Come redazione di Antispecismo.net ri-pubblichiamo qui una presa di posizione sui fatti di Parigi e sul loro significato politico, pubblicata da Karim Metref su Internazionale.it.

Condividiamo i contenuti del testo e riteniamo importante sostenere questa presa di posizione.


Io non mi dissocio

Karim Metref

Karim Metref, educatore e blogger che vive a Torino, ha scritto una lettera di risposta a questo articolo di Igiaba Scego.

 

Cara Igiaba,

in questi giorni saremo messi sotto torchio e le prossime campagne elettorali saranno fatte sulla nostra schiena. Gli xenofobi di tutta Europa vanno in brodo di giuggiole per la gioia e anche gli establishment europei che non hanno risposte da dare per la crisi saranno contenti di resuscitare il vecchio spauracchio per far rientrare le pecore spaventate nel recinto.

Da ogni parte ci viene chiesto di dissociarci, di scrivere che noi stiamo con Charlie, di condannare, di provare che siamo bravi immigrati, ben integrati, degni di vivere su questa terra di pace e di libertà.

Ebbene, anche se ovviamente condanno questo atto come condanno ogni violenza, non mi dissocio da niente. Non sono integrato e non chiedo scusa a nessuno. Io non ho ucciso nessuno e non c’entro niente con questa gente. Altrettanto non possono dire quelli che domani dichiareranno guerra a qualcuno in nome di questo crimine.

Tu dici: “Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto”.

Io con questa gente sono in guerra da trent’anni. Li affrontavo con i pugni all’epoca dell’università e con le parole e con le azioni da allora e fino a oggi. Sono trent’anni che li combatto e sono trent’anni che il sistema della Nato e i suoi alleati li sostengono regolarmente ogni dieci anni per fomentare una guerra di qua o di là.

Anche io sono afroeuropeo, sono originario di un paese a maggioranza musulmana ma non mi considero un musulmano: non sono praticante, non sono credente. Ma anche io non ci sto. Non ci sto con questi folli, non ci sto quando lo fanno a Parigi ma non ci sto nemmeno quando lo fanno a Tripoli, Malula o a Qaraqush.

Non sto con loro e non sto con chi li arma un giorno e poi li bombarda il giorno dopo. Non ci sto in questa storia nel suo insieme e non solo quando colpisce il cuore di questa Europa costruita su “valori di convivenza e pace”. Perché dico che questa Europa deve essere costruita su valori di pace e convivenza anche altrove, non solo internamente (ammesso che internamente lo sia).

Tu dici che questo non è islam. Io dico che anche questo è islam. L’islam è di tutti. Buoni o cattivi che siano. E come succede con ogni religione ognuno ne fa un po’ quello che vuole. La adatta alle proprie convinzioni, paure, speranze e interessi. Nelle prossime ore, i comunicati di moschee e centri islamici arriveranno in massa, non ti preoccupare. Tutti (o quasi) giustamente si dissoceranno da questo atto criminale. Qualche altro Abu Omar sparirà dalla circolazione per non creare imbarazzo a nessuno. La Lega e altri avvoltoi si ciberanno di questa storia per mesi, forse per anni. E noi ci faremo di nuovo piccoli piccoli, in attesa della fine della tempesta. Come stiamo facendo dopo questi attentati (forse) commessi da quella stessa rete che la Nato aveva creato per combattere una sua sporca guerra.

Loro creano mostri e poi, quando gli si rivoltano contro, noi dobbiamo chiedere scusa, dissociarci e farci piccoli. A me questo giochino non interessa più. Non chiedo scusa a nessuno e non mi dissocio da niente. Io devo pretendere delle scuse. Io devo chiedere a questi signori di dissociarsi, definitivamente, non ad alternanza, da questa gente: amici in Afghanistan e poi nemici, amici in Algeria e poi nemici, amici in Libia e poi… non ancora nemici lì ma nemici nel vicino Mali, amici in Siria poi ora metà amici e metà nemici… Io non ho più pazienza per questi macabri giochini. Mando allo stesso inferno sia questi mostri sia gli stregoni della Nato e dei paesi del Golfo che li hanno creati e li tengono in vita da decenni. Mando tutti all’inferno e vado a farmi una passeggiata in questa notte invernale che sa di primavera… Speriamo non araba.

Charlie Hebdo: io non mi dissocio - di Karim Metref



Riceviamo e pubblichiamo.

“Siamo le Collettive Femministe Queer e abbiamo deciso di scrivere questo comunicato per fare chiarezza su quanto accaduto ieri, Sabato 25 Giugno, durante il discorso del Sindaco Beppe Sala al Milano Pride 2016.
Molti giornali hanno fatto riferimento a noi come a un “gruppetto di antagonisti”, avulsi dal resto del corteo, mossi dall’unico intento di disturbare lo svolgimento della manifestazione. La nostra rete è attiva da più di un anno, raccogliendo una molteplicità di realtà LGBTQIA presenti nella città da molto tempo, e in questi mesi ci siamo impegnate a creare spazi gratuiti e occasioni di confronto, all’interno di una Milano che sempre di più dopo Expo è diventata la città degli aperitivi patinati, della cultura mercificata e dello svago classista.

Abbiamo riflettuto a lungo sulla nostra partecipazione al Pride, coscienti del progressivo impoverimento di contenuti politici della manifestazione, schiacciata tra spinte etero-normalizzanti e la vetrinizzazione della comunità LGBTQIA. Abbiamo infine deciso di partecipare al corteo, convinte dell’importanza di portare in piazza un’alternativa critica in un Pride dominato dai loghi di Amazon, Google e Vitasnella, dai comizi paternalistici piovuti dal palco di piazza Oberdan e dalla martellante assimilazione delle nuove famiglie LGBTQIA alla famiglia etero-patriarcale.

Contro tutto questo è stato rivolta la nostra contestazione, durante la quale abbiamo scelto di denunciare la mercificazione dei diritti civili, utilizzati come strumento di consenso politico, e della città di Milano, dove periferie (reali e simboliche) vengono nascoste e dimenticate, per fare spazio a centri gentrificati e igienizzati. La nostra azione è stata accolta non solo dalla violenza e della brutalità della security, ma anche dai cori di alcuni degli stessi partecipanti al corteo degli arcobaleni che ci intimavano di andarcene, in un tentativo di censurare ogni forma di dissenso. Abbiamo subito pugni, sberle, spintoni e sputi, mentre dal palco echeggiavano parole come “inclusività”, “uguaglianza” e “amore”. Siamo state allontanate dal corteo per mano della DIGOS, mentre il neosindaco chiosava: “Questa è la Milano che voglio”.

Non lasceremo che questi atti spengano le nostre rivendicazioni. Continueremo a denunciare chiunque voglia spingere “fuori” la favolosa diversità che abita ancora la città di Milano.

A presto,
CFQ”

Nicola Dembech

Le buone azioni vanno fatte in silenzio, 

                                         ma non troppo.

 

 

 

 

Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere sono perle false fintanto che non vengono trasformate in azioni.                                          

Gandhi                                                                               

 

 

L'azione diretta non-violenta cerca di creare una crisi ed incoraggia una tensione che costringa [..] a confrontarsi col problema. Essa cerca di drammatizzare così tanto il problema che non possa essere ignorato.                        

Martin Luter King                                                           

 

 

Nella storia sono state le azioni che hanno prodotto cambiamenti significativi. In senso negativo l'impatto del comportamento delle recenti società umane sulla natura è dovunque devastante ed è sotto gli occhi di tutti. Mai come in questi ultimi decenni è stato possibile un così radicale sconvolgimento di tutti gli ecosistemi e relativo effetto straziante sulla vita vegetale e animale. In senso oppositivo, ma positivo, i gesti di persone o movimenti tentano di contrastare e porre rimedio a ciò che in letteratura è stato definito ecocidio, lotta di classe, specismo, razzismo, sessismo, omofobia; in una parola dominio.

