Domenica, 30 Marzo 2014 11:03

La solidarietà della catena - di Eva Melodia

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La solidarietà della catena

di Eva Melodia

Ogni mattina su Contatto Radio, l’amico Matteo Bartolini porta avanti una rubrica che seguo sempre con piacere ed interesse nonostante i tempi ristretti dettati dall’orario che si accavalla tra una consegna di parenti a scuola e l’ingresso in ufficio.

Proprio per l’ennesimo ritardo che rincorrevo, qualche mattina fa mi è capitato di seguire solo a spizzichi la trasmissione, cogliendo lo stesso un passaggio in cui in qualche modo lo speaker incalzava la comune morale. A partire da un fatto di cronaca riguardante la storia di un cane che ha sollevato una ampia reazione commossa e solidale, muoveva una critica per quanto velata, interrogandosi sulla distonia tra un presunto maggiore comune sentire di affetto e disponibilità solidale verso “gli animali” - lo speaker generalizzava così -, ed un altrettanto secondo lui comune scarso solidarizzare con gli altri umani in difficoltà, quali ad esempio i migranti citando, a dimostrazione, i recenti appelli di Forza Nuova apparsi sui quotidiani locali (talmente intrisi di demenza razzista che che non meritano d’essere nominati oltre).

Mi sono trovata a riflettere su cosa mi facesse sentire chiamata in causa da questa critica evitando di impuntarmi su una delle letture possibili (quella della solita accusa con cui si additano gli animalisti di non avere la stessa attenzione riservata agli animali anche verso i soggetti umani) poiché credo non fosse affatto questo il tema interessante. Al contrario, penso che la questione così posta possa generare un nodo importante, indagando la spinosa ragione per cui un cane pare scatenare una risposta più accogliente rispetto ad un umano in difficoltà.

 

 

 

Apparentemente potremmo pure crederlo che esista una maggiore solidarietà verso i cani o i gatti (ora, in Italia), rispetto a quanta non se ne nutra per un migrante, per un rom, o per un “senzatetto”; ma allora eventualmente ci si dovrebbe seriamente interessare dell’unica domanda rilevante: perchè mai?

Non è accettabile che questa domanda cada nel vuoto o addirittura che nessuno se la ponga.

Io rivendico il dovere di porsela, di accoglierla, e di usarla per andare verso il mondo migliore di domani.

Innanzitutto, si tratta appunto di una maggiore disponibilità non verso tutti gli animali (tutti gli altro-da-umani), ma solo verso quelli che per circostanza storico-geografica possono essere usati e soggiogati in piena approvazione sociale, per qualsiasi vezzo e con tanto di tutela legale: i cosidetti “pet”, termine che la dice lunga e fa il paio con animali da compagnia o toys, gli animali giocattolo.

Si tratta per lo più quindi, di cani e gatti i quali, non solo non rappresentano tutto quell’universo di vite animali negate senza alcuna solidarietà o atto di pentimento ma che sopratutto, non godono di alcuno status giuridico che seriamente dia loro un peso nella società.

Ciò è esattamente il contrario di quanto accade per un umano il quale, grazie alle garanzie speciste, per quanto privo delle variopinte tutele di una tale o tal altra nazionalità, godrà quasi sempre e quasi ovunque (almeno sulla carta), del diritto alla vita ed alla libertà.

Il cane ad esempio, al di là delle blande normative protezioniste di cui anche l’Italia è emblema, è l’oggetto vivente per eccellenza, quello cui magari dedichi cure parentali riconoscendolo come "vivente", ma che al contempo piazzi dove vuoi e magari chiudi tutto il giorno in casa o segreghi per una vita intera legato ad un metro di catena. Quando non lo gradisci più, te ne liberi, magari pure ammazzandolo: la possibilità che qualcuno ti dica qualcosa in proposito è davvero remota.

La responsabilità assunta nell’atto dell’accogliemento di un cane poi, è infinitamente più blanda (sia per la comune morale, sia per la normativa vigente), piuttosto che quella dell’accoglienza di un umano.

