Martedì, 07 Ottobre 2014 10:48

Discorso critico sul sessismo: il sessismo nel movimento animalista antispecista - di annalisa zabonati

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Anarcha-Feminists Do It Better Anarcha-Feminists Do It Better di Andi Carloff - Alcuni diritti sono riservati - https://www.flickr.com/photos/holdoffhunger/8742971002/

L'ambiente antispecista si trova ad una svolta. Da un lato deve iniziare a pensarsi finalmente come un movimento, che significa avere degli strumenti teorici e delle prassi politiche in grado di coagulare persone e gruppi su proposizioni ideologiche e su obiettivi strategici, e dall'altro deve riconoscere le sue zone d'ombra.

Dirsi antispecista non è sufficiente per far parte di un movimento. E un insieme di persone e gruppi non fanno un movimento. Inoltre le questioni politiche devono essere all'ordine del giorno per coloro che sono impegnati nell'attivismo antispecista.

L'antispecismo è una delle posizioni che assieme ad altre, antisessismo, antiomotransnegatività, antirazzismo, antiageismo, antiableismo, anticlassismo, antifascismo ecc., concorrono a delineare i presupposti per una critica al sistema eterosessista capitalista specista e neocoloniale.

Cominciare dal basso senza pretendere di essere inclusiv* è una delle considerazioni che potrebbe contraddistinguere l'antispecismo che si interroga sulle oppressioni dei soggetti altro-da-umani considerati l'estrema colonia dell'oppressione e dello sfruttamento.

Al contempo si dovrebbe avere uno sguardo critico anche al proprio interno, per favorire una presa di coscienza politica in linea con le potenzialità dell'antispecismo politico. Partendo da questo si possono ritenere essenziali almeno tre questioni: il paternalismo, il sessismo e l'omotransnegatività che aleggiano e ancora inchiodano il movimento antispecista su posizioni integraliste e autoritarie.

Il paternalismo è l'atteggiamento benevolo e opportunista utilizzato da chi si autonomina fautor* dei diritti o portavoce di qualcun* altr*. Nell'antispecismo e nell'animalismo questa condotta è molto spesso frutto simbolico e reale della retorica della presunta superiorità umana e conseguenza della difficoltà a cogliere i segnali e i messaggi da coloro che vivono direttamente le discriminazioni dentro e fuori il movimento[1], seppur all'interno della mitologia antispecista che rivendica invece una pariteticità presunta. E così si dà voce ai/alle senza voce, si critica l'antropomorfismo che invece è una lettura interpretativa del mondo con gli strumenti della nostra specie confondendolo con l'antropocentrismo, si diffida di coloro che militano anche in altre realtà politiche, si tende a sminuire la portata dei privilegi come sesso/genere, classe, cultura, ecc.

Il sessismo è l'altro nodo cruciale del movimento, che tende a minimizzare la sua presenza e il continuo flusso di elementi discriminatori sulla base del sesso e del genere. Il tipico atteggiamento ancora una volta proviene dall'idea onnicomprensiva dell'antispecismo quale panacea di ogni oppressione. E così si pensa che tutto si risolva rassettando le cucine e cucinando fianco a fianco, concedendo la parola alle attiviste, promulgando l'uguaglianza e aborrendo la discriminazione palese e ridondante, ma senza osservare le minuzie dell'oppressione di atteggiamenti e comportamenti fallocentrici che perpetuano la domesticazione delle donne, sorridendo ancora troppo spesso delle “gattare in scarpe da tennis” perché emotive, perché lontane dal prototipo dell'“eroe liberatore”, perché le attiviste, pur in numero assai più elevato degli attivisti, si ricavano e gli viene lasciato sempre lo spazio della cura e dell'empatia, ma mai della politica, novelle angeli del rifugio antispecista o delle liberazioni progettate dagli uomini.

E infine, ma non ultima l'omotransnegatività, baluardo del sessismo che lo usa come arma per reprimere, controllare, eliminare tutt* coloro che non rientrano nei canoni dell'eteronormatività binaria. Volutamente si ribadisce l'estraneità dal pensiero radicale di omotransfobia che indica una paura per le persone lgbtqi qualora invece si tratta di vera e propria oppressione, subalternità e inferiorizzazione addirittura esprimendo discutibili pareri sulla naturalità della condizione lgbtqi, specie trans, e sul peccato originario di utilizzo di farmaci (gli ormoni necessari per un riassetto dell'integrità mente-corpo) provenienti dalle deplorevoli fauci della farmacopea multinazionale. Non solo ma addirittura gli/le attivist* lgbtqi quando assieme alle attiviste femministe propongono delle riflessioni critiche sul movimento antispecista subito si alzano scudi a difesa dello status quo, dichiarando che si devono di volta in volta riferire chi cosa e come ha agito in modo da non sparare nella mischia, non comprendendo de facto che il problema non è solo individuare chi agisce in modo paternalista, sessista e omotransnegativo ma far emergere queste discriminazione sommerse, quotidiane, insidiose, minime, che hanno appunto una dimensione micro che poco o punto si presta a considerarle eclatanti e quindi condannabili. È l'annoso problema che viene ogni volta ribaltato chi è vittima e chi è carnefice, senza considerare che la questione non va posta in questi termini, ma deve essere realmente smantellato il complesso patriarcale pastorale che vede i gruppi e le persone marginali sempre svantaggiate e oggetto di oppressione. Non va nemmeno colta la provocazione che, oltre ad assimilare senza distinzione i vari protagonisti di un atteggiamento più che di un'azione o episodio, porta a deplorare chi non si espone, chi non denuncia, chi è in qualche modo complice perché chi vive la microdiscriminazione si assume molto spesso la responsabilità degli accadimenti, in un processo di autoresponsabilizzazione indotta. Così come non va semplicemente affermato che chi non si ribella è complice del sistema e quindi accetta la situazione in essere. In primis perché per essere complici bisogna avere la possibilità di scelta, e in secondo il sistema si adopera per avere emissar* in grado di mantenere l'ordine costituito. Non va neppure bene indicare tutto sotto l'egida del “punto finale”o dell'“obbedienza dovuta” che de-responsabilizza chi è sessista, paternalista, omotransnegativ*.