 

Ma qual è il significato di azione? e quanti significati può assumere? esistono azioni buone-positive, (giuste, morali) e azioni cattive-negative (criminali, violente)?

Sembra banale dirlo ma se consideriamo le azioni esclusivamente da un punto di vista della legalità, ogni atto significativo propenso a qualsiasi ipotetico cambiamento risulta essere delinquenziale se non addirittura violento. Dunque Gandhi e Martin Luter King, due nomi noti tra i tanti, dovrebbero essere considerati delinquenti, se non in alcuni casi leader criminali. Se invece valutiamo le azioni anche in termini di giusto e sbagliato comprendiamo facilmente che il confine della legalità può essere un sottile filo spinato teso alla volontà di mantenere inalterata la condizione sussistente.

 

Disobbedienza civile e azione diretta non-violenta rappresentano la manifestazione politica dei sentimenti umani che valicano questo confine. Entrambe informano il mondo che il campo di ogni battaglia non sono solo le aule dei tribunali ma i diversi ambienti della società in cui persiste una grave violazione della vita, della libertà e della giustizia. La prima rifiuta il rispetto di una legge in quanto ritenuta ingiusta, e la trasgredisce ai fini di cambiarla. La seconda è compiuta anche da individui la cui opera non è interposta al concetto stesso di ordinamento giudiziario e viene applicata "..come se l'attuale forma di potere non esistesse. [..] azione diretta vuol dire sforzarsi di agire come già si fosse liberi"1.  Entrambe le azioni utilizzano e si identificano in prassi e strategie non-violente pertanto tra esse non dovrebbero svilupparsi schieramenti e contrapposizioni in termini di considerazioni come  buono-cattivo, legittimo-illegittimo. La storia infatti è piena di avvenimenti che comprovano l'importanza di entrambe le azioni, per il semplice fatto che fino a quando ci saranno prepotenze e ingiustizie ci saranno persone disposte a combatterle. Che sia per mezzo della creatività di un'azione simbolica portata in piazza, un picchetto davanti alle sedi di una multinazionale che devasta il pianeta, per mezzo di occupazioni e allucchetamenti, attività di non-collaborazione come il rifiuto di pagare le tasse destinate a: - finanziamenti militari, zootecnici, lobby venatoria, grandi opere inutili e nocive, circhi che sfruttano animali -, oppure per gesti più fisici come quello del sabotaggio, la storia insegna che le più grandi conquiste sociali sono il frutto di un vasto quanto complesso compiuto storico che non può essere definito attraverso una semplice interpretazione degli eventi e di come avvengano i processi che favoriscono il cambiamento.

Disobbedienza civile e azione diretta, bensì richiedano molto coraggio, non sono puri gesti eroici ma un particolare quanto ragionato piano di lotta in grado di gestire e affrontare i conflitti a lungo termine.  Ambedue sono metodiche intelligenti e non il frutto di reazioni istintive e cariche di rabbia repressa, esse si concentrano sulla chiara evidenza, puntano dritte al problema cercando nell'obiettivo una specifica e possibile trasformazione della reatà.

 

Alcuni giorni fa si è appreso dai giornali la notizia di un blitz portato a termine da ignoti nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre scorso all'interno dell'allevamento di visoni situato a Olanda Di Savoia. Si può leggere la notizia qui http://bit.ly/1H2bn36. Un numero di animali quantificato tra cinquecento e ottocento, destinati a morte certa per mezzo di camere a gas, sono stati liberati uno a uno. Un'azione che, oltre all'imperativo morale che la muove, porta in sè un significato politico importante. Non solo attraverso questa specifica azione si porta alla luce una grave violazione etica andando a contrastare così un'ingiustizia, ma si affermano anche nuovi modi di concepire la società. Pertanto le persone che hanno compiuto tale azione non solo si oppongono alla sistematica distruzione dei corpi ma hanno reso visibile ed effettiva - anche solo per un momento - la forma e l'apparenza di un mondo libero nel quale tutti vorremmo vivere.

 

Ora, la circostanza che porta in sè un certo grado di preoccupazione si apprende dal fatto che diverse realtà e associazioni non hanno riportato la notizia all'interno dei propri spazi di informazione. Non è stata riportata una notizia, ovvero un'informazione su un fatto di attualità dal forte impatto politico che a detta di "capiscuola" dovrebbe drammatizzare così in profondo il problema tanto da non poterlo più ignorare.

Come è potuto accadere che una notizia di questo spessore sia passata in secondo piano? è stata solamente una disattenzione oppure alcune tipologie di azioni hanno perso valore? abbiamo veramente il diritto di rimanere in silenzio davanti a fatti di liberazione? perchè è sopratutto di questo che stiamo parlando, ed è proprio questo che è avvenuto, una liberazione. Prima di riconoscere nel fatto stesso un atto di ribellione, prima di ogni possibile affermazione politica, prima ancora che i giornali riportino la notizia, cinquecento-ottocento anime hanno avuto la possibilità, fosse anche minima, di riprendersi la vita che gli appeteneva. E ancora, come può esistere, e come possiamo rendere tangibile un periodo di transizione se non consideriamo le azioni che lo attraversano?

 

Per rispondere a queste domande nel modo più costruttivo possibile sarebbe opportuno fare un analisi del movimento2 in questi ultimi anni e cercare di capirne il sentimento attuale, gli approcci e i procedimenti. Cosa che non farò perchè oltre a chiari problemi di spazio so di non avere le giuste competenze. Devo però una spiegazione alla critica che pongo. Dunque la mia disapprovazione verso la mancata assunzione di responsabilità si ritrova nel fatto che diversi gruppi e associazioni non hanno saputo riconoscere in questo specifico atto di liberazione una risorsa nel più ampio senso del termine, ovvero comprendere che essa può contribuire in modo significativo alla risoluzione del particolare genere di sfruttamento di cui si sta discutendo. Di conseguenza, da un punto di vista politico, questa tipologia di azione non è da considerarsi solamente simbolica ma assume veri e propri aspetti pratici e incisivi nel momento in cui contribuisce positivamente alla risoluzione di un problema reale, pertanto favorisce un cambiamento positivo all'interno della società3.

 

Esistono poi anche questioni più generiche su cui, a partire da questo fatto, si potrebbe ragionare. Una di queste è possibile individuarla partendo dal significato stesso della parola tendenza, ovvero la disposizione verso un determinato modo di sentire e comunicare (l'attivismo), quindi di comportarsi e agire di conseguenza.

Il fatto che l'orientamento di alcune prassi (prevalenti) di attivismo - in parte o in toto divergenti da altre - possa addirittura arrivare a trascurare il corso di certi eventi che nel suo insieme costituiscono la storia del movimento di liberazione animale è appunto parte integrante e significativa del problema che pongo in questo articolo. Si intenda che tutto ciò non è affatto da considerarsi in termini di colpa nel senso di torto, bensì un problema interno che a mio avviso è da considerare e risolvere. Nessuno vuole una tipologia di attivismo dal pensiero unico e nemmeno una forma scriteriata, tuttavia l'insufficienza di spazi di incontro indispensabili per dare vita a momenti di confronto e ricerca, certamente non aiutano a decifrare problematicità che nascono nel momento in cui esiste assenza di discussione e apertura a probabili teorie collegiali. C'è ancora da capire se la tendenza sia quella di limitarsi e circoscrivere l'attivismo al concetto stesso di diritti animali oppure se la volontà collettiva possa superare tale barriera morale e polarizzare maggiormente i propri sforzi verso prassi più consolidate dal punto di vista delle più recenti teorie politiche dell'antispecismo.

 

 allevamento

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1) David Graeber, "Progetto Democrazia. Un'idea, una crisi, un movimento".

