Venerdì, 13 Gennaio 2012 15:28

Linciaggi felici - di Antonio Volpe

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Linciaggi felici

A premessa della presentazione di questo caso, che andando a sommarsi a tanti altri casi simili – piccoli o grandi che siano, altrettanto inquietanti – comincia a fare paradigma e struttura, vorrei osservare che le discussioni sulla giustizia nel mondo animalista stanno, in generale, diventando sempre più difficili anche a causa di quel non argomento che ha però la stessa natura ed efficacia di un anatema e di una scomunica che è l’accusa, buona per ogni occasione e per ogni interlocutore, di buonismo. Similmente a quella, parallela e facilmente abbinabile, di politicamente corretto, l’accusa di buonismo si basa su un termine che non si sa più che significhi e che concetti veicoli: non è, come detto sopra, un argomento, e non è più – se mai lo è stato – un concetto o un insieme di concetti. Diventato puro segno senza significato, esso assume lo stesso ruolo di un oggetto sempre a portata di mano utilizzabile come arma impropria. A conti fatti, esso quindi un significato lo veicola, seppur non come segno linguistico, ma come oggetto che produce effetti: la violenza linciatoria da scatenare in assenza di argomenti per far precipitare il dialogo in rissa o, peggio, in picchiaggio. Un po’ come il classico posacenere o la bottiglia che si spaccano in testa all’interlocutore di una discussione che non si riesce più a reggere, ma in un mondo talmente de significato che non sa più che cosa siano un posacenere o una bottiglia e quale sarebbe il loro uso proprio.

Premesso questo, il caso che presentiamo, è – guarda caso, non a caso – un caso di linciaggio. Un caso peggiore degli altri e, in qualche modo, di un linciaggio duplice: duplicato all’infinito, in realtà.

Qualche giorno fa, su Facebook, è cominciato a girare il post di un utente italiano che condivideva un’immagine e un commento di un utente – almeno a suo dire – brasiliano.

L’immagine era quella di un uomo, fotografato da lontano, sdraiato in una pozza di sangue. Il commento, nella traduzione dell’utente italiano, suonava più o meno: "Questo è quello che facciamo nel nostro paese a chi fa del male agli animali. Quest’uomo aveva ucciso a bastonate una cagnetta dopo averla stuprata: è stato linciato e ucciso a coltellate". (Perdonateci l’impossibilità di una precisione millimetrica, ma nessuno dei documenti di quella vicenda pare essersi salvato). L’utente italiano chiosava che sebbene non fosse d’accordo con quei metodi, non si dispiaceva per la fine dell’assassino. Il suo post era già stato condiviso diverse volte. Come nei casi di morti "accidentali" di cacciatori, in genere colpiti da "fuoco amico", i commenti di felicitazione si sprecavano. Qualcuno ai soliti "bastardo, te lo sei meritato" e varianti sul tema, aggiungeva che fosse "un doppio bene che un mostro simile" fosse stato "tolto di mezzo, perché uno così quello che fa agli animali lo fa anche ai bambini". Notando solo di passaggio la scarsa conoscenza della sessualità umana degli "animalisti" coinvolti nella vicenda, constatiamo che questa ha avuto vita piuttosto breve, benché significativa, probabilmente a causa di segnalazioni allo staff dello stesso social network. L’intenzione di segnalare il caso alla polizia postale, avanzata da qualcuno, come apologia di reato e possibile istigazione a delinquere, sarebbe quindi sfumata, per la cancellazione, da parte di Facebook, delle prove, e, de facto, del reato stesso. Il post è scomparso da tutte le bacheche, e l’utente italiano si è lamentato, da un altro profilo in suo "possesso", della chiusura del suo primo account. Lo ha fatto con veemenza, ringraziando sarcasticamente "i benpensanti del cazzo che" gli hanno fatto "bloccare l’account XXX per aver fatto girare la foto del bastardo che aveva stuprato e ucciso una cagnetta e poi è stato linciato", minacciandoli di far bloccare uno a uno i loro account segnalando le foto di cani martoriati che avrebbero pubblicato.

Prima di allegare qui un commento che mi è capitato di scrivere sotto ad uno dei post che condivideva quello originario, vorrei fare notare almeno un paio di cose, piuttosto gravi – tanto per usare un eufemismo.