Chi come antispecista ha la dignità di analizzare a partire dalle proprie esperienze dirette queste discriminazioni all'interno del movimento deve essere accolt*, ascoltat*, incoraggiat* e non lasciat* sol* e nemmeno essere accusat* di essere indecifrabile, pernicios*, pericolos*.

Quanto è emerso quindi nel seminario sul sessismo e l'omotransnegatività del X incontro di Liberazione Animale del 2014 è materiale prezioso perché esperienze di vita vissuta, perché è documentazione sulle presunzioni di totalità e onnicomprensività dell'antispecismo, perché smarca dei temi che hanno e continuano ad infastidire molt* attivist*, che peraltro preferiscono non prendere posizioni politiche su questi argomenti e anzi vedono con fastidio persino l'uso dell'appellativo compagn*.

Leggere i testi di Egon Botteghi e di Annalisa Zabonati significa porsi in un'ottica intersiziale politica radicale, riconoscere le difficoltà emergenti da quell'esperienza e consente pertanto di aprirsi a una rilettura autenticamente libertaria e antispecista del movimento nel suo insieme e di coloro che dicono di appartenervi.


[1]      Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2 – Atti della Giornata, 2014.

Lo Staff di Antispecismo.Net 



Discorso critico sul sessismo

Il sessismo nel movimento animalista antispecista

di Annalisa Zabonati

Premessa

Il Collettivo Anguane nasce nel 2012 dalla volontà di un piccolo gruppo di attivist* animalist* antispecist* in seguito alle esperienze di strisciante, ma a volte molto palese, sessismo 1 e omotransnegatività 2 proprio in quell’ambiente. Ci siamo dat* il compito di riflettere su queste forme di discriminazione a partire da noi stess* per poter avere uno sguardo diretto e una critica in grado di permettere una discussione franca sulla questione.

Se all’inizio, come spesso accade, pensavamo di avere delle responsabilità dovute alla nostra scarsa denuncia del sistema fallicoantispecista, ci siamo poi rinfrancat* confrontandoci con altr* compagn* di movimenti radicali, compreso ovviamente quello animalista-antispecista, oltre alla documentazione che abbiamo fatto circolare tra di noi e con altr*, non considerandoci casi isolati e/o speciali.

Pensavamo di aver trovato “casa”, il luogo fisico, psicologico e politico in cui delineare un progetto di coinvolgimento totale. Ma abbiamo dovuto rivedere i nostri entusiasmi e ricrederci sulla capacità effettivamente rivoluzionaria dell’antispecismo o almeno di certa parte dell’ambiente antispecista.

Abbiamo raccolto le idee, le esperienze e cominciato a considerare l’iterazione di alcuni atteggiamenti e comportamenti nei movimenti radicali, affrontata rivendicando uno spazio “femminista” dentro e fuori i movimenti stessi, con la consapevolezza che nella vita quotidiana il mondo è costruito ad immagine e somiglianza del maschio bianco occidentale borghese, nonostante certo femminismo liberal-radical-chic pensi di riuscire a stanare l’androcentrismo patriarcale accettando di sedere nell’agorà patriarcale e di mantenere atteggiamenti conciliatori.

A tutt’oggi negli ambienti libertari, radicali, antagonisti e nell’animalismo antispecista, imperversa fin troppo spesso il famigerato “club degli uomini” da cui le attiviste donne e le/gli attivist* lgbtqisono nella migliore delle ipotesi tollerat*, nella peggiore esclus* ed emarginat*.

 

Riconoscere i sistemi di dominio e controllo androantropocentrici per sovvertirli

La cultura del dominio esercita il controllo dei s-oggetti umani e altro-da-umani con paradigmi androantropocentrici, quali il patriarcato (il sistema socio-culturale, politico ed economico in cui l’autorità è appannaggio degli uomini e le risorse e i beni sono da loro governati), l’androcrazia (il governo degli uomini attraverso la violenza, la colonizzazione/imperialismo – reali e figurati – la proprietà e l’egemonia), la domesticazione e l’allevamento (il sistema pastorale inteso come dominio e sfruttamento dei nonumani da parte degli umani), che assieme ad altri schemi di controllo e oppressione possono essere efficacemente indicati come sistema kiriarchico3 in cui una categoria/casta/genere/specie/classe/condizione monopolizza le relazioni di potere a proprio vantaggio avversando le altre, che subisce condizioni di oppressione intersiziale4.

Per mantenere questo modello funzionante e funzionale l’ideologia del dominio degli uomini subordina le donne e chi non rientra nel prototipo eterosessuale, quindi le persone lgbtqi attraverso la pratica diffusa del sessismo, che con le parole di Suzanne Pharr è

[…] quel sistema che subordina le donne agli uomini, tenuto in piedi da tre potenti armi progettate per infliggere dolore e privazione alle donne. [...] queste armi sono l’economia, la violenza e l’omofobia5.