2) Sarebbe appropriato definire la realtà antispecista-animalista non come un movimento ma piuttosto l'esistenza di più enti che attraverso diversi modi di agire e pensare operano nel territorio.

3) Il numero di queste attività è drasticamente calato dagli anni ’90, in cui circa 125 allevamenti erano segnalati alla Camera di Commercio e la produzione era arrivata a 400mila animali uccisi ogni anno. Le motivazioni sono da ritrovarsi in parte nella crisi del settore della pellicceria e in parte nelle continue campagne di pressione, informazione e sensibilizzazione da parte di organizzazioni animaliste. Altro fattore determinante sono state sicuramente le decine di liberazioni di animali compiute da attivisti anonimi.

Fonte: http://www.visoniliberi.org/allevamenti_italia.htm

Marco Reggio

Etica ed etichette: il veganismo entra nei supermercati?[1]

 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo non è il solito (demagogico) articolo contro i supermercati vegan. Non è certo un articolo a favore, ma vorrei provare ad affrontare la questione da una prospettiva  diversa rispetto a quella usuale.

Un po' di anni fa, lo stile di vita vegan era la modalità più ovvia di proporre i temi antispecisti al “pubblico” generico e alle singole persone. Lo slogan “go vegan”, che sintetizzava il proposito di convertire una a una le persone in quanto consumatori/trici, poteva persino costituire un modo di esprimere una radicalità, una presa di distanza dagli approcci zoofili e protezionistici. In modo quasi scontato, questo atteggiamento di ambiguità rispetto al carattere più o meno politico della questione (che oscillava tra la semplice scelta rispetto a differenti stili di consumo e l'affermazione di una presa di posizione incarnata contro i mattatoi) produceva una miriade di discorsi che, oggi, molt* attivist* considerano problematici: dal veganismo come efficace strumento di boicottaggio di un intero settore all'uso di argomenti indiretti quali la salute umana, gli sprechi di risorse, l'inquinamento, ecc.; dalla fissazione sulla parolina magica “vegan” al purismo delle varie “polizie vegane”, eternamente in cerca di birre da vietare perché chiarificate con l'albume d'uovo, di quantità infinitesimali di sostanze animali nelle caramelle, indaffarate nell'aggiornamento maniacale di vere e proprie liste di proscrizione con i vari E120[2] ad uso dei “veri vegani”. Quando qualche attivista[3] si proponeva di (ri)portare l'attenzione sullo sfruttamento di animali, il purismo vegan faceva molta fatica a mettersi in discussione, e spesso tacciava le voci critiche di disfattismo.

 

La conquista del supermercato

Nel frattempo, lo stile di vita vegan si affermava sull'unico terreno su cui si era impegnato, quello del consumo. A furia di elaborare strategie di propaganda basate sul presupposto della riduzione delle persone (soggetti? cittadin*? individui? Usare un termine o l'altro non è indifferente, ma ai fini del presente discorso non è poi così importante) a meri consumatori, si è ottenuto un primo “risultato”: i reparti alimentari dei supermercati hanno iniziato ad adeguarsi, o meglio a fiutare l'affare. E, infatti, ora traboccano di seitan, tofu e biscotti “cruelty free”. Anche sorvolando sul fatto che i supermercati stessi costituiscono un problema (una banalità di base di recente riscoperta persino da alcuni sacerdoti dell'antispecismo), in questi templi del capitalismo non cessano naturalmente di fare mostra di sé i pezzi dei corpi animali dei reparti di macelleria e pescheria. Anzi, questi reparti si ingrandiscono senza sosta.

E i sostenitori dello stile di vita vegan?

Molti di loro si sono accorti – di solito senza sentire alcuna necessità di fare autocritica – che qualcosa non quadrava. E hanno, di conseguenza, assunto posture critiche nei confronti del consumo vegan. Lo hanno fatto nei modi più disparati, ma in genere senza mutare davvero atteggiamento, forse proprio per mancanza di autocritica. Credo che una breve disamina delle reazioni più diffuse, tra quelle che riscuotono maggiori consensi fra i/le vegan animalisti/antispecisti in Italia, possa essere utile per comprendere alcuni aspetti meno discussi della questione.

 

Dallo stile di vita alla filosofia di vita...

Una prima reazione consiste – nulla di originale, in sé – nel mutare le parole d'ordine. Per esempio, lo “stile di vita vegan” con il suo corredo di “diventa vegan”, “ogni vegan salva x animali al giorno”, “non consumare derivati dello sfruttamento animale è un imperativo morale”, è potuto facilmente diventare “filosofia di vita vegan” (o altre varianti). Il problema è che non c'è sostanzialmente nulla che distingua la prima formulazione dalla seconda. La “filosofia di vita”, infatti, è sempre una presa di posizione individuale, assunta da un soggetto autonomo, razionale e a-relazionale (il tipico soggetto liberale occidentale, insomma); è un'assunzione di responsabilità che si diffonde poi in modo sostanzialmente moralista (talvolta quasi colonialista), che pretende di imporsi agli altri dall'alto della sua inattaccabilità argomentativa, che costituisce un perfezionamento dello stile di vita, una sua estensione a tutti gli aspetti dell'esistenza, ma pur sempre a partire dal soggetto-consumatore. Più sinceramente, però, sorge il dubbio che ad una parola screditata (“stile”) in quanto associata al tema delle “mode” passeggere, dei trend più o meno giovanili, delle “tendenze”, si sia voluta sostituire una parola più “nobile”. In effetti, “filosofia” fa più figo. Come negli altri casi, il punto è che l'abbandono dello stile di vita/consumo non è nato da una critica ragionata, ma dalla semplice necessità di distinguersi da un discorso che era via via meno etichettabile come discorso di minoranza, e quindi come discorso radicale. Questo caso è comunque relativamente marginale, e non ha avuto un successo particolarmente significativo.

 

Sempre più vegan

Un grande filone di risposte al fenomeno dei supermercati vegan è invece quello della radicalizzazione, dell'approfondimento dei requisiti del consumo vegan. Se l'ingiunzione a rifiutare carne, pesce, latte e derivati, uova e miele è ormai assumibile nella pratica quotidiana con relativa semplicità, è sempre possibile irrigidire questa ingiunzione, modificando pezzettino per pezzettino la definizione stessa di prodotto vegan. Per esempio, si potrà sostenere che alcuni ingredienti, anche se non derivano direttamente dallo sfruttamento animale, non sono etici, il che significa “eticamente non accettabili per il bravo vegano”. L'olio di palma, la cui produzione è causa di deforestazione, depauperamento dei suoli e, indirettamente, sofferenze e morte per molti animali, potrebbe quindi non essere soltanto oggetto di un boicottaggio o di una denuncia parallela, aggiuntiva rispetto a quella di chi sottolinea la violenza insita nella produzione di carne, latte e uova. L'olio di palma, pur essendo un prodotto vegetale, può, secondo questa logica, rientrare fra gli ingredienti “proibiti” in un prodotto che si definisca vegano. Questo significa che “vegan”, pur di non essere associabile ad alcun articolo della grande distribuzione, diventa un termine ombrello che significa tutto e niente. Consideriamo che un analogo discorso può essere fatto (e viene fatto!) non solo per gli ingredienti, ma anche per le modalità di produzione e per i soggetti che producono. Sfruttare i lavoratori è, ovviamente, una pratica a dir poco criticabile, ma con questa logica può divenire un ulteriore criterio per determinare cosa non è vegan. Similmente, le modalità di produzione che si basano su tecnologie altamente inquinanti possono rientrare fra i candidati a indicare il prodotto da escludere dalla dieta vegan: siamo sicuri che la soia sia davvero vegan? E il riso ogm? E ci sono poi i produttori, appunto. Se un produttore di biscotti vegan perfettamente compatibili con quanto detto sin qui fosse anche un produttore di merci che tanto compatibili non sono? O, peggio, se fosse una multinazionale? O, di peggio in peggio, una multinazionale della carne?