La prima è l’escalation di violenza nel mondo animalista che il passaggio dal festeggiare la morte "accidentale" – è la seconda volta che lo metto fra virgolette, e il motivo è semplicemente che scatenare una guerriglia, benché totalmente asimmetrica e contro creature inermi, implica qualcosa di più che il rischio di "incidenti" – di cacciatori, al celebrare e indicare come esemplare l’esecuzione sommaria di un singolo colpevole di violenza, ancorché certamente efferata, implica. Un’escalation fragorosa, perché se anche nel caso dei cacciatori c’è poco da festeggiare – come si suol dire, due torti non fanno una ragione –, si tratta comunque di morti causate dagli stessi che esercitano una violenza, nell’esercizio di tale violenza. Non che la morte, di nuovo, sia una conseguenza augurabile, o, peggio, una giusta punizione – comminata poi da che tribunale? dal Fato, dalla Natura? Ma, appunto, lì non c’è una mano esterna che punisce, tanto più a mente fredda: si tratta degli incidenti fisiologici del mettere in atto la violenza con mezzi – le armi – fatti apposta per uccidere. Nel caso in questione invece c’è un colpevole di violenza su cui un altro esistente (anzi un gruppo) si prende il diritto della vendetta in nome di un terzo esistente colpito dalla violenza del primo. Quindi né autodifesa, né, in alcun modo, giustizia. Ma l’arroganza di una punizione senza processo sommata all’arroganza di agire la violenza in nome di chi la violenza l’ha – già – subita. Di nuovo, due torti non fanno una ragione. Anzi, tre, dato che al linciaggio mortale con pretesa di giustizia si somma poi il linciaggio mediatico, simbolico e morale, della seconda vittima. A cui è sottratto perfino il diritto di una difesa postuma, sia circa l’effettività della violenza – e se non fosse stato lui? A nessuno è venuto il dubbio, pare, ripetendo la sicumera dei giustizieri – sia circa i motivi che possono aver spinto ad essa. Motivi che non la toglierebbero di certo, la violenza, ma la renderebbe forse comprensibile e quindi, detto in generale, forse disinnescabile. Nel caso particolare, non sanabile, almeno in parte? Dato che togliere la vita di un assassino non la restituisce alla sua vittima, come non pensare almeno a una conversione – non mi imbarazza affatto usare questa parola – che possa rendere un assassino un difensore della vita? La violenza dell’assassinio non certo viene tolta, né la vita assassinata restituita. Ma il senso di colpa controrimosso, o generato, creando così le condizioni per una dedizione alla presa in cura della vita, che può diventare un compito, proprio in nome di quella vita tolta. Ma se all’assassino viene tolta, a sua volta, la vita, non c’è nessuna possibilità di conversione, di senso di colpa, di presa in cura come compito. C’è solo una seconda esistenza cancellata, e un corpo morto.

La seconda cosa che vorrei far notare, almeno di passaggio, è la duplicazione infinita del linciaggio, ripetuto simbolicamente per via mediatica. Questa infinita duplicazione, più che monito e minaccia a potenziali attori di violenza, è una lezione che si dà ai propri simili – umani animalisti – su come considerare la violenza e soprattutto il chi l’ha agita: non uomo, nemmeno animale, ma pura feccia, escremento e insieme mostro, quindi pervertimento sia dell’uomo che dell’animale. Benché chi condivida la prospettiva del linciaggio tenda a considerare l’Umanità intera una corruzione della Natura – che non si capisce mai che sarebbe –, allo stesso tempo non manca mai di stigmatizzare in modo irreversibile chi agisce violenza come un mostro fra gli umani. Una contraddizione che permette però, nella confusione dei discorsi, di raddoppiare la stigmatizzazione: un mostro umano è IL mostro fra i mostri. Inutile far notare che se qui si trattasse di mostri, essi non avrebbero nessuna colpa, dato che seguirebbero la loro Natura mostruosa: in un secondo raddoppiamento, la mostruosità coincide con la colpa stessa. Escremento supremo fra escrementi, portatore di una colpa moltiplicata per se stessa, il mostro umano merita solo di essere spazzato via con un’operazione igienica.

Esemplare la prospettiva di un’utente che proponeva, in uno dei vari thread di "sterminare tutti gli umani, eccetto quelli che amano gli animali". Per i mostri non mostruosi una piccola possibilità si lascia. Un po’ comodo, per dei misantropi. Un po’ "razzista". Un po’ totalitari.
Infine, la notazione quasi ovvia del fatto che tutti questi fenomeni si dànno in una totale inconsapevolezza e, ancor più, nel più totale deserto di riflessione e tematizzazione. A dominare è l’automatismo della reazione. Non che avere giustizieri consapevoli e consapevolmente risoluti al linciaggio sarebbe meglio, ci mancherebbe. È solo una constatazione.

Qui di seguito la risposta, un po’ riveduta, che ho dato a un’utente che condannava "la violenza a mente fredda".