Lo sviluppo e il mantenimento del dominio prevede un sistema circolare di oppressione, il complesso oppressivo, che si basa sul maltrattamento sistematico, la disinformazione/mal-informazione, le menzogne, gli stereotipi, le sanzioni sociali, le istituzioni fallocentriche, la repressione, le discriminazioni a tutti i livelli.

I meccanismi attraverso cui si attua il sistema oppressivo sono l’assimilazione, il biasimo per i s-oggetti oppressi, la normalizzazione, l’autosvalutazione, l’invisibilizzazione, l’isolamento, la violenza, il tokenismo6, le pratiche di “washing”. Questi potenti strumenti eternano la servitù e indeboliscono le resistenze, insinuando continuamente il dubbio sulle proprie capacità.

Le oppressioni hanno radici comuni e sono tutte interrelate: sessismo, razzismo, omotransnegatività, classismo, capacità/abilità, antisemitismo, ageismo/età, specismo, etc., senza gerarchie di oppressione, sono tutte distruttive e tutte da smantellare con un approccio che potremmo definire olistico e intersezionale politico. L’etica olistica è un processo collettivo che si basa sulla solidarietà e la reciprocità che ha la sua matrice nell’interdipendenza e soprattutto nel rispetto7. L’intersezionalità politica è suggerita dall’approccio anarchico che critica l’intersezionalità “liberale” che somma le varie oppressione per farne un ibrido magmatico che non distingue i vari principi di funzionamento per ogni sfruttamento. Propone invece una rilettura del concetto per rilevare sia le similitudini che le differenze dei meccanismi oppressivi, comprendendone ogni funzionalità singola e quali siano i modi utilizzati dai sistemi di dominio per mantenersi e autoriprodursi8.

 

Il sessismo come microaggressione

La microaggressione, concetto sviluppato a partire dagli anni ’70 per illustrare i comportamenti razzisti contro gli afroamericani prima e successivamente contro immigrati di origine asiatica e latina, definisce l’umiliazione verbale e comportamentale diffusa e quotidiana, intenzionale o involontaria, che ferisce e offende una persona o un gruppo per l’appartenenza a un genere, per l’orientamento sessuale, per l’identità di genere, per la “razza”, per la classe, etc.9. Le microaggressioni sono invisibili e impalpabili, ma non per questo meno devastanti sotto il profilo psicologico e sociale. Si basano sulla sottovalutazione del loro impatto sui soggetti-bersaglio e sulla tolleranza alle discriminazioni.

Hanno una forma subdola, fondata su almeno tre meccanismi principali:

  • la microsvalutazione (commenti verbali e/o comportamentali che escludono, negano o annullano pensieri, emozioni ed esperienze);

  • il microinsulto (commenti e/o marcature maleducati, insensibili, avvilenti);

  • il microassalto (attacchi verbali e non verbali violenti attraverso insulti, evitamenti e discriminazioni).

Le microaggressioni sono la manifestazione di una visione oppressiva che crea, nutre e rinforza la marginalizzazione. Poiché ci crediamo immuni da questi comportamenti e atteggiamenti li neghiamo evitando accuratamente di affrontarli. Ognun* esprime forme infinitesimali di razzismo, sessismo, eterosessismo, specismo, ableismo, ageismo, etc. perché siamo nat* e cresciut* in ambienti che sono impregnati di forme diversificate di discriminazione10.

 

Il sessismo come micromachismo

Il micromachismo è il risultato di pratiche di dominio e violenza maschili che permeano i rapporti quotidiani tra i generi, al fine di mantenere i privilegi di sesso e genere fondati sul binarismo eterosessista e sulla conseguente subordinazione delle donne e di coloro che non rientrano nella normatività etero. Funziona sulla bassa soglia, con intensità minime e sottili, apparentemente inavvertibili, che producono pressioni e inoculano esitazioni sull’autostima e il senso di sé11. L’espropriazione continua e costante di autorevolezza verso le donne e tutti i soggetti ritenuti inidonei a ricoprire ruoli sociali privilegiati forgia i comportamenti discriminatori.

Tipici funzioni del micromachismo sono:

  • la negazione delle discriminazioni di genere e sessuale e dell’importanza della pressione sessista;

  • l’imposizione e il mantenimento delle differenze di ruolo e delle diversità di genere e di sesso nelle competenze e nelle capacità;

  • la continua riproposizione alle donne e alle persone lgbtqi di ruoli e funzioni di basso profilo considerate tipicamente femminili e femminilizzanti;

  • la ridicolizzazione delle rivendicazioni femministe (e per estensione anche quelle lgbtqi);

  • l’estraneità presunta ai comportamenti e atteggiamenti machisti.

Come per le microaggressioni, il o meglio i micormachismi sono dei microabusi e delle microviolenze usati in modo diffuso e permanente. Gli uomini sono “addestrati” socialmente a sviluppare queste capacità che giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo di un’ideologia dell’egemonia maschile/patriarcale/androcentrica. Ovviamente per poter esercitare il micromachismo gli uomini sono sostenuti da un forte alleato quale è l’ordine sociale12 che rende fertile il terreno del monopolio del potere in tutti i campi e che vede le donne e le persone lgbtqi continuamente valutate e giudicate, mantenendo così le gerarchie e le relazioni di dominio. Al pari di ogni pratica di discriminazione il micromachismo, che ovviamente rinforza il patriarcato e l’androcentrismo, utilizza:

  • l’oggettificazione, cioè la convinzione che lo status di persona sia appannaggio solo del maschio bianco, borghese, occidentale, eterosessuale attivando la circolarità dell’abuso in considerazione dell’assenza della qualità di personaper le donne e per gli/le lgbtqi;

  • l’identificazione proiettiva, l’inoculazione psicologica di proprie idee e atteggiamenti condizionanti.