In sostanza, stiamo parlando di tutto e di niente, come si diceva sopra. “Vegan” significa “senza derivati animali e rispettoso di umani, ambiente, diseguaglianze sociali, ecc.”. Insomma, qualcosa come “vegan + equo e solidale”. Oppure, significa: “eticamente accettabile da tutti i punti di vista possibili” (!).

Una breve parentesi per chiarire un aspetto forse banale. Chi scrive non vede di buon occhio gli ogm, né lo yogurt di soia Granarolo, né le linee di biscotti Esselunga, né tantomeno la produzione attuale di olio di palma ad uso dei ricchi consumatori occidentali. Non è questo il punto. La lotta contro alcuni prodotti, alcuni produttori o contro alcuni fenomeni come lo sfruttamento lavorativo, l'espropriazione delle terre delle piccole comunità da parte delle multinazionali, la pubblicizzazione di prodotti cancerogeni come se fossero innocui, sono tutte lotte degne di essere intraprese, quanto la lotta contro lo sfruttamento animale (che peraltro non è da esse slegata). Il punto è se chi è interessato al termine “vegan” per questioni identitarie abbia compreso che addossando a tale termine la responsabilità di individuare senza appello tutti i mali del mondo se ne faccia un termine inservibile, inutile anche a denunciare quella forma di violenza che, avendo come vittime dei soggetti scarsamente considerati dall'opinione pubblica, necessita forse di una denuncia più forte e, soprattutto, più esplicita. Per questo, una critica delle “repliche” ai corner vegan nei supermercati avanzate da parte di chi ha a cuore il termine può fare emergere alcuni spunti utili alla liberazione animale.

 

“Non basta essere vegan”: dal supermercato vegan al super vegan

Il secondo grande filone delle risposte di chi, fino a poco tempo fa, ripeteva fino allo sfinimento lo slogan “go vegan”, è quello di mantenere, grosso modo, la definizione classica di prodotto “cruelty free”, spostando l'attenzione sulla posizione politica generale di chi mangia vegan. Chi mangia vegan, si dice, è – fatta eccezione per i salutisti e qualche ambientalista – animalista o antispecista. Critica cioè la discriminazione di specie, o l'antropocentrismo, o comunque le pratiche di violenza ai danni di tutti gli animali (con maggiore o minore consapevolezza del fatto che gli umani sono anch'essi animali). E siccome questa posizione – prosegue il ragionamento - deve confrontarsi, in qualche modo, con un assetto mondiale che è fatto di ingiustizie e di distribuzioni di potere inique sotto diversi aspetti, che esulano dalla sorte degli animali non umani oppure la implicano ma in modo meno diretto da come siamo abituati a pensare (gli ogm, Granarolo, Esselunga, l'olio di palma, ecc...), la parola “vegan” designerà solo un aspetto parziale della presa di posizione critica. Al vecchio “go vegan” si sostituisce dunque una retorica fatta di “essere vegan non basta”, “essere vegan è solo il primo passo”, “vegan perché antispecisti”, e così via. Beninteso: slogan condivisibili, tutto sommato. Il problema è però più sottile. La fiducia nel proselitismo vegan svanisce nonostante il successo ottenuto, perché ci si accorge che si tratta di una vittoria di Pirro. L'aumento del numero di vegan non significa automaticamente aumento di individui disposti a prendere posizione sullo specismo, e se la maggiore facilità ad alimentarsi senza prodotti animali promette di spingere verso un ulteriore aumento dei consumatori “animal friendly”, innescando un circolo virtuoso, è anche vero che questo circolo virtuoso riguarda soltanto l'ambito del consumo. Il che era francamente prevedibile, ma questo è un altro discorso. Il punto importante qui è che molt* si sono accorti di aver puntato sul termine sbagliato, perché questo termine è sussumibile dal capitalismo che – si sa, almeno fuori dai circoli antispecisti – è in grado di riassorbire qualsiasi istanza, dal pacifismo al comunismo, dall'anarchismo alle rivendicazioni delle comunità LGBT. Dopo essersi accorti di questo prevedibilissimo fenomeno, hanno pensato, semplicemente, di alzare la posta. “Vegan” è un termine recuperabile dal mercato? Può essere facilmente fagocitato, rimasticato e reimpastato persino per promuovere lo sfruttamento animale? Proponiamo un altro termine, meno ambiguo. La proposta, manco a dirlo, è “antispecista”.

Il problema non è tanto se questa proposta sia sensata o meno, ma che fondi la propria forza sulla potenza della parola in sé. È ovviamente possibile – e utile – discutere della terminologia, se la discussione verte sul significato dei termini[4]. Spesso l’etichetta di “antispecista”, quando viene proposta come soluzione delle contraddizioni dei/lle vegan, porta con sé pochi o nessun contenuto di reale critica al veganismo. Ne costituisce, insomma, un superamento puramente terminologico.

Di fatto, l’”antispecista” non è altro che un vegano 2.0.

In questi casi, “antispecista” può per esempio rimandare all’immagine di una persona vegan ma attenta ai problemi dello sfruttamento umano. In aggiunta al boicottaggio dei derivati animali, il “super vegan” esprimerà il proprio dissenso verso il capitalismo trasferendo semplicemente la propria modalità di lotta ad altri ambiti, allargando cioè (all’infinito?) la gamma di prodotti “vietati”. Non avendo sottoposto a critica il consumerismo vegan – e avendo frainteso il senso della sua inadeguatezza politica -, non farà altro che riprodurlo, propagarlo, sostenendo per esempio che McDonald’s si sconfigge principalmente... non entrandoci. Un errore strategico la cui portata diventa ancora più ampia: il rimedio è peggiore del male.

In altre versioni, “antispecista” significa semplicemente “consumatore vegan avverso alla grande distribuzione”. In questi casi, la soluzione al supermercato vegan è quella di disertarlo, continuando a proporre – in sostanza – uno stile di vita vegan, ma questa volta attento ai temi del km zero, del biologico, dell’autoproduzione. Ancora: il problema non è se il cibo bio o autoprodotto siano  cattive pratiche (anzi, è il contrario), ma se possano costituire una risposta politica al recupero della domanda vegan come target di consumatori da soddisfare.

In altri casi ancora, “antispecista” rimanda a un veganismo che rifiuta con sdegno motivazioni che non siano etico-politiche. Il vero antispecista sarebbe quello che compra i biscotti senza latte e uova solo perchè non vuole uccidere i vitelli e le galline. Anche questo – che è uno spostamento d’accento per me molto condivisibile – si rivela inutile se è declinato in termini di consumo. E infatti, puntualmente, dopo la diffusione delle merci vegan, spuntano anche i “biscotti antispecisti”. Gli antispecisti inorridiscono, ma sbagliano clamorosamente il bersaglio: “l’azienda che li produce non è antispecista!”, “è una multinazionale!”, “se i biscotti sono antispecisti non si possono trovare il supermercato, per definizione”. Tutto ciò è grottesco, e talvolta il grottesco è un sintomo di derive identitarie. In realtà, se non si fa autocritica sul fatto di aver sostenuto, più o meno esplicitamente, per anni, che una posizione etica può essere rappresentata da un’etichetta, è inutile radicalizzare la propria etica, per poi scoprire che può essere sempre contenuta in un’etichetta, e che il terreno di scontro saranno sempre... i biscotti.

La questione è – letteralmente – se l’etica possa diventare un’etichetta, cioè una certificazione con una lista di ingredienti. Non aver colto che una presa di posizione etica (politica) non è esprimibile come somma di requisiti (la dieta vegan + il boicottaggio dell’olio di palma + un po’ di antisessismo e antirazzismo q.b., per esempio), rende insormontabile il problema delle etichette, di quelle etichette vegan che si stanno moltiplicando nei supermercati.