Il cane non entra in conflitto con ciò per cui questa cultura e società vuole che tu competa: il modello capitalista. Il cane (o il gatto) può essere trattato come fosse solo un suppellettile, alla stregua di una cosa: alcun* li porta in borsetta come la sciarpetta, li compra e li vende come giocattoli alla moda.

Questo è ciò che lo specismo genera e che lo specismo difende: che chi “è” animale valga meno e che dunque, tutti possano permettersi animali come oggetti nelle borsette o come fettine nel piatto.

E’ altresì intuibile come su ciò si fondi tutta l’ideologia del dominio grazie alla quale proprio il razzismo vive pacioso, con le sue strumentali idee di superiorità ed inferiorità perfettamente fondate sulla selezione delle razze in allevamento.

Intendo allora suggerire come l’eventuale diffuso interesse per questi pet, non dipenda affatto dalla solidarietà nobile di cui gli umani sono potenzialmente capaci, ma al contrario e quasi sempre purtroppo, solo dall’empatia fisiologica stuprata dall’ideologia del dominio, la quale si scatena e libera più facilmente verso soggetti il cui dominio e soggiogazione è facilitato dal sistema, anziché su soggetti la cui autodeterminazione è maggiormente garantita dal sistema, magari tanto da poter diventare addirittura competitori.

 

Sull’”animalizzazione” del nemico e del diverso si struttura tutto il capitalismo, attraverso il meccanismo di riduzione in risorse da usare o da scartare ed eliminare, sia delle materie prime ma sopratutto dei corpi dei viventi: mi aspetto che gli amici molto libertari e molto idealisti, ma poco solidali in maniera eterogenea, prima o poi lo comprendano, facendo forse dei passi avanti quindi non solo nello strutturare rivendicazioni (o lamentele), ma forse anche strategie.

L’empatia non si può moralizzare: non si può bacchettare un recettore che non si attiva, se d’altro canto non si fa che delegittimarlo; allo stesso modo, non si può scandalizzarsi dell’assenza di solidarietà verso i competitori, in una società dove tutto è solo competizione nel consumo di corpi (morti).

Se per sollevare il problema della repulsione sociale verso i soggetti umani più deboli di questa schifosa società si chiama spesso in causa una comparazione con il modello della presunta solidarietà verso cani e gatti, significa semplicemente e tristemente che il disconoscimento delle prassi di dominio e soggiogazione in cui versano gli individui animali (pet compresi), è totale.

Tornando dunque alla puntata di L’Evidenziatore ed alla questione posta da Bartolini, ciò che davvero pare evidente è che mentre si rileva con leggerezza l’accertato sbilanciamento di cure verso i “pet” piuttosto che verso le persone umane, dall’altra non si coglie il buco nero in cui cadono tutte le ragioni ispirate ai più alti e nobili sentimenti e ideali umani: lo specismo ed i suoi tranelli, dalle quali in ultimo vengono alla fine imbrigliati tutti gli schiavi ed i sudditi di tutta la storia dell’umanità...neppure in quel territorio di idee libertarie o altamente garantiste di libertà e diritti in cui una radio come Contatto Radio ed i suoi speakers si collocano.

Animale è il nemico, il rom, il diverso. Esso non scatena empatia in un popolo di adulti competitivi ed imbruttiti da miti patriarcali. Esso è il ripudiato e finché è tutelato da una legge che ne impedisce lo sfruttamento esplicito, la solidarietà della catena non potrà essere loro estesa perché non è possibile allo stato attuale dominarli e sfruttarli come animali, cioè nello stesso facile e conveniente modo.

Per cambiare questo paradigma, assurdo ed ignobile, non basta pretendere che gli umani vengano de-animalizzati: serve sfondare il concetto stesso di “animale” con cui le leggi di tutto il mondo e la forza delle istituzioni,  permettono lo sfruttamento di individui senzienti ed il consumo dei loro corpi. Serve rifondare la società sull’empatia come base dell’etica della solidarietà ed una cosa è certa: finché un cucciolo di ventidue giorni verrà sgozzato nel nome di dieci minuti di baffi leccati a Pasqua, di empatia a sostegno di questa etica non ce ne sarà abbastanza.

"Guinzaglieria"?? 

 

Letto 2708 volte Ultima modifica il Lunedì, 31 Marzo 2014 09:49

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