Per osservare in modo più analitico i micromachismi, Luis Bonino13 propone una classificazione che auspica possa essere ulteriormente ampliata, integrata e dettagliata. Questa prevede i micromachismi coercitivi o diretti, i micromachismi occulti o indiretti, e i micromachismi della crisi, che nella quotidianità molto spesso si ritrovano accorpati.

Attraverso il micromachismo coercitivo l’uomo usa la forza fisica, psichica, economica, sociale e personale per soggiogare la donna e le persone lgbtqi e renderl* inerm* e subordinat*, limitandone la libertà e l’autodeterminazione attivando reazioni di disistima, impotenza e inibizione alienanti. Le manovre per esercitare questo tipo di micromachismo si basano sull’intimidazione fondata sull’abuso e l’aggressione, il controllo economico che prevede la monopolizzazione e la limitazione dell’accesso al denaro sia nelle relazioni familiari e di coppia che nella società, l’assenza di contributo al governo domestico, l’uso esclusivo e abusante dello spazio fisico e temporale dentro e fuori l’ambito relazionale, l’insistenza asfissiante per ottenere ciò che si desidera, l’imposizione sessuale, intimazione della superiorità e della logica maschili, la manipolazione sulle decisioni e le scelte.

micromachismi occulti sono molto efficaci nella realizzazione dell’asimmetria relazionale e di potere al punto da minare l’autonomia e il senso di sé della donna e della persona lgbtqi. L’obiettivo è quello di ottenere la subordinazione “inconsapevole” e condizionata che conferisce carattere di inalterabilità delle condizioni di vita. Si fonda soprattutto sulla svalutazione continua e minuta delle capacità e delle risorse al punto da rendere la persona insicura e dubbiosa oltre che dipendente, anche dall’approvazione dell’uomo. Si presentano sotto la forma di sfruttamento della capacità di cura femminile/femminilizzata, sviluppata dal condizionamento socio-culturale, utilizzata per forzare la disponibilità delle donne e relegarle a ruoli di assistenza e accudimento. Un altro meccanismo occulto è quello della maternalizzazione che induce le donne a svolgere il ruolo materno nelle varie relazioni oltre a costringere ad assumere come naturale la funzione di madre e moglie. L’intimità è proposta come unica possibilità relazionale che crea dipendenza affettiva spesso frustrata da comportamenti che inducono il sentimento di carenza dell’intimità, all’interno di un circolo vizioso basato in realtà sulla pseudointimità nutrita dall’esautorizzazione, la squalifica, la negazione delle qualità positive, l’esaltazione delle qualità maschili, la collusione con terze persone e soprattutto con il terrorismo misogino cioè la denigrazione improvvisa e in pubblico.

Un altro strumento del micromachismo occulto è il paternalismo che prevede l’utilizzo di comportamenti apparentemente benevoli, ma che celano l’autoritarismo e la bassa considerazione per le donne e le persone lgbtqi, rinforzato dallamanipolazione emozionale e affettiva usata come dispositivo di controllo delle relazioni.

Un altro tipo di micromachismo è quello della crisi usato quando ci sono situazioni di difficoltà conseguenti a mutamenti relazionali e/o sociali che scompensano e minacciano la presunta superiorità maschile. Per mantenere il controllo sono quindi attivati i meccanismi dell’ipercontrollo delle attività delle donne e delle persone lgbtqi, l’appoggio apparente che ha in realtà l’intento di neutralizzare l’avanzamento di richieste di maggiori spazi e autorevolezza, ma anche la colpevolizzazione per le proprie aspirazioni, la minaccia di abbandono, l’accusa di scarsa considerazione dei ruoli di genere.

Questi diversi micromachismi, che possono prevederne anche altri, provocano nelle donne e nelle persone lgbtqi senso di impotenza, di esaurimento delle risorse personali ed emotive, il sentimento di disistima e di insicurezza, la paralisi sociale e relazionale, un malessere diffuso. D’altro canto per gli uomini invece i micromachismi rinforzano le loro posizioni di dominio, di affermazione dell’identità maschile, di conferma del potere attraverso l’obbedienza e il controllo delle relazioni.

Sessismo nei movimenti sociali e politici

I movimenti sono dei gruppi di “minoranza”, sottoposti a forti pressioni che inducono i propri componenti ad enfatizzare i differenti fattori di coesione per mantenere un concetto positivo del gruppo stesso. Queste comunità necessitano di processi interattivi e sociali in grado di mantenere una forte identità in grado di contrastare le minacce esterne, dato che sono gruppi che propongono valori diversi da quelli della maggioranza di potere e in quanto tali sono considerati marginali e devianti14.

L’ideale del “buon attivista” o “attivista eroico”15 alimenta la convinzione dell’adeguatezza personale agli obiettiviperseguiti e perseguibili e della congruenza tra teoria e prassi nel pubblico come nel privato. I concetti si trasformano inslogan emblematici che riassumono in modo simbolico e sincretico le convinzioni ideologiche. Gli stessi slogan sono assunti come “profezie autoavverantesi” che solo per il fatto di essere pronunciati confermano le posizioni politiche ed ideologiche espresse, specie nei valori antidiscriminatori. Spesso il risultato è la negazione dei pregiudizi, degli stereotipi e dei meccanismi inconsci di dominio che favoriscono la creazione di identità collettive idealizzate impermeabili alle critiche.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi dei gruppi di “minoranza” si trovano spesso a fronteggiare forti ostilità sia all’esterno che all’interno del gruppo stesso, con la difficoltà a riconoscere le incongruenze tra i componenti del gruppo di appartenenza.