 

Spostare l’asticella della purezza?

Temo che qualsiasi proposta di sostituire “vegan” con una nuova etichetta sia poco produttiva, se prima non si è decostruito il veganismo per come lo conosciamo, e cioè come una pratica connotata da due vizi di fondo. Il primo è, come si è detto, quello di accettare acriticamente le regole del gioco del capitalismo, per cui i soggetti sono anzitutto consumatori, le ingiustizie sono l’effetto di tare individuali e il volontarismo è il comune denominatore di ogni soluzione possibile: ognun* cambia le proprie abitudini quotidiane, e il mondo cambierà radicalmente[5]. Come si è visto, questa logica può essere facilmente estesa a piacere: come c’è un consumo vegan, potrà esserci un consumo “antispecista”, “vegan etico”, ecc.

Il secondo vizio di fondo è quello identitario. Al di là del modo in cui si intendono le parole-chiave, l’attenzione stessa alle parole in sé è problematica. O almeno lo è il modo in cui la scelta delle etichette finisce per farla da padrona nel dibattito. Provate a discutere in un gruppo di vegan, un blog, un forum o – meglio ancora – su un social network, del fatto che ormai è facile trovare il cappuccino di soia o la brioche vegan al bar. Vi imbatterete in:

- quell* che se ne rallegrano, perché il mondo sta finalmente cambiando;

- quell* che sostengono che questo significa poco, in quanto dentro alla brioche c’è l’olio di palma;

- quell* che ricordano che l’unica soluzione è farsi i dolci in casa;

- quell* che più sottilmente dicono che non si tratta di una vittoria, ma in compenso è un segnale di attenzione (ci temono? vogliono comprarci a suon di cornetti?);

- quell* che dicono che dovrebbe diffondersi l’antispecismo e non il veganismo (come se l’antispecismo potesse diffondersi nelle vetrinette dei bar).

Immancabilmente, la discussione finirà su che cosa o chi si può definire vegan. Qualcuno dirà che quella brioche non è vegan, qualcun altro che il vero vegan non compra le brioche, oppure che il punto è se un vegan che compra il cornetto sia un vero antispecista, che cosa sia un vero antispecista, e così via. È evidente che al centro delle nostre preoccupazioni non c’è un progetto politico in grado di evidenziare la violenza sugli animali mettendola in connessione con il neoliberismo, né una tensione verso un veganismo destabilizzante[6] e anticapitalista, ma soltanto un’ansia identitaria che ben si sposa con l’attenzione agli stili di consumo.

Questa ossessione per l’identità, intesa come una continua (ri)definizione di chi o cosa può essere incluso nella comunità (nel senso più negativo del termine), struttura tutto l’impegno all’allargamento della base di attivist*, argomento di cui si parla da molto tempo. “Allargare la base”, cosa che spesso coincide con “veganizzare”, significa troppo spesso adoperarsi affinché nuovi soggetti aderiscano ai rigidi requisiti che possono farne membri della nostra comunità. Per inciso, questo identitarismo comunitario è responsabile anche della violenza verbale ed escludente che spesso si scatena contro i/le vegetarian*, talvolta trattati peggio degli onnivori[7].

Come sottolinea Maurizi nel testo citato sopra, anche se le riflessioni “teoriche” sono importanti, esse non possono sobbarcarsi l’onere di decidere delle strategie reali, le quali si svilupperanno solo nel movimento reale, nei gruppi che realmente si troveranno a discutere e decidere gli obiettivi di breve e medio termine. Ma se il “movimento” è identitario, gli obiettivi saranno decisi in funzione di un criterio unico e sommo: l’autoconservazione.

Come uscirne? Certamente, come dice Chloë Taylor[8], dovremmo forse smettere di dire che “siamo vegan” per dire invece che “mangiamo vegan”. Ma siamo sicur* che questo sia sufficiente, se poi ci affanniamo a dire che “siamo antispecisti”? Anche questo “ci”, questo “noi” cui faccio riferimento non deve essere dato per scontato: in questo contesto, si rivela parte del problema. Persino parlare di quanto emerso finora sembra necessitare di un “noi”, di un’appartenenza comune da cui proferire parola, un’appartenenza che è già, però, fin dall’inizio, un punto da mettere in discussione, forse il punto da mettere in discussione.

Ma anche dando per scontato che si debba per forza partire da un “noi”, seppur senza connotazioni troppo identitarie – per rispondere al quesito se sia sufficiente “alleggerire” il veganismo come nella proposta di C. Taylor – si può forse riflettere su un altro aspetto della questione. Invece di affannarci a definire chi è “con noi”, non sarebbe più produttivo investire energie nel ricercare la relazione con altri soggetti con cui condividere lotte, percorsi, incontri e saperi, apert* alle possibilità di reciproca contaminazione e senza dover per forza giocare il gioco dell’inclusione/esclusione, della distribuzione di patenti di antispecismo? Il rischio – da correre – è che si scoprano relazioni e prospettive che da dentro il recinto della nostra “comunità vegan” non siamo neanche in grado di scorgere.



 


 

NOTE

 

1 Ringrazio feminoska e Aldo Sottofattori per l’attenta lettura e i preziosi suggerimenti durante la stesura dell’articolo.

2 La sigla E120 è puramente casuale: chi scrive non si interessa dei nomi dei vari additivi usati dall'industria alimentare.

3 Un buon esempio è quello di Antonella Corabi: cfr. “Diffondere lo stile di vita vegan: una critica” (http://www.veggiepride.it/index.php/documenti/54-diffondere-lo-stile-di-vita-vegan-una-critica).

4 È il caso di Marco Maurizi che, di recente (Animalismo o antispecismo?, in “Liberazioni”, n. 22), ha proposto proprio di abbandonare il termine “animalismo” – e la centralità del veganismo – in favore di “antispecismo”. Che li si condivida o meno, sono però gli argomenti di Maurizi che sono interessanti e che dovrebbero essere oggetto di discussione, e non certo le parole che li riassumono (del resto, l’autore lo dice molto esplicitamente).

5 Ancora, per una critica di questa tendenza, si veda l’articolo di M. Maurizi, Animalismo o antispecismo?. Cfr., inoltre, Serena Contardi e Antonio Volpe, Editoriale, in “Animal Studies”, n. 7/2014.

6 Come è il caso del veganismo queer proposto da Rasmus R. Simonsen (Manifesto queer vegan, Ortica 2014).

7 Cfr. Marco Reggio, Che cosa rappresenta il veganismo?, antispecismo.net.

8 Foucault e "l'etica del cibo", in “Liberazioni”, n. 19/2014.

Nella primavera del 2015 è nato il Cirque, Centro Interuniversitario di Ricerca Queer, con una convenzione tra l'Università di Pisa, L'Università di Palermo e L'Università dell'Aquila.
Questo il sito del centro, da cui si può anche iscriversi alla mailing list: http://cirque.unipi.it/

"Il CIRQUE (Centro interuniversitario di ricerca queer) nasce dal desiderio di creare uno spazio inclusivo, aperto e vitale per gli studi queer all’interno dell’accademia italiana, e dalla convinzione che gli strumenti metodologici del queer possano dimostrarsi produttivi per la comprensione di un’ampia varietà di oggetti e di fenomeni, e portare a risultati originali, illuminanti e di grande rilevanza politica ed etica"
 
La prima attività messa a punto dal Centro è il ciclo di seminari per l'anno accademico 2015-16, che prenderà il via Mercoledì 21 Ottobre P.V e che sarà aperto da un intervento di Egon Botteghi sulle connessione tra sessismo, specismo, transfobia, percorsi di transizioni e problemi legati allo sfruttamento dei cavalli in ambito equestre.
 

