio/  Agosto2010

 

2 Tiziana Lanza, Il tempo dell’armonia, cit., pp. 89-97

 

3 Tessa Gelisio, Un mare di tesori, tra eccellenze e problemi, cit., pp. 75-80

 

4 Isabella Pratesi, Wwf, siamo la nuova arca di Noé, cit., pp. 51-58

 

5 Cecilia Moretti, Faccia a faccia nelle pagine di un libro, cit., pp. 113-119

 

6 Pietro Urso, Ama il prossimo tuo come te stesso... (anche se è animale), cit., pp. 121-126

 

7 Domenico Naso, Da Ra alle vacche sacre, la divinità nell’animale, cit., pp. 129-133

 

8 Adolfo Urso, Avatar a destra, cit., p. 0

 

9 Barbara Mennitti, Semplicemente una battaglia di civiltà, cit., p. 8: «Molto spesso la  discussione sulla legittimità dello sfruttamento degli animali e sui suoi limiti si articola intorno al  loro grado di “intelligenza” [...], dovremmo forse porci il problema di rispettarli anche in quanto  diversi da noi»

 

10 Ibidem, p. 5

 

11 Fiorella Ceccacci Rubino, Verso una nuova normativa del rapporto uomo-animale, cit., p. 23

 

12 A. Urso, Avatar a destra, cit., p. 1

 

13 Ibidem, p. 0

 

14 F. Ceccacci Rubino, Verso una nuova normativa, cit., p. 19. Naturalmente in questo articolo  e in altri dello stesso tenore ricorre spesso il riferimento a iniziative normative a favore degli  animali, rimanendo, però, sempre nel vago, poiché sarebbe difficile, per non dire impossibile,  esibire conquiste degne di quella “civiltà” continuamente e vanamente richiamata

 

15 Adriano Scianca, Storia di un amore che non ha ideologie, cit., pp. 105-110

 

16 F. Ceccacci Rubino, Verso una nuova normativa, cit., p. 23. Quale sia il grado di protezione  offerto dalla «grande cultura liberale» «a tutte le altre specie viventi» lo si può ben immaginare  considerando come questa non sia capace nemmeno di offrire una vita degna di essere vissuta  a milioni di animali che la stessa definisce d’affezione. Figuriamoci allora cosa possa offrire agli  altri animali: quelli da reddito o «da utilità», secondo la bella definizione di Licia Colò

 

17 La sinistra a cui Farefuturo si riferisce non è il PD né l’IDV. Questa “sinistra” è cieca rispetto  al problema dei mattatoi, della vivisezione, della caccia. La sinistra, quella vera, quella costituita  da ambienti che possiedono una tensione verso un mondo profondamente diverso dall’attuale,  è quella critica verso il modello di società esistente, come ben descritto dal passo della  Ceccacci Rubino. Ad essa guarda l’animalismo radicale, anche se attualmente l’interesse non è  ricambiato

 

18 A. Urso, Avatar a destra, cit., p. 1

 

19 Ibidem

 

20 Ibidem

 

21 Ibidem

 

22 Susanna Blattler, Quello “sport” che l’Italia non vuole, cit., p. 33

 

23 Federico Brusadelli: intervista a Giorgio Celli, Siamo tutti parte di una grande famiglia, cit., p. 44

 

24 Questo interesse non è neppure recondito. Nell’articolo della Ceccacci Rubino ci si chiede  espressamente quanti vegetariani, quanti possessori di un animale di affezione, quanti contrari  alla caccia votano per il Pdl. È pertanto fin troppo evidente quale sia la preoccupazione della destra  e quali motivazioni abbiano spinto Farefuturo a realizzare questo numero di «Charta Minuta»

 

25 F. Brusadelli: intervista a Giorgio Celli, Siamo tutti parte di una grande famiglia, cit., p. 43

 

La domanda appare abbastanza strana se si considera che «animalismo» è un termine che  corrisponde a una definizione e quindi non si comprende bene il senso di “scientificamente  corretto”

 

26 Ibidem, p. 48

 

27 Ibidem, p. 49

 

28 Domenico Naso: intervista a Licia Colò, Una Onlus a difesa di chi non ha voce, cit., p. 100

 

29 B. Mennitti, Semplicemente una battaglia di civiltà, cit., p. 6

 

30 Luigi Lorenzetti, L’uomo, pessimo custode del creato, cit., pp. 30-31

 

31 A. Scianca, Storia di un amore che non ha ideologie, cit., p. 110

 

32 Umberto Veronesi, Perché sono vegetariano, cit., p. 16

 

33 Ma non c’è da illudersi. L’ambiente, per la destra, è un luogo di predazione, un ambito da  spremere senza ritegno. Se dà segnali di disponibilità, si tratta di segnali estremamente pericolosi  perché ogni intervento in direzione della natura è caratterizzato dalla ricerca di profitto. Un esempio  è la grande abbuffata portata avanti dalla green economy

 

34 Questa citazione come le seguenti sono tratte da Fernando Ferrara, Ma l’uomo è centrale nel  sistema ambiente, cit., p. 72.

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