Il femminismo, la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non sono sempre considerate centrali per le lotte rivoluzionarie collettive, ma troppo spesso sono valutate solo come una questione dedicata che va affrontata dalle donne o comunque da chi è pro-femminismo e/o alleato del femminismo e dalle persone lgbtqi e loro alleat* ritenendo necessario mantenere il focus sul “lavoro politico”16, come se il tema sessismo/patriarcato/genere/liberazione delle donne e delle persone lgbtqi non fosse né rivoluzionario né tanto meno cruciale.

Gli attivisti maschi che cercano di esprimere delle critiche alla visione mascolinizzata del gruppo, oltre che della società intera, devono rinunciare alla quota di potere che gli viene dall’appartenenza al genere maschile. Per questo è importante affrontare la questione del sessismo nei movimenti radicali, anche se ciò significa attaccare l’identità del gruppo e l’autopercezione dei singoli componenti. Il principio che “i panni sporchi si lavano in famiglia” è bandito perché il sessismo sta bene e vive in mezzo a noi

Per atmosfera sessista intendiamo ambienti dove gli uomini parlano forte e più delle donne, tagliano loro la parola, gli dicono che sono belle, fanno battute sessiste e quando glielo si fa notare rispondono: “Ma no, stavamo solo scherzando! Non siamo mica sessisti, non avete proprio il senso dell’umorismo…”

Situazioni dove gli uomini prendono più spazio fisico e sonoro delle donne, dove sono loro che scelgono gli argomenti di conversazione, che sono di solito tipicamente maschili, ovvero che riguardano il campo pubblico e completamente distaccato da tutto ciò che è personale (tecnica, attivismo, attualità mondiale…). In questo genere di discussioni la parola degli uomini è più credibile, più ascoltata, legittima, e per prendere parte alle discussioni bisogna avere degli aneddoti da raccontare, delle conoscenze, mostrarsi forti. Si tratta spesso di misurarsi per sapere chi è il/la più forte, il/la più interessante.

Sono ambienti in cui le interazioni uomo/donna si situano unicamente all’interno della sfera della seduzione. Seduzione che in un ambito “normale” etero è anche impregnata di rapporti di potere e di codici eterosessisti. Questi ambienti creano degli spazi dove gli uomini sono più a loro agio delle donne, dove sono loro che controllano ciò che succede. I gay possono scegliere se far finta di ridere alle battute omofobe o tacere; le lesbiche sono scambiate per donne eterosessuali o considerate come non interessanti perché non disponibili; le donne etero giudicate poco attraenti sono escluse dai giochi della seduzione, ecc.17.

L’obiettivo dei movimenti radicali è quello di favorire e realizzare contesti sociali egualitari e questo deve cominciare da subito, a partire dai movimenti stessi che iniziando da analisi politiche devono svilupparle in comportamenti e idee quotidiani che sfidino la morale comune, anche degli/delle attivist* al fine di sprigionare le potenzialità rivoluzionarie per contrastare le discriminazioni dentro e fuori i movimenti

I fattori di discriminazione possono essere molteplici, l’età (se l’età della persona non è in media con quella del gruppo), l’esperienza (se non è abbastanza “vissuta” come gli/le altr*), il carattere (se non è abbastanza intraprendente), il look (se non è abbastanza cool per i canoni dello stile giusto), la lingua (se non parla la stessa lingua del gruppo), l’orientamento sessuale (per esempio se è gay in un ambiente prevalentemente eterosessuale), il peso (per esempio se è grassa in un mondo di magri), il fisico (se non è abbastanza fit per aggregarsi o è diversamente abile), le capacità tecniche (è meno brava o ignora come fare determinate cose pratiche). Questi fattori fanno sì che le persone discriminanti mettano in ombra le altre nei momenti collettivi, per esempio prendendo più spazio nelle discussioni, nel prendere decisioni, nei giochi di seduzione, ecc..18.

Per poter concretizzare questo ci dobbiamo impegnare a smantellare il sessismo che aleggia negli ambienti radicali e antagonisti, a cominciare da ieri19.

 

Il sessismo nel movimento animalista e nell’antispecismo

Il movimento animalista e antispecista internazionale e italiano presentano manifestazioni e atteggiamenti sessisti e omotransnegativi. Da un lato ci sono esempi di un uso sessista del corpo delle donne in campagne di denuncia dei maltrattamenti animali, dall’altro nei gruppi si riscontrano spesso discriminazioni e talora molestie e violenze verso le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi. La percezione del micromachismo e delle conseguenti microaggressioni da parte delle/degli attivist* animalist* non è un fenomeno nuovo, come ha dimostrato Marti Kheel nel 1985, con il suo articoloSpeaking the unspeakable: Sexism in the animal rights movement, in cui evidenzia che la consapevolezza delle interazioni sessiste nell’animalismo è qualcosa di indicibile che avviene tra le fila del movimento20.

pattrice jones, anni dopo, ribadisce in molti suoi scritti l’uso strumentale delle differenze di genere anche per i nonumani, e in uno suo articolo denuncia un episodio di violenza avvenuta tra attivisti durante un meeting animalista21.