Gli incontri si svolgeranno nell'Aula 1 di Palazzo Ricci, Pisa.


Università di Pisa Università dell’Aquila Università di Palermo

CIRQUE – Centro Interuniversitario di Ricerca Queer

Seminari CIRQUE 2015-2016

Tutti gli incontri si svolgeranno nell’aula 1 di Palazzo Ricci, via del Collegio Ricci 10, Pisa

con inizio alle ore 17.30 in punto (senza quarto d’ora accademico).

Mercoledì 21 ottobre Egon Botteghi Collettivo Intersexioni, Collettivo Anguane, Rete Genitori Rainbow

Non aprire quella porta. Viaggio in un percorso di transizioni

Mercoledì 4 novembre Giuseppe Burgio Università di Palermo

La bisessualità maschile. Pratiche, modelli e soggettività della fluidità sessuale

Mercoledì 18 novembre Carmen Dell’Aversano Università di Pisa

Per un’etica queer

Mercoledì 2 dicembre Federico Zappino

Norma sacrificale / Norma eterosessuale

Mercoledì 9 dicembre Antonio Rotelli Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford

La violenza invisibile contro i minori omosessuali a scuola. Le responsabilità dell’istituzione scolastica e degli insegnanti.

Mercoledì 16 dicembre Elisa Virgili Archivio Queer Italia

Il progetto Archivio Queer Italia: una piattaforma per teoria, arte e attivismo

Mercoledì 13 gennaio Fabio Ferrari Franklin University Switzerland

Che cos’è la famiglia queer? Ideologie lgbt, desiderio, e riproduzione umana in un contesto globale

Mercoledì 27 gennaio Massimo Fusillo Università dell’Aquila

Generi e ruoli: seduzione, compulsività, sadomasochismo

Mercoledì 10 febbraio Federico Oliveri Centro Interdipartimentale Scienze per la Pace – Università di Pisa

Disobbedire ai confini: i migranti come soggettività queer

Mercoledì 9 marzo Gina Gioia Università di Viterbo

Queer Legal Theory: qualche sviluppo nell’ordinamento italiano

Mercoledì 23 marzo Rachele Borghi Universitè Paris IV Sorbonne

Performare la geografia, queerizzare gli spazi

Mercoledì 6 aprile Lorenzo Bernini Centro di ricerca PoliTeSse - Politiche e Teorie della Sessualità – Università di Verona

Il sessuale politico: dal freudomarxismo alle teorie queer antisociali

Mercoledì 20 aprile Alessandro Grilli Università di Pisa

La normalità come performance: funzioni (e disfunzioni) degli scambi sociali coercitivi nella rappresentazione letteraria

Mercoledì 4 maggio Silvia Antosa Università di Palermo

Identità queer e spazi della performatività

Mercoledì 11 maggio Gabriele Bizzarri Università di Padova

Queer e identità periferica: l'America latina oltre il postcoloniale

Mercoledì 18 maggio Laura Corradi Università della Calabria

Profili del desiderio e politiche della bisessualità

 

Passano i mesi e Antispecismo.Net (ANet per gli amici) resiste e cresce!

E’ cresciuto lo staff che si occupa dei contenuti: siamo aumentati di numero accogliendo nuovi partecipanti e ci siamo arricchiti degli spunti, delle esperienze e delle visioni che ciascuno ha portato dentro questo progetto, a partire dalla propria storia unica e personale.

E’ cresciuto il blog: un lavoro eterogeneo di proposta ed elaborazione degli argomenti ha permesso di raccogliere molto materiale percepito come interessante per la crescita dell’antispecimo in Italia. Ciò ha comportato anche un aumento delle visite nonché degli scambi, riuscendo per ora, - a rischio di qualche polemica - a mantenere fede all’idea originale, quella che voleva ANet essere sì un blog, ma anche uno spazio aperto dove (senza troppi filtri) anche autori esterni allo staff potessero veder ospitati i propri materiali.

Cresce in tal senso l’esperimento di resistenza di un modello orizzontale che in uno staff altamente eterogeneo - come estrazione e provenienza - come quello di ANet, non poteva certo essere dato per scontato, e grazie a ciò, decisioni e trattazioni non sempre facili si sono risolte senza creare scompiglio ma al contrario dei bei dibattiti.

La scelta ad esempio - non proprio favorevolmente accolta - di non respingere materiali proposti dall’esterno che avessero firma anonima, motivata dalla struttura e dai propositi del progetto stesso, è stata occasione di fervore senza livore, grazie al quale comunque come staff abbiamo sentito il desiderio di mantenere la nostra integrità, di respingere eventuali pressioni, di difendere come legittime le nostre scelte, assumendocene una responsabilità di gruppo.

In questo preciso spirito, quello che accoglie critiche e spunti per il cambiamento, è mutata una impostazione scelta originariamente rispetto al progetto, quella di impedire i commenti agli articoli. Questa scelta ci era sembrata in un primo tempo la migliore, nella convinzione che fosse necessario incoraggiare dibattiti diversi dal “botta-e-risposta” cui ci hanno abituati molti forum e blog. Pensavamo cioè che fosse utile incentivare, nelle discussioni sui testi proposti, la stesura, da pare degli utenti del sito, di testi compiuti, organici, strutturati, sacrificando in qualche modo la spontaneità del commento di poche parole. Tuttavia, questa scelta non ha avuto un seguito sufficientemente significativo da far sperare che possa diventare una modalità di dialogo caratterizzante lo spazio di Antispecismo.net. Abbiamo probabilmente sottovalutato la resistenza a scrivere repliche, commenti, critiche in forma strutturata, in una modalità che viene percepita evidentemente come troppo impegnativa. Dopo qualche mese di attività, pensiamo che sia più utile pertanto fornire agli interessati la possibilità di intervenire senza particolari vincoli, coscienti come siamo che spunti importanti per l’antispecismo vengano anche da commenti brevi ed “estemporanei”. Del resto, pensiamo che la linea del sito sia ormai piuttosto chiara e che il blog abbia un suo seguito maturo capace di una interazione di valore (molto utile al dibattito).
Da oggi, sarà quindi possibile commentare ciascun articolo senza bisogno di registrarsi. 

Adesso dunque vogliamo andare avanti e vedere cosa ne sarà: per questo ci incontreremo per la prima volta in una riunione fisica in occasione del Veganch’io 2012, invitando anche tutti coloro che apprezzano ANet e hanno voglia di contribuirvi con le proprie idee e tempo da dedicare. Speriamo possa essere una occasione per alimentare con nuove e fertili proposte il potenziale ancora inespresso, tanto come di conoscere ed incontare altre persone da ancorare saldamente allo staff!



Lo Staff di Antispecismo.Net

 

Riceviamo e pubblichiamo questa critica estremamente attuale anche alla luce dei risvolti razzisti della triste vicenda che si sta svolgendo ora, in Europa, in seguito agli attentati alla rivista Charlie Hebdo.


“I barbari e noi”: una critica antirazzista e antispecista alle campagne contro la macellazione halal

 

L'associazione animalista Animal Equility ha recentemente fatto uscire un video, girato con una telecamera nascosta, che riprende scene da un macello italiano in cui si effettuano uccisioni di animali secondo le regole della macellazione islamica. In questi casi gli animali vengono uccisi tramite dissanguamento, esattamente come nella procedura nostrana, con la differenza che non vengono prima storditi con un colpo di pistola elettrica.

Nonostante gli animali macellati con rito islamico ed ebraico, in Italia, rappresentino solo una percentuale minima del totale (sono circa 200 le strutture in cui è anche permessa la macellazione rituale), si è sentita comunque l'esigenza di andare a “investigare” anche questa realtà e lanciare la campagna “Fermiamo la crudeltà rituale”, con relativa petizione per chiedere la revoca della deroga che in Italia rende possibile la macellazione rituale.