 Qui il problema non è arrabbiarsi o meno davanti ad atti di singoli, ma essere in grado o meno di leggere le logiche speciste, che non implicano semplice discriminazione morale dei non umani, ma che sono piuttosto un insieme di dispositivi dell'assegnazione di valore ai viventi, umani e non umani che siano. Si parla non a caso di "macchina antropologica", come quell'insieme di meccanismi di assimilazione e distinzione, incorporazione ed espulsione dei viventi dall'aureo alveo degli "umani". Ora, ciò che deve essere chiaro di questi processi è che essi non investono solo le"'altre specie", ma tutte quante, cioè quella umana compresa. La macchina antropologica decide del valore dei viventi in generale, e insieme del loro essere "degni" o meno di vivere - o di morire, in un mondo in cui anche la morte è sottratta alla decisione dei singoli: la negazione del testamento biologico è simmetrico e speculare alla prativa vivisettiva. Quindi, ad essere catturati nella decisione di valore, oscillando fra umanità e non umanità, in-umanità. dis-umanità, non sono solo gli "animali", ma pure tutti quei "non abbastanza umani" che ci si può permettere di emarginare, colpire con la forza della legge o della violenza, recludere, coartare, deportare, uccidere. Ovvero stranieri, migranti, nomadi, negri, ebrei, armeni, malati di mente, tossici, piccoli delinquenti, e così via, e, ovviamente, "pervertiti" e maltrattatori di animali. Chi partecipa dei meccanismi di assegnazione di valore agli umani, legittimandone l'espulsione verso l'inumano, il disumano, il mostro e l'anormale, partecipa della stessa 'macchina' che decide del valore degli animali non umani. Chi discrimina, emargina, uccide umani, o legittima tali comportamenti, partecipa allo stesso dispositivo che isola, reclude, sfrutta e uccide animali - che siano quelli protetti come "animali da compagnia" (un'estensione antropocentrica dell’uomo) o quelli da massacrare nei macelli e nei laboratori. Quindi chi crede di "fare giustizia" e "vendicare" animali spargendo sangue umano, in realtà sta preparando, di nuovo, lo spargimento del loro sangue, la loro cattura, la loro prigionia, la loro tortura, la loro uccisione. Non è un caso che l'antispecismo si batta contro ogni forma di discriminazione, oppressione e violenza: non è questione di dirsi: siamo buoni con tutti gli animali, persino i cani che, maltrattati o meno, mordono e a volte uccidono, perché non esserlo anche con gli umani, magari anche con gli assassini? Abbiamo fatto 30, perché non far 31? NON E' questo! E' che se vanno messi in arresto i meccanismi che decidono cosa sia umano e quindi degno di vivere, non si possono decostruire solo i discorsi che fanno degli animali dei mostri o dei viventi di serie B. Non si può denunciare solo la violenza sui non umani. E la violenza simbolica e materiale contro tutti gli esistenti, quella contro cui ci si deve battere. Così come vanno vigilati e smontati i discorsi che fanno degli assassini non umani dei mostri, negando i processi che li hanno portati alla violenza - cioè esattamente un inanellamento di catene di violenza che li ha agganciati e incatenati, negando altre possibilità di esistenza - così va fatto con gli umani, smettendola di negare la violenza che li precede e li decide. Questo, signore e signori, non è affatto buonismo: al limite può essere pietà, che non si capisce per quale motivo sarebbe "meritata" - la pietà manco si "merita" - da cani mordaci che uccidono umani - spesso bambini - e non da umani. Ma è sicuramente – al contrario del "cattivismo" tanto di moda, effetto di un benpensare infinitamente più politicamente corretto di ogni impegno a comprendere la multicausalità dei fenomeni e la complessità dei loro contesti, nonché, lo dico francamente, di ogni pietà per il carnefice – questo, dicevo, è sicuramente realismo.

E cosa c’è di più scorretto, in questa società specista, discriminatoria, oppressiva, qualunquista e xenofoba in senso allargato – cioè che teme, isola e lincia qualunque estraneo alla sua artificiale normalità – di impegnarsi nel capire? E, addirittura! Eresia! Di compatire l’assassino? E di più corretto e buonista dell’urlare alla gogna e alla forca per farsi passare da buoni e paladini dei più deboli, indossando la divisa dell’ordine che si indigna un tanto ‘ar chilo, condanna, lincia, e se ne frega – in perfetto stile fascista – della violenza strutturale e quotidiana che investe tutti, proprio a cominciare da chi si "impegna" alla ricerca di capri espiatori da sacrificare per perpetuarla?

Io, sinceramente, preferisco l’eresia.

Antonio Volpe x Antispecismo.Net

Letto 2865 volte Ultima modifica il Giovedì, 01 Marzo 2012 09:34

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