Nel suo scritto Marti Kheel descrive i microsessismi quotidiani di cui è stata testimone diretta come attivista animalista e dichiara

Mentre il crescente interesse degli uomini per il movimento per i diritti animali è degno di plauso, alcune delle conseguenze dell’influsso maschile nel movimento non lo sono. Come è accaduto in numerosi altri movimenti (come ad esempio nel movimento pacifista), gli uomini vi sono entrati e hanno preso il sopravvento. Nonostante un numero notevole di associazioni importanti siano gestite da donne (Society for Animal Rights, United Action for Animals and the Animal Welfare Institute), la maggior parte delle associazioni più diffuse è coordinata da uomini. Anche la divisione del lavoro nei movimenti più grandi tende a seguire gli stereotipi sessuali22.

Ma l’osservazione e l’esperienza del sessismo non deve fermare le donne e le persone lgbtqi e la loro militanza23

Come possono le donne combattere il dominio e la gerarchia nel movimento animalista? Per esempio, segnalando il sessismo quando si manifesta, incoraggiando forme di organizzazione non gerarchica e insegnando agli attivisti maschi comportamenti non sessisti. Un’altra opzione che alcune donne hanno scelto è quella di creare associazioni e gruppi solo di donne, come abbiamo fatto noi. I gruppi separati di donne non sono una novità. Esistono da molti anni nel movimento pacifista, e organizzano eventi dedicati come ad esempio i Women’s Peace Camps in Inghilterra, Italia e alle Seneca Falls di New York24.

L’antispecismo si autoproclama il movimento più radicale rispetto a tutti gli altri, collocandosi in una posizione di “supposto sapere” sulle varie forme di oppressione e dominio. L’antispecismo si basa però su teorie coniugate al maschile. Le riflessioni e gli scritti dei teorici maschi, il “boys’ club”, sono maggiormente diffusi e sono considerati i soli depositari del “sapere animalista/antispecista”25, nonostante la produzione teorica delle studiose e attiviste sia altrettanto cospicua e di notevole spessore. Tali atteggiamenti e comportamenti “corporativi” condizionano e danneggiano le prassi politiche, l’attivismo, la militanza, gli attivisti e le attiviste di ogni sesso, genere, orientamento sessuale.

Gli attivisti maschi sono fortemente refrattari alle discussioni sulle modalità sessiste di agire all’interno dei gruppi, con il risultato che sono negati e rimossi tutti quei comportamenti chiaramente discriminatori nei confronti delle attiviste e de*attivist* trans e omosessuali. La tolleranza manifestata è una copertura, molto spesso di un profondo disagio di fronte alla scarsa o nulla conoscenza dei temi derivanti dalle rivendicazioni delle lotte di liberazione femminista e lgbtqi.

In base a diverse analisi su gruppi antispecisti suffragate da ricerche in ambienti politici radicali e antagonisti e da testimonianze di attivist* che hanno vissuto direttamente o indirettamente queste discriminazioni, non si può negare la presenza di interazioni sessiste nonostante la rimozione oscurantista e retrogada che tende a minimizzare, azzerare, ridicolizzare ogni tentativo di critica e/o denuncia. Persino alcune attiviste negano l’evidenza del sessismo e dell’omotransnegatività a riprova delle difficoltà a smarcarsi da habitus implacabili e gerarchici, e sembrano inconsapevoli delle discriminazioni derivanti da questi atteggiamenti e comportamenti. Dichiarano che la questione di genere e sesso è ininfluente rispetto all’enormità dello sfruttamento animale, rimuovendo così le connessioni tra le oppressioni e rinforzando la complicità al sistema di dominio. La complicità al sistema egemonico è comunque una condizione di collaborazione non consensuale ma coatta dovuta alla condizione di scarsa o assente libertà e autodeterminazione26.

Le attiviste e gli/le attivist* lgbtqi che sottolineano la presenza di comportamenti sessisti e omotransnegativi si espongono alle critiche perché mettono in discussione il funzionamento e la strutturazione dei gruppi in cui militano e sono avvertit* come disturbant*, perché incrinano la mitologia della compassione e dell’empatia di chi si batte per i più deboli e per i “senza voce”. Un altro stralcio di paternalismo buonista che finalmente si sta sfaldando27 e ribalta le logiche antropocentriche di molto attivismo animalista e antispecista.

Il movimento animalista e antispecista presenta ancora una pesante patriarcalizzazione delle relazioni, in cui donne, uomini e attivist* lgbtqi sono sottopost* alla genderizzazione di ruoli e funzioni. Il sessismo è strisciante e quasi invisibile, perché ripulito delle sue parti più manifeste ed eclatanti e si esprime soprattutto attraverso il microsessismo quotidiano. La razionalizzazione e la negazione del sessismo e dell’omotransnegatività sono i meccanismi utilizzati per minimizzare e celare questi comportamenti e atteggiamenti soprattutto affermando che le teorie e le prassi alternative e radicali sono di per sé sufficienti ad escludere l’utilizzo dei meccanismi di controllo e dominio dei gruppi di potere, quale ad esempio quello dei maschi eterosessuali.

Il sessismo danneggia tutto il movimento e gli animali nonumani, perché produce una cultura che impedisce la libera circolazione delle idee e lo scambio autentico delle esperienze. Se non si affrontano i temi e le questioni collegate al dominio di genere e di sesso si perpetuano le oppressioni e, anzi, se ne creano di ulteriori, immobilizzando la forza propulsiva del movimento stesso28. Si mantengono e si evidenziano profonde distanze sia tra i militanti e le militanti che tra i diversi gruppi che compongono il movimento stesso29.