In una questione delicata come questa, in cui entrano in gioco non solo la sofferenza animale ma anche differenze culturali e religiose che spesso danno adito al razzismo, è però molto pericoloso non prendere in considerazione i precedenti rispetto a chi ha portato avanti, fino ad ora, battaglie contro la macellazione islamica: non a caso, gruppi xenofobi, razzisti e di estrema destra. Se una generica sensibilità delle persone verso la sofferenza animale è stata finora usata strumentalmente da questi gruppi come arma ulteriore per fomentare il razzismo e la discriminazione verso alcuni gruppi etnici, non bastano le buone intenzioni a mettere al riparo da conseguenze simili.

 

Non dubitiamo che la maggior parte delle persone di Animal Equality siano state spinte da una sincera empatia per gli animali, e non da idee razziste, alla decisione di produrre e diffondere questo video con i relativi contenuti, ma di fatto le conseguenze sono esattamente le stesse, ovvero la conferma di determinati stereotipi razzisti. Non aver tenuto in alcun conto le possibili ripercussioni razziste del messaggio prodotto dal video, e le strumentalizzazioni che alcuni gruppi ne avrebbero fatto, è già di per sé indice di una scarsa attenzione e riflessione in merito al funzionamento del razzismo nella nostra società.

 

Un ulteriore dubbio sorge sull'enfasi posta da Animal Equality sulla sola macellazione “halal” anziché anche su quella “kosher”, dal momento che le regole di macellazione sono le stesse. Il motivo non sarà che mentre è sempre scomodo essere eventualmente accusati di antisemitismo, prendersela con gli islamici, di questi tempi, è invece abbastanza sdoganato?

 

Il razzismo e la xenofobia già diffusi in Italia e in tutta Europa si sono arricchiti negli ultimi anni di una buona dose di islamofobia, fomentata dai mass-media degli stati occidentali, che hanno bisogno di giustificare in qualche modo i loro attacchi imperialisti in Medioriente con la scusa di “portare la democrazia” laddove vigerebbe la barbarie. L'enfasi, nei notiziari, sulle gesta dei gruppi islamici estremisti non fa che rafforzare questo razzismo generale verso arabi e musulmani.

 

Il discorso sulla macellazione islamica, non a caso, è sempre stato utilizzato strumentalmente dai gruppi di destra per cavalcare e fomentare il razzismo. Nel 2001 la Lega Nord fece una proposta di legge per vietare la macellazione islamica, poi la rilanciò nel 2003 e ancora nel 2011. “Stranamente”, un partito che mai si era interessato prima del benessere animale, anzi, sempre al fianco della lobby dei cacciatori, decise di farsi paladino della giustizia degli animali proprio in questo ambito. Non a caso con una leggera venatura razzista... Queste le dichiarazioni dell'onorevole leghista Giovanna Bianchi, firmataria della proposta di legge del 2003: "Le pratiche in uso nelle macellerie islamiche ci preoccupano perché vanno contro la nostra cultura occidentale che tiene in considerazione il rispetto degli animali. Non vedo perché regole che valgono per tutti non debbano essere applicate anche da cittadini di culture diverse". (1)

 

Lo stesso è accaduto in Francia, dove la galassia animalista è costellata da gruppi di destra se non apertamente fascisti, nell'indifferenza generale. Nel gennaio 2011 fu lanciata in Francia una campagna nazionale contro la macellazione rituale degli animali, sostenuta da alcune associazioni animaliste, tra cui la Fondazione Brigitte Bardot. Brigitte Bardot, militante del Front National (estrema destra), è proprio il personaggio simbolo dell'ambiente animalista francese: fascista, razzista, omofoba, ma che importa? Difende gli animali. Ecco alcune delle sue dichiarazioni: “Ce l'ho a morte con i musulmani che continuano a praticare la macellazione rituale” e con i politici che non si occupano "dell'immonda sofferenza degli animali nei macelli, soggetti a certi rituali che invadono il nostro territorio, sprezzando la legge europea, la quale impone lo stordimento prima del dissanguamento”;“ne abbiamo abbastanza di essere presi in giro da tutta questa popolazione che ci distrugge, distrugge il nostro Paese, imponendo i suoi atti”. Per queste dichiarazioni la Bardot nel 2008 è stata condannata a pagare 15.000 euro dal Tribunale di Parigi per istigazione all’odio verso la comunità musulmana.

 

A rilanciare il dibattito sulla carne halal nell'opinione pubblica in Francia, nel 2010, fu ancora Marine Le Pen, presidentessa del Front National, nota per le sue esternazioni anti-Islam. In risposta all'apertura di alcuni fast-food halal della catena Quick, Le Pen dichiarò che “quelli che non mangiano halal non avranno nemmeno possibilità di scelta”, arrivando poi a sostenere che sono tutti i contribuenti francesi a pagare la “tassa islamica” (la tassa per la macellazione rituale, ndr) perché Quick è, di fatto, una società francese-belga: “è dunque lo Stato che sta dietro questo processo d’islamizzazione forzata della Francia e di messa in atto della tassa islamica”. (2)

 

In molti altri paesi europei è accaduto qualcosa di simile, con gruppi di estrema destra a guidare le battaglie contro la carne halal. L'esempio della Francia ci mostra anche come, se il movimento animalista si riduce a parlare solo di sofferenza animale prescindendo da una critica più ampia al sistema dominante (che comprende aspetti come il capitalismo, il governo, le leggi, i partiti politici, il razzismo, il sessismo ecc.), quindi annullando l'aspetto politico della critica allo sfruttamento animale per lasciare spazio solo a quello emotivo, si apre la strada alla presenza di individui e gruppi di destra, se non addirittura fascisti.

 

Qual è in definitiva il messaggio implicito che viene fatto passare dall'investigazione di Animal Equality, e che fomenta stereotipi razzisti? Il messaggio che noi italiani possiamo stare con la coscienza a posto, visto che noi rispettiamo gli animali e mangiamo carne di animali macellati in maniera più “umana”, al contrario di quanto fanno quei musulmani incivili, barbari e crudeli verso gli animali (“animali uccisi barbaramente”, così è scritto nel testo di presentazione di Animal Equality). La contrapposizione che viene immediato realizzare tra “carne halal” e “carne italiana” è una contrapposizione che si rifletterà automaticamente in una serie di stereotipi contrapposti tra arabi e italiani che rafforzano il razzismo verso lo “straniero”.

 

Purtroppo non è il primo caso in cui Animal Equality volge l'attenzione verso altre culture e paesi per denunciare il loro specismo, che viene da contrapporre in maniera erronea alla nostra sensibilità verso gli animali, senza alcuna preoccupazione verso le implicazioni razziste a cui un tale tipo di discorso può dare adito: precedentemente all'investigazione sulla macellazione halal, ve n'è stata una sul commercio della carne di cane e gatto in Cina, oltre ad una campagna internazionale – con proteste anche a Roma - contro il Festival di Gadhimai in Nepal, una festa religiosa che si svolge ogni cinque anni in onore della dea hindu Gadhimai e che comporta il sacrificio di un grandissimo numero di animali.

 

...

 

Oltre a far scattare un campanello d'allarme sul razzismo, l'investigazione di Animal Equality fa sorgere anche altri dubbi più inerenti all'aspetto della sofferenza animale.