Il movimento antispecista ritiene di includere la critica e lo smantellamento delle discriminazioni nel loro insieme, riconoscendone le matrici comuni, e pertanto non può esimersi di fare i conti con i processi psicologici, sociali, culturali e politici che inducono atteggiamenti e comportamenti marcatamente sessisti anche tra le proprie fila.

Le attiviste e gli/le attiviste lgbtqi troppo spesso si mimetizzano, non esibiscono interessi e saperi e lasciano lo spazio a chi tradizionalmente se lo prende, assumendo e mantenendo ruoli secondari, declinati ancora troppo frequentemente alla devozione e all’abnegazione.

Si esprime una sessizzazzione pervasiva e sommessa, inconsapevole ma renitente, diffusa e continua che combina e ricombina l’habitus quale struttura strutturante. Si sviluppano pratiche, valori, credenze, interpretazioni che mantengono e rinforzano i privilegi sessisti, faticando a sviluppare il loro riconoscimento utile a demolirli.

Nell’ambiente antispecista sono stati riscontrati e si continuano a constatare i seguenti microsessismi30:

  • divisionedi compiti e ruoli in base al sesso e al genere degli/le attivist*;

  • negazione delle difficoltà comunicative e relazionali che scaturiscono dalla scarsa rappresentanza in ruoli di coordinamento e rappresentanza della seppur numerosa presenza femminile ed lgbtqi nell’attivismo di base (grassroot);

  • antisessismo e antiomotransnegatività presunti dell’antispecismo;

  • evitamento dei temi inerenti la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi, del femminismo e dell’attivismo lgbtqi radicale;

  • convinzione cristallizzata e inamovibile che l’antispecismo al suo interno sia scevro da discriminazioni e abusi tra umani;

  • certezza che la liberazione animale sia prioritaria;

  • convincimento che la liberazione delle donne e delle persone lgbtqi avverrà in concomitanza con la liberazione animale e pertanto non è necessario prenderla in considerazione;

  • minimizzazione della significatività del femminismo e e del movimento lgbtqi;

  • credenza della superiorità ideologica dell’antispecismo sulle altre teorie e prassi di liberazione.

Piuttosto che affrontare il sessismo sul “fronte interno” risulta più abbordabile la stigmatizzare della sessualizzazione mediatica di alcune organizzazioni animaliste protezioniste che espongono i corpi femminili per protestare contro le sofferenze degli animali, in uno scenario di evidente conservatorismo patriarcale che utilizza la sessuopornografia rinforzando de facto il sessismo da un lato e lo specismo dall’altro31

Quando abbracciamo un movimento animalista sessista o un movimento per i diritti delle donne specista rinforziamo l’oppressione32.

Ciononostante i “due” sessismi, all’interno del movimento e del movimento verso l’esterno sono parte integrante del medesimo sistema androantropocentrico patriarcale e pastorale. Al contempo, come molto spesso è sottolineato dalle attiviste e dalle teoriche antispeciste e lgbtqi, gli stessi movimenti di liberazione delle donne e lgbtqi non possono più esimersi dal ritenere la liberazione animale parte integrante delle loro lotte.

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Note
 1 Il termine sessismo (sexism) sostituisce e integra nel movimento femminista del 1968 il concetto dimaschilismo (male chauvinism), anche se a vario titolo sono usati entrambi e a volte come sinonimi.
 2 I concetti di omofobia e transfobia sono criticabili in quanto riconducibili ad una “patologia” psicologica, la fobia appunto. Il rifiuto e la negazione della dignità delle persone lgbtqi è invece un costrutto sociale e politico che impatta sulle vite di chi è emarginat*, discriminat* e dominat* per la non conformazione alla norma eterosessuale/eterosessista, per questo si opta per l’utilizzo di termini quali omonegatività, transnegatività e omotransnegatività, riconducibili proprio alla condotta sociale collettiva a cui aderisce anche la singola persona, cfr. Celia Kitzinger, The Social Construction of Lesbianism, Sage Publication, 1988; FacciamoBreccia (a cura di),L’Itaglia è tutta qua, Istant Book_1, 2009; Paolo Pedote – Nicoletta Poidimani, We will survive! Lesbiche, gay e trans in Italia, Mimesis, Milano 2007.
3 Schüssler Fiorenza Elisabeth, Changing horizons: Explorations in feminist interpretation, Fortress Press, Minneapolis 2013.
4 Zabonati Annalisa, “Il complesso patriarcale pastorale: le comuni radici del dominio”, LiberAzione Gener-ale 2Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
5  Suzanne Pharr, Homophobia: a Weapon of Sexism, Womens Project, USA, 1988/1997, p. 9.
6 Il termine si riferisce alla cosiddetta discriminazione positiva, cioè alla pratica di inclusione di alcune persone delle minoranze in posizioni di prestigio, senza però capacità d’influenza, al fine di dirottare e annullare le critiche al potere e all’autorità.
7 Kheel Marti, “From heroic to holistic ethics: The ecofeminist challenge”, in Ecofeminism: Women, Animals, Nature, Greta Gaard ( Ed.), Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 243-271.
8 Volcano Abbey – Rouge J., “Insurrections at the intersections: feminism, intersectionality and anarchism”, Quiet Rumors: An Anarcha-Feminist Reader, Dark Star Collective (Ed.), Ak Press, Oakland, CA, USA, 2012, tr.it. Annalisa Zabonati, “Insurrezioni alle intersezioni: femminismo, intersezionalità e anarchismo”, http://anguane.noblogs.org/?p=1447.
9 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, in American Psychologist, LXII, 4, 2007, pp. 271-286; Derald Wing Sue, Microaggressions and Marginality. Manifestation, Dynamics, and Impacts, Wiley & Sons, New Jerey 2010.
10 Derald Wing Sue et alii, “Racial Microaggressions in Everyday Life”, op. cit..
11 Luis Bonino Méndez, “Las microviolencias y sus efectos. Claves para su detección”, in Revista Argentina de Clínica Psicológica, VIII, 1999, pp 221-233Luis Bonino Méndez, “Los varones hacia la paridad en lo doméstico. Discursos sociales y práticas masculinas”, ©2000; Luis Bonino Méndez, “Micromachismos. La violencia invisible en la pareja”,©2000.
12 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit., p. 4.
13 Luis Bonino Méndez, “Micromachismos”, op. cit..
14 Barbara Biglia, “Transformando dinámicas generizadas: Propuestas de activistas de Movimientos Sociales mixtos”, inAthenea Digital, 4, 2003, pp. 1-25; Barbara Biglia – Esther Luna González, “Reconocer el sexismo en espacios participativos”, in Revista de Investigación en Educación, X, 1, 2012, pp. 88-99.
15 Kheel MartiDirect Action and the Heroic Ideal: An Ecofeminist Critique, in Igniting a Revolution: Voices in Defense of the Earth, Nocella Anthony J. – Best Steve (Eds.), AK Press, Oakland-CA 2006, pp. 306–318.
16 Walia Harsha, “Challenging patriarchy in political organizing”http://www.coloursofresistance.org/731/challenging-patriarchy-in-political-organizing/ .
17 Les enrageuse, Lavomatic. Laviamo i panni sporchi in pubblico. Spunti di riflessione sulle violenze di genere nel movimento antiautoritario, tr. it. Mel’ma, 2010, pp. 26-27.
18 Ma di Mel’ma, Scagliare una pietra al patriarcatoAnarchia e femminismo. Lettera aperta per capire le femministe, 2010, p. 11.
19 Beallor Angela, Sexism in the anarchist movementNortheastern Anarchist #2 Spring 2001.
20 In Feminists for Animal Rights Newsletter, II, 1, 1985, tradotto in italiano https://anguane.noblogs.org/?p=987.
21 pattrice jones, “Violation & Liberation. Grassroots Animal Rights Activists Take On Sexual Assault”, inhttp://www.earthfirstjournal.org/article.php?id=247.
22 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
23 “É un termine, quello di militanza, che nei movimenti italiani degli anni zero (dal ciclo cosiddetto ‘no global’ in avanti) è spesso stato sostituito dalla più anglosassone definizione di ‘attivista’. Questa parziale eclissi o sostituzione va assunta nella sua ambivalenza: se da un lato marca l’irriducibile distanza dalle forme di organizzazione rappresentativa, dall’altro rischia però di smarrire – insieme alle stucchevoli malinconie identitarie – anche il senso della determinazione storica del pensiero e delle pratiche (parallelamente cancellato dalle recenti riforme universitarie). Affrontando la questione della militanza dobbiamo allora mettere a critica un doppio rischio: da un lato, l’idea di una continuità lineare e atemporale delle pratiche politiche e di organizzazione; dall’altro, un nuovismo che presume di potersi liberare di ciò che sta alle proprie spalle senza conoscerlo e renderlo produttivo. In breve, del bagaglio di ricchezze di cui farsi innovativamente continuatori e degli errori da non ripetere. Nostalgia delle radici e assenza di genealogie sono infatti pericoli alla fin fine speculari, e solitamente si rafforzano per reciproca reazione” – “Stili della militanza – Dal movimento operaio a Occupy”, UniNomade, 6/2/2013, http://www.uninomade.org/stili-della-militanza/.
24 Ibidem.
25 Rohman Carrie, “Disciplinary Becomings: Horizons of Knowledge in Animal Studies”Hypatia, XXVII, 3, 2012, pp. 510-515.
26 Patrizia Romito – Geneviève Cresson, Vita di relazione, svalorizzazione di sé e sofferenza mentale, inCurare nella differenza, Paola Leonardi (a cura di), FrancoAngeli, Milano 1995pp. 226-245.
27 Resistenza Animale, “A fianco di chi si ribella. La solidarietà agli animali in rivolta in un’ottica non paternalista”, LiberAzione Gener-ale 2, Atti della giornata di lotta e di studio politico: il sessismo come forma di dominio e controllo, Verona 2014.
28 Kheel Marti, “Speaking the Unspeakable”, op.cit..
29 Glasser L. Carol, “Tied oppressions: An analysis of how sexist imagery reinforces speciesist sentiment”,The Brock Review, XII, 1, 2011, pp. 51-68.
30 Zabonati Annalisa, “Donne e animali: breve excursus tra teoria, prassi e militanza”, M&M – musi e muse, 3, 2014.
31 Deckha Maneesha, “Disturbing images. Peta and the feminist ethics of animal advocacy”, Ethics & the Environment, XIII, 2, 2008, pp. 35-76; Glasser L. Carol, “Tied oppressions”, op.cit..
32http://www.vegina.net.


 

Letto 6729 volte Ultima modifica il Mercoledì, 08 Ottobre 2014 14:27

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