 

Siamo davvero sicuri che la macellazione rituale provochi più sofferenza agli animali rispetto a quella tradizionale? Forse sì o forse no, ma di certo non si può trarre una conclusione di questo tipo mostrando cosa accade in un solo macello e portandolo a modello di cos'è la macellazione rituale islamica, soprattutto quando nel caso esemplificativo portato vengono violate proprio tutta una serie di regole che caratterizzano la macellazione halal. Il fatto che in alcune tradizioni religiose l'uccisione di un animale venga sacralizzata e si svolga secondo rituali ben precisi serve anche a mettere in evidenza come l'uccisione di un essere vivente non sia un atto semplice, ordinario e meccanico, ma abbia un suo peso. Significativo il contributo della filosofa bioeticista e animalista Luisella Battaglia sull'argomento:

 

 L’idea stessa della ritualità nasce da una visione teocentrica in cui l’uomo, come l’animale, sono entrambi creature sia pure di diverso rango ontologico: tutti gli accorgimenti e le prescrizioni del codice alimentare islamico--il fatto, ad es., che l’animale non debba vederne un altro macellato davanti a sé, che non debba aver sentore del sangue, né percepire la lama, il fatto che debba essere accarezzato e adagiato sul fianco sinistro in un luogo in cui non ci siano tracce di sangue per non essere terrorizzato etc.—obbediscono a tale visione. La nostra macellazione, invece, è un atto meramente tecnico, obbedisce a preoccupazioni funzionali e a finalità di natura pratica: la sua etica mira a garantire l’osservanza di talune regole minimali—come la riduzione della sofferenza evitabile a garanzia della salubrità delle carni; non rinvia ad alcuna fede o a sistemi di valori, vuol solo essere efficiente e in ciò risiede la sua laicità. Perché dovremmo considerarla moralmente ‘superiore’?

Il problema nasce dal fatto che oggi la macellazione rituale è inserita in una logica commerciale e industriale che obbedisce a parametri di efficienza e di produttività, dove la difficile compatibilità tra rispetto della ritualità e mercato è destinata inevitabilmente a provocare negli animali sofferenze aggiuntive. Nel macello industriale sono innumerevoli gli animali uccisi e, pertanto, non vi possono essere rispettate le prescrizioni rituali. Inoltre, la struttura, quando è appositamente attrezzata, è dotata di una gabbia di ferro che imprigiona l’animale e che, bloccandone i movimenti, contribuisce a terrorizzarlo piuttosto che a tranquillizzarlo. Del pari, se il taglio delle vene giugulari non viene effettuato in modo preciso—cosa assai frequente quando le uccisioni si susseguono a ritmo accelerato e si possono sommare gli sbagli per stanchezza e necessità di affrettare le operazioni—la morte può essere notevolmente prolungata.

 

- tratto da: La macellazione rituale: non sentiamoci superiori per la "pietà" dei nostri macelli (Il Carroccio contro l'Islam) di Luisella Battaglia, da "Il Secolo XIX" mercoledì 5 febbraio 2003 - (3)

 

 

Se proprio vogliamo entrare nella logica di quale tipo di macellazione provochi più sofferenza agli animali, non sarà che forse è proprio la dimensione industriale a porre meno attenzione a ridurre la sofferenza del singolo animale, considerandolo solo un oggetto da fare a pezzi con la maggiore rapidità possibile per far scorrere la catena di montaggio?

 

E' fondamentale però chiedersi che senso abbia entrare in questo tipo di disquisizioni, e addirittura mettere in campo una battaglia, che più riformista non si può, contro un certo tipo di macellazione piuttosto che un altro.  Porre l'accento sulla prolungata sofferenza dell'animale macellato senza stordimento, una sofferenza che assolutamente non vogliamo negare né sminuire, devia completamente l'attenzione dal reale problema: lo specismo che è causa dello sfruttamento animale.

 

Quello che l'antispecismo vuole criticare è il fatto in sé di uccidere gli animali per il nostro interesse, e ancora di più tutto quello che vi sta a monte: l'allevamento, la prigionia, la proprietà, l'addomesticamento degli animali. Al contrario, la richiesta implicita che viene espressa con questo tipo di campagne non è forse che l'animale venga ucciso più “umanamente”? Un messaggio di questo tipo non ottiene esattamente l'effetto opposto, ovvero di mettere a posto le coscienze mentre il vero orrore continua ad andare avanti ancora più indisturbato?



 

Parliamo poi del metodo. Porsi come obiettivo l'abrogazione di una deroga, o un qualunque cambiamento di legge, vuole dire rivolgersi al mondo della politica, dei partiti, del governo, in cui evidentemente si ha una qualche fiducia, o che si pensa di “usare strumentalmente”, mentre invece si viene usati per i loro interessi elettorali. Accettare aiuto e supporto da chiunque voglia fare qualcosa “in difesa degli animali”, nonostante in altri campi quel qualcuno metta in atto politiche fasciste che vanno contro l'immigrazione o la popolazione in generale o approvi leggi liberticide che stringono il cappio del controllo sociale intorno a tutti noi, questo sembra non importare. Allo stesso modo vengono accolte con favore leggi che prevedono l'inasprimento delle pene riguardanti casi di maltrattamento animale, in un'ottica punitiva e giustizialista, dimenticando che se si lotta contro le gabbie per animali queste dovrebbero comprendere anche le carceri, gabbie per animali umani.

 

La campagna di Animal Equality contro la macellazione halal è stata raccolta dal partito dei Cinque stelle, che ha lanciato una proposta di legge per vietare la macellazione senza stordimento, una mossa che si annovera sulla scia di altre proposte sul benessere animale lanciate dallo stesso partito e già bocciate dal governo Renzi (sul blocco dei finanziamenti europei agli allevamenti intensivi, il divieto di uccidere gli animali da pelliccia, il divieto dell’utilizzo dei richiami vivi ed l'esclusione dai finanziamenti governativi per i circhi che prevedono l’esibizione di animali).

 

Anche la Lega Nord non ha perso occasione per rilanciare la sua proposta di mettere fine alla macellazione halal, con dichiarazioni di questo tenore da parte del deputato Marco Rondini: "No a inutili crudeltà inflitte agli animali nel nome dell’Islam". “Questo paese, segnato dal buonismo da discount è arrivato a concedere ad alcuni mattatoi di adottare questa barbara usanza. L’eccessiva tolleranza sta segnando la condanna a morte della nostra civiltà. Non accettiamo nessun cedimento di fronte a istanze che ci hanno fatto tollerare fino ad ora una pratica aberrante, da noi condannata da anni, come la macellazione rituale” (4). La Lega Nord di Sarzana (Ln) ha proposto di vietare la carne halal nelle mense scolastiche, con le solite argomentazioni che vedono noi italiani come attenti ai diritti animali in contrasto con le usanze barbare “di chi, ospite nel nostro Paese, pretende di imporre le proprie leggi e tradizioni” (5).

 

Come hanno fatto in passato altri partiti e ministri (vogliamo parlare dell'onorevole Brambilla?), anche Lega Nord e Cinque Stelle possono così sperare di crearsi una facciata animal-friendly e ottenere qualche voto in più tra quel bacino elettorale che si interessa (blandamente e ipocritamente) del benessere animale, un tema sempre più in voga anche sui media mainstream.

 

Peccato che più se ne dibatte in parlamento, nei programmi tv e nelle riviste di moda e lifestyle, più la liberazione animale – compresa in un progetto di stravolgimento totale di questa civilizzazione – appaia sempre più distante e irraggiungibile.

 

 

Note:

(1): http://www2.varesenews.it/articoli/2001/ottobre/sud/29-10bianchi.htm

(2): http://www.agoravox.it/Francia-se-il-fast-food-diventa.html

(3): http://www.peacelink.it/animali/a/b334.html

(4): http://www.leganord.org/index.php/notizie2/13169-islam-mozione-lega-in-semestre-ue-stop-a-macellazione-halal

(5): http://www.cittadellaspezia.com/Sarzana/Sarzana-Val-di-Magra/Bagnone-Ln-La-macellazione-halal-e-un-166081.aspx

 

 

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